Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
SI E’ RESO CONTO CHE UN CICLO E’ FINITO MA ANCHE DISACCORDI POLITICI, NON CONDIVIDENDO NE’ L’AMBIGUITA’ NO VAX NE’ LA LEGA AL GOVERNO
Quando è arrivato nove anni fa la pagina Facebook di Matteo Salvini contava
18mila fan. Se ne va lasciandola con oltre quattro milioni di seguaci.
Luca Morisi in questo periodo non solo ha fatto nascere la Bestia ma l’ha alimentata titillando gli istinti dell’italiano medio con una (sapiente?) alternanza di post sugli immigrati e buongiornissimi caffè. Ma cosa c’è dietro?
La notizia l’ha battuta ieri l’AdnKronos annunciando per prima che Luca Morisi, uomo chiave della gestione dei canali social di Matteo Salvini, aveva lasciato la guida dell’attività online della Lega.
Guru dell’informazione social, professore universitario, Morisi, quasi dieci anni fa era stato scelto dallo stesso Salvini per curare la comunicazione sul web del Carroccio. Morisi, da ultimo, è stato cooptato nella segreteria politica ‘allargata’ della Lega, lo scorso ottobre.
Alla base della decisione spiegava l’agenzia non ci sarebbe stata nessuna motivazione politica, ma scelte di ordine personale e familiare, come lo stesso Morisi avrebbe spiegato in una lettera inviata ai parlamentari della Lega per spiegare i motivi del suo passo indietro:
“Cari amici, mi avete scritto in tanti. Ringrazio tutti per l’interesse e l’amicizia: sto bene, non c’è alcun problema politico, in questo periodo ho solo la necessità di staccare per un po’ di tempo per questioni famigliari. Un abbraccio e ancora grazie”.
Ma le cose stanno davvero così?
Il Fatto racconta che i motivi che hanno indotto il papà della Bestia a salutare il Carroccio risiederebbero invece nelle posizioni ostinatamente occhieggianti ai no-vax di Salvini:
“Ufficialmente per motivi familiari ma dietro al suo addio ci sarebbero anche disaccordi politici: Morisi, per esempio, è sempre stato pro-vaccini”
Matteo Pucciarelli su Repubblica rincara la dose citando un anonimo leghista che allarga le cause della defezione di Morisi non solo alle ultime sparate del suo ormai ex Capitano sui vaccini, ma più in generale alla fine della sua parabola politica:
«Era nell’aria da un po’, da tempo si era allontanato anche come presenza fisica — racconta un leghista di lunga data e ben addentro all’inner circle di Salvini — Essendo una persona estremamente intelligente e sensibile Morisi ha capito che un ciclo era finito. E ne ha tratto le conseguenze»
Insomma chissà se ad allontanare Morisi è stata davvero l’ultima esternazione del leader della Lega, che sconfessando Fedriga e il suo anatema ai no-vax nel Carroccio aveva ribadito: “Sono orgoglioso: siamo un movimento libero. Siamo in un momento di buio in cui ognuno che faccia una domanda, viene indicato come un no vax. I parlamentari della Lega, a differenza di altri che stanno zitti, sono liberi, la Lega non è una caserma”.
O se invece l’addio è avvenuto, senza che nessuno se ne sia accorto, già ad agosto.
Il Corriere però avanza un’altra ipotesi. L’ex guru della comunicazione leghista non sarebbe più stato funzionale al nuovo corso della Lega. Che sembra sempre più divergere da quello tuttora portato avanti dal suo segretario
Ma, alla base di questa svolta radicale, ci sarebbe anche la necessità della Lega di avviare una nuova strategia comunicativa, più equilibrata, meno urlata, e calzante rispetto a un quadro politico rivoluzionato, e con Giorgia Meloni da arginare
(da NextQuotidiano)
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Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
L’ELETTORATO SUI CUI HA PUNTATO ORA LA CHIAMA TRADITRICE E ASSASSINA
Giorgia Meloni a Torino è stata accolta in maniera piuttosto fredda da quegli elettori che ha coltivato in tutti questi mesi. Una vera e propria beffa.
Dopo un lungo periodo a cavalcare le paure della gente, eccola contestata dal popolo no-green pass.
E’ stata accolta con il grido di ‘traditrice’ e ‘venduta’ da una cinquantina di manifestanti no vax che l’hanno raggiunta a Piazza Castello nel capoluogo piemontese, dove si teneva il comizio a sostegno del candidato sindaco di centro destra, Paolo Damilano. Alle urla, Meloni dal palco ha replicato: “non ho paura di voi, siete ridicoli, grido più forte di voi”.
Nel mirino dei contestatori ci sono quei 19 su 37 deputati che hanno scelto di sostenere il green pass ieri in aula, votando la fiducia al governo sul decreto legge green pass bis.
Certo a questo punto della campagna elettorale, con la contestazione dei no vax a pochi giorni dal voto, varrebbe la pena capire se è stata una strategia vincente quella di porsi all’opposizione anche sui temi sanitari. Agitando gente che, come una bandiera, cambia il suo indirizzo a seconda del vento di quel giorno.
(da NextQuotidiano)
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Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
IL PATTO PER L’ITALIA SIGNIFICA “FUORI I PARTITI”, L’ANTICA SUGGESTIONE DI TRASFORMARE L’ECCEZIONE IN REGOLA COME SE GLI INDUSTRIALI ITALIANI FOSSERO MIGLIORI DEI PARTITI
Certo, la standing ovation. Mai vista, in una platea del genere, una roba così,
che esprimeva, al tempo stesso, un senso di liberazione (da quel che c’è stato prima), un sentimento di identificazione e una smisurata fiducia.
Da descrivere, per chi non c’era. A un certo punto, l’oratore, il leader degli industriali Carlo Bonomi, partecipa financo all’applauso verso Draghi, batte le mani, si allontana dal leggio muovendo due passi verso la prima fila.
Due, tre minuti, la platea si alza. E anche l’impassibile premier, trascinato dal calore, è inevitabilmente costretto a tirarsi su dalla sedia. Il successivo paragone con quegli uomini che, nella storia, hanno “risolto i problemi” senza guardare al consenso e agli effetti speciali, da De Gasperi a Ciampi dà il senso di un qualcosa di più del classico appoggio di Confindustria a un governo.
Nel discorso di Bonomi, molto politico, franco, perché davvero poco ambiguo in ogni passaggio, non c’è dentro solo un’agenda, ma qualcosa di più: un sentimento antipartitico e, con esso, l’idea che governo e ricostruzione debbano fondarsi su un nuovo asse di relazioni sociali.
Detto in un titolo: fuori i partiti, la ricostruzione sia affida alla triangolazione tra governo e parti sociali.
Il senso di un “patto” Confindustria-sindacati, il mettiamoci attorno a un tavolo per offrire a Draghi delle soluzioni nell’ambito di una visione condivisa è questo. Ecco, i partiti sono quelli delle “bandierine”, dei “giochetti”, senza alcuna indulgenza per uno schieramento e per l’altro compresi (il riferimento è alla Lega) quelli che ammiccano ai no vax. E sono coloro che rischiano di compromettere il cronoprogramma sulle riforme, pensando al proprio particulare in vista delle amministrative e del Quirinale. E invece, questo il senso della relazione, il governo deve durare fino al 2023 (magari anche oltre) affidandosi a un nuovo meccanismo di governance.
È un mood che trova sostanzialmente riscontro nelle parole del premier che quel “patto” lo benedice, accettandolo anche semanticamente in luogo dell’espressione che aveva appuntato di “prospettiva economica condivisa”.
Discorso denso anche se poco politico quello di Draghi che nella prima parte è molto governatore di Bankitalia e poi, a braccio, fa un paragone tra l’oggi e il lungo dopoguerra, per richiamare alla necessità di un patto sociale.
E spiega che, a un certo punto, il “giocattolo si è rotto” – ovvero è arrivata la crisi dopo il boom – non solo per tutta una serie di ragioni internazionali, dalla fine di Bretton Woods al post Vietnam, ma anche perché si è incrinato un virtuoso sistema di relazioni sociali.
Si potrebbe annotare che nel declino italiano concorrono tanti altri fattori, che riguardano anche le responsabilità della classe dirigente imprenditoriale, ma l’analisi dà l’idea di un clima. E c’è altrettanto scetticismo verso la politica nella battuta che “è già molto un governo che non cerca di fare danni”. Inevitabilmente contiene un giudizio su chi lo ha preceduto e sulle dinamiche (partitiche) ovviamente che spesso quei danni creano.
Parliamoci chiaro: che il governo Draghi sia l’effetto di una crisi di sistema e del fallimento della politica ormai è un dato acquisito. Quanto questo da stato di necessità possa trasformarsi in regola è il dibattito di oggi.
E soprattutto quanto sia praticabile il modello del “patto” che tenga fuori i partiti, all’interno di un governo che non è “tecnico”, ma “politico-tecnico”, con ministri politici, per scelta compiuta all’inizio: è pensabile tirare fuori le forze politiche dalla legge sulla concorrenza?
È pensabile un patto sul lavoro bocciando senza appello l’operato del ministro Orlando, il più attaccato nella relazione? È cioè pensabile separare Draghi dai partiti che lo sostengono? Può essere un legittimo auspicio, che però ha in sé proprio quella cultura dell’uomo della provvidenza indicata come esempio negativo in una relazione ispirata alla cultura “necessità”, di cui fa parte il fare i conti con le condizioni date.
Al Palalottomatica è andato in scena, aggiornato, un copione antico della borghesia italiana (oggi viene chiamata establishment), in fondo tutta la campagna contro la Casta partì proprio dalla Confindustria di Montezemolo, sull’inutilità della politica e dei partiti.
E sulla necessità di un vincolo esterno sostitutivo al principio della sovranità popolare (ricordate quando si teorizzò “Monti dopo Monti” come oggi “Draghi dopo Draghi”?). Il risultato fu che è arrivato Grillo che quel sentimento lo interpretò meglio di tutti. Non è una novità.
La novità ci sarà quando le classi dirigenti nazionali si impegneranno a uscire dal pendolo che oscilla tra tecnocrazia e populismo. E i partiti a riformarsi: i momenti di “tregua” dovrebbero servire anche a questo.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 24th, 2021 Riccardo Fucile
UCCISA IN VAL CAMONICA A MAGGIO, IL CORPO RITROVATO AD AGOSTO… SILENZIO SOVRANISTA, IN FONDO ERA UNA “FAMIGLIA TRADIZIONALE” COME PIACE A LORO
A quattro mesi dalla scomparsa di Laura Ziliani arriva la svolta nelle indagini: sono state arrestate per l’omicidio le figlie dell’ex vigilessa di Temù (in Val Camonica) svanita nel nulla durante quella che sembrava una escursione in montagna, lo scorso 8 maggio, e il fidanzato della maggiore.
Il corpo della donna, irriconoscibile, è stato ritrovato tra la vegetazione vicino al paese all’inizio di agosto, in un punto in cui le ricerche si erano concentrate a lungo. E’ stato l’esame del Dna a confermare che era lei. Sarebbe stata stordita e poi uccisa.
Silvia e Paola Zani, 27 e 19 anni, due delle tre figlie della donna e il fidanzato della maggiore Mirto Milani sono accusati di omicidio volontario, aggravato dalla relazione di parentela con la vittima, e di occultamento di cadavere.
“Il proposito omicidiario è il frutto di una lunga premeditazione e di un piano criminoso che ha consentito loro di celare per lungo tempo la morte e di depistare le indagini”, scrive il gip Alessandra Sabatucci nell’ordinanza di custodia cautelare. Secondo gli inquirenti il movente è di natura economica: “I tre indagati avevano un chiaro interesse a sostituirsi a Laura Ziliani nell’amministrazione di un vasto patrimonio immobiliare al fine di risolvere i rispettivi problemi economici”.
Negli stessi giorni in cui le ricerche battevano la zona intorno a Temù e i sentieri di montagna, gli inquirenti da subito non hanno creduto alla versione dell’infortunio o del malore. E incongruente è apparso il racconto fatto da Silvia e Paola delle ultime ore della donna.
Erano state loro a dare l’allarme dopo che la madre non era rientrata, hanno detto, da una passeggiata in montagna. Il 29 agosto vengono indagate e viene sequestrata l’abitazione di Temù dove la donna, che viveva a Brescia, si trasferiva appena poteva. Nel paese la 55enne Laura Ziliani, dipendente del Comune di Roncadelle, aveva lavorato a lungo come agente di Polizia locale. Rimasta vedova nel 2012, quando il marito era morto travolto da una valanga, amava camminare da sola in montagna, si poteva considerare una escursionista esperta.
Sabato 8 maggio era uscita di casa intorno alle 7 del mattino diretta verso la località di Garìo, sopra Villa Dalegno: era stata ripresa da una telecamera in paese e un testimone aveva raccontato di averla vista su un sentiero. Non aveva con sè il cellulare. Poi, più nulla. Persa ogni traccia.
Dopo l’allarme erano iniziate le ricerche, durate per giorni, che avevano coinvolto centinaia di persone fra tecnici del Soccorso alpino e speleologico, unità cinofile molecolari giunte da Trento e dal Piemonte, militari del Soccorso alpino della Guardia di Finanza, Carabinieri e Vigili del fuoco, oltre al sindaco di Temù, alla Protezione civile e al presidente dell’Unione Alta Valle Camonica.
Dopo una settimana di sforzi infruttuosi, erano state sospese per poi riprendere il 23 maggio, dopo che un escursionista aveva trovato lungo la ciclabile a fianco del torrente Fiumeclo una scarpa bucata, da trekking, riconosciuta dalle figlie come appartenente alla donna.
Quando il corpo è stato ritrovato l’8 agosto la donna era scalza, senza le scarpe con i plantari speciali che avrebbe dovuto portare nell’ipotesi della gita solitaria in montagna, e addosso aveva solo la biancheria.
Incongruenze nel racconto dei fatti, tentativi di despistaggi. E altre tracce arrivate probabilmente dai pc e dai cellulari sequestrati e dal cellulare della donna ritrovato ‘stranamente’ nella casa di Temù dietro una poltrona. L’ultimo tassello infine dai laboratori di Medicina legale degli Spedali civili: nel corpo c’erano tracce di benzodiazepine che l’avrebbero stordita. Esclusa l’ipotesi del suicidio, è stato così l’esame tossicologico a dare una svolta al caso e a far chiudere il cerchio delle indagini intorno alle figlie.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
UFFICIALMENTE PERCHE’ HA “BISOGNO DI STACCARE”, MA IN LEGA SI DICE CHE NON CONDIVIDEVA LE AMBIGUITA’ DI SALVINI SULLA VACCINAZIONE
Era considerato il deus ex machina dietro la comunicazione social della Lega,
ora ha deciso di lasciare il Carroccio. Luca Morisi, leghista sin dalle origini e fedelissimo di Matteo Salvini, nominato dallo stesso leader del Carroccio capo della comunicazione social del partito assieme ad Alessandro Paganella, ha lasciato l’incarico «per motivi personali», spiegano fonti del partito, confermando le indiscrezioni dell’Adnkronos. Secondo fonti interne al Carroccio, Morisi non condivideva le ambiguità sulla vaccinazione anti-Covid portate avanti da una parte dei leghisti, contrari anche al Green pass.
Da qui, secondo alcuni, la decisione di scendere dalla nave del Capitano.
In serata, , nelle chat della Lega, Morisi ha lasciato un messaggio concordato , precisando che le ragioni della sua uscita di scena non sono legate alle recenti scelte politiche del Carroccio: “in questo periodo ho solo la necessità di staccare per un po’ di tempo per questioni famigliari. Un abbraccio e ancora grazie»
(da Open)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
COME SI PERDE UN POPOLO IN MENO DI DUE ANNI… C’E’ UNA SPIEGAZIONE POLITOLOGICA E UNA PSICOLOGICA
Siamo nel 2019, nella primavera avanzata gli italiani si recano alle urne per eleggere il Parlamento europeo e sorprendendo buona parte dei sondaggisti/previsionisti un milanese dal passato di sinistra, forgiato dalle dirette radiofoniche, già ministro degli interni, si mette in tasca più o meno metà del consenso che era del Movimento Cinquestelle guidato dalla persona più seria dello scenario politico italiano, Beppe Grillo, arrivando quasi al 35% dei voti e sancendo l’inizio di un declino grillino che ancora oggi non ha visto la sua fine
Al netto del mio linguaggio da documentario dell’Istituto Luce la domanda è: come è possibile perdere un popolo in poco meno di due anni?
Impresa non originale, del resto, poiché già accaduto a Matteo Renzi, ma questa è un’altra storia.
Abbiamo avuto due spiegazioni: una politologica e l’altra psicologica
Quella politologica è che Salvini si sia impantanato nella vicenda del Papeete e in quella dinamica abbia determinato un declino non concluso. Lo stato di confusione mentale nel quale è apparso in quell’occasione ha aperto il fronte della versione psicanalitica di un uomo che aveva perso se stesso.
Secondo la mia opinione il contesto nel quale si muove Salvini è sia matrice del suo successo che responsabile del suo crollo.
Vi dispenso dalle teorie sulla leadership fra Goleman e Blanchard e credo che l’avversità al Green pass, al vaccino e all’incredibile silenzio durante la pandemia sia la vera ragione della crisi di questo leader, ossia l’incapacità, più di chiunque altro, di comprendere e rappresentare un popolo che nel giro di un respiro si è trovato a vivere una vita mai immaginata.
Lo schema con il quale Salvini ha costruito il suo successo, cioè contro la presenza ostile degli stranieri, contro la riforma Fornero, contro gli sbarchi e in questo sostenuto da un’ampia classe dirigente che ha operato sul territorio, capace di sviluppare prossimità con i cittadini, e alimentato con una tecnica “bestiale” di grande efficacia dai social e dalla debolezza degli avversari, ha generato il 34% dei consensi.
Salvini ha saputo andare oltre il risentimento del popolo grillino, oltre il semplice vaffa e ha dato uno sbocco al risentimento trasformandolo in rabbia.
Il Capitano citofonava alla gente, andava a caccia di spacciatori, sgombrava con la ruspa, e la rabbia veniva confusa con la giustizia perché finalmente qualcuno faceva le cose che andavano fatte, ma quando l’Italia per prima, nel marzo del 20, ha cominciato a chiudersi in casa non c’era più bisogno di qualcuno che alimentasse paure e rabbia c’era il terrore del virus che tutto ha soverchiato.
Allora il Capitano che insegue le vacche su una spiaggia, o che abbraccia un albero, o mangia pane e Nutella diventa anacronistico, fastidioso, inadeguato.
Per un certo periodo ha continuato come se nulla fosse successo, poi ha compreso che il Virus aveva preso il sopravvento, il flusso di consenso si è chiuso rapidamente e quel gruppo dirigente, il suo staff non ha avuto gli strumenti per elaborare il momento. Peraltro, chi li ha avuti? Trump, Bolsonaro, Johnson? Un’intera classe dirigente caduta vittima del virus.
La propaganda è uno strumento del pensiero politico senza il quale diventa un boomerang e solo così si spiega la tragedia di un uomo che ogni giorno si inventa un nemico, una battaglia, sposta il confine dello scontro, ma ad ogni giro ha sempre meno persone dietro.
Certo è lui che con i Cinquestelle ha voluto Conte, mollando Conte ha determinato un successo elettorale breve ma intenso.
Oggi il partito che sventolava il cappio in parlamento e che ha nei suoi valori incardinato il “giustizialismo” senza essere “manettaro” lo trovi ai banchetti con i Radicali a raccogliere le firme per un referendum contro la riforma di un ministro del governo di cui fa parte.
Gli italiani compressi tra debiti e paura hanno smesso di seguire le capriole di quest’uomo che oggi non sa a chi dare i resti perché superato dalla Meloni che ha fatto lo stesso gioco che Salvini ha fatto con i Cinquestelle e sta a un passo dalla scissione.
Rimedio? Chiudere i Social e aprire un’epoca in cui il pensiero politico torna a essere pensato.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
SE LA LEGA VA MALE ALLE COMUNALI SI VA VERSO IL CONGRESSO
“A Salvini ormai non rimane che fare buon viso a cattivo gioco”: così, con una
battuta, le truppe leghiste spiegano in transatlantico cosa sta accadendo nella Lega. Ieri oltre la metà dei deputati del Carroccio era assente in aula alla votazione del secondo decreto sulla certificazione verde: il sì è infatti stato accordato solo da 69 leghisti su 132 in totale.
Cercando tra i tabulati della votazione, risultano in missione e quindi assenti ‘giustificati’ 12 leghisti, mentre sono 51 i deputati che non hanno partecipato al voto. Il giorno prima, al Senato, invece le assenze erano al 40 per cento. A Salvini, per l’appunto, non resta che fare buon viso a cattivo gioco.
Lega spaccata? Manco per idea secondo il Capitano: “I parlamentari sono liberi di esserci o non esserci. Ognuno è libero di agire secondo coscienza, siamo in democrazia e non in un regime”.
Peccato però che uno dei nuovi leader leghisti più quotati, Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli Venezia Giulia, aveva appena affermato che “non c’è spazio per i no-vax nella Lega”.
Insomma, il capitano leghista (ormai quasi “ex” capitano verrebbe da dire) tenta disperatamente di gettare acqua sul fuoco ma sa benissimo che la situazione (e assieme a questa il partito) potrebbe sfuggirgli di mano da un momento all’altro.
Tanto che le divisioni interne ormai riguardano persino gli staff dei vari leader, a cominciare da quelli di Salvini e Giorgetti: le diversità di vedute sui modi di impostare il lavoro sono ormai all’ordine del giorno.
Insomma, al di là delle smentite di rito e delle photo opportunity ad uso e consumo della stampa per far vedere che tutto è tranquillo (a proposito: si starebbe pensando ad un “colpo ad effetto” prima del voto) la tensione tra l’ala governista e nordista (quella attualmente vincente) rappresentata dal ministro vicino a Mario Draghi, e quella populista incarnata dal leader del Movimento Matteo Salvini è palpabile.
E anche se Giorgetti continua a ripetere che «con Salvini andiamo d’amore e d’accordo», di certo Salvini è finito sotto schiaffo; dapprima sul green pass e poi a causa delle uscite dei “suoi” governatori di Veneto e Friuli.
“Rischiamo di passare per quelli delle battaglie perse” spiega ora un big leghista abitualmente sempre molto abbottonato, scontento per i troppi no di Matteo Salvini che improvvisamente poi nell’aula parlamentare diventano sempre dei sì. “Nella Lega serve un congresso perché ormai c’è un problema di strategia politica”, aggiunge.
Il capitano è poco “lucido”, ha perso il “tocco magico”, si sente dire.
Tutte cose che pensano in molti ma finora nessuno ha il coraggio di dire apertamente, perché Salvini seppure indebolito dalle polemiche rimane ancora saldo al vertice del partito.
La deadline però non è molto lontana: è fissata per le prossime comunali. Se le cose non dovessero andare per il verso giusto, all’interno del corpaccione della Lega sono in molti a scommettere che in tanti usciranno allo scoperto e per Salvini si farà veramente dura.
I risultati che verranno tenuti d’occhio saranno essenzialmente due: quello che farà il candidato scelto dal leader del Carroccio a Milano e il risultato che otterrà Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia.
Se ci dovesse essere il “sorpasso”, certificato stavolta non dai sondaggi ma dal risultato delle urne, sarà impossibile per Salvini fare finta di niente.
D’altra parte c’è già chi si sta scaldando in panchina: Zaia e Fedriga su tutti.
E Giorgetti? Lui, spiega chi lo conosce bene, gioca un’altra partita e non è interessato a prendere il posto del “capitano”: preferirebbe molto di più fare il capo del governo per tenere in piedi la legislatura se Draghi dovesse salire al Quirinale.
(da TPI)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
“TIRATE FUORI I NUMERI”, SI’ MA QUELLI GIUSTI… DIFFONDERE FALSITA’ PER STRIZZARE L’OCCHIO AI NO VAX
Un lapsus di un dottore in una conferenza stampa in Australia del 25 luglio si è trasformato in una notizia (ovviamente falsa) contenuta in un editoriale pubblicato su un giornale italiano il 23 settembre.
Il dottore è in questione è Jeremy McAnulty del NSW Health, il ministero della Salute del Nuovo Galles del Sud (lo Stato australiano con capitale Sidney): ormai due mesi fa ha commesso un errore durante una conferenza stampa, dicendo che tra i pazienti ricoverati per Covid “tutti tranne uno sono vaccinati“.
McAnulty pochi minuti dopo si è corretto, spiegando che tutti i ricoverati (tranne uno) sono “non vaccinati”. La clip con la prima frase estrapolata dalla conferenza è diventata però uno degli strumenti della propaganda di chi vuole far credere che il vaccino contro il Covid sia sostanzialmente inutile. Così il lapsus di McAnulty ha iniziato a fare il giro del mondo, fino ad arrivare a Maurizio Belpietro, direttore de La Verità, che ha citato il dottore australiano nel suo editoriale dal titolo “Tirate fuori i numeri degli ‘immuni’ che s’infettano“.
Belpietro scrive: “Nell’ultimo mese, nella regione Sud-Orientale, eccetto uno, tutti i ricoverati per Covid sono vaccinati e in gran parte giovani. Su 141 persone ospedalizzate, 60 hanno meno di 55 anni, 28 hanno un’età inferiore ai 35 anni. Su 43 persone in terapia intensiva, 18 sono intubati, ma tra questi uno solo aveva ricevuto una dose, gli altri avevano compiuto l’intero ciclo vaccinale”.
Il direttore de La Verità parla di “ultimo mese”, quando la conferenza stampa del NSW Health è datata 25 luglio.
Ma soprattutto riporta esattamente i numeri pronunciati per errore da McAnulty. Per capire che il riferimento alle persone vaccinate fosse sbagliato, bastava perdere un minuto di tempo per effettuare una semplice ricerca su Google. Già il 27 luglio, ad esempio, la Australian Associated Press (Aap) con un lungo articolo ha chiarito tutta la vicenda, per evitare appunto che gli australiani potessero credere a una fake news.
Già il giorno dopo la conferenza stampa, infatti, alcuni post su Facebook citavano solamente il primo passaggio della conferenza per sostenere che il vaccino contro il Covid fosse “inutile” nel prevenire il ricovero in ospedale.
Tutti post con tanto di video, che ovviamente però non riportava anche la correzione di McAnulty. Il dottore australiano nella conferenza sta fornendo le statistiche sul Covid e annuncia che 141 persone sono in ospedale con il Covid e 43 in terapia intensiva.
Di queste, dice inizialmente McAnulty, “tutti tranne uno sono vaccinati. Una persona aveva appena ricevuto una dose di vaccino”. Siamo al minuto 8 e 49 secondi del video della conferenza stampa, ancora disponibile su Facebook.
La conferenza prosegue e, come racconta appunto l’Aap, quando arriva il momento delle domande un giornalista chiede dei chiarimenti. A quel punto – siamo al minuto 36 e 9 secondi – il dottor McAnulty si ripresenta davanti ai microfoni e spiega: “Penso di aver parlato male prima. Quindi delle 43 persone in terapia intensiva, 42 non sono state vaccinate. Una persona ha avuto solo una dose di vaccino”.
In poche parole, nemmeno le statistiche del Nuovo Galles del Sud in Australia – peraltro relative a luglio e non all’ultimo mese – sfuggono alla tendenza generale: la maggior parte delle persone ricoverate in terapia intensiva non sono immunizzate o lo sono solo parzialmente.
A scanso di equivoci, anche un portavoce del NSW Health ha chiarito i dati: “Tutti tranne uno non erano vaccinati”. Eppure, scriveva l’Aap, già due giorni dopo quel lapsus di McAnulty era stato condiviso da molti utenti australiani sui social network ed era arrivato fino negli Stati Uniti. Due mesi dopo è arrivato anche in Italia, scritto nero su bianco nell’editoriale di Belpietro, su La Verità.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
I CALCOLI DELL’UNIONE CONSUMATORI: “INTERVENIRE ANCHE SULLE ACCISE E SULLE ADDIZIONALI REGIONALI”
L’intervento del governo Draghi non basterà a evitare i rincari delle bollette. 
A dirlo è l’Unione nazionale consumatori secondo cui l’eliminazione degli oneri di sistema, annunciata dal presidente del Consiglio Mario Draghi, avrà un impatto limitato sugli aumenti di luce e gas che ammonteranno, su base annua, ad oltre 100 euro per la luce e 260 per il gas.
L’Unione nazionale consumatori, per questo, chiede di intervenire anche sulle accise, sulle addizionali regionali per il gas e sull’Iva.
«Per una famiglia tipo, considerati i dati del secondo trimestre 2021, prima cioè del taglio da 1,2 miliardi avvenuto a giugno, l’annullamento totale degli oneri implicherebbe, su una bolletta media per la luce pari a 562 euro, una riduzione pari a 113 euro, a fronte, però, di un aumento teorico (quello prospettato da Draghi del 40 per cento sul prezzo complessivo della luce) di 225 euro. Insomma, la bolletta salirebbe, su base annua, di 112 euro», spiegano.
Stesso discorso per il gas: su una bolletta per la famiglia tipo da 1.028 euro «l’azzeramento degli oneri la abbasserebbe di appena 45 euro, a fronte del rincaro prospettato da Draghi del 30 per cento, pari a 308 euro, con un rialzo finale pari a 263 euro nei dodici mesi».
(da agenzie)
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