Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
CONTE “VOGLIAMO RISPOSTE DAL GOVERNO ENTRO FINE LUGLIO”

È terminata nella notte la riunione congiunta di deputati e senatori M5S con il leader Giuseppe Conte. L’orientamento che sembra prevalere sulla fiducia sul Dl Aiuti è un voto a favore del governo, per poi astenersi nel voto sul testo lasciando l’Aula di Montecitorio.
Il tutto allo scopo di lanciare un segnale all’esecutivo. Ma non più di un centinaio di eletti ha partecipato all’assemblea. Molti pensano di uscire dal Movimento.
Tra questi anche alcuni nomi molto noti. Incerto il loro eventuale approdo: la scissione di Luigi Di Maio ha creato comunque una sponda, su cui molti stanno valutando. Anche durante la riunione in molti hanno manifestato insofferenza nei confronti del governo Draghi. Intanto proprio Conte rilascia un’intervista al Fatto Quotidiano per far sapere che la comunità M5s «ha già un piede fuori» e che vuole da Draghi «risposte entro luglio».
Conte sa bene che la scelta sul Dl Aiuti è interlocutoria. E che se le regole permettono l’escamotage alla Camera, al Senato non è così. Lì il M5s dovrà scegliere e probabilmente questo costituirà il casus belli. Ovvero il motivo per l’uscita dal governo.
L’ex premier risponde anche ad Alessandro Di Battista, che ieri su Facebook è tornato a pungere i grillini: «E anche oggi il Movimento esce dal governo domani. Esprime a Draghi il proprio disagio, come se uno dei peggiori presidenti del Consiglio della storia fosse un prete nel confessionale».
«Per Di Battista ogni giorno senza uscire è un giorno perso ma la sua linea non è la mia», replica Conte. E allora qual è la sua? «Noi non chiediamo rimpasti e poltrone», risponde a Luca De Carolis. Proprio per questo sembra l’uomo dei penultimatum, gli fanno notare, come ha detto Grillo.
«Mi riferite una sua opinione o una vostra?», è la replica. E ancora: «Servono risposte, di certo non aspetteremo mesi». E allora l’obiettivo si sposta sul Senato e sul Dl Aiuti: «C’è una linea di continuità su questo, siamo stati chiari già in Cdm, non sono io a dovermi giustificare ma chi insiste», è la risposta.
E ancora: «Non mi faccia parlare con i se, le abbiamo chieste le risposte, e comunque manca ancora tempo, siamo una comunità e rifletteremo». Senza diktat, nemmeno quelli di Franceschini: «Il Movimento andrà in alleanza solo se ci saranno piena condivisione sui programmi e piena collaborazione. Dico no al Mucchio Selvaggio solo per sconfiggere le destre».
L’appoggio esterno
Infine il riferimento all’appoggio esterno: «Senza il M5s i numeri per il governo ci sarebbero lo stesso, a quel punto spetterà a Draghi decidere». La strategia di spedire la palla nel campo del governo, anche se non convince affatto tutti, al momento è la prevalente. E si traduce nel concetto ribadito a più riprese da Conte nel corso della giornata: «Aspettiamo risposte». A Palazzo Chigi il faccia a faccia con Draghi viene definito «positivo», si registra che il M5s ha «confermato il sostegno al governo» e che «molti dei temi sollevati si identificano in una linea di continuità con l’azione governativa». E anche oggi si decide qualcosa domani, direbbe Di Battista.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
“TROPPI POSITIVI, RISCHIAMO UN LOCKDOWN DI FATTO”
Continuano ad aumentare i contagi da Covid-19, che nella settimana dal 29
giugno al 5 luglio hanno registrato il +55%.
A dirlo è il monitoraggio della Fondazione Gimbe, che rileva, per il periodo indicato, anche una crescita del 32,6% dei ricoveri ordinari, delle terapie intensive (+36,3%) e dei decessi dovuti al Coronavirus (+18,4%). L’aumento dei nuovi casi riguarda tutte le regioni e le province italiane, mentre sono nette le differenze per quanto riguarda la copertura vaccinale con quarta dose, fortemente raccomandata dal presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta.
Questa è stata somministrata al 10,7% dei soggetti immunocompromessi in Calabria e al 100% di quelli in Piemonte.
Quanto alle altre persone fragili o over 80, l’iniezione della quarta dose ha riguardato finora il 6,6% della popolazione in Calabria e il 41,3% di quella piemontese. Ferme le percentuali di chi ha ricevuto almeno una dose di vaccino (l’88% della platea vaccinabile) e di chi ha completato il ciclo. I non vaccinati, si legge nel report di Gimbe, sono ancora 6,84 milioni, di cui 2,75 milioni guariti. Protetti, perciò, solo temporaneamente. A non aver ricevuto la terza dose, infine, sono ancora 7,89 milioni di persone. Di questi 2,43 milioni sono guariti che non possono riceverla nell’immediato.
Urgenti mascherine anche nei luoghi chiusi sovraffollati
«Bisogna chiedersi quanto costa al Paese, in termini di giornate lavorative perse, attività chiuse per Covid e vacanze cancellate, un’elevata percentuale di popolazione sintomatica o isolata a domicilio per Covid, che peraltro rischia di determinare un “lockdown di fatto” su vari servizi, inclusi quelli turistici».
Non usa attenuanti il presidente della fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, nel commentare il netto aumento della circolazione virale nelle ultime settimane. Dal quale, sottolinea, bisogna difendersi utilizzando le mascherine anche «al chiuso, «in particolare in luoghi affollati e poco ventilati, oltre che all’aperto in condizioni di grandi assembramenti con attività ad elevata probabilità di contagio».
La quarta dose
Non c’è da scherzare, dunque. Anche perché, continua l’esperto, il proliferare del virus e delle sue varianti «aumenta la probabilità di contagio e lo sviluppo di malattia grave in chi ha fatto la terza dose da oltre 120 giorni». Per questo, «appare un vero azzardo la scelta di rimandare la quarta dose all’autunno con i «vaccini aggiornati», di cui a oggi non si conoscono né le tempistiche di reale disponibilità né gli effetti sulla malattia grave».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
IN PRIMA FILA LA MINISTRA DEGLI ESTERI LIZ TRUSS, CONSIDERATA LA “NUOVA THATCHER”… HA PERSO QUOTAZIONI IL “MULTIETNICO” RISHI SUNAK, L’EX CANCELLIERE DELLO SCACCHIERE, MENTRE È IN FORTE ASCESA NADHIM ZAHAWI, EX RIFUGIATO CURDO-IRACHENO CHE SI È COSTRUITO UNA FORTUNA DA SOLO PRIMA DI ENTRARE IN POLITICA
E ora, quando cadrà, chi prenderà il posto di Boris Johnson?
Se un leader dei conservatori si dimette o viene sfiduciato dai suoi, parte il processo per sostituirlo che in genere dura tra uno e tre mesi.
Tutti i deputati tory che aspirano a diventare primo ministro possono presentare la propria candidatura se sostenuti da almeno 8 colleghi.
Poi, gli stessi parlamentari conservatori votano ad oltranza il loro candidato preferito, fino a quando ne rimangono solo due. A quel punto, c’è il ballottaggio con il voto degli iscritti conservatori.
Tra i favoriti c’è Liz Truss, ministra degli Esteri, 46 anni, è considerata “La nuova Thatcher”, per la sua retorica bellicista, ma anche perché ultra-liberista. Instagram è pieno di sue foto scintillanti e ambiziose. Ma Truss non convince del tutto, anche per alcune gaffe pericolose come quando esortò i britannici ad andare a combattere in Ucraina.
Ma una macchia ancora più indelebile per la carriera ce l’ha di certo Rishi Sunak, il ministro delle Finanze dimessosi martedì notte, 41 anni, era il candidato ideale per succedere a Johnson: giovane, sveglio, multietnico perché di origine indiana, perfetto per i conservatori “troppo bianchi”. Poi però si è scoperto che sua moglie, la ricchissima Akshata Murthy, figlia del miliardario indiano N. R. Narayana, non pagava le tasse nel Regno Unito grazie alla scappatoia da “non residente”.
Uno invece immacolato, almeno per ora, è Ben Wallace. Eccellente ministro della Difesa, 52 anni, amato dalla base dei membri tory, vorrebbe la guida della Nato, ma potrebbe essere la sorpresa a Downing St.
A differenza di Jeremy Hunt, ex ministro della Salute, il “finalista” che Johnson ha sconfitto nettamente alle “primarie” del 2019. Ora Hunt vuole prendersi la sua rivincita. Ex europeista votatosi alla Brexit, non scalda però i cuori della base più radicale dei tories. Gaffeur: una volta ha definito sua moglie giapponese invece di cinese.
Attenzione però al nuovo cancelliere dello Scacchiere, Nadhim Zahawi, ex rifugiato curdo-iracheno in grande ascesa. O al ministro della Salute Sajid Javid, che sogna di diventare il primo leader britannico musulmano. Penny Mordaunt, attualmente sottosegretaria al Commercio, considerata tosta e preparatissima. E Tom Tugendhat, presidente della Commissione esteri a Westminster, falco anti Cina e Russia e un passato da studente a Perugia, che però non ha mai ricoperto un ruolo ministeriale.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
MA VUOLE RIMANERE IN CARICA FINO ALL’AUTUNNO
Il premier britannico Boris Johnson si dimette. Lo fa sapere la Bbc: oggi il
primo ministro presenterà le dimissioni dopo che oltre 50 membri del suo governo avevano lasciato per convincerlo a dare l’addio.
Il Guardian aggiunge che Johnson vuole restare primo ministro fino a che i conservatori non avranno eletto una nuova leadership. La Bbc precisa che un nuovo primo ministro dovrebbe entrare in carica «in autunno».
Le 50 dimissioni
Con quelle di George Freeman, ministro della Scienza, erano arrivate a 50 le dimissioni dei membri del governo britannico. In nottata anche Edward Argar, ministro della Sanità, se ne era andato. Argar è stato il titolare della salute per tutta la durata della pandemia e il suo addio fa parecchio rumore. Ma Boris Johnson non vuole mollare. Ieri ha licenziato il fedelissimo Michael Gove, ma senza fare nessun passo indietro. Anche se a consigliarglielo è arrivato anche il Times. Il 43esimo a lasciare era stato Simon Hart, ex segretario di stato per il Galles. Una volta superato il record del 1932, quando lasciarono 11 ministri in un solo giorno, ora per i conservatori è come gestire un leader che non vuole lasciare Downing Street. La crisi scivola dal piano politico a quello costituzionale.
L’exit strategy da Downing Street
Johnson ritiene di dover far valere il mandato del 2020, quando 14 milioni di elettori accordarono la fiducia al suo governo. E non ritiene che il caso Pincher, il vice-capo dei Tory accusato di aver palpato due uomini in un pub (BoJo sapeva tutto ma ha cercato di tenere nascosta la vicenda) possa toccarlo più di tanto.
L’exit strategy da Downing Street però è già sul tavolo. Hannah White, che ha lavorato per anni a Westminster e oggi è vicedirettrice dell’Institute for Government di Londra, dice al Corriere della Sera che c’è un solo modo per cacciarlo. Ovvero cambiare le regole. Per farlo serve una settimana.
«Le regole attuali del partito vietano di tenere un’altra votazione a meno di un anno dalla più recente (i Tories l’hanno fatta il 6 giugno). Ma la Commissione si rinnoverà questa settimana e i nuovi membri quasi sicuramente decideranno di modificare il regolamento».
Ma una fonte interna al partito sostiene che BoJo non si dimetterà nemmeno se il Comitato 1922 cambiasse le regole e dovesse perdere nel voto per una conseguente nuova missione di sfiducia. Le 44 dimissioni servivano a dimostrare a Johnson che non c’è un numero sufficiente per sostituire chi se ne è andato. Ma secondo White questo non basta: «Molte dimissioni sono arrivate da figure con ruoli minori.
Per governare servono solo ministri e sottosegretari: Johnson ha il potere di nominare nuovi membri della Camera dei Lord e dare a loro i posti vacanti. Gordon Brown fece qualcosa di simile negli ultimi mesi del suo mandato. Ma è chiaro che sarebbe un governo estremamente debole». E se la crisi dovesse avvitarsi l’unico sbocco sarebbero le elezioni anticipate. Che per i conservatori rischiano di diventare un bagno di sangue. E che nessuno, per ora, dice di volere.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
MA DOVE STA SCRITTO CHE DUE DEBBANO SCONTARE L’ERGASTOLO NELLO STESSO CARCERE E NELLA STESSA CELLA? … MA QUANDO ERA DIRETTORE DI LIBERAZIONE, ORGANO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA, SANSONETTI ERA GARANTISTA?
La Corte d’Assise del tribunale di Frosinone ha condannato Marco e Gabriele Bianchi all’ergastolo per l’omicidio di Willy Monteiro, avvenuto nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020 a Colleferro.
I giudici hanno anche disposto la separazione dei due fratelli: Gabriele rimarrà nel carcere di Rebibbia, mentre Marco sarà trasferito in un altro penitenziario per scontare la sua pena (in attesa del processo d’Appello e dell’eventuale ricorso in Cassazione).
Una decisione che fatto protestare il direttore de “Il Riformista”, Piero Sansonetti, che ha paragonato questa scelta “dello Stato” alla ferocia che i due hanno utilizzato per colpire ripetutamente (e a morte) il 21enne di Paliano nella notte della sua uccisione fuori da quel locale del frusinate.
Le posizioni del giornalista su temi di giustizia sono ben note e, dunque, non sorprende più di tanto questa posizione. Sta di fatto che, però, a far indignare è quel parallelo sulla “divisione” dei fratelli Bianchi e le dinamiche di quella rissa che ha provocato la morte del giovane Willy Monteiro: “Hanno separato i fratelli Bianchi, dopo l’ergastolo. Non si vedranno mai più. Lo stato si comporta con loro con la stessa ferocia con la quale loro si sono comportati con Willy. A me non piace questa cosa. Non trovo che sia civiltà”.
In particolare, si parla di “stessa ferocia”. Quella che lo Stato avrebbe rivoltato contro Marco e Gabriele Bianchi. La stessa che, secondo Piero Sansonetti (in un’esasperata iperbole dialettica) i due avrebbero utilizzato per colpire ripetutamente il 21enne di Paliano, provocandone la morte. Paragone che, ovviamente, non è piaciuto. In tanti, infatti, hanno utilizzato le parole del medico legale che ha effettuato l’autopsia su Willy Monteiro per spiegare al direttore de “Il Riformista” come la decisione dei giudici non possa essere minimamente paragonabile al comportamento omicida dei due condannati.
“Willy è stato colpito alle spalle, almeno da un colpo che ha danneggiato polmoni e cuore. C’è una lesione importante compatibile con dei traumi posteriori. Sei lesioni al volto all’altezza degli zigomi. Segni che sono stati lasciati in momenti e da traumi diversi, compatibili con dei pugni. Almeno 4 pugni diversi. Il quadro clinico è stato peggiorato da un colpo, probabilmente un calcio. Si tratta di un trauma ‘a fascia’ che ha danneggiato polmoni e cuore proveniente dalla zona posteriore del corpo. Sia la lesione ai polmoni che quella alla carotide possono averne causato la morte. Il cuore ha smesso di battere per un’insufficienza cardiocircolatoria. Abbiamo trovato segni di traumi contusivi anche alla milza, al diaframma e al fegato”.
Questa è stata la descrizione delle condizioni in cui è stato trovato il corpo di Willy Monteiro dopo quel pestaggio subìto e dopo la sua morte. A raccontarla davanti ai giudici è stato, nel luglio dello scorso anno, il professor Saverio Potenza, il medico legale che ha effettuato gli esami autoptici sul corpo martoriato del giovane.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile
SFANCULATA DA SALVINI E BERLUSCONI, CHE LE AVEVANO PROMESSO LA CANDIDATURA ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE LOMBARDIA, LETIZIA MORATTI INTENDE FARGLIELA PAGARE: “MI PRESENTO CON UNA LISTA CENTRISTA”
Una bomba si sta per abbattere sul Pirellone. Letizia Moratti, dopo essere stata
sfanculata da Salvini e Berlusconi per la sua auto-candidatura alla Regione Lombardia, è furibonda. Al suo entourage ha confidato di non voler assolutamente ritirare la propria “disponibilità” a scendere in campo alla Regione: “Piuttosto mi presento con una lista centrista”.
Un simile scenario porterebbe a una riedizione della fatal Verona, dove le diatribe interne al centrodestra tra Tosi e Sboarina hanno consegnato la città al centrosinistra.
Il ragionamento della Moratti, che non ha più rapporti né con Salvini né con Berlusconi, giudicato “inaffidabile, vista la presenza ingombrante intorno a lui di Licia Ronzulli, è: “Se avrò successo in Lombardia, posso essere io la nuova leader di quel che resta di Forza Italia”. Una sorta di opa ostile al partito, che imporrebbe la leadership con la forza del consenso. Non solo: quando Enrico Letta ha saputo della pervicace volontà di Letizia Moratti di correre in solitaria, ha accarezzato l’idea di appoggiare la candidatura con tutto il Pd. Per il Nazareno sarebbe la mossa del cavallo per togliere alla Lega il “tesoro” della Lombardia, la regione più ricca d’Italia.
Con la dichiarazione sui migranti alla presentazione del libro di Annalisa Chirico (“L’immigrazione porta benefici e guasti. viviamo in una società con un basso tasso di fertilità ed esistono professioni che i nostri concittadini non vogliono più esercitare. Prevedo flussi in crescita dal continente africano. molte persone abbandonano il proprio paese per una vita migliore, non si può impedire…”), Letizia Moratti ha preso due piccioni con una fava: da un lato ha accarezzato le pulsioni d’accoglienza e dall’altro, ha risposto al bisogno degli imprenditori del nord di disporre di manodopera per mandare avanti le fabbriche.
(da Dagonews)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile
QUELLI CON I CONTI DI VISIBILIA EDITORE NON SONO GLI UNICI PROBLEMI DI CUI DANIELA SANTANCHÉ SI DEVE PREOCCUPARE, SI SVILUPPANO LE INDAGINI SULL’EX COMPAGNO DELLA SENATRICE, CANIO MAZZARO, CHE SEMBRANO CONDURRE AI FONDI DI DUBAI E A UN INVESTIMENTO PUBBLICO DI INVITALIA, SOCIETÀ DI PROPRIETÀ DEL MINISTERO DELL’ECONOMIA
Vi abbiamo raccontato di Visibilia Editore, gruppo del quale la prima azionista è la senatrice di Fratelli d’Italia Daniela Garnero Santanché, pasionaria della destra italiana, in parlamento ormai da oltre un ventennio. Una situazione spinosa quella in cui si trova la “pitonessa” il suo gruppo, con i revisori che hanno bocciato l’ultimo bilancio, quello relativo al 2021.
Non è però l’unica questione a preoccupare la senatrice e il suo attuale compagno di vita Dimitri D’Asburgo Lorena, presidente e amministratore delegato del gruppo subentrato proprio a Santanché nel corso dell’ultimo anno: il prossimo 8 luglio si terrà l’udienza che segue alla citazione in tribunale da parte dei piccoli azionisti del gruppo.
Questi ultimi dopo 21 segnalazioni alla Consob, l’autorità di vigilanza sulla borsa e i mercati, hanno citato Visibilia per comprendere cosa sia successo al gruppo che ha visto il valore delle azioni erodersi quasi completamente, e soprattutto l’ingresso di un fondo con uffici a Dubai, ma, come ha potuto riscontrare Dossier con sede alle Isole Vergini Britanniche, riconosciuto come paradiso off-shore.
I piccoli azionisti si chiedono dunque da dove arrivino questi soldi, di chi siano e soprattutto come abbia funzionato la gestione di questi anni con il valore delle azioni in via di azzeramento. Una galassia in disfacimento?
In effetti urge chiaramente una risposta che diradi la nebbia, anche perché nel frattempo Negma ha investito con lo stesso metodo in altre società quotate italiane, e tra queste alcune di quelle nelle quali Santanchè, che nel 2021 ha ritenuto di dover lasciare la presidenza di Visibilia Editore, ha avuto in passato un ruolo di vertice come Bioera e Ki Group. Aziende indirettamente riferibili in piccola parte anche a lei ma soprattutto al suo ex compagno Canio Mazzaro, professione imprenditore con una spiccata vocazione alla Borsa.
I due, oltre ad avere un figlio in comune, dividono com’è noto anche un’indagine penale aperta dalla procura di Milano – il pm è Paolo Filippini – nella quale si contesta loro un reato fiscale.
Cosa è successo? Secondo la ricostruzione del Nucleo economico finanziario della guardia di finanza, la Santanchè avrebbe aiutato Mazzaro, gravato negli anni da cartelle esattoriali che hanno raggiunto la cifra di un milione e mezzo di euro tra imposte, interessi e sanzioni (solo nel 2014 è contestata un evasione di 284 mila euro circa), a disfarsi della sua barca “Unica” che è finita a una sconosciuta società maltese dopo essere stata comprata, e subito rivenduta da una azienda italiana presieduta proprio dalla senatrice, la Biofood Italia, una società sulla quale si tornerà e nella quale la Santanchè risulta essere socia.
Buona parte dei problemi col fisco di Mazzaro – già indagato a Milano nel 2016 per il crac delle farmacie Essere e Benessere – derivano dal fatto che i compensi da amministratore delle sue aziende Bioera e Ki Group, presiedute fino a poco tempo fa dalla Santanchè venivano pagati a una sua società – M Consulting – grazie a un accordo che si chiama di «reversibilità», invece che direttamente a lui.
Cosa comporta questo? Su questi redditi Mazzaro avrebbe pagato non le aliquote Irpef per le persone fisiche, che crescono al salire del reddito, ma quelle flat delle imprese, ben più basse. Si sarebbero quindi aggirate le norme fiscali sulla tassazione dei redditi da lavoro.
Ma non è finita, perché anche Invitalia, società di proprietà del ministero dell’Economia, con Domenico Arcuri allora nel ruolo di amministratore delegato, ha acquistato obbligazioni Ki Group per 2,7 milioni di euro nel marzo 2021, un periodo nel quale la società versava già in condizioni pessime. Un investimento nato sotto il cappello della Legge Rilancio, ma in un momento delicatissimo per la società: nel febbraio del 2022, dopo le dimissioni anche di Mazzaro, è decaduto tutto il consiglio d’amministrazione di Ki Group.
Negma ha deciso di aiutare anche Bioera, altra società di Mazzaro che naviga ugualmente in cattive acque e che è presieduta sempre dalla senatrice di Fdi. Fino alle dimissioni, comunicate nel settembre del 2021 ma congelate perché la società non è riuscita a fondersi con Helon, un’azienda nata nel 2021 che opera nel settore digital e social media con la quale avrebbe dovuto convolare a nozze.
(da Milanotoday)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile
IL MOTIVO? PER SOPRAVVIVERE POLITICAMENTE TOSI DOVEVA ASSOLUTAMENTE ANNIENTARE SBOARINA
Alla fine Federico Benini, mister preferenze, il più votato (1.497) alle
amministrative del 12 giugno scorso, ha “confessato”: la vittoria di Damiano Tommasi, netta, al ballottaggio contro Federico Sboarina (dopo che Tommasi aveva chiuso in vantaggio sui rivali anche il primo turno) è stata per così dire favorita da Flavio Tosi.
Il quale, incassato il no all’apparentamento ufficiale dal sindaco uscente, avrebbe dunque virato sul candidato del centrosinistra. I motivi li ha spiegati lo stesso Benini, davanti alla platea di AreaDem, evento di Cortona al quale hanno partecipato tutti i big del Pd.
“Tommasi ha creato entusiasmo, e il centrodestra ha certamente sottovalutato l’avversario, e sopravvalutato se stesso. Ma una delle ragioni per le quali Tommasi ha vinto – ha detto Benini – ha un nome e un cognome, e si chiama Flavio Tosi. Io Tosi l’ho chiamato quella domenica, ero preoccupato, ma lui pancia a terra ha lavorato per Tommasi, me lo ha detto”.
Il motivo? “Semplice – aggiunge Benini -. La questione era questa: Tommasi o perdeva, e tanto non cambiava niente, o vinceva. Sboarina invece o vinceva o moriva politicamente, e Tosi o sopravviveva o moriva politicamente. Quindi la scelta era chiara: per sopravvivere Tosi doveva assolutamente battere Sboarina. E per questo si è impegnato, e certamente anche questo ha aiutato nella vittoria di Tommasi”.
(da VeronaOggi)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile
“PUTIN VUOLE DISTRUGGERE CHIUNQUE POSSA RESISTERGLI. L’OCCIDENTE DEVE RIMANERE UNITO E IMPASSIBILE, E SMETTERE DI CHIAMARLO OGNI GIORNO”
“Ha paura?”. “No”. Boris Bondarev non esita un attimo. Ai più il suo nome dice poco. Un diplomatico russo, come tanti. Vent’anni al servizio della patria, una lunga carriera culminata nella missione russa a Ginevra, presso l’Onu. Ma Boris Bondarev non è uno dei tanti.
È il primo funzionario in carica del governo russo ad aver condannato pubblicamente l’invasione dell’Ucraina. È l’unico ad averlo fatto. Un mese fa una sua lettera aperta, cui sono seguite le dimissioni immediate, ha fatto il giro del mondo.
“Non mi sono mai vergognato del mio Paese quanto il 24 febbraio di quest’anno”, è l’incipit di un lungo j’accuse contro Vladimir Putin e il suo sistema di potere. Tanto schietto, tanto inaspettato da lasciare di stucco, in silenzio, il palazzone sovietico di piazza Smolenskaya, quartier generale del ministro degli Esteri Sergei Lavrov.
Un mese dopo Bondarev parla con Formiche.net in un’intervista esclusiva, la prima a un giornale italiano. Uno dei pochissimi strappi concessi alla clandestinità. Parla da un luogo nascosto e sicuro, che per ovvie ragioni non può rivelare.
Riavvolgiamo il filo. Quando ha deciso che doveva scrivere quella lettera?
L’ho scritta il giorno stesso dell’invasione, il 24 febbraio. Ci è voluto del tempo per rivederla, modificarla.
Perché lo ha fatto?
Per me era ovvio: abbandonare il mio lavoro in silenzio non sarebbe stato sufficiente per fare la differenza. Se lo avessi fatto, non avrei potuto dire ciò che era mio dovere dire. Sapevo che la mia lettera sarebbe circolata, che in tanti l’avrebbero letta realizzando che non tutti i funzionari russi sono complici della guerra di Putin.
Continuare a lavorare per il governo era insostenibile?
La situazione è andata peggiorando negli ultimi anni. Solo il 24 febbraio però ho realizzato che restare un minuto in più avrebbe significato tradire me stesso, i miei principi. Oggi il servizio pubblico russo è pieno di persone abituate a dire “sì” ai loro capi, qualunque cosa dicano o facciano. Non hanno un’opinione, se ce l’hanno non la mostrano. Non so quale delle due sia peggio.
Come hanno reagito i colleghi?
Da quando è iniziata la guerra sono stato testimone di una lunga, disgustosa catena di gesti di “lealtà” da parte loro. Ti ritrovi costretto a comunicare, lavorare e parlare con persone che discutono su come colpirebbero con una bomba nucleare Washington DC. Quando facevo notare loro che gli Stati Uniti si sarebbero vendicati, mi rispondevano: “No, non lo farebbero mai, se la farebbero nei pantaloni e ci supplicherebbero per la pace”. Il bivio è tutto qui: puoi perdere il senno come queste persone o puoi preservare una forma di sanità mentale.
Nella lettera ha scritto che l’invasione dell’Ucraina è “un crimine” contro il futuro della Russia. Ci spiega perché?
Facciamo un passo indietro. I ventidue anni di Vladimir Putin al potere sono stati un totale spreco di tempo per la Russia. Con un’ottima congiuntura sui mercati globali, il rialzo dei prezzi di petrolio, gas e altri beni per l’export, un’autorità consolidata sui russi, negli anni 2000 Putin avrebbe potuto ottenere qualsiasi cosa. Avrebbe potuto usare il suo potere, la sua autorevolezza per condurre in porto le tanto attese riforme e spingere sullo sviluppo economico e la costruzione di una società democratica e libera. Sarebbe stato ricordato come il grande leader e uomo di Stato che senza dubbio desidera essere.
E invece?
Invece ha scelto di costruire una dittatura personale per permettere a se stesso e ai suoi amici di godersi miliardi di dollari, palazzi e yacht, opprimendo nel frattempo l’opposizione e privando milioni di persone della speranza di un futuro migliore. Oggi la situazione è diversa. L’economia sta crollando, la gente diventa povera, perde ogni prospettiva. Il sostegno di Putin nella società civile non è solido e inscalfibile come un tempo. Non tutti fra le nuove generazioni sono suoi fan.
Cosa è disposto a fare Putin?
Distruggere chiunque possa resistergli. Per questo migliaia di russi stanno abbandonando il loro Paese. Parliamo del meglio della Russia: persone giovani, istruite, professionisti, creativi. Senza di loro Putin può rimanere al potere con facilità, perché può contare sui gruppi sociali più poveri e ignoranti, resi tali dalle sue politiche e ammaliati dalla sua propaganda.
Cosa teme per il suo Paese?
Putin isolerà la Russia dal mondo, ne farà un Paese più povero e sottosviluppato. La guerra avvicina l’obiettivo, per questo dico che è un crimine contro il futuro dei russi. Senza contare che i nostri rapporti con l’Ucraina, uno dei Paesi confinanti a noi più vicini, saranno persi del tutto per decenni e intere generazioni. Anche questa è una tragedia.
Cosa è successo dopo che ha deciso di condannare la guerra?
Ad oggi, che io sappia, non è successo nulla. Sono molto curioso di sapere cosa succederà.
Ha paura?
No.
C’è ancora spazio per il dissenso fra i ranghi della diplomazia russa?
A dirla tutta, non penso che esista un numero significativo di diplomatici russi pronto ad ergersi contro la guerra. Qualcuno può decidere di abbandonare in silenzio, è già successo. La maggior parte, come ho detto, sceglie la servilità. Chi per fare carriera, chi per altre ragioni. Chi preferisce credere ciecamente a ciò che dice il governo. Tanti, ovviamente, sono spaventati da una possibile rappresaglia.
C’è stato un momento della sua carriera in cui ha capito che la Russia di Putin non sarebbe tornata indietro?
Ci sono stati diversi momenti in cui ho percepito che qualcosa andava nel verso sbagliato. Ma bene o male era la routine quotidiana. Pensavo, mi illudevo che si potesse tollerare. Il 24 febbraio ho capito che non ci sarebbe stata una via di ritorno.
Ci sono colleghi che condividono i suoi pensieri sulla guerra?
Qualcuno, suppongo.
È entrato nella diplomazia russa vent’anni fa. Quanto è cambiata la politica estera di Mosca da quando Putin ha conquistato il Cremlino?
Quando sono entrato Putin era già stato presidente. Ma allora era diverso: la Russia cercava una cooperazione, un reciproco vantaggio con l’Occidente. Non è bastato: non puoi pensare di essere trattato come un Paese europeo se ti costruisci su misura uno Stato mafioso.
A cosa si riferisce?
Evidentemente Putin immaginava che la sua ricchezza lo avrebbe posto sullo stesso piano dei leader europei, pronti a far finta di niente sulla vera natura del suo potere. Si sbagliava. Oggi lui e la sua “élite” sono infuriati, pensano che l’Occidente abbia giocato “sporco”. Curioso quando un baro si ritiene offeso perché nessuno vuole giocarci a carte.
Dove va la Russia oggi?
Sta iniziando un cammino di profonda umiliazione, e lo sta facendo a causa di un uomo che decide da solo per un Paese di 140 milioni di persone, senza nessuno in grado di dirgli no. I pochi che hanno il coraggio di farlo sono morti, in prigione o in esilio. Oggi la Russia non può scegliere niente.
Come è cambiato il sistema di potere russo con Putin?
Ormai l’evoluzione in un regime di stampo fascista è completa. Un regime destinato a diventare sempre più oppressivo all’interno e sempre più belligerante e aggressivo all’esterno. Possiamo solo sperare che qualcosa cambi. Sogno che la Russia costruisca una società nuova, moderna, libera dove ognuno gode di diritti e quei diritti sono protetti. Non sogno così in grande, vero?
Cosa si aspetta dall’Italia e dall’Europa? Cosa possono fare per fermare la guerra?
Smettano di chiamare Putin ogni giorno. Durante la Seconda guerra mondiale Churchill non telefonava a Hitler per convincerlo che era nel torto. Poi realizzino che oggi il regime putiniano è la minaccia numero uno per la sicurezza europea. Non pensate che una volta conquistata l’Ucraina si riterrà soddisfatto.
Andrà avanti?
Senz’altro. Il regime sta perdendo terreno, è meno intatto di quanto sembri. Può apparire che Putin goda di un ampio sostegno popolare ma la verità è che i suoi veri sostenitori, quelli pronti a combattere per lui, sono una minoranza, sia pure rumorosa. Altri sono terrorizzati o semplicemente non hanno idea di chi possa sfidare questo presidente.
Cosa c’entra la guerra?
Putin deve rivendere qualcosa ai suoi sostenitori e al suo inner-circle. Una piccola vittoria in Donbas non sarà sufficiente, ha promesso di conquistare l’intera Ucraina. Avrà sempre più bisogno di “vittorie”. Domani può essere Kiev e l’intero Paese, dopodomani l’annessione della Bielorussia, dopo ancora la Moldavia o perfino i Baltici. Il presidente può solo rivendicare vittorie militari, nient’altro. Per questo, finché rimarrà al potere, la guerra non finirà
C’è un modo per fermare l’escalation?
L’unico modo per fermarlo è sconfiggerlo sul campo di battaglia. Solo una sconfitta militare, una vera sconfitta, impossibile da nascondere agli occhi dei russi, potrà dare il colpo di grazia alla dittatura.
Perché?
I russi non amano vedere un perdente al potere. È la legge di un branco di lupi ed è la legge con cui Putin guida il Paese. Di fronte a una crisi economica, sanzioni dure e prospettive cupe qualsiasi governo dopo Putin sarà costretto a fermare la guerra e negoziare la pace, volente o nolente.
Poi c’è l’Ucraina, il Paese aggredito.
L’Ucraina deve ottenere tutta l’assistenza che richiede, quando la richiede. Chi si fa avanti con appelli come “diamo a Vladimir quel che vuole e fermiamo la guerra” è davvero un alleato di Putin, forse inconsciamente. L’appeasement non funziona mai. Comprerà alla Russia un po’ di tempo per ricostituirsi e prepararsi a una nuova campagna.
Cosa dovrebbe fare secondo lei l’Occidente?
Rimanere unito e impassibile, senza cercare di scambiare la sua sicurezza e pezzi di territorio ucraino per una “pace” immaginaria che ben presto darà vita a un’altra guerra sanguinaria. Preghiere e persuasioni non fermeranno l’aggressore. Putin capirà solo il linguaggio della forza e della risolutezza. Per dirla semplice: sostenere l’Ucraina significa continuare la guerra. Ma se l’Ucraina cadrà, la guerra non finirà. E ci saranno altre vittime.
Ha un appello finale per i suoi colleghi?
Li inviterei a pensare con la loro testa, ma sono uomini e donne cresciuti e ormai dovrebbero aver capito. Spero davvero che lo facciano.
(da Formiche.it)
argomento: Politica | Commenta »