Luglio 11th, 2022 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO INPS: UN LAVORATORE SU QUATTRO AVREBBE DIRITTO AL REDDITO DI CITTADINANZA… SERVE APRIRE DI PIU’ ALL’IMMIGRAZIONE PER RAFFORZARE IL SISTEMA PREVIDENZIALE
«Il 23% dei lavoratori guadagna meno di 780 euro al mese» e secondo il
nuovo rapporto annuale dell’Inps percepisce meno della soglia di fruizione del Reddito di cittadinanza, a cui potrebbe far ricorso per compensare il proprio reddito.
Il documento presentato dal presidente dell’istituto di previdenza Pasquale Tridico sottolinea come la distribuzione dei redditi tra lavoratori dipendenti si sia «ulteriormente polarizzando», tra cui guadagna sempre meno e chi vede salire il proprio reddito.
Secondo l’Inps, solo l’1% «dei lavoratori meglio retribuiti ha visto un ulteriore aumento» rispetto alla «massa retributiva complessiva».
Per quanto riguarda le pensioni, invece, il 32% dei pensionati riceve meno di mille euro al mese.
Percentuale che sale al 40 se si considerano solo gli importi delle prestazioni al lordo dell’imposta sul reddito personale, senza quindi le integrazioni associate a indennità di accompagnamento e quattordicesima mensilità.
La pensione della generazione X
Nel suo rapporto, Inps ha inserito anche un calcolo di quanto ammonterà la pensione per la generazione X. Il lavoratore nato tra il 1965 e il 1980, se ha versato 9 euro l’ora per 30 anni di lavoro, quando andrà in pensione a 65 anni riceverà 750 euro al mese. Cifra che, come precisa Tridico, è «superiore al trattamento minimo» ad oggi fermo a 524 euro.
Il 2022 tra crisi e inflazione
Per quanto riguarda il 2022, pandemia e guerra in Ucraina giocheranno un ruolo rilevante. L’Istituto prevede un aumento della spesa pensionistica pari a 24 miliardi, dovuto all’incremento dei prezzi che potrebbe attestarsi intorno all’8%.
Inoltre, considerati i dati relativi al primo gennaio 2020 (prima degli effetti del Covid-19 e prima dell’invasione russa) il disavanzo patrimoniale dell’Inps potrebbe arrivare nel 2029 a 92 miliardi di euro. Per il presidente dell’Inps, non c’è ancora un problema di sostenibilità «ma c’è un warning».
La regolarizzazione di nuovi cittadini
Il presidente Tridico vede nella regolarizzazione di nuovi cittadini «una strategia aggiuntiva per rafforzare la sostenibilità del sistema». Un modo che permetterebbe di coprire «i posti di lavoro non sostituito a causa dell’invecchiamento della popolazione».
Inps sottolinea come la regolarizzazione del 2020 si sia mostrata efficace in particolare nei settori del lavoro domestico e agricolo. Adesso «il problema dell’immigrazione straniera può e deve essere inquadrato in Italia anche nella prospettiva di tenuta del sistema previdenziale del Paese», conclude Tridico.
(da agenzie)
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Luglio 11th, 2022 Riccardo Fucile
E IL VOTO CATTOLICO? SI ORIENTA SOPRATTUTTO SUL PD, MENTRE TRA QUELLI CHE NON CREDONO SEGUONO LA MELONI, CHE HA SPOSATO TEMI IDENTITARI ULTRA-CATTOLICI
La volatilità del voto di cui si è dato conto nell’analisi sui flussi elettorali pubblicata sabato su queste pagine rappresenta un elemento di complessità per i partiti che devono fare i conti con il cambiamento del proprio elettorato e la difficoltà ad individuare proposte da indirizzare ai segmenti sociali che lo compongono e a mettere a punto strategie comunicative efficaci.
Dunque, come sono composti gli elettorati delle singole forze politiche? E come votano i singoli segmenti sociali?
Nel grafico sopra riportato si può osservare per ciascun partito la percentuale delle diverse componenti socio-demografiche che va confrontata con il peso di quella stessa componente sulla totalità degli elettori.
Ad esempio, prendendo in esame i due principali partiti, emerge la seguente radiografia: il Pd ha un elettorato più maschile, di età più matura (60% ha più di 50 anni contro il 54,6% della totalità degli elettori), più istruito (61% è diplomato o laureato, 10 punti più della media), di condizione economica elevata o medio alta (42%, 15 punti più della media).
Uno su tre (32%) è pensionato, il ceto impiegatizio e quello dirigente sono più presenti rispetto alla media degli elettori (33%, +10%) mentre operai e disoccupati sono sottorappresentati (16% contro 26,4%).
Anche tra gli elettori di Fratelli d’Italia è più presente la componente maschile (54%) rispetto a quella femminile, inoltre prevalgono le classi centrali di età, tra 35 e 64 anni (pesano per il 62%, contro il 51,3% della media italiana), mentre il livello di istruzione non si discosta molto dalla media nazionale (con una maggiore accentuazione dei diplomati 38% contro 34,4%), come pure le persone che hanno una condizione economica media (35% contro 30,1%) e gli appartenenti al ceto impiegatizio o hanno un lavoro autonomo (29% contro 23,4%); e i ceti non occupati pur essendo numerosi, sono molto meno presenti rispetto alla media (46% contro 54,3%).
L’analisi odierna presenta anche la graduatoria dei partiti per ciascun gruppo sociale, mettendo in evidenza elementi di profondo cambiamento rispetto al passato.
Il tramonto delle ideologie ha da tempo indebolito o addirittura annullato le appartenenze. Un esempio su tutti: il partito più votato dai ceti dirigenti (imprenditori, quadri e liberi professionisti) è il Pd (24,2%) seguito da FdI (22,5%), Lega (11,5%) e Forza Italia (11,1%); mentre tra gli operai e i lavoratori esecutivi, un tempo rappresentati dalle forze della sinistra, il partito più votato è la Lega (23,1%), seguita da FdI (21,9%), M5S (14,6%) e solo al quarto posto il Pd (12,5%).
Tra i lavoratori autonomi si impone nettamente FdI con il 24,8% dei consensi (10 punti di vantaggio sul Pd), mentre tra impiegati e insegnanti tornano a prevalere i dem (25,4% a 20,8% di FdI).
Le casalinghe, un tempo baluardo dell’elettorato berlusconiano, oggi prediligono il partito della Meloni (20,4%) che precede la Lega (17,8%), il Pd (16,5%) e Forza Italia (14,3%) oggi retrocessa al quarto posto.
Tra i pensionati prevale nettamente il Pd con il 29,2%, seguito da FdI (19,4%) e dalla Lega (12,8%).
E anche tra i più giovani (18-35 anni) i dem sono in testa con il 19%, ma le distanze tra i partiti sono più ridotte.
Altro elemento che sorprende non poco, se letto con le lenti del passato, riguarda la situazione economica: il Pd prevale con il 31,4% tra i benestanti e con il 25,9% tra le persone di condizione economica medio alta, mentre tra i meno abbienti FdI prevale con il 21,5%, seguito dalla Lega (19,7%), dal M5S (18,6%) e da FI e Pd appaiati al 10%.
Un cenno al voto cattolico, che si rivela non certo da oggi tutt’ altro che omogeneo, a conferma di una frammentazione identitaria che riguarda anche i credenti: infatti, tra coloro che partecipano regolarmente alla messa domenicale il Pd, con 27,1%, precede in misura netta FdI (18,3%), Lega (15,3%) e FI (11,8%).
Viceversa, tra i fedeli meno assidui prevalgono gli elettori della Meloni sui dem mentre la Lega si colloca al terzo posto.
Da ultimo un cenno agli astensionisti che hanno raggiunto livelli ragguardevoli (42,5%), rappresentando il «primo partito» del Paese: ebbene, gli elettori che evidenziano la propensione più elevata a disertare le urne sono coloro che hanno una condizione economica bassa (54,8%) o medio-bassa (50,6%), le casalinghe (54%), le persone di oltre 65 anni (53,2%), i residenti nel Mezzogiorno (51,1%) i disoccupati (49,3%), le persone meno istruite (47,3%).
Pur non essendo la sola ragione per disertare le urne, la situazione economica risulta il tratto prevalente degli astensionisti.
È difficile non comprendere il senso di auto-esclusione e le ragioni dei ceti più fragili, soprattutto dopo aver sperimentato negli ultimi trent’ anni ogni possibile maggioranza politica e formula di governo.
Nando Pagnoncelli
per il “Corriere della Sera”
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Luglio 11th, 2022 Riccardo Fucile
COSI’ IL FISCO POTRA’ SCOVARE GLI EVASORI (TANTO POI CI PENSA IL CENTRODESTRA A PREMIARLI CON UN CONDONO)
L’Agenzia si servirà dell’Intelligenza artificiale e dei Big data per scovare
qualsiasi anomalia da parte dei contribuenti. Ci sarà una prima forma di raccolta dei dati anonimi, per poi passare al setaccio con l’intervento degli operatori
Ha ottenuto il via libera dal ministro dell’Economia Daniele Franco e dal garante della Privacy lo strumento di nuova generazione nelle mani dell’Agenzia delle Entrate per scovare i «furbetti» del Fisco. Come riporta La Stampa, VeRa (Verifica dei rapporti finanziari), questo il nome dell’algoritmo, andrà alla ricerca di anomalie tra redditi, conti correnti, case dei contribuenti, movimenti effettuati con moneta elettronica e acquisti digitali, fino ad arrivare a controllare il numero di accessi alle cassette di sicurezza. Secondo gli esperti, con VeRa si segnerà un grande passo avanti nella lotta all’evasione. Perché non solo il processo di analisi diventerà più veloce, ma aumenterà di molto la mole di dati analizzata, senza compromettere la privacy dei cittadini.
Il meccanismo
Il sistema, infatti, in una prima fase passerà al vaglio i dati in maniera anonima. In una seconda fase si avrà una lista con i nomi dei contribuenti a rischio evasione, sottoposta a una valutazione umana, che farà accertamenti in termini di euro evasi e non più, come era stato fatto negli anni passati generando errori e critiche, di coefficienti fiscali. Da qui si procederà poi a stimolare i sospetti evasori all’adempimento dei loro doveri o, se necessario, a un vero e proprio controllo fiscale. In ogni caso, il contribuente evasore sarà tutelato da tutte le forme di contraddittorio previste dalla legge. «Con questo nuovo strumento le capacità di accertamento del Fisco cresceranno molto – spiega Carlo Garbarino, professore di Diritto Tributario dell’Università Bocconi –. È quindi ragionevole pensare che le aree di evasione si ridurranno significativamente».
(da agenzie)
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Luglio 11th, 2022 Riccardo Fucile
LA TENTAZIONE DEL PREMIER: APRIRE UNA VERIFICA DI GOVERNO CON MATTARELLA
Il presidente del Consiglio Mario Draghi è pronto a salire al Colle se il Movimento 5 Stelle non voterà il Dl Aiuti in Senato.
Dopo la fiducia alla Camera infatti a Palazzo Madama il M5s è combattuto: l’idea del partito di Conte è di lasciare l’aula al momento del voto. E intanto aspetta «un segnale» da Draghi sulle condizioni dei grillini per rimanere nel governo.
Ma proprio per questo Draghi ha già pronto un piano B. Che prevede la visita a Mattarella prima e la verifica di governo poi. Per un Draghi bis senza M5s? Il premier lo ha escluso in più occasioni.
Ma intanto anche Matteo Salvini è in agitazione. E alla Festa della Lega di Adro lancia il suo j’accuse: «Mancano solo 240 giorni al voto che vedrà il centrodestra e la Lega vincere. Proveranno a fermarci in tutti i modi”
Un retroscena di Repubblica racconta oggi la tentazione di Draghi. L’incidente del Senato potrebbe costituire il casus belli. Draghi, che ha in programma di incontrare le parti sociali per il nuovo decreto con il taglio delle accise e del cuneo fiscale, attende le mosse di Conte. Ed è pronto a cercare un compromesso sulle istanze grilline.
Il reddito di cittadinanza come primo obiettivo, il salario minimo come secondo. Ma i tempi sono troppo stretti per fornire una soluzione rapida. Per questo c’è chi teme che la situazione potrebbe peggiorare a breve. A quel punto per il premier si aprirebbe la strada del Quirinale. E dopo? Dopo, sospettano i leghisti, potrebbe arrivare un nuovo governo tecnico. Che metterebbe in pericolo l’unità del centrodestra. E al quale il leader del Carroccio potrebbe anche sottrarsi. Magari con l’obiettivo di recuperare qualche voto.
(da agenzie)
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Luglio 11th, 2022 Riccardo Fucile
IL MASSACRO DEL CONDOMINIO
Valeriy è appoggiato al muro, le dita ticchettano sui mattoni dietro la sua
schiena, gli occhi fissi, umidi, concentrati a guardare dritto di fronte a lui i soccorritori che cercano i corpi tra le macerie.
Alle nove di mattina sono già sei i cadaveri estratti dall’edificio a cinque piani di cui non resta che un mucchio di detriti.
Erano da poco passate le nove, sabato sera, quando il primo missile russo ha colpito gli edifici residenziali di Chasiv Yar, cittadina 40 chilometri a Sud-est di Kramatorsk, nella provincia di Donetsk. Nei venti minuti successivi altri tre schianti, missili Iskander secondo i funzionari ucraini, hanno distrutto due edifici e gravemente danneggiato quelli adiacenti.
Valeriy ieri mattina prima dell’alba ha preso una torcia ed è corso lì, verso la casa dove vivevano sua sorella Iryna e suo nipote Denis di nove anni.
Quando è arrivato, però, la casa non c’era più. Era ancora buio, puntava la torcia verso i piloni di cemento venuti giù, verso le barre di ferro che ne costituivano l’armatura, mentre i mezzi di soccorso arrivavano uno dopo l’altro, sulle strade di campagna che congiungono questa radura alla via principale che porta a Kramatorsk, la città che dovrebbe essere uno dei principali obiettivi delle forze russe mentre si spostano verso ovest.
È in piedi, Valeriy, gli occhi fissi al vuoto lasciato dai missili, quando arriviamo, ieri mattina.
In strada mezzi della polizia e dell’esercito, e poi le gru e le ambulanze.
Sua sorella Iryna aveva chiamato l’anziana madre due giorni fa, voleva sapere se avesse bisogno di cibo, di acqua, di essere evacuata.
Si sarebbe data da fare per trovare un’ambulanza, un mezzo di soccorso per farla andare via. Ora la madre a casa chiede notizie lei e del bambino, e Valeriy dice solo: «Andrà tutto bene».
È di poche parole ma mette in fila le cose, elenca le ultime conversazioni, gli ultimi spostamenti, le ultime parole di sua sorella con la logica di chi cerca di scongiurare la paura della morte ricordando i gesti consuetudinari dei vivi.
È di poche parole ma mentre tutti intorno gridano lamenti e rabbia, dice a bassa voce: «Se la gente non avesse parlato, oggi non saremmo qui a piangere donne e bambini». Una frase, secca, che riassume la natura di questa guerra. Di fronte a lui una donna urla che il sindaco è responsabile dei morti, che non avrebbe dovuto permettere ai soldati di trasferire una base lì, che i soldati devono stare nei campi e non tra la gente.
Valeriy scuote la testa, le dice: «Guardati intorno, qui ci sono solo campi, ci sono basi militari dappertutto, ci proteggono, dall’altra parte ci sono i russi».
Allora la signora grida ancora, e più forte: «Ci sono i russi lì? E allora lasciateli arrivare. Tanto ci diranno che ce lo meritiamo. Separatisti, separatisti, ci lasciano morire mentre ci chiamano separatisti».
Dalle macerie i soccorritori estraggono due corpi e li stendono nei sacchi bianchi prima di trasferirli vicino ai mezzi di soccorso. Uno è un civile, uno è un soldato.
Che ci fossero i soldati lì Valeriy lo sapeva, glielo aveva detto sua sorella pochi giorni prima.
Appena arrivati avevano sistemato i loro mezzi dietro il muro dell’edificio dove viveva. Un’unità arrivata a difendere la zona, gli uomini e i mezzi d’altronde si spostano man mano che si sposta la guerra. I russi puntano a Kramatorsk e le truppe di Kiev si spostano di conseguenza a difesa delle zone sotto attacco. Bakhmut, Siviersk, Sloviansk, e Chasiv Yar.
I soldati arrivati lì avevano cucinato nel cortile venerdì e stavano cucinando anche sabato – dicono i sopravvissuti – quando è arrivato il primo razzo senza che nessun allarme li avvertisse del pericolo. Valeriy non accusa nessuno, non fa domande, quando i soccorritori chiedono silenzio per capire se si sentano suoni da sotto le macerie, si avvicina al cordone facendosi spazio tra i giornalisti e le telecamere e fissa i vigili del fuoco che cominciano a scavare a mano, spostando un mattone dopo l’altro.
«Qualcuno vivo là sotto c’è – dicono le squadre di soccorso -, ma state indietro». Valeriy torna appoggiato al muro. Guarda un altro corpo estratto ma non vivo, e aspetta.
Alle quattro del pomeriggio i cadaveri portati via nei sacchi bianchi sono quindici e mancano all’appello ancora trenta persone. Tra loro il padre di Oleksandra. Il fidanzato la stringe ogni volta che estraggono un cadavere. E a ogni corpo tirato fuori anche Oleksandra grida che è colpa dei soldati che stazionavano in casa loro, che la guerra si combatte lontano dalla gente, che a morire sono sempre i disgraziati. Come si sentono loro, che hanno nei volti la tristezza e il realismo dei reietti. Che non sono andati via perché non possono permettersi nemmeno un destino da sfollati, perché hanno paura dello stigma che sentono macchiare la gente del Donbass, o perché aspettano i russi che, intanto, li bombardano. Come hanno già fatto altrove, alla fine di giugno in un centro commerciale a Kremenchuk – allora le vittime furono 19 – e come avevano fatto nella regione di Odessa uccidendo ventuno persone in un attacco che ha distrutto un condominio e un’area ricreativa.
Nei palazzi che circondano l’edificio dove vivevano la sorella di Valeriy e il padre di Oleksandra, gli uomini caricano elettrodomestici, qualche valigia e buste con le scorte di cibo sulle spalle. Portano via gli anziani mentre dai balconi pericolanti cadono lastre di cemento.
Una donna sistema una sedia nel cortile e si siede a guardare i resti di casa sua. Comincia a piovere ma non si sposta, sistema uno scialle sulla testa e parla senza curarsi che ci sia, intorno, qualcuno ad ascoltarla. «Andate via, andate via, andate via ci dicevano. Adesso andiamo via, ci cacciano via le bombe».
Quando la battaglia si è intensificata nella provincia di Donetsk, il governatore della regione aveva chiesto ai 350 mila cittadini rimasti in zona di andare via. «Dovete salvarvi la vita», sono state le sue parole. Lo stesso ha fatto la vice primo ministro Iryna Vereshchuk pochi giorni fa quando ha esortato i civili nella regione meridionale di Kherson occupata dai russi a evacuare urgentemente per lasciare libere le forze armate ucraine di organizzare il contrattacco: «È chiaro che ci saranno combattimenti, ci saranno bombardamenti, per questo andate via subito e con ogni mezzo possibile».
Servono a questo gli appelli per le evacuazioni a salvare la vita dei civili e consentire all’esercito ucraino di difendere la gente e le città e non trasformarle in cimiteri. Come ieri è diventata Chasiv Yar. Lo scrittore austriaco Martin Pollack in uno dei suoi libri sulla memoria che le guerre hanno lasciato nel Vecchio Continente, descrive lo spazio come «paesaggio contaminato
Contaminato dai carnefici che hanno seminato atrocità e le hanno poi nascoste per togliere ai morti e ai vivi ogni residuo di dignità e giustizia. Scrive Pollack: «Le autorità conoscono le zone, ma si rifiutano di localizzarle con precisione, perché temono la verità più dei fantasmi sanguinosi del passato.
I fantasmi, almeno sperano, si lasciano rabbonire, la verità invece non conosce misericordia». Ieri a Chasiv Yar c’era tutta la verità senza misericordia di questa guerra.
Chi era pronto a tradire l’esercito di Kiev inviando le posizioni dei soldati, chi capiva che senza spostare basi e mezzi ovunque queste zone sono impossibili da difendere.
C’era anche la verità più cinica, quella dell’aggressore, che non si cura delle vittime civili e usa il loro sangue per capitalizzare i rancori di una terra già spaccata.
(da La Stampa)
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Luglio 11th, 2022 Riccardo Fucile
IL VOTO SI È TENUTO IN UN CLIMA DI CHOC NAZIONALE PER L’OMICIDIO DI ABE
La coalizione di governo in Giappone ha trionfato alle elezioni di domenica di rinnovo parziale della Camera Alta in scia anche all’onda emotiva dell’assassinio dell’ex premier Shinzo Abe, avvenuto venerdì in un comizio elettorale a Nara.
Il voto ha premiato l’esecutivo del primo ministro Fumio Kishida: dei 125 seggi da assegnare, il partito Liberal Democratico si è assicurato 63 seggi, che salgono a 76 seggi includendo quelli del partner più piccolo Komeito.
Nel complesso, quando lo spoglio delle schede è ancora in corso in alcuni distretti, la coalizione al potere supera ampiamente la maggioranza assoluta con 146 seggi sui 248 che compongono l’assemblea, contro i 102 dell’opposizione.
Secondo gli analisti, Kishida ha vinto il referendum sull’operato del suo governo, malgrado le famiglie stiano lottando con l’aumento dei prezzi di cibo ed energia a causa della guerra in Ucraina e del calo dello yen. Il premier ha affermato che la sua amministrazione lavorerà per rivitalizzare l’economia attraverso i suoi piani di “nuovo capitalismo”.
Non ci sono state le solite manifestazioni di giubilo nel quartier generale liberaldemocratico; non sorrideva il premier Fumio Kishida mentre appendeva fiori rosa uno dopo l’altro, su un tabellone, accanto ai nomi dei suoi candidati eletti a valanga.
Non era mai stata in dubbio la nuova vittoria elettorale del Partito liberaldemocratico, che ha governato il Giappone quasi ininterrottamente negli ultimi sessant’ anni. Ma l’emozione per l’assassinio di Shinzo Abe ha spinto i giapponesi ad accrescere il loro sostegno: i liberaldemocratici hanno ottenuto il miglior risultato dal 2013, allargando la maggioranza alla Camera dei consiglieri (il senato di Tokyo composto da 248 seggi).
È stato rieletto anche Kei Sato, il candidato che era alle spalle di Shinzo Abe quando l’ex militare Tetsuya Yamagami ha sparato i due colpi del suo fucile fatto in casa venerdì scorso, durante un comizio a Nara.
Kishida ha subito elencato i punti dell’agenda di governo: un «nuovo capitalismo» per rivitalizzare la crescita economica «e poi affronteremo le sfide della diplomazia, della sicurezza e della riforma costituzionale, una ad una, ho la responsabilità di attuare le idee di Abe».
Cambierà davvero la Costituzione con questa maggioranza che non sarà sfidata per tre anni almeno (le prossime elezioni sono previste nel 2025)? Prima dello choc nazionale per la fine di Abe, i sondaggi indicavano che i giapponesi mettono al primo posto l’economia, solo il 17% indicava come priorità le questioni di sicurezza internazionale.
L’inflazione è salita al 2,1% a maggio e i salari reali sono scesi dell’1,8% a causa degli sconvolgimenti globali causati dalla guerra in Ucraina e dall’onda lunghissima della pandemia. E diventando premier, nell’ottobre del 2021, Kishida aveva messo al centro la necessità di creare «un nuovo stile di capitalismo giapponese», che dovrebbe ridistribuire meglio la ricchezza, investire in risorse umane e ridurre la distanza tra ricchi e poveri.
Per ora è stato più un bello slogan che un programma concreto. I politologi si chiedono se le circostanze nuove spingeranno il leader a realizzare il progetto storico del suo padrino politico Abe: cambiare la Costituzione pacifista imposta nel 1947 dopo la disfatta del Giappone imperiale. In discussione c’è l’Articolo 9, che vieta di avere una forza armata da impiegare all’estero in caso di una guerra.
Senza toccarlo, Abe lo aveva comunque innovato con una «reinterpretazione» fondata su 180 miliardi di spesa militare e l’impegno a non stare a guardare se gli americani fossero sotto attacco nel Pacifico. Kishida era sempre stato visto come una colomba in tema di difesa quando era ministro degli Esteri di Abe.
Fu lui a lavorare per portare a Hiroshima nel 2016 Barack Obama, primo presidente americano nella città annientata dalla bomba atomica nel 1945. «Sarebbe un’ironia se un uomo così entrasse nella storia come il premier che ha abbandonato il pacifismo, ma la geopolitica potrebbe obbligarlo», dice l’analista Masatoshi Honda.
Anche dopo il voto della Dieta, la riforma dovrebbe essere sottoposta a referendum popolare. Dipenderà dall’evoluzione nel teatro del Pacifico: al momento, con i missili nordcoreani che piovono nel Mar del Giappone e la vicina Taiwan minacciata da Pechino, il pacifismo a oltranza appare anacronistico. Kishida ha promesso di opporsi all’espansionismo cinese, osservando che Pechino cerca di esportare l’autoritarismo in Asia. È appena andato a Madrid al vertice Nato e oggi riceverà il segretario di Stato americano Antony Blinken, che viene a rendere omaggio al feretro di Shinzo Abe.
(da Il Corriere della Sera)
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Luglio 11th, 2022 Riccardo Fucile
“NON E’ L’ABBIGLIAMENTO CHE ISTIGA ALLA VIOLENZA”
Martina Evatore, 20enne di Padova, ha deciso di sfilare a Jesolo con i
vestiti che aveva quando un uomo ha tentato di violentarla per strada. «Se vai in giro vestita in questo modo te la cerchi», è la frase che le rivolse tre anni fa un’amica.
Mentre le altre concorrenti del concorso Miss Venice Beach hanno presentato alla giuria una prova di canto o di ballo, Martina ha lanciato un messaggio: «Non è l’abbigliamento che istiga alla violenza».
Sulla passerella si è presentata con pantaloni neri larghi che arrivano alla caviglia, scarpe bianche sportive, una maglietta e una giacca informe verde mimetico.
Una risposta al fatto che le donne non si sentano libere di vestirsi a loro piacimento perché potrebbe «attirare le attenzioni di qualcuno, istigare ad una violenza».
Martina non sapeva come sarebbe stata accolta dal pubblico la sua provocazione. Alla fine è stata accompagnata da uno scrosciante applauso. «Mi sono espressa nel modo più naturale e serio possibile – ha detto – perché il mio messaggio non perdesse valore».
(da agenzie)
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Luglio 11th, 2022 Riccardo Fucile
CON IL RAZIONAMENTO RESIDENZIALE SI RISPARMIA IL 20% DEL GAS IN ARRIVO DALLA RUSSIA
Un piano d’emergenza per una nuova austerity. Con interventi su riscaldamento, aria condizionata e illuminazione. E il coprifuoco per negozi (alle 19) e locali (alle 23). Ma anche tagli alle industre “energivore”.
Questo prevede la fase 2 dell’emergenza energia, che può scattare in caso di tagli alle forniture del gas. Mentre da subito partirà la campagna di sensibilizzazione per il risparmio.
Secondo i calcoli con il razionamento residenziale si può arrivare a risparmiare il 20% del gas che arriva dalla Russia.
Che preveda anche i tagli al riscaldamento degli uffici pubblici. Una serie di misure estreme che dovrebbe scattare soltanto in caso di emergenza. E che andrebbe di pari passo con quello dell’Unione Europea. Mentre sono in arrivo altri aiuti sulle bollette.
Stop a caloriferi
Il piano d’emergenza del governo Draghi prevede quindi più step a seconda delle necessità e delle evenienze. E si può sintetizzare in una serie di step, come spiega oggi Il Messaggero:
nelle case temperatura dei termosifoni ridotta di 2 gradi e paletti sugli orari;_
coprifuoco sull’illuminazione in casi estremi;
taglio all’illuminazione dei lampioni nelle città e nei musei (fino al 40%);
chiusura anticipata degli uffici pubblici;
riduzione del riscaldamento a 19 gradi negli uffici pubblici;
chiusura anticipata dei locali privati (alle 23);
chiusura anticipata dei negozi (alle 19);
riduzione del gas e delle elettricità alle imprese “interrompibili”.
Il piano prevede anche un maggiore utilizzo dell’energia derivata dal carbone. E le estrazioni di gas dalle piattaforme con le trivellazioni.
La riduzione delle temperature nelle case riguarda il periodo invernale, mentre in estate potrebbe arrivare un limite all’uso dell’aria condizionata in casa fino a 27 gradi.
Il taglio dell’illuminazione potrebbe toccare in primo luogo gli illuminamenti esterni delle case private e quelli condominiali. Mentre la questione del coprifuoco dei locali pubblici è ancora aperta
Secondo il piano città il taglio dell’illuminazione pubblica arriverà al 40%. Ovvero solo un lampione su due rimarrà acceso di notte. In casi estremi si pensa di ridurre l’orario degli uffici pubblici alle 17,30.
In parte l’austerity è già scattata: dal primo maggio scorso e fino al 30 aprile 2023, le temperature negli uffici pubblici non potranno essere superiori ai 19 gradi di inverno e inferiori ai 27 d’estate.
Il coprifuoco dei locali e dei negozi costituirebbe il passo ulteriore. Gli esercizi commerciali serrerebbero le saracinesche alle 19, e questo dovrebbe valere anche per quelli che vendono beni alimentari ma non per le farmacie. I locali pubblici avrebbero il coprifuoco alle 23. Questa nuova regola sarebbe valida per bar, ristoranti, pub e discoteche.
Poi, ricorda oggi Repubblica, c’è l’interruzione delle forniture, per un periodo limitato di tempo, delle forniture alle industrie più energivore, dai cementifici alle acciaierie, dalla ceramica al vetro. Scatterà anche la possibilità di ricorrere alle riserve strategiche che si trovano negli stoccaggi. Ovvero i depositi dove viene immagazzinato il gas dagli operatori durante l’estate, per essere rivenduto sul mercato in inverno. Nel caso di emergenza, il governo potrà autorizzare anche l’uso delle riserve strategiche. Ovvero la parte non destinata alla commercializzazione.
Basterà? A parte la questione della chiusura (provvisoria, secondo la Russia) di Nord Stream, l’Europa dovrà prepararsi a ridurre i consumi del 15%. Bruxelles presenterà tra poco più di una settimana un piano di strategia unitaria. Che servirà per coordinare i piani nazionali di emergenza dei 27 Paesi membri. Ma anche gli eventuali razionamenti di energia.
(da NextQuotidiano)
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Luglio 11th, 2022 Riccardo Fucile
IL PIANO PER LA NUOVA ONDATA DI OMICRON (DOPO AVER PERMESSO CHE DILAGASSE, ELIMINANDO PERSINO L’OBBLIGO DI MASCHERINA)
Il giorno decisivo è oggi. Se arriveranno gli ok dell’Ema e dell’Ecdc il
ministero della Salute emanerà in serata una circolare per allargare la quarta dose del vaccino contro il Coronavirus già da domani.
Includendo i fragili senza limiti di età e gli over 60.
Ma – e questa è una novità – anche i guariti da Covid-19 e i vaccinati con terza dose da più di 120 giorni.
Mentre in autunno saranno pronti i vaccini aggiornati. E quindi d’inverno potrebbe partire un’ulteriore campagna per l’immunizzazione di massa. Alla quale saranno chiamati coloro che hanno ricevuto l’ultima dose da 4-5 mesi o più.
Quindi chi farà subito la quarta dose potrà essere immunizzato a novembre contro Omicron 5. Con l’incognita delle nuove varianti in arrivo. Come la BA.2.75. Che potrebbe nel frattempo soppiantare l’altra.
La Stampa spiega oggi che la circolare per la quarta dose agli over 60 è già pronta. Il ministro della Salute Roberto Speranza la firmerà insieme all’Istituto Superiore di Sanità, all’Aifa e al Consiglio Superiore. Il booster si potrà fare da subito. E sarà esteso anche ai guariti. Insieme ai vaccinati con terza dose. Ma a patto che siano passati almeno 120 giorni dall’ultimo tampone positivo. D’altro canto l’ultimo report esteso dell’Iss ha spiegato chiaro e tondo che i vaccinati da più di sei mesi sono a rischio malattia e reinfezione.
Dal 24 agosto 2021 al 6 luglio 2022, sono stati infatti segnalati 659.578 casi di reinfezione, pari al 4.6% del totale dei casi notificati. E il rischio aumenta se le dosi di vaccino ricevute diminuiscono. L’analisi del rischio di reinfezione a partire dal 6 dicembre 2021 (data di riferimento per l’inizio di Omicron), vede infatti un aumento in chi ha avuto Covid-19 da oltre 210 giorni, nei non vaccinati o vaccinati da oltre 120 giorni. Il pericolo risulta maggiore anche per le donne, i giovani e il personale sanitario.
Il quotidiano spiega anche che è probabile che di vaccini contro Omicron ne avremo due diversi. Sia per il ceppo virale su cui sono costruiti che per i tempi di distribuzione sul mercato. Moderna ha pronto per settembre il suo vaccino bivalente, che funziona per il ceppo di Wuhan e per Omicron 1.
Il preparato avrebbe un’efficacia del 50% nella protezione dal contagio e dell’80% per la malattia grave.
Pfizer invece ha pronto un vaccino aggiornato e tarato proprio su Omicron 5. Ma per questo bisognerà attendere novembre. Con l’incognita delle nuove varianti in arrivo. Gli ultimi dati di efficacia del booster, pubblicati nel bollettino settimanale esteso dell’Iss di sabato scorso, indicano una percentuale del 52% nel prevenire l’infezione.
La quarantena per gli asintomatici e lasciar correre il virus
Intanto gli esperti continuano a darsi battaglia sulla quarantena per gli asintomatici e l’idea di lasciar correre il virus. Per il presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli non è nemmeno da ipotizzare: «Numeri così elevati di casi fortunatamente, grazie ai vaccini, non si traducono in un impatto sulla salute dei contagiati, come succedeva con le altre ondate Omicron ha ridotta capacità di dare patologia polmonare grave. Ma ridotta non vuol dire assente. Smettiamo di minimizzare i rischi comparando l’infezione a quella di un virus influenzale. È profondamente sbagliato».
Per l’infettivologo Matteo Bassetti invece fermare il virus è come tentare di fermare un’onda con un castello di sabbia. Bisogna invece cambiare le regole della quarantena: «Diciamo alla gente di non uscire finché sono presenti sintomi. Poi possono riprendere a circolare indossando la mascherina. In pratica è una sanatoria. Accettiamo ciò che già avviene di fatto. Lei pensa che chi ha un’attività commerciale e scopre di essere positivo col tampone eseguito a casa, rispetti l’isolamento mettendola a rischio?», dice oggi al Corriere della Sera.
Secondo Bassetti «la popolazione ha una scorza immunitaria tale da offrire forte resistenza all’infezione. Il Covid è quello delle bare di Bergamo, delle rianimazioni intasate di pazienti intubati. Non è quello attuale».
(da agenzie)
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