Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile
O MENTE O NON LEGGE I GIORNALI O NON CONTA PIU’ UNA MAZZA
Impegnato ad attraversare l’Italia in lungo e in largo per sostenere i vari
candidati del centrodestra impegnati alle prossime elezioni Amministrative (in programma il 3 e il 4 ottobre), Matteo Salvini sembra aver completamente perso il timone del suo partito. Era già accaduto in piena estate, quando alcuni nomi di spicco della Lega sono scesi in piazza (e hanno organizzato) manifestazioni contro il Green Pass.
E questo canovaccio si è ripetuto lunedì, quando al Senato è andato in scena un convengo – organizzato da una senatrice del Carroccio – in cui si è parlato di cure domiciliari contro il Covid già bocciate dagli studi e dalla comunità scientifica. Ma il segretario della Lega di tutto ciò ne sapeva poco. Anzi, nulla.
Tutto a sua insaputa, o quasi. Perché dopo lo scoppio delle polemiche, dagli uffici di via Bellerio è partita la corsa alle giustificazioni.
E, come da prassi, il miglior modo per cercare di mettere un tappo al vaso delle polemiche è il puntare tutto su un concetto molto caro ai politici: “A sua insaputa”. Come riporta Il Corriere della Sera, infatti, lo staff di Matteo Salvini ha detto che il segretario della Lega non fosse al corrente di quell’evento e dei contenuti che sarebbero stati trattati (e neanche, aggiungiamo noi, degli ospiti invitati dagli organizzatori del Carroccio).
Dalla Lega si apprende che: Matteo Salvini nulla c’entra con il convegno, iniziativa di «una singola parlamentare». Che fino all’altro ieri sera il leader leghista neppure era informato dell’appuntamento; e che il senso dell’iniziativa era quello del sostegno alle cure domiciliari.
Il tutto corredato da un messaggio inviato nel primo pomeriggio (quando la storia del convegno ha iniziato a circolare sui social provocando polemiche) a tutti i parlamentari della Lega: “Per evitare polemiche e fraintendimenti relativi agli ospiti o ai contenuti delle conferenze stampa e dei convegni organizzati alla Camera o al Senato con il supporto della struttura della Lega, vi chiediamo un confronto preventivo con i capigruppo e l’ufficio stampa sull’opportunità politica e di comunicazione degli eventi stessi”.
Insomma, il segretario è impegnato in giro per l’Italia. Non fategli fare (altre) figuracce.
(da agenzie)
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Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile
SALA 51,4%, BERNARDO 37,2%… BATOSTA LEGA: PERDE META’ DEI VOTI RISPETTO ALLE EUROPEE….FDI A UN SOFFIO DAL SORPASSO, MALE FORZA ITALIA
I sondaggi indicano che Beppe Sala sarà sindaco di Milano per un secondo mandato. È una partita a due, con il pediatra Luca Bernardo sostenuto dal centrodestra, malgrado il numero più alto di candidati (13) degli ultimi venti anni. Sala può chiudere i giochi al primo turno.
Il sondaggio realizzato da YouTrend per il gruppo Gedi vede Sala al 51,4%, con Bernardo ben 14 punti indietro, al 37,2%. Un margine che si allarga in caso di ballottaggio, con Sala al 64,2% e Bernardo al 35,8%.
E i 5 stelle? Layla Pavone, la manager voluta da Giuseppe Conte per lanciare il nuovo corso del Movimento al Nord, si fermerebbe addirittura al 4,6 per cento.
La vittoria di Sala al primo turno è “uno scenario in questo momento possibile”, sostiene il direttore di YouTrend Lorenzo Pregliasco.
La prima ragione è rintracciabile “nel giudizio sull’amministrazione comunque positivo”: il 58,2% del campione – 804 intervistati – promuove la giunta Sala.
Ma a influire sul risultato potrebbe essere, guardando nell’altro campo, anche una candidatura, quella di Bernardo, “arrivata tardi, tra molte incertezze, e in un contesto in cui a lungo sembrava che nessuno volesse assumersi questa responsabilità”.
Tra i partiti, il Pd resta primo con il 27,6% (era al 36% alle Europee, al 29 alle scorse Comunali).
Ma nel derby della destra, il rischio sorpasso c’è. La Lega sarebbe ancora in vantaggio con il 14,1% (contro il 27,4 dell’exploit alle Europee e l′11,8% del 2016). Ma, persino nella città di via Bellerio, la concorrenza di Giorgia Meloni, che supera Matteo Salvini in fiducia personale, si fa sentire.
Fratelli d’Italia si arrampica fino all′11,3% (nell’ultima sfida per Palazzo Marino era al 2,4%, nel 2019 al 5,2), a un soffio da una Lega che, per la prima volta dal 1993, non schiera il suo “Capitano” in lista.
Non si arresta, invece, il crollo di Fi. Nella sua Milano, il partito di Berlusconi non andrebbe oltre il 7,9%. Nel 2016, volava al 20 per cento.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile
LO SBARCO AL SUD E’ DIVENTATO UN NAUFRAGIO, A NAPOLI ESCLUSE LE LISTE PRO MARESCA
A Milano per la prima volta dal ’93, da quando entrò a Palazzo Marino al
seguito del sindaco Formentini, Matteo Salvini non si candida a consigliere comunale, cedendo il posto da capolista alla “civica” Annarosa Racca che avrebbe voluto far correre da prima cittadina.
A Napoli, invece, la presentazione di una lista leghista a sostegno del pm Catello Maresca era appesa a un filo che si è spezzato: esclusa sul filo di lana per due minuti di ritardo nella presentazione, anche il ricorso è stato respinto dal Tar (insieme a quello di due civiche).
Una beffa, a cui qualcuno dà un connotato doloso e un’interpretazione maliziosa: evitare di contarsi in una città dove un sondaggio del “Mattino” sulle intenzioni di voto a 21 giorni dalle comunali ha collocato la Lega al 2,9% con FdI al 7,4% e Fi al 5,6%.
Insomma: la Lega “lepenista” non si concentra più sulla Lombardia (dove, addirittura, rischia il sorpasso da meloniani che cercano “un voto in più”) ma lo “sbarco al Sud” rischia di trasformarsi in un naufragio.
E non basta la trincea della Calabria – dove le rilevazioni danno Occhiuto in vantaggio e dove Salvini concluderà la campagna elettorale – per sedare il nervosismo che attanaglia via Bellerio.
Le amministrative, questo al leader è chiaro, saranno anche un test sulla sua linea di lotta e di governo. Che, sul secondo versante, ha ancora diversi nodi da sciogliere, oltre al malumore unanime dei governatori per i distinguo sul green pass.
Dopo la netta intervista di Zaia al “Corsera”, altrettanto chiare le parole del ministro Giorgetti dopo un incontro con gli imprenditori in Umbria: “Estendere il green pass a tutti i lavoratori è un’ipotesi in discussione. L’esigenza delle aziende è di avere sicurezza per chi opera nei reparti. Credo, quindi, che si andrà verso un’estensione senza discriminare nessuno, possibilmente”.
Perché, ha spiegato, “soltanto un contagiato, al netto delle conseguenze sanitarie rischia di far chiudere tutta l’azienda. Dobbiamo dare un sistema di certezze”.
Anche l’incontro di Salvini con Draghi, auspicato e reclamizzato, non è ancora in calendario. Né lo è quello con la ministra Lamorgese, che non ha risposto porgendo l’altra guancia alle ruvidezze salviniane.
Fino al 3 ottobre, tuttavia, la prima preoccupazione del quartier generale salviniano sono le comunali. Sarà il responso delle urne a mettere o meno l’attuale gestione sulla graticola.
A Roma, il segretario è riuscito a frenare il malcontento di Claudio Durigon, che si è dimesso da sottosegretario dopo la gaffe sul parco da intitolare al fratello di Mussolini dietro la promessa di una promozione nei ranghi del partito.
Raccontano però che la prospettiva di una sua nomina a vice-segretario non abbia fatto felice l’ala governista. E che, dunque, tutto sia ancora in stand-by, sebbene Durigon abbia smentito le voci che lo davano in avvicinamento a FdI.
A Napoli la situazione non è più tranquilla.
Il “Mattino” – che titolava “Polveriera centrodestra” – ha rivelato come i rapporti tra la Lega, che ha voluto Maresca candidato, e l’aspirante sindaco, sono ai minimi termini. Casus belli, il protagonismo dell’ex pm sulle liste che ha portato a un patto di ferro con gli azzurri a spese di leghisti e meloniani.
Salvini sabato ha portato il suo tour elettorale a Benevento, Caserta e Salerno snobbando platealmente proprio il capoluogo. Una rabbia fredda che però non riavvicina la Lega a FdI, che avrebbe voluto in corsa l’avvocato Sergio Rastrelli, figlio dell’ex governatore missino della Campania.
Ora, il Tar ha spento le speranze di una lista leghista (sia pure con l’escamotage del nome “Prima Napoli” perché da quelle parti il simbolo del Carroccio certo non traina). E resta, come in ogni thriller che si rispetti, l’incognita su come finirà la – agguerrita – partita elettorale.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile
“COSI’ CI SIAMO ORGANIZZATI: PULIAMO STRADE E SCUOLE”
“Ci chiamano parassiti ma noi ci siamo messi al lavoro”, dice subito Pasquale D’Amato dall’associazione Basta Volerlo di Palermo. Gli fanno eco Mimmo Ippolito e Toni Guarino: tutti sono parte di questa associazione fondata “appena abbiamo iniziato a ricevere il reddito di cittadinanza, nel 2019”, spiegano.
Un’associazione nata per svolgere lavori socialmente utili e “restituire allo Stato quel che riceviamo”, sottolineano. Sono 80 persone circa, di cui 50 percepiscono la misura introdotta dal primo governo Conte.
Puliscono le strade, le scuole, hanno fatto servizio anti-assembramento durante la pandemia, vanno dove sono richiesti: “All’inizio ci chiamavano poco, poi sempre più spesso”, spiega D’Amato. Un servizio che dovrebbe essere previsto dall’amministrazione comunale, con i cosiddetti Progetti di pubblica utilità. “Ma il sindaco non lo ha mai attivato”, sottolineano i tre.
Nel frattempo hanno fatto da soli, auto organizzandosi e restando in attesa di un impiego: “Mai neanche un’offerta di lavoro in due anni”, indica D’Amato.
E comincia raccontare la sua storia: “Ho sempre lavorato, sin da quando ero ragazzino, ora ho 45 anni. Prima di prendere il reddito facevo l’ambulante, vendevo frutta. Lavoravo dalle 5 del mattino fino alle 9 di sera, senza sosta, al mercato ortofrutticolo. Tornavo a casa dopo 16 ore di lavoro, qualche volta senza guadagnare nulla, soprattutto d’estate, quando il gran caldo fa marcire la frutta. Altre volte riuscivo a guadagnare da 20 a 25 euro. E dovevo decidere che fare con quei soldi: pagare l’affitto o dare da mangiare a mia moglie e mio figlio. E così mi hanno notificato lo sfratto”.
Con il reddito, però, la vita diventa più sopportabile: “Adesso pago l’affitto con regolarità e ho sempre il cibo in frigo, sono riuscito anche a comprare dei giochi per mio figlio di sei anni: sono importanti i giochi per un bambino”.
Ma non senza fare nulla: “Nessuno vuole prendere soldi a sbafo. Ci siamo messi subito al lavoro ma abbiamo incontrato solo difficoltà: all’inizio abbiamo messo 1 euro a testa – eravamo una trentina – per comprare sacchi per l’immondizia e qualche scopa, poi le richieste sono diventate sempre di più, in quella scuola, o in quell’istituto, e c’era da spendere troppo per tutti i servizi, così abbiamo chiesto alla Rap (la partecipata comunale che si occupa della raccolta di rifiuti a Palermo, ndr) di donarci delle scope e dei sacchi. E lo hanno fatto”.
Ma poco dopo è arrivato lo stop: “In consiglio comunale hanno presentato un’interrogazione – continua D’Amato – Si sono riuniti tre volte, spendendo migliaia di euro in gettoni per sottoscrivere che per dare 200 euro di scope a qualcuno bisogna prima passare dal consiglio comunale, invece di aiutarci: questa è la politica”. Un’amministrazione quella di Palermo “inadempiente”, sottolineano loro, perché non ha attivato i puc, i Progetti di pubblica utilità, previsti da un decreto del ministero del Lavoro già da gennaio del 2020: “Noi eravamo attivi già da prima del decreto, ci diamo da fare, mentre ci mettono i bastoni tra le ruote, mentre la gente ci guarda male e ci chiama parassiti…”. A questo punto D’Amato interrompe il racconto, prende fiato, e riprende: “Mi scusi lo sfogo ma c’è un clima pesantissimo contro di noi e molti non reggono psicologicamente”.
“Mi rivolgo direttamente a Meloni e Salvini”, interviene allora Toni Guarino. E insiste: “Ci chiamano fannulloni, ma non è così: da anni chiediamo l’apertura dei puc ma a Palermo siamo indietro. Nonostante tutto noi ci mettiamo a disposizione volontariamente per la città. Siamo pronti a scendere in campo contro questi due partiti che si sono accaniti contro la gente facendo di tutta l’erba un fascio, mettendo i propri figli gli uni contro gli altri. Lo Stato dovrebbe essere come un padre di famiglia, e quale padre metterebbe contro i suoi figli e non darebbe a chi ha più bisogno?”.
Guarino, 41 anni, ho lavorato in ditte per la pulizia, poi dal 2012 anche come animatore turistico nei villaggi: “Poi la ditta è fallita e non ho più trovato lavoro”. Ha tre figli, il più grande di 21 anni: “Ancora non ha un lavoro, mandiamo curriculum a tutti ma ci propongono solo paghe che neanche uno schiavo”.
E sottolinea: “C’è una campagna di denigrazione contro di noi, ma non pensano che siamo persone, esseri umani, che vogliono vivere dignitosamente e lavorare. Certo, ci sono anche i fannulloni, come ci sono i finti invalidi, ma questo non vuol dire che non ci siano gli invalidi veri”.
Scuote la testa Domenico Ippolito, 51 anni: “Lavoravo al mercato di Ballarò, come ambulante. Poi nel 2020 ho avuto un infarto e non posso più farlo”.
Ippolito ha tre figli di 24, 21 e 8 anni: “I più grandi studiano: il primogenito come tecnico informatico, la seconda all’alberghiero. Speriamo in un futuro più dignitoso per loro e per la piccola di 8 anni”.
Ma vorrebbe lavorare? “Certo e accetterei qualsiasi cosa, mi basta non lavorare più in nero. Come si fa a vivere senza diritti? Se tornassi a lavorare in nero in che pensione potrei sperare?”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile
IL PATRIOTA CURDO SHOAN VAISI E’ FUGGITO DALL’IRAN 10 ANNI FA, OGGI SI CANDIDA IN GERMANIA: POTREBBE ESSERE IL PRIMO MIGRANTE A ENTRARE IN PARLAMENTO
“Sono partito da zero. Mi sono chiesto chi ero, cosa volevo studiare. Il mio
diploma in Germania era carta straccia, avevo bisogno di un corso di lingua e di un lavoro. La passione per la politica era lì, in attesa”.
Dieci anni dopo, del viaggio che gli ha cambiato la vita Shoan Vaisi parla sorridendo e in tedesco fluente. Ha 31 anni, la cittadinanza da quattro e finalmente il tempo di rispolverare quella passione per la politica che in patria gli è quasi costata la vita. Si è candidato con il partito di sinistra Die Linke. Se otterrà abbastanza voti alle prossime elezioni, sarà il primo migrante in Parlamento.
A Sanandaj – città curda sul confine tra Iran e Iraq – Vaisi ha lasciato una famiglia numerosa e portato con sé la disciplina del pugilato, lo sport che pratica da sempre. “Mi ha salvato anche appena arrivato, se non avessi incontrato i ragazzi della palestra non so se sarei rimasto”, dice.
Vaisi, che è curdo e dunque parte di una minoranza perseguitata nel suo Paese, cresce con tre bussole: giustizia, parità di genere, rispetto dei diritti di tutti. Si iscrive a un’organizzazione di sinistra, prepara dimostrazioni e letture di libri sgraditi alle autorità religiose.
“Sapevo di avere le ore contate, gli arresti aumentavano e ho preferito lasciare casa, piuttosto che accettare il silenzio pur di rimanere”. Fugge, per questo la tragedia afghana gli riporta alla mente un dolore antico.
Raggiunge l’Europa dopo un viaggio lungo sei mesi. “In Turchia sono quasi affogato, in Grecia mi hanno messo in carcere. Non ho scelto questo Paese, andava bene qualsiasi luogo in cui mi sentissi al sicuro”. A Essen, Germania occidentale, lavora in un supermercato di giorno e studia la sera. Oggi è sposato, padre da poco, ha un impiego come assistente sociale. Poco tempo libero e la voglia di aggiungere un altro tassello alla sua storia di riscatto personale.
Die Linke è il prosieguo naturale dell’attivismo di sinistra svolto in Iran, ma, racconta il settimanale tedesco Die Zeit, l’ultima spinta a candidarsi arriva da un collega, Tareq Alaows.
Condividono un passato in fuga – Alaows è siriano ed è in Germania dal 2015 – e l’impegno politico. Alaows è nei Grünen, i verdi, e prima di ricevere minacce di morte aveva deciso di correre alle prossime elezioni. Ma gli attacchi lo convincono a ritirarsi.
Vaisi decide di portare a termine il percorso intrapreso dall’altro, diventare il primo migrante in Parlamento. E non perché sia una bandiera, ma “perché nella nostra società tutti hanno il diritto di essere rappresentati, anche le minoranze”, dichiara. Lui e la moglie soppesano i rischi, temono l’ennesimo impegno prosciughi il tempo da trascorrere insieme. Alla fine la decisione è presa, Shoan Vaisi si candida.
Certo tedeschi ed europei, sostiene, dovrebbero adoperarsi di più per la cultura dell’accoglienza. È paradigmatica la situazione afghana: “Il nostro governo ha lasciato soli i collaboratori a cui aveva promesso una via di fuga. Le lungaggini burocratiche hanno pesato sui tempi delle evacuazioni e qualcuno è rimasto indietro. Un disastro”. In Germania diversi politici – tra cui il candidato della CDU Laschet e il leader della CSU Söder – hanno sottolineato di non voler ripetere le vicende accadute nel 2015, l’anno in cui secondo le stime del ministero dell’Interno arrivarono in Germania oltre 800 mila richiedenti asilo.
Vaisi lo ritiene inaccettabile: “Sono altre le date che non dovrebbero ripetersi, il 1939 per esempio, non certo un momento della storia in cui abbiamo imparato la cultura dell’accoglienza”.
L’egoismo che denuncia Vaisi è trasversale, dalla Germania si allarga al contesto europeo. L’Austria e il blocco di Visegrád costituito da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria sono riluttanti ad accettare i migranti.
E sulla politica migratoria pesano i limiti del nuovo patto sulla migrazione e sull’asilo, ancora basato sulla solidarietà volontaria. Per questo, dichiara Shoan Vaisi: “Se entrassi in Parlamento mi impegnerei per dare alla politica un volto umano, che vuol dire non lasciar affogare nessuno”.
Chi lo sa meglio di lui, in mare stava per perdere la vita. Poi, aggiunge, lavorerebbe per modificare il regolamento di Dublino e aiutare i paesi più esposti ai flussi di migranti, tra cui l’Italia.
La sua storia attira parole di incoraggiamento e critiche, alcune poco costruttive. D’altronde, dice, la Germania ha un problema con l’estremismo di destra, basta guardare agli attentati di matrice xenofoba avvenuti a Halle e Hanau.
“Sono aperto al dialogo, ma non con chi per le mie origini mi esclude a priori dal dibattito. Mi accusano di non essere un vero tedesco, ma io sono parte di questa società e lotterò sempre per far sentire la mia voce”.
(da Huffingtonpost)
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