Settembre 15th, 2021 Riccardo Fucile
OCCHIUTO AL 39,8%, BRUNI AL 39,1%… LA CANDIDATA DEL CENTROSINISTRA CONTINUA A CRESCERE
Si prospetta un testa a testa tra Roberto Occhiuto e Amalia Bruni per la guida della Regione Calabria.
Secondo l’ultimo sondaggio di Winpoll, commissionato da Scenari Politici, il 3 e 4 ottobre sarà lotta a due nelle urne, con Luigi De Magistris molto staccato rispetto agli altri due contendenti e l’ex governatore Mario Oliverio accreditato di appena il 2,5% di preferenze.
Stando alla rilevazione dell’istituto – realizzata tra il 12 e il 14 settembre – il candidato del centrodestra Occhiuto, capogruppo di Forza Italia alla Camera, raccoglie ad oggi il 39,8% di voti. Incollata, a meno di un punto percentuale, Amalia Bruni, la scienziata allieva di Rita Levi Montalcini scelta dal centrosinistra: è accreditata del 39,1%.
La sfida è quindi apertissima, tenendo conto della forchetta d’incertezza del sondaggio (2,8%) e della fetta di calabresi (il 37%) che ancora non sa chi voterebbe o se andare alle urne.
Convincere gli indecisi o riuscire a portare elettori ai seggi sarà quindi uno degli snodi della battaglia tra Occhiuto, sostenuto da 7 liste, e Bruni, supportata da 6 liste.
Apparentemente fuori dai giochi, invece, De Magistris: il magistrato e sindaco di Napoli raccoglierebbe il 18,6% di voti con le sue sei liste civiche. Quarto, con una percentuale inferiore al 3, l’ex presidente Oliverio.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2021 Riccardo Fucile
IPSOS: MANFREDI AL 45,5%, MARESCA AL 29,5%… YOUTREND: LEPORE AL 60,1%, BATTISTINI AL 32,5%
L’alleanza tra centrosinistra e Movimento 5 stelle vincente sia a Napoli che a
Bologna.
A poco più di due settimane dal voto, gli ultimi sondaggi sulle prossime elezioni comunali premiano Gaetano Manfredi e Matteo Lepore, con quest’ultimo accreditato di un’ampia vittoria già al primo turno.
A Napoli la rilevazione di Ipsos per il Corriere della Sera stima l’ex ministro al 45,5%, con un vantaggio largo sul candidato del centrodestra Catello Maresca, fermo al 29,5%.
Il M5s è primo partito con il 18,6% delle preferenze, seguito dal Pd al 17,4%.
A Bologna il sondaggio You-Trend per il gruppo Gedi vede invece Lepore addirittura doppiare il civico sostenuto dal centrodestra, Fabio Battistini: 60,1% di preferenze contro 32,5%.
Secondo i sondaggi, quindi, nelle due città gli elettori premieranno l’alleanza giallorossa. Per Manfredi sarà difficile arrivare alla vittoria al primo turno, anche se il sondaggio Ipsos è stato concluso quando ancora non era nota la sentenza del Tar che ha escluso la lista della Lega e due civiche a sostegno di Maresca.
Allo stesso tempo, un elettore su quattro (24%) è ancora indeciso sul voto al candidato sindaco. Manfredi però, secondo la rilevazione, può essere tranquillo in vista del secondo turno.
Sia gli elettori di Antonio Bassolino (l’ex sindaco ed ex presidente della regione è stimato all’11%) che di Alessandra Clemente (l’ex assessore di de Magistris è a sua volta accreditata di un 11%) dichiarano in larga parte che voteranno Manfredi a un eventuale ballottaggio.
A Bologna invece il secondo turno sembra ad oggi un ipotesi remota. You-Trend prevede una vittoria schiacciante di Lepore, già assessore alla Cultura e al Turismo, persino meglio del 57,4% ottenuto da Sergio Cofferati.
Anche in questo caso un successo dell’alleanza M5s-Pd, anche se qui i democratici superano il 40%, mentre i pentastellati sono fermi all’8,1%.
Voti comunque determinanti per garantire la vittoria al primo turno. Anche se potrebbero fare meglio Coalizione Civica, la lista promossa anche da Elly Schlein, e la civica sponsorizzata dalla renziana Isabella Conti: entrambe punta a sfondare il 10%. Nel centrodestra invece la competizione è più che altro interna: Fratelli D’Italia è stimata all’11,9% e si avvicina alla Lega, che ancora mantiene un 16,3%.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2021 Riccardo Fucile
NO IN COMMISSIONE ALL’ESTENSIONE NELLE SCUOLE DOPO AVER DETTO SI’ IN CONSIGLIO DEI MINISTRI… ALTRA GIRAVOLTA DI UN PARTITO IN PREDA AL CAOS
La Lega si sdoppia di nuovo. Come era già avvenuto con il primo decreto Green pass, i deputati del Carroccio fanno la giravolta rispetto a quanto votato dai rappresentanti del loro partito nel governo: dopo aver approvato in Consiglio dei ministri il decreto di estensione del certificato verde nelle scuole, il secondo dell’esecutivo su questa materia, oggi, insieme a Fratelli d’Italia, i leghisti hanno espresso un voto contro il parere allo stesso provvedimento in commissione Cultura della Camera.
Il resto della maggioranza – comprese le altre forze di centrodestra come Forza Italia e Coraggio Italia – ha votato a favore.
Il dietrofront arriva alla vigilia dell’annunciato via libera al “Super Green pass” che porterà all’obbligatorietà per tutti i lavoratori, sia nel pubblico impiego che nelle aziende private.
E segna solo l’ultima scollatura sia tra il Carroccio e il resto della maggioranza che all’interno dello stesso partito.
Sul tema del certificato verde i distinguo non si contano neanche più. Tutto era iniziato con il voto dei leghisti in commissione Affari Sociali sul primo decreto relativo al Green pass, quando Claudio Borghi e gli altri deputati si erano accodati alla richiesta di soppressione avanzata da Fdi. Eppure il provvedimento era stato votato in Consiglio dei ministri da Giancarlo Giorgetti e dagli altri rappresentanti del Carroccio.
Quindi era stata la volta della battaglia in Aula, con un altro voto insieme ai meloniani sull’astensione dall’obbligo per i minori di 18 anni. Alla fine – pur con poche presenze tra i banchi del Carroccio – era arrivato il via libera alla Camera.
In cambio di quella che il capogruppo Riccardo Molinari aveva definito una “trattativa” che avrebbe interessato la gratuità dei tamponi salivari, l’estensione della validità del tampone a 72 ore e l’assicurazione che non sarebbe cresciuti gli ambiti di applicazione dell’obbligatorietà.
Il presidente del Consiglio Mario Draghi aveva subito gelato l’esultanza leghista annunciando che il governo sarebbe andato avanti con nuovi settori della vita sociale condizionati al possesso del Green pass. E negli scorsi giorni non sono mancati i via libera – più o meno alla luce del sole – da parte dei big della Lega, ad iniziare dal ministro Giorgetti e fino ai governatori Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana. Intanto, nei lavori in commissione, continua la ‘guerra tattica’ e il gioco di sponda con Fdi.
“Stop strumentalizzazioni sulla pelle degli studenti. Siamo contrari ad uno strumento che li ghettizzi e li discrimini: il diritto allo studio non è negoziabile. Per questa ragione abbiamo espresso voto contrario al Dl Green pass in Commissione. La scuola, come il lavoro, è un diritto fondamentale”, scrivono in una nota i deputati leghisti in commissione Cultura.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2021 Riccardo Fucile
DALLA FOLGORAZIONE PER BOSSI AL RAPPORTO CON GIORGETTI E ZAIA
È forse il miglior rappresentante della Lega dalla faccia pulita, misurata,
istituzionale. Non certo un tipo da comizio al Papeete Beach con mojito e crocifisso che ballonzola sul petto nudo.
Alla Camera, nei suoi quattro anni da capogruppo, dal 2014 al 2018, si è guadagnato una stima trasversale per la sua correttezza. Mai fuori posto, mai sbracato, una specie di genero ideale per ogni mamma, ospite perfetto al pranzo domenicale.
Eppure Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli Venezia-Giulia dall’aprile 2018 (vinse con oltre il 57 per cento di preferenze) e presidente della Conferenza delle Regioni dallo stesso mese di quest’anno, è uno che sa colpire con pugno di ferro in guanto di velluto, che non sbrodola mai, ma sa essere tagliente come un bisturi.
Ed è ormai uno degli alfieri della Lega del ricco Nord, quella pragmatica che governa i ceti produttivi delle aree-locomotiva del Paese. Per molti anni è stato considerato un fedelissimo di Matteo Salvini, ma poi, durante la legislatura 2013-2018, qualcosa si è rotto.
Non a caso si malignò da più parti che tre anni fa, all’indomani della sua riconferma in Parlamento, lo stesso Capitano lo avesse ardentemente spinto verso la candidatura in Regione, con una facile previsione di successo, per toglierselo dalle scatole a Roma: insomma, una specie di promoveatur ut amoveatur.
Oggi Fedriga continua a essere rigidamente allineato al capo sui temi dell’immigrazione, ma quando si parla di pandemia, vaccini e Green Pass, le sue uscite lo iscrivono in modo netto all’ala che fa capo al ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e che fa sponda anche con il titolare del Turismo Massimo Garavaglia, quella sorta di fazione che sta mettendo all’angolo il leader del Carroccio.
Ormai i distinguo sono diventati una divaricazione vera e propria, che nessuno più cerca di nascondere. Non per niente, sul certificato verde anti-Covid Fedriga ha sentenziato come un Brunetta qualunque: «Nuovi lockdown sarebbero insostenibili per il Paese. Il Green Pass è uno strumento per tenere aperto».
Morale? Può dirsi avvisata la Lega delle piroette tra governo e Parlamento sullo stesso certificato verde, quella degli attacchi feroci di Claudio Borghi e della marcatura stretta a Giorgia Meloni.
Quando, a luglio, infuriò la polemica per la partecipazione dello stesso Borghi e di Simone Pillon alla fiaccolata contro il permesso verde, il presidente del Friuli fu gelido: «Non è la mia manifestazione».
Peraltro, Fedriga ha sì precisato di essere «a favore dei vaccini, non dell’imposizione», ma poi ha ammesso che farebbe vaccinare i suoi figli che sono ancora under 12: parole che, se fossero giunte da un esponente del centrosinistra, di Iv o del M5s, avrebbero certamente scatenato la reazione di Salvini.
Le maschere, però, sono ormai cadute, tanto che i quattro moschettieri leghisti del Nord (oltre a Fedriga, Luca Zaia, Attilio Fontana e Maurizio Fugatti) non si sono nemmeno scomodati troppo per difendere l’ormai ex sottosegretario (laziale) Claudio Durigon, finito nella bufera per la proposta di intitolare a Latina un parco – già dedicato ai giudici antimafia Falcone e Borsellino – ad Arnaldo Mussolini.
In ogni caso Fedriga, classe 1980, veronese di nascita, bresciano di origine, ma cresciuto sin da giovane a Trieste in una famiglia cattolica, sa come calibrare la sua comunicazione.
D’altronde l’ha studiata all’ateneo triestino, poi ci ha fatto sopra un master e si è occupato di consulenze in marketing e comunicazione per diverse aziende del “suo” Nord-Est, lavorando anche come art director in un’agenzia pubblicitaria.
La politica, tuttavia, lo ha chiamato presto a sé: appena 15enne si iscrive alla Lega di Bossi, nel 2003 diventa segretario provinciale del Carroccio a Trieste e nel 2008 entra alla Camera. Una vera e propria folgorazione quella di Fedriga per il Senatùr.
«Era il 1992 e fui stregato da lui che venne a Trieste e parlava di appartenenza alla terra e di valore dell’identità», è il racconto epico dell’incontro con il leader.
«Avevo 12 anni, in un tema avevo già scritto che il personaggio storico che avrei voluto non fosse mai esistito era Garibaldi». Nel 2011, intanto, la Lega si presenta fuori dal centrodestra e tenta di candidarlo a sindaco di Trieste, ma lui rimedia solo il 6,26 per cento delle preferenze.
Poco dopo in via Bellerio arriva Roberto Maroni e anche il giovane Fedriga imbraccia la ramazza. L’attuale inquilino di Palazzo del Lloyd viene comunque confermato a Montecitorio nella 17esima legislatura e, come detto, nel 2014 diventa capogruppo. E anche qui batte un record: nel 2015 è il primo capogruppo di partito a essere sospeso per 15 giorni dai lavori dell’Aula per insubordinazione nei confronti della presidente della Camera Laura Boldrini. Sempre nel 2014 diviene segretario nazionale della Lega Nord Friuli Venezia Giulia.
Infine, ecco l’ulteriore mandato guadagnato alla Camera nel marzo 2018, grazie al listino proporzionale, e il trionfo da governatore il mese successivo.
Non si segnalano rogne clamorose al governo della Regione, anche se nel luglio del 2018 fa discutere la scelta della giunta di cancellare il divieto per chi si occupa di politica di aspirare ai ruoli dirigenziali di vertice.
A luglio 2019 invece si fa paladino della difesa dei confini «prevista da Schengen» dopo la decisione dell’Austria di sospendere il trattato sulla libera circolazione. All’inizio del 2008, intanto, il giovane Massimiliano si era trovato in una mensa aziendale sull’antica via Flavia, a Trieste, e tramite un’amica comune aveva conosciuto Elena Sartori; in mezzo ai vassoi è subito scoccato il colpo di fulmine.
Lei viene da Sesto al Reghena, provincia di Pordenone, è laureata in Relazioni pubbliche e si occupa di marketing turistico e congressuale.
Dalla loro relazione nascono Giacomo e Giovanni. Pare che, nel privato, Fedriga sia amante dello shopping e molto bravo nelle faccende di casa. Dunque, sa bene che nascondere la polvere sotto il tappeto non è mai una buona abitudine.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2021 Riccardo Fucile
“E’ PIENAMENTE LEGITTIMO”
Il green pass e le norme per il contrasto al Covid non violano i diritti delle persone.
A stabilirlo è stata la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) che ha respinto il 29 agosto scorso una denuncia presentata da circa 600 vigili del fuoco francesi su posizioni no vax o comunque contrari alle limitazioni delle scelte individuali in materia di vaccinazioni introdotte nel loro Paese.
Benché riguardante una norma del governo francese, la sentenza rischia di avere un riflesso anche su casi analoghi di altri Paesi. Ad esempio l’Italia, dove le nome su green pass e vaccini sono molto simili a quelle adottate da Parigi.
In particolare i vigili del fuoco avevano chiesto alla Corte – che ha sede a Strasburgo – di pronunciarsi su due quesiti: la sospensione dell’obbligo di vaccinazione per alcune categorie di lavoratori introdotto in agosto dalla Francia e le disposizioni che limitano il lavoro per le persone che non hanno voluto immunizzarsi contro il Covid.
Avevano chiesto inoltre un pronunciamento con carattere d’ugenza. Il no della Cedu è arrivato prima di tutto su quest’ultimo punto: la Corte si pronuncia infatti su richieste d’urgenza solo nei casi in cui le persone siano esposte a un danno irreparabile e imminente. Evidentemente tale non è stata ritenuta la scelta di non vaccinarsi.
Il verdetto del 29 agosto è in linea con i pronunciamenti di altri giudici: per la Corte Costituzionale francese il green pass è legittimo. In Italia diversi tribunali di primo grado hanno già respinto i ricorsi di medici e infermieri no vax che erano stati sospesi dal servizio. Di segno opposto invece quanto sta accadendo in Spagna dove le corti regionali (ultima in ordine di tempo quella della Galizia) hanno annullato il green pass ritenendolo illegittimo, anche se per irregolarità procedurali.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2021 Riccardo Fucile
E HA ANCORA LA FACCIA DI CHIEDERE LE DIMISSIONI DELLA LAMORGESE PER QUELLO DI VITERBO… PER QUELLI DI NICHELINO E MANDURIA PERCHE’ NON TI SEI DIMESSO TU?
“Attesi l’alto numero di persone e la presenza di bimbi è stata ritenuta opportuna
un’attività dissuasiva, mentre era controindicata l’azione di forza, con lo sgombero dell’area con il ricorso a idranti e lacrimogeni che avrebbero creato rischi per ordine pubblico e salute”.
E’ quanto ha detto il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, durante l’informativa alla Camera sulla vicenda del Rave party del lago di Mezzano, nel viterbese
“I servizi di controllo e cinturazione hanno avuto l’effetto di scongiurare che nell’area prescelta venisse a concentrarsi un numero di persone ben superiore, ipotizzato a 30 mila” ha spiegato ancora il ministro Lamorgese.
“Il mancato raggiungimento delle presenze preventivato dagli organizzatori sarebbe da ricondurre all’attività svolta dalle forze di polizia. Le difficoltà dell’area non hanno potuto impedire l’afflusso consistente di partecipanti al rave, che nella sua punta massima ha contato tra le 7 e 8mila persone”.
“Gli eventi e i fatti locali che rientrano nella sfera dell’ordine e della sicurezza pubblica – ha spiegato Lamorgese – rimangono nella piena e diretta capacità decisionale dei prefetti e dei questori. Tuttavia le valutazioni emerse sono state ampiamente condivise dal dipartimento della pubblica sicurezza che opera a supporto delle strutture locali, io stessa ho seguito passo, passo il corso della vicenda, e ho ritenuto che la scelta operativa non avesse alternative, non un tentativo di forzosa evacuazione dell’area ma nell’esercitare una continua e costante pressione per rompere il fronte dei partecipanti. Tale strategia ha avuto l’effetto di scongiurare il degenerare della situazione in tema di ordine e sicurezza pubblica ma anche quello di evitare il proseguo del rave, previsto fino al 23 agosto”.
“Nella prima mattinata del 14 agosto – ha ricostruito il ministero parlando ancora del Rave party di Mezzano – veniva convocata una prima riunione, a cui ne sono seguite altre, del comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica di Viterbo, dove è stata messa a punto la migliore linea di azione, tenendo conto di tutti i fattori di contesto. Sono state messe in atto attività di pressione e dissuasiva sui partecipanti, ravvisando come contro indicata un intervento di forza, un intervento di sgombero dell’area con ricorso a mezzi speciali, avrebbe potuto determinare rischi di ordine pubblico, nonché seri pericoli per l’incolumità pubblica. Il rischio di propagazione degli incendi aveva suggerito, fin da subito, la necessità di prevedere sul sito un presidio di personale e mezzi dei vigili del fuoco”.
Ma quanti Rave Party anche più complicati, si svolsero durante il mandato del ministro Matteo Salvini, senza che nessuno chiedesse le sue dimissioni o immaginasse qualche responsabilità diretta?
Il primo a Nichelino, in Piemonte, dal 6 ottobre 2018 per tre giorni richiamò 7mila persone anche da diversi paesi europei.
Poi Manduria, in Puglia il tradizionale Rave di Ferragosto attirò tra gli ulivi oltre 5mila persone.
Anche in questi due casi non ci fu nessuno sgombero per evitare ulteriori problemi di ordine pubblico, ma identificazioni a tappeto, denunce per invasione di terreni, controlli anti-droga. Come adesso.
Altre decine di eventi si sono svolti nei mesi successivi, ma un Salvini disperato ha la faccia tosta di chiedere le dimissioni della Lamorgese
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2021 Riccardo Fucile
MARIO GIORDANO TROPPO VICINO ALLE POSIZIONI NO VAX
Alcuni giornali riferiscono della possibilità che Fuori dal Coro venga stoppato per via delle posizioni troppo sbilanciate a favore dei no vax di Mario Giordano
Non ha convinto i no vax sul gruppo Telegram più noto che accoglie le loro conversazioni e, a quanto pare, non ha convinto nemmeno Mediaset.
Se per gli utenti di Basta Dittatura il giornalista è un finto sovversivo che fa «dissenso controllato», per Mediaset sembrerebbe che la posizione di Mario Giordano sia troppo filo no vax e no Green Pass.
Secondo un retroscena delle ultime ore raccontato dal Tempo – e riportato da Libero -, in casa Mediaset ci sarebbe stato parecchio trambusto a un Giordano troppo spinto nell’esprimere posizioni no vax nella sua conduzione di Fuori dal Coro.
L’ipotetico retroscena ha trovato spazio su Tempo e narra di un colloquio che ci sarebbe stato nelle scorse ore tra Mario Giordano e i vertici di Mediaset.
Il fulcro del discorso sarebbe la posizione troppo vicina ai no vax e ai no Green Pass che Giordano veicola durante il suo talk show – Fuori dal Coro su Rete 4 -. I risultati del programma sono buoni – come ha sottolineato anche il presidente di Mediaset Confalonieri qualche tempo fa – ma l’atteggiamento del conduttore che abbraccia teorie e posizioni no vax non piacerebbe a Mediaset.
«Chiudetemi il programma se non vi vado bene. Io non sono No Vax, mi pongo solo delle domande», avrebbe detto Giordano secondo quanto riportato dal quotidiano fondato da Angiolillo nel 1944.
«Noi siamo favorevoli ai vaccini. Punto. Questo è il solo messaggio da diffondere», avrebbero detto senza appello i dirigenti dell’azienda.
Secondo le testimonianze dei presenti nel palazzo, le urla di un acceso confronto sarebbero state udite fino al piano terra e Giordano avrebbe urlato di essere «un giornalista» che non si fa «imbavagliare da nessuno» (e qua viene da ridere…)
Nonostante il talk di Giordano sia stato difeso da Confalonieri – «il talk-show deve fare casino, sennò chi lo guarda? La politica ormai è quella roba lì», aveva dichiarato al Foglio – sembra che le carte in tavola possano cambiare in breve tempo se il conduttore non dovesse ridimensionare il suo atteggiamento.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2021 Riccardo Fucile
CLAMOROSO FLOP DI UN PARTITO SENZA MILITANTI: I PARLAMENTARI REGGEVANO LA BANDIERA
Per raccontare l’insuccesso del flash mob contro Luciana Lamorgese organizzato
davanti a Montecitorio da Fratelli d’Italia basta un video.
Le immagini, oltretutto, sono state trasmesse in diretta dalla pagina Facebook del partito guidato da Giorgia Meloni (non presente in piazza): poche decine di parlamentari con in mano le bandiere di FdI e poche decine di giornalisti presenti sul posto per “immortalare l’evento”.
Il tutto nel silenzio di una piazza rimasta indifferente alla protesta andata in scena poco alle 15 davanti alla Camera dei deputati.
Il flash mob contro Lamorgese è stato organizzato da Fratelli d’Italia per chiedere – come fa da tempo – le dimissioni dell’attuale ministra dell’Interno. A prendere la parola è stato Francesco Lollobrigida, capogruppo di FdI alla Camera. I temi sciorinati durante la “mobilitazione” sono sempre gli stessi: si parte dagli sbarchi dei migranti per arrivare al famoso rave del Valentano, in provincia di Viterbo.
Le posizioni, dunque, sono sempre le stesse: secondo il partito dei “patrioti”, Luciana Lamorgese deve dimettersi. Un ritornello ripetuto anche da Giorgia Meloni in ogni occasione pubblica (dalle interviste ai giornali e alle radio, fino alle sue comparsate televisive).
(da NextQuotidiano)
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Settembre 15th, 2021 Riccardo Fucile
“SI’ AL GREEN PASS PER LAVORATORI PUBBLICI E PRIVATI”… “TRA I GIOVANI ANCORA TROPPI NON VACCINATI”
Estendere l’obbligo di Green Pass a lavoratori pubblici e privati?
“Dato che nella popolazione più giovane la quota di soggetti non ancora vaccinati è ancora piuttosto rilevante direi di sì″.
A dirlo è l’epidemiologo Paolo Bonanni sulle pagine del Corriere della Sera. Il professore ordinario di Igiene all’Università di Firenze prosegue:
“Il green pass presuppone che una persona sia vaccinata o abbia un tampone negativo nelle ultime 48 ore. Sappiamo che non possiamo escludere in assoluto che un vaccinato non sia positivo, ma la possibilità di trasmissione è molto più bassa. E sappiamo anche che chi ha un tampone negativo potrebbe contagiarsi nelle ore successive al test, ma si presume che la quantità di virus nelle vie respiratorie non sia tale da contagiare gli altri”
Lo scienziato afferma dunque che il green pass è quindi “una garanzia” che solo persone con i suddetti requisiti possano avere accesso a luoghi di comunità, come gli uffici. È proprio in questi posti che che la possibilità di trasmissione del virus è maggiore visto che si tratta di ambienti chiusi, spesso affollati e dove si resta a lungo. Bonanni spiega:
″L’obiettivo è mitigare al massimo la catena di diffusione del virus limitare il più possibile i decessi ed evitare di saturare gli ospedali e le terapie intensive […] Abbiamo visto che il vaccino è molto efficace a prevenire la malattia grave: limitando la sua diffusione sempre meno persone finiranno in ospedale. Se la popolazione lavorativa fosse vaccinata al 99% probabilmente in un rapporto costi-benefici non sarebbe adeguato chiedere il green pass, ma non siamo ancora in questa situazione”.
“Il famoso 80% di popolazione vaccinata per ottenere l’immunità di gregge non basta più perché la variante Delta è molto contagiosa e i vaccini non sono efficaci al 100%, soprattutto sulle infezioni: significa che sono possibili contagi anche tra vaccinati”, dice Bonanni sottolineando:
“L’immunità di gregge è irraggiungibile perché in teoria dovrebbe essere vaccinato il 100% della popolazione, e già con chi è esentato per motivi medici non è possibile. Dovremo invece imparare a convivere con il virus”
Sul perché l’Italia abbia introdotto il Green pass e il Regno Unito si sia tirato indietro, Bonnani dice:
“Ci sono Paesi che non hanno bisogno di questi mezzi perché hanno una maggiore maturità culturale scientifica. Gli inglesi non accettano che lo stato ingerisca nelle scelte individuali, ma di contro, di fronte alla possibilità di un vaccino non si sono fatti pregare e oggi sono fra i più vaccinati d’Europa″.
(da agenzie)
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