Aprile 25th, 2022 Riccardo Fucile
STORIE CHE PRESENTANO BUCHI, COSE CHE NON TORNANO, SEGNI DI VIOLENTA ESTERNA
Chi tocca i fili della corrente, anzi i tubi del gas, muore. L’elenco dei top manager russi legati a Gazprom o altre grandi aziende del gas o ai servizi russi che stanno morendo, in vario modo suicidi o “suicidati” dall’inizio della guerra di Putin in Ucraina fa letteralmente paura. E sono storie ognuna delle quali presenta buchi, cose che non tornano, segni di violenta esterna.
Lunedì 18 aprile Vladislav Avayev, 51 anni, ex consigliere del Cremlino ed ex vicepresidente di Gazprombank, è stato trovato morto per una ferita da arma da fuoco nel suo appartamento di Mosca. Gli investigatori hanno dichiarato che l’ipotesi è che Avayev avrebbe sparato a sua moglie, 47 anni, incinta, e sua figlia, 13 anni, e poi a se stesso.
A duemila miglia di distanza, sulla Costa Brava in Spagna, Sergei Protosenya, ex vicepresidente e capo contabile di Novatek, un’importante compagnia del gas con stretti legami con Gazprombank, è stato trovato impiccato, con la moglie e la figlia accoltellate a morte.
È stato trovato con un coltello macchiato di sangue e un’ascia al fianco, ha riferito Telecinco. Il fatto è che invece sugli abiti di Protosenya non c’era una goccia di sangue, secondo quanto hanno riferito diversi media locali, abbondante invece su quelli delle due donne.
Non si tratta, contrariamente a quanto è stato scritto, di veri e propri oligarchi, ma di alti manager di stato sì, persone che certamente conoscevano schemi fiscali, processi di produzione, conti aziendali, flussi finanziari.
Erano insomma seduti su una notevole mole di informazioni collegate alla rivendita del gas russo in Europa, che da sempre è lo snodo cruciale dei processi di influenza, e interferenza del Cremlino nelle democrazie e nelle economie occidentali. E’ così che Vladimir Putin ha comprato influenze (e interferenze) nelle democrazie europee. Usando questa leva.
Non sono le uniche morti violente che lasciano temere che qualcosa stia succedendo, dentro il comprato energetico russo che molti in Europa vorrebbero colpire con l’embargo totale sul gas russo, ma altri – specialmente nella Germania del cancelliere Scholz e di Frank Steinmeier – vogliono invece risparmiare.
La mattina del 25 febbraio 2022 il corpo di un altro alto dirigente di Gazprom, Alexander Tyulyakov, 61 anni, era stato ritrovato nella regione di San Pietroburgo, ma la polizia locale venne estromessa dalle scena del crimine da parte del servizio di sicurezza di Gazprom. Tyulyakov era il vicedirettore generale dell’Unified Settlement Center di Gazprom, la cassa dell’azienda, e fu trovato impiccato in un garage annesso alla casa. Più o meno come Protasenya.
E, hanno riportato i pochi media indipendenti, per esempio Novaya Gazeta Europa, la polizia ha lasciato fare sulla scena del possibile delitto la sicurezza aziendale, che addirittura avrebbe spinto fuori i poliziotti, come se quello che succede dentro Gazprom fosse una vita parallela e a se stante del regime di Putin. Schema che è stato messo in discussione invece in Spagna, dove per la morte di Protosenya sta indagando «a tutto campo» la polizia spagnola, ci dice una fonte. Troppe le incongruenze nella scena del crimine per presunta gelosia o affari familiari.§
Protasenya ha un patrimonio limitato, “solo” 430 milioni di dollari (non certo un patrimonio da oligarca in senso stretto), ma si trovava in un’azienda anch’essa strategicamente vicina a Putin: Novatek di cui è comproprietario (con il 23,5 per cento) uno degli amici di giovinezza del presidente russo fin dai tempi della Cooperativa Ozero, Gennady Timchenko – il sesto miliardario più ricco della Russia con un patrimonio netto di 22 miliardi, secondo Forbes – che stato anche uno dei principali rivenditori del suo gas (IL, rivenditore, forse) in Svizzera e Francia (a Timchenko l’Italia di Mario Draghi ha appena sequestrato un enorme yacht in Liguria, “Lena”).
Nonché proprietario di un pezzo del tesoro immobiliare della famiglia Putin: Timchenko è stato dal la villa a Biarritz, che secondo il registro immobiliare francese è stata intestata dal 2007 al 2012 l’intestatario della villa a Biarritz, poi trasferita a Kirill Shamalov, allora marito (oggi ex) di Katerina Tikhonova, figlia di Putin. Timchenko, a fine marzo si è dimesso proprio dal boad di Novatek, dopo le sanzioni arrivate il 22 febbraio dal Regno Unito e il 28 dall’Unione europea. Già era in una lista di sanzioni statunitensi per l’annessione della Crimea da parte di Mosca nel 2014. Cosa sta succedendo, nel mondo del gas russo?
Qualcosa, forse molto, non quadra anche nella vicenda Avayev: la pistola che l’ha colpito sarebbe una pistola automatica Stechkin, un’arma che era in dotazione al KGB fin dagli anni settanta e all’intelligence militare sovietica e russa GRU. E che, quand’anche fosse stata posseduta da Avayev, ne esporrebbe contatti piuttosto probabili con i servizi. In tutto questo, il 18 aprile è morto anche Vyacheslav Trubnikov, ex capo del servizio di intelligence estero russo e ambasciatore in India, aveva 77 anni, riporta la TASS, l’agenzia del Cremlino, ma anche qui la causa della morte è sconosciuta.
Vladimir Putin aveva detto, in un celebre discorso tv: «Non giudico quelli con ville a Miami o in Costa Azzurra. O che non possono cavarsela senza ostriche o foie gras o le cosiddette libertà di genere. Il problema è che esistono mentalmente lì, e non qui, con il nostro popolo, con la Russia». E aveva chiesto una «auto-purificazione» della Russia, e in un certo senso queste morti lo sono, auto-inflitte da se stessi o dal regime.
(da La Stampa)
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Aprile 25th, 2022 Riccardo Fucile
“QUELLA PARTITA LA VINSE L’AMERICA. E’ SEMPLICE, SEMPLICISSIMO, E NON C’È NULL’ALTRO DA AGGIUNGERE A MENO DI NON VOLERE USARE PAROLE CHE GONFIANO LE GOTE MA CHE INSOZZANO LA VERITA'”
Stavo ascoltando alla tv le parole dette in occasione delle
celebrazioni del 25 aprile, ossia della fine della guerra civile italiana e della restituzione al nostro popolo delle libertà civili e democratiche. Ascolto, e allibisco. Sembrerebbe da quelle parole e dall’ossessiva retorica “resistenziale” di cui si fa forte l’Anpi – ossia l’associazione di cui fanno parte quelli che non erano ancora nati mentre gli italiani si ammazzavano tra loro –che la Liberazione sia avvenuta per merito della Resistenza, e uso non a caso la maiuscola perché le due parole eccome se lo strameritano.
Sono due parole sacre, solo che tra l’una (la Resistenza) e l’altra (la Liberazione) non c’è alcun nesso causale, il che ovviamente nulla toglie all’immenso valore testimoniale della Resistenza e dei suoi morti.
Per evitare equivoci, ti premetto che lo studio e la conoscenza dei fatti, degli atti e dei protagonisti della Resistenza italiana è stato uno dei nervi centrali della mia formazione morale.
Per quel che è di Roma sono stato un amico al massimo grado di Antonello Trombadori, il vicecapo dei gap romani, quello che era a Regina Coeli la mattina in cui i nazi raccattarono le vittime da destinare al macello del Fosse Ardeatine.
Ho conosciuto, profondamente conosciuto, Rosario Bentivegna, il partigiano comunista che accese la miccia della bomba di via Rasella. Ho conosciuto e ammirato Franco Ferri, il cognato di Maurizio e Marcella Ferrara, di cui i libri dicono che ci fosse anche lui a via Rasella, e invece non c’era perché quel pomeriggio era impegnato in un’altra azione.
Ho conosciuto e voluto bene a Luigi Pintor, che venne preso dai nazi, portato a via Tasso e quei bastardi gli ballarono con i piedi sul corpo. Ho bene in mente tutti gli indirizzi dei martiri della Resistenza romana, e sempre mi fermo innanzi a quelle abitazioni su cui c’è una targa con un nome e una data.
Detto questo la Resistenza romana, a cominciare dall’agguato di via Rasella, non ha cambiato di un’ora l’esito della battaglia per la conquista di Roma. Nemmeno di un’ora.
Quella battaglia la vinsero i soldati americani, inglesi, neozelandesi, quelli della Brigata ebraica (più volte bersagliati da insulti durante i cortei antifascisti del terzo millennio, di quando del fascismo non c’è più l’ombra), marocchini (ivi compreso lo stupro della “Ciociara”).
Quelli che erano sbarcati prima in Sicilia e poi ad Anzio e che ci misero dei mesi a conquistare Monte Cassino, dove arrivarono per primi i soldati polacchi e scoppiarono a piangere. Mussolini è andato giù il 25 luglio non per una qualche mossa audace dei gappisti comunisti, ma perché un bombardamento alleato aveva fatto morti a centinaia nel Quartiere San Lorenzo. E’ semplice, ma è così.
La guerra contro il nazifascismo non l’hanno vinta né quelli che andarono sulle montagne né quelli che ammazzavano più o meno a caso un tedesco o un repubblichino di passaggio nelle grandi città.
La guerra l’hanno vinta i milioni di uomini che gli Alleati mobilitarono pur di piantare gli stivali sulle spiagge della Normandia e liberare palmo a palmo l’Europa almeno fin dove erano arrivati i russi, i quali non “liberarono” nulla di nulla ma solo sostituirono un regime dittatoriale con un altro.
Quella partita spaventevole la giocarono i carri armati e i bombardieri degli Alleati, non i gap dell’eroico Giovanni Pesce che agirono prima a Torino e poi a Milano. Quella partita la giocò e la vinse il soldato Ryan, a prendere il titolo del famoso film di Steven Spielberg il cui protagonista è uno che negli Usa faceva il professore. Gli americani di soldati Ryan ne mandarono a milioni contro le mitragliatrici e i cannoni manovrati dal più agguerrito esercito al mondo, quello tedesco.
Quella partita la vinse l’America, per dire del Paese contro il quale il mio amico Massimo Fini scaraventa carrettate di sterco tutte le volte che può. Ossia un giorno sì e un giorno no. E’ semplice, semplicissimo, e non c’è null’altro da aggiungere a meno di non volere usare parole che gonfiano le gote ma che insozzano la verità delle tragedie del Novecento.
Giampiero Mughini
(da Dagospia)
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Aprile 25th, 2022 Riccardo Fucile
ANDATE A COMBATTERE PER PUTIN SE AVETE I COGLIONI
“Il nemico è in casa nostra, sta al governo”, “Letta e Draghi servi della Nato”: sono alcuni degli slogan gridati all’indirizzo del blocco facente capo alla sezione milanese del Partito democratico scesa in piazza dietro un enorme striscione per celebrare il 25 Aprile. Gruppi di militanti Carc (Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo) hanno contestato duramente il segretario dem Enrico Letta: “Letta, attento, ancora fischia il vento”, “DePdnizziamo la nazione”, “L’antifascismo è solo popolare, fuori il Pd dal 25 Aprile” gli altri cori intonati.
Nel mirino la decisione del partito di seguire gli Stati Uniti nel piano di armamento dell’Ucraina di fronte all’invasione russa.
“Questa è casa nostra, la Costituzione è casa nostra, l’antifascismo è casa nostra. E anche la solidarietà al popolo ucraino è casa nostra”, ha detto il segretario dem in risposta alle contestazioni.
E sulla polemica riguardo la Nato: “Credo sia stata superata. Oggi conta, l’unità e il fatto di essere tutti insieme. Questa è la cosa più importante”.
(da agenzie)
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Aprile 25th, 2022 Riccardo Fucile
L’ANZIANA ANTIFASCISTA GLI RISPONDE A TONO: “QUANDO QUALCUNO MI AGGREDISCE DEVO POTERMI DIFENDERE”
Collegato dalla manifestazione di Roma per il 25 Aprile con lo
studio di L’Aria che Tira, il vignettista Vauro critica il presidente della Repubblica per le parole sulla resistenza come “coraggio di combattere” e non “vigliaccheria di arrendersi”.
“Per me il presidente Mattarella non è più il garante della Costituzione”, dice, additandolo per non essersi opposto all’invio di armi in Ucraina. Vauro, che ieri con una vignetta aveva fatto notare come dal suo punto di vista in Ucraina non sia più possibile distinguere aggredito ed aggressore, fa riferimento all’articolo 11 della nostra Costituzione il quale afferma che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Parole alle quali si sono opposti in primis la conduttrice Myrta Merlino, che ha allargato le braccia, poi il suo ospite Gennaro Migliore di Italia Viva che ha commentato “Ci mancava solo questa”, e in ultimo una donna, presente anche lei in piazza accanto a Vauro, che ha iniziato a ribattere: “Ma cosa dici”.
La signora, che indossava una maglietta con scritto “ostinatamente antifascista”, ha risposto a Vauro che le ha chiesto: “Lei forse non ha sentito le dichiarazioni di Mattarella, è d’accordo a inviare armi?”. “Sì – ha detto la donna – perché quando qualcuno mi aggredisce devo potermi difendere. Scusa Vauro ma non sono d’accordo. Non è possibile accettare una cosa del genere”.
(da NextQuotidiano)
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Aprile 25th, 2022 Riccardo Fucile
LO SFOTTO’: “DICEVI?”
Quando Piero Fassino si era lanciato in un endorsement di Emmanuel Macron per le presidenziali in Francia, in molti tra i sostenitori di Marine Le Pen ci avevano sperato: l’ex sindaco di Torino è famoso per sbagliare spesso le sue previsioni, così il leghista Claudio Borghi – nel rilanciare il tweet del dem in favore del presidente francese – aveva commentato “ATTENZIONE”.
Alla fine, però, è andata male per i sovranisti: Macron ha vinto con il 58,5% dei voti sulla sfidante del Rassemblement National e siederà all’Eliseo per altri 5 anni. Quale momento migliore quindi per Fassino per andare a stuzzicare l’avversario politico. “Dicevi?”, ha scritto oggi, riprendendo il tweet datato 11 aprile del leghista.
“La prossima volta più impegno”, la replica di Borghi, che oggi viene deriso sui social anche per un altro Tweet, risalente a diversi anni fa, nel quale lui stesso lodava Salvini per alcune previsioni rivelatesi ad oggi tutte disastrose. “Ai fessi che prendono in giro Salvini – scriveva nel novembre del 2016 – ricordo che lui con largo anticipo ha puntato su Putin, Trump e Le Pen”.
Nell’ordine, uno ha riportato la guerra in Europa ed è il principale responsabile di indicibili crimini di guerra in Ucraina, il secondo è scomparso nell’anonimato dopo aver blaterato di brogli elettorali e aver messo in atto il più difficile passaggio di consegne della storia americana, e la terza esce per l’ennesima volta sconfitta alle presidenziali nonostante il cambio di look al partito (da Front National a Rassemblement National). Resta da chiedersi chi porti effettivamente più sfortuna tra Fassino e Salvini.
(da NextQuotidiano)
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Aprile 25th, 2022 Riccardo Fucile
MA LA LEGA E’ POCO CONVINTA
La benedizione di Silvio Berlusconi non è ancora arrivata, anzi è
attesa da un paio di mesi. Eppure Flavio Tosi, ex sindaco di Verona, ex assessore regionale veneto, ex segretario della Liga Veneta, dovrebbe ormai avercela fatta.
Ha incontrato i vertici di Forza Italia a Roma e ha incassato il sostegno del partito per le prossime elezioni amministrative. Il che significa un centrodestra spaccato in due nel capoluogo in riva all’Adige, visto che Lega e Fratelli d’Italia sostengono il sindaco uscente, Federico Sboarina, che in corso di legislatura ha fatto il salto prendendo la tessera del partito di Giorgia Meloni e facendo ingoiare un rospo a Matteo Salvini, segretario del Carroccio.
“L’appoggio è ormai probabile, manca solo la decisione del Cavaliere” fanno sapere dallo staff di Tosi che è reduce dall’incontro romano, solennizzato da un comunicato di Forza Italia. Tuttavia prevale ancora la cautela.
Nella nota si dà conto che il coordinatore nazionale di Forza Italia, onorevole Antonio Tajani, il coordinatore regionale Michele Zuin (deputato) e il coordinatore provinciale veronese Claudio Melotti, hanno avuto un faccia a faccia con Tosi. Erano presenti anche il senatore veronese Massimo Ferro e il consigliere regionale Alberto Bozza.
Nel comunicato non si dice che Forza Italia sosterrà Tosi, ma che Forza Italia parteciperà alla sfida elettorale (e questo lo si sapeva), che l’avversario da battere è l’ex calciatore Damiano Tommasi, candidato del centrosinistra (anche questo era noto) e che comunque l’orizzonte per il partito è quello del centrodestra.
Sboarina non viene nemmeno citato ed è il segnale più evidente della freddezza esistente nei confronti dell’avvocato che cinque anni fa venne eletto con il gruppo Battiti, assieme a tutta la coalizione. Dietro le quinte si parla anche di tentativi in extremis di evitare lo strappo e di trattative per impedire che Forza Italia dia un assist non tanto al candidato del centrosinistra, piuttosto invisibile, quanto a Tosi, che può contare su uno zoccolo duro e anche su “Italia Viva” di Matteo Renzi.
Se Tosi andasse al ballottaggio contro Sboarina, sarebbero scintille, ma i sondaggi al momento non sciolgono l’enigma se l’ex sindaco sia in grado di arrivare al secondo posto per vedersela con quello uscente.
Comunque la spaccatura è evidente, anche perché all’interno dell’accoppiata Lega-Fratelli d’Italia che appoggia Sboarina non sembra che tutto vada a gonfie vele. Basta osservare i manifesti elettorali. In quello di avvio della campagna elettorale la foto di Sboarina è accompagnata da una scritta – “Verona Olimpica. Con noi vince la città” – che richiama il fatto che la cerimonia conclusiva dei Giochi invernali del 2026 si terrà all’Arena.
Sarà anche un evento significativo, ma non sembra così decisivo da marcare una campagna elettorale in una città. La Lega, inoltre, che ha raggiunto un accordo con Fratelli d’Italia per avere, in caso di vittoria, il vicesindaco, non manifesta un eccessivo entusiasmo per Sboarina.
Nel proprio manifesto elettorale, il nome dell’avvocato è relegato in un angolo, mentre l’invito è di votare per la Lega.
Tosi, invece, nel manifesto elettorale presenta solo sé stesso. “Flavio Tosi, torna il sindaco. Sicurezza, lavoro, famiglia, turismo”.
Come dire che è lui il vero sindaco di Verona (lo ha fatto per dieci anni, dal 2007 al 2017). Da parte sua, Damiano Tommasi ha preferito non apparire in foto sui manifesti, in nome di una strategia dell’assenza. Vedremo se sarà pagante.
(da agenzie)
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Aprile 25th, 2022 Riccardo Fucile
“NON C’E’ TEMPO DI AVERE PAURA, VINCEREMO QUESTA GUERRA”
Roman O’Leg fino a due mesi fa poteva dirsi un ucraino naturalizzato italiano. O un italiano di origini ucraine. Viveva a Brescia da vent’anni, dove, grazie alla sua laurea in architettura, aveva un’attività ormai avviata nel mondo del design. Oltre, naturalmente, alla famiglia e gli amici. Poi è arrivata la guerra e Roman ha deciso di tornare dove è nato per combattere. Fanpage.it ha parlato con lui in videochiamata.
Perché l’hai fatto?
“Inizialmente pensavo, come tutti, che Putin stesse bluffando, che minacciasse per ottenere qualcosa dall’Occidente, invece faceva sul serio. I primi giorni di guerra non riuscivo a dormire, di notte mi svegliavo ogni due ore per guardare le notizie sul web e anche lavorare era impossibile. Così ho capito che non aveva senso restare, dovevo andare dove c’era bisogno di me. In Ucraina”.
Cos’hai lasciato in Italia?
“Innanzitutto mia madre e i miei amici, ma anche il lavoro. Avendo una laurea in architettura, facevo progetti di design in uno studio. Ho sistemato gli affari e detto ai miei soci che mi spiaceva, ma dovevo andare. Loro hanno capito”.
Come e quando sei arrivato in Ucraina?
“Sono arrivato all’inizio di marzo, con l’autobus. Alcuni volontari mi hanno procurato il materiale di prima necessità: abbigliamento militare, giubbotti antiproiettile… Vicino al confine occidentale sono dovuto scendere e percorrere a piedi alcune centinaia di metri, perché la coda di auto era ingestibile: tantissime persone in fuga, ma anche altrettanti mezzi pieni di aiuti. Era diverso da come lo si vedeva in tv, mi ha fatto specie osservare famiglie che fino al giorno prima avevano una vita normale e in una notte avevano dovuto infilarla in una valigia e partire, magari anche sotto i bombardamenti. Comunque, solo una volta varcato il confine mi sono reso conto che non avevo un posto dove andare”.
E come hai fatto?
“Mi ha ospitato un mio amico a Leopoli e subito mi sono arruolato in un battaglione di volontari a fianco dell’esercito ufficiale. Lavoro con tecnologie avanzate, ma non posso dire esattamente quali, mentre da un punto di vista militare sono ancora in fase di addestramento: ho già superato il corso base, ora sto seguendo quello avanzato. Impariamo l’uso delle armi, lo spostamento tattico, la medicina sul campo di battaglia e la psicologia nelle situazioni estreme”.
Psicologia?
“Sì, in pratica ci spiegano come non suicidarci e non uccidere nessuno senza motivo, come contenere il panico e la rabbia. Una delle tattiche è respirare dentro un sacchetto di cellophane: riducendo la quantità di ossigeno e aumentando quella di anidride carbonica, il sistema nervoso si calma”.
Non hai paura?
“Non ho più paura di uno che guida l’auto. Ho studiato le statistiche: se contassimo i morti negli incidenti stradali, altro che terza guerra mondiale. Anche mio figlio è qui in Ucraina a combattere, siamo in due regioni diverse e non ho ancora avuto modo di vederlo, ma non ho paura nemmeno per lui: non c’è tempo per averla, ognuno deve concentrarsi sul suo ruolo. Quando posso accendo il cellulare e scrivo a mia mamma ‘Sono vivo e con cappello’, è un detto ucraino, come quando in Italia si dice ‘Ho mangiato e mi sono mi sono coperto bene’”.
Che cosa ti manca di più del “prima”?
“La leggerezza. Prima della guerra con i miei amici su Facebook mi scambiavo video buffi, ora controllo solo i loro aggiornamenti, se sono vivi o morti. Lo stesso con la gente che incontro qui in Ucraina: un tempo ci si chiedeva ‘cosa c’è di bello nella tua città?’, oggi la domanda è ‘quanto è stata distrutta la tua città?’.
Pensi di tornare in Italia o rimanere lì una volta terminato il conflitto?
“Non faccio progetti così a lungo termine. Mi piacerebbe tornare in Italia, se ci sono restato per 20 anni significa che mi trovavo bene. Ma le condizioni cambiano, e anche le possibilità. Tutte le città distrutte, qui in Ucraina, avranno bisogno di architetti…”
Come pensi finirà questa guerra?
“Vinceremo. Si tratta solo di capire se prima o dopo”.
(da Fanpage)
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Aprile 25th, 2022 Riccardo Fucile
IL GIORNALISTA DELLA RIVISTA DI DESTRA FRANCESE “VALEURS ACTUELLES”, ANTOINE COLONNA: “LA VERITÀ È CHE MARINE LE PEN NON ERA PRONTA, NON AVEVA UNA SQUADRA DI GOVERNO, E IL SUO STATO MAGGIORE ERA PRIVO DI PERSONALITÀ PASSIBILI DI ASSUMERE LA RESPONSABILITÀ MINISTERIALE”
A Valeurs Actuelles, la rivista della destra conservatrice, sovranista e
nazionalista, il redattore capo delle pagine internazionali Antoine Colonna non si è mai fatto illusioni sull’influenza della politica estera sul voto dei francesi per le presidenziali, e dunque sull’handicap della dipendenza finanziaria russa di Marine Le Pen.
«Anche se avessimo saputo che Marine Le Pen aveva cucinato uno dei suoi gatti in casseruola, la cosa non avrebbe avuto impatto sul risultato finale».
Ciò detto, il 41,5% di Marine Le Pen rischia di rafforzare gli scontenti e fomentare la protesta delle piazze?
«La crisi economica è una minaccia per tutti, e non solo in Francia. In tutta Europa rafforza gli elettorati scontenti, per l’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime, per l’inflazione, per il conseguente carovita. Il rischio adesso che le presidenziali sono finite e inizia il terzo turno con le legislative di giugno, è che i francesi possano far pagare Macron e la maggioranza presidenziale centrista e liberale votando alle legislative per Le Pen».
A fronte dello scarto di 17 punti rispetto a Macron, come giudica risultato raggiunto da Marine Le Pen alla sua terza candidatura all’Eliseo?
«L’astensione al 28% ha giocato un ruolo importante. Molti commentatori sui social nei giorni scorsi hanno ripreso e amplificato il giudizio di Marine Le Pen sull’arroganza di Macron, sulla sua supponenza, sul disprezzo del presidente dei ricchi nei confronti delle classi popolari. Ma la verità è un’altra. Ed è che Marine Le Pen diversamente da quanto lei stessa andava dicendo, non era pronta a governare, non aveva una squadra di governo, e il suo stato maggiore era privo di un certo numero di personalità passibili di assumere la responsabilità ministeriale. Se avesse vinto, sarebbe stata costretta a dover fare i conti con i profili altamente governativi che da parte loro si erano già tutti schierati con Eric Zemmour, e che dopo essere rimasti inchiodati al magrissimo risultato del 7 per cento al primo turno avrebbero e avranno difficoltà a riciclarsi a fianco della prima rivale e diretta concorrente di Zemmour».
Alle prossime legislative del 12 e del 19 giugno crede che la destra di Zemmour potrebbe prendersi una rivincita, manovrando magari sul fronte delle alleanze e delle desistenze così dette triangolari, scelta imposta dal maggioritario a doppio turno?
«Francamente, non credo che Zemmour avrà un futuro. Per quanto sia portatore di grandi speranze ha un rapporto complicato con Marine Le Pen e viceversa. Col suo 7 per cento non può vincere in nessuna delle migliaia di circoscrizioni in cui si giocano i seggi per l’Assemblea Nazionale, anche se va forte all’estero, tant’ è che al primo turno delle presidenziali ha conseguito il miglior risultato in Israele col più del 50%. In più bisogna pensare che i delusi di Zemmour avranno serie difficoltà di risalire la china, e come loro la destra classica, di Les Républicains, che è stata svaligiata da Zemmour nel suo capitale. Il che finirà per mettere il Rassemblement National, cioè il partito di Marine Le Pen, in posizione di forza».
Marine Le Pen forte del suo 40% cavalcherà la protesta di piazza o tenterà di consolidare la sua rappresentatività parlamentare?
«Il voto per il Rassemblement National è un voto di protesta, ma per quanto riguarda la distribuzione del voto alle legislative credo che i partiti tradizionali resistono. Il maggioritario del resto a doppio turno impedisce l’espressione delle sfumature. Marine Le Pen ne dovrà tenere conto per consolidare la forza di opposizione del suo partito».
(da “Il Messaggero”)
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Aprile 25th, 2022 Riccardo Fucile
GOLOB HA PUNTATO LA SUA CAMPAGNA ELETTORALE SULLA RIAFFERMAZIONE DELLO STATO DI DIRITTO E CONTRO IL “NAZIONALISMO POPULISTA”
Il vento liberale ha spirato anche in Slovenia. La nuova formazione politica Movimento Libertà (Gibanje Svoboda) dell’ex top manager Robert Golob ha vinto la tornata elettorale.
Ed è stato chiaro già dopo lo spoglio del 30% delle schede elettorali, iniziato una volta chiusi i seggi. Tuttavia, il distacco sul Partito democratico sloveno (Sds) del premier conservatore Janez Jansa è presto apparso meno ampio rispetto ai primi exit poll.
Dopo lo spoglio di quasi il 70% delle schede, il Movimento Libertà è risultato avanti con il 33,3%, quasi nove punti in più rispetto al 24,8% dell’Sds. Il sole sorride su Lubiana, ma soprattutto su Bruxelles, che incassa il secondo successo del progetto europeista dopo la riconferma di Emmanuel Macron come presidente della Francia.
Diverse erano stati i dissidi fra Jansa e i vertici dell’Unione europea durante l’ultimo mandato del premier uscente. J
ansa, considerato come un leader euroscettico e populista, ha fatto una campagna sulla promessa di migliorare l’economia e fornire sicurezza energetica nel Paese, che conta circa 2 milioni di persone ed è sia membro dell’Ue sia della Nato.
Jansa che è stato tra i primi leader europei a visitare l’Ucraina e ha mostrato solidarietà con Kiev dopo l’invasione russa del 24 febbraio, e ha promesso di ridurre la dipendenza della Slovenia dalle importazioni di gas russe. Ma lo sfidante Golob, che sostiene con forza le sanzioni contro la Federazione Russa, ha accusato Jansa di cercare di sfruttare la guerra a proprio vantaggio politico, un’accusa che Jansa ha respinto in modo netto.
Golob, già top manager di aziende pubbliche, ha puntato la sua campagna elettorale sulla riaffermazione dello stato di diritto e della piena libertà di stampa, contro quello che ha spesso definito «lo Stato di polizia» imposto da Jansa nel Paese.
Non sono mancati gli elogi da parte dei politici europei, come il segretario del Partito Democratico Enrico Letta, che in un tweet ha unito Parigi e Lubiana: «Oggi Francia e Slovenia sconfiggono il nazionalismo populista. Tocca a noi l’anno prossimo, uniti e determinati»
(da agenzie)
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