Marzo 28th, 2022 Riccardo Fucile
“RUSSI COME I NAZISTI, MA LI CACCEREMO“
Bucha è occupata ma c’è chi spera che possa arrivare presto una liberazione.
Il sindaco, Anatolii Fedoruk, in una intervista all’Adnkronos parla di orrori da seconda guerra mondiali: stupri, fosse comuni, cadaveri senza sepoltura in pasto ai cani. Una città distrutta.
“Purtroppo Bucha, come anche le confinanti Hostomel e una parte di Irpin sono occupate, ma nella zona continuano a lavorare le forze armate ucraine, la difesa territoriale e i volontari. Ci sono forti combattimenti e quindi noi crediamo nella liberazione” spiega il primo cittadino della località a 30 chilometri a nord ovest di Kiev che da oltre un mese è uno dei fronti più caldi del conflitto.
“La comunità di Bucha – ricorda – è stata tra le prime attaccate perché sul nostro territorio si trova la pista di decollo dell’aeroporto di Hostomel. Questo è il varco di Kiev da cui Putin voleva far scendere le truppe aviotrasportate, per prendersi la capitale, ma siamo riusciti a rovinare il suo piano. A costo delle vite e delle distruzioni, il nemico è stato fermato ai confini di Bucha e Irpin, e non è stata permessa la guerra lampo“.
Per questo il 25 marzo la città – insieme a Irpin, Mykolaiv e Okhtyrka – ha ricevuto dal presidente Zelensky il titolo di “Hero city of Ukraine“. “Un’onorificenza che ci è stata data per il coraggio, per la resistenza e per le sofferenze che il nemico ha portato sul nostro territorio: ormai sono 33 giorni che il nostro popolo difende la propria terra dagli occupanti russi”, rivendica Fedoruk, che insieme ad appena un decimo dei 50mila residenti di Bucha, si trova ancora in città.
E alla domanda su come stia, risponde secco: “In guerra, come tutto il Paese”.
Una guerra che in zona ha colto tutti di sorpresa: “In pochi credevano a un’invasione su vasta scala. Quando l’aeroporto di Hostomel il 24 febbraio è stato attaccato è stato un vero shock per gli abitanti di Bucha. La pista di decollo si trova sul nostro territorio. Vedevamo gli elicotteri sorvolare il parco”.
La risposta della Difesa di Kiev non si è fatta attendere: “Già il 28 febbraio l’esercito ucraino ha iniziato i combattimenti nelle strade di Bucha, distruggendo le colonne dei carri armati degli occupanti”, racconta il sindaco. A quel punto “i russi si sono fermati per qualche giorno mentre aspettavano i rinforzi da Nord: in pratica il nemico, non riuscendo a entrare a Kiev da nord-ovest, è rimasto incastrato nella nostra zona”.
E se negli ultimi giorni giungono notizie di un arretramento delle posizioni dell’esercito russo, il sindaco invita però alla cautela – “la verità è che ci sono continui combattimenti. Ora siamo in una fase intermedia, meglio attendere le informazioni ufficiali sui risultati” – e fa appello all’Occidente: “Chiudete lo spazio aereo. Gli ucraini resistono eroicamente nei combattimenti, ma i lanci dei razzi sull’Ucraina li deve fermare la comunità mondiale”.
“Tutti gli orrori di cui noi abbiamo sentito parlare come di crimini compiuti dai nazisti durante la seconda guerra mondiale ora li vediamo qui a Bucha, dove è in atto un piano del terrore contro la popolazione civile – afferma Fedoruk – È difficile credere che una cosa del genere possa accadere nel XXI secolo”, dice Fedoruk, riferendo di brutali uccisioni di civili, stupri e saccheggi delle case da parte dei soldati russi.
“I russi, col pretesto di cercare i nazisti, irrompono nelle case e le saccheggiano e poi uccidono i civili senza motivo. Il 17 marzo Ruslan Nechyporenko, padre di tre figli, è stato ucciso con un colpo a bruciapelo davanti a suo figlio di 14 anni, con cui stava andando a prendere aiuti umanitari”, racconta il sindaco.
Gli occupanti – prosegue – “stuprano ragazze, feriscono e uccidono i bambini, non hanno pietà neanche per gli anziani. Ai medici non permettono di portare fuori i feriti e prestare soccorso a chi ne ha bisogno”.
A questo si aggiunge la necessità assoluta di beni di prima necessità “Alcune persone hanno perso tutto. Abbiamo un quartiere particolarmente problematico nei pressi della vetreria, dove ci sono decine di famiglie, con molti anziani, che attendono aiuto. Servono medicine, cibo, vestiti, ma consegnare gli aiuti umanitari è molto difficile”.
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2022 Riccardo Fucile
REFERENDUM TAROCCATO E DIVISIONE DEL PAESE IN DUE
L’Ucraina come le due Coree? L’accusa viene da Kiev, e più precisamente dal capo
dell’intelligence militare ucraina Kyrylo Budanov, che ieri in un colloquio con il Guardian ha parlato dell’intenzione da parte della Russia «di dividere l’Ucraina in due per creare una regione controllata da Mosca dopo aver fallito nel prendere il controllo dell’intero Paese».
Uno “scenario coreano” che prevedrebbe la normalizzazione del conflitto secondo il modello utilizzato per la penisola coreana dopo la seconda guerra mondiale. Ovvero quando, come ricorda oggi il Corriere della Sera, i vincitori si accordarono per porre fine a 35 anni di dominio dell’impero giapponese sulla Corea.
Un’annessione in preparazione?
L’area all’epoca fu occupata da Stati Uniti e Unione Sovietica, e divisa tra le due superpotenze in «zone di influenza», Sud e Nord. Il programma era quello di creare un Paese indipendente e indiviso, ma ognuna delle due zone reclamava la sovranità sull’intera penisola. Ne scaturì una guerra, nel 1950, che separò la Corea del Nord da quella del Sud. Il 27 luglio 1953 venne firmato l’armistizio, che creava anche una zona demilitarizzata.
La «linea di demarcazione» fu tracciata seguendo il 38esimo parallelo. Secondo l’intelligence ucraina va in questa direzione l’annuncio di un referendum per unirsi alla Russia fatto dall’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk. Un’iniziativa partita dal leader separatista Leonid Pasechnik – che poi ha parzialmente corretto il tiro assicurando che per ora non sono in corso preparativi concreti -, ha subito incontrato non solo lo scontato, netto rifiuto delle autorità di Kiev, ma anche qualche dubbio nell’apparato di potere russo.
Ad opporsi pubblicamente è stato Leonid Kalashnikov, presidente della commissione della Duma per gli affari delle ex repubbliche sovietiche, che ha parlato di una consultazione «sconsigliabile» perché «le due repubbliche erano parte dell’Ucraina fino a tempi recenti». «Qualsiasi falso referendum nei territori temporaneamente occupati è giuridicamente insignificante e non avrà conseguenze legali», ha detto ieri il portavoce del ministero degli Esteri ucraino Oleg Nikolenko, dicendosi sicuro che nessun Paese al mondo riconoscerebbe la validità di una tale consultazione.
Ma questo non impedirebbe a Mosca di fare quello che fece nel 2014 con la Crimea. L’ipotesi di indire un referendum è stata ventilata anche per l’indipendenza della regione di Kherson, nel sud del Paese, occupata dalle truppe di Mosca nelle prime battute del conflitto. Gli abitanti di questa città portuale sono scesi in piazza per protestare contro l’occupazione e contro questo progetto.
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2022 Riccardo Fucile
GLI APPARATI NON SONO D’ACCORDO CON PUTIN E SI SENTONO VITTIME DEI SUOI ERRORI
L’analista Andrey Soldatov è uno dei massimi esperti dei servizi d’intelligence russi. Ricercatore del Center for European Policy Analysis, insieme a Irina Borogan ha fondato il sito web Agentura.ru, bloccato una settimana fa dall’authority censoria di Mosca.
In un’intervista rilasciata a Repubblica spiega oggi che «Putin ha cambiato le regole del gioco. E lo ha fatto drasticamente. Non aveva mai attaccato pubblicamente i suoi uomini, gli uomini dei servizi».
Invece adesso «ha umiliato pubblicamente il direttore dell’intelligence estera, Svr, Serghej Naryshkin. Due settimane e mezzo dopo, abbiamo saputo di purghe all’interno del dipartimento estero dell’Fsb, un dipartimento cruciale perché è responsabile delle operazioni nell’ex Urss e in Ucraina. Due alti dirigenti sono stati interrogati e messi agli arresti. Dovevano insediare politici filo-Cremlino e hanno fallito. Non c’era sostegno popolare né politico per un’invasione in Ucraina ed era loro compito garantire entrambi».
Li ha accusati di cattiva amministrazione dei fondi: «Perché se spendi soldi per coltivare sostenitori in Ucraina e questi sostenitori non si palesano, vuol dire che hai speso male. Ma la faccenda si sta complicando. Il controspionaggio militare sta indagando su questo dipartimento alla ricerca di traditori. È comprensibile. I servizi occidentali avevano informazioni accurate».
Soldatov spiega nel colloquio con Rosalba Castelletti che «Putin è contrariato, persino arrabbiato, con i protagonisti dell’operazione in Ucraina, e la Guardia nazionale è tra questi. Non è contento dell’operazione, ma crede ancora nella bontà del suo piano originale. E pur di non ammettere colpe, cerca capri espiatori: intelligence errata, sottrazione di fondi, traditori…».
Del piano di invasione dell’Ucraina, secondo all’esperto, erano a conoscenza «quattro o cinque persone al massimo. Il ministro della Difesa Serghej Shojgu, il capo del Consiglio di Sicurezza Patrushev. Jurij Kovalchuk (principale azionista di Rossija Bank, ndr), si dice. E uno o due amici di San Pietroburgo».
Nell’apparato, invece, molti credevano che l’iniziativa «si sarebbe limitata a Lugansk e Donetsk. O che sarebbe stata condotta diversamente. Nell’Fsb c’è un’ossessione per i raid Nato in Jugoslavia del ‘99. Il successo dell’operazione li ha convinti che basti bombardare un Paese per sovvertirne gli equilibri. Pensavano di replicare quel modello. Invece Putin ha fatto diversamente: lanciato raid aerei e mandato truppe di terra. E ha fatto cilecca».
Ma quello che sta succedendo è un sintomo della presenza di crepe nel muro del potere dello Zar: «Quest’operazione è totalmente diversa dal passato. Gli apparati del potere erano tutti d’accordo con l’invasione della Georgia nel 2008 e l’annessione della Crimea nel 2014. Stavolta no. E pensano ci sia solo Putin da incolpare. Non si tratta ancora di crepe o di una resistenza aperta, ma di presa di distanza. Si sentono tutti vittime degli errori di Putin. E stanno opponendo una resistenza passiva. Resta da vedere a che cosa porterà».
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2022 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI SUOR ANNA
Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, tantissime persone si sono dette pronte ad
accogliere tutti coloro i quali sono stati costretti a lasciare il Paese per fuggire dalle bombe, dai missili e da quel conflitto in cui i civili sono la parte lesa più sensibile e indifesa. L’Italia, in termini di accoglienza, sta facendo la sua parte mostrando quel lato migliore di sé.
Ma la grande bellezza nostrana si infrange sugli scogli del buonsenso, come accaduto a Palermo dove Michael e Meshack, due studenti di origini nigeriane che vivevano a Kyiv non hanno ricevuto un alloggio da quella proprietaria che aveva detto di aver aperto le sue porte a chi sta fuggendo dalla guerra.
La dinamica sembra essere sempre la stessa, quella già narrata da diversi attori politici nel corso degli anni e da chi non ha perso l’occasione per ripropinarla ai suoi elettori anche in questa occasione: bianco sì, nero no. A denunciare l’accaduto è stata Suor Anna Alonzo, che per prima ha accolto Michael e Meshack nella “Casa della Regina di Pace” a Casteldaccia. “Mi ha detto che non voleva ospitava due africani. Due profughi bianchi andavano bene, neri no”.
La donna in questione, dunque, aveva prima aperto le porte della sua seconda casa ai profughi dall’Ucraina. Poi, dopo aver visto che si trattava di ragazzi (studenti) originari dell’Africa ha chiuso quel portone sbattendolo in faccia ai due giovani. Ragazzi che studiavano a Kyiv e cercavano di costruirsi un futuro in Ucraina dopo aver lasciato la Nigeria dove da anni si vive nel terrore del terrorismo e di quei conflitti interni che provocano morte e distruzione
Ma la loro vita è vittima dei conflitti. Perché l’invasione russa dell’Ucraina li ha costretti a un nuovo viaggio. A una nuova meta. E ora Suor Anna Alonzo vuole cercare di riscrivere il loro futuro. In Italia. Vorrebbe trovare a Michael e Meshack un alloggio dove vivere dopo il loro ennesimo lungo viaggio. Poi lo studio. Perché il primo studia Economia e non ci saranno problemi nel prosieguo del suo percorso formativo universitario. Il secondo, invece, studia Medicina e ha già sostenuto 12 esami. Ma in Italia c’è il numero chiuso e quel sogno di diventare medico potrebbe infrangersi con la guerra. Oltre la guerra.
(da NetQuotidiano)
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Marzo 28th, 2022 Riccardo Fucile
ERA GIA’ NOTO PER AVER PARAGONATO LE MISURE ANTI-COVID ALLE LEGGI RAZZIALI CONTRO GLI EBREI
Bufera su Stefano Gizzi, assessore alla Cultura del comune di Ceccano, in provincia di Frosinone, che ha pubblicato sul proprio profilo Facebook la “Z”, simbolo dell’invasione della Russia contro l’Ucraina.
L’assessore ceccanese, oltre a postare l’immagine della “Z” ha voluto esprimere la propria «solidarietà alla Russia, con il Nastro di San Giorgio Vittorioso sul Drago».
Insomma, una vera e propria esaltazione del Cremlino e delle mosse di Vladimir Putin, utilizzando quella dialettica simbolica di questo conflitto che sta mietendo migliaia di vittime tra gli innocenti civili ucraini.
Gizzi, già noto in passato per aver paragonato le restrizioni per i non vaccinati contro il Covid alle leggi razziali contro gli ebrei, è stato subito ripreso dal consigliere regionale del Pd Mauro Buschini: «Questa ennesima dichiarazione di Stefano Gizzi è semplicemente vergognosa. Non è la prima volta che le sue “performance” scadono nell’offesa degli altri, ma questa volta l’assessore del comune di Ceccano deve chiedere scusa. Al popolo Ucraino, alle donne violentate ed uccise, ai bambini terrorizzati, uccisi o abbandonati, a tutti coloro che hanno perso la vita o costretti a fuggire in altri Paesi. Il sindaco del Comune di Ceccano prenda immediatamente le distanze, i ceccanesi non sono questo».
In molti hanno chieste le dimissioni del politico in quota Lega, ma lui sembra non averne alcuna intenzione
Si dimetterà? A quanto pare no. O, almeno, non per sua volontà.
Ora si attendono le reazioni della Lega (partito a cui ha aderito l’assessore) e di tutto il centrodestra.
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2022 Riccardo Fucile
L’ESPERTO GEOPOLITICO MARGELLETTI:“I RUSSI SONO FERMI ALLA STRATEGIA DI 50 ANNI FA“
Professor Andrea Margelletti, la Russia fa fatica ad avanzare e le truppe ucraine riescono
a fare fronte all’offensiva: come lo spiega?
«Intanto diciamo che è fallito il tentativo dei russi di allargare il conflitto con una presa rapida dell’Ucraina. Se il blitz di 48-72 ore decantato da Putin fosse avvenuto, l’Occidente avrebbe accusato il contraccolpo. Come è possibile che gli ucraini siano stati in grado di respingere l’offensiva? Semplice, hanno armi all’avanguardia e soprattutto una dottrina militare di altissimo livello e assolutamente attuale. Cosa che, invece, i russi non hanno»
Ci spieghi meglio questo aspetto: cosa è mancato alle truppe sovietiche?
«Allora, inziamo col dire che gli ucraini non è da oggi che hanno imparato una certa strategia, tattica e dottrina militare. È dal 2014 che in Ucraina l’Occidente ha portato un esercito, una strategia e una dottrina assolutamente all’avanguardia e moderna. I russi, ad esempio, hanno a disposizione armi di alto livello, ma dispongono di una dottrina che si è fermata a 50 anni fa. Per questo motivo fanno fatica e non riescono a guadagnare terreno».
In che modo la Russia voleva conquistare l’Ucraina?
«Con due metodi: l’azzeramento e la cancellazione fisica della classe dirigente ucraina e il consegente crollo sotto il profilo morale del popolo ucraino. I russi credevano di poter fare tutto questo in meno di 72 ore, ma hanno sbagliato i conti».
Adesso cosa succederà?
«Difficile dirlo. Perdere per i russi non significa soltanto sconfitta sotto il profilo militare. Per i russi chi perde, perde tutto: anche la vita stessa. Ecco perché Putin non può arrendersi e ora dovrà salvare la faccia. Il rischio, elevato, è un escalation del conflitto».
(da La Repubblica)
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Marzo 27th, 2022 Riccardo Fucile
LA FUGA DEI CERVELLI CHE NON VUOLE PIU’ VIVERE IN UNA DITTATURA CRIMINALE
In crisi economica perché fiaccata dalle sanzioni e con la propria credibilità internazionale ai minimi termini, la Russia sta fronteggiando anche una vera e propria fuga di cervelli.
Che, nel più classico dei circoli viziosi, non farà altro che aggravare ulteriormente i problemi demografici ed economici interni.
I primi casi isolati sono diventati nel corso delle settimane sempre più numerosi e, anche se non si può parlare di “esodo”, il flusso di cittadini russi che stanno abbandonando il Paese si sta ingrossando giorno dopo giorno. Definiti da Putin, seppur non direttamente, “feccia” e “traditori”, sarebbero finora circa 200mila i fuoriusciti che si sono più o meno temporaneamente insediati all’estero. Una situazione che sta già creando i primi grattacapi in alcuni dei Paesi d’arrivo.
Con le opzioni limitate dal bando dei Paesi europei dei voli da e per la Russia, chi vuole fuggire dal regime putiniano sta prendendo in considerazione alcune mete alternative, a cui si guarda soprattutto per la facilità di accesso (in sostanza il fatto che non serva il visto) e le prospettive d’inserimento.
Al momento questo particolare gruppo è composto da, in ordine sparso, Georgia, Armenia, Turchia e alcune Repubbliche dell’Asia Centrale.
Difficile fare una classifica, perché spesso non sono disponibili dati ufficiali, ma pare che finora in 14mila siano arrivati a Istanbul, ripercorrendo il percorso di altre migliaia di russi che trovarono rifugio nella città sul Bosforo dopo la presa del potere da parte dei Bolscevichi.
Stando ad alcune testimonianze, sembra che anche l’Armenia, e in particolare la sua capitale Yerevan, sia uno degli approdi preferiti. Se prima del conflitto a essere ufficialmente registrati nel Paese erano circa 3-4mila lavoratori russi, attualmente a risiedere in loco sarebbero circa 20mila persone provenienti soprattutto da Mosca e San Pietroburgo.
L’Armenia è una meta apprezzata anche per la minore ostilità nei confronti dei russofoni di quella che questi ultimi possono ad esempio incontrare in Georgia, dove comunque si sono registrati migliaia di arrivi, Paese che solo pochi anni fa ha avuto modo di toccare con mano la brutalità di Putin.
Numeri decisamente minori, ma molto significativi, quelli che sta registrando anche la Finlandia, il cui territorio è raggiungibile via treno in poche ore dalla parte occidentale della Russia. A pesare in questo caso la vicinanza geografica – i due Paesi condividono un confine di oltre 1.300 chilometri – e la positiva accoglienza da parte della popolazione locale
Alcuni governi dello spazio post-sovietico si stanno addirittura attrezzando per favorire l’afflusso di capitale umano, senza disdegnare quello legato agli investimenti. È il caso ad esempio dell’Uzbekistan che sta approntando un visto lavorativo e un percorso per ottenere la residenza facilitati e pensati per i lavoratori e gli imprenditori russi e bielorussi del settore tecnologico.
Una simile proposta è stata avanzata anche in Kirghizistan, segno che la fame di competenze e flusso di denaro è particolarmente forte nella regione. D’altronde a lasciare la Russia sono soprattutto giovani professionisti del mondo digitale, in grado di continuare a operare da remoto senza ripercussioni sulla loro attività.
Se, da un lato, i vantaggi per le asfittiche economie dell’Asia Centrale potrebbero essere notevoli, dall’altro l’afflusso di persone con un potere d’acquisto notevolmente più elevato della media regionale sta iniziando a distorcere il mercato locale.
Come riportato da Radio Free Europe/Radio Liberty, l’arrivo in Uzbekistan di migliaia di cittadini provenienti dalla Federazione, accompagnato al ritorno in patria dei migranti locali senza prospettive in Russia, sta gonfiando le valutazioni del settore immobiliare.
Non solo, anche alcuni operatori russi del comparto starebbero guardando alle città più dinamiche della regione per diversificare i propri investimenti, con un ulteriore effetto al rialzo.
Nella capitale uzbeca, Tashkent, alcune testimonianze riportano un aumento degli affitti e dei prezzi di acquisto di abitazioni pari circa al 15% in poche settimane. In sé non una crescita così vertiginosa, ma che si registra in contesti economici già particolarmente indeboliti dalle sanzioni, dalla svalutazione delle monete locali e dal crollo delle rimesse provenienti dall’estero. Ripercussioni che potrebbero ulteriormente aggravarsi nei prossimi mesi.
La fuoriuscita di decine di migliaia di persone non sembra invece al momento preoccupare particolarmente le autorità russe. Anzi, il blocco ufficiale delle attività in Russia di Facebook e Instagram, appena confermata da un tribunale di Mosca, rischia di rendere ancora più complessa la situazione interna.
Non certo per il mancato utilizzo individuale degli utenti, ma per il fatto che ormai sono considerati da molte aziende come canali di business o come semplici mezzi per farsi pubblicità. Non è un caso, infatti, che ad abbandonare la nave putiniana in fase di affondamento siano anche numerosi manager russi delle multinazionali con sede nel Paese. Centinaia di queste, attive nei settori più disparati, hanno sospeso la propria attività nelle ultime settimane, impoverendo ulteriormente l’economia del Paese.
Per quanto ferocemente Putin possa attaccare chi lascia la Federazione, il trend demografico del Paese gioca contro di lui: tra il 2020 e il 2021, a causa soprattutto del Covid, la Russia ha subito il più grande declino di popolazione non legato a una situazione di conflitto della sua storia, perdendo complessivamente quasi 1 milione di abitanti.
Una situazione a cui l’inquilino del Cremlino avrebbe potuto cercare di ovviare provando a rendere il proprio Paese più attrattivo sia per le maestranze del Caucaso e dell’Asia Centrale che per i talenti internazionali. Non certo costringendo alla fuga decine di migliaia di giovani professionisti desiderosi di un futuro più promettente.
(da Globalist)
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Marzo 27th, 2022 Riccardo Fucile
DIARIO DEGLI ULTIMI GIORNI DELLA RADIO CHIUSA DALLA CENSURA DI PUTIN
“Mercoledì 22 marzo è stato l’ultimo giorno, non torneremo più in redazione”. E ‘toccato
ad Irina Vorobieva scrivere il diario degli ultimi giorni dell’Eco di Mosca, radio coraggiosa, che per la libertà di stampa ha pagato un prezzo altissimo nella Russia di Putin. Lo zar in guerra ne ha decretato la fine.
La speranza è che, caduto lo zar, la radio torni a parlare ad una Russia diversa, libera.
Adesso è tempo di chiudere, sono i giorni più bui della Russia dopo la tragedia della seconda guerra mondiale. In Ucraina i soldati sono costretti ad uccidere e muoiono. In patria, chi protesta, anche soltanto con un foglio bianco in mano, viene arrestato e processato.
Ad Irina, i colleghi hanno chiesto di tenere una rubrica, un diario degli ultimi giorni, le sensazioni prima di chiudersi la porta alle spalle.
Difficile trovare le parole, scrive Irina ad inizio di questo suo diario:”Perché quando vedi gli studi vuoti, il corridoio vuoto senza la famosa galleria fotografica alle pareti, quando vedi “solo uffici”, ti ritrovi in uno spazio gelido, prigioniera del ghiaccio.
Ventisei anni di vita, più di un quarto di secolo di lavoro, di impegno difficile, di rischi collettivi e personali.
Tutto è iniziato in un piccolo ufficio su Nikolskaya. Pochi anni dopo, la redazione si trasferisce a Novy Arbat, in una stanza che era sostanzialmente un lungo corridoio con stanze ai due lati, di diverse dimensioni. “Quando sono venuta a lavorare qui, nel 2007, sono rimasta sorpresa, la redazione mi è apparsa come una serie di alveari, con tutti al lavoro, senza mai fermarsi…Quando ci siamo trasferiti in una nuova, enorme redazione, ricordo, era estate. Decidemmo di darci un certo tono nell’abbigliamento, camicia, giacca…Poi, un giorno rientrò in redazione Vladimir Varfolomeev, tornava dalle vacanze… Abbronzato, in pantaloncini, sandali… Korzun lo guardò e disse “Phew”, Uffa… E si riprese a vivere e a lavorare senza rigidi codici di abbigliamento,
La galleria fotografica del corridoio è stata rimossa, tutte le foto digitalizzate, salvate…”.
“Girando per le stanze della radio, la cosa che colpiva era la gran quantità di dizionari. Dizionari in ogni stanza, su ogni davanzale, pure in giardino,si nel giardino” E poi, quella scritta:” Tutto ciò che viene detto in studio può entrare in YouTube, in Internet – ricorda – tutto!”
“Ci sono ancora i vecchi telefoni, uno è rosso, e si credeva che solo Alexey Venediktov conoscesse il numero di quel telefono. Noi sapevamo soltanto che quando quel telefono squillava, dovevamo rispondere. Le sue chiamate dovevano essere prese al volo, sempre”.
“C’era sempre un casino, nessuno aveva il proprio computer. Arrivavi, ne prendevi uno e lavoravi. Le stanze, il corridoio riempito della voce di noi tutti, sembrava che si fosse davanti alla tv a tifare per la propria squadra ai Mondiali… Tutto sempre assieme: lavorare, mangiare, rincorrere le notizie, litigare su condizionatore si, condizionatore no. E poi, tanti libri, un numero inimmaginabile di libri. I principali centri di distribuzione di libri erano due scaffali: quello di Venediktov e quello di Buntman. Capitava che gli ospiti delle trasmissioni, dopo la messa in onda, restassero in redazione, a guardare, a leggere, a discutere con noi. Tutti qui erano i benvenuti”.
Queste e tanti altri aneddoti nel diario di Irina che ricostruisce gli ultimi giorni di Eco: “Questa settimana abbiamo preso tutte le nostre cose e lasciato l’ufficio di “Ekho Moskvy” al 14 ° piano del grattacielo di Novy Arbat. Nel corso di questi 26 anni, ogni giorno sono accadute storie che si sono fissate per sempre nella nostra memoria comune”. Mercoledì 22 marzo è stato l’ultimo giorno. L’augurio è che, presto, si possa risentire l’Eco di Mosca.
(da Globalist)
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Marzo 27th, 2022 Riccardo Fucile
IL FIGHETTO EFEBICO RUSSO PUO’ INTANTO ANDARE IN PRIMA LINEA IN UCRAINA
L’Ucraina non basta. Meglio invadere anche la Polonia, gli Stati baltici, la Moldavia e il Kazakistan perché devono essere “smilitatizzati e denazificati”. Questa è la proposta di Sergei Savostyanov, deputato della Duma della città di Mosca.
Il documento con la sua richiesta al governo e a Vladimir Putin è datato 24 marzo e ha iniziato a circolare su Twitter dopo che Mykhailo Podolyak, capo negoziatore dell’Ucraina e consigliere del presidente Volodymyr Zelensky, ha rilanciato i timori di “un’operazione speciale militare globale”.
Ovvero di un’offensiva di Mosca più ampia e che punti, per quanto riguarda l’Europa, a Polonia, Moldavia, Lettonia, Lituania ed Estonia.
Le parole di Savostyanov e il suo documento sono stati rilanciati da Nexta, media bielorusso filo-ucraino, e da Visegrad24. Poi la notizia è stata riportata anche da Ura.ru, agenzia di stampa online russa.
(da agenzie)
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