Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
DAL PPE: “UNA VERGOGNA VEDERLO ANDAR VIA”
Le dimissioni di Mario Draghi da presidente del Consiglio italiano hanno
scatenato numerose reazioni internazionali.
La preoccupazione sale soprattutto in Ue, dove l’ex presidente della Bce gode della fiducia dei capi delle istituzioni.
I leader restano cauti nei commenti, ma traspare il fiato sospeso con cui attendono l’esito del confronto in Parlamento. Dalla Commissione europea è arrivata una risposta sulla crisi per bocca di una portavoce di Ursula von der Leyen: «Non commentiamo mai gli sviluppi politici nei Paesi membri. Seguiamo con grande interesse gli eventi nelle nostre grandi democrazie, che sono vivaci e dove possono accadere molte cose».
La presidente e Draghi, dicono diplomaticamente dalla Commissione, «lavorano molto bene insieme». Anche da Berlino non si sbilanciano, sottolineando però allo stesso modo «il buon lavoro» svolto con Draghi. Il portavoce di Olaf Scholz, Wolfgang Buechner, ha dichiarato: «Il governo tedesco non commenta gli sviluppi di politica interna di Paesi amici. Posso aggiungere che il cancelliere abbia lavorato molto bene con Draghi, come con altri capi di governo in Europa. Sono stati anche con Macron a Kiev, e questo dimostra un rapporto stretto e di fiducia fra i due leader», ha aggiunto.
Ferber (Ppe): «Una vergogna vederlo andare via»
A esporsi di più in queste ore sono più che altro i politici dell’Europarlamento, tra cui i membri del Ppe. Dopo il commento di ieri del presidente e capogruppo Manfred Weber, che ha definito irresponsabile il M5s, oggi ha parlato l’eurodeputato della Csu bavarese Markus Ferber, plenipotenziario del gruppo nella commissione Econ del Parlamento Europeo.
«Draghi è stato un fattore fondamentale per la stabilità dell’Italia e sarebbe una vergogna vederlo andare via», ha detto all’Adnkronos. «Questo – aggiunge – è il momento peggiore per una crisi di governo. Tutti gli attori politici in Italia farebbero bene a risolvere questa situazione il più rapidamente possibile. In caso contrario, l’Italia potrebbe ritrovarsi presto in guai anche peggiori, che potrebbero anche rendere nervosi i mercati finanziari».
S&D: «C’è forte preoccupazione»
La capogruppo dei Socialisti e democratici al Parlamento europeo, l’eurodeputata spagnola Iratxe García Pérez, ha detto: «Seguo con preoccupazione la crisi del governo guidato da Mario Draghi. In questo momento, con la guerra in Ucraina, l’aumento dei prezzi e il difficile contesto geopolitico, l’Italia ha bisogno di stabilità. E l’Unione europea ha bisogno di un governo forte e europeista in Italia».
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
“A CHI DOVREMMO FARE OPPOSIZIONE? ALLE MISURE PER FERMARE IL RINCARO DELLE BOLLETTE E AGLI AIUTI AI LAVORATORI? SAREBBE DA IRRESPONSABILI”
«Patuanelli voti la fiducia o si dimetta per coerenza» attacca la parlamentare del M5s Federica Dieni. Che poi all’Adnkronos rincara la dose: «Abbiamo votato di tutto, a cominciare dai decreti Salvini sull’immigrazione, e non votiamo un provvedimento con 23 miliardi di aiuti per le famiglie? Io non capisco la ratio, davvero fatico a comprendere. Allora, se si è deciso di fare i duri e puri, chiedo coerenza: si sia conseguenti al non voto di oggi e i nostri ministri lascino il governo. Mi sorprende ci si accorga solo ora che non siamo ascoltati nel governo, lasciare ora è incoerente, non accadrà mai più di poter incidere, di stare dentro un governo con questo consenso, con i numeri che abbiamo in Parlamento. Non è questo il momento di andare all’opposizione, ma poi a fare opposizione su cosa? Sulle misure per fermare il rincaro delle bollette? Sui provvedimenti a sostegno di imprese e lavoratori? Io credo sia irresponsabile nei confronti del Paese. Per me non si deve andare a votare ora, né tantomeno aprire una crisi nel bel mezzo di un conflitto in corso, con la pandemia che ha ripreso a correre, con i rincari delle materie prime, il caro bollette».
Nel M5S i malumori crescono e nei prossimi giorni potrebbero esserci nuove fughe. A breve dovrebbe essere ufficializzato il passaggio tra i dimaiani del sottosegretario alle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri.
Stefano Buffagni e Alfonso Bonafede riflettono. Lo strappo sul dl Aiuti potrebbe avere come colpo di coda un’altra mini scissione con l’addio al Movimento di Buffagni, D’Incà, Cancelleri e Bonafede.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
“SE CI SONO DELLE POSSIBILITÀ CHE DRAGHI RIMANGA IN CARICA, MI METTO A FARE IO L’IRRESPONSABILE?”… LE TELEFONATE CON GIORGETTI, ZAIA, FONTANA E FEDRIGA
«Da questo momento in poi non possiamo sbagliare nulla. Neanche
mezza parola fuori posto». Cinque minuti dopo le 20.00, quando si conclude la lunga telefonata in cui si appone la ceralacca sulla strategia unitaria appena concordata con Silvio Berlusconi, Matteo Salvini si concede il primo momento di relax di una giornata interminabile. Mezz’ora prima, quando la formalizzazione delle dimissioni di Mario Draghi era già agli atti, il leader della Lega aveva licenziato un comunicato in cui chiamava in correità il Pd — oltre al M5S — per la crisi di governo e invitava tutti a «non avere paura di restituire la parola agli italiani».
Mezz’ora dopo tutto torna in discussione. Anche se la strada che porta il centrodestra di governo a mantenere in piedi il cantiere pericolante della maggioranza è sempre più in salita.
C’è un prima e un dopo, nella giornata di ieri, nella dialettica tra Forza Italia e Lega. Prima dell’annuncio ufficiale delle dimissioni di Draghi, arrivate all’inizio di un Consiglio dei ministri convocato solo per questo, Salvini interviene per telefono nella riunione improvvisata che si tiene tra le delegazioni dei due partiti in una stanza di Palazzo Madama. Antonio Tajani, Licia Ronzulli e la capogruppo forzista Anna Maria Bernini raggiungono il presidente dei senatori del Carroccio Massimiliano Romeo.
Chiamato al telefono, il leader della Lega — che ha ottenuto il rinvio dell’udienza Open Arms — chiarisce che dei margini per evitare le elezioni anticipate ci sono. Pochi, pochissimi. Ma ci sono.
«Ho accusato fino a oggi Conte e i 5 Stelle di essere stati irresponsabili. Se ci sono delle possibilità che Draghi rimanga in carica, mi metto a fare io l’irresponsabile?», è il ragionamento svolto in viva voce.
Gli accenti diversi sono agli atti: Salvini è più sbilanciato verso le elezioni, Berlusconi lo è decisamente meno («Anche se non abbiamo certo paura di andare al voto», ripete il Cavaliere). Ma un punto fermo è fissato: se c’è la possibilità di trascinare la crisi fino ai «tempi supplementari» (copyright Giancarlo Giorgetti), che la si esplori, senza sconti.
Quando maturano le dimissioni di Draghi, la situazione sembra precipitare. Basta che Meloni invochi le elezioni e chieda urbi et orbi di «non fare scherzi», riferendosi evidentemente al resto del centrodestra, e Salvini manda in rete la nota in cui chiede che venga «restituita la parola agli italiani».
Sembra il precipitare di un patto appena sottoscritto, quello con Berlusconi; e invece non è così. Un forzista che ha seguito da vicino i contatti costanti tra i due leader offre una chiave di lettura che trova riscontri anche nel Carroccio. Questa: «Non possiamo lasciare a Fratelli d’Italia anche la bandiera del voto anticipato. Sarebbe come concedere a Meloni un vantaggio già troppo ampio…».
Salvini e Berlusconi, che si sentiranno di nuovo stamattina e probabilmente si vedranno anche, marciano apparentemente divisi per colpire uniti. Come in un gioco di specchi in cui nulla (o poco), fino a mercoledì prossimo, sarà davvero come sembra.
In fondo, è quello che diversi esponenti di Fratelli d’Italia hanno sussurrato con preoccupazione all’orecchio di Giorgia Meloni, e cioè che «il film che sta per essere trasmesso rischia di essere non troppo diverso, nella trama, da quello che abbiamo visto con l’elezione del presidente della Repubblica».
Un film in cui, per tutto il tempo, i leader di Lega e FI hanno giocato a rincorrersi e distinguersi per poi eleggere assieme Mattarella. Certo, a differenza di allora, nessuno — fino all’ultimo secondo — lascerà impronte digitali sulla strada di una trattativa che pare complicatissima.
Pensa a questo in fondo Salvini quando ripete che«non possiamo sbagliare nulla», che «neanche mezza parola» dovrà essere «fuori posto». La strategia comune è agli atti. La lista unica Lega-Forza Italia sulla scheda elettorale lo sarà presto. Quando dipenderà dalla data del voto, su cui l’ultima parola non arriverà prima di cinque giorni.
(da il Corriere della Sera)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
SECONDO L’AGENZIA “NOVA”, MOLTI DEPUTATI NON STAREBBERO RISPONDENDO ALLE NUMEROSE CHIAMATE DI CONTE, CHE INTANTO SMENTISCE DI AVER CHIESTO ALLA DELEGAZIONE M5S AL GOVERNO DI LASCIARE
Il presidente del Movimento cinque stelle, Giuseppe Conte, ha chiesto a ministri e sottosegretari del M5s di dimettersi prima delle comunicazioni alle Camere di Mario Draghi, in programma mercoledi’ prossimo, dopo la decisione del presidente del Consiglio di dimettersi. E’ quanto confermano diverse fonti ad Agenzia Nova. L’obiettivo dell’ex premier e’ di staccare la spina all’esecutivo. Quasi tutti gli esponenti pentastellati al governo, riportano ancora le fonti, avrebbero rifiutato. Lo stesso responsabile per le Politiche agricole, alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, sarebbe contrario.
Ci sono forti tensioni, dunque, all’interno del Consiglio nazionale del Movimento, e non solo. Sempre secondo le fonti interpellate da Agenzia Nova, Conte sta provando a contattare, invano, i suoi parlamentari: in molti, infatti, non hanno risposto alle telefonate del leader pentastellato.
In tanti, secondo quanto viene riferito, sono poi pronti ad abbandonare i gruppi parlamentari, tanto che potrebbero esserci diversi interventi a titolo personale di senatori e deputati del M5s, al termine delle comunicazioni di Draghi nei due rami del Parlamento, proprio per differenziare le proprie posizioni rispetto a quella di Conte.
In mattinata c’è stato un confronto tra Giuseppe Conte e la delegazione del M5s al governo sulla complessità della situazione. Lo fanno sapere fonti del M5s, spiegando che il confronto ha ribadito l’unità e la compattezza del Movimento. Rispetto ad alcune ricostruzioni apparse sugli organi di stampa, viene aggiunto, si smentisce che il presidente Conte abbia chiesto le dimissioni dei ministri.
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, a quanto si apprende, nelle riunioni delle ultime ore con Giuseppe Conte e i vertici del M5s ha esplicitato il proprio dissenso verso la linea dura emersa nel partito.
D’Incà avrebbe chiarito di non condividere la posizione di chi nel Movimento vorrebbe il ritiro dei ministri e, quindi, il tramonto definitivo anche dell’ipotesi di un nuovo sostegno al premier Mario Draghi. Un dissenso, avrebbe spiegato, dovuto alla preoccupazione per il Paese, per le sorti del Pnrr e per le conseguenze europee.
Il ministro già nell’assemblea congiunta di deputati e senatori M5s di mercoledì sera si era detto contrario alla scelta di non partecipare al voto di fiducia ieri al Senato sul dl aiuti.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
MERCOLEDÌ SARÀ ALLA CAMERA DA PREMIER DIMISSIONARIO: NON VUOLE METTERE IN GIOCO “CREDIBILITÀ, AFFIDABILITÀ, REPUTAZIONE”
Mara Carfagna è rimasta colpita dal tono. 
Il tono perentorio con cui Mario Draghi annuncia le proprie dimissioni ai ministri e che lascia davvero poco spazio ai dubbi. «La maggioranza di unità nazionale non c’è più», «è venuto meno il patto di fiducia», «non ci sono più le condizioni per andare avanti». È netto. Risoluto.
Non se l’aspettava Carfagna, né se l’aspettavano gli altri seduti attorno a quel tavolo. Il premier concede appena uno sguardo ad Andrea Orlando, che gli chiede un ripensamento prima di essere travolto dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, voluto da Beppe Grillo e mai amato dai grillini: «È anche colpa vostra che avete dato sponda al M5S». Sono le lacerazioni finali di un governo a pezzi.
Quando Federico D’Incà esce dal retro di Palazzo Chigi ha sul volto tutto lo sconforto di chi ha corso con il secchiello per salvare la casa dallo tsunami: «Io sono un ottimista di natura, ma questa volta sono molto preoccupato per il Paese»
I politici sono abituati ai politici, alle parole che sfumano, perché ogni possibilità e anche il suo contrario possa essere riacciuffata.
«Draghi non è un politico» ripetevano dalla sua cerchia di collaboratori più stretti: «Farà quello che dice».
E c’è da credergli a questo punto. Perché la giornata di ieri racconta di una fermezza che per alcuni è ostinazione, per altri coerenza, termine da pronunciare lontano da questi palazzi se non si vuole essere considerati degli sprovveduti e che fino alle sei di ieri pomeriggio strappava una risata a chi nei partiti è abituato a collezionare crisi di governo.
Certo è che, come si diceva nei giorni scorsi, Sergio Mattarella ci ha provato a placarlo e continuerà a farlo, convinto che non esista una fine finché non è finita.
Draghi non ha aggiunto l’aggettivo «irrevocabile» alle sue dimissioni. Ha acconsentito al Capo dello Stato quando gliel’ha respinte con la motivazione che sarebbe stato opportuno onorare il Parlamento con un discorso in Aula. E così mercoledì Draghi sarà alla Camera da premier dimissionario, due giorni dopo la visita in Algeria, come da agenda. Per i partiti è uno spiraglio: cinque giorni sono un’enormità per tentare di capovolgere l’inevitabile, e scongiurare il voto.
Draghi è salito al Quirinale due volte. Ha rinviato il Cdm e poi è tornato perché da prassi le dimissioni si annunciano ai ministri prima di rassegnarle formalmente al presidente della Repubblica. Il premier sconfina un po’ dal suo ruolo e con una certa irritualità, avvertita anche al Colle, anticipa in Consiglio la decisione che mercoledì farà le sue comunicazioni in Parlamento. Mattarella ha ragionato a rigore di Costituzione.
Il governo non ha perso la fiducia dell’Aula. Anzi, il voto di ieri l’ha confermata. Si tratta di una crisi politica extraparlamentare e parlamentarizzarla serve anche a esplorare la strada della ricomposizione attraverso una verifica. Da qui a mercoledì tutto sarà capire se le resistenze di Draghi verranno scalfite e accetterà di passare da un voto che gli riconfermi la fiducia. Anche perché lo spread, le borse, le pressioni europee e atlantiche avranno un peso.
Al momento, assicurano a Palazzo Chigi, non sarà così. I suoi collaboratori già lavorano al discorso. Che condenserà tutto quanto è successo, cosa ha portato alla scelta del gran rifiuto e perché non ha voluto ripensarci. Molto di quello che dirà lo ha già comunicato al suo staff e durante il confronto con Mattarella. Il primo motivo: «Non avrei più l’agibilità politica». Draghi si è guardato intorno.
Non c’è solo Giuseppe Conte e il M5S che non hanno votato la fiducia collegata a un testo contente l’inceneritore di Roma, per i 5 Stelle invotabile. Ma c’è tutto quello che questo strappo comporta. Il fatto che spalanca le porte a un senso di anarchia nella maggioranza.
Lo prova l’atteggiamento di Matteo Salvini. Negli ultimi due giorni il presidente del Consiglio ha osservato il leader della Lega e vive come una «provocazione» che abbia chiesto uno scostamento di bilancio di 50 miliardi di euro, quando sa benissimo che l’ex numero uno della Banca centrale europea è contrario all’extradeficit.
Draghi non vuole mettere in gioco, dice, «una credibilità, una affidabilità, una reputazione» che si è costruito in tutti questi anni a livello globale.
E fa nulla che gli abbiano riportato che dai vertici del Movimento sono già pronti a sventolare «il Papeete di Draghi» se non rimetterà in discussione le sue dimissioni. «Dovevano pensarci prima», sostiene amareggiato il capo del governo, disgustato da «ripensamenti tardivi» figli di «bizantinismi, ambiguità e alchimie» a cui non ha mai voluto cedere.
I fatti che vede Draghi sono semplici. Ieri il secondo partito della maggioranza, il primo fino a un mese fa, non ha votato la fiducia. Non ha nemmeno accettato il compromesso di far votare una parte dei senatori, come si lasciò fare alla Lega sul Green Pass lo scorso settembre. Anche un ministro, Stefano Patuanelli, senatore, ha disertato l’Aula.
E questo, per il capo del governo, è stato molto grave. E poi ci sono i discorsi, i comunicati, le affermazioni dei leader.
Draghi si aspettava altre parole da Conte, durante l’assemblea dei parlamentari in streaming di mercoledì sera, parole di moderazione e di buona volontà di ricucire. «Non altri ultimatum» come quelli che il M5S ha ribadito anche in Aula. Draghi le ha messe in fila, le dichiarazioni ufficiali: di Conte, ma anche di Salvini, e persino di Enrico Letta: «Ho notato che tutti chiedono le elezioni…».
La conclusione della frase è conseguente: perché non sta al premier deciderlo ma, a questo punto, le forze politiche potrebbero essere accontentati. Per la prima volta anche al Quirinale non lo escludono. Il 10 ottobre, si dice già nella pancia dei partiti, tra la rassegnazione e la speranza di convincere all’ultimo secondo Draghi a restare.
(da “la Stampa”)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
L’IMPORTANZA DI AVERE DRAGHI: “SE NON CI FOSSE PIÙ IL GOVERNO, LE RESISTENZE TEDESCHE ALLA CONCESSIONE DI UNO STRUMENTO ANTISPECULATIVO AUMENTEREBBERO”
La controprova della crisi al buio scoppiata a Roma sarà giovedì prossimo, quando a Francoforte si incontreranno i diciannove governatori della zona euro.
Sul tavolo di legno pregiato all’ultimo piano del grattacielo sul Meno ci saranno due questioni rilevanti per l’Italia: la decisione di aumentare per la prima volta da anni i tassi di interesse e lo strumento grazie al quale evitare strappi al rendimento dei titoli più deboli sui mercati.
La Banca centrale europea possiede ormai un quarto del debito italiano, e ciò eviterà contraccolpi finanziari gravi, almeno nel breve periodo, persino in caso di elezioni anticipate. Ma l’uscita dei Cinque Stelle dalla maggioranza di governo non poteva capitare in un momento peggiore. Prima di una riunione cruciale dei banchieri europei, del decreto che anticiperà la Finanziaria, nel pieno dello stop alle forniture di gas russo e del lavoro sul piano delle riforme.
Ieri la Borsa di Milano ha perso tre punti e mezzo, e il differenziale sui titoli decennali rispetto al solido Bund tedesco è cresciuto fino a venti punti, salvo arretrare sulle voci di una soluzione parlamentare alla crisi: è il segno che gli investitori non sono ancora convinti che per Draghi sia suonato il gong. Filippo Taddei, capo della ricerca per il Sud Europa di Goldman Sachs, lo ha scritto in una nota: «Il rischio di elezioni anticipate resta basso, più facile che il governo duri fino alla primavera». In giro per le capitali europee nessuno però ha capito perché Giuseppe Conte abbia fatto venir meno il suo sostegno in pieno luglio.
Quanto più incomprensibili risultano le ragioni di una crisi, peggiori sono le conseguenze sulla credibilità italiana. Spiega un investitore sotto la garanzia dell’anonimato: «Se la prossima settimana non ci fosse più il governo, le resistenze tedesche alla concessione di uno strumento antispeculativo aumenterebbero».
L’incubo dell’inflazione, mai così alta negli ultimi quarant’ anni, sta spingendo Berlino a invocare aumenti più rapidi dei tassi e maggiore disciplina fiscale. Ieri lo ha detto apertamente il capofila dei rigoristi a Bruxelles e numero due della Commissione Valdis Dombrovskis: «L’Italia deve trovare equilibrio».
Nessuno pensa che il voto per l’Italia sarebbe una tragedia. Negli ultimi mesi è accaduto in Portogallo, Ungheria, in Francia si sono svolte presidenziali e politiche. Ma se venisse meno il governo ora, fino all’autunno l’Italia rimarrebbe senza un governo e un Parlamento nella pienezza delle funzioni. Per dirla con le parole del commissario italiano Paolo Gentiloni una crisi in luglio «non favorisce» in nessun caso l’Italia.
Ieri è slittato il consiglio dei ministri che avrebbe dovuto affrontare il piano contro la siccità. A fine mese c’è in programma un decreto da dieci miliardi per confermare gli sconti sui carburanti, gli aiuti contro il caro energia, forse un provvedimento per ridurre l’Iva. Fin qui, provvedimenti che potrebbero essere firmati anche da un governo dimissionario. Se scivolassimo verso le urne, la conseguenza più grave sarebbe lo stop al Recovery Plan.
Le regole europee non lo vietano, ma significherebbe non incassare la seconda rata di quest’ anno, venti e più miliardi di euro. Per chi investe e fa previsioni sulla tenuta del debito italiano, equivale a un punto percentuale in meno di ricchezza prodotta. Né è chiaro se lo stop a Nord Stream, il tubo che porta in Germania la gran parte del gas, sia momentaneo o se lo Zar di Russia si appresti a lasciare la locomotiva del Continente senza la principale fonte di energia: l’economia più interconnessa con quella tedesca era e resta quella italiana.
Il destino ha voluto che quasi dieci anni fa – era il 26 luglio del 2012 – Mario Draghi pronunciò il famoso discorso del «whatever it takes». Senza ciò che ne seguì, l’Italia sarebbe probabilmente finita in default e costretta a fare uso del fondo Salva-Stati, come allora accadde a Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda. Ieri i grandi investitori in titoli italiani non hanno venduto quasi nulla.
La fiducia nell’emittente Italia non è ancora venuta meno. Allora l’Italia era in piena recessione, oggi cresce ad un ritmo del due per cento. Ciò non significa che l’Italia non corra pericoli. I più avveduti sanno che la legge elettorale in vigore non garantisce una vittoria piena del centrodestra. E la guerra in Ucraina resta un enorme punto interrogativo per tutti. Ne sono consapevoli a Palazzo Chigi, lo sanno al Quirinale. Resta da capire se lo abbiano compreso fino in fondo i partiti della maggioranza delle larghe intese.
(da la Stampa)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
CONTE PRONTO A COSPARGERSI IL CAPINO DI CENERE CHIEDE SEGNALI SU SUPERBONUS O SALARIO MINIMO PER DIRE DI NUOVO SI’ A DRAGHI… DIENA MASSACRA PATANUELLI: “SE UNO NON VOTA LA FIDUCIA, POI SI DIMETTE, NON FA FINTA DI NULLA”
«E ora scusate, dopo tutto questo casino dovremmo votare una nuova
fiducia a Mario Draghi? Ma stiamo scherzando?», è la domanda che pone ai propri colleghi riuniti in Consiglio nazionale un big del Movimento. «Così non ci capisce più nessuno…».
La prima reazione è il silenzio, compreso quello di Giuseppe Conte; eppure sì, l’opzione è sul tavolo, un rinnovato appoggio ad un Draghi bis ma a determinate condizioni: in pratica una telenovela.
La scelta di ieri di non votare la fiducia in aula al Senato – condita però allo stesso tempo da aperture per il futuro, in pratica il gioco dell’usciamo-non usciamo dal governo – alla fine ha portato ad un esito che in realtà non era così inaspettato.
Che il capo del governo ne avesse le scatole piene era risaputo ma in casa 5 Stelle il comunicato letto dal presidente del Consiglio durante il cdm è suonato durissimo, anche troppo; poi le dimissioni respinte da Sergio Mattarella e l’annuncio delle comunicazioni alle Camere mercoledì di Draghi hanno fatto capire che ci sono davanti altri cinque giorni per capire cosa fare. «Ci prenderemo tutto il tempo necessario per arrivare a una decisione», è il ragionamento che si fa in via di Campo Marzio.
Ma la verità è che si tratta di un percorso al buio, perché nessuno sa cosa potrebbe dire davanti ai parlamentari Draghi.
I punti fermi di Conte sono comunque due. Il primo: le responsabilità della crisi non sono addebitabili al M5S, «sul termovalorizzatore ci eravamo astenuti in Consiglio dei ministri, abbiamo tentato diverse mediazioni, tutte rifiutate».
L’ultima – è il ragionamento – è stata quella messa in campo sin da ieri notte dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, che aveva proposto di non mettere la fiducia sul decreto aiuti, sminando insomma il campo. Anche quella fallita.
Il secondo: l’elenco delle nove richieste portate da Conte a Draghi la scorsa settimana non decade, perlomeno per il Movimento. «Su quello vogliamo delle risposte», ripete Conte ai suoi. A conti fatti basterebbe una bella apertura sui crediti per il superbonus, o una generica promessa sul salario minimo, per accontentare i 5 Stelle.
Messa così la situazione, però, il pallino non è più davvero in mano a Conte e ai suoi. Anche perché anche senza il Movimento una maggioranza, perlomeno coi numeri, c’è.
Nel frattempo, uscito Luigi Di Maio dal M5S, si è subito ricreata una nuova spaccatura interna tra chi preme per andare all’opposizione e chi invece confida in più miti consigli. Giusto ieri un’altra senatrice, Cinzia Leone, ha lasciato per accasarsi con Insieme per il futuro; due giorni fa era stato il turno di Francesco Berti, deputato.
Uno stillicidio. È ormai quasi fuori dai radar della disciplina di partito anche il capogruppo alla Camera Davide Crippa, che ormai manifesta apertamente il proprio disagio per la piega barricadera che sta prendendo il partito. E poi che dire delle parole di Federica Dieni, rivolte al collega di partito e ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli: «A proposito di coerenza, se uno non vota la fiducia poi si dimette».
E poi: Carlo Sibilia, Alessandra Todde, Stefano Buffagni, Fabiana Dadone, tutti poco convinti che rompere, così e adesso, sia (stata) la scelta giusta. Infine Beppe Grillo, lontano e poco attento, che avrebbe dato il benestare allo strappo, ma le versioni sono discordanti e del resto il garante ha insegnato che è capace di dire tutto e il contrario di tutto nel giro di poche ore. In questo imitando Conte.
Così ieri, a beneficio dei fotografi appollaiati sugli spalti di Palazzo Madama, il senatore Alberto Airola, vecchio attivista No Tav, sul blocco note, in stampatello e a caratteri cubitali, scriveva che «qui tutti hanno paura di restare soli con Draghi e con se stessi». Un po’ criptico forse. Ma è lo stato d’animo generale dei 5S, fuori ma dentro, dentro ma fuori.
(da La Repubblica)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
“UN AFFRONTO DI CONTE, UNA VENDETTA PERSONALE”… “CRISI INCOMPRENSIBILE”… “ATTO IRRESPONSABILE”
La crisi di governo in corso in Italia, dalle dimissioni di Mario Draghi alla parlamentarizzazione chiesta da Sergio Mattarella, è al centro delle attenzioni della cronaca internazionale. «La coalizione è andata in pezzi», titola l’emittente britannica Bbc.
Il quadro delimitato dalla testata è a tinte fosche: «L’Italia si trova ora ad affrontare un periodo di incertezza politica, che potrebbe mettere a repentaglio i suoi sforzi per affrontare una crisi energetica incombente e assicurarsi i finanziamenti dell’UE». Il Guardian parla invece di un «affronto» da parte del suo «partner di coalizione».
Il New York Times riporta le voci di «alcuni membri del Parlamento», secondo cui Giuseppe Conte avrebbe agito per motivazioni personali: «è ancora amareggiato per essere stato espulso dalla carica di primo ministro nel 2021, quando è stato sostituito da Draghi, e desidera disperatamente ricostruire un partito che si è consumato, perdendo metà del suo sostegno».
In Francia, le Figaro scrive che la decisione di Giuseppe Conte di avviare la crisi risulta «incomprensibile», e la sua manovra un «tentativo disperato di portare alle urne il Movimento 5 stelle».
France24 ricorda come dalle elezioni del 2018 i pentastellati abbiano «subito defezioni e una perdita di sostegno pubblico». Draghi, d’altro canto, a detta dell’emittente francese risultava «una rassicurazione» per i mercati europei.
La testata tedesca Süddeutsche Zeitung ritiene che l’Italia stia «scivolando in una crisi di governo senza una soluzione facilmente prevedibile». Anche a detta di Bild, «L’Italia sta scivolando in una profonda crisi politica nel mezzo di un’emergenza siccità ed energia, la guerra in Ucraina e importanti decisioni in sospeso sui fondi Ue».
Secondo Der Spiegel, è stata una «giornata pazza» per la politica italiana.
Fa eco dalla Spagna El Mundo, che racconta la «giornata di massima tensione» avvenuta oggi a Roma.
Secondo El Paìs, «la colluttazione su varie questioni – la guerra in Ucraina, le misure contro l’inflazione, il reddito di cittadinanza… – scaldava gli animi da giorni». E aggiunge: «Un atto di enorme irresponsabilità, vista la situazione del Paese e le ragioni addotte della rottura, che lascia poco spazio per evitare elezioni anticipate in autunno».
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
LA MADRE L’AVEVA PORTATA IN UN CENTRO EDUCATIVO RITENUTO SICURO, MA I TERRORISTI DI PUTIN HANNO BOMBARDATO ANCHE UN ASILO… NESSUNA PIETA’ PER QUESTA FECCIA DELL’UMANITA’
Ha compiuto 4 anni nel bel mezzo della guerra in Ucraina. Ed è diventata
il simbolo di un conflitto ingiusto. È la storia di Liza Dmitrieva, una bambina morta in un attacco missilistico russo nella città di Vinnytsia, in Ucraina centrale. Sui social si stanno diffondendo foto e video delle sue ultime ore.
La madre Iryna Dmitrieva aveva portato la figlia in un centro educativo ritenuto sicuro e lontano da possibili esplosioni. Un primo filmato catturato dalle storie instagram della madre e che risale al mattino, alle ore 9:38, mostra la bimba vestita con pantaloni bianchi e giacca di jeans mentre spinge la propria carrozzina con accanto la madre.
Nelle immagini successive si vede Liza che si trova dentro il centro educativo mentre gioca con dei fogli colorati, durante una seduta di logopedia.
Poco prima delle 11 madre e figlia escono, si dirigono verso la piazza centrale di Vinnytsia e passano accanto a un ex edificio sovietico utilizzato come centro culturale per concerti ed eventi.
Subito dopo le 11 arriva l’attacco: 3 missili vengono sparati nella piazza ed esplodono vicino al centro culturale. Qui, alcune immagini, mostrano la bambina deceduta a terra con il passeggino rovesciato.
La madre è rimasta gravemente ferita, ma è sopravvissuta. Secondo quanto riferisce il ministero dell’Interno ucraino, l’attacco a Vinnytsia ha ucciso 23 persone, di cui 3 bambini. 71 persone si trovano ricoverate in ospedale e 18 sono disperse.
Olena Zelenska, la moglie del presidente ucraino, ha riferito di aver riconosciuto Liza Dmitrieva. Su twitter ha raccontato di averla incontrata durante la registrazione di un video per le vacanze di Natale. «È riuscita a dipingere non solo se stessa, il suo vestito da festa, ma anche tutti gli altri bambini, io, i cameramen e il regista con i colori», ha scritto Zelenska pubblicando il video sui suoi social.
Dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina sono morti o rimasti feriti più di 1000 bambini. Secondo quando riferito dal procuratore generale del Paese, sono almeno 352 quelli rimasti uccisi e 657 i feriti, per un totale di 1.009.
(da agenzie)
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