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SALVINI, GIORGETTI E IL DEJA’ VU DEL “CHE FAI, MI CACCI?”

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

L’ULTIMO SPROLOQUIO DI UN DISPERATO: “GIANCARLO SI E’ MESSO A FARE IL FINI DELLA LEGA”… IL TIMORE NELLA LEGA E’ CHE NEL CASO MORISI SPUNTI IL NOME DI SALVINI

Dopo un lungo giro di telefonate, dalle parti di Salvini, la sensazione è quella di déjà vu, di quelli ti fanno sentire giovane assai, soprattutto quando chi ne ha raccolto sfoghi, retropensieri, ragionamenti amari, consegna al cronista questa frase, attribuendola al Capo: “Giorgetti si è messo a fare il Fini della Lega”.
E cioè: “Si è messo in testa di offrire lo scalpo di Salvini al partito di Draghi, come Fini offrì quello di Berlusconi alla sinistra”.
Ecco, prima ancora del dibattito sulle differenze (storia, caratteri, ambizioni) dei protagonisti – Salvini e Berlusconi, Giorgetti e Fini – la prima cosa che colpisce – e giustifica la sensazione di ritorno alla giovinezza – è una certa sindrome di “accerchiamento” che si respira. Al tempo stesso politica e giudiziaria.
Perché, prima ancora del merito della questione, è il timing dell’inchiesta su Luca Morisi ad essere percepito come sospetto. Non a caso, dopo il silenzio iniziale, il leader della Lega si è messo a parlare di “processo politico” e i giornali del centrodestra hanno menato la gran cassa, evocando il riflesso d’antan sulla giustizia a orologeria a pochi giorni dal voto.
Poi però c’è il merito, e il clima torbido attorno alla faccenda, con una ridda di voci su vizi privati, festini, potenziali sviluppi dell’inchiesta, attorno a cui si sbizzarrisce la fantasia dei dietrologi.
Stiamo ai fatti, ovvero alla difesa senza se e senza ma, da parte di Salvini, dell’inventore della bestia, anzi all’ordine di scuderia: “Difendetelo”.
Ordine che racconta non solo il classico doppio standard tra ciò che accade a sé e il trattamento riservato agli altri – cosa avrebbe fatto appunto la Bestia se l’indagine in questione avesse coinvolto un avversario politico? – ma anche di un colpo arrivato ad entrambi. Al cuore del salvinismo.
Sempre per stare nel déjà vu, una volta quel gran furbone di Denis Verdini ebbe a dire a Silvio Berlusconi, in occasione della loro separazione politica, che non potevano non rimanere in buoni rapporti, con una folgorante battuta da toscanaccio: “Suvvia Silvio, dopo tutti gli omicidi (politici, s’intende, ndr) che abbiamo fatto assieme”.
E infatti tra i due non si è mai registrata una sola parola velenosa. Vale anche per “Matteo” e “Luca”, a cui sono stati setacciati telefoni e computer.
E per questo in parecchi, fuori e dentro la Lega, si sentono autorizzati a pensare che prima o poi, chissà a che proposito, spunti il nome di Salvini perché, si sa, che le inchieste sono dei colabrodi.
Magari sono solo fantasie o illazioni, ma danno l’idea del clima.
Giorgetti, dicevamo, proprio qui, proprio ora, nel giorno dell’inchiesta e in piena tensione da amministrative. Cioè nel momento di massima vulnerabilità del leader leghista, affannato a saltare da un palco all’altro per limitare danni elettorali annunciati.
Stavolta la questione è seria, e anche paradossale perché la perfida uscita del Richelieu leghista almeno per un giorno ha avuto l’effetto di ricompattare tutti, sia pur contro di sé.
Il cronista è autorizzato a scrivere che la telefonata tra i due non è servita a chiarire: “questa non passa facilmente”, “è un vulnus politico e umano”, “Giancarlo non ha più neanche l’alibi della buona fede”, perché non di distinguo si tratta, ma di una trama alternativa: l’idea cioè di offrire lo scalpo di Salvini, per presentarsi come volto “presentabile” della Lega che piace “al sistema e alla sinistra”.
È chiaro che, in un clima di accerchiamento, proliferano le ipotesi più o meno complottarde, come quella secondo cui il disegno di Giorgetti sarebbe: Draghi al Colle, voto per poi ottenere un incarico, in un quadro di maggioranza risicata. Boh, chissà.
Prima ancora del “se” e del “come” conta quel che sta accadendo, che squarcia il velo dell’ipocrisia sull’“inesistenza delle due Leghe”, il “siamo tutti d’accordo”, insomma neanche la facciata si salva.
La questione politica di fondo è deflagrata, tra i due e giù pe’ li rami, a giudicare dai toni che si registrano nel chat interne. E se la questione è già deflagrata a prescindere da come andrà domenica, se domenica andrà che sul voto di lista Salvini si ritroverà dietro alla Meloni, in parecchi daranno ragione al capogruppo alla Camera Riccardo Molinari che, in privato, ha già recapitato il warning: “Così i gruppi non tengono”.
E non sarà più questione di vaccini e Green Pass, ma le antenne parlamentari registrano una crescente insofferenza proprio sul governo, ben oltre i soliti Borghi e Bagnai. Che rende per nulla peregrina la domanda che rimbalza nei Palazzi della politica: “Fino a quando Salvini la reggerà?”. Bella domanda.
(da Huffingtonpost)

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L’IRA DELLA MELONI: “LASCIATI SOLI A FARE QUESTA CAMPAGNA ELETTORALE”

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

FURIOSA PER L’ENDORSEMENT DI GIORGETTI A CALENDA, MA DIMENTICA CHE MICHETTI A ROMA LO HA IMPOSTO LEI AGLI ALLEATI

“Almeno Salvini gira l’Italia come una trottola, ci mette la faccia, ma sotto di lui niente: cosa vuole fare la Lega? Il nodo è politico”.
Chi ha parlato con Giorgia Meloni nelle ultime ore racconta che, sotto i nervi saldi imposti dalle urne imminenti, sia furibonda.
Al quartier generale di FdI le bordate di Giorgetti sui candidati alle comunali, e in particolare contro Michetti in lode di Calenda, sono state accolte malissimo.
Ma l’insofferenza della leader di FdI si estende anche agli altri alleati, a Forza Italia che o si è liquefatta sul territorio (vedi Roma) oppure sta alla finestra (vedi Milano). “Ci hanno lasciati da soli a fare questa campagna elettorale”, è il succo amaro dello sfogo con diversi interlocutori.
Che ha trovato ascolto se, come sembra, forse non si riuscirà ad arrivare a un comizio congiunto ma si lavora per due “iniziative”, forse conferenze stampa, dei tre leader del centrodestra (con Tajani) a Roma e Milano.
“Giorgetti lascia il tempo che trova – ha detto Meloni ospite a “Porta Porta” – Ma mi ha colpito perché dovrebbe sapere che Calenda non arriverà mai al ballotaggio e non era un ministro così capace. Non vorrei che fosse tornato alla Lega prima maniera che a Roma augura il peggio… La sinistra è più organizzata, noi andiamo in ordine sparso”. E aggiunge: “Il caso Morisi ha un impatto politico importante”.
Dentro FdI la tensione è altissima. La versione ufficiale è che le questioni interne di casa Lega – ovvero tra “le due Leghe”, lessico ormai diventato colloquiale – se le devono risolvere tra di loro.
E i conti, sia numerici che politici, si faranno dopo. Ma l’operazione di portare Calenda nel perimetro del centrodestra “azzoppando” Michetti è risultata indigesta. Anche perché prematura: “E’ ovvio che nell’ottica del ballotaggio è con lui che bisogna parlare – spiega un parlamentare – Ma farlo adesso significa partire da una posizione di debolezza”.
Ai limiti del sabotaggio, con buona pace della “smentita dell’intervista”, categoria giornalistica che non ha convinto i più. “Non mi è sembrato il momento opportuno per dichiarazioni del genere” si limita a dire la consigliera regionale Chiara Colosimo, che macina appuntamenti elettorali. Mentre la paura tracima: “Vogliono sfilare a Salvini il partito da sotto i piedi…”.
Il paradosso è che l’intemerata giorgettiana ha favorito un riavvicinamento, almeno a livello di feeling personale o quanto meno di onore delle armi, tra “Matteo” e “Giorgia” dopo mesi di glaciale freddezza. Dovuta proprio agli screzi (eufemismo) sui candidati.
Con settimane di stallo, vertici convocati e rinviati, colloqui tra sherpa, accuse di mettere veti (lui a lei, ad esempio su Bertolaso) e non essere ascoltati (lei a lui). Un braccio di ferro concluso con la “lottizzazione” delle due principali città.
Su Roma, Meloni ha imposto agli alleati il tribuno radiofonico, promosso da “Michetti chi?” a “il nostro Mister Wolf”, ma rimasto nel cuore degli antipatizzanti come “il cavallo non di Caligola bensì di Giorga”. Su Milano, dove le carte le dà la Lega, Salvini ha preso atto di vari “no grazie” ripiegando sul pediatra-gaffeur Bernardo che tiene tutti sul filo della sconfitta al primo turno.
I mal di pancia FdI, però, sono diretti anche verso gli azzurri. “Fa più tweet Elio Vito che iniziative Forza Italia” è la battuta velenosetta. Condita dalle presenze all’ultimo comizio di Gasparri con Michetti, che sarebbero 40. Nel mirino c’è la decisione del deputato berlusconiano Vito di sostenere la lista del suo partito ma, con il voto disgiunto, Andrea Bernaudo come sindaco. Vito fa spallucce: “Io sono sempre lo stesso, con Bernaudo siamo amici da vent’anni, eravamo con Taradash nei riformatori liberali. Il problema è la gestione romana e nazionale del partito”. Chiosa: “Con Giorgia ho un ottimo rapporto, sono gelosie interne”.
Forse sì, ma reciproche. Gli azzurri romani combattono sulla linea Maginot del 4%, anche meno secondo alcuni sondaggi, rischiano di avere un solo posto in consiglio comunale e di appaltarlo all’ex grillino De Vito.
Comprensibilmente, non sprizzano buonumore. Né generosità: “In FdI hanno sbagliato candidato e adesso fanno i piagnoni – ritorcono – Il comitato elettorale di Michetti l’hanno gestito da soli, cosa vogliono?”.
(da Huffingtonpost)

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‘NDRANGHETA, CONDANNATO A 5 ANNI IL SENATORE DI FORZA ITALIA SICLARI

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

AVEVA CHIESTO E AVUTO VOTI DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA PER ESSERE ELETTO

Cinque anni e quattro mesi di condanna e interdizione perpetua dai pubblici uffici per aver chiesto e ottenuto i voti dalla ‘Ndrangheta.
È una pena pesante, anche superiore ai 4 anni chiesti dai pm, quella inflitta oggi al senatore di Forza Italia, Marco Siclari, imputato nel maxiprocesso antimafia con rito abbreviato Euphemos.
Diretta dal procuratore aggiunto Gaetano Paci e dal pm Giulia Pantano, l’inchiesta ha fatto luce sulla costola di Sant’Eufemia del potente casato mafioso degli Alvaro, svelandone anche gli addentellati economici, politici e istituzionali. È a loro, emerge dalle indagini e ha confermato oggi il giudice, che il senatore si sarebbe rivolto per raccogliere le preferenze necessarie per approdare a Palazzo Madama.
A fare da tramite, il dottore Domenico Galletta, che per conto di Siclari, va a bussare alla porta di Domenico Laurendi, oggi condannato a 20 anni, che di quella costola degli Alvaro è il capo, il mandatario elettorale e il responsabile dei rapporti con soggetti appartenenti alla massoneria. E all’epoca, per i suoi legami con il clan era già sotto processo. Ma ugualmente viene invitato e si presenta alla segreteria politica del futuro senatore.
Impossibile, aveva valutato il giudice per le indagini, che Siclari non sapesse chi aveva di fronte. Dunque per quale motivo cercare il contatto con “un esponente della criminalità organizzata, notoriamente già arrestato e sub judice per il reato di partecipazione all’agguerrita cosca degli Alvaro”? Uno solo, a detta del giudice. Laurendi “avrebbe potuto assicurare una sacca di suffragi di assoluto rilievo e lo avrebbe fatto mobilitando la cosca di appartenenza col metodo mafioso”.
E confermarlo poi ci ha pensato proprio il capo degli Alvaro di Sant’Eufemia, che nel corso delle settimane successive si è prodigato – intercettato – nel distribuire indicazioni di voto.
“Questo qua è in Forza Italia, questo amico mio, questo è un dottore, Marco Siclari, di qua, quello che ha i supermercati qua a Reggio e cose, ed è a Roma” diceva ai suoi, cui ordinava “Forza Italia gli meni al Senato, alla Camera c’è Luigi (Fedele, allo stato non indagato ndr)”. E dopo il voto, sono arrivati i festeggiamenti per la vittoria. “Ha superato anche il candidato del paese” commentava soddisfatto Laurendi.
E il neosenatore? Di certo non si è mostrato irriconoscente. Anzi, si legge nelle carte di indagine, si è mostrato “ossequiente e acquiescente alle sue richieste anche di incontri, piuttosto che tenersi lontano anni luce da un personaggio di quella fatta come sarebbe stato fisiologico, se quei voti gli fossero piovuti dal cielo”.
E subito si è messo a disposizione quando sono arrivate le richieste da parte del clan, a partire dal trasferimento a Messina – puntualmente avvenuto – di una dipendente di Poste italiane, parente di uno degli uomini di punta del clan di Sant’Eufemia, per la quale è stato creato addirittura un posto ad hoc.
Tutte carte che il Senato ha avuto modo di esaminare già due anni fa, quando i magistrati hanno chiesto per Siclari i domiciliari. L’istruttoria è stata aperta, sulla questione si è arrivati a dibattere, ma una deliberazione al riguardo non c’è stata mai. Nel frattempo, il processo è andato avanti fino alla condanna del senatore, che al suo incarico non ha mai pensato di rinunciare. Almeno fino ad oggi.
(da agenzie)

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TORTA DA 69 MILIONI DI EURO PER I PARTITI EUROPEI, SOVRANISTI IN PRIMA FILA A CHIEDERE QUATTRINI

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

BRUXELLES FORAGGIA FORZE POLITICHE E FONDAZIONI, NEL 2012 GLI “ANTI-EUROPEISTI” HANNO PRESO 4,6 MILIONI

Piovono soldi sul Parlamento europeo. O, meglio, sui partiti e sulle fondazioni politiche che popolano aule e corridoi della sede del potere legislativo comunitario.
E quando si tratta di pecunia, poco importa se fino al giorno prima si è stati euroscettici o lontanamente critici col sistema (anche monetario) dell’Unione europea.
Il prossimo 30 settembre, infatti, scadono le domande per accedere al finanziamento sia degli uni che degli altri per il 2022.
Il piatto è decisamente ricco: l’Europarlamento ha messo a disposizione dei partiti la bellezza di 46 milioni di euro, e per le fondazioni la metà, 23 milioni. Per un totale di 69 milioni. Esattamente la medesima cifra dell’anno in corso.
E a fare domanda, salvo sorprese, saranno gli stessi partiti, anche quelli euroscettici o comunque fortemente critici con l’Ue, nei quali ricadono anche movimenti italiani.
IL BANDO
Insomma, chi l’ha detto che soltanto in Italia la politica sia sinonimo di ricchi contributi. Anche perché finora, al di là del Movimento cinque stelle, nessuno si è tirato indietro quando era il momento di incassare.
Secondo l’aggiornamento pubblicato a fine febbraio e relativo al 2021, il partito politico a godere della fetta più grossa è il Partito popolare europeo, al cui interno è iscritta anche Forza Italia, cui sono andati 12 milioni di euro.
Il Partito socialista (dove oggi siede il Pd) riceverà invece circa 8 milioni. Via via, poi, abbiamo tutte le altre formazioni. Ed ecco le sorprese. Al di là dei Verdi (4,6 milioni di euro) e di Alde (i liberali entro cui siedono Radicali e +Europa e acui vanno oltre 5 milioni), troviamo anche movimenti di cui probabilmente pochi hanno sentito mai parlare.
Il Partito democratico europeo riceverà, ad esempio, 914mila euro e al suo interno troviamo anche una componente italiana il cui leader è l’ex onorevole Giuseppe Pisicchio. Ancora, c’è il Movimento Politico Cristiano Europeo, a cui è affiliato Idea di Gaetano Quagliariello e Carlo Giovanardi: per il 2021 previsti stanziamenti per 732mila euro. Che dire, ancora, dell’European Free Alliance al cui interno risultano movimenti italiani come Altro Sud e il Comitato Libertà Toscana.
Nonostante siano poco noti (o per niente noti), risulta per il 2021 uno stanziamento di oltre un milione di euro. Finita qui? Certo che no. Nella lunga lista troviamo anche i sovranisti di “Identità e Democrazia” (4,6 milioni) e i “Conservatori e Riformisti” (4,1).
Nel primo euro-partito siede anche la Lega di Matteo Salvini, nel secondo Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Chissà se qualcuno degli europarlamentari italiani di Carroccio e FdI ha protestato quando la formazione di appartenenza ha ricevuto i fondi comunitari negli anni scorsi.
PURE LE FONDAZIONI
Il punto, però, è che se i gruppi parlamentari presenti a Bruxelles sono solo sette, i partiti finanziati sono dieci. Il motivo va ritrovato nel fatto che, nonostante il lavoro fatto negli ultimi anni, continua a non esserci piena trasparenza sulle adesioni dato che che basta un solo deputato eletto per far avere soldi al proprio partito di riferimento. Ma non è tutto.
A godere di lauti finanziamenti sono anche le fondazioni politiche, nella maggior parte dei casi diretta emanazione degli stessi partiti che già ricevono fondi. Ma non mancano casi singolari, come “Sallux” (cui andranno 366mila euro), nome che è crasi tra sale e luce e che mira a creare un “approccio relazionale alla vita, all’economia e alla società”.
(da La Notizia)

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IL REFERENDUM BERLINESE SUGLI ESPROPRI APRE IL DIBATTITO SUL CARO AFFITTI

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

BERLINO, PARIGI, MILANO, LONDRA, LE METROPOLI FANNO I CONTI CON LA FOLLIA DEGLI AFFITTI

Un referendum consultivo a Berlino apre il dibattito europeo sul caro affitti. Domenica 26 settembre i residenti della capitale tedesca hanno votato, oltre che per l’elezione del nuovo Bundestag, anche per esprimersi sulla possibilità di espropriare gli appartamenti sfitti dei colossi dell’immobiliare.
In tutto nella città ci sono circa 240 mila immobili vuoti di proprietà di grandi aziende private, 113 mila dei quali appartenenti solo all’azienda Deutsche Wohnen.
Oltre un milione di persone, circa il 56% del totale, si è detta a favore della nazionalizzazione delle case.
Il risultato del referendum non è vincolante, ma pone alla nuova legislatura – e alla nuova sindaca della città Franziska Giffey – un problema ormai inaggirabile.
Il tema non è solo locale: già prima dell’esito del voto, l’iniziativa del comitato “Deutsche Wohnen & Co enteignen” è risuonata in diversi Paesi europei – tra cui Francia e Italia – dove ormai da tempo si combatte con una Mietenwahnsinn, la «follia degli affitti».
La situazione a Berlino e in Germania
I prezzi degli affitti a Berlino sono un grande problema per gli abitanti della città. Nel 2017 la capitale tedesca ha registrato il rincaro più alto di tutto il resto del mondo, con un aumento del 20,5% dei prezzi immobiliari nel giro di 12 mesi.
Andando ancora più indietro nel tempo, dal 2004 al 2021 il prezzo medio di un’abitazione berlinese è cresciuto del 120%. Il motivo dell’impennata dei costi è strettamente legato al numero di case sfitte di proprietà delle grandi aziende (quelle, cioè, che possiedono più di 3 mila stabili).
Tenerle vuote consente al mercato di mantenere alta la domanda, e permette alle società di giocare a rialzo sui prezzi.
Il rincaro degli affitti ha messo sotto pressione la stragrande maggioranza delle persone, dato che a Berlino circa l’80% dei residenti vive in una casa non di proprietà. In generale, oltre la metà dei tedeschi vive in affitto – solo il 45% risiede in una casa propria, contro quasi l’80% degli italiani- e il problema si ripropone anche in città come Amburgo, Francoforte e Monaco.
«Non vogliamo diventare come Londra e Parigi, dove le persone normali con uno stipendio normale non possono più permettersi di vivere in città», hanno detto alcuni attivisti prima del referendum.
Eppure, la soluzione non sembra dietro l’angolo. L’ormai ex sindaco Michael Müller aveva provato a contenere il fenomeno varando una legge che prevedeva un tetto massimo per gli affitti, ma il provvedimento era stato annullato dalla Consulta perché ritenuto incostituzionale.
Un provvedimento di tale portata, avevano dichiarato i magistrati, poteva essere stabilito solo a livello federale. La neosindaca dell’Spd Franziska Giffey si è già detta contraria all’esproprio, in accordo con i principali partiti d’opposizione e in disaccordo con la sinistra di Linke e i Verdi.
L’argomento potrebbe diventare un nodo importante nelle alleanze tra i partiti nelle settimane in cui la Germania sarà chiamata a definire la coalizione di governo. Ma se è vero che gli ostacoli politici e giuridici rendono la strada in salita, è altrettanto vero che il referendum alza il velo su un problema comune a diverse città europee.
Parigi e gli affitti stagionali
Anche Parigi, capitale francese, fa i conti con un’offerta che non soddisfa la domanda. A differenza di quanto accade in Germania, il problema non è strettamente legato alle società immobiliari che lasciano vuoti gli appartamenti, bensì alla crescita del numero di affitti stagionali o temporanei – specialmente tramite Airbnb o altre piattaforme. Nel 2019 il 17,5% delle case parigine era riservato agli affitti a breve termine, rispetto al 14,1% del 2011.
Anche qui la politica ha provato a fissare un tetto massimo dei costi nel 2017, ma uno studio di Meilleuragents.com risalente al 2018 ha mostrato come la regola non sia rispettata: il 46% dei monolocali e il 40% dei bilocali o trilocali costano ancora di più di quanto dovrebbero.
L’aumento dei prezzi ha messo in difficoltà i lavoratori che non hanno grandi capitali (né garanti) alle spalle, che sono i primi ad essere scartati dalle agenzie che ogni giorno hanno a che fare con decine di candidati.
Milano resta cara anche dopo la pandemia
Un’altra città vittima del caro affitti è Milano. Stando ai dati del 2017 (quindi precedenti al Covid-19), nel capoluogo lombardo ci sono circa 70 mila alloggi sfitti che, sul modello berlinese, contribuiscono a far salire il dislivello tra domanda e offerta. A Milano, dove il costo medio della camera singola è il più alto d’Europa, nemmeno la pandemia ha contribuito a un abbassamento dei prezzi.
Il costo di un monolocale in affitto resta attorno ai 900 euro di media, e le stanze singole restano su una media di oltre 530 euro. Nemmeno in questa campagna elettorale Giuseppe Sala si è speso troppo per arginare il problema.
Ma l’urgenza di affermare un diritto all’abitare è stata sancita anche dalle Nazioni Unite: lo scorso maggio l’Alto commissario per i diritti umani è intervenuto per chiedere allo Stato italiano di congelare l’esecuzione di uno sfratto a Roma ai danni di una donna e dei suoi due figli.
Non è chiaro dove condurrà l’esperienza del referendum di Berlino, ma quel che è certo è che punta i riflettori su un problema europeo rimasto latente per troppo tempo.
(da Open)

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LO STATO ITALIANO HA NEGATO IL TFR AI FAMILIARI DI UNA GIOVANE VITTIMA DI NASSIRIYA: “ERA VOLONTARIO”

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

IL 17 MAGGIO 2004 MATTEO VANZAN, 22 ANNI, CAPORAL MAGGIORE DEI LAGUNARI, PERSE LA VITA IN UNO SCONTRO CON I MILIZIANI

Lo Stato italiano a volte si rende protagoniste di assurde e ingiustificate vicende che lo disonorano
Il 17 maggio 2004 in Iraq, a soli 22 anni, perse la vita Matteo Vanzan, primo caporal maggiore dei Lagunari, morto in combattimento a Nassiriya durante l’operazione Antica Babilonia.
Ai familiari del militare, che è stato riconosciuto vittima del terrorismo, lo Stato ha però negato l’erogazione della liquidazione, in quanto era un “volontario in ferma breve”, quando partì da Camponogara (Venezia) per andare in missione di pace a Nassiriya.
Il sito Onore ai Caduti rievoca la vicenda: “Matteo aveva svolto la leva obbligatoria nel corpo dei vigili del fuoco. Successivamente si era arruolato nell’Esercito, nel Reggimento dei Lagunari Serenissima, dove aveva maturato la decisione di essere volontariamente inviato a Nassiriya. Nel corso di uno scontro con dei miliziani ribelli, una granata di mortaio gli aveva reciso gravemente un’arteria femorale e dopo un disperato intervento chirurgico, il giovane Caporale spirava a causa delle gravi ferite riportate”.
Come riportato da Il Gazzettino, alla tragedia seguirono la promozione a caporal maggiore e gli altri encomi. Il 7 aprile 2006 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, conferì alla memoria di Vanzan la Croce d’onore riservata alle vittime degli atti di terrorismo o degli atti ostili impegnate in operazioni militari e civili all’estero.
A 17 anni di distanza, però, mamma Lucia e papà Enzo chiedono all’Inps il riconoscimento del Trattamento di fine servizio, l’equivalente del Tfr per i dipendenti pubblici statali.
La famiglia Vanzan ha dovuto prendere atto del rigetto espresso dall’Istituto di previdenza, che è convinto che “il militare, volontario in ferma breve all’epoca del decesso, non possa essere considerato titolare di un rapporto di impiego e non abbia perciò titolo all’erogazione del Tfs”.
Di fronte al diniego ricevuto, i familiari si sono così rivolti al Tribunale amministrativo regionale, per chiedere la condanna dell’ente vigilato dal ministero del Lavoro al pagamento dell’emolumento, in base alla legge emanata nel medesimo anno in cui scomparve il giovane. I giudici hanno però rilevato che “il ricorso potrebbe risultare inammissibile per difetto di giurisdizione”, in quanto la competenza sarebbe del Tribunale ordinario.
(da agenzie)

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LA STORIA DI SONGNE: ARRIVATO DAL BURKINA FASO A 12 ANNI E’ OGGI UNO DEI MIGLIORI PIZZAIOLI IN ITALIA

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

AL CENTRO DI TRENTO UNA DELLE MIGLIORI PIZZE D’ITALIA

La storia di Songne potrebbe essere un nuovo slogan elettorale, a patto che però segua la stessa trafila: l’integrazione nei fatti. Non nelle parole.
Lui, arrivato piccolissimo dal Burkina Faso, non è italiano. Il suo successo però è tutto made in Italy: è diventato professionista della Pizza.
“Un africano a fare la pizza? Vedrai: nessuno si avvicinerà al tuo locale. Sarà un fallimento”, avevano detto così all’inizio. A raccontarlo è La Repubblica.
Poi, eccolo entrare tra i migliori d’Italia e la sua pizza al taglio diventa parte della ’50 Top Pizza’. La guida italiana delle pizze più buone. Tutto quello che serve, insomma per dire che il made in Italy non deve essere fatto dagli italiani.
E soprattutto cosa c’è di più italiano di una persona che vive in Italia da 15 anni, lavora in Italia da sempre. Ha imparato la lingua perfettamente ed alla fine cucina meglio degli italiani il cibo italiano per eccellenza.
“Ho scoperto di essere bravo e col tempo mi sono innamorato più del salato che del dolce”, comincia così il racconto sul quotidiano torinese.
Poi i viaggi in giro per il paese a caccia della pizza più buona, perché l’aggiornamento è importante per qualsiasi professione. Si immagini per chi cucina.
“Ho assaggiato mille tipi di pizze e tante specialità diverse, per capire davvero cosa mi piaceva e cosa sarei stato in grado di fare”.
La consacrazione per Songne arriva nel 2018, quando apre la sua pizzeria al taglio al centro di Trento. “All’inizio – ricorda – molti mi dicevano: ‘Un ragazzo di colore dietro al bancone farà fuggire turisti e clienti italiani’”.
Purtroppo una bella storia ancora oggi va arricchita di pregiudizio e ostracismo tutto nazionalista: “Molti si allontanavano una volta che mi vedevano accanto alle pizze. Poi col tempo ho conquistato la fiducia delle persone e il locale ha cominciato a volare”.
(da NextQuotidiano)

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ELEZIONI GERMANIA, LA CDU TRAVOLTA SI SCOPRE NUDA: PARTE L’ASSALTO A LASCHET

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

PARTITO IN MACERIE E FUTURO INCERTO

Il «Day After» della Cdu-Csu vede un leader senza esercito, un partito in macerie e un futuro incerto. Come il re della favola, l’Unione è nuda. Ora sa quanto grande fosse la coperta di Mutti, il «Kanzlerbonus» assicurato da Angela Merkel, che ancora quattro anni fa, pur nel suo momento peggiore, aveva conquistato il 32,9% dei voti. Il «massacro di carriere»
La disfatta non è soltanto nei quasi 4 milioni di voti persi tra il 2017 e oggi, di cui 2 milioni andati direttamente alla Spd e più di 1 milione ai Verdi. È in tanti risultati locali, simbolicamente densi di significato.
È la perdita dopo 30 anni del collegio di Angela Merkel a Stralsund, sul Mare del Nord, a favore di una sconosciuta candidata socialdemocratica. O di quello di Aquisgrana, il feudo di Laschet, a opera dei Verdi. È la sconfitta nel Saarland di Peter Altmaier, fedelissimo di Merkel e ministro dell’Economia uscente, a opera di un collega di governo della Spd: Heiko Maas, il ministro degli Esteri.
O ancora quella, nello stesso Land, di Annegrette Kramp-Karrenbauer, ministra della Difesa e già delfina della cancelliera.
E la mancata elezione in Assia del numero due della cancelleria, Helge Braun. Un massacro di carriere e ambizioni. La resa dei conti è già iniziata
Per questo è apparso velleitario e disperato l’atteggiamento di Armin Laschet domenica sera, quando il candidato sconfitto ha negato l’evidenza del proprio fallimento, rivendicando addirittura un mandato a governare. Come se l’aritmetica dei seggi in Parlamento, che in verità consentirebbero una maggioranza tra Cdu-Csu, Verdi e Fdp, potesse ignorare la portata e il significato politico della débâcle.
Ma già lunedì mattina, di fronte ai vertici cristiano-democratici, l’uomo di Aquisgrana ha dovuto abbassare i toni, rendendosi personalmente conto che la resa dei conti interna è già iniziata.
Ad aprire le ostilità sono stati i premier dell’Est, convinti che nelle regioni dell’ex Ddr la Cdu abbia pagato il prezzo più alto degli errori strategici e tattici del vertice federale. Michael Kretschmer, il premier della Sassonia dove la Cdu ha dovuto cedere il primo posto all’AfD, ha definito un «terremoto» l’esito elettorale, avvertendo che non è proprio il caso di reclamare un mandato a governare.
Mentre Rainer Haseloff, che in Sachsen Anhalt in giugno aveva regalato un inaspettato successo alla Cdu, ha parlato di «disastro» e invitato a «fare una riflessione spietata e senza autoindulgenze» su quanto è successo, rivedendo anche «meccanismi e procedure di nomina dei candidati». Venti contrari a Laschet spirano anche dal suo Nord Reno-Vestfalia.
Norbert Röttgen, presidente della commissione Esteri del Bundestag e già suo avversario nella battaglia per la presidenza della Cdu lo scorso gennaio, chiede conseguenze per la linea del partito: «Così com’ è, non può rimanere». Perfino Jens Spahn, il ministro della Sanità, che pure aveva appoggiato Laschet in quella contesa, invita a elaborare la sconfitta e lancia un messaggio neppure tanto velato: «La generazione dopo Angela Merkel ha il compito di riportare la Cdu nel prossimo decennio ai vecchi livelli. Abbiamo le persone necessarie e dobbiamo dar loro responsabilità». Se non è questo un cartellino rosso per Laschet, cos’altro lo è? Il muro di gomma di Laschet
Di fronte a questo embrione di rivolta, Laschet applica il suo vecchio principio del muro di gomma. Fa una piccola marcia indietro, evitando di usare l’espressione mandato di governo. Ma insiste che «un esecutivo a guida Cdu-Csu è la soluzione migliore per il Paese». Intanto ha disinnescato uno scontro potenziale: oggi il gruppo parlamentare dovrebbe prolungare per un anno il suo presidente, Hans Brinkhaus. Ma il nodo è solo rinviato, perché altri dirigenti ambiscono alla carica e lo stesso Laschet vorrebbe tenerla aperta per sé, come default nel caso in cui la Cdu-Csu finisca all’opposizione.
Ma le manovre tattiche non possono mascherare la realtà. L’uscita di scena di Merkel scopre una Cdu in ginocchio: ridimensionata e senza guida, divisa e priva di linea, smarrita e senza un progetto su cui costruire la rinascita. Anche il confronto con la fine dell’era Kohl, quando molti predicevano al partito il destino della Dc italiana, impallidisce di fronte alla situazione attuale. Soprattutto perché, a differenza di allora, non si intravede nessuna Merkel in grado di risollevarla.
(da il Corriere della Sera)

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REGNO UNITO IN TILT PER BREXIT: SENZA BENZINA E SENZA TACCHINO PER NATALE

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

IL TELEGRAPH: “UN FALLIMENTO DA INCOMPETENTI”

“Un fallimento da incompetenti nel preparare il paese alla realtà dell’era Brexit”, scrive spietato il Telegraph.
Se fino al weekend scorso la mancanza di manodopera nel Regno Unito era stata oggetto di polemiche ma comunque limitate, di fronte alla mancanza di benzina il paese scoppia di tensioni sociali e attacchi politici al premier Boris Johnson.
Risale infatti allo scorso fine settimana l’annuncio della British Petroleum sulla chiusura di alcune stazioni di rifornimento per mancanza di autotrasportatori di carburante. La causa è la Brexit, mista alla crisi da Covid.
Nell’ultimo anno molti camionisti hanno deciso di non fare più servizio in Gran Bretagna per non doversi fare ogni volta la coda sulla Manica a causa delle pratiche burocratiche scaturite dall’addio all’Ue. In più, la crisi economica da pandemia ha eliminato diverse aziende di autotrasporto. Il risultato ora è lampante: scaffali vuoti nei supermercati, prodotti agricoli a marcire nei campi perché non c’è la manodopera che li possa raccogliere. E ultima: la crisi della benzina.
Proprio nel giorno in cui il Consiglio Ue approva in via definitiva il fondo di riserva di 5,4 miliardi di euro per aiutare gli Stati membri maggiormente danneggiati dalla Brexit (Irlanda, Francia, Olanda), Johnson annaspa per via della Brexit. Il premier tenta di tamponare. Ha chiamato l’esercito per fare servizio alle stazioni di rifornimento alle code degli automobilisti preoccupati di non poter fare il pieno. Stamane un uomo ha minacciato il conducente di un’auto con un coltello, accusandolo di aver cercato di saltare la fila. La tensione è alle stelle.
Il ministero della Difesa ha allertato 150 autisti dell’esercito per formarli al trasporto di carburante, cosa che comunque richiederà almeno dei giorni, se non settimane. In più, il governo sta valutando di sospendere la legge sulla concorrenza tra le compagnie petrolifere, che secondo il ministro alle Attività Produttive Kwasi Kwarteng agevolerebbe la condivisione di informazioni sulla fornitura di carburante tra le aziende per dare priorità ai settori più bisognosi, come il comparto sanitario e le scuole.
Ma la dura realtà della Brexit costringe Johnson a tornare in qualche modo sui suoi passi anche nella politica dei visti. Il governo ha lanciato un’offerta di visti temporanei a 5mila autisti stranieri di autocisterne e camion alimentari (oltre che a 5.500 lavoratori avicoli) nel periodo che precede il Natale. Il rischio – vero e proprio ‘allarme’ per le famiglie britanniche – è che anche il tacchino manchi l’appuntamento con le tavole imbandite per Natale. Ma le Camere di commercio britanniche hanno già criticato la misura del governo come “insufficiente”. Quale autotrasportatore infatti accetterebbe di lavorare in Gran Bretagna per tre mesi e poi stop?
Il governo sta cercando anche di accelerare il processo per ottenere la patente di guida di mezzi pesanti, quasi un milione di lettere sono state inviate agli autisti di mezzi pesanti esistenti per incoraggiarli a tornare nel settore e ci sono piani per formare altri 4mila autisti.
Messa così, sembra quasi una supplica. Come quella che Johnson ha tentato con Joe Biden, nel loro incontro alla Casa Bianca il 21 settembre scorso. Il premier britannico sperava in un accordo bilaterale commerciale, che lo salvasse dall’isolamento della Brexit. Non è andata così. Malgrado la nuova alleanza ‘Aukus’ siglata con la Gran Bretagna per la sicurezza nell’Indo-Pacifico, in funzione anti-Cina insieme all’Australia, il presidente Usa non aiuta Johnson alle prese con la parte più difficile della Brexit, glissa sull’argomento e ogni volta che può non nasconde il suo disappunto per le conseguenze che l’addio del Regno all’Ue rischia di scatenare tra Dublino e Irlanda del Nord: Biden ha origini irlandesi.
Intanto il problema non è solo la carenza di camionisti. Il settore dell’agricoltura non se la passa meglio. La mancanza di immigrati dall’Europa sta facendo letteralmente marcire frutta e verdure nei campi. I produttori hanno iniziato a regalare i propri ortaggi piuttosto che lasciarli nei campi a deteriorare. L’unione nazionale degli agricoltori NFU ha chiesto aiuto al governo ma la verità è che è difficile attrarre forza lavoro locale. In pochi sono disposti a spostarsi periodicamente nelle zone rurali per questo genere di lavori, persino al doppio della paga.
Johnson è riuscito a chiudere l’accordo con l’Ue sulla Brexit, a differenza del suo predecessore Theresa May. Ma ora la sua strada politica sembra in salita, in vista delle elezioni del 2024. Tre settimane fa il premier è finito nella bufera, anche nel suo stesso partito, per la decisione di aumentare le tasse di 12 miliardi di sterline l’anno, l’aumento più alto degli ultimi settant’anni nel Regno Unito destinato alla National Insurance, la previdenza per le pensioni statali e i servizi sociali. Obiettivo: dare più fondi al National Health Service, la sanità pubblica, per rispondere alla crisi Covid. Ma per Johnson ha voluto dire rimangiarsi una promessa di campagna elettorale: “No new taxes”. La Brexit è stata la sua fortuna. Potrebbe essere la sua fine politica.
(da agenzie)

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