Febbraio 2nd, 2022 Riccardo Fucile
SULLA SUA COSCIENZA L’INFAME APPOGGIO AL LEGHISTA BORGHEZIO ALLE ELEZIONI EUROPEE NEL 2014 … PROBABILE IL SUO APPRODO A FDI O LEGA
Simone Di Stefano lascia CasaPound: lo fa con un tweet, un comunicato stringato per annunciare la separazione dal movimento di “fascisti del terzo millennio”: “Per libera e sofferta scelta – ha scritto – il mio percorso politico con CasaPound Italia termina oggi. Non tornerò mai più sull’argomento e non c’è necessità di discutere le motivazioni, che sono pochissime ed esclusivamente di natura politica”.
Il portavoce e fondatore della tartaruga frecciata, più volte candidato sindaco di Roma e al Parlamento europeo, non ha rilasciato ulteriori dichiarazioni ma stando alla nettezza delle parole utilizzate è facile intuire che ci siano dissapori con i vertici del movimento, Gianluca Iannone, Andrea Antonini e Marco Clemente.
CasaPound fu fondata da Di Stefano dopo che l’ormai ex segretario nazionale aveva maturato esperienze nell’estrema destra iscrivendosi a 16 anni al Movimento sociale italiano, per poi abbandonarlo nel 1994 dopo la svolta di Fiuggi, quando il partito superò i riferimenti ideologici al fascismo per riqualificarsi come forza politica legittimata a governare.
I suoi tentativi di entrare nelle istituzioni non sono mai andati a buon fine: alle Comunali del 2013 ottenne lo 0,6% dei voti, risultato quasi raddoppiato con l’1,1% alle Amministrative del 2016.
Quell’anno Di Stefano si candidò nonostante su di lui pendesse una segnalazione della commissione Antimafia, che lo inserì nella lista degli “impresentabili” per un arresto per furto aggravato di una bandiera dell’Unione europea, reato per cui è stato condannato a tre mesi di reclusione e al pagamento di una multa da 100 euro.
L’ormai ex vice-presidente ha comunicato la sua decisione senza peraltro chiarire se e in quali forme continuerà la sua militanza politica.
Originario del quartiere Garbatella di Roma, lo stesso della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, Simone Di Stefano era riuscito a stabilire una interlocuzione politica privilegiata con la destra istituzionale.
In particolare con la Lega di Matteo Salvini (nel 2014 contribuì a far eleggere al Parlamento europeo Mario Borghezio).
Non è chiaro quale sarà il suo futuro: c’è chi ipotizza un passaggio in Fratelli d’Italia o addirittura nella Lega.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2022 Riccardo Fucile
MISSIONARIO E SACERDOTE DAL ’64, NON SI FECE INTIMORIRE DALL’ALLORA MINISTRO DEGLI INTERNI: “NON CHIEDO SCUSA, PREDICO IL VANGELO“
A 82 anni si è spento nella sua casa di Mariano Comense don Alberto Vigorelli,
per oltre trent’anni missionario in Perù e in Africa. Nato il 27 maggio del 1939 a Locate Triulzi, in provincia di Milano, venne ordinato sacerdote nel 1964.
Nel 2016 passò alle cronache perché, 76enne, venne querelato per diffamazione dal leader della Lega Matteo Salvini – all’epoca ministro degli Interni – per una frase pronunciata durante un’omelia, “O siete cristiani o siete di Salvini”, lasciando intendere che supportare il leghista non avesse nulla a che vedere con la fede. Vigorelli stava parlando delle polemiche sulla chiusura dei porti ai migranti, citando il Vangelo secondo Matteo: ”Ero straniero e mi avete accolto”.
Ad ascoltare il discorso, quel giorno nella chiesa di Santo Stefano, c’era anche l’ex sindaco Alessandro Turati
“Non ho niente di cui scusarmi, ho predicato il Vangelo e quindi non ho offeso Salvini”, così si difese nell’aula del giudice di pace di Como Salvatore Falcone.
La pandemia ha dilatato i tempi del processo, che non è mai arrivato a una conclusione. Salvini gli fece una proposta: “Se chiede scusa e paga 1000 euro ad una associazione di disabili ritiro la querela”.
Richiesta che Vigorelli rispedì al mittente. “Per noi c’è la volontà di arrivare a un accordo bonario – la tesi degli avvocati di Salvini – ma vogliamo la formalizzazione delle scuse per quanto dichiarato nella messa”.
Oreste Dominioni, legale di Vigorelli, replicò: “La parola scusa non è contemplata. Don Vigorelli ha predicato il Vangelo e per questo non può certo scusarsi. Si è detto che don Alberto odia Salvini ma anche questo non è corretto. La predicazione del Vangelo è ispirata solo dall’amore e non dall’odio”.
I funerali di Don Vigorelli si svolgeranno oggi alle 15,30 al Palasanrocco di Mariano, nella palestra dell’oratorio.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2022 Riccardo Fucile
L’ATTRICE AVEVA 90 ANNI
E’ morta Monica Vitti. La notizia è stata data dal compagno dell’attrice, Roberto Russo. Nata Maria Luisa Ceciarelli a Roma, il 3 novembre del 1931, aveva compiuto da qualche mese 90 anni. Attrice icona del cinema italiano, era assente dalle scene dal 2001, quando per l’ultima sua apparizione ufficiale fu ricevuta al Quirinale per i David di Donatello. Musa di Michelangelo Antonioni, regina della commedia all’italiana al fianco di Alberto Sordi.
L’attrice era affetta da una malattia neuro degenerativa simile all’Alzheimer, che l’ha isolata da tutti, protetta dal marito Roberto Russo. E proprio lui, che ha sempre combattuto le false notizie su di lei che popolavano la rete, ha dovuto dare oggi la triste notizia.
Memorabile il suo sodalizio con Michelangelo Antonioni negli Anni 60, spettacolare la sua intesa con Alberto Sordi nel cuore della migliore stagione della commedia italiana.
Monica era l’incarnazione vivente dell’epoca d’oro del cinema italiano: bifronte come le grandi attrici: volto, voce, carisma che nessun’altra ha saputo ripetere.
Cresciuta in Sicilia prima della guerra a causa del lavoro del padre (ispettore al commercio), innamorata della recitazione fin dall’adolescenza (quando metteva in scena spettacolini casalinghi per distrarre i fratelli dagli orrori delle bombe negli ultimi anni di guerra), si era diploma nel 1953 all’Accademia d’arte drammatica sotto la guida di Silvio d’Amico e con un maestro-sodale d’eccezione come Sergio Tofano.
C’erano già tutti i segni della sua duttilità d’interprete: il primo la spinse in palcoscenico per affrontare grandi ruoli drammatici ( Shakespeare, Moliére, “La nemica” di Nicodemi con cui conquista il pubblico), il secondo la portò a liberare la sua verve istrionica nella riuscita serie di commedie ispirate al personaggio del Signor Bonaventura, allora popolarissimo eroe dei fumetti.
Scelse un nome d’arte con cui rimpiazzare il nomignolo di “Setti vistini” con cui la chiamavano amici e familiari per la sua capacità di cambiarsi in fretta e furia come un personaggio di Fregoli. Un cognome che le ricordasse la madre amatissima (Adele Vittiglia) e un nome che le “suonasse bene” e non andasse ancora di moda.
Il debutto al cinema nel ’55 con un piccolo ruolo nell'”Adriana Lecouvreur” di Guido Salvini a fianco di mostri sacri come Valentina Cortese, Gabriele Ferzetti e Memo Benassi, ma 5 anni dopo si incarna nella silenziosa musa di Antonioni per il primo dei quattro film che vanno sotto il segno dell'”incomunicabilità”: “L’avventura”.
Nei successivi quattro anni diventerà una diva internazionale grazie a titoli indimenticabili come “La notte”, “L’eclisse”, “Deserto rosso”, ma l’incontro con Antonioni data già dal 1957 quando presta la voce a Dorian Gray ne “Il grido”.
Tutti i grandi registi internazionali la vogliono anche perché oltre a un volto bellissimo e misterioso sfoggia una voce roca e pastosa che (proprio come Claudia Cardinale negli stessi anni) afferma una diversità dalla scuola tradizionale di dizione.
Negli stessi Anni 60 si è cimentata più volte con la tv ed ha avuto un riconoscimento speciale con la partecipazione alla tormentata giuria del festival di Cannes del 1968 quando si dimette dal suo ruolo in solidarietà ai contestatori della Nouvelle Vague.
E’ in questo momento che decide di dare un taglio alla sua immagine più consolidata e abbraccia l’idea della commedia grazie a Mario Monicelli che la vuole protagonista de “La ragazza con la pistola”. Il successo è popolare.
Monica Vitti ha dominato nel cinema italiano degli Anni 70, permettendosi stravaganze di qualità (come nei ruoli cuciti sul suo fascino da Miklos Jacsò, Luis Bunuel, André Cayatte), lavorando coi grandi italiani (da Dino Risi a Ettore Scola, da Monicelli al Luigi Magni de “La Tosca”), affiancando Antonioni nella sperimentazione elettronica de “Il mistero di Oberwald”), trionfando in coppia con Alberto Sordi (specie grazie a “Polvere di stelle” diretto da Albertone), spingendo al debutto dietro la macchina da presa prima Carlo Di Palma (il grande direttore della fotografia che è diventato il suo compagno) e poi il fotografo Roberto Russo che con lei debutta da regista con “Flirt” che le fa vincere il premio come migliore attrice a Berlino nel 1983.
Il Leone d’oro alla carriera, che nel 1995 le venne dato da Gillo Pontecorvo alla Mostra di Venezia, è uno dei maggiori riconoscimenti internazionali ricevuti, insieme ai 5 David, 12 Globi d’oro e i 3 Nastri d’argento guadagnati in patria.
Ha conquistato anche le platee televisive insieme a Mina (“Milleluci” nel ’74 e “Domenica in” vent’anni dopo), scritto due libri autobiografici, firmato la sua unica regia (“Scandalo segreto”) nel 1990, portato in teatro la grande commedia americana da “La strana coppia” a “Prima pagina”.
All’alba del nuovo secolo il vulcano si spegne, quasi inavvertitamente e solo la dedizione del marito Roberto Russo la protegge dalla curiosità morbosa dei paparazzi. Così oggi la possiamo vedere e ricordare, immortale, nella pienezza della sua arte e della sua vitalità : con quella risata calda, di gola, senza affettazione, che estrarrebbe dal cilindro vedendo le mille celebrazioni, mostre, omaggi a lei dedicati ancora nei mesi della fine del 2021in occasione dei suoi 90 anni
(da Huffingtonpost)
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Febbraio 2nd, 2022 Riccardo Fucile
I DUE SI VANTANO DI NON ESSERE VACCINATI
A Modena li conoscono tutti. Anche perché sono mesi che fanno irruzione in
uffici, musei, supermercati e ospedali per rivendicare il loro diritto di stare senza mascherina. E insultano chi cerca di fermarli.
Si tratta di due provocatori No vax, gli stessi che ad aprile hanno consegnato un pacco con scritto “Frode Covid” a casa del presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini. Ma hanno compiuto anche altre imprese.
Un mese prima, racconta oggi Repubblica, sono arrivati durante la messa in Duomo e il prete li ha dovuti cacciare. La stessa scena si è ripetuta in una scuola. Per il pacco a Bonaccini i due sono indagati per molestia aggravata. Si tratta di un piccolo imprenditore di 45 anni e un suo amico più anziano che ha già ricevuto una condanna a un anno e sette mesi per uno dei suoi blitz. Fino a poco fa erano in tre: con loro c’era anche il leader delle proteste No vax in Emilia-Romagna. Ma ha ricevuto un foglio di via e dovrà stare lontano da Modena per un anno.
Il quotidiano racconta che i due si vantano di non essere vaccinati e non portano mai la mascherina. Pubblicano video delle loro imprese sui social network. Hanno provato anche a entrare in procura finendo cacciati da un vigilante. Oppure in una pasticceria della via Emilia, dove uno di loro è quasi venuto alle mani con i titolari. Sono stati denunciati per violenza, minacce, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, danneggiamento, istigazione a delinquere, diffusione illecita di dati personali, vilipendio alla Repubblica e delle istituzioni. Oltre alle multe per la violazione delle norme anti-Covid. Uno ha anche ricevuto un Daspo su Mantova. Ma di smettere non sembrano avere nessuna voglia.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2022 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DEGLI ESTERI PROGETTA IL FUTURO GRILLINO
Nella guerra senza esclusione di colpi scoppiata nel Movimento 5 Stelle dalla partita del Quirinale c’è un colpo di scena.
Dopo che Giuseppe Conte ha minacciato un voto degli iscritti sul comportamento del ministro degli Esteri e quest’ultimo ha risposto pranzando con Elisabetta Belloni, ora Luigi Di Maio parla con Virginia Raggi.
L’ex sindaca di Roma, racconta oggi un retroscena de La Stampa, da tempo è insofferente: «Mi sento messa in panchina». È consigliera comunale e membro del comitato di garanzia ma «il 20 per cento di voti che ho preso a Roma ha un valore e Conte lo sta mandando al macero».
Per questo il piano di Di Maio prevede una doppia leadership: riprendere insieme a Raggi le redini del M5s. Ma per muoversi bisogna attendere. «Conte si schianterà in primavera alle amministrative», avrebbe pronosticato il ministro degli Esteri.
In quel momento Raggi potrebbe venire fuori come figura carismatica mentre Di Maio consoliderebbe il suo potere. Il tutto con l’avallo di Beppe Grillo, che subisce l’ascendente e il fascino dell’ex sindaca.
Ma per portare a termine la vendetta serve una tregua. E non accelerare sulla richiesta di espulsione. Per questo Di Maio dovrebbe raggiungere prima una pace con Conte. E poi attendere gli eventi prima di muoversi. C’è anche un’altra questione che consiglia prudenza. Attualmente sul nuovo Statuto di Conte e sulla sua elezione a leader pende infatti a Napoli un giudizio del Tribunale. Che deve esaminare oggi il reclamo presentato da alcuni attivisti M5s e poi prendere una decisione nel giro di un paio di settimane.
La pendenza del reclamo potrebbe quindi fungere da congelatore dello scontro in corso tra Di Maio e Conte perché fino a che non si arriva ad un giudizio nel merito le due parti sarebbero comunque “esposte” ad eventuali nuovi ricorsi.
(da Open)
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Febbraio 2nd, 2022 Riccardo Fucile
IL FONDATORE AVVERTE CHE COSI’ SI RISCHIA LA DISSOLUZIONE
Con un post sul suo blog dal significativo titolo “Cupio dissolvi” Beppe Grillo
entra nella guerra tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte. E chiede a entrambi di fare un passo indietro: «Egli (l’Elevato) non volle essere un padre padrone, ma un padre che dà ai figli il dono più grande. Sicché rinunciò a sé per consentire il passaggio dall’impossibile al necessario. Non dissolvete il dono del padre nella vanità personale (figli miei)», dice Beppe nei panni del Padre Fondatore del M5s.
La chiusa è quasi un’avvertenza: «Il necessario è saper rinunciare a sé per il bene di tutti, che è anche poter parlare con la forza di una sola voce. Ma se non accettate ruoli e regole restano solo voci di vanità che si (e ci) dissolvono nel nulla».
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2022 Riccardo Fucile
STANCHI, RASSEGNATI E ABBANDONATI: IL 72% E’ PRONTO A LASCIARE
Stanchi, demoralizzati, rassegnati, abbandonati. Come scrive Paolo Giorgi, Agi, questo è l’identikit dei medici dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale che, dopo due anni di emergenza Covid-19, non ne possono veramente più.
E hanno sfogato le loro frustrazioni rispondendo in massa al sondaggio lanciato nei giorni scorsi dalla Federazione Cimo-Fesmed, il sindacato che rappresenta oltre 18mila camici bianchi. Un’iniziativa adottata dal Presidente Guido Quici per sondare l’umore del personale che lavora in corsia, cui hanno aderito 4.258 medici di tutta Italia.
In particolare, dall’indagine emerge un diffuso desiderio di fuggire dall’ospedale pubblico. Un dato che dovrebbe allarmare Istituzioni e pazienti: infatti, se da una parte il 72% dei medici partecipanti, potendo tornare ai tempi della fine del liceo, risceglierebbe la stessa professione, solo il 28% continuerebbe a lavorare in una struttura pubblica.
Gli altri preferirebbero trasferirsi all’estero (26%), anticipare il pensionamento (19%), lavorare in una struttura privata (14%) o dedicarsi alla libera professione (13%).
L’attaccamento al camice, dunque, è fuori discussione. È tutto il resto, dalla considerazione sociale alle retribuzioni, dall’organizzazione aziendale alle aspettative di carriera, dal carico di lavoro alle responsabilità, che porta sempre più medici dipendenti del SSN a cercare nuove opportunità lavorative.
Il rischio? Il fenomeno delle corsie deserte, già annunciato ma mai realmente combattuto, con pazienti costretti a curarsi in strutture private. E pazienza per chi non ha le possibilità economiche per farlo.
Analizzando le cause di tale insoddisfazione, emerge con forza la rabbia per essere costretti a far fronte alle carenze del sistema sacrificando la qualità della propria vita privata (ritenuta “insufficiente” o “pessima” dal 30% dei medici): il 73% degli intervistati lavora più di quanto previsto dal contratto (38 ore a settimana); il 20% di questi è addirittura costretto a lavorare più di 48 ore a settimana, violando in modo evidente la normativa europea sull’orario di lavoro.
Una richiesta di lavoro crescente, anche per far fronte alla carenza degli organici, che si rispecchia altresì nell’impossibilità di godere delle ferie accumulate: il 43% dei medici che hanno risposto al sondaggio ha tra gli 11 e i 50 giorni di ferie accumulate; il 24% tra i 51 e i 100 giorni; il 18% ha accumulato più di 100 giorni di ferie.
E anche le attività svolte nel corso dei turni la dicono lunga sull’insoddisfazione dei medici ospedalieri: il 56% ritiene eccessivo il tempo dedicato alla compilazione degli atti amministrativi mentre il 40% ritiene insufficiente il tempo dedicato all’atto medico e all’ascolto del paziente. Non pervenuta la possibilità di aggiornarsi continuamente: solo il 4% dei medici riesce a dedicare molto tempo alla propria formazione.
Di particolare interesse anche l’analisi del confronto delle aspettative dei medici tra l’inizio della propria carriera ed oggi, soprattutto se si prende in considerazione il numero di anni trascorsi in ospedale: appena assunti, il 70% dei giovani che lavorano da meno di 5 anni aveva alte aspettative per la professione, ma solo il 38% ed il 32% si aspettavano molto, rispettivamente, per la propria carriera e per la retribuzione.
Oggi, a pochi anni di distanza, le percentuali scendono drammaticamente all’11% per quanto riguarda la professione, al 2% in merito alle prospettive di carriera e al 3% se si parla di retribuzione. Un calo molto più netto rispetto alle risposte date da chi lavora da oltre 15 anni nel SSN: all’inizio della professione, l’83% dei medici meno giovani aveva alte aspettative per la professione, il 50% puntava su un avanzamento della propria carriera ed il 47% su un aumento della retribuzione.
Oggi, a distanza di almeno 15 anni, se il 24% conferma di avere alte aspettative per la professione, solo il 14% ed il 2% continuano a sperare in carriera e stipendi più alti.
Immancabile, infine, una finestra sulle conseguenze del Covid-19 sulla professione. Per il 69% dei medici la pandemia ha avuto un impatto importante sul proprio stress psicofisico e per il 55% ha messo a repentaglio la sicurezza della propria famiglia. Il 64%, inoltre, reputa “alto” il rischio professionale corso negli ultimi due anni.
E quando si chiede ai medici ospedalieri chi ritengono li abbia realmente aiutati ad affrontare questo periodo complesso, il 57% risponde “i colleghi”, il 24% “familiari e amici”, l’8% “nessuno”, solo il 5% “la società e le Istituzioni”.
Quici: «Ora nuovo contratto di lavoro e riforma della rete ospedaliera»
“Se non si fa qualcosa per arginare il malcontento dei medici dipendenti del SSN – commenta il Presidente della Federazione CIMO-FESMED Guido Quici -, ci troveremo impossibilitati a tutelare la salute di tutti i cittadini e, quindi, a rispettare l’art. 32 della Costituzione che dovrebbe continuare ad illuminare l’azione di Governo e Regioni. Ormai non c’è scusa o giustificazione che tenga: ora è compito della politica impedire che l’attuale contesto allontani, sempre di più, i medici dalla sanità pubblica”.
“Ci auguriamo allora – aggiunge – che venga inaugurato il processo di riforma dell’organizzazione ospedaliera, e non solo dell’assistenza territoriale, assumendo a tempo indeterminato medici e sanitari. Auspichiamo che i medici partecipino attivamente al governo clinico delle attività. E ci aspettiamo che venga aperto al più presto il tavolo delle trattative per il rinnovo del contratto nazionale della dirigenza medica: i medici dipendenti del SSN meritano finalmente delle risposte concrete e dei segnali chiari di riconoscimento per il ruolo ricoperto all’interno della nostra società, non solo negli ultimi due anni. La prima occasione utile per farlo non potrà che essere il processo di rinnovo del CCNL, cui la Federazione CIMO-FESMED offrirà come sempre il proprio attento e risoluto contributo, lottando per ottenere stimoli professionali, economici e di carriera”.
“In ballo – conclude Quici – non ci sono solo la soddisfazione e l’entusiasmo di una categoria che tanto ha sofferto per il bene della comunità, dimostrando uno spirito di abnegazione senza precedenti; ma c’è il futuro stesso del Servizio Sanitario Nazionale”.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2022 Riccardo Fucile
SECONDO IL QUOTIDIANO DOMANI SAREBBE AVVENUTA QUALCHE SETTIMANA FA
La Guardia di Finanza ha perquisito casa dell’ex premier e attuale leader del
Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, su ordine della Procura di Roma, alla ricerca di fatture e documenti relativi a consulenze – del valore tra i 300 e i 400 mila euro e non tutte saldate – che l’avvocato ha svolto per conto di Francesco Bellavista Caltagirone all’epoca in cui era proprietario del gruppo Acqua Marcia.
Lo rivela questa mattina il quotidiano diretto da Stefano Feltri Domani, in un articolo a firma Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian.
La perquisizione sarebbe avvenuta qualche settimana fa nello studio-appartamento in via della Fontanella Borghese: il nuovo fascicolo d’indagine è ad oggi senza indagati, ed è arrivato alla magistrata romana Maria Sabrina Calabretta dalla Procura di Perugia, che da mesi indaga sulle dichiarazioni di Piero Amara circa l’esistenza della cosiddetta “Loggia Ungheria”.
Gli incarichi risalirebbero a 10 anni fa. Interrogato nel 2019, Amara parlò delle consulenze di Conte e di Guido Alpa, dicendo di aver “raccomandato” alcuni avvocati a Fabrizio Centofanti, al tempo capo delle relazioni istituzionali del gruppo Acqua Marcia.
Conte e Alpa si sono sempre dichiarati estranei a ogni addebito. Secondo Domani gli uomini della Gdf dopo essere stati a casa dell’ex premier hanno perquisito anche l’abitazione di Alpa. Poi hanno svolto le stesse acquisizioni di documenti a casa di Enrico Caratozzolo e Giuseppina Ivone, altri togati che hanno lavorato con i due avvocati.
A Domani risulta che sia stato Alpa a fatturare per 400 mila euro. Ma l’avvocato ne avrebbe incassati soltanto 100 mila. Una lettera firmata da Centofanti e dal figlio di Bellavista Caltagirone, Camillo, evidenziava che Conte, per effettuare una “ricognizione dei rapporti giuridici” della società Acquamare, nel cui cda era presente Amara, avrebbe ottenuto «un compenso pari a 150mila euro, oltre accessori di legge come iva e cpa.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2022 Riccardo Fucile
PER LA PRIMA SERATA SHARE DEL 54.7%, PIU’ DELLO SCORSO ANNO
Sono stati 10 milioni 911 mila, pari al 54.7% di share, i telespettatori che hanno seguito in media ieri su Rai1 la prima serata del festival di Sanremo 2022.
L’anno scorso l’ascolto medio della prima parte era stato di 8 milioni 363 mila spettatori pari al 46.6%, due anni fa di 10 milioni 58 mila spettatori spettatori (52,2%% di share).
Di fatto, la serata di ieri entra negli annali, superando anche il primo festival di Baglioni in termini di share medio e il Baglioni Bis sia per spettatori che per share. Erano 17 anni che la media di share della prima serata non superava il 54% di share. Bisogna risalire al Festival del 2005 condotto da Paolo Bonolis con Antonella Clerici e Federica Felini, quando lo share medio della serata d’esordio fu del 54,78% di share.
(da agenzie)
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