Marzo 5th, 2022 Riccardo Fucile
“VEDI E DISTRUGGI“ IL SUO MOTTO: STAVOLTA E’ TOCCATO A LUI
Il generale russo Andrei Sukhovetsky è stato ucciso sul fronte di Gostomel, nella regione di Kiev.
Veterano dei conflitti in Abkhazia, Nord Caucaso e Siria, 47 anni, parte delle unità aerotrasportate, l’alto ufficiale era il vice comandante di un contingente di forze miste ed aveva anche il ruolo di coordinatore tra le diverse componenti.
Per questo era nella località presa d’assalto fin dal primo giorno con una missione elitrasportata.
Inizialmente i russi (insieme a ceceni) hanno avuto la meglio, poi hanno incontrato una resistenza tenace da parte degli ucraini. Molte le perdite.
Durante gli scontri il generale è stato ucciso dal tiro di un cecchino.
L’informazione è stata rilanciata da fonti locali, da qualche sito specializzato (come The Aviationist) e da un articolo della Pravda da Mosca che ha citato un’associazione di reduci. «Con grande dolore abbiamo appreso della tragica morte del nostro amico, il generale Sukhovetsky, in territorio ucraino durante l’operazione speciale. Esprimiamo le nostre condoglianze alla famiglia».
Christov Grozev, del sito Bellingcat, ha ripescato una vecchia intervista dove Sukhovetsky sottolineava l’addestramento per gli ufficiali dell’Armata fosse intenso: tu vedi , tu distruggi. E poi ha aggiunto un commento sferzante per sostenere che lo avevano preso in parola.
L’eliminazione di una figura così prestigios servirà a dare morale ai difensori, a confermare quanto sia complessa la missione
(da agenzie)
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Marzo 5th, 2022 Riccardo Fucile
LO SCRITTORE FERDINANDO CAMON: “QUESTI ABITANTI CHE FUGGONO PORTANDO CON SÉ UN CONGIUNTO CHE NON VOGLIONO LASCIARE IN MANO AI NEMICI CHE AVANZANO, MI FA VENIRE IN MENTE ENEA CHE SCAPPA DA TROIA CON IL PADRE ANCHISE. MA ENEA PROTEGGE E PORTA VIA IL PADRE ANCORA VIVO. VECCHIO, MA VIVO“
La tragicità della guerra che l’Ucraina patisce sta tutta in una foto, che è insieme
dolcissima e crudele. Mostra due adulti, marito e moglie, che vanno a piedi per una strada, spingendo un carrello a due ruote sul quale sta caricata una bara. Una bara grande, quindi non di un bambino ma di un adulto. Una bara sepolta da tempo e riscavata adesso, per la fuga.
I due adulti scappano dall’Ucraina, e portano con sé la cosa più preziosa che hanno in Ucraina, la più cara, quella per la quale gli è doloroso, anzi straziante, lasciare la loro patria, per la quale, evidentemente, eran tentati di restare. Ne avranno discusso a lungo, non con asprezza, i grandi dolori non danno asprezza, danno rassegnazione. I grandi dolori rendono più buoni. Penso che dentro la bara ci sia il corpo del padre o della madre di uno dei due fuggitivi.
Forse la madre, che vive più a lungo. Ne avranno parlato certamente, quando han deciso di partire: «Che facciamo con tua (o mia) madre, sepolta qui da anni?». Poi la decisione: la portiamo con noi. Son tutt’ e due a portarla, spingendo il carrello. Cioè: basta uno solo a spingerlo, e quest’ uno è lui, l’uomo, ma la moglie vuol partecipare alla spinta, perciò tiene la sinistra sulla bara, mentre con la mano destra si asciuga gli occhi. Sopra la bara è adagiata una lunga croce, una croce spoglia, senza il Cristo morto.
Il Cristo morto è sotto, dentro la bara. Siamo alla periferia di Kiev, Kiev è in fiamme, è caduta o sta per cadere. Questi abitanti di Kiev che fuggono dalla città che brucia e van via senza voltarsi indietro, portando con sé un congiunto che non vogliono lasciare in mano ai nemici che avanzano, mi fa venire in mente Enea che scappa da Troia incendiata portando con sé il padre Anchise. Ma Enea protegge e porta via il padre ancora vivo. Vecchio, ma vivo.
Questi due adulti che scappano da Kiev portano con sé un loro congiunto morto. Hanno un’idea di patria e di famiglia che comprende i viventi e i defunti, i defunti vivono con noi, in noi, tu devi stare dove stanno loro, se tu cambi terra, devi portarli con te nella nuova terra. La nuova terra potrà essere la tua terra solo se con te ci sono i tuoi antenati. Questa fuga degli ucraini da Kiev mi ricorda la fuga dei serbi dal Kossovo: partendo, i serbi caricavano sui carri tutte le masserizie che potevano, ma poi andavano al cimitero, dove c’eran le tombe di padre e madre, scavavano, portavano su le bare, e caricavano anche quelle.
In questo modo non trasferivano soltanto se stessi e i loro figli, cioè il loro presente e il loro futuro, trasferivano tutta la stirpe, anche il loro passato. Noi siamo quel che siamo perché i nostri padri erano quel che erano. I nostri padri sono in noi. Trasferendo anche loro, ci trasferiamo interamente. Non abbiamo più nessuna ragione per tornare qui. Questo luogo non ci riguarda. Non ci è caro, non più. Ovunque fossimo, avendo qui i nostri morti, avevamo qui le nostre radici. Adesso ci sradichiamo. Questa coppia che se ne va a piedi da Kiev, portando con sé una bara, sta dicendo alla patria: maledetta la terra da cui portiamo via i nostri morti.
(da la Stampa)
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Marzo 5th, 2022 Riccardo Fucile
LA FUGA DA MOSCA DI INTELLETTUALI, ARTISTI E GIORNALISTI…ANNA ZAFESOVA: “DELLA GUERRA IN UCRAINA NON SI PUÒ DIRE NULLA, NEMMENO IL NOME. I DISSIDENTI SI DANNO APPUNTAMENTO SU TELEGRAM“
«Me ne sono andato». Alexey Kovalyov, ex cronista del Moscow Times e di Meduza, fa l’annuncio, molto laconico, su Twitter, e gli altri follower rispondono con faccine e manine che applaudono: un altro ce l’ha fatta.
Non c’è bisogno di spiegare da dove se ne è andato e perché: quel lapidario “Uekhal” suona definitivo, un verbo che da più di un secolo simboleggia il dilemma dell’intellighenzia russa, restare o partire.
Stanno partendo in tanti, in questi giorni e queste ore, dando la caccia ai biglietti, a prezzi vertiginosi, per le ultime destinazioni dove ancora si vola senza sanzioni. Istanbul, Erevan, Tbilisi, Dubai: ogni decollo può essere l’ultimo, perché gli Airbus e Boeing russi sono sotto sanzioni, e buona parte della flotta è soltanto in affitto da compagnie occidentali.
Come i “piroscafi dei filosofi” salpati esattamente cento anni fa, gli aerei sono pieni di intellettuali: storici, scrittori, designer, ma soprattutto giornalisti, che si avventurano nel nulla di un futuro sconosciuto, lasciandosi alle spalle un passato definitivamente chiuso.
Insieme a Twitter e Facebook, bloccati dal governo russo.
Da ieri, la libertà di stampa in Russia non esiste più, in nessuna forma. Il giorno prima erano stati oscurati i siti di Meduza, Deutsche Welle, Bbc, Radio Liberty e altre testate in russo con sede e/o finanziamento estero, i cui giornalisti vengono portati al sicuro in Europa.
In serata – mentre Emmanuel Macron faceva una telefonata di solidarietà negli uffici di Memorial, la ong che denunciava i crimini di Stalin, invasi dai poliziotti – Vladimir Putin ha firmato la legge che punisce con condanne che vanno dalle multe fino a 15 anni di carcere per la «diffusione di fake news sui militari».
Cioè, spiega Kovalyov dal suo esilio, «da oggi in Russia non si può chiamare la guerra in Ucraina una guerra, pena una punizione pesante». Ma ancora prima le autorità avevano staccano la spina alle ultime due antenne russe che, tra mille fatiche e compromessi, facevano ancora informazione libera. I giornalisti della televisione Dozhd piangono in diretta, prima di imbarcarsi anche loro verso la salvezza in Occidente.
Ma il colpo più pesante è la radio Eco di Mosca, una storia trentennale iniziata con la glasnost di Gorbaciov, la prima – e ultima, si scopre ora – emittente libera russa. La speranza di una sopravvivenza su YouTube, su web, sull’app, dura poche ore: la testata che aveva ospitato tutti, da Bill Clinton ad Alexey Navalny, viene annientata, insieme a un archivio che rappresentava trent’ anni di storia. Il direttore Alexey Venediktov dice alla Novaya Gazeta che se l’aspettava, che era inevitabile, «è in corso una guerra, e non siamo un danno collaterale».
Nel testo della sua intervista però la parola “guerra” viene sostituita da una parentesi con puntini, seguita dalla nota «una parola proibita dalle autorità russe».
Un trucco che la stessa Eco di Mosca aveva cercato di utilizzare per difendersi dall’ira del governo, ma non è bastato: della guerra in Ucraina non si può dire nulla, nemmeno il nome. Visto dalle redazioni moscovite, Orwell appare un cronista di attualità, e la Novaya Gazeta – ultimo grande giornale indipendente ancora in vita, protetto non si sa per quanto dal Nobel per la pace del suo direttore Dmitry Muratov – decide di eliminare tutte le notizie sulla () (parola proibita dalle autorità russe), per sopravvivere.
Altre testate chiudono i battenti senza aspettare che arrivi il loro turno, altre scelgono di cancellare ogni riferimento all’Ucraina. I dissidenti si danno appuntamento su Telegram, la parola più gettonata nelle conversazioni è Vpn (Virtual private network, ndr), ma è un trucco che può servire solo per accedere ai server esteri.
Quelli russi non esistono più, e il blocco di Apple Store e Google Play fa temere che anche la sopravvivenza dei siti attraverso le app sia a rischio. La () (parola proibita dalle autorità russe) dell’informazione è stata persa, e il Cremlino ha reagito eliminando tutti gli spazi di libertà e dibattito. La protesta contro l’invasione sparisce insieme ai social occidentali (quelli russi sono controllati dal governo), e non importa se milioni di russi comuni hanno subito una dolorosa “morte digitale” su Facebook e Twitter, perdendo anni di foto, post e ricordi.
Altri si preparano a venire eliminati anche da YouTube e Instagram, come il popolarissimo videoblogger d’opposizione Yuri Dud. La Bbc riprende le trasmissioni radio su onde corte, come all’epoca sovietica, quando era un’arma strategica della lotta al comunismo che filtrava attraverso l’oscuramento del Kgb. I giornalisti emigrati ipotizzano forme di “samizdat” su Telegram o sperano che i loro lettori riusciranno a collegarsi ai loro siti esteri aggirando i blocchi russi. Ma intanto fare informazione diventa non più difficile o pericoloso, comincia a essere quasi impossibile.
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Marzo 5th, 2022 Riccardo Fucile
SERGEI KOROTKIKH: “E’ UNA BATTAGLIA DI POPOLO, UNA NAZIONE CHE INSORGE COME UN SOL UOMO. I RAGAZZI PREPARANO LE MOLOTOV E GLI ANZIANI TIRANO FUORI I FUCILI DA CACCIA PER OPPORSI ALLE COLONNE RUSSE“
«Il Nostromo», nome di battaglia di Sergei Korotkikh è uno dei nemici pubblici numero
uno del presidente russo Vladimir Putin. «Ci accusa di essere nazisti? È lui ad esserlo», spara uno dei fondatori dell’unità Azov, gli «uomini neri» che i russi accusano di essere ultrà fascisti.
Korotkikh, nato a Togliattigrad e poi cresciuto in Bielorussia, è il comandante del battaglione Squalo.
I suoi uomini, compresi russi e bielorussi, armati come Rambo, hanno occupato un hotel di Kiev e si preparano a resistere all’attacco di Mosca. Il Nostromo ci accoglie in un bunker pieno di armi con la bandiera dell’Azov e il simbolo che ricorda una runa per un’intervista esclusiva al Giornale.
Si aspettava un attacco russo su larga scala?
«L’invasione era attesa dal 2014 (quando la rivolta di piazza Maidan destituì il presidente filo russo, nda). Sapevamo che prima o dopo sarebbe scoppiata una grande guerra. La Federazione russa vuole prendere il controllo della Bielorussia e dell’Ucraina. Putin non ci è riuscito allora, ma continua a coltivare il sogno di ricostituire una seconda Unione sovietica».
Lei, il battaglione Azov e altre formazioni paramilitari siete accusati di simpatie naziste….
«Il governo russo, che sopprime il dissenso e invade i vicini, è nazista. Penso che Putin abbia perso il senno e accusa chi lo combatte di nazismo rievocando la Seconda guerra mondiale. Il risultato è che distruggerà la Russia con guerre inutili».
Cosa succederà a Kiev?
«Alla fine proveranno a circondare la capitale tagliando i rifornimenti per affamarla e costringerla al gelo, ma gli ucraini non si arrenderanno mai e combatteranno. Noi siamo pronti a farlo casa per casa, strada per strada».
Siete veramente convinti di resistere ad un’offensiva russa?
«Questa è la mia quinta guerra, ma la prima volta che si trasforma in una battaglia di popolo, una nazione che insorge come un sol uomo. I ragazzi preparano le molotov, gli anziani tirano fuori i fucili da caccia per opporsi alle colonne russe».
Però stanno occupando le città…
«Non riusciranno mai a mantenere le posizioni. E mai l’Ucraina tornerà vassallo d Mosca».
Da chi sono formate le vostre unità?
«Ci sono diversi russi e bielorussi, oppositori del regime di Putin, che combattono al nostro fianco. Nel 2014, quando comandavo il reparto esploratori del battaglione Azov, avevo diversi italiani, compresi cecchini. C’erano anche altri europei: svedesi, croati, finlandesi, francesi e molti polacchi. Nuovi volontari stanno arrivando e una cinquantina sono già a Leopoli (nell’ovest del Paese, nda) pronti ad unirsi alla brigata. Ovviamente gli italiani sono i benvenuti».
Chi si può arruolare?
«Accettiamo solo volontari con esperienza militare capaci di utilizzare le numerosi armi che stiamo ricevendo dall’Europa. L’Ucraina ha bisogno di una vera e propria Legione internazionale che combatta contro Putin. La guerra in Ucraina è per l’Europa, per i nostri valori e per la libertà».
(da il Giornale)
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Marzo 5th, 2022 Riccardo Fucile
IL MANIFESTANTE DI KHERSON SIMBOLO DELLA RESISTENZA CONTRO MOSCA
Nonostante gli spari dei soldati russi contro la folla, gli abitanti della prima grande città ucraina conquistata dalle forze di Vladimir Putin invadono il centro della città. Nel pomeriggio la notizia che l’esercito ha lasciato la zona
«Russo, vai a casa», le urla della manifestazione contro la guerra arrivano dalla popolazione ucraina riunita nella piazza di Kherson, la prima grande città conquistata dalle forze di Vladimir Putin.
«Esci dall’Ucraina», urlano gli abitanti della zona meridionale del Paese.
Nelle ultime ore di protesta i cittadini non si sono fermati neanche davanti ai colpi di arma da fuoco sparati dall’esercito per disperdere i manifestanti.
Le immagini della manifestazione hanno inondato i canali Telegram Pravda e Nexta e testimoniano la forte resistenza ucraina contro Mosca che va avanti da ore. In uno dei video più recenti diffusi dall’account Twitter della giornalista di origini ucraine Olga Bibus si vede un manifestante salire sul carro armato russo e sventolare fiero la bandiera ucraina.
Nonostante la repressione violenta le persone continuano ad arrivare nel centro della città da tutti i quartieri periferici al grido di «fuori l’invasore russo». Giorni fa gli abitanti di Kherson si erano ribellati all’invasione della città sdraiandosi davanti ai mezzi degli occupanti. Anche in quel caso i mitra russi avevano sparato contro i manifestanti per disperderli. Ma le proteste continuano. Secondo le notizie diffuse nel pomeriggio, ora italiana, del 5 marzo, la manifestazione a Khersov è riuscita ad allontanare i militari russi dal centro della città. A darne notizia è la testata Nexta sui suoi canali Telegram.
(da agenzie)
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Marzo 5th, 2022 Riccardo Fucile
POI CI SONO GLI ALTRI, QUELLI CHE PENSAVANO DI ANDARE ALLE ESERCITAZIONI AL CONFINE E POI HANNO SCOPERTO CHE VENIVANO CATAPULTATI IN UNA “OPERAZIONE MILITARE”
È difficile fissare il momento del fallimento della guerra. Non tutti gli uomini che la combattono, anche quelli dell’esercito che forse vincerà, quello russo, si sono alzati insieme nel mezzo della guerra.
Alcuni non l’hanno scavalcata, o spinta fino in fondo. Non tutti hanno sopportato, con la loro ferraglia più o meno scientifica e tutta perversa, di diventare inumani. L’hanno mancata, la guerra. Per fortuna. E da questa guerra sono stati vinti. Questa guerra d’Ucraina è cattiva perché vince gli uomini. Questa guerra moderna, di ferro e di bugie. Questa guerra scientifica, implacabile in cui non c’è più nulla, nemmeno l’illusione o la forma, di quello che un tempo si bestemmiava come «arte».
I vinti dalla guerra sono i soldati russi che telefonano alle madri, per piangere insieme. Entrati nella guerra non urlando ma a capo chino, spesso ingannati. Non dimentichiamo la loro mirabile nudità, non confondiamoli. Attenzione a non farsi illusioni. la Russia vincerà, forse sta già vincendo. Giorno dopo giorno la resistenza ucraina sotto il semplice peso del nemico si flette, lentamente. Poi di colpo si spezzerà. I russi dominano il cielo e la terra, hanno invaso il cielo come hanno invaso la terra con fragore di aerei e missili.
Hanno artiglieria e corazzati spropositati, schiaccianti. Ma l’esercito russo non è un blocco unico, è attraversato da faglie e da strati, come se fosse formato da classi sociali diverse.
Perché anche negli eserciti come nella società che li produce si distinguono classi lontane tra loro, ben riconoscibili nell’abbigliamento, nel mondo di comportarsi, nel rapporto con i superiori. La guerra li costringe a ricominciare da capo, a imparare il mondo, li avvicina alle cose, chiarisce i pensieri. E li separa brutalmente.
Ci sono i soldati “d’élite”, l’ultima generazione di guerrieri creata da Putin sul modello occidentale, ben armati, addestrati, ben pagati, «gli specialisti» che non hanno bisogno nemmeno di una ideologia. Combattere è la loro ideologia, cercano nel vincere la motivazione sufficiente. Professionisti. Lavorano nella costanza definitiva del loro furore, trionfano. Con loro Putin può mescolare tutti i veleni e attizzare tutti i fuochi del suo inferno. Difficile che lo abbandonino. E poi ci sono gli altri.
Quelli che pensavano di andare alle esercitazioni al confine e poi hanno scoperto che venivano catapultati in una “operazione militare”. I richiamati, la leva, i “poilu” con cui si sono sfamate di carne tutte le guerre grosse: che forse a una guerra così, pur vestendo un’uniforme, non avevano mai pensato. Che nel giorno in cui si sono ritrovati in Ucraina sotto le bombe e le pallottole sembravano metallo che usciva dalla terra e ti esplodeva in faccia, hanno vissuto in un attimo una vita intera.
Perché ci sono avvenimenti che di colpo, in una sola prova, esauriscono tutte le possibilità dell’essere. Siete invincibili, avevano gridato gli ufficiali durante l’addestramento, nessuno ha mai sconfitto l’esercito russo. E poi hanno scoperto che la guerra si faceva grottescamente sdraiati per terra, appiattiti al suolo perché gli altri uccidevano.
E con il passare delle notti e dei giorni l’avanzata era lenta in quel il paesaggio che si scioglie nella foschia dell’orizzonte come un immenso mare che si è pietrificato. I poveri caseggiati di campagna, i campi marci e deserti, la facce della gente, ah le facce dei contadini! Era come se fossero a casa. Le stesse città e paesi: modesti e quasi domestici, più che vecchi, invecchiati
Era come se facessero la guerra alle campagne e alle città dove sono nati e vivono le loro famiglie. Non erano afgani o jihadisti con le tuniche e i turbanti, i dialetti aspri e incomprensibili: erano come loro. Erano loro. Allora questi poveri soldati hanno scoperto di aver fame e freddo e di soffrire.
Certo sono molto diversi dai compagni che non parlano che di avanzare, che odiano il nemico che la «loro» vittoria rallenta come un fastidioso ostacolo che abbruttisce un lavoro ben fatto, e chiacchierano solo di città distrutte, di chilometri lasciati alle spalle, del confine che si avvicina. Sì.
La Russia si svuota e in numeri sempre maggiori si ammassa qui nel sud, nel nord, nell’Est dell’Ucraina dove i nonni di questi soldati già avevano combattuto. Ma allora tutto era più chiaro, più semplice: gli invasori erano gli altri parlavano un’altra lingua e soprattutto quella terra era Russia.
Adesso gli invasori sono loro e tutto si confonde. Comincia il momento delle domande. È perchè ora la morte li prende di petto, li prende in tutta la sua larghezza come prima li prendeva la vita. La guerra fa arrugginire gli uomini come i fucili, più lentamente forse ma più in profondità. È successo agli americani in Vietnam, ai sovietici in Afghanistan.
Spesso è stato proprio il dolore delle madri a scombinare i piani dei pedanti della barbarie bellica. In guerra si è sempre in attesa: attesa del cibo, delle munizioni, della benzina per i camion e i carri. E loro rivelano alle madri che le razioni sono scadute, dimenticate da tempo nei magazzini o rubate dai corrotti; che munizioni e benzina non arrivano e sono riservate prima alle truppe d’assalto. Le belle divise nuove sono già piene di fango in queste pianure ancora intirizzite dall’inverno, sono accartocciati e pieni di sporcizia, emanano una tanfo da gamella mal pulita.
(da la Stampa)
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Marzo 5th, 2022 Riccardo Fucile
GUIDA LA RESISTENZA A COLPI DI TWEET E COSTRINGE L’OCCIDENTE A REAGIRE AL CREMLINO
I russi vogliono la sua testa, e gli Stati Uniti si sono offerti di portarlo al sicuro lontano dal
fronte ma il presidente Volodymir Zelensky è rimasto al suo posto a guidare l’Ucraina nella guerra contro la Russia.
«La lotta è qui. Ho bisogno di munizioni. Non di un passaggio», avrebbe detto nella telefonata con i funzionari americani che cercavano di convincerlo a lasciare Kiev.
E così ha fatto, nonostante una massiccia campagna di disinformazione.
«Non credete alle fake news. Sono ancora qui», ha spiegato in un video-selfie il giorno dopo l’inizio della guerra mentre sorrideva davanti a una cattedrale nella capitale, mettendo a tacere così le voci sulla sua presunta fuga. Persino la sua famiglia è rimasta nascosta nel Paese.
In meno di una settimana dall’inizio della guerra Zelensky è diventato il simbolo della resistenza, conquistando anche i suoi detrattori.
In mimetica dalla capitale, ha esortato i suoi concittadini a non desistere, a non arrendersi e a non soccombere all’invasione russa.
Ha spinto i leader europei a fare di più, e soprattutto più velocemente. Ha fatto commuovere l’interprete durante il suo discorso al Parlamento europeo che ha votato per accettare la candidatura dell’Ucraina, è riuscito a spingere il cancelliere tedesco Olaf Scholz a buttare fuori dal circuito Swift le banche russe, sanzione che era pensata come ultima risorsa, e che invece è stata imposta dopo due giorni dall’attacco di Mosca.
«Questa è l’ultima volta che potreste vedermi vivo», ha detto in video conferenza, lasciando molto turbati tutti i presenti. Sta ricevendo sostegno e fondi, ma non abbastanza. Ha puntato contro gli alleati. «Chi è pronto a combattere con noi? Non vedo nessuno. Chi è pronto a dare all’Ucraina una garanzia di adesione alla Nato? Tutti hanno paura».
Se gli occhi del mondo sono puntati sull’Ucraina – secondo Reporter senza frontiere sono circa un migliaio i corrispondenti stranieri nel Paese – lo si deve anche a lui e alla sua campagna social serratissima sia sul fronte interno che su quello estero.
Poche ore prima dell’inizio dei bombardamenti, in giacca e cravatta, il presidente si è rivolto ai cittadini russi, in un appello per la pace.
Poi non appena Mosca ha dichiarato guerra e ha cominciato a bombardare e avanzare con le truppe via terra, si è cambiato e ha indossato la mimetica, si è fatto fotografare tra i soldati nelle trincee a Kiev, seduto sulle scale del palazzo presidenziale con i sacchi di sabbia alla finestra, e mentre cammina con suoi più stretti collaboratori.
Nei video, pubblicati ogni giorno, Zelensky parla con un tono pacato e serio al resto del mondo. Ha trasformato l’aggressione di Mosca in una lotta per la libertà, paragonandosi a Davide contro Golia.
Ma nelle parole per i suoi concittadini c’è speranza. «Ammiro ognuno di voi. Il mondo vi ammira, dalle stelle di Hollywood ai politici», dice in un nuovo video pubblicato il 2 marzo. La faccia è stanca, e tirata, ma il presidente insiste. «Oggi voi, ucraini, siete il simbolo dell’invincibilità. Il simbolo che il popolo di qualsiasi Paese può diventare in ogni momento il migliore della Terra».
La guerra di Vladimir Putin sta diventando un’ecatombe per la Russia. Secondo Zelensky, i soldati russi uccisi durante l’invasione dell’Ucraina sono quasi 9mila. «Per prendere cosa? l’Ucraina? Impossibile». E in un video precedente ha spiegato: «Siamo tutti qui. A difendere la nostra indipendenza. Il nostro Paese. E così continuerà».
Un popolo in arm
Di fatto l’avanzata russa è stata rallentata dall’ostinata resistenza della popolazione. In migliaia hanno risposto all’appello del presidente, hanno preso le armi, uomini e donne si sono arruolati nelle unità di difesa territoriale, pronti a difendere le loro città. Chi non si è arruolato prepara le bombe Molotov, altri a mani nude cercano di fermare i carri armati.
È stata una sorpresa per tutti, soprattutto per Vladimir Putin che non si aspettava di combattere così a lungo su tutti i fronti. E nella propaganda Zelensky è riuscito a conquistare l’Occidente e soprattutto i suoi concittadini, puntando sull’emotività.
È stato eletto nel 2019 battendo con oltre il 70 per cento dei voti il suo predecessore Petro Poroshenko. Guida il partito “Servitore del popolo” che prende il nome della serie televisiva in cui era protagonista fino all’anno precedente alle elezioni.
Il 44enne attore e comico, aveva cavalcato l’ondata populista ed è stato eletto con un programma contro la corruzione ma subito dopo è stato accusato di essere un burattino degli oligarchi per la sua vicinanza a Ilhor Kolomoisky, suo principale benefattore.
Nato il 25 gennaio 1978 a Kryvyi Rih, nel sud del Paese, da una famiglia ebraica, la sua prima lingua è il russo ed è laureato in legge, un titolo conseguito mentre muoveva i primi passi nel mondo dello spettacolo. Nel 2008 il primo grande successo con “Love in the big city” una commedia romantica, poi ha prestato la voce all’Orso Paddington, e quindi è stato protagonista della fortunata serie “Servitore del Popolo” in cui interpreta un professore che diventa presidente.
È sposato con la sceneggiatrice Olena Kiyashko, con cui ha due figli piccoli. Nel 2019 ha spiegato di essersi candidato per ripristinare la fiducia nei politici e cambiare l’establishment. Ma i primi due anni si sono rivelati un fallimento, fino alla guerra. Infatti, a dicembre la sua popolarità si aggirava intorno al 31 per cento, gli ucraini non credevano che avesse gli strumenti per guidare il Paese in un momento di crisi.
Un trascinatore
Oggi invece supera il 90 per cento, secondo il Rating Sociological Group. «Il pieno sostegno e il rispetto sono arrivati. Dopo che la Russia ha iniziato la sua guerra, tutti gli ucraini hanno serrato i ranghi intorno a Zelensky. Unisce e ispira, in parte con il suo stesso esempio. Guida un governo che respinge l’esercito di Putin e per questo molti lo ammirano e rispettano sinceramente», ha spiegato Yulia McGuffie, caporedattrice del portale online di notizie Novoye Vremya, in un’intervista ai media americani. Era sconvolta quando è stato eletto presidente nell’aprile 2019, poiché non aveva fiducia nella sua capacità di guidare un governo, ma oggi tutto è cambiato.
Il dipartimento della difesa ucraino ha spiegato di aver sventato un complotto per assassinare Zelensky grazie a una soffiata da parte di alcuni elementi dei servizi russi contrari alla guerra. «Siamo ben consapevoli dell’operazione speciale che avrebbe dovuto essere svolta direttamente dai kadyroviti (miliziani ceceni filorussi, ndr) per eliminare il nostro presidente. E posso dire che abbiamo ricevuto informazioni dall’Fsb, che non vuole prendere parte a questa sanguinosa guerra. Posso dire che il gruppo d’élite di Kadyrov che è venuto qui per eliminare il nostro presidente è stato neutralizzato», ha spiegato il ministro della Difesa, Oleksiy Danilov.
D’altronde Zelensky lo aveva già sottolineato durante i primi giorni di guerra che lui e la sua famiglia sono i primi due obiettivi dell’invasione. I russi, infatti, vorrebbero arrestare il presidente, rovesciare il governo democraticamente eletto, e instaurare un nuovo regime. Secondo le ultime notizie, l’ex presidente filorusso Victor Yanukovych sarebbe stato portato a Minsk, in Bielorussa, per essere proclamato presidente. Ma è tutto fermo finché non cadrà la capitale Kiev. E la città non ha nessuna intenzione di arrendersi.
Molti membri del Parlamento sono rimasti in città e postano foto dalla capitale sotto assedio e delle loro armi pronte a difendere la città. Tra questi anche Kira Rudik, 36enne leader del partito europeista “Voce”. «Ho imparato a usare il Kalashnikov e a portare le armi. Sembra surreale, pochi giorni fa non mi sarebbe mai venuto in mente», ha spiegato in un post che la ritrae di fianco a una finestra imbracciando il fucile.
Anche l’ex presidente Petro Poroshenko è a Kiev a guidare un battaglione a difesa della città. Ma l’icona rimane lui, Zelensky. Hollywood starebbe già pensando a un film dedicato al presidente ucraino e all’invasione russa con protagonista l’attore Jeremy Renner, riceve messaggi di auguri dalla famiglia reale britannica, lo hanno chiamato “Capitan Ucraina” con tanto di fotomontaggio sulla locandina del film Captain America.
«Non ci arrenderemo», continua a ripetere Zelensky, il presidente-attore che grazie al suo carisma è diventato un simbolo per il mondo intero.
(da agenzie)
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Marzo 5th, 2022 Riccardo Fucile
MEME, FOTOMONTAGGI, SANTINI: L’UCRAINA STA VINCENDO LA GUERRA DELLA PROPAGANDA … IL RAZZO ANTICARRO “JAVELIN” STA DIVENTANDO IMMAGINE MITOLOGICA DELLA RESISTENZA UCRAINA
Il nuovo santo protettore dell’Ucraina è un giavellotto, il Javelin prodotto dall’americana Lockeed Martin. Nella nascente iconografia di questi giorni di orrore il razzo anti-anticarro è diventato uno dei simboli della resistenza ucraina, l’arma che consente a un popolo intero di continuare la lotta contro l’invasore.
Il Javelin è fondamentale nella guerra vera, quella che si combatte nella realtà: il governo ucraino ne ha comprati per 47 milioni di dollari nel 2018, dagli Stati Uniti ne sono arrivati 180 nel 2021 e altri 300 lo scorso gennaio, e il 2 marzo le autorità hanno comunicato che grazie soprattutto al Javelin i soldati di Zelensky hanno distrutto 60 tank e 355 veicoli russi. Ma il giavellotto ha un ruolo anche nell’altra battaglia, quella della comunicazione, che vede l’Ucraina stravincere.
Non è una questione secondaria, perché dominare i social media serve a influenzare l’opinione pubblica e a conquistare aiuti in Occidente, e poi a tenere alto, per quanto possibile, il morale dei cittadini e dei soldati ucraini.
Ecco quindi il nascere di una «micro-mitologia» quasi istantanea della guerra in Ucraina, una serie di icone pop inconcepibili solo 10 giorni fa.
Le ha messe in fila Alexis Rapin, esperto in cyberstrategia e ricercatore all’Uqam, l’università del Québec a Montréal, che ha notato come Twitter e gli altri social media si siano riempiti in pochi giorni di centinaia di messaggi con il santino del Javelin, e poi di meme in gloria dell’altro razzo anti-carro portatile anglo-svedese NLAW (acronimo di Next generation Light Antitank Weapon): I fought the Nlaw and the Nlaw won è la citazione dei Clash che si legge accanto all’immagine di un carro armato russo scoperchiato.
Poi c’è «il fantasma di Kyiv», il pilota dell’aviazione ucraina che nelle prime ore dell’invasione russa a bordo del suo Mig-29 avrebbe abbattuto sei aerei nemici. Il fantasma di Kyiv è una figura leggendaria, il suo nome è sconosciuto e un video che sembrava documentare le sue gesta è in realtà tratto dal videogioco Digital Combat Simulator.
Ma su Twitter le illustrazioni e le variazioni sul tema del Ghost of Kyiv sono ormai decine, e hanno contribuito a comunicare agli ucraini e al mondo l’idea – fondata nella realtà – che la resistenza era eroica e molto più potente di quanto Putin avesse mai potuto immaginare.
L’artista canadese Christian Borys sta vendendo online adesivi e altro merchandising con la promessa di devolvere il ricavato agli aiuti per l’Ucraina, e tra i nuovi oggetti in vendita c’è l’immancabile T-shirt con il «vaff…» rivolto dal guardacoste alla nave da guerra russa che davanti all’Isola dei serpenti intimava ai 13 soldati ucraini di arrendersi.
Su YouTube ci sono i video in gloria del Bayraktar TB2, il drone turco prodotto dal genero di Erdogan, Selçuk Bayraktar, un’arma relativamente a buon mercato ma molto efficace contro le colonne militari russe. L’Ucraina ne possiede una ventina ma altri dovrebbero arrivare nelle prossime settimane.
Il Cremlino cerca di rispondere proclamando «eroe della Russia» il capitano Aleksey Pankratov che è riuscito ad abbattere due Bayraktar ma è un tentativo maldestro, in questa partita Golia non può competere con Davide.
L’icona suprema è il presidente Zelensky, spesso raffigurato come un super-eroe Marvel. Piccole consolazioni, si dirà, di fronte alle bombe termobariche sganciate da Putin, ma il morale conta e la guerra per conquistare i cuori merita di essere combattuta.
(da agenzie)
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Marzo 5th, 2022 Riccardo Fucile
“OTB” DI RENZO ROSSO È STATO TRA I PRIMI, LOUIS VUITTON HA DONATO UN MILIONE DI EURO, CHANEL HA STANZIATO DUE MILIONI DI EURO… MOLTI DEI GRANDI MARCHI STANNO CHIUDENDO I NEGOZI E SITI WEB IN RUSSIA
Giovedì sera, a Parigi, Isabel Marant è uscita ballando in passerella, al termine del suo
show, con addosso un pullover blu e giallo, i colori della bandiera Ucraina.
Ieri mattina tutto il team di Loewe, compreso il direttore creativo Jonathan Anderson, in occasione della sfilata ha indossato un fiocco con i colori della nazione in segno di supporto. Con un po’ di ritardo ma sempre più incisività il mondo della moda sta prendendo posizione sull’invasione russa in Ucraina, iniziata durante le presentazioni del womenswear a Milano e proseguita con quelle francesi.
Ma, in realtà, più passano i giorni e più la situazione si sta facendo magmatica. La cosa che qui a Parigi salta all’occhio è il cambio d’atteggiamento del pubblico “comune” e dei marchi presenti. Se infatti la scorsa settimana a Milano le manifestazioni fuori dalle sfilate contro il silenzio degli addetti ai lavori erano molto sostenute, in Francia, ora che i designer si stanno apertamente schierando, diventano meno necessarie.
Le aspiranti influencer, che stavano ferme in posa per ore, avvolte nella bandiera ucraina in attesa che qualcuno le notasse, ora si sono spostate sui social, dove anche le più famose top model non smettono di postare appelli alle donazioni e immagini con i colori ucraini.
E anche Letizia, la regina di Spagna, ieri si è presentata a un impegno ufficiale indossando la tradizionale blusa ricamata ucraina. Un modo intelligente e di forte impatto di usare l’abbigliamento, vista la rapidità con cui si sono diffuse le sue foto.
Tornando al sistema vero e proprio, il primo gesto di brand e società, giustamente, è stato quello di offrire supporto economico al popolo ucraino: Louis Vuitton ha donato all’Unicef un milione di euro, e Otb di Renzo Rosso è stato tra i primi gruppi a rispondere alle richieste di aiuto. A breve giro si sono mossi anche Kering e Burberry, mentre in Italia la Camera Nazionale della Moda, in accordo con l’Unhcr, l’Alto commissariato per i rifugiati, ha chiamato a raccolta i suoi membri: Prada, Zegna, Valentino ed Etro si sono già attivati.
Nel frattempo, per non essere da meno, il British Fashion Council, corrispettivo anglosassone della Camera della moda, ha chiesto ai suoi membri di riconoscere la gravità del conflitto e prendere una posizione chiara. Dal canto suo Giorgio Armani, cui va il merito di aver affrontato per primo la questione in passerella sfilando domenica scorsa senza musica per rispetto delle vittime degli attacchi, oltre a una donazione all’Unhcr, ha raccolto con la Comunità di Sant’ Egidio indumenti nuovi da fare avere agli sfollati.
Molto attiva è pure la maison Chanel, che prima ha stanziato due milioni di euro a favore di Unhcr e Care (ong specializzata nell’infanzia), poi ha offerto supporto economico, logistico e legale ai dipendenti locali bloccati, e infine ieri sera ha deciso di fermare ogni operazione commerciale sul suolo russo. Ecco, un capitolo assai delicato è quello sulle chiusure dei negozi stranieri in Russia.
Prima di Chanel, ieri è stato Hermès a bloccare i suoi canali commerciali nel Paese, sia fisici che digitali; lo stesso hanno fatto Nike, Puma, H&M e Pandora. Stessa decisione nei giorni scorsi l’hanno presa le piattaforme di e-commerce più importanti come Net-a-Porter, Farfetch e Mytheresa, e anche brand indipendenti come Acne Studios, Rejina Pyo e Khaite.
Sulla questione chiusure i due colossi del settore, LVMH e Kering, non si sono ancora espressi, ma in realtà il gesto a questo punto sarebbe più simbolico che altro: con lo spazio aereo russo chiuso, anche chi volesse proseguire come nulla fosse non potrebbe, visto che le spedizioni della merce dall’Europa sono ferme da giorni.
In altre parole, fossero aperti, molti negozi sarebbero vuoti.
Ma la situazione in realtà è ancora più complicata: secondo uno studio di Morgan Stanley, il mercato russo interno non conta più del due per cento nei fatturati dei brand di lusso.
È all’estero che i russi spendono sul serio, e per la precisione a Milano: la loro meta preferita stando ai dati della compagnia di shopping tax-free Global Blue, riportati dal quotidiano americano Wwd. Ciascuno di loro spende in media nella città italiana 1.215 euro a transazione. È con questo che occorrerà fare presto i conti.
(da agenzie)
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