Febbraio 1st, 2022 Riccardo Fucile
STORIA DI ULLAH, 15 ANNI E UN SOGNO SPEZZATO
15 anni e tutta la vita davanti. Una vita finita in Val di Susa, lungo i binari del treno di Salbertrand.
La storia di Ullah Rezwan Sheyzad finisce così, in un lungo viaggio dall’Afghanistan, il suo paese, verso la Francia e Parigi, dove il ragazzo voleva raggiungere dei parenti. Ullah, scrive oggi La Stampa, era partito a giugno.
Il suo corpo senza vita è stato trovato sui binari dal personale impegnato a dei lavori di manutenzione della linea ferroviaria. Aveva ancora indosso il suo zaino: dentro una power bank, un cappello di lana e una felpa. Nella tasca dei pantaloni un biglietto: «Chiedi di loro», con nomi e numeri di telefono afgani.
«Arrivo a Parigi, trovo un lavoro e aiuto la mia famiglia. Sono qui per questo», raccontava a chi gli aveva dato riparo a Bosco di Museis a Cercivento, in provincia di Udine.
«Hanno mandato me in Europa perché parlo un po’ di inglese». «Abbiamo cercato in tutti i modi di dissuaderlo, facendogli capire che avrebbe fatto meglio a restare qui. Gli abbiamo spiegato che i sentieri della Valle di Susa sono impervi e pericolosi, soprattutto in questi mesi, ma non ha voluto sentire ragioni. Era un ragazzino, eppure sentiva di avere in mano il futuro della sua intera famiglia», racconta Renato Garibaldi, responsabile della comunità Bosco di Museis: «Aveva 15 anni, l’età di una delle mie figlie», si legge su La Stampa.
Il viaggio
Questo adolescente già grande aveva deciso di andare via dall’Afghanistan pochi mesi prima del ritorno dei talebani al potere nel paese, ad agosto. Un passaggio che, con la partenza degli americani dopo 20 anni, aveva acceso per un attimo troppo breve i riflettori sul martoriato paese degli Aquiloni, ora abbandonato dagli occidentali. 6 mila dollari per quasi 6mila chilometri a un passeur per viaggiare tra Asia e Europa e via, attraverso Afghanistan, Pakistan, Iraq, Turchia, Bulgaria, Serbia, Croazia, Slovenia, l’Italia. Il 3 novembre era stato intercettato dalla polizia in provincia di Udine e identificato. Non ha documenti e viene affidato prima alla struttura Aedis di Udine e poi alla comunità di Cercivento.
«Ho un compito. Andare a Parigi e costruire il futuro della mia famiglia», raccontava all’interprete ripercorrendo la sua storia già troppo lunga.
A Bosco di Museis resta solo una settimana, poi riparte con un altro coetaneo che era invece in viaggio verso il Belgio, da sua sorella. A piedi, perché qualsiasi mezzo – senza documenti e senza Green Pass – è proibito, costeggiando i binari della ferrovia. «Anche l’altro ragazzo era ospite da noi. Non abbiamo più avuto sue notizie, preghiamo perché sia riuscito ad arrivare da sua sorella», dicono dalla comunità. La polizia scientifica di Torino è riuscita a dare un’identità al suo cadavere grazie alle impronte digitali. Ora la famiglia vorrebbe «venire in Italia per salutarlo un’ultima volta», dice l’interprete che ha dato loro la notizia.
(da Open)
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Febbraio 1st, 2022 Riccardo Fucile
LA RICOSTRUZIONE DEL LEADER DEL M5S
Giura di non avere nulla da rimproverarsi, anzi: “Abbiamo centrato il primo
obiettivo, assicurare la piena continuità dell’azione di governo ed evitare il rischio di un cambio di esecutivo. Abbiamo indotto al ritiro Silvio Berlusconi e abbiamo evitato che sul Colle si arrivasse a compromessi al ribasso”. Ma la partita del Quirinale è valsa a Giuseppe Conte strascichi politici in serie. Così vale la pena farsela raccontare, dal suo punto di vista.
Partiamo da sabato 22 gennaio, il giorno del ritiro di Berlusconi dalla corsa al Colle.
Il ritiro di Berlusconi, e contestualmente il suo invito al premier Draghi a proseguire nell’azione di governo, ha costituito un primo punto di chiarezza delle trattative. Il M5S, con il suo no a quella candidatura, ha scongiurato che il Parlamento e il Paese si spaccassero. Non poteva garantire l’unità nazionale.
Come ha inciso sulle trattative?
Ha offerto un oggettivo vantaggio a noi e al fronte progressista. Venendo meno la candidatura più rappresentativa del centrodestra, qualsiasi altro nome riferibile a quell’area sarebbe stato meno forte. Ciò ha permesso di evitare di scontrarci su candidati di bandiera o di parte.
Lei è stato contattato da Berlusconi?
Non abbiamo avuto occasione di parlare.
Sostiene che volevate evitare candidature di bandiera. Ma quella di Andrea Riccardi, da lei proposta domenica 23 gennaio, cos’era?
La candidatura di Riccardi è nata da riflessioni di settimane prima con Enrico Letta e Roberto Speranza. Volevamo offrire subito ai partiti di centrodestra un profilo autorevole e super partes. Non era certo un candidato di bandiera.
Che ne pensava il centrodestra?
Il loro è stato un no immotivato.
Lunedì 24, primo giorno delle votazioni, voi del M5S, Pd e LeU avete indicato scheda bianca.
Visto che Riccardi non era un nome di bandiera, non lo abbiamo messo in votazione. Però abbiamo proseguito il confronto con i partiti di centrodestra, sollecitandoli a valutare altri profili. Ma loro martedì hanno presentato una propria rosa: Marcello Pera, Letizia Moratti e Carlo Nordio. Anche noi del fronte progressista avevamo una rosa di nomi, presentata al centrodestra. Ma non l’abbiamo formalizzata per cercare un accordo su personalità super partes.
Per Letta Draghi era super partes?
Tra le ipotesi c’era anche quella del premier. Ma su questo il M5S ha subito assunto una posizione molto chiara. Dovevamo evitare che il premier entrasse nel gioco delle varie candidature. E abbiamo subito cercare di fermare il piano trasversale di spostare l’attuale premier al Colle. Se fosse riuscito, oggi staremmo parlando di nuovi governi e caselle di ministeri da decidere.
Mercoledì c’era un accordo quasi chiuso su Pier Ferdinando Casini: conferma?
Il nome di Casini è sempre stato sul tavolo, ma ho chiarito subito che non rappresentava il candidato ideale del M5S
Era un no trattabile…
Ho apprezzato il suo comportamento, non ha insistito quando ha saputo della nostra posizione. Anche se aveva un autorevole affidamento anche nelle nostre fila.
Lei ha provato ad accordarsi con la Lega su Franco Frattini e su Maria Elisabetta Casellati.
Sciocchezze. Con Letta e Speranza ci siamo sempre puntualmente aggiornati. Anche quando ho avuto incontri bilaterali, ho sempre riferito. E comunque Casellati è stata una candidatura messa in votazione all’improvviso, la mattina di venerdì.
E Frattini?
È uno dei nomi circolati, non concretamente formalizzato.
Il Pd era furioso perché lei trattava con la Lega…
Assolutamente no. Anche Letta ha avuto scambi bilaterali. E nella fase più calda lui e Speranza mi hanno dato mandato di portare avanti la trattativa con Salvini.
Come nasce la candidatura di Elisabetta Belloni?
Quelle di Belloni e di Paola Severino erano candidature di cui avevamo discusso, sia nel fronte progressista che con il centrodestra. Apparivano molto solide e affidabili, e offrivano l’occasione storica di portare una donna al Quirinale.
Pd e LeU non le hanno subito obiettato che Belloni dirigeva il Dis?
Nella rosa ciascuno poteva avere le sue preferenze, ma quel nome non è mai stato eliminato.
Venerdì Casellati viene bocciata dall’Aula.
Dopo quella votazione il centrodestra è andato in difficoltà, e ciò ci ha consentito di condurre un affondo. Io e Letta abbiamo incontrato Salvini, riproponendogli Belloni e Severino. Sullo sfondo c’era anche quella di Casini. Ma abbiamo aggiunto l’opzione di garanzia di un Mattarella bis: anche in base alle votazioni in Aula, si stava rivelando una concreta possibilità. Salvini si è preso del tempo per valutare i nomi femminili. Ma ci ha subito riferito della disponibilità di Fratelli d’Italia su Belloni.
La sera lei e Salvini annunciate che si lavora a una donna.
Nel tardo pomeriggio Salvini aveva sciolto positivamente la riserva su Belloni, confermando la disponibilità di Giorgia Meloni.
Secondo Letta, lei e Salvini avete dato vita a “un cortocircuito mediatico” su Belloni. Eravate usciti in modo concordato?
Assolutamente no. Ho rivisto le dichiarazioni. Né io né Salvini, né ancor prima Letta a Sky, avevamo fatto il nome della Belloni. Anche se era già ampiamente circolato sulla stampa.
Il tweet di venerdì sera di Beppe Grillo però la citava: glielo avete chiesto voi?
Con Beppe ho parlato io e abbiamo convenuto che la direttrice del Dis sarebbe stata un’ottima figura per la Presidenza della Repubblica. Ma bando all’ipocrisia, questa uscita non ha avuto influenza su una partita giocata da vari politici. Penso a a Matteo Renzi. Ma non solo.
Ha parlato anche Luigi Di Maio, quella sera. Voleva “bruciare” Belloni?
Di Maio dovrà rendere conto di diverse condotte, molto gravi. Ai nostri iscritti e alla nostra comunità.
Il tavolo serale con Pd e LeU pareva un inferno.
Nel Pd non c’era più la disponibilità su Belloni.
Perché?
Non entro nelle motivazioni del Pd. C’è stato un blocco trasversale.
Come arrivate a sabato mattina?
Ho preso atto della posizione del Pd. Ma visto l’accordo con i dem e con LeU, non ho mai pensato di rompere quell’asse politico per avventurarmi in una votazione che si presentava problematica anche nei numeri. Così, al vertice dei partiti di maggioranza di sabato mattina, ho invitato tutti a valutare, ancora, i nomi Belloni e Severino.
Ma nulla…
C’è stato un estremo tentativo di alcuni leader per la candidatura di Marta Cartabia. E io ho spiegato che era un nome su cui dovevo riservarmi un approfondimento interno. Quasi contemporaneamente si è appreso dell’atto di generosità di Mattarella. Poco prima Salvini aveva aperto al suo secondo mandato. Così abbiamo concordato tutti su quella opzione.
Il M5S rischia davvero una scissione?
Non ho mai lavorato per procurare scissioni. È evidente che questo è il momento di un chiarimento. Una comunità di donne e uomini, anche nella diversità di opinioni, deve perseguire un’azione politica in modo coerente e compatto.
Come avverrà questo chiarimento?
Stabiliremo tempi e modi per un confronto trasparente.
Lei si fida ancora di Letta?
Io mi fido di Letta.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 1st, 2022 Riccardo Fucile
ANZI, SI E’ TRASFORMATA IN UN INCENTIVO
Una frase azzeccata Giorgia Meloni l’ha detta ieri: “In Italia non cambia nulla per non cambiare nulla”. Invertendo il famoso aforisma del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa con Tancredi Falconieri che dice: “Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica in quattro e quattr’otto. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
Ecco in Italia – invece – non cambia mai nulla. Lo Stato erutta fuoco e lapilli per poi partorire il famoso topolino, in questo caso una ridicola multa di 100 euro per i no vax over 50
Infatti da oggi l’Agenzia delle Entrate, incrociando i dati, comincerà ad inviare le sanzioni da 100 euro a circa un milione e settecentomila indisciplinati over 50 che persistono a non vaccinarsi, nonostante l’obbligo.
E non è che nel resto d’Europa siano più seri di noi sulle restrizioni, ma almeno hanno la decenza di non farsi prendere in giro. Ad esempio, il ministro della Salute austriaco, Wolfgang Mueckstein, ha posto una tagliola di 3.600 euro sugli irrazionalisti untori che viene tosto raddoppiata a 7.200 euro qualora il reprobo/a persista nell’errore.
Più seria in Italia la punizione per chi lavora illegalmente: chi sarà beccato senza green pass rafforzato sarà soggetto ad una ammenda dai 600 a i 1500 euro, con una multa anche per i datori di lavoro dai 400 ai 1000 euro.
Tornando tuttavia agli over 50, chi si è fatto finora tamponi seriali pagandoli salatiper evitare la punturase ne fregherà altamente della spesa irrisoria di soli 100 euro. C’è da capire chi è la mente che ha proposto questa misura fatta apposta per i no vax.
Una vocina ci dice di cercare nel mitico centrodestra, fucina di illusioni e delusioni; sì proprio lo stesso centrodestra che è riuscito a farsi fregare il presidente della Repubblica pur avendo la maggioranza degli elettori. Evidentemente il Draghi pre caduta verticale dei partiti voleva fare una marchetta al duo Salvini-Meloni, ché almeno sui vaccini Berlusconi è nel giusto, per arruffianarseli nella (poi mancata) salita al Colle.
Misura blandissima, concordata dai nostri “sovranisti alla matriciana” per lucrare qualche voto di Trieste e dintorni. Ma poi si vide alle regionali che detti sovranisti no vax non contavano una cippa e quindi si è poi ridimensionata – superando il ridicolo – l’ammenda.
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2022 Riccardo Fucile
VOLTO STORICO DELLA RAI, AVEVA 92 ANNI
“Ha toccato! Ha toccato in questo momento il suolo lunare”: con questa frase il
telecronista annunciò l’allunaggio mentre, dalle cuffie in cui sentiva il dialogo tra gli astronauti e la centrale di Houston, ascoltò i tecnici Nasa dire “Reached Land”.
È morto oggi Tito Stagno, giornalista e storico, documentarista, volto della Rai: aveva 92 anni e con lui restiamo senza l’ultimo protagonista della più travolgente emozione vissuta davanti alla tv da almeno tre generazioni di italiani, tutti a bocca aperta davanti allo schermo in bianco e nero alle 22 e 17 del 1969, per una maratona di 25 ore di trasmissione – che la Rai trasmise sul primo canale nazionale, per l’allunaggio della missione Apollo 11.
Ruggero Orlando, che parlava da Nuova York, se ne andò nel 1994, poi Neil Armstrong, che fece l’ultimo passo sulla Terra nel 2012.
In un’intervista all’ANSA Stagno raccontò quel momento cosi: “Tutto sommato facile anche se faticoso con tutto quello che ho fatto nella mia carriera”. L’uomo sbarcato sul quel mare di tranquillità è stato Neil Armstrong, ma per 30 milioni di italiani rimane la voce di Stagno, il giornalista della Rai che ha avuto il compito di raccontare, dallo studio 3 di Via Teulada, con i commenti del compianto Andrea Barbato, (inviato da Huston il collegamento dalla sala stampa Ruggero Orlando), l’allunaggio.
Una diretta interminabile che resta una pagina storica ancora oggi indelebile nel ricordo di chi la seguì.
Nato a Cagliari il 4 gennaio del 1930, Stagno si trasferì da giovanissimo con tutta la famiglia prima a Parma, poi a Pola. A soli 13 anni fece una brevissima esperienza nel mondo del cinema, partecipando al film di Francesco De Robertis “Marinai senza Stelle”. E nel 1959 tornò di nuovo sul grande schermo diretto dal regista Dino Risi che gli aveva affidato la parte di un giornalista televisivo nel film “Il vedovo” con protagonista Alberto Sordi.
Ma la carriera di Stagno era iniziata prima, alla radio, precisamente tre anni dopo essersi iscritto alla Facoltà di Medicina, nel 1949. Nel 1954 vinse il concorso per telecronisti e l’anno dopo il direttore Vittorio Veltroni, papà di Walter, lo chiamò per entrare a far parte della squadra del Telegiornale del Canale Nazionale.
Le prime telecronache di Stagno furono tutti eventi importanti: iniziò con il commentare i giochi olimpici del ’56 per poi passare ai grandi appuntamenti politici ed istituzionali che riguardavano anche la presenza di molti Capi di Stato, da Papa Giovanni XXIII a Kennedy, da Nehru a Eisenhower.
L’approccio con una telecronaca spaziale risale al 1961, quando fu chiamato a commentare il primo volo dell’astronauta sovietico Jurij Gagarin intorno alla Terra. Quindi la grande maratona dell’allunaggio.
Così il 20 luglio 1969 Tito Stagno fu protagonista dell’indimenticabile diretta televisiva. “Quel giorno – raccontava all’ANSA in occasione dei 50 anni del grande evento – faceva caldo a Roma io e Andrea Barbato entrammo in studio alle due, cinque ore prima della trasmissione che sarebbe iniziata alle 19. “La navicella – ricordava Stagno- con a bordo Aldrin e Armstrong si era appena distaccata dall’astronave dove era rimasto Michael Collins, e aveva cominciato a scendere. Io dovevo parlare per 10 minuti di fila al buio: sapevo bene cosa accadeva. Fino a quando mi sembrò di sentire “reach land”. E dissi: hanno toccato. Applausi in studio. Ruggero Orlando intervenne. Ma erano delle antenne con cui saggiava il suolo lunare per valutarne la pendenza che per prime avevano toccato il suolo, e io quelle avevo annunciato. La cosa buffa è che mentre noi parlavamo perdemmo l’annuncio di Armstrong “Houston, qui base Tranquillità, l’Aquila è atterrata”.
Qualche secondo dopo il Lem spense i motori. Fu così che applaudimmo due volte lo sbarco sulla Luna. All’epoca non c’erano riprese in diretta e da Roma “non si vedeva nulla. La preparazione è fondamentale e io di quella missione sapevo tutto: ero stato a Houston già nel ’66 e in precedenza mi ero occupato del lancio dello Sputnik nel ’57, poi delle missioni di Gagarin e la prima donna (Valentina Terekhova) nello spazio, così come la prima passeggiata spaziale di Alexey Leonov insomma nessuno aveva presente la questione più di me a Roma sull’argomento”. Anche per Questo Stagno era stato scelto occorreva improvvisare, rischiare: come accadde in occasione del volo della Gemini 10, che doveva agganciare il satellite Agena: “era il primo docking spaziale”.
Prima dello sbarco e della diretta fu mandato a fare una sorta di full immersion preparatoria in America a visitare i posti dove si costruiva il futuro voluto da John Kennedy. E cosi si ritroverà a Huntsville, il regno di Wernher Von Braun.
Per quanto lo riguarda, rivelò ancora nel corso di quell’intervista “ho fatto tanti viaggi, intervistato personalità mondiali, guardato le stelle, ma non amo poi alla fine moltissimo spostarmi, tantomeno mi sarei mai chiuso neanche da giovane in una navicella. Sto tanto bene sulla terra, a guardare le gambe delle donne, anche se ho avuto la fortuna di incontrare e sposare una donna bellissima più giovane di me di 10 anni Edda, che mi ha detto si quando aveva solo 19 anni.”.
Stagno è stato anche inviato speciale al seguito delle grandi personalità del Novecento e responsabile della Domenica Sportiva, dal 1976 al 1995. Si è raccontato nell’autobiografia “Mister Moonlight – Confessioni di un telecronista lunatico”. Lascia l’amatissima moglie Edda
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2022 Riccardo Fucile
“HA TELEFONATO URBI ET ORBI MENDICANDO UN VOTO DALL’ALTO DELLA SUA CARICA ISTITUZIONALE“
A pochi giorni dalla rielezione di Mattarella a Capo di Stato, le polemiche sui giorni a Montecitorio non accennano a placarsi: l’ex M5s, Alessandro Di Battista, ha attaccato la Casellati rimarcandone l’inadeguatezza del suo atteggiamento proprio in quei giorni.
“Se l’Italia fosse un Paese civile, dopo quella scena ridicola (lei che conta i suoi voti mentre sta al cellulare durante l’elezione del Presidente della Repubblica), la Casellati si sarebbe già dimessa. O meglio, la pubblica opinione, ed i partiti politici, le avrebbero ‘imposto’ le dimissioni. Ma nel Paese del sottosopra la Casellati è ancora Presidente del Senato, è ancora la II carica dello Stato”. Lo ha scritto su Facebook Alessandro Di Battista.
“La Casellati- ha proseguito – si è proposta Presidente della Repubblica, ha fatto ‘campagna elettorale’ su di sé dall’alto della sua carica istituzionale, ha telefonato urbi et orbi mendicando un voto, si è messa a disposizione solo di una coalizione politica andandosi a schiantare ed infangando la carica che ricopre. Carica che aveva già ampiamente delegittimato con comportamenti poco etici (seppur, legali) come il bulimico utilizzo dei voli di Stato in pandemia o i 270.000 euro fatti spendere alla Prefettura per la ristrutturazione di un palazzetto di sua proprietà. Ne chiederò le dimissioni da qui fino alla fine della legislatura sperando che i parlamentari facciano altrettanto”.
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2022 Riccardo Fucile
UN ANNO E MEZZO DOPO LA COALIZIONE E’ IMPLOSA
Grazie, Graziella e grazie al… patto anti-inciucio. 
L’elezione del vecchio-nuovo Presidente della Repubblica ha lacerato il tessuto sul qualche si era tentata di costruire una comunione di intenti all’interno della grande ed eterogenea coalizione di Centrodestra. L’ascensore che si ferma al “piano sbagliato” e che porta alla ri-elezione di Sergio Mattarella al Quirinale è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia sono sempre più distanti e la fine di quell’amore nato solamente come apparenza social è diventata realtà.
I rapporti tra Salvini, Meloni e Berlusconi sono conclusi. Anzi, due di loro stanno tentando un nuovo accordo che esclude, di fatto, la leader di FdI dalla partita. E pensare che solamente due estati fa veleggiavano verso una luna di miele.
Sui retroscena che hanno portato all’elezione di Sergio Mattarella al Colle è stato già detto praticamente tutto. La prima frattura tangibile è arrivata con la bocciatura del nome di Elisabetta Casellati, soprattutto per colpa di una serie di franchi-tiratori di Forza Italia. Ed è stato l’inizio della fine. Perché la fine di quella relazione poliamorosa platonica (e politica) Salvini-Meloni-Berlusconi si è consumata all’indomani di questa figuraccia dell’intera coalizione di centrodestra.
Il leader della Lega (ma anche Forza Italia) hanno deciso di appoggiare la nomina di Sergio Mattarella. E lo hanno fatto senza coinvolgere – come da lei dichiarato – Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni, a Porta a Porta, ha raccontato di quell’appuntamento mancato nella mattinata di sabato, quella in cui poi si è scelto di convergere sul nome dell’attuale Capo dello Stato:
“Io ho sentito Salvini l’ultima volta in mattinata, mi ha mandato un messaggio e mi ha chiesto: ‘Sei in ufficio? Salgo’. Ma da allora non l’ho più sentito”.
Che fine aveva fatto? Era salito in ascensore, ma si era fermato al piano inferiore rispetto a quello in cui c’è l’ufficio di Giorgia Meloni. Il motivo? Lo ha detto lo stesso Salvini, sempre da Bruno Vespa.
“Salendo, invece di arrivare al sesto piano, mi sono fermato al quinto. Ero molto arrabbiato e deluso e parlando con i giornalisti ho detto: ‘Secondo me è più serio chiedere un sacrificio a Mattarella’. Poi le cose sono andate come sono andate”.
Giorgia Meloni, in pratica, ha saputo della scelta di Lega e Fratelli d’Italia leggendo le agenzie di stampa, i social e i giornali. Nessuna anticipazione, nessuna comunicazione diretta.
E nelle ultime ore la distanza è cresciuta. Salvini e Berlusconi si sono visti per parlare del nuovo Centrodestra (un po’ più al centro e un po’ meno a destra, per quanto possibile). Fuori dai giochi la leader di Giorgia Meloni che ha incassato il colpo e ha deciso di andare avanti con le sue gambe, senza le due ingombranti stampelle.
S’erano tanto amati…
E pensare che nell’agosto del 2022 il trittico poliamoroso (sempre politicamente parlando) Salvini-Meloni-Berlusconi si erano riuniti e celebrato quel patto anti-inciucio con impegni precisi che erano già venuti a mancare con la decisione di Lega e Forza Italia di appoggiare, sostenere ed entrare a far parte del governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi. E la leader di Fratelli d’Italia aveva esultato su Facebook: “Grazie a Fratelli d’Italia il centrodestra compatto firma il patto anti-inciucio. Fin dalla campagna elettorale per le politiche del 2018 chiedevamo agli alleati di sottoscrivere questa proposta, abbiamo rinnovato l’appello ad Atreju 2019 e durante la grande manifestazione in Piazza San Giovanni. Oggi finalmente è arrivata la firma degli alleati e voglio ringraziare Matteo Salvini e Silvio Berlusconi”.
Un anno e mezzo dopo, quel patto è finito nel cestino. Anzi, nel cassetto dei brutti ricordi.
Il centrodestra, quello che veniva raccontato privo di screzi, invidie e tormenti dai diversi protagonisti, non esiste più. Nonostante patti sbandierati sui social.
(da NetQuotidiano)
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Febbraio 1st, 2022 Riccardo Fucile
MAI ARRIVATO AL SESTO PIANO, SI E’ FERMATO AL QUINTO PER POI DARSELA A GAMBE
Quel fatale sabato mattina, Giorgia Meloni era nella sua stanza al sesto piano di Montecitorio e si apprestava a incoronare Presidente una donna in rima, Elisabetta Belloni, quando sul cellulare le apparve un messaggio del sodale Salvini: «Sei in ufficio da te?».
E la sventurata – in senso manzoniano, s’intende – rispose.
«Allora salgo», scrisse quel noto improvvisatore, che negli sms sa essere molto più conciso che davanti alle telecamere.
Meloni aspettò al sesto piano. Aspettò un minuto, dieci minuti, mezz’ora, ma di Salvini neanche l’ombra di una felpa. Appena un lancio di agenzia le annunciò che il suo socio aveva indossato quella di Mattarella, Meloni reagì con un tweet ormai passato alla Storia: «Non voglio crederci».
Creda a me, allora. Noi uomini, prima di essere di destra o di sinistra, siamo uomini e come tali costituzionalmente inaffidabili. Diciamo una cosa e ne facciamo un’altra. Non è detto che sia sempre un male. Ogni tanto è sintomo di elasticità: Mattarella si era negato al bis, poi per fortuna ha cambiato idea.
Quanto al prode Salvini, messo alle strette, confermava di essere entrato in ascensore con l’intenzione di salire al sesto piano, ma di essere sceso al quinto, dove casualmente c’erano i giornalisti.
Lì, in un momento di sconforto, ha consumato il tradimento. E dopo non se l’è più sentita di andare a confessarlo all’interessata.
Con una tecnica maschile perfezionata nei secoli, ha ritenuto più prudente darsela a gambe per le scale.
(da Il Corriere della Sera)
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Febbraio 1st, 2022 Riccardo Fucile
CENTRODESTRA IN FRANTUMI, RISSA IN FORZA ITALIA, ATTACCHI DI FDI
“Ora nella Lega partirà la resa dei conti. Non è possibile che questa debacle passi
come se nulla fosse. Basta con certi personaggi intorno a lui. I suoi sono cattivi consiglieri”.
Le voci dei deputati leghisti dopo l’incontro con Matteo Salvini si assomigliano un po’ tutte e hanno il sapore di un vero e proprio processo al segretario. Che ora in molti mettono sul banco degli imputati.
Durante l’assemblea coi grandi elettori leghisti le parole del leader provocavano applausi timidi e facce incredule. Per il Carroccio il Mattarella bis è una medicina dopo una serie infinita di errori. Molti dei quali commessi dal loro segretario.
Tanto da far calare il gelo di un pezzo di partito nei suoi confronti. Gelo da parte dei deputati e senatori costretti a far da spettatori verso decisioni prese altrove.
E freddezza da parte dei governatori: Luca Zaia e Massimiliano Fedriga non hanno capito le ultime mosse del leader. “Mattarella ancora una volta ha dimostrato di essere un uomo di Stato”, ha detto il presidente del Friuli dopo l’incontro dei governatori col capo dello Stato, nel pomeriggio.
Poi è arrivata la sciabolata di Giancarlo Giorgetti. Per chi lo conosce, le “quasi dimissioni” dal governo ventilate ieri sono un gesto rivoluzionario per uno compassato come lui. Il cui significato è: se ora qualcuno (Salvini) pensa di rivolgere le sue frustrazioni sul governo Draghi, allora io non ci sto e mi faccio da parte.
Ma la sua mossa suona anche come un mettere le mani avanti rispetto a richieste di rimpasto da parte del leader, che punta a un ministero. Alla fine è probabile che Giorgetti resti nell’esecutivo, ma la spaccatura è notevole. “Ora al governo si balla”, ha confidato Giorgetti a un interlocutore. “Ma sei tu che innanzitutto devi chiarire la linea del tuo partito con Salvini”, gli è stato risposto. Vedremo.
Nel frattempo il Carroccio deve subire gli attacchi feroci di Giorgia Meloni. Da parte sua, il rapporto con Salvini, già difficile, sarà forse impossibile da ricostruire. “Giorgia non si fida più, si è sentita tradita dagli alleati, specialmente da Matteo”, confida un deputato della destra.
Ma alla fine di questa sciarada è tutto il centrodestra a essere andato in pezzi. “Sul campo sono rimasti morti e feriti. Gli equilibri politici sono saltati, le coalizioni non esistono più, sono tornati i partiti. Per questo bisogna lavorare a una legge elettorale proporzionale”, osserva Osvaldo Napoli di Cambiamo.
“Nessuno si azzardi a tornare al proporzionale!”, avvertono da Fratelli d’Italia. Insomma, s’intuisce che la legge elettorale sarà un elemento di frizione nei prossimi mesi. Meloni, però, nonostante la rabbia e lo sconcerto per come è finita la partita del Colle, può sorridere perché, con la cristallizzazione dello status quo, continuerà a imbarcare consensi.
“Secondo me invece Fdi ha raggiunto il massimo e d’ora in avanti inizierà a scendere. Resto convinto che la nostra scelta responsabile di stare al governo alla fine pagherà”, ragiona il leghista Raffaele Volpi, nel cortile di Montecitorio.
Poi c’è Forza Italia. Che, con una zampata di Silvio Berlusconi, nell’ultimo passaggio si è ripresa la scena. In primis impallinando la candidatura di Elisabetta Casellati (insieme ai totiani) per dare uno schiaffo a Salvini (oltre alle antipatie e alle vendette personali). In secondo luogo, smarcandosi dalla Lega e affossando il ruolo di kingmaker di Salvini, scegliendo di partecipare ai vertici in maniera autonoma, con Antonio Tajani. Infine, con la lunga e cordiale telefonata tra l’ex premier e il capo dello Stato, colloquio con cui il leader forzista dal San Raffaele ha invitato il presidente ad accettare la volontà del Parlamento.
Anche se proprio Fi è stata protagonista di un tentativo in extremis su Pierferdinando Casini. Venerdì sera, infatti, Tajani, Lupi, Quagliariello, Toti, Romani e Cesa si sono visti in un ristorante romano per vagliare le reali possibilità di Casini. Il quale avrebbe avuto i voti di quasi tutta la maggioranza di governo, a patto del via libera della Lega. Che però non c’è stato. “Con Casini mi salta il partito, per i miei al Nord è un nome indigeribile”, la risposta del Capitano nella notte.
A quel punto per l’ex presidente della Camera si sono chiusi i giochi e verso mezzogiorno è stato lui stesso a uscire di scena. “Chiedo a tutti di togliere il mio nome dalla discussione e di chiedere a Mattarella di continuare”, le sue parole a mezzogiorno passato. “E’ stato l’ultimo tentativo per non spaccare la coalizione. Ma Salvini ha eretto un muro…”, racconta Quagliariello.
Ma il clima ribolle. Tajani e Salvini sono quasi venuti alle mani durante un vertice, col leader della Lega accusato di aver proposto il nome di Elisabetta Belloni d’intesa con Conte e non con gli alleati.
“In questi giorni Salvini si è mosso più sui binari dell’alleanza gialloverde che su quelli del centrodestra. E questi sono i risultati”, dicono i centristi.
Salvini all’ultimo, nel summit coi leader della maggioranza, ha tentato un ultimo colpo proponendo Marta Cartabia, ma ormai il Mattarella bis era già inarrestabile.
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2022 Riccardo Fucile
COLPEVOLE DI AVER PRESENTATO IL LIBRO DI BASSETTI
Una foto della presentazione del libro di Matteo Bassetti scatena il commento di un hater sotto il post di Sara Manfuso, opinionista e Presidente dell’Associazione #iocosì per i diritti delle donne.
«Tu devi morire stuprata e quel bastardo deve morie di cancro ai testicoli», ha scritto un utente riferendosi a Manfuso e Bassetti, noto infettivologo del San Martino di Genova. L’autore dell’insulto provienebdagli ambienti No vax, su cui ora indaga la Polizia Postale.
La risposta di Manfuso
Nel rispondere all’hater, Manfuso ha fatto sapere che il professor Bassetti – già sotto scorta per le minacce ricevute – si è già rivolto alla Digos per denunciare l’accaduto. E ha puntato il dito contro l’aggressore verbale: «Quella che deve morire stuprata sono io, che una violenza sessuale l’ho già subita. Tutto questo perché? Per aver presentato un libro del Professore. Per essere stati fotografati insieme, colpevoli di aver preferito la scienza alla cialtroneria. Nel loro medioevo culturale, la lotta alla scienza dei No vax si intreccia alla violenza contro noi donne».
(da agenzie)
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