Marzo 25th, 2022 Riccardo Fucile
TIPICO AVVERTIMENTO MAFIOSO DI UN REGIME CRIMINALE
Nella mattina di venerdì 25 marzo l’ambasciatore russo in Italia Sergey Razov ha
presentato in Procura a Roma un esposto per istigazione a delinquere e apologia di reato in relazione a un articolo pubblicato il 22 marzo su La Stampa.
«Nel titolo – ha detto Razov ai giornalisti in una dichiarazione che era stata annunciata la sera di giovedì, «non sono previste domande», avevano spiegato i russi – si considera la possibile uccisione di Putin, questo è fuori etica, morale e regole del giornalismo. Nel codice penale dell’Italia si prevede l’istigazione a delinquere e apologia di reato. In precisa conformità alla legislazione italiana mi sono recato alla procura della Repubblica per registrare questa querela con la richiesta alle autorità italiane di esaminare questo caso. Confido nella giustizia italiana»
Subito è arrivata la risposta dell’autore dell’articolo, Domenico Quirico, uno dei più riconosciuti esperti di guerre e politica internazionale, con trent’anni di esperienza sul campo: «All’ambasciata russa prendano un traduttore migliore. Ho scritto che uccidere Putin era immorale». Tutto il contrario di ciò di cui l’ambasciata russa accusa ora La Stampa.
Con Massimo Giannini e La Stampa. Solidarietà, sostegno e andate avanti!». Lo scrive il segretario del Pd Enrico Letta dopo le accuse e la denuncia per «istigazione a delinquere e apologia di reato» dell’ambasciatore di Putin in Italia, Sergey Razov, contro il nostro giornale.
«L’ambasciatore russo in Italia Sergey Razov oggi ha indetto una conferenza stampa per annunciare una inconsistente querela al quotidiano La Stampa. Libero di farlo, così come i giornali italiani sono liberi di poter scrivere ed esercitare il loro lavoro di cronaca e di critica. È questa la sostanziale differenza tra l’Italia, l’Europa, le democrazie liberali e la Russia di Putin, dove i cittadini vengono arrestati solo perché chiamano guerra una guerra o manifestano con un foglio bianco», dichiara il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova.
Carlo Calenda, leader di Azione, scrive: «Solidarietà al direttore Massimo Giannini e a Domenico Quirico. La denuncia dell’Ambasciatore russo non è solo grottesca ma ricorda a tutti la concezione di Putin della libertà di stampa. E di qualsiasi altra libertà».
«Solidarietà a La Stampa: la denuncia dell’ambasciatore russo Razov è un atto intimidatorio senza precedenti. Si rassegnino: la logica del ‘punirne uno per educarne cento’ non ha prevalso in passato, non prevarrà oggi». Lo scrive su Twitter Mara Carfagna, ministro per il Sud e la Coesione territoriale.
«L’esposto presentato da Razov per istigazione a delinquere e apologia di reato in relazione a un articolo pubblicato da Quirico su La Stampa è un attacco inaccettabile alla libertà di informazione. Esprimo solidarietà a tutti i giornalisti e al direttore Giannini», dice la vicepresidente del Parlamento Ue, Pina Picierno.
Ma numerose sono le voci che stanno facendo arrivare messaggi di sostegno a La Stampa. «L’ambasciatore Razov che denuncia un giornale per istigazione a delinquere e apologia di reato è il miglior esempio del fatto che la Russia non ha capito la democrazia. Solidarietà a La Stampa, al direttore Massimo Giannini e a tutta la redazione e grazie per il vostro lavoro», osserva Lia Quartapelle della segreteria Pd.
Appoggio e solidarietà anche da Italia Viva: «Tutte le affermazioni, tutte le cose che vengono dette e fatte sul piano comunicativo dall’ambasciatore russo e dalle varie fonti di disinformazione russe fanno parte della guerra ibrida che la Russia propone nei confronti di chi, ovviamente, la sta duramente contrastando», dice Gennaro Migliore, capogruppo di Iv in commissione Esteri della Camera. «La querela annunciata nei confronti della Stampa è un atto intimidatorio nei confronti di un giornale libero, peraltro anche strumentale perché quell’articolo non era certo una istigazione ad uccidere Putin», spiega Migliore.
Tra i centristi, Maurizio Lupi, presidente di Noi con l’Italia, osserva: “L’ambasciatore russo è in Italia da tempo e dovrebbe aver capito che nel nostro Paese la stampa è libera, autonoma e indipendente. Dopo le intimidazioni ai parlamentari con una lettera del ministro degli Esteri Lazrov e le minacce al nostro ministro della Difesa, Guerini, ora la Russia, attraverso il suo massimo rappresentante diplomatico, denuncia un giornale, La Stampa, provando a metterlo sul banco degli imputati solo perché fa bene il suo mestiere, riporta quanto accade nei teatri di guerra e nel mondo e i suoi giornalisti esprimono liberamente le proprie opinioni. Si tratta di accuse e di intimidazioni intollerabili, e inaccettabili. Evidentemente l’ambasciatore Razov è abituato alle ingerenze del suo governo nella stampa nel suo Paese. Sappia che qui non è così e che, anzi, per i giornalisti liberi una querela dal regime di Mosca è una medaglia da appuntare sul petto».
Enrico Borghi, responsabile sicurezza del Pd e membro del Copasir, commentando la denuncia dell’ambasciatore russo nei confronti del quotidiano dice: «Quella che per le dittature è apologia di reato, per le democrazie è libertà di informazione. E ce la terremo stretta, signor ambasciatore! Solidarietà a La Stampa e al suo direttore Massimo Giannini».
Filippo Sensi, deputato del Pd, scrive: Solidarietà incondizionata a La Stampa, al direttore, alle giornaliste e i giornalisti di fronte alla ennesima intimidazione che non li smuoverà, ne sono certo, di un millimetro nel lavoro di informazione senza sconti che fanno ogni giorno sulla invasione russa in Ucraina».
Solidarietà anche dalla FNSI. «Fra le assurdità e le contraddizioni della guerra rientra a pieno titolo anche l’iniziativa dell’ambasciatore russo in Italia, che invoca i principi dello Stato di diritto, quotidianamente calpestati dal governo del suo Paese, per punire il giornalista della Stampa . L’esposto depositato in Procura a Roma, destinato a non approdare a nulla perché nell’articolo ‘incriminato’ non c’è scritto nulla di quanto afferma l’ambasciatore, non fa altro che confermare, qualora ce ne fosse stato bisogno, quale sia l’atteggiamento dei rappresentanti del governo di Mosca nei confronti dei giornalisti e del loro lavoro», scrive Raffaele Lorusso, segretario generale della Federazione nazionale della stampa.
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Marzo 25th, 2022 Riccardo Fucile
MA IL RISULTATO È CHE INVECE DI FUGARE I DUBBI SULLE SUE CONDIZIONI, NE HA SOLO AGGIUNTI ALTRI: SI È COLLEGATO UN ATTIMO E HA ALZATO LA MANO PER FAR VEDERE CHE NON SI TRATTAVA DI UNA FOTO, MA SENZA AUDIO
Si infittisce ancora di più il mistero della sorte del ministro della difesa russo Sergei Shoigu, sparito improvvisamente nel nulla da circa due settimane dopo essere stato al centro dell’attenzione mediatica di Mosca a seguito dell’attacco all’Ucraina e della guerra.
Scomparso da ogni trasmissione o video pubblico, Shoigu è riapparso giovedì, dopo 13 giorni, durante un briefing in video conferenza con Putin e altri dirigenti russi.
Un’apparizione che però invece di fugare i dubbi emersi in questi giorni, ne ha aggiunti altri visto che Shoigu è apparso per pochissimi secondi seduto in un angolino di un ufficio sconosciuto per poi sparire di nuovo improvvisamente.
Il ministro ha fatto in tempo ad alzare la mano confermano che non si trattava di una foto ma l’audio non era attivo e poi il video è rimasto nero e non è escluso che potesse trattarsi di un video preregistrato.
Secondo il Cremlino, durante la teleconferenza con Putin di giovedì Shoigu, ha riferito delle operazioni militari in Ucraina, spiegando al presidente russo “i progressi nell’operazione militare speciale e gli sforzi compiuti dai militari per fornire aiuti umanitari, garantire la sicurezza e ripristinare le infrastrutture vitali su i territori liberati”.
Affermazioni che però non hanno placato le voci di un allontanamento forzato di Shoigu da parte dello stesso Putin proprio per l’andamento della guerra.
A gettare acqua sul fuoco delle voci incontrollate sulla sorte di Shoigu ci aveva provato in precedenza anche il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov.
A chi gli chiedeva che fine avesse fatto il ministro in un momento tanto delicato per il paese, Peskov ha affermato semplicemente che “Il ministro della Difesa ha molto si cui occuparsi in questo momento”. “È in corso un’operazione militare speciale. Certamente, ora non è proprio il momento giusto per le attività mediatiche. Questo è abbastanza comprensibile” ha sostenuto Peskov.
Secondo l’informazione di opposizione russa, molto probabilmente, la riunione del Consiglio di sicurezza ha avuto luogo, ma Shoigu non c’era e a sua immagine è stata semplicemente montata. Altre fonti sostengono che sia malato di cuore e che la situazione abbia aggravato il suo stato di salute.
Non è escluso però che lo stesso Putin lo abbia allontanato, sia perché potrebbe essersi sentito minacciato da un uomo che ha l’appoggio dell’esercito sia per la guerra in Ucraina che si è prolungata oltre il previsto .
Del resto il Presidente russo non è nuovo a simili gesti e già nelle settimane scorse aveva umiliato pubblicamente il capo dei servizi segreti esteri del paese, Sergei Naryshkin, durante un incontro televisivo sul destino dei territori del Donbass controllati dalla Russia nell’Ucraina orientale.
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2022 Riccardo Fucile
RAZOV HA QUERELATO IL GIORNALE
Teorizza l’omicidio di Vladimir Putin come unica via d’uscita alla guerra della Russia in
Ucraina l’articolo intitolato Guerra Ucraina-Russia: se uccidere Putin è l’unica via d’uscita di Domenico Quirico su La Stampa che ha provocato la reazione dell’ambasciatore russo Sergey Razov.
La feluca ha depositato una denuncia-querela nei confronti del giornalista e del quotidiano: «Non c’è bisogno di dire che questo è fuori dall’etica e dalla morale e dalle regole del giornalismo. Nel codice penale della Repubblica italiana si prevede la responsabilità per l’istigazione a delinquere e l’apologia di reato. In precisa conformità alla legislazione italiana oggi mi sono recato in Procura per presentare una querela con la richiesta alle autorità italiane di esaminare obiettivamente questo caso. Confido della giustizia italiana».
Nell’articolo di Quirico si sostiene che l’omicidio del tiranno sia la soluzione alla crisi:
L’unico dibattito è quello pratico, materialistico: il tirannicidio ha dimostrato di avere alte probabilità di successo? Ovvero morto il despota cosa succede? Il nocciolo della questione, cinicamente imposto, non è se un assassinio sia mai giustificabile ma se l’assassinio sia efficace. Dovete poter rispondere che lo è: che ci consentirà cioè di raggiungere, nella Russia di oggi e in questa situazione di guerra, obiettivi altrimenti inaccessibili a causa del controllo ferreo che Putin esercita sul Paese; o per l’impossibilità in tempi brevi che perda la guerra e venga travolto dalla sconfitta. Che è più sicura tagliola in cui hanno lasciato le zampe lupi assai più astuti e feroci di lui.
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2022 Riccardo Fucile
EMERGONO I RAPPORTI REALI TRA PUTIN E LA LEGA
Due inchieste raccontano i rapporti tra Putin e la politica italiana. E puntano il dito sul Carroccio. Che avrebbe presentato una risoluzione “dettata” dallo zar per fermare le sanzioni
Un’interrogazione parlamentare contro le sanzioni alla Russia scritta da una collaboratrice di un oligarca vicino a Putin e un appunto vicino: «20 mila euro».
E, insieme, una serie di email in cui Mosca parla di politica estera e svela i contatti «con i partiti euroscettici».
E rivela preoccupazione per lo scandalo Metropol e per la difficoltà nel mantenere i rapporti con Matteo Salvini.
Due inchieste de L’Espresso e de La Stampa oggi raccontano i rapporti tra Mosca e la politica italiana. E puntano il dito in particolare sulla Lega. Che avrebbe obbedito alle direttive di Mosca sulla protesta per le sanzioni dopo l’invasione della Crimea. Mentre la Russia avrebbe usato anche la pandemia come arma di politica estera.
Dalla Russia con amore
La prima storia la raccontano Paolo Biondani e Vittorio Malagutti e si basa su documenti ottenuti dal quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung e condivisi con altri giornali europei. Si parla di un’interrogazione parlamentare in cui si chiede al governo di sospendere le sanzioni contro la Russia varate dopo l’annessione della Crimea. Il testo, secondo il settimanale, risulta scritto da una collaboratrice dell’oligarca Konstantin Malofeev, sostenitore di Putin. In calce c’è una cifra: 20 mila euro.
Il documento è datato 9 giugno 2016 e in Senato il 27 giugno dello stesso anno il senatore Paolo Tosato deposita la risoluzione 6-00189 in cui chiede al governo di «attivarsi in tutte le sedi competenti, ed in particolare presso il Consiglio europeo, affinché vengano immediatamente sanciti il termine e la revoca di ogni sanzione nei confronti della Federazione Russa, evitando ogni ulteriore proroga, nell’interesse dell’Italia, dell’Europa e dell’intera comunità internazionale».
E chiede poi di attivarsi «ad affrontare la questione della Crimea e del Donbass con equilibrio, nel rispetto delle regole del diritto internazionale e della volontà democratica dei popoli e delle nazioni».
Si tratta soltanto di una delle decine di email che raccontano i rapporti stretti tra Mosca e alcuni partiti europei. Per la Lega il protagonista è quel Gianluca Savoini che è ancora sotto indagine a Milano per l’incontro all’hotel Metropol. Una mail del 22 dicembre inviata dall’allora braccio destro di Salvini all’ex parlamentare Claudio D’Amico serve a organizzare un meeting a Milano con i rappresentanti di Russia Unita, ovvero il partito di Putin. Alla fine all’evento parteciperanno anche Marine Le Pen, Geert Wilders ed Heinz-Christian Strache. Viene invitato anche Alexandr Dugin, ideologo dello zar oggi impegnato a sostenere che quella in Ucraina è una guerra santa contro l’Anticristo.
Dossier e veleni
All’epoca dello scandalo Metropol in più occasioni Salvini disse di non aver mai preso soldi dai russi, difendendo anche il suo braccio destro: «Per me gli italiani sono innocenti fino a prova contraria. Io aspetto che i giudici ci dicono che cosa è successo. Voglio delle prove, non sarebbe la prima volta che un audio viene montato e smontato, aspettiamo le prove».
Nell’articolo a firma di Jacopo Iacoboni invece si cita come fonte una serie di documenti ottenuto dal Dossier-Center di Mikhail Khodorkovsky, ex oligarca oggi nemico di Putin, con sede a Londra. Si racconta che a metà del 2019 i russi, sono preoccupati per la situazione in cui versa Savoini e sostengono che Salvini sia sotto l’occhio dei servizi segreti locali.
E allora cercano nuovi metodi per mantenersi in contatto con “Matteo” senza più usare Savoini come tramite. Un altro testo, che risale al marzo 2021, parla di un piano per creare una rete di partiti di estrema destra ed euroscettici chiamata Altintern.
Si parla anche di Covid-19 e dei tentativi russi di usare la pandemia come strumento di politica estera. Qui c’è il problema del vaccino Sputnik-V che non riesce ad ottenere l’autorizzazione in Europa.
«Dobbiamo riprendere i passi per ripristinare i contatti con i partiti euroscettici. Riteniamo che al momento ci sia ancora la possibilità di ripristinare i contatti con gli euroscettici per contrastare la politica delle sanzioni di Bruxelles. Tuttavia la ripresa del lavoro con loro richiede un livello di riservatezza fondamentalmente diverso, in relazione al rafforzamento dell’opposizione all’influenza russa da parte dei servizi di intelligence occidentali», si legge nella mail.
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2022 Riccardo Fucile
DA UN MESE ERA SOTTO CONTROLLO DEI RUSSI
In un video pubblicato dal media Nexta su Twitter si vedono e si sentono alcuni cittadini
americani che combattono in Ucraina.
Il filmato è stato registrato in un villaggio alle porte di Kiev.
Nell’audio si sente un uomo che dice: «Ecco un altro giorno in paradiso! Abbiamo un ragazzo a cui hanno sparato un paio d’ore fa, qui con me c’è il mio assistente con una mostrina degli Stati Uniti sulla spalla, abbiamo palazzi distrutti: c’è tutto ciò che serve per un’altra bellissima giornata».
Nexta dice che il villaggio era stato sotto il controllo dei russi per quasi un mese.
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2022 Riccardo Fucile
DICE CHE DOVREMMO RICONOSCERE L’INDIPENDENZA DEL DONBASS E ”POI SI VEDRA’”
Dopo l’intervista in cui ha detto che ci sono potenti “consorterie” che lo vogliono colpire, il professor Alessandro Orsini – ospite di Piazzapulita, su La7 – è tornato a parlare dell’atteggiamento che dovrebbe avere l’Italia nei confronti della Russia e della guerra in Ucraina.
Mosse che vanno in direzione contraria a quel che sta facendo il nostro governo. A partire dai territori rivendicati dai filorussi e riconosciuti dal Cremlino prima dell’invasione e dai rapporti con l’Unione Europea.
Nella sua analisi, Orsini prima sottolinea che la Cina non può avere nessun ruolo nei tentativi di risolvere il conflitto, ma la palla è esclusivamente nelle mani dell’Unione Europea.
“Questo è un conflitto frontale tra Putin, la Russia e l’Europa. E l’Unione Europea continua a fare questo giochino. Per questo, quando mi chiedono cosa propongo concretamente, io l’ho già detto: l’Italia deve fare tre cose, rompere con l’Unione Europea, fare una dichiarazione ufficiale che abbiamo sbagliato tutti, noi e l’Unione Europea, riconoscere le colpe dell’occidente e quelle di Putin, deve dirsi disponibile al riconoscimento a guerra in corso del Donbass e della Crimea”.
Questi i tre ingredienti della ricetta offerta da Orsini ai telespettatori di Piazzapulita. Insomma, l’Italia dovrebbe fare – secondo lui – l’esatto opposto di quel che sta facendo: prima rompere con la UE, poi dire che anche l’Occidente ha colpe per quel che ha portato al conflitto in Ucraina e, alla fine, accettare la mossa del Cremlino e riconoscere non solo la Crimea, ma anche le repubbliche indipendentiste del Donbass. Idee che alla fine vengono circoscritte: “Si tratta di tentativi e poi bisogna vedere cosa succede”.
Insomma, la sintesi – scritta e detta a voce dallo stesso professore di sociologia – è quella di accettare le richieste di Putin. Poi si vedrà.
(da NetQuotidiano)
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Marzo 25th, 2022 Riccardo Fucile
IL MILITARE PRONTO A SACRIFICARSI
Mariupol è ormai è una città fantasma. Dall’inizio della guerra, infatti, i bombardamenti
sono stati incessanti colpendo anche obiettivi civili.
Dagli ospedali ai teatri che si erano trasformati in rifugi per tutte quelle famiglie che avevano perso le proprie case proprio a causa dei missili.
Ed è proprio da quella città nel Sud dell’Ucraina che arriva un gesto coraggioso da parte di Vyacheslav Abroskin, un generale di polizia ucraino che ha messo la propria vita a disposizione dei militari russi chiedendo in cambio di lasciar stare i bambini. Perché il numero di vittime tra i più piccoli continua a salire di ora in ora. Soprattutto nella zona meridionale del Paese.
Un messaggio inviato direttamente ai russi. E il Cremlino conosce bene Vyacheslav Abroskin dato che è stato inserito nell’elenco delle persone sanzionate da Mosca perché invise a Putin e al suo governo.
L’uomo, che ha una lunga e certificata esperienza in ambito militare, ha chiesto che sia concessa la possibilità di evacuare tutti i bambini attraverso dei corridoi umanitari. Ovviamente, per fare tutto ciò occorre interrompere i bombardamenti per almeno tre giorni. In cambio, i soldati russi potranno prenderlo in ostaggio:
“Sono un generale di polizia che ha organizzato proteste nel Donetsk dal 2014 al 2018. Sono tra coloro che hanno ricevuto sanzioni. Avete già tentato di eliminarmi. Decine di militari russi sono stati uccisi, altri detenuti in mia presenza. La mia vita appartiene solo a me e la offro in cambio della vita dei bambini che rimangono ancora a Mariupol”.
Le forze armate russe stanno prendendo seriamente in considerazione questa proposta. Anche perché Abroskin è una personalità che non piace a Mosca e questo potrebbe spingere il Cremlino ad accettare questo patto: lui in cambio della libertà dei bambini di Mariupol.
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2022 Riccardo Fucile
TUTTO BELLO QUANDO SI VINCE, MA SE SI PERDE PARLA DI “SOLDI“ E “POCO IMPEGNO“
Quando si vince è tutto un “po popopo popo po”.
Poi, davanti alla sconfitta, si ammaina la bandiera e si scende dal carro scendendo nel classico populismo di chi cita i soldi e gli stipendi dei calciatori.
Matteo Salvini non si è mai tirato fuori da questa dinamica (lo ha fatto con la sua squadra del cuore, il Milan, e lo fa anche oggi) e dopo la partita persa dalla Nazionale italiana a Palermo contro la Macedonia del Nord, ecco che quei “profeti” che ci hanno fatto gioire solo qualche mese fa con la vittoria dell’Europeo vengono messi alla berlina sulla bacheca social del leader della Lega.
Il segretario del Carroccio, che quando l’Italia vinse gli Europei era ovviamente felicissimo e non citava gli stipendi dei calciatori (che sono rimasti alti lo stesso e non sono variati nel tempo), racconta così la sconfitta della nostra Nazionale:
“Italia im-ba-raz-zan-te – ha scritto Matteo Salvini sul suo profilo Instagram, postando il video del triplice fischio e dei giusti festeggiamenti dei calciatori macedoni e dei tifosi sugli spalti -. Onore alla Macedonia del Nord: neanche 2 milioni di abitanti, capitale Skopje, moneta dinaro macedone, in campo impegno, fatica, grinta, umiltà. Gli azzurri? Troppi soldi, poco impegno”.
Insomma, la colpa della sconfitta e dell’esclusione – per la seconda volta di fila – dalla fase finale dei Mondiali (quelli che si disputeranno in Qatar a novembre) è il poco impegno e dei troppi soldi.
E quel post è infarcito di una serie di luoghi comuni che nulla hanno a che vedere con lo sport: dal numero degli abitanti della Macedonia (valesse questo discorso, gli Stati Uniti, la Russia, il Messico, l’India o la Cina dovrebbero far mambassa di successi calcistici, vista l’elevata popolazione), alla valuta corrente nel Paese. Insomma, una serie di sproloqui di chi sale sul carro quando si vince e scende quando si perde. E, non a caso, il suo partito è chiamato anche Carroccio.
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2022 Riccardo Fucile
“CI HANNO AFFIBBIATO QUESTA IMMAGINE PERCHE’ DENUNCIAMO DA TEMPO LA POLITICA CRIMINALE DELLA RUSSIA“… “A KIEV I RUSSI NON RIUSCIRANNO MAI A ENTRARE, A MARIUPOL RESISTEREMO FINO ALL’ULTIMO UOMO“
“Se stai cercando nazisti sei venuto nel posto sbagliato, giornalista”. Entrare in una delle
basi del Reggimento Azov è questione delicata, per tanti motivi. Se poi l’ingresso è scandito dai mortai russi che piovono nelle vicinanze di questa fabbrica abbandonata riadattata a dormitorio e campo di addestramento, lo è un po’ di più.
“In effetti non è il luogo più sicuro dove stare a Kiev, al momento…”, dice con un mezzo sorriso Dmytro Kuharchuck, 31 anni, comandante del secondo battaglione presente nella capitale.
Veterano del Donbass, ex politico, è uno dei tre più alti in grado: si occupa delle operazioni al fronte nord-ovest (Irpin, Bucha, Hostomel), gestisce il reclutamento e conferisce direttamente col capo, Andrij Biletsky, che nel 2014 formò il Reggimento mettendo insieme gruppi di ultranazionalisti ucraini e attivisti di Maidan. Dmytro non è il tipo di combattente che ti aspetti di trovare nell’Azov. Misura le risposte, legge Kant e argomenta non solo col bazooka
Il governo ucraino ha riconosciuto ufficialmente l’Azov?
“Il reggimento che sta difendendo Mariupol è inserito nella Guardia nazionale. A Kiev siamo ancora inquadrati nella Difesa territoriale, anche se combattiamo sul fronte nord. Il ministero della Difesa ha promesso di darci lo status di battaglione delle Forze armate. Avremo armi più potenti per uccidere i russi”.
Quanti siete?
“A Kiev abbiamo due battaglioni, non posso dire dove. A Mariupol c’è un reggimento di più di 1.500 uomini. Purtroppo per alcuni di loro sarà l’ultima battaglia, i russi stanno compiendo un genocidio a Mariupol. L’Azov rimarrà lì fino alla fine”.
I russi lanceranno un’offensiva massiccia su Kiev con l’aviazione?
“Se lo faranno perderanno. Ci hanno già provato e li abbiamo respinti. Lanciano missili sulla città per piegare il governo al tavolo dei negoziati, ma non sono in grado di circondare Kiev”.
L’Azov è accusato dalle organizzazioni umanitarie e da molti Paesi di essere un gruppo di estremisti che non rispetta diritti umani e commette crimini. Come se lo spiega
“C’è una ragione. L’Azov ha sempre detto che l’Ucraina si doveva preparare alla grande guerra contro la Russia, perché prima o poi ci avrebbe attaccato. I nostri politici però non ci credevano, la nostra posizione per loro era sconveniente. Ecco perché ci hanno affibbiato l’immagine di estremisti nazisti”.
Il vostro simbolo rimanda a quell’ideologia. E ci sono foto del conflitto nel Donbass in cui alcuni dei vostri sventolano la svastica.
“Gente del genere si trova anche nella polizia, nella Guardia nazionale e in diversi gruppi sociali. Noi ne avevamo una piccola percentuale, ora non più”.
Come fa ad esserne certo
“Sottoponiamo le reclute a lunghe interviste. Il nazismo è lontanissimo da me. La nostra posizione ufficiale, come Azov, è un’altra: siamo nazionalisti ucraini”.
Come si entra nel Reggimento?
“Ti presenti qui, vieni sottoposto a una serie di domande e se hai certe abilità ti prendiamo”.
Che tipo di abilità?
“Cerchiamo persone con esperienze militari, che sappiano scavare trincee, tagliare legna, manovrare gli escavatori. Abbiamo campi di addestramento in posti segreti e strutture a Kharkiv, Chernihiv, Nikolaev, Sumy”.
Com’è l’addestramento?
“Prima c’erano prove fisiche da superare, dopo il 24 febbraio non abbiamo più tempo per scegliere solo i soggetti altamente qualificati. Siamo comunque in grado di selezionare i più motivati, che vengono da noi perché offriamo disciplina e fratellanza”.
Ci faccia un esempio.
“Costruiamo relazioni che non si basano solo sul curriculum militare ma anche su principi morali universali. Io leggo Kant e diffondo i suoi insegnamenti nell’Azov. Devo dire che i ragazzi apprezzano”.
Perché proprio Kant?
(Cita a memoria) “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me”.
Accettate solo ucraini?
“Abbiamo anche russi, bielorussi, georgiani, croati, americani, inglesi, francesi. A Mariupol, nel 2014, avevamo un italiano. Nessuno di noi è pagato, siamo volontari”.
Chi vi dà le armi?
“La difesa territoriale di Kiev, quindi il sindaco Klytschko”.
Quanti russi avete con voi?
“Non so dirlo con precisione. Anni fa a Mariupol erano 50. Non combattono solo per l’Ucraina, ma per il concetto più ampio di libertà: la Russia è la negazione della libertà, l’Ucraina, invece, ne è il sinonimo”.
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