Febbraio 21st, 2022 Riccardo Fucile
PER I GIUDICI SI E’ “ATTENUATO IL PERICOLO DI RICADUTA, AVENDO EGLI PRESO COSCIENZA DELLA ESTREMA GRAVITÀ DELLE CONDOTTE TENUTE” … AVREBBERO CERTAMENTE PRESO LA STESSA DECISIONE SE SI FOSSE TRATTATO DI UN POVERACCIO O DI UN IMMIGRATO
Il predatore sessuale esce dal carcere perché, tra l’altro, ha provato a uccidersi ma lo
stesso nega di aver mai voluto suicidarsi.
Accade anche questo nelle storie che a Milano si intrecciano sui diversi molestatori seriali che agiscono con l’uso di droghe e farmaci per colpire le vittime, riducendole a bambole di pezza prive di difese e, l’indomani, di memoria.
Dopo Alberto Genovese, che aveva illuminato le cronache con gli scempi a Terrazza Sentimento, anche Antonio Di Fazio, l’imprenditore farmaceutico accusato di abusi sessuali su sei donne narcotizzandole in casa con benzodiazepine, finisce ai domiciliari nelle comunità terapeutiche Crest. Ma la scelta solleva le critiche delle parti offese.
Il gip di Milano Anna Magelli ha fatto uscire Di Fazio dal carcere di San Vittore per un percorso curativo in una clinica specializzata, su parere favorevole della procura. Ma è giusto che dopo otto mesi quest’ uomo debba lasciare il carcere, seppure abbia al polso un braccialetto elettronico per impedirne la fuga?
La decisione ha suscitato non poca sorpresa: tra i motivi a sostegno della decisione abbia pesato il «forte legame con il figlio che lo avrebbe fatto desistere dal serio tentativo suicidario per impiccagione intentato il 29 settembre scorso».
In particolare, il giudice valorizza il percorso psicoterapeutico avviato perché, scrive, «lo ha portato a prendere coscienza della estrema gravità delle condotte tenute e delle conseguenze della sua carcerazione che possono essere determinate a pregiudizio dell’equilibrio emotivo e psicologico del figlio minore; presa di coscienza che lo ha condotto a un certo punto ad intentare un serio tentativo di suicidio per impiccagione, il che porta a ritenere il pericolo di ricaduta in delitti della stessa natura come apprezzabilmente attenuato».
Agli atti però si trova un documento che sembra smentire l’episodio stesso. È una dichiarazione, su carta intestata dell’ufficio di polizia giudiziaria della penitenziaria del carcere, davanti al vice sovrintendente Daniele Zago, firmata dallo stesso Di Fazio, risalente al primo pomeriggio del 30 settembre, ovvero il giorno dopo il presunto drammatico episodio.
L’imprenditore nega con forza qualsiasi intento autodistruttivo: «Come già riferito al comandante, nego di aver posto in essere un gesto suicidario e altresì alla visita effettuata dal medico al locale pronto soccorso non ho riferito di averlo posto. Ho solo detto che avevo un umore deflesso che mi portava ad avere una condizione psicologica molto fragile ed altresì che questa condizione mi portava ad avere frequenti pianti. Né ieri né mai durante la mia fase processuale ho pensato di suicidarmi o farmi del male. Probabilmente una frase da me pronunciata al medico è stata male interpretata. Non ho manifestato intenti suicidari».
Ma allora cosa è accaduto? In attesa dell’udienza del rito abbreviato emergono anche altri punti da chiarire. Nella richiesta di mandare il loro assistito in comunità, i difensori del Di Fazio sottolineano anche che tale scelta andrebbe a completare il processo che lo ha portato a una rilettura critica della propria personalità e delle proprie problematiche. E su questo pare che ancora una parte significativa del percorso vada di certo compiuta.
Basta rileggere le relazioni all’autorità giudiziaria degli psicologi sugli incontri recenti con il figlio in cui, oltre a momenti di apprezzato recupero della genitorialità, si evidenziano atteggiamenti che tanto ricordano il passato quando Di Fazio per l’accusa si imponeva sulle donne abusate.
«Non sono mancate però le descrizioni sensazionalistiche di eventi occorsi in carcere (aggressioni tra detenuti, malesseri propri e dei suoi compagni, condizioni igienico-sanitarie estreme) – si legge ne documento – e le narrazioni di rapporti quotidiani improntati su un registro poco credibile di grandiosità (intimità e complicità con le guardie carcerarie; attività di aiuto, sostegno e guida a detenuti descritti come totalmente inetti; supervisione e formazione da parte sua del personale medico del carcere incompetente in materia di farmaci e terapie; “proposte di matrimonio” da parte di varie donne tra un’udienza e l’altra).
Si è notata, soprattutto nel terzo incontro, l’intrusione di temi incongrui e non pertinenti alla relazione padre-figlio (dettagli su questioni finanziarie e lavorative, inutili risvolti mediatici, vicende investigative e processuali, personaggi famosi citati fuori luogo, rapporti confidenziali e poco credibili con donne influenti che lo circondano in questo periodo) che attengono ancora una volta al proprio registro di funzionamento. Talvolta le figure femminili sono apparse svalutate: «Solo P. è stata una donna con la D maiuscola… con tutte le altre (fidanzate) ci laviamo i pavimenti…».
Per queste vicende, la scelta di far uscire Di Fazio dal carcere provoca l’indignazione di alcune parti offese e dei loro difensori. C’è chi sta valutando se partecipare ancora al dibattimento, chi invece ha trovato insuperabile la serie di menzogne rifilate dal Di Fazio persino nell’interrogatorio del dicembre scorso quando, ad esempio, affermava che Chiara, l’ultima vittima, studentessa alla Bocconi, si era avvicinata a lui con l’intento di baciarlo: «C’era uno stato di ebbrezza molto elevato in quel momento perché erano già partiti due giri pesanti di, ripeto, spritz Campari e Tanqueray ed una bottiglia di Amarone della Valpolicella». Peccato che gli esami sull’alcolemia della ragazza al pronto soccorso fossero incompatibili con quegli alcolici, mentre le benzodiazepine erano a livello assai superiore al grado di tossicità.
(da la Stampa)
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Febbraio 21st, 2022 Riccardo Fucile
ESILARANTE CHE PARLI DI ”OLIGARCHI IN UCRAINA” PROPRIO LUI CHE E’ DIVENTATO MILIARDARIO CON I SUOI AMICI OLIGARCHI RUSSI
Vladimir Putin ha annunciato che riconoscerà le Repubbliche separatiste del Donbass. Il capo del Cremlino ha anticipato la decisione in una telefonata con Olaf Scholz e Emmanuel Macron comunicando di voler “firmare a breve” un decreto.
Un nuovo passo che sostanzialmente apre le porte all’ingresso delle truppe di Mosca nei territori, in quanto non ritenuti dell’Ucraina, e quindi fa scivolare la crisi verso una possibile guerra. “L’Ucraina non è un Paese confinante, è parte integrante della nostra storia, cultura, spazio spirituale. È stata creata da Lenin”, ha detto Putin nel suo discorso alla nazione accusando anche l’ambasciata statunitense di “controllare direttamente alcuni giudici” e affermando che “l’Ucraina ha già perso la sua sovranità”, definendola serva dei “padroni occidentali”.
Altro che incontro imminente tra Joe Biden e il presidente russo, la tensione nell’est Europa vive un’altra giornata di fibrillazioni, iniziata con l’annuncio di un “imminente” bilaterale Usa-Russia, secondo l’Eliseo, e trasformatasi nel nuovo punto più basso della crisi con il Cremlino che riconoscerà gli indipendentisti del Donbass.
I vertici d’urgenza
L’annuncio ha scatenato la reazione immediata di Germania, Francia e Ucraina che hanno convocato un vertice d’urgenza e in aggiunta Macron riunirà in serata il Consiglio di difesa francese.
Così mentre la Casa Bianca, dove Biden ha riunito il Consiglio di sicurezza nazionale, ribadisce che un attacco “estremamente violento contro l’Ucraina è possibile nei prossimi giorni o ore”, e mentre Kiev chiede una riunione una riunione urgente del Consiglio di sicurezza Onu, Putin mette chiaro che per il momento non retrocede dai suoi intenti.
Già nel corso nel corso della seduta straordinaria del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, aveva spiegato che gli accordi di pace di Minsk non hanno “nessuna prospettiva” di applicazione, almeno per il momento. Quindi aveva scongiurato l’adesione dell’Ucraina alla Nato: in questo caso Kiev “potrebbe iniziare a riprendersi la Crimea, e la Nato stessa si unirebbe a questi eventi”.
E ancora, soprattutto, aveva annunciato una decisione imminente sul riconoscimento richiesto dalle repubbliche autoproclamate del Donbass.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2022 Riccardo Fucile
L’EMENDAMENTO NON E’ PASSATO, RIMANE IL DOPPIO GIOCO DI SALVINI
Green pass sì o Green pass no? E’ caos in commissione Affari sociali della Camera
sull’esame del decreto Covid
Forza Italia si asterrà sull’emendamento della Lega al dl Covid per lo stop al super green pass in scadenza al 31 marzo, che oggi verrà messo in votazione alla commissione Affari sociali di Montecitorio. Stamattina il Carroccio ha tentato il blitz sul decreto che ha introdotto l’obbligo della certificazione verde rafforzata per gli over 50 e la maggioranza si è spaccata. Tant’è che è stato necessario sospendere la seduta della XII commissione
Per capire cosa è successo bisogna riavvolgere il nastro. La seduta è stata sospesa su richiesta della maggioranza, perchè il partito di Matteo Salvini si era smarcato, votando l’emendamento sulla quarantena per i bambini insieme a Fdi e Alternativa, sul quale il governo aveva dato parere contrario.
Poi la Lega ha chiesto di mettere in votazione un suo emendamento che prevede, nonostante il parere contrario governativo, lo stop della validità dell’obbligo del green pass rafforzato per gli over 50 allo scadere dello stato di emergenza il 31 marzo. Il testo è stato accantonato e sarà esaminato alla nuova seduta della Commissione.
A confermare l’astensione di Fi è il deputato e capogruppo in Affari sociali del partito azzurro, Roberto Bagnasco: “Ritengo che il valore della coesione della maggioranza, in cui Fi ha sempre creduto e continua a crederci oggi fortemente, sia un valore importante. Mi auguro -dice all’Adnkronos Bagnasco- che su questi temi si trovino le convergenze necessarie che ci portano a non dividerci. Per questo ci asterremo sull’emendamento della Lega in questione”.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2022 Riccardo Fucile
L’IDEA DI COINVOLGERE LA MINISTRA DEL SUD
Il sindaco di Milano Giuseppe Sala è impegnato in un progetto politico ecologista. E
Beppe Grillo, tra gli altri, non vede per nulla male l’idea. Mentre anche altre personalità del calibro di Mara Carfagna potrebbero essere interessate.
Lo racconta oggi un retroscena de La Stampa nel quale si spiega che la prima mossa sarà lanciare un’Opa (offerta pubblica di acquisto) sui Verdi italiani. E nel frattempo si sta scegliendo i compagni di viaggio. Tra i primi ci sono i parlamentari del Partito Democratico e di Liberi e Uguali più sensibili alle tematiche del progetto. Ma c’è anche Grillo.
I due dovevano vedersi una decina di giorni fa a Zoagli in Liguria per parlarne, ma poi il caos scoppiato intorno all’ordinanza del tribunale civile di Napoli ha consigliato di desistere. Per ora.
Intanto però Beppe è tentato dalla scelta estrema: superare il Movimento 5 Stelle e scioglierlo in un altro soggetto politico con un nuovo nome e un altro simbolo.
Perché secondo lui la parabola politica dei grillini è ormai alla fine. E nel campo politico il fondatore immagina una convergenza sul nuovo soggetto di Sala. E al quale guarda anche la ministra del Sud Mara Carfagna. Che da anni lavora a una leadership moderata dopo Berlusconi.
«Non c’è stata una volta in questi anni in cui l’ho sentita parlare e non ero d’accordo con lei», ha detto Sala confermando la stima nei suoi confronti. I colloqui con la ministra sono costanti e vanno oltre il botta e risposta – obbligato – che c’è stato sul Sud, dopo che il sindaco è stato pizzicato a lamentarsi dei tanti fondi del Pnrr destinati al Mezzogiorno. Carfagna è l’avamposto che nel partito/lista Sala immagina nel Meridione, dove entrambi vedono le infrastrutture come sinonimo di sviluppo sostenibile, e non più demonizzate dall’«ambientalismo dei No».
(da Open)
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Febbraio 21st, 2022 Riccardo Fucile
“SEMBRANO USCITI DA VACANZE DI NATALE! MANCA SOLO IL DOGUI CHE DICE ‘SOLE, WHISKEY E SEI IN POLE POSITION’”
Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia e quello della Regione Lombardia Attilio
Fontana “parlano” cinese e invitano il mondo a venire in Italia per le prossime olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026.
É il contenuto del video messaggio trasmesso il 20 febbraio a Pechino durante la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi 2022 che ha scatenato l’ironia dei social in queste ore, diventando virale.
Durante la cerimonia di chiusura dei giochi Olimpici di Pechino 2022 alcuni momenti sono stati dedicati al passaggio di testimone tra la Cina e l’Italia, dove si terranno le prossime Olimpiadi invernali
La bandiera olimpica è passata dal sindaco di Pechino ai due sindaci Beppe Sala (Milano) e Gianpietro Ghedina (Cortina), sotto lo sguardo di Valentina Vezzali, Sottosegretario con delega allo sport.
Malika Ayane ha interpretato l’inno di Mameli accompagnata dal violinista Giovanni Andrea Zanon.
Alla fine è stato trasmesso anche il video messaggio di Luca Zaia e Fontana, che invitano tutti a visitare l’Italia in occasione del prossimo appuntamneto di Milano Cortina 2026.
Il video dello spot, che si apre con la frase «Benvenuti nella bellezza dell’Italia» pronunciata da Luca Zaia in cinese (con sottotitoli in inglese) è già diventato top trend su Twitter. A scatenare l’ironia degli utenti del web, l’effetto “curioso” di veder parlare in cinese i due politici italiani, con un doppiaggio malfatto dove le labbra dei due governatori non vanno a tempo con l’audio.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2022 Riccardo Fucile
LA SOCIA DI CASALEGGIO CONTRO L’EX PREMIER
«Conte faccia come si fa con i messaggi in bottiglia affidati alle onde dell’oceano. Lo restituisca, perché quel logo lo aveva disegnato Gianroberto seduto alla sua scrivania e nulla ha a che fare con chi adesso lo detiene».
Enrica Sabatini, socia di Rousseau e compagna di Davide Casaleggio, torna a parlare del suo libro “Lady Rousseau” e del Movimento 5 Stelle in un’intervista rilasciata a La Stampa.
L’ex consigliera comunale di Pescara mette nel mirino l’ex Avvocato del Popolo: «Ha una visione diversa da quella che ha sempre mosso i 5 stelle. Invece di farsi un partito personale, ha pensato di personalizzare il Movimento e provare a trasformarlo in un partito. Un’evoluzione che diventa trasformismo e infine aberrazione. Per questo secondo me oggi il M5s è al minimo storico del consenso: non risponde più a quel patto di fiducia che aveva fatto con i cittadini».
Sabatini, che nei giorni scorsi aveva raccontato dello stop alla candidatura di Alessandro Di Battista nei comitati del M5s, si dice ancora molto legata a Beppe Grillo. E conferma che non si è votato per un anno il successore di Di Maio per non far vincere l’ex deputato: «È stato detto alla riunione di cui scrivo ed è quello che ha fatto sobbalzare Davide sulla sedia: “Violiamo lo statuto perché non ci piace il possibile risultato di una votazione? ” ha chiesto. Crimi ha fatto di tutto per mantenere un potere per cui non aveva titolo. Se il comitato di garanzia non rispetta lo statuto, è normale che gli altri si sentano legittimati a violare ogni regola».
E infine racconta un aneddoto che riguarda posti e candidature: «Hanno offerto a Davide un ministero, ha rifiutato. Così come io ho rifiutato una candidatura alle elezioni europee, alle regionali, una nomina pubblica. Eravamo concentrati sul progetto, mentre erano pronti a usarci come capro espiatorio di ogni fallimento».
(da Open)
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Febbraio 21st, 2022 Riccardo Fucile
IL CASO DEGLI ITALIANI DOMICILIATI ALL’ESTERO: QUASI UN TERZO ABITA IN VENEZUELA: IL PIÙ FACOLTOSO È MARIO MERELLO, IL MARITO DI MARCELLA BELLA CHE, SECONDO LA PROCURA DI MILANO, AVREBBE FRODATO IL FISCO
Familiari e associati dei dittatori che hanno scatenato le primavere arabe. Burocrati
venezuelani che hanno partecipato alla spoliazione delle risorse del paese durante le presidenze di Chavez e Maduro. Un generale algerino che guidava le torture durante la sanguinosa guerra civile che ha devastato il paese.
Un cittadino svedese attualmente in carcere nelle Filippine, dove sconta una condanna per traffico di esseri umani. Un italiano legato al riciclaggio delle cosche di Ndrangheta. E poi evasori fiscali, corrotti e corruttori, narcotrafficanti. Tutti clienti “speciali” di Credit Suisse, la seconda banca svizzera e una delle più importanti istituzioni finanziarie del globo.
Tracciabilità e trasparenza
Grazie a Suisse Secrets, una investigazione condotta da oltre 160 giornalisti di 39 paesi coordinati da Suddeutsche Zeitung e Occrp con La Stampa e IrpiMedia partner italiani, è possibile risalire alle identità dei titolari di una serie di conti dell’istituto svizzero e alle pratiche della banca, che malgrado gli scandali ha continuato a fornire per anni i propri servizi a questi clienti nonostante le regole sulla tracciabilità dei fondi e la trasparenza delle attività che li hanno prodotti.
E malgrado le ripetute promesse di pulizia da parte dei manager che si sono avvicendati alla guida dell’istituto già al centro di una serie incredibile di scandali. Il leak ricevuto da Suddeutsche Zeitung riguarda circa 18 mila conti, alcuni aperti da anni, una parte ancora attivi in tempi molto recenti. Sono riconducibili a oltre 30 mila persone e società e assommano a un totale di oltre 100 miliardi di euro.
Fondi che potrebbero essere stati sequestrati su richiesta dei tribunali di mezzo mondo ma su cui non si hanno notizie certe: la banca non ha risposto alle domande puntuali dei giornalisti del consorzio, facendo riferimento al fatto che molte delle vicende ricostruite sono riferite al passato.
«Credit Suisse – ha risposto la banca, che ha annunciato una investigazione interna per la fuga di notizie – respinge fermamente le accuse e le insinuazioni riguardanti le presunte pratiche commerciali della banca.
I fatti riferiti sono principalmente remoti, risalendo in alcuni casi addirittura agli anni Quaranta del secolo scorso. Ciò che viene riportato è basato su informazioni parziali, inaccurate o selettive che, estrapolate dal loro contesto, danno adito a interpretazioni tendenziose riguardo la condotta della banca
Credit Suisse, in base alle disposizioni di legge, non può rilasciare alcun commento su potenziali relazioni di clientela, ma conferma di avere adottato le misure adeguate, in linea con le direttive e i requisiti regolamentari applicabili nei periodi in questione, e di avere già preso provvedimenti dove necessario».
Il manager
Seppure la Svizzera si sia adeguata al sistema di scambio automatico di informazioni, la riservatezza resta uno dei capisaldi dell’istituto di credito. Riservatezza garantita in misura maggiore ai clienti “speciali”. Una reporter di Occrp si è finta un potenziale cliente interessato a depositare una grossa somma di denaro e chiedendo riservatezza estrema. “Solo un numero limitato di persone anche dentro la banca avrà accesso alle informazioni del vostro conto”, l’ha rassicurata un alto dirigente dell’istituto.
Credit Suisse offre ancora conti cifrati al prezzo di 3000 dollari all’anno ma, ha spiegato il manager al finto investitore, “la protezione offerta da questo tipo di conti è diminuita nettamente nel corso degli anni” a causa delle strette normative seguiti agli scandali su riciclaggio ed evasione fiscale e proponendo dunque una serie di alternative, compresi dei trust con dipendenti dell’istituto come fiduciari e direttori.
Questi clienti «non passano attraverso il normale processo di apertura di un conto bancario. Accedono a un sistema separato, la loro documentazione è tenuta a parte, in cartelle che non sono accessibili al sistema standard. Solo i dirigenti sono a conoscenza di questi conti», spiega un ex Credit Suisse basato a Zurigo che ha accettato di parlare anonimamente con il team di giornalisti.
Secondo questa e altre fonti, Credit Suisse non solo accettava, ma incoraggiava i propri dipendenti a fornire servizi a clienti con fondi di dubbia provenienza. In questi casi, spiega l’ex banchiere, i conti erano gestiti direttamente dalla direzione della banca, i conti più ricchi e al tempo stesso più a rischio erano «isolati e gestiti dagli alti dirigenti»
Le cosche del Nord
Tra questi clienti c’era ad esempio Evelin Banev. Ex wrestler, a capo di un gruppo di narcotrafficanti italiani e bulgari, Banev, attualmente in carcere, è stato condannato in via definitiva in tre paesi diversi e in Italia dovrebbe scontare una pena di 20 anni. La sua cocaina veniva smerciata anche dalla costola piemontese della cosca Bellocco.
A Bellinzona è in corso un processo per certi versi storico che vede sul banco degli imputati la banca stessa: «Una decina di alti dirigenti della banca, così come il suo dipartimento legale, era a conoscenza del fatto che un gruppo di clienti erano criminali trafficanti di droga, ma hanno approvato milioni di euro di transazioni per loro prima di congelare i loro conti», riporta il Financial Times. Oppure Bo Stefen Sederholm.
Cittadino svedese, gestiva un traffico di giovani donne filippine che con la promessa di un lavoro da segretaria venivano invece indotte alla prostituzione e al porno online. Nel 2009 è stato arrestato e nel 2011 condannato all’ergastolo. Il suo conto al Credit Suisse, aperto nel 2008, è rimasto attivo fino al 2013, oltre due anni dopo la condanna.
Spie e dittator
E ancora, sono rimasti buoni clienti di Credit Suisse malgrado accuse e condanne Pavlo Lazarenko, ex premier ucraino, dopo la condanna negli Usa per riciclaggio; Alaa Mubarak, figlio dell’ex dittatore egiziano Hosni Mubarak, che aveva oltre 200 milioni di franchi nel suo conto svizzero; Khaled Nazzar, a capo della giunta militare algerina durante la guerra civile degli anni ’90, arrestato a Ginevra e accusato di crimini di guerra; Omar Suleyman, per 20 anni a capo dei servizi segreti egiziani, pubblicamente accusato di tortura. Il conto, intestato a dei familiari, ha avuto fino a oltre 60 milioni di franchi depositati ed è rimasto attivo ben oltre la caduta del regime di Mubarak.
La replica dell’istituto alle richieste puntuali del Guardian su circa 50 di questi clienti “speciali” è stata, tra le altre cose, che in fondo rappresentano solo lo 0,003% dei clienti. Ovviamente, tra i clienti speciali non potevano mancare gli italiani. Nei dati esaminati da questa inchiesta sono almeno 700 quelli che hanno scelto di portare i propri soldi in Credit Suisse.
I nomi che si ritrovano non sono particolarmente famosi, ma rivelano uno schema: sono quasi tutti residenti o domiciliati all’estero, in alcuni casi per davvero – come nel caso degli italiani che operano nel settore petrolifero o minerario e legname in Africa, o nel gaming in Asia, – in altri solo perché fiscalmente più conveniente.
Italiani del Venezuela
Tra gli italiani domiciliati all’estero, quasi un terzo abita in Venezuela. Il più facoltoso tra i correntisti “venezuelani” è Mario Merello, imprenditore noto alle cronache rosa per essere il marito della cantante Marcella Bella e per le sue frequentazioni del mondo dello showbusiness, i cui patrimoni all’estero sono noti dal 2009 grazie alla lista Pessina.
Secondo la procura di Milano, Merello era a capo di un’associazione per delinquere che tra il 2000 e il 2009 avrebbe frodato al fisco circa 450 milioni di euro. Creava società offshore a cui faceva emettere fatture per consulenze, polizze assicurative e prestazioni mai effettuate. Con questo castello di carte, spostava il denaro oltreconfine e abbatteva l’imponibile delle imprese.
Tra i dati di Suisse Secrets, emergono 13 conti – oggi tutti chiusi – che sommati hanno avuto un patrimonio massimo di oltre 24 milioni di euro.
Le finte polizze
Alcuni patrimoni degli italiani in Svizzera sono stati dichiarati al fisco a fronte di ampi sconti su sanzioni e potenziali procedimenti penali, attraverso strumenti come la voluntary disclosure e lo scudo fiscale, in particolare negli anni tra il 2009 e il 2015. Mario Merello è stato tra quelli che sono riusciti ad aggirare lo scudo: con una mano faceva rientrare una parte dei capitali, con l’altra ne manteneva una parte offshore, trasformata in quote di una società schermata da un trust.
Anche volendo utilizzare i dati dello scudo fiscale, nessuno sarebbe riuscito a individuare il beneficiario effettivo. Nei casi in cui è stato possibile approfondire le informazioni ricevute con le autodichiarazioni, gli inquirenti si sono ritrovati di fronte non solo a conti cifrati ma anche a polizze assicurative trasformate in conti deposito nei quali investire e prelevare esentasse, in qualche paradiso offshore. Le hanno definite “polizze mantello” e dopo le indagini della procura di Milano, Credit Suisse ha patteggiato nel 2016 pagando al Fisco italiano 101 milioni di euro.
(da “la Stampa”)
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Febbraio 21st, 2022 Riccardo Fucile
BLOCCATI 206 PRODOTTI FINANZIARI
Le autorità canadesi hanno congelato i conti correnti di alcune persone ritenute coinvolte nelle proteste di Truckers for Freedom che hanno occupato la capitale Ottawa fino alla settimana scorsa.
Nei giorni scorsi alcuni leader della protesta sono stati arrestati, mentre la polizia in due distinte azioni ha arrestato in totale 150 manifestanti.
Secondo quanto riporta la Cnn la Royal Canadian Mounted Police (RCMP) ha congelato un totale di 206 prodotti finanziari, inclusi conti bancari e aziendali e ha divulgato le informazioni di 56 entità associate a veicoli, persone fisiche e società che si trovavano in piazza. Infine ha bloccato un conto di elaborazione dei pagamenti del valore di 3,8 milioni di dollari.
La polizia ha usato anche spray urticante contro i manifestanti, mentre la zona occupata è stata liberata e recintata.
(da Open)
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Febbraio 21st, 2022 Riccardo Fucile
NEL MIRINO GLI APPALTI PER IL MONDIALE DI CANOTTAGGIO… SOTTO ACCUSA I TITOLARI DI 45 STABILIMENTI BALNEARI
La sindaca di Sabaudia Giada Gervasi è stata arrestata con altre 15 persone con le accuse
di corruzione, concussione e turbativa d’asta.
Nel procedimento, che coinvolge anche amministratori, funzionari pubblici e imprenditori si contestano, a vario titolo, i reati di corruzione, peculato e falso ideologico.
In base a quanto si apprende le indagini della procura di Latina hanno riguardato anche concessioni demaniali rilasciate dal comune di Sabaudia.
Gervasi è accusata di 11 turbative d’asta e una corruzione in relazione ad alcuni appalti per il mondiale di canottaggio che si è tenuto a Sabaudia.
Oltre alla sindaca Gervasi, finita agli arresti domiciliari, tra i coinvolti risulta anche l’ex direttore del parco nazionale del Circeo. Sono in totale 20 gli indagati.
Secondo l’accusa le 45 attività balneari presenti sul lido hanno goduto di favoritismi e privilegi. Il procuratore di Latina Giuseppe De Falco ha fatto sapere che jn base a quanto accertato dagli inquirenti «alcuni dipendenti pubblici sarebbero, in concreto, i titolari di alcuni stabilimenti e chioschi oggetto di favoritismi».
L’attività di indagine, condotta dal procuratore aggiunto Carlo Lasperanza e dai sostituti Antonio Sgarrella e Valentina Giammaria, è iniziata nel novembre 2019 a seguito dell’incendio alla centrale termica dell’Ente Parco Nazionale del Circeo e alle minacce al Comandante della Stazione Carabinieri Forestali “Parco di Sabaudia”.
«I militari dell’arma, nel corso delle investigazioni, durate oltre sette mesi, hanno accertato e ricostruito undici episodi di turbativa d’asta – scrive in una nota della Procura -, la formazione di innumerevoli atti falsi, nonché condotte corruttive che sarebbero state poste in essere dal Sindaco di Sabaudia e da amministratori comunali, in concorso con imprenditori e funzionari comunali».
Sotto la lente di ingrandimento degli investigatori «è finita soprattutto la Coppa del Mondo di canottaggio, che si sarebbe dovuta svolgere a Sabaudia nel 2020, con riferimento alla quale appaiono favorite ditte compiacenti all’amministrazione comunale, sia nella realizzazione del campo di gara sia nell’affidamento del servizio di manutenzione degli impianti di illuminazione pubblica, per un giro di affari di circa 1 milioni di euro».
(da agenzie)
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