Settembre 20th, 2021 Riccardo Fucile
UN EDITORIALE DURISSIMO SULLA RIVISTA: “SALVINI HA CONFUSO MILANO CON MILANO MARITTIMA, HA SCELTO UN CANDIDATO INADEGUATO PER NON METTERCI LUI LA FACCIA”
Un editoriale durissimo e che non lascia appello, pubblicato su Tempi – la rivista
da sempre vicina alla potente Comunione e Liberazione – a firma di Luigi Amicone, che ne è stato fondatore e poi direttore per anni.
Il titolo è tutto un programma: “De profundis per Bernardo. Salvini ha confuso Milano con Milano Marittima”.
La disamina di Amicone farà discutere perché illustra pubblicamente quel che nel centrodestra in molti pensano e dicono a bassa voce: la candidatura di Luca Bernardo è inadeguata e il colpevole della certa sconfitta sarà in primis Matteo Salvini. Considerato che Amicone negli ultimi cinque anni ha seduto nei banchi di opposizione del Consiglio comunale milanese con Forza Italia, la bordata rende bene l’idea del clima interno alla coalizione.
Scrive Amicone, implacabile: “Forza Italia è l’unico partito della coalizione che ha mantenuto l’impegno a inserire il candidato nel proprio simbolo. Lega e Fratelli d’Italia, il nome ‘Bernardo’ non se lo sono neanche filati di striscio. I loro simboli elettorali a Milano sono quelli di sempre. Con i nomi dei rispettivi leader sparati a caratteri cubitali. E stop. Non si capisce neanche se sono a Milano per la Fiera o se competono sul serio. Ora – continua – è chiaro perché i grandi capi non ci hanno voluto mettere la faccia e dopo 28 anni di eroica militanza lumbard anche il buon Matteo ha evitato di candidarsi nella città che dice di adorare. Glielo aveva forse ordinato il dottore di non abbandonare alla sinistra il motore dell’Italia?”. Sembra quindi che “il centrodestra abbia deciso di perderla a mani alzate”.
Altra domanda che si pone Amicone: “Ma com’è potuto accadere che a soli tre anni dal pieno fatto alle elezioni politiche, il Matteo garibaldino, eroe del governo giallo-verde, abbia trascinato il centrodestra in una deriva tanto grottesca, senza neppure la resistenza di una Vandea, deriva di ritirata pura, preludio di sconfitta certa, fino al rischio di un cappotto generale alle amministrative?”.
Bernardo viene descritto come un appendino “su cui infilare la casacca civica. Ben si intende, come apparve sui tg nel giorno della sua presentazione al tempio della politica, stando bene attento il Capitano e Capitone ad avere la felpa in prima fila e l’appendino dietro le spalle. Sempre solo lui in primo piano. Lui, il Grande Timoniere. A favore di telecamera e di sudoku social”.
Le responsabilità del flop di un candidato che finora si è dimostrato non adeguato, ci tiene a ribadirlo Amicone, sono del leader della Lega: “Salvini ha voluto solo ‘civici’. Ed è stato irremovibile nel suo draconiano ‘no’. Voglio un candidato come dico io e lo voglio civico. Bravo Matteo. Ma, scusa, tu cosa sei? Un politico no? Dunque l’essenza della purità ‘civica’ secondo te – Capitano oh mio Capitano! – sarebbe questa: il politico che si sceglie il civico”.
Le due settimane che mancano al voto, per il centrodestra e soprattutto per Salvini che nella sua città aveva la prima e l’ultima parola con il resto della coalizione, rischiano insomma di trasformarsi in uno sticillicidio.
(da La Repubblica)
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Settembre 20th, 2021 Riccardo Fucile
850.000 EURO PER BERNARDO, 230.000 PER SALA, 1.000 EURO PER IL M5S
Più di 850 mila euro per il centrodestra che sostiene Luca Bernardo, circa 230 mila il centrosinistra che vorrebbe far confermare il sindaco Giuseppe Sala, soltanto mille euro per il Movimento cinque stelle.
Tanti o pochi che siano, dietro a ogni candidato ci sono dei soldi. Perché tra le migliori intenzioni e i voti necessari per portarle a Palazzo Marino ci sono di mezzo i voti. E per sperare di raccogliere quei voti bisogna organizzare una campagna elettorale in grado di raggiungere le persone. Convincerle è un’altra storia.
E allora si apre una stagione di investimenti in volantini, manifesti, spot televisivi e radiofonici, sponsorizzazioni sui social media, cene, pranzi, aperitivi, automezzi con simboli, slogan e faccioni dei candidati.
Tutto ha un costo e nei comuni con più di 50 mila abitanti queste spese devono essere rendicontate preventivamente al momento della presentazione delle liste per poi essere pubblicate (anche online) sull’albo pretorio del Comune.
Le spese effettive, poi, possono essere anche superiori (raramente inferiori), e infatti entro trenta giorni dopo il voto devono essere presentati i bilanci consuntivi, quelli che raccontano (o almeno dovrebbero) la realtà.
Al momento di immergersi in questa tornata elettorale fuori stagione, il centrodestra ha previsto di spendere a sostegno del pediatra candidato sindaco 825.650 euro, suddiviso tra sei liste: Lega, Forza Italia, Lista civica Luca Bernardo, Milano popolare di Maurizio Lupi, Fratelli d’Italia e il Partito liberale europeo.
Una somma quasi quattro volte superiore a quella stanziata dal centrosinistra per far rieleggere Sala.
Anzi, confrontando le due liste che portano i nomi dei principali aspiranti a Palazzo Marino, la differenza di budget lievita fino a 40 volte: 350 mila euro per Bernardo, 8 mila per Sala.
Nel campo del centrodestra, seguono Forza Italia, con un preventivo di 250 mila euro, la Lega con 110 mila , Milano Popolare dell’ex ministro Maurizio Lupi (74.600), Fratelli d’Italia (25 mila) e il Partito liberale europeo (15.250).
È probabilmente all’interno di questo perimetro che si dovrebbero trovare le somme che lo stesso Bernardo lamentava (fino a ieri) di non aver ancora ricevuto dalle varie liste della sua colazione.
Dall’altra parte del fronte politico, il centrosinistra ha dichiarato un preventivo di 232.450 euro, la maggior parte dei quali garantiti dal Pd (125 mila), 20 mila dei quali già esplicitamente destinati alle «spese per ballottaggio».
Nella stessa coalizione, i Riformisti-Lavoriamo per Milano hanno stanziato 52 mila euro, i giovani di Volt 20 mila, Europa Verde 9.050, Milano radicale 7 mila, Milano unita poco più di 6 mila e Milano in salute 5 mila.
Il Movimento cinque stelle conferma la propria tradizione e per la campagna a sostegno della candidatura a sindaco di Layla Pavone presenta un bilancio preventivo di soli mille euro da destinare alla stampa di volantini.
Spendono decisamente di più gli altri candidati «minori». Giorgio Goggi, ex assessore ai trasporti della giunta Albertini, sostenuto dalle liste Milano liberale e I socialisti di Milano ha stanziato 38.800 euro.
Gianluigi Paragone, senatore e leader di Italexit, ha messo in conto spese per oltre 37 mila euro suddivisi tra la lista Milano Paragone sindaco Italexit (26 mila euro, 5 mila dei quali per un «camion vela») e Grande Nord (11.250 euro).
C’è poi la lista civica Milano inizia qui (candidato sindaco è Bryant Biavaschi), che ha depositato un preventivo da 40.250 euro, la somma più alta dopo centrodestra e centrosinistra. Al contrario si limita a 1.860 euro il budget dichiarato da Potere al popolo, per la campagna a sostegno della candidata sindaco Bianca Tedone.
Un discorso a parte riguarda gli investimenti che i vari candidati hanno scelto di indirizzare sul mondo digitale e, in particolare, sulla pubblicità nei social network, a partire da Facebook.
Secondo un’analisi condotta dal sito Pagella politica, il più attivo, da tempo, è Gianluigi Paragone, il sindaco Sala ci ha messo sopra un migliaio di euro, Luca Bernardo zero. L’aspirante sindaco di centrodestra sembra credere di più in una campagna in versione più «hardware».
Che però risulta, appunto, più costosa, perché per distribuire i suoi volantini ai mercati presidiati quotidianamente non sempre bastano le sole forze dei volontari e allora tocca mettere mano al portafogli e reclutare giovani che lo facciano a pagamento.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Settembre 20th, 2021 Riccardo Fucile
LE GUARDIE CARCERARIE CHE DOVREBBERO CONTROLLARE I MURI ESTERNI ESISTONO ANCORA?… E IL TELEFONO CELLULARE COME E’ ARRIVATO? CON AMAZON?
|Cinque colpi. Nessuno andato a segno. Si è conclusa senza feriti la sparatoria nel
carcere di Frosinone, dove un uomo è riuscito a entrare in possesso di un’arma da fuoco.
Un evento eccezionale nella storia degli istituti penitenziari in Italia, tanto che la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha chiesto di visitare personalmente la struttura di Frosinone per capire come sia stato possibile.
Il detenuto non ha ancora parlato di quanto è successo ma le immagini di sorveglianza hanno mostrato tutto.
La pistola è arrivata con un drone che si è fermato davanti alla finestra del carcere. Attraverso le sbarre l’uomo ha preso l’arma a cui era già stata abrasa la matricola per rendere irriconoscibile la sua provenienza.
Il detenuto protagonista della sparatoria è stato trovato in possesso anche di uno smartphone. Non è chiaro però se il telefono fosse già in mano sua o se sia arrivato insieme alla pistola.
Queste dinamiche sono state confermate anche da Carmelo Cantone, provveditore delle carceri del Lazio: «Aspettava l’arrivo di questo drone con cui gli è stata consegnata una pistola con matricola abrasa, di chiara provenienza illegale. E una volta prelevata la pistola dalla sua finestra ha chiesto di andare in doccia».
Una volta preparata l’arma si è diretto verso un agente della polizia penitenziaria, ha preso le chiavi delle altre celle ed è andato a sparare ai suoi tre bersagli: «Ha sparato in ogni stanza dove c’erano degli altri detenuti con cui aveva avuto divergenze. In passato lo avevano picchiato. Se si tratta di colpi dimostrativi o se voleva effettivamente colpire qualcuno, questo tocca agli inquirenti stabilirlo».
Ora ci si chiede come sia possibile che un drone possa arrivare accanto a una finestra di una cella enza che nessuno se ne accorga e dia l’allarme.
Esistono gli agenti di polizia penitenziaria di guardia al carcere ? E se sì, cosa guardano?
(da agenzie)
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Settembre 20th, 2021 Riccardo Fucile
LA GIUSTA RISPOSTA AI SOLITI SFIGATI OMOFOBI COMPLESSATI
«Trovo assurdo che ci sia gente che sia andata a vedere i miei profili social per sapere quale sia il mio orientamento sessuale e trovo ridicolo che si possa pensare che io abbia passato le selezioni di Miss Mondo Italia solo perché sono lesbica. Io vado avanti a testa alta».
In un’intervista rilasciata all’Adnkronos, Erika Mattina, tra le 25 finaliste di Miss Mondo, risponde così alla pioggia di insulti social dove viene accusata di aver passato le selezioni solo perché lesbica.
Agli hater che si chiedono come faccia un’omosessuale dichiarata a fare le selezioni per Miss Mondo Italia Erika risponde: «Non mi sono posta il problema di dire se sono lesbica o no. La sessualità di una persona è un fatto personale, non si dovrebbe neanche tenere conto di questo».
«Si vede che gli hater non sanno nulla di come funzioni un concorso di bellezza – sottolinea la finalista di Miss Mondo – qui facciamo un sacco di prove e talent per passare le selezioni, di certo non sono stata presa perché sono lesbica – ribadisce – né mi avrebbero scartato se lo avessero saputo. Sto vivendo questa esperienza con totale serenità e mi sto divertendo moltissimo. Purtroppo ci sono gli odiatori che non vedono l’ora di scrivere idiozie e questo mi dispiace».
Erika aggiunge di non essere sorpresa dagli attacchi social: «Potevo aspettarmelo perché mi è già capitato di ricevere insulti per il mio orientamento sessuale, ma sono super felice di come mi stanno trattando qui e il resto passa in secondo piano».
Erika Mattina e la sua compagna Martina Tammaro si battono da sempre per i diritti della comunità Lgbtq+. Alla notizia della presenza di Erika tra le finaliste del concorso di bellezza più prestigioso del mondo, l’odio razzista e omofobo si è scatenato: «Sono più tutelati gli omosessuali che le persone normali»; «Come fa una omosessuale dichiarata a fare le selezioni per Miss mondo? Assurdo dove stiamo arrivando», sono alcuni dei commenti pubblicati su Instagram.
(da agenzie)
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Settembre 20th, 2021 Riccardo Fucile
I DATI CHE PROVENGONO DA ISRAELE
Oggi parte ufficialmente la campagna per la somministrazione delle terze dosi di
vaccino.
Ma quanti mesi durerà l’efficacia? Se non ci fosse ancora il 30 per cento di italiani, inclusi gli under 12, da vaccinare con due dosi sarebbe questa la domanda.
La risposta di Sergio Abrignani, immunologo del Cts, è «per sempre», cioè la terza dose costituirebbe quella conferma dell’immunizzazione necessaria a resistere nel tempo alla variante Delta e per questo «l’orientamento è darla a tutti gli italiani nel 2022».
In Israele, dove dal 30 luglio si è iniziato a somministrarla agli over 60 a partire da 5 mesi dalla seconda dose, si stanno raggiungendo risultati che fanno discutere. Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine dimostra che su oltre un milione di persone chi ha ricevuto la terza dose di Pfizer in agosto ha avuto una probabilità 19 volte minore di ammalarsi gravemente e 11 volte di contagiarsi rispetto a chi ha fatto due dosi.
Più in generale, secondo gli studiosi la terza dose ha riportato l’efficacia del vaccino Pfizer vicino a quel 95 per cento che c’era in origine contro la variante Alfa.
Per questo, mentre in Italia viene prevista da oggi per le persone fragili e per gli operatori sanitari, Israele ha esteso il richiamo a tutta la popolazione adulta. L’ulteriore richiamo si sarebbe reso necessario dopo i dati sulla durata dell’immunità provenienti sia da Israele sia dagli Stati Uniti.
Di recente, il Centro per il controllo e la prevenzione americano ha calcolato che fino a quattro mesi dalla seconda dose Pfizer la protezione contro la malattia grave sarebbe del 91 per cento, mentre poi scenderebbe al 77. Moderna terrebbe al 92, mentre Johnson&Johnson calerebbe al 71.
Si tratta però di dati parziali, che variano a seconda dell’ampiezza degli studi e dalle età delle persone considerate, per questo l’autorità americana, la Fda, ha suggerito la terza dose solo agli over 65 e ai fragili e un articolo su Lancet di un gruppo di scienziati, tra cui autorevoli esponenti dell’Oms, ha definito le prove attuali per un richiamo generalizzato insufficienti.
In Italia intanto l’Istituto superiore di sanità ha da poco certificato l’efficacia delle due dosi contro l’infezione al 77 per cento, la malattia grave al 93 e la terapia intensiva e i decessi al 96. Non sono disponibili i risultati dei singoli vaccini, però si sa che circa metà degli italiani è coperto da Pfizer, e mentre si cerca ancora di concludere il primo ciclo di protezione di tutta la popolazione grazie al Green Pass si tratta comunque, a nove mesi dall’inizio della campagna, di percentuali tali da consentire di prendere tempo in sicurezza per valutare l’utilità di una terza dose generalizzata.
(da La Stampa)
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Settembre 20th, 2021 Riccardo Fucile
“ROBUSTA RISPOSTA IMMUNITARIA”
La sperimentazione del vaccino Pfizer sui bambini dai 5 agli 11 anni ha dato esiti positivi in termini di efficacia e di sicurezza.
Ad annunciarlo è la stessa casa produttrice americana che nella giornata di oggi, lunedì 20 settembre, ha comunicato i risultati degli studi clinici, presto sottoposti alla valutazione degli enti regolatori per i medicinali.
I risultati principali di questi studi sono attesi prima di fine anno. «Il vaccino contro Covid-19 è sicuro e ben tollerato nei bambini di età compresa tra i 5 e gli 11 anni» ha riferito la nota di Pfizer e BioNtech, sottolineando come gli studi abbiano verificato anche una «robusta risposta immunitaria».
Il vaccino riservato ai più piccoli sarà lo stesso somministrato finora ai soggetti adulti. A cambiare però sarò il dosaggio, in misura inferiore rispetto a quello iniettato negli over 12. «Trasferiremo questi dati incoraggianti agli enti regolatori d’Europa, degli Stati Uniti e di tutto il resto del mondo il prima possibile» hanno assicurato le due aziende.
Da luglio +240% di casi tra i bambini
L’immunizzazione dei bambini è poi considerata la chiave per mantenere aperte le scuole e aiutare a porre fine alla pandemia. Il Ceo di Pfizer, Albert Bourla, ha osservato che «da luglio, i casi pediatrici di Covid-19 sono aumentati di circa il 240% negli Stati Uniti». Sebbene i bambini siano considerati meno a rischio di Covid grave, si teme che la variante Delta (altamente contagiosa) possa determinare casi più gravi. Israele ha già dato un’autorizzazione speciale per vaccinare i bambini di età compresa tra 5 e 11 anni che sono «a rischio significativo di malattia grave o morte» da Covid, utilizzando il vaccino Pfizer al dosaggio più basso.
(da agenzie)
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Settembre 20th, 2021 Riccardo Fucile
DOMENICA SI VOTA: IL SUO LASCITO POLITICO SU LOTTA A ESTREMISMI, EUROPEISMO E GRANDE COALIZIONE
Angela Merkel governa dal novembre del 2005. Sedici anni, quattro elezioni vinte
con risultati non sempre entusiasmanti, quattro governi di cui tre Grandi Coalizioni con i socialdemocratici e un governo con i liberali (FDP). Merkel ha superato Konrad Adenauer ed eguaglierà Helmut Kohl nella durata al governo.
Rispetto agli interregni dei suoi predecessori, i sedici anni merkeliani acquisiscono un tratto di eccezionalità in quanto si situano storicamente in un’epoca in cui la politica (escluse la finte democrazia come Russia o Turchia) ha bruciato un numero impressionante di leader politici che sembravano destinanti a una carriera politica lunga ed edificante: Sarkozy, Hollande, Renzi, Letta, Berlusconi, Trump, Hillary Clinton, Tsipras e altri. Già la semplice capacità di resistenza politica della cancelliera Merkel indica chiaramente la straordinarietà di un caso storico che in futuro occuperà a lungo politologi, storici e giornalisti.
Il lungo cancellierato di Angela Merkel è stato unico perché ha avuto delle caratteristiche che lo rendono senza precedenti nella storia della Repubblica Federale tedesca: Merkel è stata la prima donna alla guida della Repubblica Federale e la prima proveniente dalla ex Germania Est. Nessuna delle due cariche politiche apicali (Cancelliere e Presidente della Repubblica) sono state ricoperte da cittadini o cittadine della ex Germania Est prima di Angela Merkel; unico caso dopo di lei: l’elezione di Joachim Gauck a Presidente della Repubblica nel 2012.
Il secondo elemento distintivo è stato quello di aver governato per dodici anni su sedici in una Grande Coalizione con la SPD. Può sembrare un dato di poco conto, eppure non è così: prima di Merkel la Grande Coalizione si era avuta in Germania soltanto una volta e per soli tre anni, dal 1966 al 1969. Con Merkel la Grande Coalizione diviene gradualmente – e per ragioni anche di affidabilità politica dei socialdemocratici – la migliore delle strategie politiche per garantire la stabilità istituzionale in una fase politica di grandi crisi e di profonde trasformazioni sociali ed economiche.
Angela Merkel, inoltre, si può dire che sia stato il primo vero cancelliere della Germania unita. Kohl è stato il cancelliere della riunificazione, Gerhard Schröder colui che ha permesso che la riunificazione si tramutasse in un successo economico, sociale e politico (seppur non senza qualche contraddizione) ma il primo vero cancelliere che ha governato una Germania unita e con i problemi di un paese unito è stata Angela Merkel. Non tutti i problemi sono stati risolti, anzi molti non sono stati neanche affrontati, ma complessivamente Merkel lascia un Paese migliore di come l’aveva ereditato da Schröder. Sul bilancio dell’era Merkel se ne discuterà nei prossimi anni.
Il cancellierato di Angela Merkel ha poi coinciso con un riposizionamento della Germania sul piano internazionale. Negli anni in cui Angela Merkel è stata cancelliera la Germania ha conquistato un ruolo internazionale ancora più forte e consapevole. Merkel ha reso la Germania un global player internazionale come non lo era mai stato in precedenza. Non solo è divenuta un paese leader in Europa a scapito di Francia e Gran Bretagna che per ragioni politiche interne hanno smesso di esercitare una leadership europea, ma la Repubblica Federale ha rafforzato enormemente una serie di relazioni commerciali e diplomatiche fortissime anche fuori dal contesto europeo, pensiamo in particolare alla Cina, meta preferita da Angela Merkel, alla Russia, con la quale, in ultimo, si è realizzato il North Stream 2, o, infine, più in generale, all’attenzione che la cancelliera ha avuto per l’Africa. La Germania ha avuto anche un ruolo non indifferente e per certi versi del tutto nuovo anche nelle trattative sul nucleare iraniano ed, ovviamente, nella gestione umanitaria dal 2015 negli accordi tra Unione Europea e Turchia. Angela Merkel lascia al successore una chiara posizione politica e commerciale della Repubblica Federale nello scacchiere internazionale.
Infine, Angela Merkel ha deciso di uscire di scena volontariamente. È stata lei a decidere di fermarsi. Rispetto ai grandi cancellieri tedeschi del passato il suo ritiro politico non è coinciso con una sconfitta elettorale o con una sfiducia parlamentare. Se si fosse candidata nuovamente nel 2021 avrebbe vinto ancora considerato che resta la personalità politica maggiormente apprezzata.
Cosa lascia
Angela Merkel lascia un’eredità politica inevitabilmente in chiaroscuro. Dal punto di vista politico (e non economico) sono tre gli aspetti centrali del suo lascito politico.
Il primo è la lotta all’estremismo politico di destra. Angela Merkel ha fatto dell’intransigenza nei confronti dell’estremismo politico di destra un tratto fondamentale del suo cancellierato. Gli anni del suo governo sono coincisi con la nascita di un forte partito di destra, in alcuni aspetti, di estrema destra rispetto al quale Angela Merkel ha sempre eretto una diga. Merkel ha messo al centro del suo messaggio politico la cultura del ricordo della Shoah e delle responsabilità dei tedeschi nella seconda guerra mondiale, della lotta a qualunque forma di discriminazione ed, infine, il rispetto dell’avversario politico. Tutto questo è incompatibile con Alternative für Deutschland, partito antieuropeo, che in più occasioni ha minimizzato le responsabilità storiche della Germania, che si è fatto interprete di una politica violenta nei confronti dei migranti fino a sostenere anche la necessità di sparare ai confini, ed, in ultimo, che ha fatto della violenza verbale contro Angela Merkel uno dei suoi strumenti di propaganda politica.
Un secondo tratto distintivo del Merkelismo è stato credere fermamente nel multilateralismo. Nelle molteplici crisi che ha dovuto affrontare, Merkel si è sempre appellata all’importanza di un approccio multilaterale. Ha sempre cercato soluzioni che prevedessero la cooperazione con i protagonisti di turno. In un periodo dominato da leader mondiali, come Putin, Erdogan o anche Trump, convinti di risolvere le questioni con prove di forza individuali, Merkel ha sempre tenuto un canale di comunicazione aperto anche scindendo la questione della difesa dei diritti dalla possibilità di una soluzione alla crisi in questione. Si pensi a quella umanitaria, alla crisi in Crimea o alle relazioni transatlantiche.
Infine, l’Unione Europea. Niente ha occupato così a lungo la cancelliera Merkel quanto l’Europa: dalla crisi del Trattato costituzionale alla crisi del debito, dall’Euro alla crisi del terrorismo, dai migranti alla pandemia. Merkel stessa ha riconosciuto che il momento più difficile dei suoi sedici anni è stata la crisi greca. Al di là di qualche errore che sicuramente è stato commesso, non ci sono dubbi che Angela Merkel abbia salvato l’Unione Europea. Ha salvato l’impianto istituzionale dopo i referendum in Olanda e Francia che bocciarono la costituzione europea, fu intransigente nel momento in cui era necessario rispettare i criteri sui quali si era fondata la casa comune europea, ma al contempo solidale nel momento in cui questi criteri non avevano più senso con l’arrivo della pandemia che ha comportato una crisi economica e sociale ben peggiore di quella del 2008-09. Merkel ha rappresentato il volto dell’accoglienza quando molti stati europei ignoravano la crisi umanitaria del 2015. Tuttavia, Angela Merkel lascia un’Europa che resta intergovernativa, un’Unione Europea dei governi. Per convinzione ma anche per realismo politico non è stata abbozzata nessuna seria riforma che potesse superare lo strapotere del Consiglio europeo e dei Capi di stato e di governo.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 20th, 2021 Riccardo Fucile
GLI OPPOSITORI CONTESTANO LA PRESUNTA VITTORIA DI PUTIN
La vittoria del partito Russia Unita a queste ultime elezioni parlamentari era come il presidente Putin: ineludibile. Con un improvviso ribaltone arrivato all’ultimo minuto, i candidati del partito presidenziale hanno ottenuto il 50% dei voti alle urne e hanno riconfermato la super maggioranza di oltre due terzi alla Duma.
Ridotti con un colpo di spugna i dati del trionfo del Kprf, partito comunista russo, che fino a ieri sembrava aver ottenuto il doppio delle preferenze dalla tornata elettorale precedente del 2016: dopo lo sfoglio delle schede elettroniche, non supera il 19
“I risultati dei voti elettronici sono totalmente implausibili, dobbiamo decidere quali sono i prossimi passi da compiere”.
Falce, martello e millenials, soprattutto i suoi studenti. Il popolarissimo Michail Lobanov, professore di matematica dell’Mgu, università di Mosca, nemmeno 40 anni e fondatore del movimento “solidarietà studentesca”, sull’uscio della Duma c’era già, pronto ad entrare in Parlamento per combattere l’impoverimento della nazione. Dell’eguaglianza economica e sociale da raggiungere in una Russia “composta da ricchissimi e poverissimi” ne ha fatto un programma politico. Ai suoi seggi a sostenerlo ieri è arrivata perfino Masha Alekhina delle Pussy Riot.
“C’è un’enorme massa di persone, la maggioranza della popolazione russa, che non sa come arrivare a fine mese”. Si è scagliato contro oligarchi, putiniani, propagandisti e cinovniki, “tutti legati tra loro” per fare affari. Nel suo diario poco intimo degli ultimi giorni continuava a pubblicare le cifre aggiornate durante lo sfoglio: per decine di migliaia di voti vinceva contro il candidato di Russia Unita, il controverso presentatore tv Evgeny Popov. Come molti altri oppositori, Lobanov è stato dichiarato perdente all’ultimo minuto dopo la conta dei voti online.
Se i russi sono tornati a votare per il partito che fa sventolare sulla sua bandiera i simboli dell’Unione sovietica, non è per nostalgia politica o retromarcia storica. Lobanov era uno dei candidati di punta nell’elenco dei politici del “voto intelligente”, la tecnica usata da Navalny per mettere in difficoltà gli uomini di Russia Unita, ma, nonostante l’endorsment del dissidente, è stato fermato come altri quando la sua vittoria era già quasi certa.
Dissolto il movimento di Navalny, i comunisti hanno raccolto il testimone dell’opposizione. Perfino il Cremlino ha notato l’ipertrofia del bacino rosso che ha saputo collezionare tutte quelle preferenze che sarebbero andate ai candidati del blogger. “Ci hanno ascoltato, ci hanno creduto e ci hanno votato”. Lo ha detto Gennady Zyuganov, leader del partito che con una levata di accuse e di scudi, dice adesso di non riconoscere i numeri del Cremlino: la frode commessa falsificando le votazioni online è palese e l’intero movimento si rifiuta di riconoscerla. Lobanov chiede di lottare per la verità del risultato e non è una frase che resta sospesa e inascoltata, ma viene consegnata e accolta da altri candidati che hanno perso alla fine di una gara in cui sono stati in vantaggio dall’inizio. Proteste immediate, dall’opposizione, sono state promesse sui social mentre stasera la Capitale è già blindata nelle sue piazze.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 20th, 2021 Riccardo Fucile
I PRIMI RISULTATI ERANO BEN DIVERSI, POI NELLA NOTTE I BROGLI SUL VOTO ELETTRONICO… SIA NAVALNY CHE IL PARTITO COMUNISTA: “ELEZIONI FASULLE, A MOSCA I CANDIDATI DELL’OPPOSIZIONE AVEVANO VINTO IN 11 CIRCOSCRIZIONI SU 15 E A SAN PIETROBURGO IN 8 SU 9”
Gli Stati Uniti e l’Unione Europea mettono in discussione il modo in cui sono state
svolte le elezioni in Russia.
I due attori internazionali contestano alla Russia di aver osteggiato procedure libere ed eque prima e durante le operazioni di voto. Gli Usa chiedono a Mosca di «onorare i suoi obblighi internazionali per rispettare i diritti umani e le libertà fondamentali» e mettere fine così alla «campagna di pressione sulla società civile, sull’opposizione politica e sui media indipendenti».
Di «clima di intimidazione» parla invece l’Ue che accusa il Cremlino di aver messo a tacere le voci critiche e indipendenti e che definisce l’osservazione sul regolare svolgimento delle elezioni per nulla credibile.
«C’è stato un aumento della repressione nei confronti di media indipendenti, politici dell’opposizione, organizzazioni della società civile, giornalisti, attivisti e tutto questo con l’obiettivo di mettere a tacere l’opposizione e rimuovere la concorrenza – ha detto Peter Stano, portavoce della alto rappresentante Ue Josep Borrell -. Ciò ha portato a una limitazione sulle scelte che i russi potevano fare e a informazioni ridotte», ha aggiunto.
C’è poi il tema dell’Ucraina. Gli Usa hanno espressamente fatto sapere che non intendono riconoscere le elezioni per la Duma russa nel territorio sovrano ucraino.
I risultati elettorali
Stando a quanto riportato dalla Commissione elettorale centrale, ripresa dall’agenzia di stampa russa Interfax, con la quasi totalità delle schede scrutinate (il 99%), il partito di Vladimir Putin Russia Unita è al 49,82% dei voti. Dietro ci sono: il Partito Comunista con il 19%, il Partito Liberaldemocratico con il 7,49% e Russia Giusta-Patrioti-Per la verità con il 7,42%.
Il partito Persone Nuove potrebbe, a sorpresa, superare la soglia di sbarramento del 5% poiché attualmente è dato al 5,35% dei voti.
Anche in questa tornata di elezioni parlamentari, in tutti i collegi uninominali di Mosca, i rappresentanti di Russia Unita o i candidati filogovernativi hanno “conquistato” il loro posto nella Duma. Secondo i principali oppositori di Putin, il voto espresso per via telematica non sarebbe regolare e avrebbe condizionato pesantemente i risultati finali.
Quanto a dato sull’affluenza è invece pari al 51,68%: «Meglio che nella campagna elettorale precedente», ha commentato Pamfilova, presidente della Commissione elettorale centrale della Russia.
Il Partito Comunista è pronto a scendere in piazza
Con il 19% di preferenze – stando ai dati diffusi – il Partito Comunista della Federazione Russa è la seconda forza politica del Paese. Il partito ha già fatto sapere che non intende riconoscere i risultati del voto espresso per via digitale.
Questi risultati sono ancora in via di diffusione, dunque è innegabile si stia registrando un forte ritardo rispetto alla chiusura delle urne. Il Cremlino ha naturalmente una giustificazione. «Il conteggio del voto elettronico è stato ritardato per l’alta attività nel sistema, a causa dell’alto numero di transazioni elaborate», ha fatto sapere per bocca di Artyom Kostyrko, il capo del dipartimento del governo di Mosca per il miglioramento della gestione territoriale e lo sviluppo di progetti intelligenti.
«È la prima volta che usiamo questo sistema in elezioni su così larga scala a tutti i livelli: federale, regionale e comunale – ha spiegato – e quindi c’è un gran numero di schede elettorali. Pertanto, la decodifica e la preparazione dei protocolli ci ha preso molto più tempo di quanto ci aspettassimo».
Ma intanto il Partito Comunista sta organizzando le prime manifestazioni di protesta a Mosca. Ci sono già due date: il 25 settembre e il 3 ottobre. Manifestazioni simili «si terranno presto in tutta la Russia: riassumeremo i risultati delle elezioni in strada», ha commentato il vicepresidente del comitato centrale del Partito Comunista Vladimir Kashin.
Navalny: «Il voto digitale è fasullo, ribalta i risultati»
Anche Alexei Navalny, tra i maggiori oppositori del Cremlino, non riconosce il voto telematico e con un post su Instagram mette in discussione le operazioni di scrutinio. L’attivista parla apertamente di falsificazione dei risultati: «Il “robot” sta pensando a lungo. Alle elezioni del 2019, questo ‘robot’ ha pubblicato i risultati istantaneamente, ma ora sta pensando. È chiaro il perché. Per quanto ho capito, secondo i dati dei seggi elettorali fisici, si può vedere che a Mosca i candidati del Voto Intelligente hanno vinto in 11 circoscrizioni su 15 e a San Pietroburgo in 7 su 8. Pertanto il robot ci ha pensato, si è acceso una sigaretta e ha deciso di rallentare la pubblicazione nell’attesa che le astute manine di Russia Unita falsificassero i risultati in quelli completamente opposti».
(da agenzie)
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