Marzo 13th, 2022 Riccardo Fucile
DAL NEW YORK TIMES AL REPORTAGE SUI PROFUGHI
Qualche giorno fa era andata molto bene a una troupe britannica di Sky News, salvata dal giubbotto anti proiettile; ma nella follia della guerra la buona sorte non dura per sempre: un giornalista americano, il video e film maker Brent Renaud, 51 anni, è stato ucciso mentre cercava di testimoniare l’orrore dei corridoi umanitari violati, delle vite che sfilano con i bimbi per mano e il terrore negli occhi mentre cercano di lasciare Irpin, il paese alle porte di Kiev su cui da giorni i russi fanno piovere piombo e correre sangue.
Il tentativo di aggirare la capitale ucraina passa da lì, e Brent lo sapeva bene: come altre centinaia di giornalisti, fotografi e video maker aveva varcato i ponti per provare a raccontare quanto sia orribile “l’operazione speciale” che sta martoriando un popolo. Non c’è nulla di più pericoloso che essere lì, oggi, ma Brent non era uno che si tira indietro di fronte al pericolo, quando serve a mostrare al mondo cosa ci sia dietro e dentro le parole
Insieme al fratello Craig, Brent Renaud aveva vinto decine di premi per i film e i programmi realizzati ovunque i civili paghino il conto, nel mondo, di guerre dichiarate e di scelte scellerate: in Iraq e in Afghanistan, in Libia e in Egitto, nel terremoto di Haiti, nelle violenze terrificanti in Messico…
Ha vinto un Peabody, due Columbia DuPont, due Overseas Press Club, un Edward R. Murrow e un IDA, senza contare un’infinità di nominations e gli applausi del pubblico e della critica.
I suoi lavori restano, lui non più. Lo hanno colpito al collo, mentre fuggiva a un’imboscata subito dopo aver passato un check point diretto verso il cuore di Irpin. Di quello che resta, di Irpin: la gente nei rifugi, la fame e la sete, il terrore a mettere un piede fuori ma la consapevolezza che non si può restare oltre. Eppure “l’operazione speciale” di Mosca non riesce nemmeno a rispettare quel briciolo di umanità. Si spara, si bombarda, si colpisce.
Brent non era solo, su quell’auto. Gli altri se la sono cavata, il suo collega Juan Arredondo è stato ricoverato in ospedale, ferito ma vivo: “Avevamo passato un ponte a Irpin, volevamo filmare la fuga dei rifugiati, abbiamo trovato un’auto che si è offerta di portarci al secondo ponte, abbiamo passato un check point e poi hanno iniziato a sparare all’auto. Siamo scesi, lui era dietro di me, è stato colpito al collo, ci siamo divisi, è rimasto a terra”, ha detto a una collega che ha raccolto la sua testimonianza in ospedale.
La morsa che si stringe intorno a Kiev – per cingerla d’assedio come i russi hanno fatto con Kharkiv, Kerson e Mariupol – è una presa mortale, un incubo che l’esercito ucraino e le forze territoriali tentano di scongiurare con ogni mezzo.
Sulla linea di attrito, i civili languono e muoiono. E muoiono anche i giornalisti che raccontano questa infamia. Brent, che in passato aveva lavorato anche per il New York Times, aveva al collo una press card del quotidiano americano: era una chiave con cui aprire porte, ma non era a Kiev su incarico del Times, che spiega in un comunicato: “Aveva un nostro vecchio badge, ma non era lì per noi. Siamo addolorati”.
(da La Repubblica)
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Marzo 13th, 2022 Riccardo Fucile
SMANTELLAMENTO DELLO STATO UNITARIO E CREAZIONI DI PSEUDO REPUBBLICHE AUTONOME FEDERATE CON LA RUSSIA
Se non troverà un Lukashenko ucraino o, visto che allo Zar piace tanto rivedere la storia,
un Petain a Kiev, ecco allora pronto il Piano B: protettorati russi in Ucraina.
Detto in altri termini: se non riuscirà con la brutale forza delle armi a tenere unito sotto l’egida russa lo Stato d’Ucraina, Vladimir Putin potrebbe virare verso lo smantellamento di quello Stato unitario, con la creazione di pseudo repubbliche “indipendenti” che, in “autonomia” chiederanno di federarsi con la Russia.
Una conferma viene da Viktor Zelensky. Il presidente ucraino è tornato a parlare nella notte, un avvertimento e un appello in cui ha dichiarato che la realtà è che la Russia sta cercando di creare nuove “pseudo-repubbliche” in Ucraina per spezzare il Paese. Poi la richiesta alle regioni dell’Ucraina, compresa Kherson, che è stata catturata dalle forze russe, affinché non ripetano l’esperienza di Donetsk e Luhansk.
“Gli occupanti sul territorio della regione di Kherson stanno cercando di ripetere la triste esperienza della formazione di pseudo-repubbliche”, ha detto. “Stanno ricattando i leader locali, mettendo pressione sui deputati, cercando qualcuno da corrompere”, ha aggiunto. “Gli invasori russi non possono conquistarci. Non hanno abbastanza forza, non hanno abbastanza spirito. Stanno solo contando sulla violenza, solo sul terrore. Solo sulle armi, che hanno in abbondanza”.
“Ma gli invasori non sono portati per una vita normale. E la gente può sentirsi felice e sognare. Ma sono biologicamente incapaci di rendere la vita normale. Ovunque la Russia sia andata in terra straniera, i sogni sono impossibili”, ha detto Zelensky, tornando a sollecitare gli “alleati e amici all’estero a continuare a fare di più per il nostro Paese, per gli ucraini e l’Ucraina, perché non è solo per l’Ucraina ma per tutta l’Europa”.
La Lituania sarà il prossimo Paese che il presidente russo Vladimir Putin tenterà di conquistare se dovesse “vincere” la guerra in Ucraina. Lo ha annunciato Oleksiy Danilov, segretario del Consiglio nazionale per la sicurezza e la difesa dell’Ucraina, citato dai media locali. “La Federazione Russa non si fermerà. Hanno il prossimo obiettivo: se vinceranno sul nostro territorio, il prossimo Paese che Putin vorrà conquistare sarà la Lituania”, ha detto Danilov.
( da Globalist)
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Marzo 13th, 2022 Riccardo Fucile
VITO (FORZA ITALIA): ”COMENCINI VERGOGNATI”… IN ITALIA SI PERMETTE CHE UN PARLAMENTARE SOLIDARIZZI CON UN CRIMINALE
Salvini va a fare sceneggiate al confine tra Polonia e Ucraina ma tutte le ambiguità dei rapporti tra la Lega e Putin, tra le Lega e i vari politici russi putiniani restano.
La Lega non ha partecipato alla manifestazione di Firenze #CitiesWithUkraine ma il leghista Comencini, membro della Comm.Esteri, che non ha votato la risoluzione per gli aiuti all’Ucraina va in Russia a giustificare l’invasione del Donbass.Il leghista Vito Comencini, arrivato a San Pietroburgo “da un paio di giorni”.
“I voli europei non ci sono più, sono atterrato in Finlandia, poi con un van sono arrivato qui”, dice il deputato veronese, sposato con Natalia cittadina russa, originaria della ex capitale imperiale, affacciata sul Baltico.
Ora Comencini vorrebbe andare in Donbass “o almeno a Rostov, per dare la mia solidarietà e l’aiuto a quelle persone”, dice con riferimento alle popolazioni della zona contesa.
Comencini, oltre a essere un po’ di casa in Russia, è uno dei tre deputati della Lega che, alla Camera, ha votato contro la parte della risoluzione del governo che riguardava l’invio di armamenti all’Ucraina, lo scorso 3 marzo.
Oggi, dopo 17 giorni di guerra, dopo l’estensione del conflitto, non cambia idea: “Il mio voto – spiega – lo confermo, oggi a maggior ragione, visto anche l’effetto boomerang che sta arrivando dalle sanzioni economiche, che saranno, come ormai appare chiaro, più pesanti di quanto si pensasse”.
“Sento il clima che si respira in Russia, ho parlato con alcuni amici, c’è davvero una visione diversa da quella dell’Occidente, qui sono convinti che i civili ucraini sono utilizzati come scudi umani, i russi spesso non entrano nelle città non tanto per la resistenza locale, ma proprio perché le persone sono tenute come ostaggi “Qui il tema delle forze armate ucraine, con una importante componente di elementi neonazisti è molto sentito dalla gente”, avverte.
“Io – dice – proprio ora sono in una delle vie principali di San Pietroburgo, non ho visto alcuna manifestazione contro la guerra, qui vedo russi che fanno shopping, la vita scorre tranquilla, ristoranti aperti“
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2022 Riccardo Fucile
IL PROFILO DALL’ANALISI DEI FLUSSI SOCIAL
Sono pochi rispetto alla maggioranza, ma – come spesso accade in queste occasioni – i
loro gridi social (a distanza) provano a coprire il rumore fragoroso delle esplosioni in Ucraina.
Sono gli italiani pro-Putin, quelli che utilizzano i social per condividere mera disinformazione, facendo sponda solo ed esclusivamente a quel che viene raccontato dal Cremlino.
Nonostante le immagini, nonostante le storie di chi è lì in quel Paese invaso e travolto da una guerra per la volontà di un solo uomo (contestato anche in patria per queste decisioni, anche se è solito silenziare le proteste con gli arresti). Tentano di etichettare come “bufala” qualsiasi racconto tragico provenga da Kyiv, Kharkiv, Mariupol, Odessa e da tante altre città parlando di messinscene. Lo fanno dando libertà alle loro dita su una tastiera per propinare al prossimo fake news (e teorie della cospirazione) per dimostrare che quella guerra sia una fake news. Incappando sempre negli stessi errori.
Analizzando quel che è accaduto e sta accadendo in rete (sui vari social) fin dall’alba di giovedì 24 febbraio – giorno dell’inizio dell’offensiva militare russa in Ucraina, con tanto di attacchi missilistici che non si sono mai fermati – abbiamo provato a tracciare un profilo (non un identikit) per immortalare quali sono le tendenze ideologiche di quegli utenti italiani pro Putin.
Quelli che condividono solo ed esclusivamente la narrazione che proviene dal Cremlino e dai media finanziati dallo Stato russo che, oramai, sono ridotti a un ruolo da megafono di questa propaganda. Facciamo riferimento, per essere piuttosto chiari, a tutti quei media che continuano a non utilizzare la parola “guerra”, limitandosi a ripetere a pappagallo la “lezioncina” sulla cosiddetta “operazione speciale”, come disse Vladimir Putin fin dall’inizio.
Non faremo nomi e cognomi, ma ci limiteremo a fornire alcuni dettagli che emergono dalle varie argomentazioni presenti sui social (in particolare Facebook, Twitter e Telegram). Un dato che non è passato inosservato è quello che riguarda la stretta correlazione tra gli italiani pro Putin e gli italiani no vax. Sulla famosa applicazione di messaggistica istantanea creata da Pavel Durov, infatti, emerge una stretta correlazione tra chi è stato protagonista della propaganda anti-vaccinista e chi ha deciso di affidarsi solamente alla narrazione russa di questa guerra in Ucraina. E proprio lì, nei gruppi e i canali che hanno fatto disinformazione attorno a tutto ciò che riguardava e riguarda la pandemia da Covid, che arrivano fantasiose versioni di una realtà distopica (e falsa).
Ne abbiamo trovato testimonianza (non faremo i nomi dei canali per evitare di facilitarne la diffusione) in diversi casi. Il più recente (facendo sponda su quel tweet dell‘Ambasciata russa in UK, ma anche su quella in Italia) riguarda l’attacco all’ospedale di Mariupol: prima è stata messa in circolo la bufala del nosocomio svuotato e in cui ci sarebbero stati (al momento dell’attacco missilistico) solamente milizie di un fronte neonazista (il battaglione di Azov); la seconda in merito alla presunta “attrice” truccata per simulare gli effetti dell’esplosione in quell’ospedale che, secondo la falsa narrazione russa, era vuoto. Peccato che, come è stato spiegato in tutte le salse, quella donna – Marianna Podgurskaya – fosse realmente incinta e ricoverata nel reparto maternità dell’Ospedale di Mariupol. E, oltretutto, poco dopo l’attacco ha anche dato alla luce una bambina.
E, prima dell’attacco a Mariupol, molti degli utenti iscritti ai canali nati come “no vax” per protestare contro misure restrittive per contenere la curva epidemiologica del virus in Italia (con annesso Green Pass) avevano iniziato a condividere filmati che, secondo le loro intenzioni, dimostrerebbero come in Ucraina non ci sia alcuna guerra e che le immagini mostrate dai media siano solamente delle messinscena. Peccato che, nel tentativo di dimostrare questa realtà parallela, falsa e distopica, su quei canali Telegram e su Twitter la loro fantasia si sia fermata ala condivisione di evidenti video di backstage (già presenti online da anni) di alcuni film e serie televisive.
Insomma, c’è un’evidente correlazione tra chi ha fatto (e fa tuttora) propaganda no vax sui social e gli italiani pro Putin. In tutte le salse: da chi possiede una cartolibreria (esplicitamente dichiarato sui social) e dice che la guerra è una bufala, a sofisti vari della rete che su Twitter esaltano lo Stato libero rappresentato dalla Russia.
E se a questi ultimi – gli stessi che gridano e hanno gridato alla dittatura sanitaria – occorrerebbe un corso accelerato in storia contemporanea (ma anche un viaggio in quelle zone per poi perdere il vizio di fare i leoni da tastiera da un comodo divano del Bel Paese), ci sono anche quelli che agiscono dal punto di vista politico.
Nei giorni scorsi, Bellingcat ha realizzato un suo approfondimento sul cosiddetto “Male State“, un gruppo che produce contenuti di odio online in favore della Russia e fomenta anche gli altri utenti. In Italia, però, non sembra esistere un gruppo così cospicuo che viaggia a ranghi serrati e univoci. Almeno non sulle principali piattaforme social.
Sta di fatto che gli italiani pro Putin si dividono in estremisti.
Ideologicamente estremisti. Troviamo l’estremista di destra che, in realtà, dovrebbe opporsi (proprio per ideale nostalgico) a quella che Putin ha definito “denazificazione” dell’Ucraina.
Poi ci sono gli estremisti di sinistra: coloro i quali stanno dalla parte del Cremlino – riuscendo a non aprire gli occhi neanche davanti alle evidenze – perché assolutamente avversi alla Nato e agli Stati Uniti.
In questo caso – a differenza del precedente legame ideologicamente correlato all’anti-vaccinismo – la sponda degli italiani pro Putin è insospettabilmente variegata e di difficile definizione. Questo fronte eterogeneo, però, è molto ridotto rispetto alla reale percezione della maggior parte degli utenti italiani.
(da NetQuotidiano)
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Marzo 13th, 2022 Riccardo Fucile
“PUTIN E’ UN CRIMINALE“
“Rovesciate Putin, solo così potrete salvarvi”. Anonymous continua la sua cyber-war contro Vladimir Putin. Questa volta, il gruppo di hacker ha deciso di condividere un videomessaggio su Twitter, indirizzato a tutti i cittadini russi e inviato poi tramite SMS sui loro cellulari. Nel video, Anonymous incita il popolo russo a ribellarsi a Putin e li informa sui crimini di guerra commessi dal loro presidente.
“Siete intrappolati dietro una cortina di ferro di propaganda, il vostro governo cerca di impedirvi di essere parte del dibattito internazionale per paura di ciò che potreste scoprire”, dice la voce nel video. “Il regime di Putin ha commesso crimini di guerra con la sua recente invasione dell’Ucraina, che ha causato una massiccia crisi di rifugiati e innumerevoli morti”.
Poi il collettivo spiega che l’unica soluzione contro l’imminente collasso economico e la potenziale guerra mondiale è quella di resistere al regime di Putin: “È una situazione terribile quella in cui siete stati messi, ma la vostra unica opzione per prevenire l’imminente collasso economico e la potenziale guerra mondiale è quella di intraprendere azioni per resistere alla guerra e al regime di Putin. A questo punto, il modo più pacifico in cui questo conflitto potrebbe finire è che il popolo russo si sollevi contro Putin e lo rimuova dal potere”.
Dopo essere riuscito a far trasmettere in diretta sulla tv di Stato le immagini dei bombardamenti in Ucraina, censurate dai pochi media che ancora riescono a lavorare nonostante la legge bavaglio approvata all’unanimità dalla Duma, il collettivo di hacker sta agendo ota direttamente sui cittadini. Come riportato su Open, già da ieri Anonymous aveva iniziato ad inviare milioni di sms per informare le persone su quanto sta accadendo oltre il confine.
(da NetQuotidiano)
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Marzo 13th, 2022 Riccardo Fucile
MA LA RESA E’ LA DROGA DEI TIRANNI ED OGNUNO DOVREBBE STARE ATTENTO A NON SCAMBIARE LA LIBERTA’ ALTRUI CON IL PROPRIO BENESSERE
Il «partito della resa» ha gettato la maschera. È ancora minoritario, ma punta ormai al
bersaglio grosso: portare l’Italia nel campo di Mosca, confermando così l’antico pregiudizio per cui non finiamo mai una guerra dalla parte in cui l’abbiamo cominciata.
Abbandonata l’equidistanza iniziale del «né con Putin, né con la Nato», superata la «neutralità attiva», sta venendo infatti allo scoperto un movimento, per ora più mediatico che altro, di sostegno esplicito al tiranno.
Tenterà di sfruttare l’angoscia e la paura degli italiani per aiutarlo a vincere la guerra in Ucraina. Il successo che finora non ha ottenuto sul campo, a causa della sorprendente resistenza ucraina, Putin può infatti raggiungerlo in un altro modo: se cede il fronte interno dell’Occidente, e si raffredda il sostegno alla causa di Kiev.
Così in marcia con Putin è tornata pure la «vecchia guardia», un’attempata ma intellettualmente dotata pattuglia di nostalgici dell’Urss, per i quali la sua caduta è stata «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo».
L’Economist ha dedicato la copertina alla «stalinizzazione» di Putin: sempre più aggressivo fuori dai confini, sempre più dittatore in patria, dove si rischiano quindici anni di carcere a chiamare «guerra» la guerra.
Magari il paragone è un po’ esagerato, anche se lo stesso Putin l’ha evocato dicendo di voler «denazificare l’Ucraina». Ma di sicuro ha galvanizzato i nostri ex bolscevichi in sonno: per loro la colpa è degli ucraini. E allora basta commuoversi – l’ha detto Luciano Canfora – «con la storia di Irina che perde il bambino, un caso particolare»: ciò che conta è la Storia con la S maiuscola, e quella cammina sui cingoli dei carri armati, e chi più ne ha vincerà.
La «new entry» tra i putinieri di complemento sono invece quelli della «resa umanitaria». Sostengono che arrendersi è un dovere morale (era il titolo di apertura del Riformista di ieri), per risparmiare vite e sofferenze.
È un’altra forma di «spaesamento etico» che nasce a sinistra, solo in apparenza più pacifista della versione neo-stalinista, perché è proprio per averla avuta vinta in Georgia, in Crimea, nel Donbass, in Siria, che Putin si è deciso a fare di nuovo la guerra, e su più larga scala.
La resa è la droga dei tiranni: più ne avranno e più ne vorranno.
L’unico difetto di questa proposta è che i diretti interessati, gli ucraini, non sembrano condividerla. Bisognerebbe insomma costringerli alla resa. Esattamente ciò che sta provando a fare Putin. E così il cerchio si chiude.
Altri cerchi si chiudono invece tra destra e sinistra nel variegato mondo social dell’hashtag #IoStoConPutin. Secondo una ricerca di «Reputation Science», pochi account iniziali hanno alzato un’onda tra tutti coloro che credono a Lavrov quando dice che «questa non è un’invasione», ma non hanno creduto al Covid e alle bare di Bergamo, e prima ancora all’abbattimento delle Twin Towers o allo sbarco sulla Luna.
Accomunati dall’odio per l’establishment, l’Europa e la democrazia, eroici combattenti per la libertà degli italiani dal green pass si battono ora per la schiavitù degli ucraini. Se vince Putin, perdono Draghi, Macron e von der Leyen, e tanto per loro basta. Perfino tra i deputati, ovviamente Cinquestelle, ce n’è qualcuno, come tal Lorenzoni, che non vuole Zelensky in collegamento con Montecitorio «perché l’Ucraina è un Paese schierato in guerra». Al Bano, al confronto, è un gigante.
Citiamo la reazione indignata del cantante italiano più amato in Russia («Come non cambiare idea su Putin con quello che sta facendo?») perché la grande maggioranza degli italiani la pensa come lui e non come i nostri putinieri.
Ma c’è un ma: la guerra alla lunga porterà anche da noi, se non sangue, sudore e lacrime. Già si parla di razionamenti, di austerity, di un grado o due in meno di riscaldamento, di guai grossi per l’industria agroalimentare e per la spesa. E infatti da qualche giorno la parte più «populista» dei media si concentra sulla benzina piuttosto che sull’Ucraina.
Il grande pericolo è che le due spinte, quella politica a favore del tiranno e quella sociale per difendere il nostro tenore di vita già squassato dalla pandemia, si congiungano intorno all’illusione che se la diamo vinta a Putin tutto tornerà come prima. Sbagliato da ogni punto di vista: resteremmo solo dalla parte sbagliata di un’emergenza che non finirebbe certo con la resa dell’Italia.
Ma tocca al nostro governo – insieme a quelli dell’Europa – evitare questo corto circuito, mettendo in campo le idee e le risorse necessarie per aiutare tutti a resistere invece che arrendersi: perché nessuno sia tentato di scambiare la libertà altrui con il proprio benessere.
Antonio Polito
(da il Corriere della Sera)
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Marzo 13th, 2022 Riccardo Fucile
VICEPREMIER DAL NOVEMBRE SCORSO, E’ NATA A LEOPOLI, DUE LAUREE ALL’ISTITUTO MILITARE, E’ STATA IL PIU’ GIOVANE SINDACO DONNA DEL PAESE, E’ ENTRATA IN PARLAMENTO ALLE ELEZIONI DEL 2019
Fino ad un paio di mesi fa presenziava a visite ufficiali in tailleur blu. Ora, da quando i russi hanno invaso l’Ucraina, ogni giorno, in abiti militari si rivolge agli ucraini per dare conto dello stato dei corridoi umanitari. Classe 1979, Iryna Vereschuk è uno dei pochi volti del governo, oltre al presidente Volodymyr Zelensky, che in queste ore appare in pubblico. O quanto meno in video.
Difficile che tradisca particolare emozione. Le sue parole, mentre dà conto delle vittime e dei civili che soffrono a Mariupol, Kiev e nelle altre città sotto assedio, riprendono i messaggi del presidente, chiedendo il sostegno della Nato e accusando Putin di atrocità contro l’umanità.
Vicepremier dal novembre scorso, con incarico da ministro per la reintegrazione dei territori temporaneamente occupati, Vereschuk ha Kiev nel cuore ma è a Leopoli che è nata ed è qui che si è formata e ha trascorso maggior parte della sua vita.
A Lviv, come la chiamano gli ucraini, ha studiato presso l’Istituto Militare del Politecnico, dove si è laureata con una specializzazione in «informazione internazionale». Poi una seconda laurea, in legge questa volta, e un’altra specializzazione in amministrazione statale. In mezzo, il servizio come ufficiale dell’esercito e l’inizio della carriera politica.
Iryna Vereschuk inizia dal basso. Prima come vice capo dell’amministrazione statale regionale di Zhovkva, poi cinque anni alla guida della sua città natale, Rava-Ruska, comune vicino a Leopoli di 9.000 abitanti. A 30 anni, è la più giovane sindaco donna del Paese. Un passo alla volta, a testa bassa, come le hanno insegnato in accademia.
Caschetto biondo sempre in piega e sguardo d’acciaio, Iryna è stata soprannominata la Hillary ucraina. Nelle elezioni del 2019 entra nella Rada, il parlamento ucraino, per lo stesso partito di Zelensky. Lavora nelle commissioni di Difesa e Intelligence ed è qui che prepara il salto in avanti.
Conservatrice, ma con un approccio cosmopolita, Iryna si è sposata in seconde nozze con un ufficiale delle forze speciali ucraine «Alpha». E ora, con il figlio di 17 anni avuto dal primo matrimonio se ne sta in una località segreta. Come il presidente Zelensky, di cui appare una fedelissima. La sua luogotenente
(da il Corriere della Sera)
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Marzo 13th, 2022 Riccardo Fucile
UN CITTADINO È STATA ARRESTATO DOPO ESSERE SCESO IN PIAZZA, DA SOLO, CON UN MANIFESTO CHE RECITAVA “NO ALLA GUERRA”. UN’ALTRA STUDENTESSA È STATA PORTATA VIA DOPO AVER ESPOSTO UN CARTELLO TOTALMENTE BIANCO, IN UNA SCENA ORWELLIANAMENTE SURREALE
Padre Ioann Burdin è uno dei primi russi condannati in base alla nuova legge che
proibisce di «diffondere fake news volte a screditare i militari russi». Essendo la prima incriminazione, non ha rischiato quindici anni di carcere, ma se l’è cavata con una multa di 35 mila rubli, circa 230 euro.
I suoi parrocchiani hanno già raccolto l’importo, una colletta di solidarietà alla quale forse ha partecipato anche il fedele che l’ha denunciato per la sua predica della pace. Padre Ioann dice al Kommersant che erano una dozzina, nella chiesa della Resurrezione del villaggio Karabanovo della regione di Kostroma, quella domenica in cui ha pronunciato un sermone in cui invitava a pregare per la fine della guerra, e l’incolumità degli ucraini.
Un «intervento in pubblico per mezzo di una funzione religiosa», è stato qualificato dalla polizia, e la prossima volta padre Ioann rischia una condanna al carcere, ma non vuole fare il nome del suo delatore: «Forse se ne andrà dalla mia chiesa, ma ricevo decine di messaggi da sconosciuti che mi dicono che il mio gesto li ha rappacificati con la chiesa ortodossa». Mentre a Mosca, Pietroburgo e altre grandi città russe si indossa il lutto per Instagram che sta per spegnersi, e si fa la coda per l’ultimo pranzo da McDonald’s, gli umori della provincia russa restano difficili da mappare.
Il divario tra le capitali da sempre ribelli e le «sterminate distese russe» – un luogo comune di generazioni di cronisti, che nasconde migliaia di chilometri di paesaggi, popolazioni e realtà straordinariamente diverse – è da sempre un cavallo di battaglia della propaganda. È nella provincia che abita «il popolo profondo» inventato dall’ideologo putiniano Vladislav Surkov, quello con il quale il presidente russo manterrebbe un legame quasi mistico, sopra la testa degli intellettuali corrotti delle metropoli.
Sicuramente è lì che abita lo zoccolo duro dell’elettorato putiniano, quelli che il giornalista d’opposizione pietroburghese Aleksandr Nevzorov definisce sprezzantemente dei «cafoni da incubo, che non hanno mai viaggiato da nessuna parte, non si sono mai interessati di nulla, non si sono mai preoccupati di nulla». Il popolo della televisione contro il popolo di Internet, quelli che si bevono la propaganda, e che sarebbero invulnerabili alle sanzioni «perché vivere peggio di quanto vivono è impossibile».
Un’idea della Russia profonda tipica delle capitali, che ritengono «provincia» tutto quell’immenso territorio dell’Europa e dell’Asia che si estende ai lati delle tangenziali di Mosca e Pietroburgo. Un pregiudizio confermato anche dalle campagne organizzate dal partito putiniano Russia Unita, con i bambini delle scuole siberiane o del Volga che scrivono al presidente «grazie per aver difeso dalla Nato il nostro villaggio».
L’eccesso di zelo dei burocrati provinciali ha prodotto diversi flashmob che inneggiano alla Z dipinta sui carri russi che hanno invaso l’Ucraina: il più celebre resta quello dei bambini malati nell’hospice di Kazan. Ma negli ultimi giorni anche da territori mai apparsi sulla mappa della protesta sono giunte sorprese. A Ivanovo, la città tessile dove nacquero i primi Soviet, un coraggioso cittadino è sceso in piazza, da solo, con un manifesto che recitava, testuale, «*** *****», cosa che non ha impedito alla polizia di arrestarlo dopo aver correttamente decrittato gli asterischi come «net voyne», no alla guerra. A Nizhny Novgorod, una studentessa è stata portata via con un cartello totalmente bianco, in una scena orwellianamente surreale.
(da la Stampa)
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Marzo 13th, 2022 Riccardo Fucile
LA IPOTESI RITENUTA PIU’ PROBABILE E’ LA “RABBIA DI ROID”, CIOE’ L’AGGRESSIVITA’ PROVOCATA DA UN TRATTAMENTO CON GLI STEREOIDI PER CURARE UN TUMORE… GLI INDIZI? OLTRE AL SUO “COMPORTAMENTO SEMPRE PIU’ IRREGOLARE”, IL GONFIORE A COLLO E VISO
Secondo fonti dell’intelligence, Vladimir Putin soffrirebbe di un disturbo cerebrale causato da demenza, morbo di Parkinson o da “rabbia di Roid”, cioè l’aggressività che scaturisce dopo il trattamento con gli stereoidi, e che nel caso di Putin gli analisti attribuiscono a una cura per il cancro
Gli specialisti di Five Eyes, alleanza di intelligence tra Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti, ritengono infatti che la decisione di invadere l’Ucraina sia frutto di un problema fisiologico.
La comunità di intelligence sta condividendo un numero crescente di rapporti sul «comportamento sempre più irregolare» del 69enne presidente della Russia, a cui si aggiunge il suo aspetto gonfio e l’assurda distanza che insiste a mantenere quando c’è un visitatore al Cremlino
L’intelligence suggerisce che Putin abbia subito un deterioramento psicologico causato da fattori fisiologici. Secondo le teorie condivise dagli analisti, il presidente soffre di una condizione cerebrale, per esempio il morbo di Parkinson o una forma più generica di demenza, oppure ha il cancro e le cure mediche che sta ricevendo hanno alterato l’equilibrio della sua mente.
L’ultima teoria, ritenuta credibile dall’intelligence britannica, è che il deterioramento mentale sia la conseguenza della cosiddetta “rabbia di roid”, causata dall’uso prolungato di steroidi (per la cura del cancro)
Fonti citano la decisione di Putin di isolarsi fisicamente dagli ospiti come segno di paura di “comorbilità” – cioè ha paura di contrarre altre malattie che potrebbero aumentare il rischio di morte – o dell’uso di farmaci che sopprimono il sistema immunitario, lasciandolo aperto a infezioni.
Inoltre di recente il presidente russo è apparso notevolmente più gonfio intorno al viso e al collo, il che può essere un effetto collaterale degli steroidi, insieme a «cambiamenti di umore e comportamentali».
Un funzionario francese, presente all’incontro con Macron, ha raccontato che Putin «non era lo stesso» rispetto all’incontro con Macron di due anni prima, e per alcuni aspetti sembrava «andato in tilt».
Una fonte dell’intelligence britannica ha insistito sul fatto di essere fiducioso dell’affidabilità delle informazioni sulla salute di Putin: «La nostra visibilità sulla Russia è semplicemente straordinaria. La differenza nella qualità delle nostre fonti intorno a Putin rispetto a Xi e alla Cina è sbalorditiva».
Intanto i membri dell’Interpol hanno chiesto che la Russia venga espulsa dall’organizzazione internazionale di polizia, per negare a Mosca l’accesso a informazioni sensibili. Funzionari britannici incolpano il presidente dell’Interpol, il generale Ahmed Nasser al-Raisi, di aver bloccato le mosse per espellere la Russia.
Il generale degli Emirati è stato nominato nonostante le feroci obiezioni dei gruppi per i diritti umani, che lo accusano di complicità nella tortura quando era ispettore generale del ministero dell’Interno negli Emirati Arabi Uniti.
(da Daily Mail)
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