Destra di Popolo.net

BERSANI METTE ALL’ANGOLO L’IPOCRISIA DELLA MELONI SUL TAGLIO AL COSTO DEL LAVORO

Luglio 13th, 2022 Riccardo Fucile

“MELONI HA FIRMATO UN EMENDAMENTO PER L’ALIQUOTA UNICA IRPEF, OVVERO I POVERACCI PAGHERANNO DI PIU’, CHI STA SOPRA PAGHERA’ DI MENO”… NOI LO SAPPIAMO DA UNA VITA CHE I SOVRANISTI RAPPRESENTANO I POTERI FORTI

Pierluigi Bersani attacca Giorgia Meloni sul taglio del cuneo fiscale: durante la puntata di ieri di In Onda su La7 rispondendo a Concita de Gregorio che gli faceva notare come la leader di Fratelli d’Italia ritenesse di poter trovare i 30 miliardi necessari per abbattere il costo del lavoro Bersani ha risposto: “Meloni ha firmato un emendamento con l’aliquota unica dell’Irpef. Che vuol dire che quei poveracci che stan sotto devono pagare di più, quelli che stan sopra devono pagare di meno. Quindi non mi si parli del pauperismo di Fratelli d’Italia. Adesso se vogliamo tirare giù il cuneo fiscale servono 30 miliardi, bisogna andare a prenderli”.
Precedentemente Bersani aveva fotografato l’attuale crisi politica innescata dal mancato voto del Movimento 5 Stelle alla fiducia posta dal governo sul dl Aiuti: “Io penso che arriveremo alla fine della legislatura, non senza qualche strappo, che tutti noi cercheremo di decodificare. Nel mare agitato di questo momento ci sono un paio di questioni, una è quella sociale e galoppante. Quando hai 4 milioni e 6 di lavoratori che prendono meno di mille euro lordi al mese stiamo parlando di precariato e sottosalario. Conte ha ragione a porre la questione. 5,6 milioni di persone sotto la soglia di povertà assoluta. I governi di larghe intese possono essere necessari, ma mai sufficienti, per definizione. Perché non riesci a prendere mai il toro per le corna”.
Sulle emergenze sociali: “Io vorrei dire a Draghi che ne abbiamo tutti piene le tasche, ma con santa pazienza si trovi il modo di arrivare in fondo facendo quelle cose urgentissime a partire dal tema sociale. Ad esempio sul salario minimo. Sgombriamo un po’ di canali della precarietà, che fanno abbassare tutti i salari per il dumping interno. Sul cuneo o si fa una roba strutturale e cioè se costa 30 miliardi vado a vedere da dove prenderli per tirar via il peso sul lavoro e metterlo su altre”.
La difesa di Conte
Parlando invece di Giuseppe Conte: “Mi dicono che sono ‘Contiano’, io sono moderatamente Bersaniano. Con tutti i limiti e i difetti Conte ha affrontato il lockdown per primo dell’occidente, ha preso i soldi dall’Europa, ha portato i 5 stelle a votare Von der Leyen, scalzato con una manovra di palazzo, il giorno dopo ha sostenuto lealmente un governo che non ha mai pronunciato la parola ‘Conte’. Io dico menomale che è arrivato Draghi, ma con questo non dico che è stato giusto far cadere quel governo lì”.
(da agenzie)

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CONTE NEL PANTANO DOPO IL CONSIGLIO NAZIONALE M5S

Luglio 13th, 2022 Riccardo Fucile

CERCA DRAGHI PER EVITARE LO SCONTRO

Doveva essere la mattinata delle scelte per il Movimento 5 stelle: il Consiglio Nazionale doveva sancire la linea da tenere domani al Senato sul decreto Aiuti. Come ormai tutti sanno, a Palazzo Madama il voto di fiducia è congiunto a quello finale sul provvedimento, cosicché – a differenza che alla Camera – se i senatori m5s escono dall’aula prendono le distanze sia dal decreto che dall’esecutivo.
È altrettanto noto che la maggioranza degli eletti restati nei gruppi parlamentari del Movimento dopo la scissione dimaiana vuole strappare. E stamattina questo stava per essere deciso, fino a che non è arrivata l’anticipazione della linea dura di Salvini: se Conte e i suoi non votano la fiducia la parola deve tornare agli elettori.
Quattro cattive notizie in una: se lo fate sarà crisi, non ci sarà un Draghi bis, si andrà subito al voto, e la campagna elettorale sarà sul vostro voltafaccia.
Il fronte della fermezza m5s ha vacillato, passare per sfasciatori dopo quattro anni al governo, e esporre al ruolo di leader dello sfascio Conte, due volte premier con qualche speranza per il futuro, è davvero troppo. E per di più alla vigilia di elezioni che ridimensioneranno drammaticamente la presenza pentastellata in parlamento.
Allora il presidente 5 stelle ha fatto una cosa sorprendente. Lui che nella stessa riunione del CN non aveva espresso una preferenza netta (rompere o no?) ha cercato chi lo poteva aiutare: Mario Draghi, il destinatario della recente lettera con le richieste pentastellate.
Una rassicurazione, un impegno, una promessa esplicita potrebbero evitare lo showdown. Perché il tempo stringe: stasera ci sarà la riunione congiunta di deputati e senatori m5s. I primi sono già usciti dall’aula, gli altri in maggioranza lo vorrebbero fare. E c’è di più: una parte dei senatori vorrebbe proprio votare no…
Un eletto di lunga data riassume così la situazione: «Volevano metterci all’angolo, ma alla fine ci siamo cacciati da soli in un pasticcio mortale. Se rientriamo nei ranghi rischiamo grosso, se rompiamo pure. E quel che è peggio è che in tutto questo, Conte non ci ha ancora detto quale è la sua posizione…».
(da Open)

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DRAGHI, IPOTESI DIMISSIONI GIOVEDI: “POI UN BIS SENZA M5S AL GOVERNO”? DIFFICILE

Luglio 13th, 2022 Riccardo Fucile

MATTARELLA POTREBBE RINVIARE IL GOVERNO ALLE CAMERE… I VARI SCENARI

Le dimissioni di Mario Draghi sono un’ipotesi sul tavolo. E il giorno giusto per una nuova salita al Colle potrebbe essere proprio giovedì 14 luglio. Il presidente del Consiglio respinge gli ultimatum ma sa che il non voto del Movimento 5 Stelle sul Dl Aiuti è praticamente certo.
Ed è improbabile che si metta a sfogliare la margherita del documento grillino che Giuseppe Conte gli ha consegnato durante il loro ultimo incontro. Anche perché il giorno dopo alla sua porta si presenterebbe la Lega con altre richieste.
E allora, visto che al Quirinale per consultarsi con Mattarella è già andato lunedì, proprio mentre faceva sapere ad altri di «averne le tasche piene», una seconda salita al Colle potrebbe servire solo a concordare con il presidente della Repubblica se presentarsi dimissionario alle camere nel rinvio che Sergio Mattarella accorderebbe al suo governo. Con tutte le conseguenze, anche spiacevoli, del caso.
La salita, la discesa, il secondo voto
E dopo? Un retroscena di Repubblica parla proprio dell’ipotesi dimissioni immediate di Draghi. Dopo l’eventuale no del M5s al Dl Aiuti in Senato Mattarella chiederà al presidente del Consiglio di verificare l’impossibilità di andare avanti con il suo governo attraverso un voto di fiducia. Davanti al parlamento Draghi si presenterebbe con le dimissioni già firmate. Poi bisognerà vedere la disponibilità dell’ex presidente della Banca Centrale Europea a un bis. E quella delle forze politiche a continuare ad appoggiarlo.
A spingerlo a continuare potrebbe essere la moral suasion di Mattarella. Ad allontanarlo da Palazzo Chigi invece potrebbe essere la constatazione che anche senza M5s le cose potrebbero non filare lisce.
Il premier ha ben presente che Matteo Salvini e Silvio Berlusconi hanno bisogno di influenzare l’azione di governo anche per frenare l’ascesa nei sondaggi di Giorgia Meloni. Per questo un esecutivo “tecnico” con una maggioranza variopinta è un’ipotesi non gradita a Draghi.
E nemmeno al Partito Democratico, che a quel punto si troverebbe “scoperto” a sinistra dall’opposizione del M5s. L’altra ipotesi di conclusione della crisi strisciante del governo Draghi è un dietrofront del M5s. Oggi Conte ha convocato il Consiglio Nazionale per la mattina. Subito dopo parlerà con la stampa. Nel caso in cui dovesse annunciare il sì del Movimento al Dl Aiuti, la crisi rientrerebbe rapidamente. Senza drammatizzazioni dell’ultima ora.
L’ipotesi astensione
Ma secondo Il Fatto Quotidiano il M5s va verso l’astensione sul Dl. Il non voto è dato per certo, mentre il ritiro della delegazione di ministri M5s dal governo no. La tesi è che Draghi salirà al Colle giovedì ma senza dimettersi. Anche perché non ce n’è motivo: il governo ha i numeri per andare avanti anche senza il M5s.
Ma intanto il quotidiano adombra anche un’altra ipotesi. Quella di un governo balneare a guida dell’attuale ministro dell’Economia Daniele Franco. Per la legge di bilancio 2023 e per portare il paese al voto ai primi di febbraio.
Lo stesso Draghi, scommette qualcuno in Transatlantico secondo l’agenzia di stampa Agi, potrebbe accettare di restare in sella le settimane necessarie a scavallare l’estate per permettere di completare i principali provvedimenti, a cominciare da una finanziaria ‘light‘. Mentre il centrodestra potrebbe vedersi servita su un piatto d’argento la crisi di governo per poi spingere per lo scioglimento delle camere ed il voto anticipato. Una soluzione che potrebbe favorire la coalizione attualmente in vantaggio – si rileva ancora – in base agli ultimi sondaggi.
E per giunta senza doversi sobbarcare la responsabilità di una rottura , che sarebbe tutta a carico dei pentastellati.
Intanto in un’intervista rilasciata al Resto del Carlino il leader di Italia Viva Matteo Renzi fa un passo avanti. E propone un governo Draghi-bis ma senza il Movimento 5 Stelle ad appoggiarlo. E con ministri tecnici invece che politici. «Se lo conosco dico che tutti questi giochetti non gli piacciono, lui andrebbe anche a casa. È una persona libera», esordisce Renzi. Ma «l’immagine di Draghi, la faccia di Draghi, è un valore aggiunto non tanto per Draghi che non ne ha bisogno, quanto per il Paese, in ogni consesso internazionale che si rispetti. Non possiamo farne a meno. Lo dico nell’interesse dell’Italia non certo in quello di Draghi». Ma secondo Renzi alla fine andrà diversamente: «Penso che faranno di tutto per accontentare i grillini, e tenerli dentro».
(da Open)

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I SUPERFALCHI M5S SPINGONO PER USCIRE DAL GOVERNO: . “L’UNICO MODO PER TENTARE DI RISALIRE NEI SONDAGGI È METTERCI ALL’OPPOSIZIONE FINO ALLA FINE DELLA LEGISLATURA”

Luglio 13th, 2022 Riccardo Fucile

VIA LIBERA ANCHE DA GRILLO: “SE VOLETE USCIRE, IO NON HO PROBLEMI” – IL M5S SUBIRA’ UN’ALTRA SCISSIONE

La linea è contorta, talmente tortuosa che si fa fatica a seguirla fino in fondo, ma è questa: il Movimento non voterà la fiducia al Senato sul decreto aiuti, non può farlo perché al suo interno c’è un emendamento – quello sul termovalorizzatore di Roma – che i 5 stelle hanno chiesto in ogni modo di cambiare, di edulcorare, di ammorbidire, ma sul quale hanno ricevuto solo dei sonori «no».
E quindi a Palazzo Madama, dove il voto di fiducia al governo e quello sul provvedimento sono – a differenza che alla Camera – contestuali, è molto probabile che i senatori grillini non siano in aula. Lasciando che la fiducia passi senza il loro apporto e che sul decreto non ci sia la loro firma.
Questo però, almeno è quello che sperano, non dovrebbe comportare la caduta automatica del governo. Perché anche se Draghi salisse al Quirinale e Mattarella chiamasse Conte per avere chiarimenti, quello che il leader del Movimento direbbe è che si tratta di una sfiducia legata a un provvedimento contingente e che per decidere definitivamente cosa fare il suo partito aspetterà la fine del mese: quando sarà pronto il decreto annunciato ieri dal premier ai sindacati su salari, costo del lavoro, caro-vita.
E quindi sì, il governo cammina su un dirupo, bendato, mentre il terreno gli frana sotto ai piedi. Perché – e non a caso il Pd è preoccupatissimo – non è affatto detto che una simile spiegazione possa bastare al Colle. Ma anche se fosse così, ci sono gli altri partiti della maggioranza, da Forza Italia, che ha già chiesto una verifica, alla Lega, che muore dalla voglia di avere le mani libere su ogni legge, che diranno: no, così non si può fare, o si è dentro o si è fuori.
Di tutto questo, i protagonisti sono forse consapevoli. Solo non pensano di avere alternative. E quindi andrà così, il Consiglio nazionale del Movimento 5 stelle convocato stamattina per decidere cosa fare, di questa esperienza di governo, del voto di fiducia di domani al Senato, della futura alleanza con il Partito democratico, sempre più difficile, sempre più in bilico.
Andrà che la vicepresidente Alessandra Todde, il capogruppo alla Camera Davide Crippa, l’ex sindaca Chiara Appendino, spiegheranno tutte le ragioni per cui rompere adesso non si deve, non si può. Mentre la vicaria di Conte Paola Taverna e gli altri vice, Mario Turco, Riccardo Ricciardi, Michele Gubitosa, ripeteranno i ragionamenti fatti in tutte le call di questi giorni, e assunti in parte dallo stesso ex premier: «Settembre e ottobre saranno mesi molto difficili e noi non possiamo farci dissanguare per Draghi»
E quindi, «l’unico modo per tentare di risalire nei sondaggi è uscire adesso e metterci all’opposizione fino alla fine della legislatura. Stando dentro, il crollo è inevitabile». Perché le rilevazioni degli ultimi mesi vedono il Movimento scendere di mezzo punto percentuale a settimana. «E andando avanti così – è l’avviso di uno dei fedelissimi di Conte – alle elezioni arriviamo al 5 per cento, se ci arriviamo. Poi certo possiamo sempre decidere di estinguerci prima. A questo punto sarebbe una soluzione».
Conte ascolterà tutti, ieri ha annunciato che solo stamattina avrebbe sciolto la riserva sul da farsi proprio per dimostrare la centralità del consiglio nazionale, ma la sua linea non potrà essere quella di una rottura immediata. Per due ragioni molto semplici: la prima è il rapporto con il Partito democratico, che serve anche per le prossime elezioni se si vuole avere qualche chance di vittoria nei collegi contro il centrodestra unito. Anche qui, i falchi dicono: «Ma non è vero che romperemmo, alla fine potremmo dare un appoggio esterno e mantenere l’alleanza comunque». Dal Nazareno però ieri è arrivato un sonoro: «Scordatevelo. Se adesso rompete il governo cade, si va al voto in autunno e l’unica a festeggiare sarà la destra di Salvini e Meloni».
Ci sono poi le ragioni di merito. A Mario Draghi Conte ha consegnato un documento in nove punti che aspetta ancora delle risposte. Ma dall’incontro di ieri del governo con i sindacati, e dalla successiva conferenza stampa, sono arrivate indicazioni vaghe, difficili da giudicare. C’è un timing preciso però. Un decreto, corposo, che dovrà arrivare entro fine luglio. Sarà quello il momento delle scelte definitive.
Agire prima significherebbe dare l’impressione di stare cercando un pretesto per una ragione tutta elettorale. Di non avere davvero a cuore le misure sui salari, sul contrasto all’inflazione e al caro-energia, sul costo del lavoro e sul blocco della cessione del credito, che sono per i 5 stelle ineludibili e che – secondo la loro visione – richiedono una terapia d’urto, non pannicelli caldi.
È vero che Draghi ha ancora una volta fatto capire di voler evitare a tutti i costi uno scostamento di Bilancio, che invece il Movimento considera obbligato. Ed è vero che non ha dato alcuna garanzia sul superbonus, altro segnale atteso.
Ma legare il voto sul decreto aiuti alla fine del governo senza aspettare quel che succederà a fine mese è considerato controproducente. «Draghi è stato attento a non dare alcuna cifra», ha raccontato il ministro dell’Agricoltura Stefano Patuanelli a chi gli chiedeva informazioni dopo l’incontro con i sindacati.
È stato invitato all’ultimo minuto, non ha parlato, ma era lì come una vedetta cui è richiesto di capire dove tira il vento. E quel che ha capito, è che ci sono margini di trattativa che se non venissero esplorati adesso potrebbero far dire ai nemici del Movimento: vedete, volevano rompere per forza.
La spinta per uscire è però ormai fortissima: arriva dai parlamentari, anche perché quelli che non sono andati via con Luigi Di Maio sono i meno affezionati – per usare un eufemismo – al governo Draghi e alle sue politiche (ieri in un ufficio del Senato risuonava questa frase: «Il sentiment diffuso nel Movimento è che ci siamo rotti il ca…»). Arriva dalla base,
«Sono sommersa di messaggi dei miei che mi chiedono: “Cosa state aspettando?”», ha raccontato durante una call Paola Taverna accolta da un coro di: «Anch’ io, anch’ io». E se finora c’è stato un argine alla rottura con Draghi, Beppe Grillo, quell’argine si è rotto: quando è venuto a Roma, il fondatore ha capito che la situazione è difficilmente sanabile.
«Se volete uscire, io non ho problemi», è l’ultima cosa detta dopo mille contraddizioni. Perché in tutto questo ha pesato la scissione di Di Maio, hanno pesato i sospetti sul ruolo di Palazzo Chigi, che – è l’opinione diffusa ai vertici M5S – «non poteva non sapere» quel che stava orchestrando il ministro degli Esteri. E quindi no, non è scongiurata la crisi. Ma rinviata, ancora. Sempre che domani il gioco di prestigio non riesca, e tutto precipiti.
(da La Stampa)

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M5S, PREVALE LA LINEA DURA: VERSO L’USCITA DALL’AULA DEL SENATO AL MOMENTO DELLA FIDUCIA

Luglio 13th, 2022 Riccardo Fucile

UNA PARTE VORREBBE MANTENERE COMUNQUE IL SOSTEGNO A DRAGHI. MA IL PREMIER NON PARE INTENZIONATO A PROSEGUIRE SOTTO I CONTINUI RICATTI

Ore di discussione e non è ancora finita. Ma il Consiglio nazionale del M5s, convocato alla vigilia del voto di fiducia sul dl aiuti al Senato prevista per domani 14 luglio, si sta orientando verso una posizione che potrebbe innescare la crisi di governo anche senza passare dalle dimissioni dei ministri pentastellati: i senatori grillini, infatti, vorrebbero comunque uscire dall’aula al momento del voto sulla mozione di fiducia (che a Palazzo Madama include merito del provvedimento e gradimento al governo).
Secondo alcune interpretazioni, e secondo i desiderata di una parte degli eletti pentastellati, l’uscita dall’aula servirebbe solo a marcare la distanza dalla norma che consente di accelerare le procedure per costruire un inceneritore dedicato ai rifiuti romani, ma non equivale all’addio al governo.
Il sostegno rimarrebbe, almeno fino a quando si capirà se l’apertura di ieri di Mario Draghi alla lettera in 9 punti consegnata da Giuseppe Conte, sarà effettivamente tale e di quali dimensioni.
C’è però anche chi sostiene che il premier potrebbe comunque considerare le condizioni non più accettabili, salire al Colle e innescare una crisi dagli scenari incerti.
Come sottolinea un retroscena di Adnkronos, durante l’incontro è circolato il lancio di agenzia in cui Salvini avverte che il mancato voto dei 5 Stelle alla fiducia segnerebbe, per il leader della Lega, la fine del governo e il ritorno al voto.
(da agenzie)

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LA LOCANDA DEI GIRASOLI RIAPRE NEL LOCALI SGOMBERATI DALL’OCCUPAZIONE ABUSIVA DI FORZA NUOVA

Luglio 13th, 2022 Riccardo Fucile

LA PIZZERIA E’ GESTITA DA RAGAZZI CON SINDROME DI DOWN

Nei locali Ater del comune di Roma a via Taranto, un tempo occupati in maniera abusiva da Forza Nuova, riaprirà la Locanda dei Girasoli, la pizzeria gestita da ragazzi con sindrome di Down costretta a chiudere lo scorso gennaio.
Il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha consegnato personalmente le chiavi dei locali ai nuovi gestori dell’attività nel quartiere Appio, dove un tempo il gruppo di estrema destra distribuiva viveri “solo agli italiani”. Lo sgombero è avvenuto nel 2020 sotto l’amministrazione Raggi.
La ristrutturazione inizierà a breve per adeguare gli interni alle esigenze di un ristorante. Nata dall’idea di un gruppo di genitori di giovani con la sindrome di Down, la Locanda dei Girasoli è stata attiva per 22 anni, ma le restrizioni dovute al Covid hanno portato alla sua chiusura.
Il progetto però porta con sé un messaggio di grande autonomia e dignità per chi ci lavora, e per questo motivo ci sono state mobilitazioni popolari affinché continuasse ad esistere, che hanno coinvolto anche la Regione Lazio. “Da anni seguiamo questa eccezionale realtà – ha spiegato Zingaretti – e abbiamo fatto sempre il possibile per garantirle un futuro. Non potevamo rassegnarci alla perdita di un presidio così importante. Avevamo promesso che non avremmo mai abbandonato la Locanda dei Girasoli, e abbiamo mantenuto la promessa”.
La Locanda dei Girasoli aveva vinto il bando per l’assegnazione dei locali Ater, mancava soltanto l’ultimo passaggio, individuare dove di preciso avrebbe riaperto i battenti. La pizzeria tornerà quindi ad avere una sua sede in zona Appio, pagando un canone scontato del 60%.
“Non solo un ristorante – dice il presidente de La Locanda dei Girasoli e del consorzio Sintesi, Enzo Rimicci – ma un punto di riferimento per le famiglie dei ragazzi con sindrome di down, che qui possono trovare quella autonomia e dignità che solo il lavoro può dare. Abbiamo perso delle battaglie, ma oggi vinciamo la guerra”.
(da agenzie)

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“ORGOGLIOSO DI AVER DELUSO QUALCUNO”

Luglio 13th, 2022 Riccardo Fucile

LA MAGISTRALE RISPOSTA DI BEPPE FIORELLO ALLE CRITICHE PER AVER FATTO IL MADRINO AL PRIDE DI PALERMO

“Sono molto fiero e orgoglioso di avere deluso qualcuno. Bisogna partecipare fisicamente ai movimenti per i diritti, bisogna esserci fisicamente, per questo sono qui”. Sono le parole di Beppe Fiorello, dopo essere stato insultato perché madrino del Pride di Palermo.
L’attore è infatti finito nel mirino delle critiche di alcuni fan. “Mi sono sentito dire: ‘Ma come qualche sera fa eri su Rai Uno a celebrare Padre Pio e poi vai al Pride di Palermo?’”, spiega l’attore accusato di ipocrisia.”Ho ricevuto un invito gentile, accorato e così appassionato che non ho esitato un attimo a essere qui. Ho accettato perché avevo la voglia di esserci, non si può sempre parlare per sentito dire. Volevo partecipare a un movimento importante che sta lottando da tanto tempo per diritti fondamentali, spesso negati”, ha raccontato a La Stampa.
“C’è un’informazione capillare che ha creato una nuova generazione di giovani che vogliono impegnarsi in prima persona. Se la Sicilia sta accendendo luci e fari sui diritti, se c’è questa voglia di cambiamento lo dobbiamo proprio ai ragazzi”.
“Attore straordinario, amatissimo dal pubblico, nostro conterraneo, ha sempre messo il proprio talento al servizio dell’impegno civile. Ha concluso la lavorazione del suo primo film da regista, una storia liberamente ispirata alla vicenda di Giorgio e Toni, i due ragazzi uccisi a Giarre nel 1980. La loro storia ha avuto un’importanza centrale per il Movimento LGBTQIA+, tale che non potevamo non ringraziare Giuseppe Fiorello per questa sua scelta di coraggio e di amore, chiedendogli di essere il nostro madrino”, viene scritto su un post Facebook della pagina “Palermo pride”.
“Sono onorato di partecipare al Pride di Palermo, nella mia Sicilia”, aveva commentato l’attore. “Partecipare è un’attività importante per sostenere i diritti umani e in quest’epoca in cui la distanza fisica si sta delineando per confini virtuali – continua – ho accolto immediatamente l’invito anche per ritrovare direttamente e fisicamente le persone. In questo caso, partecipo anche per conoscere, capire e vivere un’esperienza di lotta per i diritti in prima persona con la speranza che questi diritti al più presto possano essere riconosciuti per salvaguardare la vita di tutte le persone che devono essere libere di essere”.
(da agenzie)

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