Marzo 1st, 2022 Riccardo Fucile
INCALZA IL PREMIER CHE NON SA PIU’ COSA RISPONDERE
Daria Kaleniuk è una giornalista ucraina, al vertice della Autorità anti-corruzione del
Paese, e il suo intervento di fronte al primo ministro del Regno Unito Boris Johnson a Varsavia sta facendo il giro del mondo.
In Polonia l’inquilino del numero 10 di Downing Street ha ascoltato le parole della donna: “I bambini e le donne ucraine hanno paura per le bombe e i missili che arrivano dal cielo. Stiamo chiedendo disperatamente alle nazione dell’Occidente di proteggere i nostri cieli. Abbiamo chiesto una No Fly Zone e ci avete risposto che questo potrebbe portare alla Terza Guerra Mondiale. Ma qual è l’alternativa signor Presidente? Osservare? Qual è l’alternativa per una No Fly Zone? Come possono fare le donne ad attraversare il confine con dei bambini in braccio? Il Regno Unito ha garantito per la nostra protezione al Memorandum di Budapest”.
Il riferimento è al documento firmato nel 1994 dall’Ucraina con Stati Uniti, Regno Unito e Russia che sanciva la cessione delle testate nucleari rimaste nel Paese in seguito alla dissoluzione dell’Urss.
L’impegno di Kyiv fu inviare 1.900 testate in Russia per lo smaltimento in cambio della protezione da parte delle nazioni firmatarie. Dall’esplosione del conflitto Daria Kaleniuk è divenuta celebre per la sua attività – in particolare sui social – contro il presidente russo Vladimir Putin. “Ho appena avuto l’opportunità di fare una domanda a Boris Johnson”, ha twittato poco dopo. Nel discorso ha anche preso di mira direttamente il primo ministro: “Lei parla di aumentare le sanzioni, ma uno come Roman Abrahmovic non ne sta ricevendo. Si trova a Londra, i suoi figli non sono sotto i bombardamenti. I figli di Putin sono in Olanda, in Germania, nei loro palazzi. Perché questi beni non vengono sequestrati? Lei viene in Polonia, non va a Kyiv né a Leopoli, per paura di una Terza Guerra Mondiale”.
(da agenzie)
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Marzo 1st, 2022 Riccardo Fucile
SEI SONO MINORI
L’ambasciata italiana si sta trasferendo da Kyiv a Leopoli, come già accaduto per altri
Paesi occidentali. Uno spostamento non esente da rischi.
L’ambasciatore italiano Pier Francesco Zazo, secondo quanto riferisce Ansa, è riuscito a portare sani e salvi circa 20 minori – tra i quali 6 neonati – che avevano trovato rifugio in sede.
Uno sforzo notevole in una situazione particolarmente critica, lodato dal presidente del Consiglio Mario Draghi: “Voglio ringraziare l’Ambasciatore in Ucraina, Pier Francesco Zazo, il personale dell’Ambasciata per lo spirito di servizio, la dedizione e il coraggio. L’Unità di Crisi mantiene regolari contatti con i nostri connazionali in Ucraina e con i familiari in Italia”. Zazo è a Kiev dallo scorso gennaio. È nato a Benevento nel 1959 si è laureato in scienze politiche nel 1984 presso l’Università “Luiss” di Roma. È stato in Ucraina quattro anni, poi ha prestato servizio a Mosca come Capo dell’Ufficio economico-commerciale.
Su indicazione del Ministero degli Esteri – in seguito all’intensificarsi degli attacchi dell’esercito russo soprattutto nella zona di Kyiv – gli italiani ancora presenti nella capitale sono stati invitati ad utilizzare i mezzi disponibili (i treni circolano ancora, ndr) per lasciare l’area negli orari in cui non c’è il coprifuoco “con massima cautela”. L’Ansa riferisce anche della testimonianza telefonica raccolta con uno degli italiani rientrati da Kiev insieme alla famiglia nelle scorse ore. “Sono ore drammatiche, abbiamo vissuto momenti difficilissimi, in cui abbiamo avuto paura anche di perdere la vita. Vorrei ringraziare l’Ambasciatore Zazo e tutto il suo staff per l’aiuto che ha dato agli italiani bloccati in Ucraina. Ci ha aperto le porte dell’Ambasciata, insieme a decine di altre persone, fra cui moltissimi bambini. Siamo stati accolti nell’abitazione dell’Ambasciatore che ci ha messo a disposizione cibo e un rifugio. Ora sono al sicuro in Italia, ma sento dagli amici ucraini che la situazione a Kiev è molto peggiorata e i rischi di un attacco sulla città sono concreti. Spero davvero riescano a mettersi in salvo, e che questa guerra disumana e senza senso finisca al più presto”.
(da agenzie)
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Marzo 1st, 2022 Riccardo Fucile
SALVINI HA SCOPERTO IL PACIFISMO
Matteo Salvini (per il quale contro gli immigrati «i confini ci sono e vanno difesi anche
con le armi», per il quale «l’Isis è equiparabile al nazismo e quindi lo si combatte con le armi, sennò che cosa facciamo: gli mandiamo la Boldrini a dialogare?», per il quale «in Siria e in Libia serve l’intervento militare e chi dice di no è un senza palle: con i tagliagole bisogna intervenire militarmente e massicciamente»,
per il quale «il modello è la Svizzera dove un cittadino su due è legittimamente armato e dove ogni cittadino ha la possibilità di difendersi», per il quale «servirebbero quattro mesi di servizio militare per insegnare ai nostri ragazzi l’uso delle armi», per il quale «se io vengo aggredito o minacciato nella mia azienda, nel mio negozio, nella mia casa ho il diritto di difendermi», anche con le armi perché «la difesa è sempre legittima», per il quale «se ti trovi una o più persone in casa alle tre di notte, mascherate, sono a casa tua e violano la proprietà privata, che cosa fai prima di sparare, gli chiedi se hanno una pistola?», per il quale se spari a un rapinatore «e se il rapinatore ci rimane, nella prossima vita farà un altro lavoro», per il quale «se si ha il porto d’armi è normale andare in giro armati e difendersi», per il quale «il Papa sbaglia a dialogare coi terroristi, questa è una vera guerra, è un’occupazione militare: rispondere con tolleranza e buonismo è un suicidio») dice che per aiutare l’Ucraina invasa dai carrarmati di Vladimir Putin non servono le armi ma la via del Santo Padre: confronto, dialogo e una preghiera rivolta al cuore immacolato di Maria.
(da La Stampa)
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Marzo 1st, 2022 Riccardo Fucile
“PUTIN, AL POTERE DA PIÙ DI VENT’ ANNI, NON HA MAI PROTESTATO PER IL FATTO CHE QUINDICI REPUBBLICHE EX SOVIETICHE SONO STATE INSERITE NELL’ALLEANZA ATLANTICA”. ANZI: STAVANO PER ENTRARE PURE I RUSSI
Al cospetto delle atrocità compiute dai russi in Ucraina, rimane, inespressa, una piccola domanda. Quando è accaduto che noi occidentali abbiamo indotto l’Ucraina a varcare il Rubicone provocando l’ira di Putin. E quando è stato che Zelensky ha incautamente lanciato il guanto di sfida all’autocrate di Mosca. Che giorno? Che mese? Che anno?
La storia alle nostre spalle racconta cose diverse da quelle che si dicono e si scrivono in questi giorni. Dopo il crollo dell’impero sovietico, ci fu, nel 1994, una proposta della Nato alla Russia di un «Partenariato per la pace». Subito dopo, la Russia è stata accolta nel Consiglio d’Europa e nel G7. Nel 2002 Mosca è entrata nel Consiglio Nato-Russia.
Quattordici anni fa (2008), nel consiglio Nato di Bucarest, gli Alleati annunciarono che l’Ucraina sarebbe potuta entrare, in un futuro imprecisato, nell’Organizzazione atlantica. Appena eletto Presidente degli Stati Uniti, Obama, nel 2009, volle verificare con l’allora segretario della Nato, l’olandese Jaap de Hoop Scheffer, lo stato della «pratica Ucraina e Georgia» (25 marzo).
E, pur senza citarle esplicitamente, disse che le cose sarebbero andate avanti stando attenti a non urtare la suscettibilità russa. Nel luglio di quello stesso anno (2009) Obama si recò a Mosca, incontrò Putin e furono rose e fiori. Poi venne il 2014 con piazza Maidan, la «rivoluzione arancione» a cui si accompagnò l’annessione russa della Crimea. Le cose si complicarono. Da quel momento la questione Ucraina-Nato è rimasta lì, sospesa.
Niente è accaduto che possa giustificare l’apertura di una crisi di queste proporzioni. Se n’è accorto Enrico Letta che, in anticipo sulla fase più drammatica dell’invasione dell’Ucraina, ha voluto fare chiarezza in modo definitivo. Annalisa Cuzzocrea («La Stampa»), gli ha posto una domanda diretta echeggiando quel che sostengono tanti (forse tutti) gli ex comunisti e molti liberal conservatori: «La Nato si è allargata troppo a est provocando questa reazione?».
Il segretario del Pd le ha risposto in maniera franca: «È l’opposto. Quello che è successo dimostra che la Nato doveva far entrare l’Ucraina prima». E dimostra altresì, ha sostenuto Letta, «che l’Alleanza atlantica serve perché la democrazia va difesa». Poi il segretario del Pd ha aggiunto: «Abbiamo integrato l’Europa centro-orientale, Budapest, Vilnius, Varsavia, non possiamo tornare indietro». Più chiaro di così?
Va notato che, nei giorni successivi all’intervista, nessun dirigente o semplice militante del Pd si è sentito in dovere di aggiungere una chiosa alle parole del segretario. Neanche esponenti della sinistra esterna al Pd. Nessuno.
Segno che o sono tutti distratti (il che non è da escludere) oppure l’intera comunità progressista italiana – eccezion fatta per l’Associazione nazionale partigiani – ritiene che l’Ucraina avrebbe dovuto essere ammessa e integrata nella Nato già una ventina d’anni fa.
E che i fatti di questi giorni dimostrano che la Nato è un presidio della democrazia in Europa. Letta, con poche e misurate espressioni, ha fatto giustizia di una leggenda riproposta negli ultimi giorni da molti «analisti». Cioè che nel 1991 alcuni leader occidentali (chi con precisione?) avrebbero preso con Gorbaciov l’impegno a non far entrare nella Nato le ex repubbliche sovietiche.
Accadde qualcosa di ben diverso. L’allora segretario dell’Alleanza atlantica, Manfred Wörner (già ministro della difesa tra il 1982 e il 1988 nella Germania di Helmut Kohl), si impegnò con Gorbaciov a che l’organizzazione da lui guidata, a fronte dello scioglimento del Patto di Varsavia, mai avrebbe attentato alla sicurezza della Russia. Nient’ altro.
Se qualcuno avesse fatto una promessa più impegnativa, non si capirebbe come sia potuto accadere che ben quindici di queste repubbliche siano poi entrate nell’Alleanza atlantica senza che Gorbaciov si sia sentito in obbligo di denunciare la violazione del presunto patto.
Neanche Putin, al potere da più di vent’ anni, ha mai protestato per il fatto che quindici repubbliche ex sovietiche sono state inserite nell’Alleanza atlantica «a dispetto» di quel fantomatico impegno del ’91.
Ernesto Galli della Loggia si è giustamente domandato giorni fa su queste pagine come mai Putin non si sia lamentato «per il fatto che la Polonia – membra anch’ essa della Nato e confinante anch’ essa con la russa Kaliningrad – potrebbe, se volesse sbriciolare in poche ore con un lancio di semplici missili da crociera la base della flotta russa del Baltico».
Già, come mai? Il fatto è che Enrico Letta, a differenza di alcuni suoi predecessori, non è particolarmente affascinato dall’antiamericanismo tuttora ben vivo dalle sue parti. E ha avuto l’audacia di dire qualcosa di non equivocabile.
Qualcosa che renderà meno facile ai filorussi d’Italia – compresi quelli che adesso fanno atto di contrizione in pubblico – tornare alla carica quando tra qualche tempo sarà passata l’emozione per quel che di orribile è accaduto in questi giorni. Verrà il momento, ne siamo sicuri, in cui in molti torneranno a domandarsi pubblicamente se vale la pena fare dei sacrifici per gli ucraini i quali, a ben guardare, «se la sono cercata».
Si dirà che Zelensky e i suoi sono responsabili dei torti subiti a causa della protervia con la quale, «sotto insegne naziste» (Putin), intendevano puntare dei missili contro Mosca e San Pietroburgo. Torneranno a sottolineare, quei molti, che l’impatto delle sanzioni è asimmetrico, nel senso che danneggia l’Italia più di quanto nuoccia agli Stati Uniti. E concluderanno che è giunta l’ora di prestar ascolto alle «ragioni dei russi».
Cose già viste e sentite in passato, con altri dittatori, altre asimmetrie e altre «ragioni» dei prepotenti. Quanto a Enrico Letta, se qualcuno tra un po’ lo metterà in croce per le dichiarazioni di cui si è detto, potrebbe proporsi come segretario generale della Nato (ne ha i titoli). Avrebbe il vantaggio di lasciarsi alle spalle le baruffe del «campo largo», con le quali pure ha dato prova di sapersi destreggiare in modo efficace.
Ce ne sono altri mille che amano quel genere di cimento da «campieri», capaci, per giunta, di mordersi la lingua prima di pronunciar parole a favore della Nato. Lui, dati i tempi, non avrebbe difficoltà a far capire a una parte del mondo da cui proviene, che l’Alleanza atlantica è, forse, più importante.
Paolo Mieli
(da il “Corriere della Sera”)
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Marzo 1st, 2022 Riccardo Fucile
NELLA “DEEP RUSSIA”, IN MOLTI STANNO FACENDO PRESSIONE SULLO ZAR BOMBAROLO PER CHIUDERE LA TRATTATIVA CON KIEV, ED EVITARE UN INUTILE SPARGIMENTO DI SANGUE. SENZA CONSIDERARE GLI OLIGARCHI, CHE NON POTRANNO PIU FARE IL PIENO AI LORO YACHT E SONO MOLTO INCAZZATI CON “MAD VLAD”
Una maschera impenetrabile. Vladimir Putin si rivolge ai suoi più stretti consiglieri
economici, quelli che hanno garantito negli anni la stabilità della leadership putiniana rafforzando le finanze russe. Si deve decidere come rispondere alle sanzioni dell’Occidente, «che io chiamo stiletta – l’impero delle bugie».
Le misure di Washington e Bruxelles rischiano di mettere in ginocchio le banche russe, gli oligarchi e la gente comune. Il premier britannico, Boris Johnson, è incredibilmente diretto, le sanzioni secondo lui mirano a «far cadere il regime di Putin». Lo Zar parla, ma le immagini sono più eloquenti delle parole. Elvira Nabiullina, governatrice della Banca centrale, neanche lo guarda, fissa un punto davanti, a braccia conserte. Le sanzioni internazionali cominciano a mordere.
Crolla il rublo del 20 per cento. Putin firma il decreto che vieta il trasferimento di capitali dei non residenti all’estero. Gli esportatori saranno costretti a cambiare in rubli non meno dell’80 per cento dei guadagni. I tassi d’interesse salgono al 20 per cento, per essere attrattivi e preservare i risparmi delle famiglie contro la svalutazione.
Di «brusco cambiamento nell’economia» parla la Nabiullina in conferenza stampa. Chiude la Borsa di Mosca, i titoli dei colossi della economia russa sprofondano a Londra, con perdite dal 74 per cento di Sberbank al 51 di Gazprom, dal 62.8 di Lukoil al 42.3 di Rosneft.
Mentre il ministro degli Esteri, Lavrov, mantiene un criptico silenzio, la parte della difesa di Putin la fa, come sempre, lo storico portavoce Peskov, che imputa alle uscite della ministra britannica della Difesa, Liz Truss, su possibili scontri con l’Occidente l’ordine di Putin ai generali di attivare l’allerta massima del sistema di deterrenza nucleare
Affermazione che non serve certo a rassicurare gli oligarchi padroni dell’economia.
Eppure, cominciano a spuntare delle crepe nel cerchio magico degli oligarchi cresciuti con Putin.
I primi a sfidare lo strapotere di Putin e la strategia della guerra sono Mikhail Fridman, fondatore di Alfa-Bank, 11 miliardi di dollari di capitale, e Oleg Deripaska, ex marito della nipote di Eltsin, 4 miliardi di patrimonio, il re dell’alluminio, che dice «basta al capitalismo di Stato» in Russia.
Sui media britannici appaiono analisi sul fatto che il regime di Putin potrebbe non sopravvivere alla bancarotta delle banche. E le piazze russe cominciano a ripopolarsi di dissidenti. «Putin non poteva sopportare che ai suoi confini entità statuali uscite dall’Unione Sovietica come l’Ucraina stessero facendo un percorso di democratizzazione», osserva Adriano Dell’Asta, ordinario di Lingua e letteratura russa alla Cattolica di Milano, per 4 anni direttore dell’Istituto di cultura italiano a Mosca. «Credo che questo sia il vero problema di Putin. Liberiamoci del mito di una Russia tutta appiattita su posizioni governative e definita da un’aggressività quasi impensabile. Nelle proteste di questi giorni, nei pronunciamenti di gente semplice e di intellettuali, artisti, uomini dello sport, noi vediamo una Russia completamente diversa, che non ha un senso di fastidio nei confronti dell’Ucraina».
Fuorviante anche la teoria della contrapposizione tra falchi e colombe al Cremlino, «retaggio della vecchia sovietologia». Succede ora che alcuni oligarchi e diversi rampolli di famiglie altolocate escano allo scoperto. Segno che qualcosa si muove, a Mosca.
(da “Il Messaggero”)
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Marzo 1st, 2022 Riccardo Fucile
LA RETE INTERNAZIONALE A FAVORE DI PUTIN SI RIDUCE SEMPRE DI PIÙ: DALLA SUA PARTE SONO RIMASTI SOLO CUBA, IL VENEZUELA E LA BIELORUSSA, CHE ORMAI È UNO STATO SATELLITE
Putin dal punto di vista comunicativo è in difficoltà. Pesano le immagini drammatiche dei civili ucraini bersaglio dei missili lanciati da uno degli eserciti più potenti al mondo. E la Russia in queste ore ha visto ridursi pesantemente la lista degli amici.
Può contare sul Venezuela, su Cuba, sulla Transnistria. Soprattutto, conta sulla Bielorussa, ormai stato satellite, che sta fornendo anche supporto.
Anche la Cina sta prendendo con abilità le distanze. Si è astenuta al Consiglio di sicurezza dell’Onu nel voto sulla risoluzione di condanna all’aggressione militare nei confronti dell’Ucraina. E i media statali cinesi ripetono che è diplomatica, non militare, la via da seguire per risolvere quella che definiscono ambiguamente «la crisi ucraina».
Non c’è la condanna aperta all’invasione e ai missili contro obiettivi civili, però, secondo fonti dell’amministrazione americana, la Cina non intende aggirare le sanzioni economiche e finanziare imposte alla Russia dai paesi occidentali: «Gli ultimi indizi indicano che la Cina non andrà in soccorso, sta restringendo la capacità di alcune sue banche a fornire credito agli acquisti di energia alla Russia, il che suggerisce che la Cina stia rispettando le sanzioni americane».
Spiega Paolo Magri, vice presidente esecutivo dell’Ispi e docente di Relazioni Internazionali all’Università Bocconi: «Sorprende la distanza della Cina dalla Russia, sorprende allo stesso modo la posizione che hanno avuto al Consiglio sicurezza, sulla risoluzione di condanna, l’India e gli Emirati Arabi, che si sono astenuti. Ma in sintesi possiamo dire che Putin è sempre più all’angolo».
Se si leggono le dichiarazioni ufficiali, un sostegno reale all’invasione arriva solo da un nocciolo duro di alleati. La Bielorussa, certo, è molto di più di un alleato di Putin. Ma l’amicizia di Venezuela (cinico Maduro: «Che cosa pretende il mondo? Che Putin rimanga a braccia conserte?») e Cuba è distante e ininfluente.
C’è l’Iran tra gli amici, certo. E l’altro giorno c’è stata una telefonata tra il ministro degli Esteri russo Lavrov e l’omologo iraniano Amirabdollahian. Ma anche il vicino Kazakistan si è rifiutato di riconoscere le repubbliche di Luhansk e Donetsk.
E soprattutto l’Ungheria di Orban non ha rotto il fronte dell’Unione europea anti Putin. Magri: «Anche la posizione ungherese può sorprendere perché Orban non ha mai nascosto la fascinazione per il modello russo. E l’Ungheria è tra i Paesi che hanno più da perdere dal punto di vista energetico e per l’impatto economico delle sanzioni.
È tra i più vulnerabili. Ma nella memoria storica della popolazione ci sono ancora i carri armati del ’56. E questo ricordo così forte ha avuto probabilmente un effetto decisivo».
Russia isolata, Cina sempre più fredda. Ma servirà a fermare l’aggressione dell’Ucraina?
(da “Il Messaggero”)
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Marzo 1st, 2022 Riccardo Fucile
ABRAMOVICH VA A FARE DA MEDIATORE AI “NEGOZIATI”
All’incontro del 24 febbraio – in una imprecisata località degli Urali – di Vladimir Putin
con gli oligarchi mancavano i sei oligarchi forse a lui più vicini: Roman Abramovich, Gennady Timchenko, Arkady e Boris Rotenberg, Oleg Deripaska e Alisher Usmanov. Tutti con fortissima presenza, o investimenti, o ville, o megayacht, in Italia e nell’economia italiana.
Erano assenti giustificati, comunque sia non c’erano. Rispetto a queste riunioni, che di solito arrivano a circa 50 oligarchi, i presenti erano “soltanto” 36, ha fatto notare Anders Aslund uno dei massimi studiosi delle dinamiche nella cleptocrazia russa. Come se qualcosa stesse succedendo, tra quei “businessmen” che devono integralmente le loro fortune al favore del Cremlino, o le hanno potute mantenere grazie alla non ostilità di Putin, Figure spesso quasi statuali, almeno le più importanti (loro ovviamente negano)
I segnali però si sono rinforzati domenica, quando è stata pubblicata dal Financial Times una lettera scritta da Mikhail Fridman, 15,5 miliardi di dollari di patrimonio, ai soci del suo fondo di private equity, LetterOne, con sede a Londra: «Non faccio dichiarazioni politiche, sono un uomo d’affari con responsabilità nei confronti delle mie migliaia di dipendenti in Russia e Ucraina. Sono convinto però che la guerra non potrà mai essere la risposta. Questa crisi costerà vite e danneggerà due nazioni che sono fratelli da centinaia di anni. Anche se una soluzione sembra spaventosamente lontana, posso solo unirmi a coloro il cui fervente desiderio è che lo spargimento di sangue finisca. Sono sicuro che i miei partner condividono la mia opinione».
Non una parola, ovviamente, su chi questa guerra ha voluto e pianificato, ossia Vladimir Putin. Ma un appello “pacifista” è stato vissuto da tutti gli osservatori come una presa di distanza significativa dal Cremlino.
Nelle stesse ore un altro oligarca potentissimo, ospite fisso da anni in Toscana (dove si intratteneva già ai tempi di Peter Mandelson, il consigliere di Tony Blair), a Forte dei Marmi e in Sardegna, Oleg Deripaska, magnate dei metalli e grande investitore in Italia (per esempio in Sardegna, con la sua Rusal), ha scritto su Telegram: «La pace è molto importante! Le trattative devono iniziare il prima possibile!».
Naturalmente si tratta di “pacifisti” assai particolari, con un occhio alle sanzioni devastanti che stanno alla fine ricevendo. Fridman è presidente di Alpha Banka, la più grande banca privata della Russia, colpita dalle sanzioni americane già giovedì – quelle emesse da Joe Biden prima che Italia e Germania si acconciassero all’uscita “selettiva” da SWIFT di alcune grandi banche russe.
Già solo la sanzioni Usa hanno provocato il crollo del titolo di Alpha Bank (anche se non ai livelli di Sberbank). Quanto a Deripaska, Bloomberg ha rivelato – per fare solo un esempio – che appena una settimana prima dell’inizio dei bombardamenti a Kiev esponenti dell’amministrazione italiana e russa si sono incontrati per trattare alcuni investimenti e partnership italo-russe, legate soprattutto all’energia, ma uno dei colloqui riguardava un investimento di 200 milioni di euro (225 milioni di dollari) dal gruppo di alluminio Rusal (di Deripaska) in uno stabilimento di sua proprietà in Sardegna e un recente accordo tra società di tecnologia mineraria (Rusal ha rifiutato di commentare).
Deripaska, riferisce Afp, adesso ha addirittura detto che è giunto il momento di porre fine a «tutto questo capitalismo di stato», e di cambiare le politiche mentre l’economia della Russia vacilla per gli effetti delle sanzioni.
Ecco perché questi oligarchi hanno paura: hanno paura di cosa stanno inesorabilmente per perdere (Deripaska peraltro è già plurisanzionato negli Stati Uniti nell’inchiesta sull’interferenza russa sulle elezioni americane del 2016 che portarono all’elezione di Trump).
La chiusura della Borsa di Mosca, che attende le decisioni della Banca Centrale Russa, non impedisce la vendita di azioni legate al Paese sui mercati internazionali: a Londra c’è la corsa a liberarsi dei titoli di Sberbank (-63%), Rosneft Oil (-42%), Lukoil (-55%), Gazprom Neft (-25%) e PhosAgro (-65%). Gli oligarchi letteralmente tremano.
Roman Abramovich ha ceduto la presidenza del Chelsea Football Club alla Fondazione di beneficenza del club, e molti (tra i più significativi, la reporter Catherine Belton, autrice di un libro fondamentale sulla materia) si sono chiesti: lo fa perché ha paura che le sanzioni colpiscano o eventualmente sequestrino le finanze del club?
La frase di Abramovich, «cedo il club per il suo bene», nel giorno successivo all’aggressione di Putin è parsa acquistare un significato di (molto velata) espressione di disaccordo. È un fatto che Abramovich non potrà più riavere il visto per tornare a vivere stabilmente a Londra, e per tempo si era del resto attrezzato, disponendo sia di cittadinanza israeliana sia di (recentissima) cittadinanza portoghese (quindi europea). Assai contestatabdalla popolazione di Lisbona.
Abramovich è presente in Bielorussia perché gli ucraini ne avrebbero richiesto la presenza ai presunti “negoziati”, in funzione di aspirante mediatore. La figlia di Abramovich, Sofia si era già pronunciata contro la guerra di Putin, come del resto anche la figlia di Dmitry Peskov, il portavoce del Cremlino
La ventisettenne Sofia Abramovich aveva scritto su Instagram: «Lui (Putin) vuole la guerra con l’Ucraina, non i russi, la bugia più grande e di maggior successo della propaganda del Cremlino è che la maggior parte dei russi sta dalla parte di Putin». Poco dopo è arrivata per una riscrittura: «La Russia vuole la guerra con l’Ucraina», una versione molto più soft. Paura delle sanzioni, ma anche paura di Putin, ancora.
Da dove arriva questo “pacifismo” nell’élite russa? Più che dalla lettura delle opere del mahatma Gandhi, dal terrore di perdere gli stili di vita di quell’Occidente contro il quale il regime dei loro padri tuona, e ha fatto spesso fortuna? Le sanzioni hanno del resto iniziato a colpire appunti i “figli di”: Biden ha emesso sanzioni dirette sugli asset e divieti di viaggio ai figli di Nikolaj Patrushev (il capo di tutti i servizi segreti russi), di Sergei Ivanov (ex capo di staff del Cremlino) – il figlio è amministratore delegato della compagnia statale russa di estrazione di diamanti Alrosa e membro del consiglio di Gazprombank –, al figlio di Igor Sechin, boss di Rosneft.
Sechin ossia l’uomo che quasi tutti gli ultimi anni è stato ospite d’onore del forum italo-russo di Verona organizzato da “Conoscere Eurasia”, l’associazione di Antonio Fallico, l’uomo che guida Banca Intesa Russia. Sechin è già dal 2014 sotto sanzioni americane e travel ban americano. L’Occidente avrebbe già dovuto stabilire un cordone attorno a lui, senza aspettare le bombe a Kiev?
Grazie a mappe e foto satellitari, è anche diventato più difficile per gli oligarchi nascondere i propri yacht, ma anche i jet privati. Il solo Abramovich possiede sei jet privati, come del resto Deripaska. Alisher Usmanov (presenza fissa in Italia) ne ha tre. Vagit Alekperov (Lukoil) ne ha quattro.
Vladimir Potanin ne ha due. Sappiamo tutto di questi aerei, come sono targati, dove vanno, dove atterrano. Uno dei sei jet di Abramovich è atterrato ieri sera vicino a Riga, in Lettonia. Vivono in occidente, si muovono in occidente, fanno bella vita da noi. Ma non possono più tanto nascondersi o celarsi, come i burocrati dell’èra sovietica. Vediamo molto, quasi tutto, di loro.
Certo, non bisogna illudersi su una loro resipiscenza. Ma una collaborazione forzata al regime change a Mosca diventerà forse possibile? Certo, uno come Mikhail Fridman è un personaggio particolare: «Sono nato nell’Ucraina occidentale e ho vissuto lì fino all’età di 17 anni. I miei genitori sono cittadini ucraini e vivono a Leopoli, la mia città preferita. Ma ho anche trascorso gran parte della mia vita come cittadino russo, costruendo e facendo crescere imprese. Sono profondamente legato ai popoli ucraino e russo e vedo l’attuale conflitto come una tragedia per entrambi».
Ma sembra che qualcosa si stia muovendo, tra i miliardari russi legati al Cremlino. Quasi certamente è solo la paura. Ma è la paura che spesso motiva le azioni e le ribellioni, dettate dal puro interesse e istinto di salvezza.
(da agenzie)
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Marzo 1st, 2022 Riccardo Fucile
EVGENY LEBEDEV E ANDREI YAKUNIN, ENTRAMBI FIGLI DI EX MILITARI DEL KGB MOLTO VICINI A PUTIN, SONO STANZIATI IN UMBRIA … IL PRIMO È PROPRIETARIO DEL CASTELLO DI PROCOPIO, IL SECONDO HA ACQUISTATO I CAMPI DA GOLF DI ANTOGNOLLA, CHE DOVEVANO DIVENTARE UN RESORT DI LUSSO
Castelli e antiche dimore sulle colline dell’Umbria hanno attirato da tempo l’interesse degli oligarchi russi. Nel “cuore verde d’Italia” hanno fatto consistenti investimenti sia Evgeny Lebedev, che Andrei Yakunin, entrambi figli di ex militari del Kgb molto vicini a Putin.
Il primo è proprietario del castello di Procopio (situato sopra al paesino di Migiana sul Monte Tezio), una dimora privata dove Lebedev ha ospitato noti personaggi britannici a cominciare da Boris Johnson all’epoca in cui era segretario agli affari esteri e del Commonwealth del Governo May.
Il giovane Lebedev, 41 anni, nato a Mosca ma vive spesso a Londra, è anche proprietario di Palazzo Terranova, esclusivissima struttura ricettiva a Roni in Altotevere (oggi divenuta privata) in cui la privacy degli ospiti era protetta da personale solo straniero e, pare, con contratto di lavoro in cui ci si impegnava a non rivelare nulla circa il Resort.
Evgeny è figlio di Aleksandr Evgen’evic Lebedev, ex tenente colonnello del Kgb, che è stato socio del quotidiano russo Novaya Gazeta e, con il figlio Evgeny, anche di due giornali britannici: l’Evening Standard e The Independent. Per la cronaca, nel 2020 Evgeny Lebedev è diventato anche membro della Camera dei Lord del Regno Unito.
Andrei Yakunin invece, figlio di Vladimir Yakunin, ex generale del Kgb, ex banchiere ed ex presidente delle ferrovie russe, ha acquistato Antognolla destinato a diventare un Resort lussuosissimo. A finanziare i lavori il Fondo Viy Management, locato a Bruxelles, con uffici a Londra.
A illustrare alla stampa il faraonico progetto che, una volta ultimato sarà gestito dall’operatore Six Senses Hotel Resort Spas e darà lavoro a 300 impiegati diretti e a oltre 600 addizionali, è stato nell’ottobre scorso a Perugia Yakunin in persona. La somma totale dell’investimento non è stata rivelata, ma guardando all’insieme del complesso ci si può fare un’idea: 109 camere di lusso e 77 villette dislocate lungo tutta la tenuta che aprirà, questo almeno l’annuncio, nel 2024 (rumors parlano di oltre 100 milioni di euro).
Curiosità, nel campo da golf a 18 buche vicinissimo peraltro alle proprietà di Lebedev, ha giocato (ma non è mai stato socio del circolo) anche l’attuale premier Mario Draghi quando era ancora a capo della Bce. Draghi, che ha il suo buen retiro a Città della Pieve, manca però dai green di Antognolla dal 2018.
L’interesse e la presenza degli oligarchi russi in Umbria è entrata comunque in un’informativa dei Servizi segreti italiani, e ha finito con l’ispirare un libro-inchiesta edito da Laterza: “Oligarchi. Come gli amici di Putin stanno comprando l’Italia“ scritto da due giornalisti de La Stampa, Jacopo Iacoboni e Gianluca Paolucci. \”L’idea – spiega Paolucci a La Nazione –, è scaturita dopo alcuni articoli scritti per il giornale e dopo aver appreso dell’informativa dei Servizi italiani in cui si evidenziava come tra Umbria e Toscana ci fosse una sorta di ’centrale’ per l’influenza degli interessi russi in Italia.
E singolare da subito ci è sembrato – continua Paolucci che a La Stampa è approdato dopo aver lavorato alla Reuters e che si occupa proprio di Economia e Finanza –, che ci fossero signori come Lebedev e Yakunin a pochi chilometri l’uno dall’altro in Umbria. Di lì il lavoro di ricerca durato oltre un anno e pubblicato poi nell’ottobre del 2021 nel saggio-inchiesta\”.
(da La Stampa)
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Marzo 1st, 2022 Riccardo Fucile
L’ORGANIZZAZIONE RICEVE MESSAGGI DI FAMIGLIE PREOCCUPATE PER LA SORTE DEI LORO RAGAZZI, MILITARI DI LEVA, NON PROFESSIONISTI, CHE SI SONO RITROVATI IN PRIMA LINEA
«Li hanno ingannati». Andrej Kurochkin fa una lunga pausa. Poi aggiunge che non si
tratta di una novità. «Fanno sempre così. I tempi cambiano, ma la guerra è sempre uguale». L’ultimo domicilio conosciuto del Comitato delle madri dei soldati russi era appena dietro il palazzo della Lubjanka che fu sede del Kgb. In fondo a un vicolo fangoso, al pianoterra di un cortile, accanto ai bagni comuni.
Già non se la passavano bene, poi li hanno anche mandati via, bollati come agente straniero, accusati di ricevere denaro dagli Stati Uniti, infine costretti anch’essi alla diaspora tra Lettonia e Germania.
L’organizzazione non governativa, della quale Kurochkin è vicepresidente operativo, è nata alla fine degli anni Ottanta, ai tempi della ritirata dell’esercito sovietico dall’Afghanistan. Arruolamento forzato degli studenti, casi di nonnismo, assistenza ai reduci, lasciati soli da un impero in disfacimento.
Sono rimasti un punto di riferimento. E fin da subito hanno cominciato a ricevere messaggi di famiglie preoccupate per la sorte dei loro figli, militari di leva, non certo soldati professionisti, e in molti casi neppure intenzionati a diventarlo, che all’improvviso si sono ritrovati in prima linea.
«I coscritti vengono in qualche modo obbligati alla firma del contratto militare, e subito dopo vengono spediti al confine con l’Ucraina». Molti di loro sono entrati in guerra senza saperlo. Gli era stato detto che il loro ultimo servizio sarebbe stato una esercitazione in Bielorussia della durata di un mese.
I ragazzi da poco sotto le armi vengono mandati al confine per le esercitazioni, e all’improvviso chiamano a casa per dire che il loro status di soldato è cambiato, così come la loro missione. Alcune conferme affiorano anche dal web. «Mio figlio è partito per il servizio militare nel dicembre del 2021, e ora sta combattendo in Ucraina» scrive una donna sul canale Telegram del Comitato.
A far crescere l’angoscia e il panico delle famiglie c’è anche l’inevitabile propaganda di guerra al tempo dei social. Il 24 febbraio, primo giorno dell’invasione, Anton Gherascenko, consigliere del ministro ucraino degli Interni, ha pubblicato su Facebook la foto dei primi due militari russi fatti prigionieri. «Due bambini» ha commentato. E non aveva torto.
Uno di loro si chiamerebbe Rafik Rakhmankulov, diciannovenne di Petrovka, nella regione di Saratov. I canali federali della televisione russa hanno subito bollato come fake news questa notizia. Ma le televisioni indipendenti hanno parlato con il padre del ragazzo, mentre il servizio russo della Bbc ha intervistato una donna che sostiene di essere la madre del secondo soldato, anche lui diciannovenne. Entrambi hanno detto che i loro figli non sapevano di essere destinati all’Ucraina.
La legge russa consente l’invio dei soldati in zone di combattimento solo dopo che sono trascorsi quattro mesi dall’inizio del loro servizio professionale nell’esercito. Quindi, né i coscritti né i soldati di prima firma dovrebbero trovarsi al fronte. Altre testimonianze raccontano di un avvicinamento repentino a quello che sarebbe diventato il fronte. Due giorni prima dell’invasione, sarebbe stato trasferito nella regione di Belgorod, vicino al confine ucraino. E da lì, sono entrati.
«Stiamo raccogliendo i dati dei soldati di leva per trasmettere queste informazioni alla procura militare, al ministero della Difesa, e ad altri ministeri» dice Kurochkin con un tono di voce poco convinto. «Non so se qualcuno ci ascolterà, ma è certo che questa mobilitazione così improvvisa di ragazzi ancora impreparati alla guerra non si era mai vista».
Anche lui si chiede se sia dovuta a una guerra decisa in fretta, oppure se sia un segno di debolezza del sistema militare. L’unica certezza è che le voci delle famiglie dei coscritti cadranno nel vuoto. Le autorità russe hanno problemi più urgenti. Ieri il comando generale dell’esercito ha dovuto ammettere di aver subito perdite umane in Ucraina. Un comunicato di poche righe, senza alcuna cifra, senza alcun riferimento a morti o feriti.
(da Corriere della Sera)
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