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QUOTA 100 BOCCIATA DAI NUMERI: SPUTTANATI 12 MILIARDI PER UNA MISURA CHE NON PIACE AGLI ITALIANI

Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile

L’ANTICIPO DELLA PENSIONE E’ STATO UN FLOP: PREVISTE UN MILIONE DI RICHESTE, HANNO ADERITO IN 300.000… E PER OGNI DIECI LAVORATORI IN PENSIONE ANTICIPATA ASSUNTI SOLO 4 GIOVANI, ALTRO CHE I VENTI SBANDIERATI DA SALVINI

Non è solo la voglia di sposare la causa del popolo no vax e no Green pass. A dimostrare l’irresistibile attrazione di Matteo Salvini per le battaglie di minoranza è la vicenda di Quota 100: il bilancio fatto dall’Inps sui quasi tre anni di applicazione della pensione anticipata volontaria è decisamente negativo, i numeri dimostrano che la misura è servita più come arma di propaganda elettorale al leghista che ai lavoratori italiani in età di pensionamento.
Numeri che a rigor di logica dovrebbero consigliare al Capitano di lasciar perdere e accettare la rottamazione del suo cavallo di battaglia che il premier Draghi si appresta a proporre. E invece no, Salvini da quell’orecchio proprio non ci sente, non più tardi di due giorni fa ha messo in guardia il suo governo: “Quota 100 va confermata, siamo pronti a fare barricate davanti al parlamento”.
Barricate, ok. Ma per chi?
Le cifre prodotte dall’Inps sono impietose.
Nei tre anni di sperimentazione gli italiani che ne hanno fatto richiesta sono 314mila, per un costo a carico della collettività di 11,6 miliardi già spesi, che salirà a 18,8 complessivi da qui fino al 2030.
L’entità del flop la si misura correttamente se si paragonano questi numeri a quelli previsti dalle simulazioni fatte dal Conte I nel 2018, quando l’uscita anticipata fu approvata.
Ebbene l’esecutivo gialloverde allora si aspettava di mandare in pensione quasi un milione di persone, per l’esattezza circa 973 mila italiani.
La realtà ha detto tutt’altro: i lavoratori pubblici e privati hanno gentilmente declinato l’offerta, solo un terzo di quelli previsti hanno accettato l’uscita. Tanto che si stima che si sono risparmiati 6-7 miliardi nel triennio 2019-2021, soldi che in parte sono stati già dirottati per coprire i tanti bonus e sussidi dell’era Covid.
Quota 100 quindi non ha fatto impazzire gli italiani. E purtroppo non è stata molto utile neanche ai giovani.
Uno dei mantra che i gialloverdi amavano ripetere all’epoca era “per ogni pensionato anticipato verrà assunto un giovane”. Un tentativo di far digerire la misura pro-sessantenni ai meno fortunati ventenni, un modo per far scattare la molla della solidarietà intergenerazionale.
Anche in questo caso però i fatti dimostrano di avere la testa dura, sicuramente più dura della propaganda dei partiti. Il tasso di sostituzione si è fermato a uno striminzito 0,4 , come rileva la Corte dei Conti. Ciò significa che a fronte di 10 pensionati anticipati sono stati assunti solamente 4 ragazzi. Meno di uno su due.
Insomma, si può dire che gli aridi numeri abbiano bocciato la misura più amata da Salvini. Ma si sa, per un politico dire “ho sbagliato” è più difficile che per Fonzie.
E quindi meglio perseverare, come fa Salvini, minacciando sia Draghi che il ministro dell’Economia Franco, a cui tocca materialmente trovare una soluzione per cassare Quota 100 e contemporaneamente mettere in piedi qualche modello alternativo e sostenibile per quei pochi che vogliono andare in pensione prima.
Missione non impossibile, certo, ma più facile da compiere da metà ottobre in poi, quando le polveri della campagna elettorale per le comunali si sarà posata e per Salvini e i leghisti sarà più facile ingoiare l’ennesimo rospo.
(da Huffingotnpost)

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SETTE FEMMINICIDI IN SETTE GIORNI, MA SE L’ASSASSINO E’ ITALIANO SALVINI E MELONI STANNO ZITTI

Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile

LA MAGGIOR PARTE DEI FEMMINICIDI AVVIENE ALL’INTERNO DI QUELLA FAMIGLIA “TRADIZIONALE” ARIANA CHE I SOVRANISTI TANTO DECANTANO

Nemmeno di fronte all’ultima devastante ondata di femminicidi, Salvini e Meloni hanno detto qualcosa, come accade quasi sempre quando c’è di mezzo un assassino italiano e un omicidio commesso tra le mura domestica.
Intanto le donne continuano a morire nell’indifferenza, coi giornali che chiedono loro di difendersi o denunciare, mentre mai nessuno chiede ai maschi di smettere di uccidere.
Giuseppina Di Luca, 46 anni di Agnosine in provincia di Brescia e Sonia Lattari, 43 anni di Fagnano Castello in provincia di Cosenza, sono le ultime due vittime di femminicidio in ordine di tempo nel nostro Paese. L’escalation di violenza sembra non volersi fermare: nell’ultima settimana sono sette le donne assassinate dai propri mariti o dai propri ex, una media di una al giorno.
I numeri dei femminicidi e le dichiarazioni di Salvini e Meloni dovrebbero essere due notizie correlate ma non lo sono: i leader dei due principali partiti infatti non stavano commentando le morti di Giuseppina di Luca e Sonia Lattari ma il ferimento di diverse persone a Rimini da parte di un richiedente asilo di origine somala. Una notizia grave e che ha provocato dolore e spavento per cui viene chiesto l’intervento del Viminale, mentre tutto tace quando si parla di violenza di genere.
Non è una novità che Salvini e Meloni salgano sulle barricate solo quando i reati sono commessi da persone di nazionalità straniera mentre quando avvengono all’interno del nucleo familiare si limitano a qualche blando tweet e a una preghiera per le vittime.
I distinguo non dovrebbero essere fatti in ogni caso: si dovrebbe badare alla gravità del reato, alle aggravanti, alle circostanze in cui questi delitti o questi crimini vengono maturati.
A farlo, dovrebbero essere i giudici, le magistrature e le inchieste. Ma ormai siamo talmente abituati all’atteggiamento dei sovranisti che non ci facciamo più caso, mentre dovremmo farci caso eccome, specie perché mentre gli esponenti di questi partiti chiedono conto dei distinguo che spesso vengono fatti dal centro-sinistra e dal Movimento 5 Stelle, questi ultimi raramente si assumono l’onere di chiedere conto a Salvini e Meloni delle loro dichiarazioni.
Il tema della violenza di genere compiuta quotidianamente verso le donne è una realtà con cui conviviamo e a cui sembriamo assuefatti. Eppure occorre ancora una volta che il femminicidio è solo la punta dell’iceberg: gli assassini spesso hanno precedenti per violenza sessuale, vessazioni di ogni ordine e grado, pedinamenti o stalking, tutti soprusi che vengono perpetuati o a danno della vittima di femminicidio o di qualcun altro, come nel caso di Chiara Ugolini, uccisa dal suo vicino di casa con gravi precedenti penali e che inneggiava al Duce sui social.
Paolo Vecchia, il marito di Giuseppina di Luca, non riusciva ad accettare la separazione dalla moglie e secondo alcuni testimoni avrebbe detto «mi prendo qualche giorno di permesso, devo ammazzare mia moglie e poi andare a costituirmi». E così è andata.
Era cosa nota a tutto il paese che Giuseppe Servidio, l’omicida di Sonia Lattari, aveva continui litigi con la moglie che sfociavano in insulti e violenze fisiche. La donna si sarebbe rivolta a un centro d’ascolto ma aveva declinato l’invito a denunciare per paura di ritorsioni da parte del marito.
I quotidiani di oggi dedicano ampio spazio al racconto di questi femminicidi ma ancora una volta si finisce per spostare l’attenzione solo sulle vittime.
Il Corriere della Sera nella sua newsletter per abbonati oggi scrive: “Ma il tema dei corsi di autodifesa gratuiti, che ogni tanto viene tirato fuori dalla politica, andrebbe forse riesaminato”. Sì, certo, riesaminato per poi essere scartato: come pensiamo di risolvere anche solo in parte il problema addestrando le donne a menare le mani? Forse semmai dovremmo insegnare agli uomini a non uccidere.
La Stampa sempre stamattina titola: “I femminicidi non finiscono mai. Sonia stava per denunciarlo, accoltellata dal marito”. La vittima non solo viene privata del cognome, ma viene sottolineato nel titolo il fatto che non abbia denunciato, come se la denuncia da sola bastasse a proteggere le vittime di violenza.
Anche Repubblica titola: “Assassinate dai mariti altre due donne. Il pm: denunciate subito”. Non è bastata la triste vicenda di Vanessa Zappalà per capire che denunciare oggi, in Italia, con le leggi che abbiamo e con l’ormai acclarata impreparazione del personale giudiziario a gestire i casi di violenza, non solo non è garanzia di protezione, ma può essere addirittura controproducente per la vittima.
Vanessa Zappalà aveva denunciato il suo assassino ma il giudice non aveva predisposto il carcere o l’uso del braccialetto elettronico. Vanessa Zappalà è stata uccisa a colpi di pistola dal suo assassino che poi si è tolto la vita. Per questo non è difficile comprendere il terrore di Giuseppina De Luca quando le è stato consigliato di rivolgersi alle autorità.
Questo non significa che le donne non devono denunciare, ma che se vogliamo che le donne denuncino lo Stato deve intervenire immediatamente con corsi di formazione per giudici, magistrati, psicologi, periti e con un serio piano di contrasto alla violenza di genere che deve partire dalle scuole di ogni ordine e grado.
Peccato che siano proprio i partiti guidati da Matteo Salvini e Giorgia Meloni a opporsi a qualsiasi forma di educazione sessuale o all’affettività per i nostri bambini e per i nostri ragazzi. Lo spauracchio della così detta “teoria gender” (che altro non è se non lo studio e il rispetto dei valori della diversità, dell’uguaglianza e della lotta a qualsiasi forma di oppressione legata al genere, al sesso e all’orientamento sessuale) viene tirato in ballo ogni qual volta si accenna a questo argomento.
Intanto le donne continuano a morire e a patire le conseguenze della violenza di genere sistematica senza che nessuno faccia davvero qualcosa, mentre i leader dei principali partiti di maggioranza e di opposizione impiegano il loro tempo (e il nostro denaro) a fare propaganda per le prossime amministrative.
(da agenzie)

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DA FEDRIGA A FONTANA: LA FRONDA LEGHISTA DEL NORD SI PARLA “IN PRIVATO”

Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile

LA BATTAGLIA PER IL SÌ AL GREEN PASS

Si consultano sui problemi delle loro Regioni, discutono della linea (o della “china”) che ha preso il partito e soprattutto decidono insieme le uscite pubbliche. Che non sono casuali perché sono quelle contro il capo, cioè Matteo Salvini.
Ieri il vaccino, oggi il Green pass, domani chissà.
C’è una strategia e un metodo dietro le mosse dei governatori della Lega. La strategia è imporre la linea del Nord, spostare il partito verso il centro più che verso la destra di Giorgia Meloni e un giorno proporre una leadership diversa da quella del segretario passando dai congressi regionali.
Di fatto una corrente interna alla Lega. Il metodo invece è quasi banale: una chat. Il modo più elementare per coordinarsi.
Ce n’è una ufficiale in cui ci sono tutti e sette i governatori della Lega, compresi i salviniani Nino Spirlì (Calabria), il sardo Christian Solinas e l’umbra Donatella Tesei. Ma poi ce n’è almeno un’altra cui partecipano solo i governatori del Nord: Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e Maurizio Fugatti.
Si sentono tutti i giorni, condividono le interviste e criticano apertamente l’ala no-Green pass della Lega che si è manifestata la scorsa settimana in Parlamento con i voti con FdI: “La nostra linea non può essere quella di Borghi” è uno dei messaggi degli ultimi giorni. Da qui, la strategia per porre fine alle “sbandate” del segretario e smentirlo pubblicamente.
I fedelissimi di Salvini, che vivono nella costante ossessione della cospirazione contro il capo, parlano di “riunioni carbonare” e si insospettiscono per la sequenza sistematica delle interviste sui giornali dei Presidenti di Regione: “Fanno tutto da soli senza consultare nemmeno Salvini –­attacca un big leghista – siccome hanno preso i voti nella loro Regione sono convinti che la Lega sia cosa loro ma non è così. Non possono bypassare Matteo”.
I governatori si sono coordinati spesso nelle ultime settimane: prima hanno deciso di non difendere pubblicamente Claudio Durigon portandolo alle dimissioni, poi a inizio settembre hanno imposto a Salvini il cambio di linea sul Green pass.
Dopo giorni di “no” all’estensione del certificato verde e all’obbligo vaccinale, hanno chiesto al leader una riunione via zoom e il documento che ne è uscito era una concessione totale alla loro linea: sì al pass per i lavoratori pubblici e addirittura sì a “obblighi o costrizioni” in via eccezionale.
La prossima battaglia sarà sull’obbligo del certificato non solo per i dipendenti statali ma anche per i lavoratori del settore privato. Perché questo chiedono ogni giorno gli imprenditori del Nord proprio ai governatori perché “non vogliamo più richiudere”. Anche a costo di imporre l’obbligo del Green pass nelle fabbriche.
E i presidenti, Zaia e Fontana su tutti, devono spiegare loro, con un esercizio di equilibrismo notevole, che la linea della Lega è quella di riaprire in sicurezza e che Salvini “fa così perché deve rincorrere la Meloni ma poi fa il contrario”.
Tant’è che ieri Giancarlo Giorgetti lo ha annunciato dall’Umbria aggiungendo che chi “sta al governo deve assumersi delle responsabilità”.
Poi, dopo le Amministrative, i Presidenti del nord chiederanno i congressi regionali e poi di continuare a sostenere Draghi fino a fine legislatura. A Palazzo Chigi lo sanno che i governatori stanno dalla parte di Draghi. E quindi sfruttano l’occasione per fare terra bruciata intorno a Salvini.
Gli uomini del premier parlano spesso con Fedriga, Zaia e con Giovanni Toti.
Formalmente il triangolo Draghi-Gelmini-Fedriga è istituzionale perché quest’ultimo è il presidente della Conferenza delle Regioni. Ma attraverso di lui, nelle ultime ore, il premier sta tastando il terreno con i governatori del Carroccio per capire cosa ne pensano dell’estensione del pass.
E finora ha ottenuto solo risposte positive . I presidenti di Regione però hanno come punto di riferimento il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti, ma anche il responsabile del Turismo, Massimo Garavaglia, che nelle ultime settimane si sta staccando dalla cerchia del segretario. Parlano e poi decidono.
Anche se Salvini non lo sa.
(da Il Fatto Quotidiano)

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“UOMO DAI PENSIERI FRAGILI, HA IMBARCATO IL PEGGIO DEL TRASFORMISMO”: ORMAI LA FRONDA A SALVINI ALL’INTERNO DELLA LEGA DIVENTA VALANGA

Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile

IL PUNTO DI SVOLTA SARANNO LE AMMINISTRATIVE… IN SICILIA LEGA ALLO SFASCIO, LISTE ASSENTI IN 40 COMUNI

Sta iniziando a dire “mi vogliono cacciare dal governo” perché è lui che vuole portare la Lega lontano da Mario Draghi. Non gli interessa la legge di Bilancio, continua a farneticare sui vaccini. Ai suoi parlamentari e ai suoi dirigenti ripete: “Aspettiamo il 4 ottobre”.
C’è la concreta possibilità che un capo irresponsabile, un capo fuori fase, chieda ai suoi ministri di dimettersi con il più piccolo dei grandi motivi: il fallimento elettorale alle amministrative.
Vi siete chiesti per quale ragione i migliori uomini della Lega sono costretti a rilasciare ogni giorno interviste per difendere il green pass? Lo fanno perché hanno compreso che vuole trasformarli in una manica di incoscienti. Si difendono da un capo che viene definito “un uomo dai pensieri fragili”.
Hanno inventato un protocollo sanitario. Difendono i provvedimenti dell’esecutivo ( ieri era il turno di Giancarlo Giorgetti, favorevole all’estensione del green pass a tutti i lavoratori) e poi ricordano che Salvini ha fatto cose buone.
Cosa sta insomma rimanendo di questo capo? Continua a non rispondere sui congressi, non ha mai immaginato l’ipotesi della successione, definisce la doppia Lega, quella del nord, una fantasia. Ha ragione. Ne abbiamo trascurata un’altra che è contro di lui e che dice adesso di lui: “Ha imbarcato il peggio del trasformismo. Quello che lui stesso definiva spazzatura”. Pure il sud sta abbandonando Salvini.
Cosa pensa di ottenere ripetendo che non è vero? La crisi egemonica di Salvini è su scala nazionale.
Quando ha saputo che la Lega, a Napoli, non era riuscita a presentare le liste (il Tar, ieri, le ha bocciate) ha pensato che la soluzione migliore fosse non farsi vedere per farlo dimenticare.
Ma cosa ne pensa della Sicilia, una delle poche regioni dove è stato nominato un segretario locale al posto dei suoi giannizzeri? Cosa ne pensa della regione e di quel sud che continua a visitare?
In una regione di oltre cinque milioni di abitanti la lista Lega è di fatto scomparsa.
In circa quaranta comuni il simbolo non ci sarà. Non ci sarà a Caltagirone che è la città di Don Sturzo. Sta arretrando in tutte le province. Grazie a una spregiudicata campagna acquisti, che è il sintomo della debolezza, la Lega è il primo partito dell’assemblea regionale ma non riesce a presentarsi nei piccoli comuni.
E’ questo che si chiama avanzare? Negli ultimi mesi sono passati nella Lega ben quattro consiglieri regionali ma hanno messo come condizione questa: “Liste civiche a nostro nome e senza simbolo della Lega”.
Ai dirigenti del sud, quelli che sul serio ci avevano creduto, Salvini ha spiegato: “Voglio la doppia cifra alle elezioni”. Non solo non la avrà ma ha perso anche i militanti antichi.
A Catania, FDI ha strappato Marcello Rodano, uno dei più validi dirigenti leghisti, un vicequestore. E’ ingiusto scrivere che Salvini ha fatto tutto da solo. Chi gli ha consigliato, al sud, di federarsi con questi pirati del consenso? Si tratta di Andrea Paganella, il socio storico di Luca Morisi, il Rasputin del segretario.
E’ lo stesso che gli prepara il menù degli sputi contro la ministra Lamorgese, i vaccini che generano le varianti. Il capo ha così proposto di abolire il reddito di cittadinanza anziché proporre la buona modifica.
Ha detto che la raccolta firme per il referendum sulla giustizia andava benissimo. Equivale a dire: “Ne abbiamo già tante”. La campagna ha infatti subito un arresto e non avanza.
Si sta per preparare la legge di Bilancio e Salvini non ha ancora indicato il successore di Claudio Durigon.
E’ la prova che non esiste un Salvini di governo ma solo un capo confuso e stordito. Non è vero che è interessato a governare. Vuole solo disturbare.
(da agenzie)

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GIOCHI DI POTERE DEI SOVRANISTI SULLA PELLE DEI CITTADINI

Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile

TRA SLOGAN IMBROGLIONI E CACCIA ALLE POLTRONE, EMERGE UNA LINEA POLITICA IRRESPONSABILE DI SALVINI

Giochi di potere sulla pelle dei cittadini. Prima la guerra al Green Pass di Salvini, Meloni e imbonitori vari in cerca di visibilità, disposti a rallentare l’uscita dalla pandemia pur di accaparrarsi i voti di quel 20% di italiani spaventati dai vaccini.
Ora lo scontro tutto dentro la Lega tra il segretario e il suo numero due, Giancarlo Giorgetti, che ieri ha riconosciuto l’utilità del certificato verde e di conseguenza la strumentalità di una battaglia che ha diviso il Paese e frenato la campagna vaccinale.
Ci fosse in giro un po’ di decenza, Salvini non potrebbe che trarne le conseguenze: sconfessare il suo ministro oppure dimettersi. La terza via, quella di contarsi in un congresso, è infatti scivolosa.
I governatori, gli amministratori, i medici e tante persone di buonsenso che stanno nel Carroccio non possono più negare l’irresponsabilità di un leader che agita le piazze mentre muoiono ancora decine di persone.
Dunque, se si arrivasse alla conta nel partito nulla è scontato. Di tutte queste belle cose, però, agli italiani interessa niente.
Quello che ci si aspetta dalla politica è risolvere i problemi, e serietà nell’affrontarli, non slogan imbroglioni o la caccia alle poltrone.
Perciò le battaglie interne alla Lega o la pretestuosa resistenza al Green Pass sono indecorosi quanto le accuse alla Lamorgese per tenere vivo il terrore degli immigrati, storicamente argomento acchiappa consensi delle destre, o fantasticare di irrealizzabili blocchi navali come fa la Meloni, a meno che non si pensi davvero di comprare migliaia di corazzate (le coste italiane sono lunghe) e poi sparare sui barchini.
(da La Notizia)

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LA VERITA’ SULL’ESCLUSIONE DELLA LISTA DELLA LEGA A NAPOLI: IL RITARDO NELLA PRESENTAZIONE ERA RIMEDIABILE, LA MANCATA PRESENTAZIONE DEL CONTRASSEGNO NO

Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile

NON CI SI PUO’ RIDURRE ALL’ULTIMO MOMENTO PER LE BEGHE INTERNE, L’ERRORE E’ CLAMOROSO E RIVELA PRESSAPPOCHISMO

Il Tar della Campania ha bocciato il ricorso delle due liste civiche “Catello Maresca” e “Catello Maresca sindaco” che erano state escluse dalla scheda elettorale per le elezioni al Comune di Napoli del 3 e 4 ottobre.
Stessa decisione per quanto riguarda “Prima Napoli”, lista di riferimento della Lega, e per “Movimento Quattro Zampe Partito Animalista”. L’ex pm Maresca ha annunciato che farà ricorso al Consiglio di Stato
Non è stato il ritardo nella presentazione della lista, avvenuto un minuto oltre il limite previsto, ma l’assenza di contrassegno elettorale a motivare la sentenza della seconda sezione del Tar della Campania che ha respinto il ricorso presentato contro l’esclusione di Prima Napoli.
“La mancata presentazione del contrassegno nelle forme di legge – si legge nel provvedimento del Tar – è sufficiente a giustificare l’esclusione dalla lista”. Inoltre, la “costante giuriprudenza del Consiglio di Stato ha sempre ritenuto causa di esclusione l’omessa presentazione del contrassegno di lista”.
Rilevato, invece, “superabile alla luce della giurisprudenza invocata dai ricorrenti” il problema della tardività della presentazione della lista.
(da agenzie)

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SE NON CI FOSSE, MICHETTI BISOGNEREBBE INVENTARLO

Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile

IL CASO UNICO DI UN CANDIDATO CHE PERDE 7 PUNTI RISPETTO ALLA COALIZIONE CHE LO SOSTIENE… E IERI HA PURE DATO BUCA ALLA MELONI… L’UNICO CHE CI CAPISCE QUALCOSA E’ BERLUSCONI: “SE SI PERDE IN TUTTE LE GRANDI CITTA’ RISCHIA DI SALTARE L’ALLEANZA”

Se non ci fosse Michetti bisognerebbe inventarlo. Nella storia delle campagne elettorali non si è mai sentito un candidato non presentarsi ad un convegno organizzato da uno dei big della sua coalizione, oltretutto da colei che lo ha voluto nella politica che conta.
“Non sono andato da Meloni? Avevo un’agenda fitta, ho ritardato su Roma. Figuriamoci se non vado da Giorgia che l’aveva organizzata proprio per me”.
Questa la “giustificazione di Enrico Michetti, candidato sindaco di Roma per il centrodestra.
“Abbiamo fatto tanti confronti – ha aggiunto Michetti – In un’occasione sono andato via perché è finita in rissa e nell’altra perché mi aspettavano 250 tranviari da una mezzora e al convegno erano in ritardo e non mi davano la parola. Ho un’agenda serrata e devo ancora girare buona parte di Roma”.
Il problema però è che dalle parti del vertice di Fratelli d’Italia non hanno affatto preso bene il forfait del “loro” candidato sindaco.
Nel frattempo, tutti si stanno finalmente accorgendo quello che noi andiamo scrivendo da tempo e cioè che il candidato sindaco di Roma Michetti è segnalato dai sondaggi (quelli seri, sono rari ma ci sono) molto al di sotto delle liste che lo sostengono; in sostanza fa perdere voti.
Tant’è che (sempre sperando in un improbabile miracolo) i partiti del centrodestra si stanno già ritagliando un vero e proprio Piano B in caso di sconfitta. Piano che prevederebbe per FdI di puntare comunque ad essere il primo partito della capitale, per la Lega di dare la colpa della sconfitta alla Meloni “incapace di scelte di governo” e per Forza Italia galleggiare in un ‘aurea di mediocrità (del loro candidato di punta, la Matone si sono perse del tutto le tracce).
Al momento solo il Cavaliere, che nonostante tutto è l’unico statista in circolazione nel centrodestra, sembra avvertire il rischio mediatico/politico che corre la coalizione se ad ottobre perderà tutte insieme Roma, Milano e Napoli:
“A quel punto la valanga potrebbe travolgere l’intera coalizione e mettere a repentaglio persino la futura vittoria alle politiche” spiega un fedelissimo dell’uomo di Arcore.
In poche parole, perdendo le principali città italiane il centrodestra potrebbe perdere anche quell’aura di “invincibilità” che finora la vorrebbe colazione maggioritaria nel paese.
(da TPI)

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SONDAGGIO IPSOS COMUNALI TORINO: ORA IL CENTRODESTRA RISCHIA DI PERDERE PURE A TORINO

Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile

DAMILANO E LO RUSSO DIVISI DA SOLI 3 PUNTI, DECISIVI I VOTI DEL M5S AL BALLOTTAGGIO CHE VEDE LO RUSSO VINCERE CON IL 52%

Il centrodestra dovrebbe chiudere in vantaggio il primo turno. Ma alla seconda tornata, i grillini potrebbero portare al centrosinistra le schede sufficienti a conquistare la Sala Rossa
Torino, elezioni comunali del 3 e 4 ottobre. Ai blocchi di partenza ci sono 13 candidati sindaco. Nella fotografia del sondaggista Nando Pagnoncelli – per il Corriere – Paolo Damilano, che corre per il centrodestra, risulta il più noto dagli elettori (il 69% lo conosce). Segue Stefano Lo Russo, del centrosinistra, (66%) e la grillina Valentina Sganga (60%).
Le percentuali che inquadrano la riconoscibilità dei candidati rispecchiano il posizionamento che, secondo il sondaggio, i tre raggiungeranno al primo turno: il 42% delle preferenze dovrebbe andare a Damilano, il 39% a Lo Russo e il 9,5% a Sganga. Intenzioni di voto che, però, sono da considerare «con grande cautela, non solo per il margine di errore statistico, ma soprattutto in considerazione del fatto che una parte non trascurabile di elettori decide sempre più spesso a ridosso del voto, cambiando non di rado il proprio orientamento negli ultimi giorni», affermo lo stesso Pagnoncelli. Un torinese su quattro, infatti, si è dichiarato ancora indeciso alla rilevazione fatta dal sondaggista.
Damilano, dunque, avrebbe un vantaggio su Lo Russo insufficiente a garantirgli l’accesso alla Sala Rossa già dal primo turno.
Ed è al ballottaggio che le cose potrebbero complicarsi per il centrodestra. Alla seconda tornata le stime di Pagnoncelli danno Lo Russo al 52%, Damilano al 48%.
Il sorpasso del centrosinistra sarebbe favorito dagli elettori di Sganga: il 65% di loro, al ballottaggio, sembrerebbe disposto a sostenere il centrosinistra, non restituendo il favore fatto dalla destra torinese cinque anni fa che, allo spareggio tra Chiara Appendino e Piero Fassino, contribuirono alla vittoria della sindaca 5 stelle.
Tornando alle elezioni che si terranno tra tre settimane, la lista più suffragata al momento sembrerebbe quella del Pd, con il 31,2% dei consensi, seguita dalla Lega, al 20%, da Fratelli d’Italia e Forza Italia, entrambe al 9,5%.
(da agenzie)

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IL CONVEGNO ANTISCIENTIFICO AL SENATO HA FATTO ARRABBIARE ANCHE BURIONI

Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile

SI E’ PARLATO DI CURE BOCCIATE DALLA COMUNITA’ SCIENTIFICA PERCHE’ DEL TUTTO INEFFICACI CONTRO IL COVID

Da una parte ci sono governo e istituzioni che stanno provando a convincere gli “scettici” a vaccinarsi contro il Covid.
Dall’altra troviamo alcuni senatori della Lega che organizzano un evento-convegno per parlare di cure (e prevenzione) contro la malattia dando spazio a personaggi che portano avanti tesi già smentite da studi e dalla comunità scientifica.
E lo hanno fatto all’interno di una delle stanze di Palazzo Madama, rendendo il tutto ancor più paradossale. E quanto andato in scena nella giornata di lunedì ha fatto arrabbiare molte persone, tra cui Roberto Burioni.
La slide pubblicata ripresa dall’immunologo è stata pubblicata sui social da Giovanni Rodriquez, giornalista che ha seguito per Huffington Post l’intero evento, raccontando tutte le contraddizioni – rispetto ai pareri già espressi e già noti della comunità scientifica (all’interno della quale inseriamo anche Aifa, Ema, Fda e OMS) – emerse durante questo convegno denominato “International Covid Summit”.
Si tratta di un documento che mostra le fasi di terapia per pazienti affetti da Covid, citando – tra le tante “cure” – anche idrossiclorochina e ivermectina.
Si tratta di due prodotti off label molto in voga nella fronda no vax, ma già al centro di studi clinici che hanno attestato la non efficacia per trattare l’infezione da Sars-CoV-2 (comprese tutte le sue varianti) e la malattia generata dal virus.
Eppure tutto questo è andato in scena al Senato, grazie ai senatori leghisti Alberto Bagnai e Roberta Ferrero. Con il messaggio e il plauso della Presidente dei Palazzo Madama Casellati, che ha parlato di “prestigioso evento internazionale”.
Insomma, la rabbia di Burioni (e non solo) sembra essere legittima. Il tutto mentre i malumori emergono anche nella Lega, con Matteo Salvini – come riporta Il Corriere della Sera – che dice addirittura di non aver saputo nulla di quel convegno fino a domenica sera.
(da NextQuotidiano)

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