Aprile 27th, 2022 Riccardo Fucile
“ESISTE UNA FRANCIA SCONTENTA, IN RIVOLTA. RICORDATE I GILET GIALLI? MACRON SBAGLIÒ AD AUMENTARE LE ACCISE SUL GASOLIO. AI POLITICI MANCA L’ADESIONE AL TERRENO. BISOGNA FICCARE IL NASO DAPPERTUTTO, ANCHE NEI LUOGHI DIFFICILI”
Renzo Piano, senatore a vita, architetto da oltre cento edifici pubblici in ogni continente, a Parigi ha costruito il Beaubourg, il Palazzo di Giustizia, la nuova sede dell’École Normale Supérieure, e ora sta costruendo il nuovo ospedale, l’Hopital du Grand Paris. Ha la doppia cittadinanza, italiana e francese.
Senatore, ha votato?
«Sì. Macron, e sono sollevato che ce l’abbia fatta. Ma sono anche preoccupato».
L’estrema destra antieuropea non è mai stata così forte.
«E io mi sento profondamente europeo. La Francia è la mia seconda patria. Nel 1968 partii da Genova per Londra con le valigie sul tetto, la mia ex moglie e due figli piccoli; e nel 1971 ero già a Parigi. La Francia è sempre stata un Paese accogliente, e questa città in particolare. È una metropoli del Nord, ma la sua anima è latina. Parigi mi ha adottato. Ciò non toglie nulla alla mia italianità e alla mia mediterraneità: la luce è fondamentale in tutti i miei progetti».
La destra radicale di Marine Le Pen ed Eric Zemmour si basa proprio, sia pure con toni diversi, sul rifiuto dello straniero.
«Ma la Francia da sempre integra chi viene da fuori. I più grandi artisti del Novecento arrivarono a Parigi dall’estero: Picasso dalla Catalogna, Modigliani da Livorno, Brâncusi dalle foreste romene. E poi gli italiani: Umberto Eco e Paolo Conte li ho conosciuti qui a Parigi; Rossellini realizzò la sua ultima opera al Beaubourg; Italo Calvino veniva spesso nel cantiere. Lo stesso faceva Mario Vargas Llosa a Berlino, a Potsdamer Platz: del resto, gli scrittori nutrono una gelosia profonda per gli architetti, che costruiscono cose; e gli architetti sono gelosi degli scrittori, che costruiscono mondi».
Come spiega allora il risultato di domenica scorsa, con la Le Pen battuta ma mai così vicina all’Eliseo? Dove ha sbagliato Macron?
«Non dimentichiamo che esiste una Francia scontenta, in rivolta. Ricorda i Gilet gialli? Macron sbagliò ad aumentare le accise sul gasolio. A Parigi quasi nessuno ha la macchina; ma la Francia è anche un Paese rurale, ci sono persone che fanno 60 chilometri in automobile tutti i giorni per andare al lavoro».
C’è una frattura tra la Francia urbana e quella profonda.
«Sì, ma non è solo quello. Ai politici manca l’adesione al terreno. Bisogna ficcare il naso dappertutto, anche nei luoghi difficili, nelle situazioni drammatiche. Devi chiederti se ha ragione non Marine Le Pen, ma il suo elettorato; e ci sono ragioni che ti balzano agli occhi. Devi andare sul posto e poi scavare, grattare, finché non trovi il genius loci, l’anima del luogo. Altrimenti ti rifugi nell’Accademia, i posti dove politici, scrittori, architetti si parlano tra loro e si convincono di essere i migliori del mondo».
Cosa significa aderire al terreno?
«Se devo costruire un ospedale a Komotini, al confine tra Grecia, Bulgaria e Turchia, vedo che il posto è pieno di foreste, e lo faccio in legno. Ma se devo costruirlo in Uganda, mi chino a terra, prendo in mano l’argilla e la mostro al mio committente, Gino Strada. “Voglio un ospedale scandalosamente bello”, disse Gino. Così lo feci in argilla. A New York di fronte alle acque dell’Hudson ho ripensato il Whitney Museum come un vascello di vetro e acciaio. Ad Amiens ho puntato il binocolo e orientato la nuova università in direzione della guglia della Cattedrale gotica».
Amiens è la città di Macron. Come lo giudica?
«Non so valutarlo appieno, conosco meglio sua moglie Brigitte. Però penso che sia un politico sincero. Che creda davvero al dialogo, all’inclusione».
I politici mentono. Sempre.
«No. La sincerità è fondamentale in politica, che è l’arte più sublime e straordinaria: l’arte della polis, di governare il bene pubblico. Ce lo siamo detti con Liliana Segre, passeggiando sottobraccio in Transatlantico, nei giorni della rielezione di Mattarella, e conversando sulla nobiltà della politica. Dovremmo ripristinare il giuramento degli antichi ateniesi: “Giuro di restituirvi la città più bella di come mi è stata consegnata”. E per i greci il concetto di bello includeva quello di buono. È la stessa cosa che intende Dostoevskij, quando fa dire al principe Mishkin che la bellezza salverà il mondo. La bellezza non è solo un fatto estetico; non a caso diciamo bella persona, bella idea. Purtroppo l’idea di bellezza ce l’hanno rubata. Oggi è sinonimo di cosmesi, di centro estetico».
La bellezza assoluta esiste?
«È come l’uccello del Paradiso: inafferrabile. È come Atlantide: non c’è; ma bisogna cercarla. Poi magari, sia pure solo per un momento miracoloso, la si trova».
La Francia di oggi è più bella di cinque anni fa?
«Secondo me, sì. Lo è anche l’Europa».
Macron diventerà un giorno il primo presidente eletto degli Stati Uniti d’Europa, come sogna?
«È una possibilità. L’Europa è il nostro futuro, e Macron la sente molto. Ha creato una dinamica, insieme con la Germania, con Draghi».
Ma l’Europa è divisa. Tra una nazione e l’altra. E al suo interno: centro contro periferia, città contro provincia.
«L’Europa è un’immensa città diffusa. Il contrario di città non è campagna, è deserto; e in Europa trovi tutto, metropoli e borghi, boschi e fiumi, campi e mari, tranne il deserto. In tutto il continente non esiste un posto da cui non si possa raggiungere in un’ora un ospedale, una sala per concerti, una biblioteca. Ogni 150 metri c’è la fermata di un tram, ogni 300 di una metropolitana; ogni dieci chilometri c’è una stazione, ogni 150 chilometri una stazione dell’alta velocità».
I centri storici però si stanno svuotando.
«È vero. Anche qui a Parigi, come nel centro di Roma, di Firenze, di Venezia, vedi tante case con le finestre spente. Perché sono “case trofeo”: acquistate da miliardari che magari ci vengono una volta ogni due anni. Il punto è riportare in centro chi ama la musica, i libri, la pittura, costruendo auditorium, centri di ricerca, musei. E anche riportare in centro il lavoro, l’artigianato, la scienza, i mestieri d’arte».
Cosa prova di fronte alle immagini della guerra in Ucraina?
«Mi rattrista profondamente. Io sono un costruttore di pace: un genere un po’ speciale di pacifista non sedentario. E sedentario Gino Strada lo era ancora meno».
Com’era Gino Strada?
«Lui combatteva contro la guerra. Era un uomo battagliero. Come cantava il mio amico Fabrizio De André, anch’ io mi sento “figlio di un temporale”. Sono del 1937».
Cosa ricorda della Seconda guerra mondiale?
«I suoni. Le sirene, i bombardamenti: ancora adesso, quando sento passare sulla testa più di un aereo, mi si gela il sangue. Ma mi ricordo soprattutto il Dopoguerra, e quella meravigliosa sensazione di assistere a un mondo che cambiava in meglio ogni giorno. Ogni giorno il cibo era più buono, mia madre più serena, le strade più pulite. Ogni giorno ti allontanava dall’orrore e consolidava la pace».
Lei ha lavorato anche in Russia, per committenti privati. Perché Putin ha invaso l’Ucraina? Perché ha commesso insieme un crimine e un errore?
«Quando costruisci una realtà parallela, finisci per crederci. Putin è vittima della sua stessa propaganda. Perché dopo un po’ non ti rendi più conto che la propaganda è menzogna. Rinunci a esplorare il terreno, e ti chiudi nell’Accademia di cui parlavamo, quella in cui tutti si danno ragione».
Putin ha davvero ancora molto consenso?
«Anche una parte dei russi è vittima della propaganda. Ma non dobbiamo sottovalutare il popolo russo. Ripenso agli occhi dei cittadini di Mosca: sono pieni di vita. Al Cern di Ginevra lavorano insieme mille russi e trecento ucraini: la guerra per loro è una tragedia; ma per il mondo loro sono una grande speranza».
Lei all’inizio della pandemia disse al «Corriere» che il prezzo più alto l’avrebbero pagato i giovani.
«Purtroppo è stato così. Altro che smart working: bisogna lavorare insieme, giovani e anziani, e giocare al ping-pong delle idee. Nessuna idea geniale è mai stata partorita da un uomo solo. Io ti getto la pallina, l’idea, e tu me la rimandi con un altro taglio, un altro effetto».
E lei, quando lascerà ai giovani?
«Io ai giovani ho dato molto, dai giovani ho preso moltissimo. E per finire in bellezza il mio sogno è morire in un cantiere. Sono posti meravigliosi».
(da Il Corriere della Sera)
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Aprile 27th, 2022 Riccardo Fucile
L’UOMO NELLA FOTO E’ UN NOTO ESTREMISTA SOVRANISTA RUSSO
Con la guerra in Ucraina e il capillare dispiegamento della
propaganda attraverso i Social network, riemergono dal passato vecchie narrazioni risalenti al 2014, come la foto del presunto nazista a capo della polizia di Kiev. Più recentemente troviamo un tweet con la stessa immagine, del giornalista inviato nel Donbass George Eliason, risalente al 19 marzo 2022. Vediamo di chi si tratta realmente
Per chi ha fretta:
Dal 2014 a oggi vengono usate foto di personaggi coi tatuaggi neo-nazisti, attribuendole ai vertici della polizia di Kiev o del battaglione Azov.
Uno dei “modelli” più utilizzati è in realtà il pregiudicato russo Aleksey Maksimov.
Alcune fonti riferiscono che Maksimov sia stato individuato nel 2017 dalla polizia estone col sospetto di venir utilizzato da Mosca per inquinare le manifestazioni locali.
Analisi
L’immagine circola ormai da otto anni, con didascalie come la seguente:
“I volti di nuova Ucraina “democratica… I nuovi partner dell’Unione Europea… Facciamo conoscenza… Capo della polizia di Kiev, ex-vicecomandante del battaglione punitivo Azov”
Originariamente l’immagine è stata associata a Vadim Troyan su Reddit, per essere poi rimossa, probabilmente a seguito dell’intervento di un utente, che ha svelato l’errore di attribuzione, rimandando a un articolo del The Jerusalem Post.
Sono passati otto anni e l’immagine viene attribuita al vice capo della polizia di Kiev, che secondo il Reporter si chiamerebbe Alex Gwaizdowski.
Il nazista misterioso è in realtà un russo
L’uomo nella foto è in realtà il neo-nazista di San Pietroburgo Aleksey Maksimov. Può capitare che lo vediate confuso in giro nel Web con un altro personaggio filo-nazista, ovvero Artem Bonov, ugualmente usato in passato per lo stesso genere di false attribuzioni. Fisico e tatuaggi si somigliano, ma si tratta di persone diverse.
Maksimov, noto anche come Mukha o The Fly, risulta come leader di una associazione politica russa denominata “Fondo per l’assistenza ai prigionieri politici di destra“. In Russia è un pregiudicato, sappiamo che ha effettivamente partecipato a diverse manifestazioni di estrema Destra in diversi Paesi, inclusa l’Ucraina. Ma il bello arriva adesso.
È emblematico anche l’uso fisico che è stato fatto di Maksimov, almeno secondo quanto trapela dalle autorità dell’Estonia. Fonti risalenti al 2017, come questo articolo di Life.ru, riportano le lamentele della polizia estone, la quale avrebbe riferito «che le autorità russe “per disperazione” hanno inviato i loro nazisti a vari eventi in Estonia per presentare successivamente l’estremismo come un problema nella società estone».
Tra questi ci sarebbe stato anche Maksimov, il quale sarebbe entrato nel Paese allo scopo di «diventare il soggetto di una fotografia come “nazista locale”», per esempio durante gli eventi commemorativi, sfoggiando i suoi tatuaggi neonazisti, svastica inclusa.
Conclusioni
La foto di un pregiudicato di San Pietroburgo, tale Aleksey Maksimov – noto per aver partecipato a diverse manifestazioni sfoggiando i suoi tatuaggi neo-nazisti -, è stata utilizzata dal 2014 a oggi per sostenere senza alcuna fonte a supporto, che si trattasse di una persona ai vertici della polizia di Kiev o un militante del battaglione Azov. Inoltre, le autorità estoni avrebbero riferito nel 2017, che l’uomo verrebbe lasciato uscire liberamente dai confini russi, allo scopo di ingigantire la presenza di movimenti nazisti vicino ai suoi confini.
(da Open)
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Aprile 27th, 2022 Riccardo Fucile
IN TRE CONTRO UNO, VIGLIACCHI SEMPRE
Lo hanno prima circondato, poi insultato e alla fine colpito ripetutamente al corpo e al volto. Così Dino Fierli, volontario della Misericordia di Bagni a Ripoli è stato pestato da tre no vax mentre si trovava in strada indossando la divisa da volontario. L’uomo è stato costretto al ricorso delle cure dei medici e nell’immagine condivisa sui social mostra il suo volto tumefatto e racconta a tutti quell’aggressione subita.
Il 59enne volontario della Misericordia di Bagni a Ripoli ha pubblicato sul suo profilo Facebook il racconto di quanto gli è accaduto lo scorso 23 aprile:
“Quando suona la sirena montiamo in ambulanza e interveniamo, non facciamo né differenze di razza né se vaccinato oppure no, interveniamo, punto. E poi vieni aggredito, e per cosa!!? Schiavo del sistema, ma quale sistema. È per colpa anche vostra che le persone sono morte le avete portate all’ospedale e sono morte, questo mi è stato detto mentre sono stato pestato. No cari miei non ci sto. Io non sono schiavo di nessuno, noi volontari facciamo quello che facciamo per la comunità, per strappare un sorriso a chi soffre, per cercare di salvare una vita, anche la Vostra se fosse necessario. In tre contro un 59 enne? provo solo tanta pena per delle menti e coscienze cosi povere e inutili”.
Gli hanno gridato “schiavo del sistema” e poi, dopo averlo circondato – in tre contro uno – lo hanno colpito. Sul suo volto ci sono ancora i segni di quell’aggressione che da verbale è diventata fisica.
Tre no vax che non si sono fermati e sono passati alle mani per corroborare il loro ideale anti-vaccinista, prendendosela con un uomo solo indifeso e colpevole di indossare la divisa di volontario. Un episodio, quello accaduto a Firenze, che ricorda quelli già avvenuti – a macchia di leopardo – in tutta Italia.
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2022 Riccardo Fucile
“LA SUA IMMAGINE PERSONALE E POLITICA È LOGORATA: DALL’AMICIZIA IN DOLLARI CON BIN SALMAN AL RITIRO PRECIPITOSO DAL CDA DI DELIMOBIL, SOCIETÀ DI CAR SHARING A MOSCA. LE SUE IDEE POLITICHE CADONO COME BIRILLI. NON È RIUSCITO A PORTARE AL COLLE CASINI E L’IPOTESI DI ITALIA AL CENTRO, CON TOTI E BRUGNARO E ROMANI, È SALTATA
E se un destino burlone ma anche infametto costringesse Matteo
Renzi a corteggiare – politicamente parlando, s’intende – proprio l’uomo che nel 2014 aveva defenestrato da palazzo Chigi, quell’“Enrico stai sereno” ridicolizzato, vilipeso e costretto a emigrare in Francia; che però oggi è tornato, è a capo di un partito tutto sommato in salute e che alla fin dei conti costituisce la sua unica zattera di salvataggio, sempre politicamente parlando?
Il leader di Italia viva sta entrando in una stagione primavera-estate turbolenta. Il 10 maggio darà alle stampe il libro Il mostro, che ha annunciato come un atto d’accusa contro i magistrati che hanno indagato lui e la sua famiglia. Sarà un esplosione pirotecnica, prevede, a cui seguiranno altri botti derivanti dall’approdo in aula del processo Open; a metà luglio dovrebbe essere interrogato lui stesso.
Ma intanto il senatore fiorentino, preso atto che di non essere più o forse di non essere mai stato il “Macron italiano”, deve immaginare cosa farà il suo partito Italia viva da grande. O meglio da piccolo, visto che i sondaggi lo quotano intorno al 2 per cento.
La sua immagine personale e politica è logorata: dall’amicizia in dollari con bin Salman al ritiro precipitoso dal cda di Delimobil, società di car sharing a Mosca. Ma il vero guaio è che le sue brillanti idee politiche ormai cadono come birilli. Renzi non è riuscito a portare al Colle Pier Ferdinando Casini, su cui aveva scommesso per il suo rilancio e su cui aveva costruito il sogno di nuova forza centrista. Da quel momento niente è andato in buca: l’ipotesi di Italia al centro, con Giovanni Toti e Luigi Brugnaro e Paolo Romani, è saltata.
Ed è saltata proprio a Genova, cioè nella città dove c’erano le condizioni migliori per costruirla alle prossime amministrative, sotto la protezione del presidente della regione, che – benché nato a Viareggio, cresciuto a Marina di Massa e vissuto a Milano dove lavorava come giornalista di Mediaset – in città ha un discreto seguito. Nel capoluogo ligure Renzi sosterrà ugualmente il sindaco delle destre Marco Bucci, l’uscente che si prepara a essere rieletto. Ma i suoi candidati «andranno a rinforzare la lista civica», spiega Raffaella Paita, sua plenipotenziaria in regione. Paita nega l’intenzione di Iv di buttarsi a destra.
In effetti anche quell’idea è stata un flop. Così l’ultima pensata politica Renzi è un’altra. Il giorno dopo la vittoria di Macron in Francia, l’ha raccontata ad alcuni parlamentari di Iv: «Il Pd rifletta. Le elezioni francesi dimostrano che si vince con Macron, e non con Mélenchon o Hidalgo». Questo è il pezzo di ragionamento rivolto a sinistra. Poi c’è l’altro corno, quello rivolto a destra: «Rifletta anche Berlusconi, se insegue Salvini o Meloni sbaglia. Il problema è che in Italia non abbiamo né un Macron né il sistema francese a doppio turno, che impedisce ai populismi di destra e di sinistra di sommarsi. Se nel 2018 si fosse votato con l’Italicum, paradossalmente, non si sarebbero potuti sommare Lega e Cinque stelle».
È andata diversamente, anche e soprattutto grazie alla sua scelta di godersi lo «spettacolo» della nascita della maggioranza gialloverde mangiando popcorn. Ma questa sarebbe un’altra storia.
Oggi la storia è: Renzi sa che il brillante futuro di Macron italiano gli è dietro le spalle. E questo anche se l’amico e eurodeputato Sandro Gozi ancora ci spera, e ci lavora. «En Marche e Italia viva sono alleati in Renew Europe», il gruppo europeo, «c’è molta cooperazione tra i due movimenti a vari livelli», assicura. «Ho spinto sin dall’inizio per i rapporti tra le due forze politiche e affinché Iv aderisse a Renew. Obiettivo l’aggregazione delle vari forze centrali. Devono superare le loro divisioni. Come Renew vogliamo espanderci nei paesi in cui non siamo abbastanza presenti, a partire da Italia e Polonia».
In Polonia chissà. In Italia questo progetto proprio non parte. Fallita l’alleanza centrista fra Iv e Azione per incompatibilità fra Renzi e Carlo Calenda, fallita quella con i cespugli di centrodestra, stavolta il senatore fiorentino tenta una posta più grande. La proposta formale l’ha consegnata al Giornale: un appello a Enrico Letta e Silvio Berlusconi
«Siate macroniani, il voto in Francia deve far riflettere urgentemente i leader italiani». Il primo, secondo Renzi, deve abbandonare l’idea di allearsi «con un personaggio come Giuseppe Conte che solo settantadue ore prima non sapeva scegliere tra Macron e Le Pen e strizza l’occhio al populismo di sinistra di Mélenchon». Il secondo smetta di «continuare a puntare su Salvini e Meloni nella speranza di vincere lezioni».
Una provocazione, una «renzata», a cui il Pd non risponde neanche. E che da Articolo uno bollano come una proposta «della disperazione». Ma se è una provocazione, lo è fino a un certo punto. Renzi dà per scontato che alla fine non si faccia una legge proporzionale e si vada al voto con l’attuale sistema elettorale. E dà per assodato che presto o tardi, ma prima delle elezioni, i Cinque stelle imploderanno e che per salvare il salvabile Giuseppe Conte sarà costretto a portare i suoi al voto da soli.
Su questa convinzione, quello che oggi sembra incredibile per Renzi diventa una possibilità reale. Anche perché Letta, che sull’alleanza con il M5s ha scommesso dall’inizio, ormai è sempre più deluso e spiazzato dagli ondeggiamenti dell’ex premier. Il segretario Pd potrebbe dunque trovarsi costretto ad un matrimonio forzato con Italia viva. Anche se al momento l’eventualità viene data per impensabile fra le forze progressiste, e anzi al congresso di Art.1, lo scorso weekend, Renzi non è neanche stato invitato in quanto non appartenente al «campo largo» di centrosinistra.
Una scelta sgarbata che il senatore non ha neanche commentato. Francamente se ne infischia. Il suo futuro non è dentro il centrosinistra nella sua versione giallorossa, ma in un agglomerato centrista. E se gli va bene, sarà con il Pd di Letta. A cui infatti da dopo la rielezione di Sergio Mattarella non fa che porgere complimenti e affettuosità.
Ma è un futuro incerto, in cui non crede nessuno, neanche dei suoi. Fra i quali infatti regna l’incertezza di doversi rivolgere a destra o a sinistra, insomma la confusione più assoluta. Ieri il cordoglio per la morte di Assunta Almirante è sfuggito di mano a Ettore Rosato, che si è spinto fino a parlare di «eredità morale e politica» del marito Giorgio, fondatore del Movimento sociale e già direttore della Difesa della razza in epoca fascista. Scatenando ironie e polemiche. «Capisco la necessità di giustificare l’alleanza con la Meloni a Genova, ma anche l’eccesso di zelo ha un limite», lo ha sfottuto o il coordinatore di Articolo uno Arturo Scotto. A alla fine il tweet è stato rettificato. Ma l’idea che Renzi si butti a destra circola nei territori.ome un veleno.
A Genova, dopo l’appoggio a Bucci, Alessandro Terrile, capogruppo Pd in comune, assicura che la scelta «è stata frutto di decisioni del gruppo dirigente nazionale di Iv» e che «i militanti locali, peraltro pochi, si divideranno». Dei tre consiglieri, due sosterranno il centrosinistra e uno il centrodestra. A Palermo il senatore Davide Faraone si è ritirato dalla corsa a sindaco a favore del candidato Roberto Lagalla, dell’Udc e di Marcello Dell’Utri. A Bologna, Isabella Conti, la sindaca di San Lazzaro che ha partecipato alle primarie contro Matteo Lepore, ha lasciato il partito: «Non c’è chiarezza sui valori nei quali Iv si incardina e si riconosce. Io mi riconosco in quelli del centrosinistra».
(da Domani)
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Aprile 27th, 2022 Riccardo Fucile
ZEMMOUR PARLA DI UN FRONTE UNICO, MA MARINE NON DIMENTICA LE ACCUSE…MORALE DELLA FAVOLA: SARANNO DIVISI E PERDENTI ANCHE ALLE LEGISLATIVE
Da domenica sera, quella della sua sconfitta, Marine Le Pen resta in silenzio. Scossa dalla delusione, rimugina ed è arrabbiata, arrabbiatissima contro l’altro leader dell’estrema destra, Éric Zemmour, polemista e giornalista televisivo di successo. Per mesi aveva lanciato frecciatine contro la «collega», se non affermazioni altezzose durante interviste e comizi.
Non solo: Zemmour aveva attirato nel suo nuovo partito, Reconquête!, esponenti in fuga dal Rassemblement National, la formazione di Le Pen, quando i sondaggi davano più forte lui di lei. Tra chi ha raggiunto Zemmour, perfino Marion Maréchal (che un tempo vi associava il cognome Le Pen), la nipote di Marine. Lì il tradimento è diventato pure familiare.
Da una decina di giorni, però, da quando si comincia a guardare alle elezioni legislative di giugno (il 12 e il 19 giugno), Zemmour e i suoi stanno bussando alle porte dell’Rn: solo con un’alleanza tra i due partiti, quelli di Reconquête! possono sperare in una rappresentanza in Parlamento, compreso Zemmour in persona.
Marine rimane silente, ma per lei parlano i luogotenenti, con un «niet» generalizzato e sprezzante. Gliela vogliono far pagare a Éric (e a Marion), nonostante il fatto che, da un certo punto di vista, dovrebbero addirittura ringraziarli: Reconquête! ha attirato i politici e i militanti più estremisti di Rn, anche quei giovani con le facce da teppisti e le braccia tatuate che ancora si vedevano ai comizi di Le Pen poco tempo fa.
Anche così lei è diventata più «rassicurante» e al primo turno ha conquistato il 23,5% contro un magro 7% per Zemmour, per poi assicurarsi il 41,5% al ballottaggio.
Proprio la sera del secondo turno, il brillante ex giornalista aveva pronunciato un discorso in tv, sottolineando: «È l’ottava volta che la disfatta colpisce il cognome Le Pen», una frase che Marine non ha apprezzato per nulla.
«Siamo condannati a perdere? – aveva continuato -. C’è una fatalità per cui i difensori delle idee nazionali debbano perdere tutte le elezioni?».
Insomma, finché ci sarà di mezzo il cognome Le Pen, non vi sarà niente da fare (osservazione, d’altra parte, che fanno anche tanti politologi).
Subito dopo Zemmour aveva comunque invitato il «blocco nazionale a unirsi» in vista delle legislative. Lunedì ha postato un tweet, rivolgendosi direttamente alla donna: «Marine Le Pen, accettando la mano che le porgo, lei ha l’occasione di mettere fine al cordone sanitario che sterilizza il campo nazionale da quarant’ anni. Facciamolo. Insieme».
I toni sono decisamente cambiati, ma è troppo tardi. Marine non ha risposto direttamente, ma attraverso il proprio stratega e cognato Philippe Olivier: «Chi è Zemmour? Colui che domenica sera insultava gravemente il cognome di Marine dinanzi a 15 milioni di telespettatori e che oggi ci prodiga un tweet mieloso».
Quanto a Louis Aliot, sindaco di Perpignano ed ex compagno di Le Pen (la consigliò già una decina di anni fa di sdoganarsi dall’eredità del padre Jean-Marie), ha fatto notare che «Zemmour si deve sgonfiare la testa, che è enorme, e deve smetterla di insultare la gente». Per poi aggiungere: «Se davvero quel cognome lo disturba, cominci col separarsi da una Le Pen che ha voluto con lui, Marion».
Ancora la nipote, ormai presenza imbarazzante per tutti. Ieri Sébastien Chenu, altro consigliere di Marine, ha confermato che Rn presenterà un candidato perfino contro lo stesso Zemmour, nel collegio dove si presenterà alle legislative. Secondo le proiezioni di Harris Interactive, calcolate sui risultati delle presidenziali, se Reconquête! non si allea al partito di Le Pen, a causa del sistema elettorale (maggioritario a due turni) alle parlamentari non otterrà neppure un deputato.
Mentre il Rassemblement National da solo può ambire a un numero compreso tra i 75 e i 105. La forbice salirebbe a 117-147 se Rn accettasse di fare liste comuni con gli zemmouriani. Ma Marine non perdona, proprio non ce la fa.
(La Stampa)
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Aprile 27th, 2022 Riccardo Fucile
INTANTO IL PREMIER MORAWIECKI FA IL DURO CON PUTIN: “IL BLOCCO DELLE FORNITURE DI GAS? AFFRONTEREMO QUESTO RICATTO SENZA CHE I POLACCHI SE NE ACCORGANO”. DAL PRIMO MAGGIO DIVENTERÀ OPERATIVO IL GASDOTTO CHE LA COLLEGA ALLA LITUANIA
È molto forte la paura in Polonia di un possibile coinvolgimento di
Varsavia nella guerra di Putin: il 77% dei polacchi teme che la guerra in Ucraina costituisca un pericolo per il proprio paese e il 50% si sente personalmente minacciato dalla guerra in corso .
Lo scrivono i media locali riportando il sondaggio internazionale realizzato da Ipsos Global Advisor fra il il 25 marzo e 3 aprile scorso su un campione di 19 mila persone scelte fra i cittadini di 27 paesi del mondo. (Le rispettive cifre dello stesso sondaggio per l’Italia sono il 74% e 50% della popolazione).
Questi dati sono confermati anche da altre fonti: secondo le ricerche realizzate in marzo scorso dall’istituto polacco Zymetria l’84% dei polacchi teme che la guerra potrebbe spostarsi anche sul territorio della Polonia.
Per l’Ipsos le notizie sulla guerra sono seguite in Polonia dall’ 82% dalle persone nell’età compresa fra i 50 e i 74 anni). L’84% degli polacchi sostiene l’accoglienza dei profughi dall’Ucraina e l’83% è a favore degli aiuti ai paesi aggrediti.
La decisione di bloccare le forniture di metano è un ulteriore passo dell’ “imperialismo del gas” della Russia e “un attacco diretto alla Polonia”. Lo ha detto il premier polacco Mateusz Morawiecki ai parlamentari, secondo quanto riporta Bloomberg.
“Affronteremo questo ricatto con la pistola puntata alla testa senza che i polacchi se ne accorgano”, ha aggiunto ricordando che la Polonia ha 2,3 miliardi di metri cubi di riserve di gas, sufficienti per un mese e mezzo o anche più in caso di rialzo delle temperature. “La Russia ha attaccato l’economia europea con misure inflazionistiche. La ‘Putinflazione’ ha lo scopo di far alzare ancora di più i costi del gas”, ha aggiunto Morawiecki.
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2022 Riccardo Fucile
“I SUICIDI DEI TOP MANAGER UNA MESSINSCENA DEL REGIME”
Igor Volobuev, vicepresidente della Gazprombank di proprietà statale, ha annunciato di essere fuggito dalla Russia per combattere a fianco delle forze ucraine, diventando così il quarto alto dirigente o funzionario noto ad aver fatto una brusca uscita dal paese.
Lo scrive The Moscow Times. Volobuev ha precisato di aver lasciato la Russia il 2 marzo e di essersi unito alle forze di difesa territoriale ucraine. «Non riuscivo a guardare quello che la Russia stava facendo alla mia patria», ha detto Volobuev, nato nella città ucraina nord-orientale di Okhtyrka.
«I russi stavano uccidendo mio padre, i miei conoscenti e i miei amici intimi», ha dichiarato Volubueval Moscow Times. «Mio padre ha vissuto per un mese in un freddo seminterrato, persone che conoscevo fin dall’infanzia mi dicevano che si vergognavano di me».
A quanto si apprende il vicepresidente è stato licenziato dopo aver lasciato la Russia, ponendo fine a 33 anni di carriera trascorsa a lavorare con società del gruppo Gazprom dove si è occupato, nella direzione pubbliche relazioni, di denigrare il sistema di gasdotti che attraversano l’Ucraina con i clienti europei.
«Non potevo più stare in Russia. Sono ucraino di nazionalità, sono nato ad Akhtyrka, non potevo più osservare dall’esterno cosa sta facendo la Russia alla mia patria. La mia scelta è un pentimento, voglio lavare via il mio passato russo. Voglio rimanere in Ucraina fino alla vittoria», ha aggiunto Volobuev che ha attaccato direttamente il presidente Putin. «Questo è un crimine da parte sua, del governo russo e, di fatto, del popolo russo. Perché non è Putin che uccide gli ucraini qui, non è Putin che violenta le donne. Questo è il popolo russo. E anche io, sebbene ucraino di nazionalità, ne sono responsabile. Mi vergogno di questo, me ne pentirò per tutta la vita, perché ho una doppia responsabilità: non sono solo un russo. Sono nato qui, ho vissuto qui per 18 anni, quindi ne rispondo due, tre volte».
Nell’intervista al Moscow Times Volobuev ha anche messo in dubbio le spiegazioni ufficiali degli omicidi-suicidi dell’ex vicepresidente della Gazprombank Vladislav Avaev a Mosca e dell’ex top manager del gigante energetico Novatek Sergei Protosenya in Spagna.
Volobuev è almeno il quarto alto dirigente di società russe ad aver abbandonato il Paese dopo l’inizio della guerra, dopo l’ex primo vice presidente di Sberbank, Lev Khasis, la ceo di Yandex Elena Bunina e il vice Ceo di Aeroflot, Andrei Panov.
Aveva lasciato la Russia lo scorso marzo anche l’inviato per il Clima del Cremlino, Anatoly Chubais. Su Avaev, Volubuev ha dichiarato a The insider: «Voglio chiarire: non era solo un vicepresidente, è stato il primo presidente, per un incarico. Non so cosa abbia fatto, non l’ho mai conosciuto e mai sentito nominare prima. So anche che al momento del suo presunto suicidio era l’attuale primo vicepresidente di Gazprombank. Non credo che possa uccidere sua moglie e sua figlia, penso che questa sia una messa in scena. Come mai? È difficile da dire. Forse sapeva qualcosa e rappresentava una sorta di pericolo».
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2022 Riccardo Fucile
GLI USA: “DOBBIAMO MUOVERCI CON IL RITMO DELLA GUERRA”… ANCHE LA GERMANIA ACCANTONA LA PRUDENZA INIZIALE E CONSEGNA DIVERSI BLINDATI DOTATI DI CANNONI ANTI-AEREO
Quattro-cinque settimane per «sconfiggere» Vladimir Putin, con gli
Stati Uniti al comando di un «gruppo di contatto» formato da 43 Paesi.
Con il vertice di Ramstein di ieri si è aperta una nuova fase militare — e anche politica — del conflitto.
È un cambio di passo studiato da settimane dal Pentagono, naturalmente con l’avallo del presidente Joe Biden, e assecondato dagli alleati della Nato.
Ieri il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, ha accolto gli altri ministri nella base americana in Germania con un senso di urgenza: «Le prossime settimane saranno decisive. L’Ucraina può vincere e penso che tutti noi dovremmo fare il possibile per aiutarla. Ma ora occorre fare presto, non c’è tempo da perdere, dobbiamo muoverci con il ritmo della guerra».
Praticamente tutti i partecipanti ne hanno preso atto. Il caso più vistoso è quello della Germania, che ha accantonato la prudenza iniziale. La ministra della Difesa Christine Lambrecht si è presentata al vertice con l’annuncio più sostanzioso: la consegna di un numero non ancora precisato di blindati Gepard (o Cheetahs) dotati di cannoni anti-aereo. La Krauss-Maffei Wegmann, industria bavarese, ha fatto sapere di aver circa 50 semoventi pronti per la consegna.
La riunione è stata aperta dal ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov che ha elencato i bisogni dell’esercito schierato nel Sudest del Paese. Oltre a quello della Germania, ci sono stati gli impegni pubblici di Gran Bretagna (missili anti-aereo) e Canada (otto blindati).
L’Italia ha confermato la fornitura di un secondo round di sistemi anti-aereo, anti-carro, oltre a mortai e munizioni. Nei prossimi giorni dovrebbero partire anche ordigni più pesanti.
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2022 Riccardo Fucile
IL REGISTA ALEX ORLOWSKI ATTACCA BIANCA BERLINGUER E LA TRASMISSIONE CARTABIANCA, SU RAI 3 … IL PROFESSORE AVEVA DETTO CHE “SE LA RUSSIA DOVESSE COLPIRE UN PAESE DELLA NATO, L’ITALIA DOVREBBE DICHIARARE LA NEUTRALITÀ E AVVIARE IL PROCESSO DI FUORIUSCITA DALLA NATO”
Alex Orlowski, in un durissimo post pubblicato sul suo profilo Twitter attacca Bianca Berlinguer e la trasmissione Cartabianca, su Rai 3. “Praticamente le tv Italiane sono monopolizzate dalla propaganda russa”, osserva il regista ed esperto di marketing politico e monitoraggio dei social media.
“Cartabianca dopo la guerra dovrete vergognarvi”. Quindi, rivolto alla conduttrice: “Alessandro Orsini imbarazzante e leccaculo dei russi”.
Il professore infatti, ospite della Berlinguer aveva detto che “se davvero la Russia dovesse colpire un paese della Nato, l’Italia dovrebbe dichiarare la neutralità e, se le circostanze internazionali costringessero a tanto, dovrebbe avviare il processo di fuoriuscita dalla Nato”.
E ancora: “Noi italiani non possiamo seguire questi pazzi scriteriati. Oggi siamo di fronte alla ribellione delle élite nei confronti delle masse e perseguono interessi contrari a quelli delle masse. Rischiano di portarci a una guerra mondiale”, dice il docente di sociologia del terrorismo internazionale”.
(da agenzie)
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