Marzo 20th, 2022 Riccardo Fucile
OLTRE CINQUE PUNTI DIVIDONO I PRIMI DUE PARTITI DALLA LEGA IN CADUTA LIBERA
Fratelli d’Italia ancora in testa, Pd secondo ma con una buona risalita, Lega terza. E’
quanto emerge, comparando i dati con quelli della settimana precedente, dal sondaggio Dire-Tecnè, realizzato il 18 marzo 2022 su un campione di mille persone.
Il partito di Giorgia Meloni, guadagna ancora uno 0,1% passando al 21,7% delle preferenze. I dem crescono di uno +0,2% portandosi al 21,4% e accorciano così la distanza da Fdi.
Continua invece il calo della Lega che scende di un ulteriore -0,2% attestandosi al 15,9%. Il Carroccio sette giorni fa era al 16,1% .
M5s, quarto, con il 12,4% (+0,1%). Forza Italia al 10,7 (+0,1%).
Azione e Europa+ (-0,1%) è ora al 4,9%. Italia Viva al 2,9% (-0,1%). Europa Verde al 2,3% (-0,1%). Sinistra Italiana al 2,1% (-0,2%).
(da agenzie)
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Marzo 20th, 2022 Riccardo Fucile
NON SI HANNO PIU’ NOTIZIE DO VICTORIA ROSHCHYNA DA OTTO GIORNI
Di Viktoria Roshchyna, detta Vika, si sono perse le tracce dallo scorso 12 marzo.
A denunciarlo è l’emittente televisiva per la quale lavora, la Hromadske, che su Twitter riferisce che la reporter è tenuta prigioniera dai russi. “Non riusciamo a metterci in contatto con lei. Chiediamo alla comunità internazionale di aiutarci a trovare e a farla rilasciare”, riferisce l’emittente.
Citando testimoni, Hromadske scrive che l’ultima volta che la giornalista è stata vista si trovava a Berdiansk. “Il 16 marzo abbiamo saputo che il giorno precedente è stata arrestata dalle forze russe”, spiegano i colleghi di Vika, che postano una fotografia della donna e spiegano che, dall’inizio della guerra, stava lavorando dal sud e dall’est dell’Ucraina.
A confermare le accuse alle forze di sicurezza e ai militari russi è giunto anche l’ufficio del procuratore generale in Ucraina, come riportato da LaPresse. Per ora, da parte di Mosca non arrivato alcun commento in merito alla vicenda.
Intanto, l’emittente per cui lavora Viktoria Roshchyna dice di aver mantenuto il riserbo per due giorni sulla vicenda: “Abbiamo fatto ogni sforzo per ottenere il rilascio della nostra giornalista, attraverso i nostri canali. Ma ogni tentativo è stato vano”, scrive la redazione su Facebook.
L’appello dei colleghi di Vika: “Chiediamo alla comunità ucraina e internazionale di unirsi alla campagna per il suo rilascio”.
Vika scriveva del suo lavoro sui social come di una missione, anche negli ultimi post: “Sono andata nelle regioni occupate per dare voce a persone che hanno vissuto senza connessione tutto questo tempo, sotto gli spari, e con il rombo dei carri armati russi. Nei piccoli villaggi, gli invasori si sentono ‘eroi’, sparano ai civili, danno fuoco alle auto, uccidono, saccheggiano. Trasformano la vita delle persone in inferno, traumatizzando la psiche dei bambini. Mi hanno rubato gli strumenti di lavoro, ma non mi toglieranno la voglia di dire la verità sui loro crimini. Non perdonerò mai la Russia. Mai più. Bruceranno all’inferno. E saranno assicurati alla giustizia”.
(da agenzie)
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Marzo 20th, 2022 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEL SINDACO DI BROVARY… L’UFFICIALE RUSSO STUPRATORE INDIVIDUATO E GIUSTIZIATO DALLE FORZE ARMATE UCRAINE
“I vicini di casa mi hanno telefonato per raccontare dello stupro di Maryna. L’hanno
trovato nuda e confusa vicino al figlio piccolo. Ma ancora non siamo riusciti a portarla in salvo”. Ihor Sapozhko è il sindaco di Brovary, città ucraina di circa 140mila abitanti. Al Corriere della sera ha raccontato la tragica vicenda che ha coinvolto la moglie dell’amico Oleksiy Zdorovets, ex segretario della municipalità, ucciso a sangue freddo dai russi, prima di accanirsi su di lei.
I soldati russi hanno fatto irruzione nella loro abitazione nel villaggio di Nova Bohdanivka e assassinato a sangue freddo Oleksiy.
Pare lo stessero cercando, come del resto danno la caccia a tutti i leader politici locali. Sui social locali è pubblicato anche il nome dello stupratore, l’ufficiale russo Michail Romanov, che si era scagliato contro altre prigioniere e sarebbe già stato ucciso dai soldati ucraini.
La vicenda di Maryna e Oleksiy non è un caso isolato: “I soldati russi violentano le donne ucraine. Sappiamo che avviene, lo raccontano sottovoce tanti tra coloro che scappano dalle zone occupate. Siamo già a conoscenza di casi specifici. Dai racconti dei testimoni risulta che alcuni comandanti russi aizzano i loro soldati ad aggredire le mogli e le figlie dei nostri militari o dei volontari vicili combattenti che trovano nelle case. Ci hanno detto da più fonti che almeno in una circostanza hanno violentato le nostre soldatesse catturate durante la battaglia all’aeroporto di Hostomel”.
(da agenzie)
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Marzo 20th, 2022 Riccardo Fucile
FU UNO STRANO ACCORDO TRATTATO DIRETTAMENTE TRA CONTE E PUTIN, CHE COMPRENDEVA VENTILATORI DIFETTOSI, POCHE MASCHERINE E UNA SFILATA DI CARRI ARMATI E BANDIERINE RUSSE, UN’OPERAZIONE DI PROPAGANDA E SPIONAGGIO
«Qui fodit foveam, incidit in eam». «Chi scava la fossa, ci finisce dentro». Alle sette di sera di venerdì 3 aprile 2020, il generale russo Igor Konashenkov – un uomo che è oggi uno dei quattro russi incaricati di gestire l’invasione in Ucraina, assieme a Vladimir Putin, al ministro della Difesa Sergey Shoigu, al capo delle forze armate Valery Gerasimov – pubblicò un post di duro attacco a La Stampa sul sito del Ministero della Difesa di Mosca.
Cosa era successo per meritarsi quella che a molti parve una seria minaccia? E che ruolo ebbe l’Italia, che ora viene allusivamente minacciata da Mosca, che ci ha sempre trattato come anello debole dell’Europa, negli anni dei populisti al potere?
La Stampa aveva raccontato, in una serie di inchieste, alcuni dati di fatto, sulla base di tante fonti politiche e militari convergenti. Uno, che la cosiddetta missione di «aiuti russi all’Italia per il Covid» era stata trattata direttamente da Vladimir Putin con Giuseppe Conte.
Sabato 21 marzo del 2020 c’era stata una telefonata tra l’allora premier italiano e il presidente della Russia. La Stampa raccontò che i due avevano concordato che la Russia avrebbe mandato in Italia degli aiuti per la pandemia di Covid 19, ma un insolitamente laconico comunicato della presidenza del Consiglio sorvolava su questo aspetto.
Rivelammo che gli «aiuti» sarebbero arrivati con una spedizione militare russa, attraverso giganteschi aerei militari cargo a Pratica di Mare, con un security clearance (controllo doganale solo sulle merci).
Dentro gli aerei vi sarebbero stati 22 autocarri militari e 120 medici militari russi, specialisti nella guerra batteriologica, alcuni provenienti da teatri di guerra (tipo i Paesi africani alle prese con Ebola) e sotto il controllo del ministero della Difesa di Mosca.
Scoprimmo che il capo della missione era Sergey Kikot, già in guerra in Siria per la Russia, il generale a cui la Russia affidò la difesa di Bashar Assad al processo a L’Aja, dall’accusa (ormai provata) di aver usato gas sui civili a Ghouta, in Siria.
Lo stesso generale era incaricato in patria di vigilare sullo smantellamento dei laboratori chimici sovietici (poi riconvertiti nei «Novichok Labs»).
Le nostre fonti sostennero, come fu riferito, che l’entità degli aiuti era limitata, «all’80% inutile», come poi i fatti confermarono (326 mila mascherine, il solo Egitto ne aveva mandate due milioni, e seicento ventilatori polmonari, alcuni dei quali – si apprenderà dopo – facevano parte di un lotto di ventilatori che finì sotto inchiesta negli Usa per gravi difetti: in sostanza, s’incendiavano).
Venne fuori anche che il dono non era poi un dono (all’Italia era stato chiesto il pagamento del carburante dei voli). Tra l’altro, l’Italia ha già dei reparti NBC, chimici e batteriologici, all’avanguardia nella Nato: che bisogno c’era di farsi mandare quelli russi?
L’operazione fu chiamata dal Cremlino «Dalla Russia con amore», e diverse fonti di alto livello ce la presentarono come operazione di propaganda, con la sfilata (mai avvenuta prima in un Paese Nato) di camion militari e bandiere russe per seicento chilometri da Roma a Bergamo, e con possibilità molto seria di una operazione di intelligence, dissero diverse fonti on the record.
Molti dei militari arrivati erano inquadrati nel GRU, i servizi segreti militari di Mosca. Mesi dopo il New Yorker rivelò le parole di uno dei direttori dell’Istituto Gamaleya: il primo Dna del coronavirus – usato dai russi per elaborare il vaccino Sputnik – era stato isolato da un cittadino russo che si era ammalato in Italia il 15 marzo.
Putin vide nel Coronavirus un’opportunità per incunearsi anche fisicamente nel teatro italiano. Il ministro della Sanità, Roberto Speranza, seppe della cosa all’ultimissimo momento. Farnesina e Difesa non ebbero la parola decisiva, che invece arrivò con certezza da Palazzo Chigi.
Non sorprende ora che venga minacciato il ministro Lorenzo Guerini, uno dei più istituzionali in quella opaca e pericolosa vicenda. In quella fase anche oligarchi russi erano all’opera. Alisher Usmanov – ex capo di Gazprominvest e poi di Metalloinvest, di casa da noi, oggi sanzionato col sequestro totale degli asset – fece importanti donazioni sul Covid alla Sardegna.
L’ambasciata italiana a Mosca, retta allora da Pasquale Terracciano, in un comunicato ufficiale del 14 maggio 2020 annunciò che il capo del Fondo sovrano russo, Kirill Dmitriev (altro oligarca importantissimo, finito in diverse pagine dell’inchiesta di Robert Mueller, già ospite un anno prima, nel giugno 2019, della famosa cena a Villa Madama offerta da Palazzo Chigi, quella delle foto di Conte e dei suoi vice Salvini e Di Maio sorridenti accanto a Putin), veniva insignito dell’onorificenza dell’Ordine della Stella d’Italia «a titolo di riconoscimento da parte della Repubblica italiana al supporto del Fondo russo nella lotta contro la pandemia da coronavirus».
In quel comunicato si leggeva anche: «Il Fondo russo sta collaborando con le società italiane nel campo delle tecnologie mediche, ai fini della ricerca dei nuovi strumenti di lotta contro il coronavirus», e si faceva riferimento a collaborazioni con precise società italiane, anche «riguardo al trattamento del Coronavirus con i medicinali derivati dal plasma sanguigno umano».
Vi fu, in seguito, una forte propaganda russa per far produrre o adottare il vaccino Sputnik in Italia, e una collaborazione con l’Istituto Spallanzani: l’obiettivo non fu raggiunto, anche perché l’Ema non autorizzò mai il vaccino russo.
(da La Stampa)
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Marzo 20th, 2022 Riccardo Fucile
COME NEI TEMPI PEGGIORI DEL REGIME COMUNISTA
Vladimir Putin è finito vittima della propria diffidenza. Il giallo durato 24 ore del suo
discorso ai fedelissimi, interrotto all’improvviso in diretta televisiva da un’orchestra con coretti patriottici, ha appassionato gli amanti delle cospirazioni, curiosi di capire cosa fosse successo in quei secondi allo stadio Luzhniki di Mosca. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha parlato di «guasto tecnico del server», senza precisare cosa intendesse
Le tv ucraine avevano trasmesso spezzoni del discorso del presidente russo dove si sentivano distintamente dei fischi e dei boati dal pubblico, sostenendo che la diretta fosse stata censurata.
Qualcuno aveva sospettato un sabotaggio: la protesta nel mezzo del telegiornale della redattrice Marina Ovsiannikova ha svelato l’esistenza di un fronte di dissenzienti nel cuore della propaganda russa.
E pare che sia stato proprio quell’incidente ad aver rovinato il comizio-concerto per gli otto anni dall’annessione della Crimea: le dirette della televisione russa vengono ora trasmesse con tre minuti di ritardo.
Di conseguenza, mentre sui teleschermi di tutte le Russie stava ancora parlando il presidente, sul palco dello stadio c’era già il coro militare che insieme al cantante Oleg Gazmanov tuonava «Sono stato fatto in URSS, Ucraina, Crimea, Bielorussia e Moldavia, sono il mio Paese», che si è sovrapposto alla finta diretta.
Impossibile capire per ora se si sia trattato di un errore, o del gesto consapevole di un tecnico: poco prima, si era spento il microfono alla portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che ha proseguito ad arringare la folla con l’espressione commossa, senza che si udisse una sola parola.
Se doveva essere uno sfoggio di unanimità spettacolare, il comizio non è stato all’altezza dell’intento. Lo sforzo organizzativo è stato immenso: 203 mila partecipanti, dentro e fuori lo stadio, decine di autobus e treni, bandiere e slogan nazionalisti ovunque, ornati della Z che da segno distintivo dei mezzi militari russi in Ucraina è diventata il nuovo simbolo dell’orgoglio russo, depositato curiosamente in una lettera dell’alfabeto latino che in cirillico non esiste.
Ma anche se almeno cinque giornalisti indipendenti erano stati arrestati prima di poter raggiungere lo stadio, diverse telecamere hanno documentato l’esodo dei fedelissimi di Putin ancora prima dell’inizio dell’evento, e numerosi partecipanti hanno sostenuto sui social di essere stati costretti a unirsi alla manifestazione, o con le minacce o con incentivi.
Una tecnica tipica dei “puting”, come vengono chiamati i comizi per il presidente, un neologismo formato da “Putin” e “meeting”: l’iniziativa dal basso è sempre mal vista, meglio scegliersi il popolo Potiomkin per evitare sorprese, e alle aziende comunali di Mosca era stata inviata l’ordinanza di formare il pubblico soltanto da «persone con fisionomia slava», nessun asiatico o caucasico.
Gli impiegati pubblici sono stati attirati con la promessa di un permesso retribuito, gli studenti con quella di esami condonati, molti sono venuti per un pasto gratis e per un concerto di star televisive. Ma la star principale doveva essere ovviamente Vladimir Putin, che ha tenuto segreta la sua partecipazione fino all’ultimo.
Il presidente russo è apparso sull’immenso palco a sorpresa, con un look smart casual, composto da una dolcevita color avorio che spuntava da sotto un piumino blu, identificato subito dai blogger come un modello di Loro Piana da 13 mila euro. Intorno a lui, una struttura enorme a gazebo, che secondo alcune voci sarebbe in realtà una gabbia di vetro antiproiettile. Chi si aspettava un discorso storico ritrova però un copione già ben noto sul “genocidio” e i “nazisti” di Kiev, condito da citazioni bibliche («non c’è amore più grande che dare la propria anima per gli amici»), proclami di grandezza russa e invocazioni di neosanti bellicosi come l’ammiraglio Fyodor Ushakov, che costruì Sebastopoli.
Putin si interrompe spesso, non si capisce se perché si dimentica il testo, perde di vista il gobbo o fa una pausa per un’ovazione che non arriva.
Il pubblico del “puting” tace, qualcuno fischia, la maggioranza resta indifferente a tutto, anche ai fucili che gli vengono puntati addosso dai cecchini presidenziali appostati sotto il tetto.
(da La Stampa)
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Marzo 19th, 2022 Riccardo Fucile
FIGLIO DI UNA SPIA RUSSA, AMMIRATORE DELLE SS
Chi c’è dietro l’ideologia putiniana? Chi orienta le narrazioni storiche, finanche i riferimenti religiosi dello Zar del Cremlino? Questa persona esiste. Il suo nome è Aleksandr Dugin, ll “Rasputin di Putin”.
Ritratto dell’ideologo di Stato
A tratteggiarlo, su Haaretz, è Amit Varshizky, scrittore e storico che al mondo di Putin ha dedicato ricerche e pubblicazioni tra le più documentate oggi in circolazione.
Scrive il professor Varshizky: “Le agenzie di intelligence e spionaggio di tutto il mondo, i leader degli stati, i diplomatici, i commentatori politici e i giornalisti stanno tutti cercando di capire le intenzioni del presidente russo Vladimir Putin e di comprendere lo scopo dell’invasione russa dell’Ucraina. Ma chiunque voglia veramente capire la visione del mondo di Putin e la visione geopolitica che sta alla base delle sue mosse politiche e militari degli ultimi anni, compresa la campagna d’Ucraina, farebbe meglio ad ascoltare le parole di una persona: Aleksandr Dugin.
Soprannominato “il Rasputin di Putin” dai media occidentali, Dugin è oggi il filosofo politico più influente in Russia. È considerato la forza trainante dell’ideologia russa post-sovietica nel XXI secolo e le sue idee sono strumentali nel plasmare l’approccio dell’élite al potere a Mosca.
In Russia è ampiamente considerato il capostipite della “primavera russa” e in Occidente si pensa che abbia un’influenza quasi magica sul Cremlino. Come tale, è l’unico intellettuale il cui ingresso negli Stati Uniti e in Canada è stato vietato a causa del suo coinvolgimento nella crisi ucraina del 2014
Dugin è nato a Mosca nel 1962; suo padre ha servito come colonnello nell’intelligence militare sovietica. Fin da giovane si interessò alle dottrine mistiche, allo spiritualismo e al radicalismo politico. Era membro di associazioni clandestine che si opponevano al dominio sovietico e fondevano idee mistiche con dottrine ultranazionaliste e fasciste.
In questo periodo tradusse anche in russo alcuni degli scritti di Julius Evola, un filosofo ed esoterista italiano che esercitò una grande influenza sui pensatori fascisti e nazisti negli anni venti e trenta.
La critica di Evola al modernismo, e in particolare la sua feroce opposizione all’ordine liberale, all’ethos del progresso e ai valori di libertà e uguaglianza, sarebbe diventata col tempo un fondamento della visione del mondo di Dugin.
Durante questo periodo dissidente, espresse anche la sua ammirazione per le SS adottando per sé un alter ego chiamato Hans Sievers, ispirato alla figura del criminale di guerra Wolfram Sievers, che era il segretario generale dell’Ahnenerbe, un istituto di ricerca nazista che Heinrich Himmler istituì a metà degli anni ’30.
Fondatore del Partito Nazionale Bolscevico
Negli anni ’90, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, Dugin (che ormai aveva conseguito due dottorati, uno in sociologia, l’altro in scienze politiche) fu coinvolto in varie iniziative politiche. Tra gli altri compiti, era un consigliere speciale del Cremlino ed era uno dei fondatori del Partito Nazionale Bolscevico, un gruppo di estrema destra la cui piattaforma fondeva principi bolscevichi e fascisti e chiedeva la creazione di un nuovo impero russo che si sarebbe esteso da Vladivostok a Gibilterra.
Nel 1997, Dugin ha pubblicato “Fondamenti di Geopolitica”, che è diventato un libro di testo chiave per gli studenti dell’Accademia dello Stato Maggiore dell’esercito russo ed è stato visto da alcuni osservatori occidentali come “la versione russa del Destino Manifesto”.
Nel 2001, ha fondato il Partito Eurasia, che si oppone alla globalizzazione e a tutto ciò che essa implica, e ha chiesto la formazione di un blocco anti-americano basato su un’alleanza strategica tra la Russia, gli stati balcanici e il mondo musulmano, in particolare l’Iran.
Dugin ha stretti legami con le élite politiche, economiche e militari della Russia. Ha servito come consigliere di Sergey Yevgenyevich Naryshkin, un ex vice premier e presidente della Duma, che oggi è a capo dei servizi segreti esteri russi.
Dugin è anche molto vicino a Sergei Glazyev, un alto membro della Duma che è stato consigliere economico di Putin. È anche un collaboratore regolare del sito web di ultradestra pubblicato da Konstantin Malofeev, che è considerato un confidente di Putin e ha connessioni con i servizi statali russi e gli organi di intelligence.
Nel corso degli anni, Dugin ha anche coltivato ampi legami con figure governative in Asia e in Europa, acquisendo nel processo uno status speciale, anche se non ufficiale, come mediatore per il Cremlino.
Nel 2014, durante la rivoluzione in Ucraina e l’estromissione del presidente filorusso Viktor Yanukovych, Dugin ha lavorato industriosamente per assistere i separatisti russi ed è stato apertamente critico nei confronti di Putin per non aver invaso l’Ucraina. “La rinascita russa può fermarsi solo a Kiev”, ha dichiarato all’epoca. A seguito di un sanguinoso scontro a Odessa tra ucraini filorussi e filo-occidentali, Dugin disse in un’intervista: “Uccideteli! Uccideteli! Uccideteli!”.
Le sue osservazioni sono state interpretate come un appello al massacro di massa e hanno suscitato una protesta pubblica che ha portato al suo licenziamento dal suo posto di capo del dipartimento di sociologia delle relazioni internazionali all’Università Statale di Mosca.
Le sue idee risuonano ai più alti livelli. Durante l’annessione della Crimea, quella stessa primavera, Putin, parlando alla televisione di stato, fece ripetutamente uso del termine “Novorossiya” (Nuova Russia), che era stato coniato da Dugin nello spirito della terminologia imperialista durante l’era zarista.
Tuttavia, le idee radicali di Dugin non finiscono con le ambizioni imperialiste e le dichiarazioni sulla necessità di ripristinare la “Grande Russia”; egli pretende di proporre un’alternativa culturale, spirituale e morale all’ordine liberale dell’Occidente moderno.
Il suo atteggiamento nei confronti della crisi del liberalismo in Occidente è che si tratta di una questione filosofica, una “crisi metafisica”, nelle sue parole, e il suo progetto intellettuale equivale a un tentativo di forgiare una nuova affinità tra l’era postmoderna e la tradizione.
L’uso della religione
Non attinge solo a considerazioni politiche ma anche ad argomenti filosofici, storici, antropologici e geopolitici, che espone nelle decine di libri che ha pubblicato. Le sue dichiarazioni politiche sono regolarmente condite da una terminologia liturgica e quasi apocalittica, che ha origine nel mondo ortodosso-cristiano-mistico a cui è affezionato. Nei suoi scritti e nelle sue conferenze, Dugin descrive la lotta con l’Occidente come uno scontro tra due civiltà che rappresentano diverse percezioni della verità – diverse idee di umanità – e sposano sistemi di valori reciprocamente contraddittori.
Dal suo punto di vista, la campagna contro l’Occidente non dovrebbe essere vista come una lotta politica nel senso usuale del termine, ma come una battaglia spirituale ed esistenziale per l’anima russa.
Le persone che hanno familiarità con gli scritti dei teorici fascisti e nazional-socialisti del primo quarto del XX secolo identificheranno facilmente le fonti di ispirazione che alimentano il suo pensiero e capiranno perché ci sono alcuni che lo considerano il filosofo più pericoloso del mondo.
Quarta teoria politica
Qual è dunque la dottrina della persona che ha sollecitato una conquista russa dell’Ucraina negli ultimi 20 anni? Dugin si definisce un pluralista anti-globalista e usa spesso il termine “pluversalismo” come alternativa all’”universalismo”, un termine che ha preso in prestito dal giurista nazi-tedesco Carl Schmitt.
Le nazioni, sostiene Dugin, sono entità storiche e organiche: Hanno tradizioni, valori e concezioni distintive del mondo che emergono organicamente nel corso della loro storia. La cultura di una nazione non dovrebbe essere giudicata con i criteri di una cultura diversa, sostiene, e uno stato non deve imporre i suoi valori ad un altro stato. Da qui la sua obiezione al globalismo culturale, politico ed economico guidato dagli Stati Uniti e, come tale, all’occidentalizzazione dell’Ucraina.
La globalizzazione, sostiene, è solo una copertura per l’imperialismo americano, che lui definisce “imperialismo spirituale”, il cui obiettivo è quello di subordinare il mondo intero al sistema di valori liberale e allo stile di vita americano. Quando Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti, Dugin ha dichiarato che è stato il giorno più felice della sua vita: Finalmente un presidente isolazionista era alla Casa Bianca, qualcuno che era contro gli accordi commerciali internazionali e voleva smantellare la Nato.
Ma la dottrina di Dugin, come abbiamo visto, non si limita agli interessi politici o economici. Egli pretende di esporre una rivoluzione concettuale, una visione olistica del mondo che ha implicazioni per tutte le sfere della vita sociale e radica gli assunti di base sulle questioni esistenziali, metafisiche e morali.
La civiltà occidentale, sostiene, è in uno stato di declino e disintegrazione. La ragione: è basata su false fondamenta filosofiche, una visione del mondo spuria la cui genesi risiede nel modernismo, che lui definisce un “errore catastrofico”. Le prove del collasso interno dell’Occidente sono ovunque: dal radicamento del relativismo morale, la politica dell’identità e la correttezza politica, all’aumento dell’individualismo rapace e l’indebolimento della solidarietà sociale, aggravato dall’abbandono della tradizione, della religione e dalla santificazione dell’utilitarismo materiale.
Ma la verità è che il globalismo economico non è altro che un assalto del mondo liberale alle civiltà non occidentali, un tentativo di cancellare le loro culture singolari e i loro valori tradizionali e di subordinarli all’idea di un mondo unipolare governato dagli Stati Uniti.
Il modernismo, sostiene Dugin, non è un periodo storico. È un paradigma di pensiero, un’epistemologia che si basa sull’idea che nulla è sacro, tutto è materiale
Le ancore tradizionali che in passato fornivano accesso al metafisico, al sublime e al sacro sono state sradicate e dimenticate. L’individuo rimane così solitario e alienato, privato di un’esperienza interiore formativa, privo di coscienza storica e disconnesso dall’ambiente sociale.
Le libertà individuali e i diritti umani e civili, che sono presentati come verità universali, sono solo astrazioni artificiali, strumenti ideologici che servono ai gruppi di potere per gettare fumo negli occhi delle masse e preservare il loro dominio economico e politico.
Valori come l’universalismo, l’oggettivismo e il positivismo sono una copertura per un apparato dittatoriale destinato a costruire una coscienza liberale.
In risposta a tutto questo, Dugin propone una nuova teoria politica, una che metta al centro i principi di giustizia sociale, sovranità nazionale e valori tradizionali, e che agisca come un ponte tra il nuovo e il vecchio, tra la ragione e la fede.
Nel 2009, ha pubblicato un trattato, “La quarta teoria politica”, che propone un’alternativa ai tre grandi paradigmi politici della teoria modernista: liberalismo, comunismo e fascismo. Il comunismo, sostiene, ha fallito a causa del suo approccio materialista alla storia, la sua ossessione per le strutture di classe, il suo atteggiamento eretico verso la religione e l’aspettativa errata di un progresso unidirezionale. Il fascismo era destinato al fallimento perché basato sulla supremazia razziale e sul culto dello Stato. Il liberalismo, che poneva l’individuo al centro della vita economica e politica, lasciava le persone deboli e scollegate e minava la società.
La quarta teoria politica propone un percorso che non è stato ancora provato. Invece della classe, dello stato e della razza, o dell’individuo, pone un fondamento diverso per l’idea politica: il concetto di Dasein, la parola tedesca che significa “essere lì” o “essere nel mondo”, che ha origine con il più grande filosofo tedesco del XX secolo, e senza dubbio il più controverso di essi: Martin Heidegger.
Dugin ha scritto 14 volumi su Heidegger – i cui legami con il partito nazista continuano ad offuscare la sua eredità – e vede la sua filosofia come una chiave per superare il modernismo e il mondo materialista che rappresenta.
Secondo lui, questo è il modo per scoprire il nucleo interno e autentico dello spirito russo, che è l’ultimo “altro” dell’Occidente. Come scrive, “Padroneggiare Heidegger è il principale compito strategico del popolo russo e della società russa a breve termine, la chiave del domani russo”.
Dugin applicherebbe le categorie del pensiero heideggeriano al pensiero e al linguaggio russo, e quindi rinnoverebbe l’affinità collettiva dei russi alla radice della loro esistenza: il nucleo interiore primordiale che ha generato il “russismo”, che è stato dimenticato nell’era moderna.
Dugin si oppone al liberalismo, al fascismo e al comunismo perché le tre ideologie sono prodotti salienti del modernismo e si basano sullo stesso paradigma concettuale: credere nel progresso, nello sviluppo, nella crescita lineare, nell’evoluzione, nel miglioramento costante della società, nella modernizzazione.
Di conseguenza, il mito moderno del progresso deve essere soppiantato dal mito premoderno e astorico dell’eterno ritorno.
Quei legami con la Germania pre nazista
Il modello filosofico proposto da Dugin è un tipo di rivoluzionario conservatore che assomiglia alla corrente filosofica che sorse in Germania nel periodo tra le due guerre. Offuscava le distinzioni convenzionali tra destra e sinistra, fondeva elementi progressisti e reazionari, razionali e mistici, e coltivava idee che in seguito trovarono posto nell’ideologia nazionalsocialista.
Secondo Dugin, il rivoluzionarismo conservatore non aspira a rallentare la corsa della storia, come farebbero i conservatori liberali, o a tornare al passato, come i conservatori tradizionali. Il suo scopo, piuttosto, è quello di “estrarre dalla struttura del mondo le radici del male, abolire il tempo come qualità distruttiva della realtà, e così facendo realizzare una sorta di intenzione segreta, parallela e non evidente della Divinità stessa”.
Conoscere il nemico
Due settimane dopo l’invasione russa dell’Ucraina, Dugin ha dichiarato che la guerra (o l’”operazione”, come si è rapidamente corretto, nello spirito della terminologia dettata dal Cremlino) annuncia la fine dell’idea del mondo unipolare che è governato da una sola civiltà. Gli eventi riflettono quindi uno scontro di civiltà: “modernismo contro tradizione, materialismo contro decenza e potenza militare”.
Questa lotta non riguarda la religione, la razza o il nazionalismo, è una lotta geopolitica: “Senza l’Ucraina, la Russia non sarà mai un impero, con l’Ucraina sarà un impero”.
Dalla caduta dell’Unione Sovietica, dice Dugin, la Russia ha cercato di integrarsi nella visione globale ma ha fallito, perché quella visione non è compatibile con la sua vera essenza. La campagna in Ucraina significa quindi una nuova era
Dugin è popolare tra ampi circoli dell’intellighenzia nel mondo non occidentale e risuona anche tra la destra profonda in Occidente, così come tra i gruppi rivoluzionari di sinistra. Tutti coloro che credono nell’importanza dei valori di libertà e democrazia farebbero bene ad ascoltare attentamente ciò che ha da dire.
Il sentimento di repulsione che molti in Occidente condividono – per quanto riguarda la rapacità aziendale, le disparità economiche nella società e la disuguaglianza nella distribuzione delle risorse globali, la distruzione dell’ambiente da parte del consumismo rampante ed edonistico, la sottomissione della vita intellettuale e culturale ad un’economia di mercato iper-capitalista, e tutta una serie di altri mali neoliberali – deve servire come luce di avvertimento e suscitare una vera apprensione per il futuro dell’Occidente liberale.
Perché non è stato molto tempo fa che l’opposizione al liberalismo ha generato potenti reazioni ideologiche la cui attuazione politica ha comportato uccisioni e distruzioni su una scala senza precedenti.
Il filosofo ebreo-tedesco Ernst Cassirer scrisse dopo la Seconda Guerra Mondiale: “Per combattere un nemico devi conoscerlo. Questo è uno dei primi principi di una buona strategia. Conoscerlo non significa solo conoscere i suoi difetti e le sue debolezze; significa conoscere la sua forza. Tutti noi siamo stati soggetti a sottovalutare questa forza. Quando abbiamo sentito parlare per la prima volta dei miti politici li abbiamo trovati così assurdi e incongrui, così fantastici e ridicoli che difficilmente potevamo essere convinti a prenderli sul serio. Ormai è diventato chiaro a tutti noi che questo è stato un grande errore. Non dovremmo commettere lo stesso errore una seconda volta. Dovremmo studiare attentamente l’origine, la struttura, i metodi e le tecniche dei miti politici. Dovremmo vedere l’avversario faccia a faccia per sapere come combatterlo”, conclude lo storico.
Una chiosa finale assolutamente condivisibile.
(da Globalist)
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Marzo 19th, 2022 Riccardo Fucile
ALLA FINE LA LEGA PARE VOTERÀ SÌ AL DECRETO, MA I MALUMORI DEI FILORUSSI DEL CARROCCIO IN PARLAMENTO AUMENTANO
Nella Lega si moltiplicano i malumori sull’invio di armi italiane all’Ucraina, ora che il
decreto è in arrivo al Senato. Il primo a parlare di «difficoltà» nel votare il provvedimento, appena licenziato dalla Camera col sostegno del Carroccio, è Matteo Salvini, che intervistato ieri da Bruno Vespa alla fiera di Verona si è detto convinto che «la soluzione non sia mandare armi».
L’ex ministro dell’Interno, ormai formato pacifista dopo gli anni passati a celebrare Putin, si dice «preoccupato dalla voglia di guerra di qualcuno».
Riferito non al Cremlino, ma ai colleghi di maggioranza che sostengono gli aiuti alla resistenza di Kiev.
Non è l’unico nella Lega a pensarla così. Anche Simone Pillon è dubbioso, ammette: «Concordo con Salvini. Forse più che inviare armi a una delle parti in guerra dovremmo accreditarci con entrambe per negoziare la pace. Il voto? Leggerò con attenzione il decreto e poi deciderò parlandone col capogruppo ».
Dall’entourage di Salvini spiegano che la linea non è cambiata. Che insomma alla fine, nonostante le «difficoltà», voterà sì.
Il deputato Vito Comencini del resto si è detto pronto a partire alla volta del Donbass. Un collega di scranno, Alex Bazzaro, ha contestato perfino le sanzioni economiche alla Russia.
Non è un caso che nel voto di giovedì a Montecitorio il gruppo della Lega sia stato quello con più assenti: 37, oltre il 40% dei deputati. A riprova dei contorcimenti che agitano il sottobosco leghista, ieri il governatore del Veneto, Luca Zaia, pur condannando l’aggressione russa, ha attaccato Biden per avere definito Putin un criminale di guerra. Parole bollate come «non concilianti e inopportune».
(da agenzie)
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Marzo 19th, 2022 Riccardo Fucile
“STA STRUMENTALIZZANDO IL VANGELO. LE VITTIME INNOCENTI NON POSSONO ESSERE GIUSTIFICATE CON PAROLE EVANGELICHE CHE DICONO L’OPPOSTO” … “LA RETORICA RELIGIOSA DEL POTERE E DELLA VIOLENZA È BLASFEMA”
Dopo gli esorcismi fatti da un gruppo di sacerdoti in Ucraina nel tentativo di liberare dal Male il presidente russo Vladimir Putin, adesso arriva anche l’anatema da parte di uno dei più noti teologi: il vescovo di Chieti, monsignor Bruno Forte. Commentando la scelta di Putin di citare nel discorso alla nazione fatto allo stadio di Mosca un passo del Vangelo di Giovanni («Non c’e’ amore piu’ grande di dare la propria vita per i propri amici») a giustificazione della guerra in corso, Forte ha spiegato che si tratta «di un atto sacrilego», una «bestemmia». Una terribile offesa a Dio.
Per l’arcivescovo «il presidente russo è evidente che non riesce piu’ a trovare argomenti per giustificare questa follia, una aggressione ingiustificata e totalmente immorale».
Poi riferisce – in una intervista all’Ansa – di una evidente strumentalizzazione del Vangelo finalizzata ad una auto-giustificazione. Le vittime innocenti che stanno morendo per colpa di questa aggressione non possono essere giustificate con parole evangeliche che dicono l’opposto, l’amore per gli altri e l’amore perfino per i nemici».
Un altra condanna arriva da padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e spin doctor di Papa Francesco: «La politica non deve usurpare il linguaggio di Gesu’ per giustificare l’odio. La retorica religiosa del potere e della violenza e’ blasfema». Proprio oggi Papa Francesco ha confermato di avere invitato tutti i vescovi del mondo a unirsi nella preghiera per la pace e la consacrazione della Russia e dell’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria, secondo la profezia della Madonna di Fatima.
La celebrazione è prevista per le ore 17 di venerdì 25 marzo, Festa dell’Annunciazione, nella Basilica di San Pietro. Lo stesso atto, lo stesso giorno, sarà compiuto da tutti i vescovi del mondo e dal cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, al santuario portoghese di Fatima come inviato del Papa.
La guerra resta un terreno complicato per il Vaticano. Il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, ha raccontato a Vida Nueva, il settimanale spagnolo, di essere rimasto di stucco davanti a questa escalation visto che aveva avuto rassicurazioni di altro genere da parte delle autorità russe.
«Ho vissuto l’inizio della guerra in Ucraina con una certa sorpresa e, allo stesso tempo, con profonda tristezza. Ero a conoscenza delle richieste della Federazione Russa in merito alla sicurezza della regione, ma speravo che rispettassero le promesse, ripetute più volte, anche dai più alti livelli, che non avrebbero invaso l’Ucraina.
Speravo anche che gli intensi contatti diplomatici che vari leader occidentali avevano mantenuto fino a quel momento con il Cremlino potessero produrre un risultato positivo. Allo stesso modo, confidavo nelle dichiarazioni della parte russa secondo cui intendeva non agire in contrasto con le disposizioni degli accordi di Minsk. Successivamente ho pensato che l’invio di truppe russe sarebbe stato limitato ai territori sotto il controllo dei separatisti nel Donbass, e non oltre. In conclusione sì, temevo che la situazione potesse peggiorare, ma non mi aspettavo che raggiungesse le proporzioni attuali. La speranza e il desiderio che ciò che stiamo vivendo oggi non si realizzasse era decisamente più grande di ogni altra paura».
Di fronte ad una aggressione di questo genere, aggiunge il cardinale, vi è sempre «il diritto a difendere la propria vita, il proprio popolo e il proprio Paese». Giustifica moralmente gli aiuti che gli altri paesi europei stanno inviando a Kyev contro l’invasione russa? «L’uso delle armi – ha risposto – non è mai qualcosa di desiderabile, perché comporta sempre un rischio molto alto di togliere la vita alle persone o causare lesioni gravi e terribili danni materiali. Tuttavia – prosegue – il diritto a difendere la propria vita, il proprio popolo e il proprio Paese comporta talvolta anche il triste ricorso alle armi. Allo stesso tempo – afferma ancora Parolin – entrambe le parti devono astenersi dall’uso di armi proibite e rispettare pienamente il diritto umanitario internazionale per proteggere i civili e le persone fuori dal combattimento. D’altra parte, sebbene gli aiuti militari all’Ucraina possano essere comprensibili, la ricerca di una soluzione negoziata».
(da Il Messaggero)
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Marzo 19th, 2022 Riccardo Fucile
ATLETICA, MAHUCHIKH ORO PER L’UCRAINA DOPO UN VIAGGIO IN MEZZO ALLA GUERRA PER RAGGIUNGERE BELGRADO
Gli occhi blu truccati di giallo e le unghie gialle e blu.. 
Yaroslava Mahuchikh porta la bandiera sulle palpebre, sulle dita, sulla divisa e la sventola dopo l’oro del salto in alto preso ai Mondiali indoor. In volo oltre la guerra: «Questa medaglia va ai soldati che lottano per la nostra indipendenza».
Era a casa sua, a Dnipro, il giorno in cui i russi hanno invaso l’Ucraina «e quello è stato il buio, il black out. Mi sono svegliata con due esplosioni. Ho chiamato i genitori, l’allenatore, gli amici e poi è niente… solo attesa e paura».
Niente più allenamenti, nemmeno pensieri sulle competizioni, fino a che la federazione le ha detto che potevano farla partire per questo Mondiale e lei ci ha pensato giusto un attimo poi ha detto sì «voglio rappresentare la mia gente sotto assedio. Fare del mio meglio per il mio Paese».
A Belgrado ha vinto a 2,02, una misura che non credeva di avere nelle gambe e che ha superato con la volontà.
Campionessa del mondo nonostante tutto: i pensieri da domare, la paura, il viaggio durato tre giorni in mezzo alle bombe. Bronzo olimpico a Tokyo, era la favorita prima della guerra ma era anche impossibile sapere in che condizioni sarebbe arrivata qui.
Ora andrà in Germania, «tornare a casa adesso è impossibile ma io sarò presto in Ucraina, un’Ucraina libera».
(da agenzie)
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