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SALVINI SI LAMENTA DELLA LINEA PRO-MELONI DEL “CORRIERE DELLA SERA” E SCAZZA CON CAIRO PER L’ABOLIZIONE DEL DECRETO CRESCITA (UN CALCIONE DEL VICEPREMIER ALLE SQUADRE DI SERIE A)

Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile

IL PATRON DEL TORINO SI VENDICA RIVELANDO DI QUANDO IL SEGRETARIO LEGHISTA GLI PROPOSE DI CANDIDARSI A SINDACO DI MILANO

Mancano 150 giorni alle europee. Quelli che illusero Napoleone di poter tornare ancora Napoleone furono cento. Salvini ne ha ancora cinquanta, in più. Lo hanno sentito lamentarsi pure del Corriere della Sera. Secondo il vicepremier sarebbe eccessivamente schiacciato su Meloni.
Da due giorni c’è una disputa, a distanza, che riguarda l’editore Cairo e Salvini. Cairo, che è anche il presidente del Torino, ha dichiarato che “sembra quasi ci sia una volontà, da parte del governo, di affossare il calcio. Incredibile”.
Faceva riferimento all’abolizione del decreto crescita che colpisce le squadre di calcio. Salvini era stato il primo a definirlo un “decreto immorale”. Sempre Cairo, ospite a Un giorno da Pecora ha mandato a dire a Salvini che “nel momento in cui hai la possibilità di portare in Italia dei campioni che pagano le tasse non capisco che modo di ragionare sia questo”.
Ha rivelato pure che, in passato, sempre Salvini, gli avrebbe proposto la candidatura a sindaco di Milano, candidatura che oggi non è più impossibile (ha risposto: “Fare il sindaco? Perché no? Milano è la mia città”) prima di precisare che, a quel tempo, “a malincuore ho rinunciato ma non so neanche se sarei stato adatto a farlo con Salvini”.
Come ha ben detto Salvini ai parlamentari, che ha riunito, ieri mattina, precisando che non candiderà Palamara, Paragone, “come immaginate, se ne dicono, e se ne scrivono tante”. Del resto è stato pure lui giornalista, leader, segretario, ministro. E’ stato, ed è, tante cose. Un leghista ricorda che è stato pure un fervente cattolico
(da Il Foglio)

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VERGOGNOSO SGARBO AI PARENTI DEI DESAPARECIDOS: NORDIO DICE NO ALL’ESTRADIZIONE IN ARGENTINA DI DON FRANCO REVERBERI, ACCUSATO DI TORTURE E OMICIDIO

Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile

RESPINTO PER MOTIVI DI SALUTE IL TRASFERIMENTO CHE ERA STATO CONCESSO DALLA CASSAZIONE DEL SACERDOTE DELLA DIOCESI DI PARMA ACCUSATO DI DIVERSI CRIMINI COMPIUTI IN ARGENTINA DURANTE LA DITTATURA MILITARE DEL 1976-83

Don Franco Reverberi, il sacerdote della diocesi di Parma accusato di diversi crimini compiuti in Argentina durante la dittatura civico-militare del 1976-83, non sarà consegnato alle autorità argentine per essere processato.
A riferirlo è l’onlus 24marzo.it, spiegando che il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha respinto per motivi di salute il 10 gennaio l’estradizione in Argentina del sacerdote che era stata concessa dalla Cassazione.
La conclusione, che giustifica il rigetto della richiesta di estradizione, è che va considerato “complessivamente l’impatto medico-legale della procedura sulle già precarie condizioni di salute di Reverberi, anche in ragione dell’età estremamente avanzata di costui e della conseguente probabile prospettiva di non fare più ritorno in territorio italiano, impatto da cui deriverebbe un rilevante stress psicologico tale da integrare un ulteriore fattore di rischio con riferimento alle verificate patologie cardiologiche da cui lo stesso è affetto”.
Nel provvedimento il capo del dicastero di via Arenula evidenzia che “la perizia medico-legale disposta dalla Corte di Appello di Bologna ha concluso nel senso che ‘le attuali condizioni di salute di Reverberi sono compatibili con il trasferimento in Argentina’, limitando l’accertamento alle condizioni di salute compatibili con la possibilità di effettuare un viaggio aereo intercontinentale, omettendo tuttavia di valutare l’esistenza di gravi rischi che potrebbero scaturire dalla procedura di estradizione globalmente intesa”.
La richiesta di estradizione era stata promossa dallo Stato argentino. Reverberi era cappellano ausiliare dell’ottava Squadra di esplorazione alpina di San Rafael, a Mendoza, accusato di atti commessi nel Centro di detenzione clandestina noto come La Departamental.
Il parroco è accusato di aver assistito a numerose torture alle quali erano sottoposti i prigionieri del regime di Videla prima di essere uccisi e fatti scomparire, nonché all’omicidio nel 1976 del 20enne peronista Josè Guillermo Beron, tuttora disperso. Il religioso uscì dall’Argentina nel 2011, quando a Mendoza si stava svolgendo il primo processo per crimini contro l’umanità e le testimonianze dei sopravvissuti e dei familiari hanno cominciato a indicare le sue responsabilità.
(da agenzie)

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MEGLIO PERDERE ALLE REGIONALI, ANDANDO DIVISI, CHE ACCONTENTARE SALVINI, IL VERTICE DI MAGGIORANZA A PALAZZO CHIGI FINISCE A MALE PAROLE

Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile

GIORGIA MELONI IN MODALITÀ “S-FASCIO TUTTO IO” NON VUOLE CEDERE E TIRA DRITTO SULLA CANDIDATURA DI PAOLO TRUZZU IN SARDEGNA, MENTRE LA LEGA SPONSORIZZA L’USCENTE SOLINAS. A CASCATA, SARÀ UN CASINO TROVARE GLI INCASTRI NELLE ALTRE REGIONI

L’unico a fotografare la realtà senza troppi filtri è Andrea Crippa, vicesegretario della Lega, clava di Matteo Salvini. Seduto nell’area fumatori di Montecitorio, rivendica gli attacchi a Giorgia Meloni. E ammette che a complicare la sfida tra leader del centrodestra sulle Regionali è stato proprio l’annuncio della presidente del Consiglio di volersi candidare alle Europee: «Lei vuole stravincere […]. Questo per noi è un tema. Io mi espongo perché difendo il principio. E soprattutto, difendo il partito». Sono gli stessi concetti che il vicepremier ripeterà poco dopo in privato alla leader di FdI.
Nel giorno in cui la premier e i suoi due vice si incontrano per litigare sul dossier dei governatori — salvo poi negare in coro di averlo fatto, anzi di averne addirittura parlato — Crippa illustra la strategia di Salvini, che può tradursi così: la Lega non può accettare un pesante ridimensionamento e una probabile mortificazione elettorale da parte di FdI — per mano di Meloni — senza avere un risarcimento politico in cambio.
Di questo possibile scambio dibattono i tre al mattino, a margine di un incontro in realtà convocato sui migranti. Volano parole pesanti, perché nessuno intende retrocedere, pur sapendo che un’intesa appare quasi obbligata e che, alla fine, la Lega in Sardegna sarà costretta a mollare Solinas.
A pranzo, poi, si ritrovano solo Meloni e Antonio Tajani. Immaginando possibili soluzioni acrobatiche e certificando uno stallo che può durare al massimo per un’altra settimana, pena una pesante divisione sul candidato presidente nell’isola. E una probabile e clamorosa sconfitta.
Per Meloni, esiste un dato indiscutibile: tutti i sondaggi di cui dispone indicano Solinas come perdente, dunque va sostituito. Lo dice a Salvini, con durezza. Ma il problema è anche più complesso di così: visti gli attuali equilibri di maggioranza non è possibile confermare uno schema dei governatori uscenti che lascia a FdI soltanto l’Abruzzo, mentre garantisce alla Lega Sardegna e Umbria, a Forza Italia Basilicata e Piemonte.
Né Tajani è disposto a tollerare che la Basilicata passi al Carroccio per compensare una Sardegna meloniana. E quindi come se ne esce? La premier ipotizza di identificare un candidato tecnico proprio per i lucani, tenendo per sé soltanto Sardegna e Abruzzo.
Neanche il 2-1-1-1 (l’ultimo è appunto un civico) piace però ai due vicepremier. E quindi si torna alla guerriglia, alle tensioni, agli sgarbi. Ieri se ne rintracciano almeno due, di cui uno molto pesante: il senatore del Carroccio e leader della Liga veneta Alberto Stefani ha presentato una proposta di legge per introdurre il terzo mandato per i governatori.
È la norma a cui è appeso il futuro di Luca Zaia, la proposta che Salvini chiede a Meloni. E che Palazzo Chigi non intende concedere, non adesso almeno: non regalerà questo vantaggio al ministro dei Trasporti prima di molti mesi, in modo da tenere a bada i l suo attivismo. Pure Forza Italia è contraria, d’altra parte.
(da La Repubblica)

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SI SCRIVE AUTONOMI, SI LEGGE EVASORI FISCALI: 7 PARTITE IVA SU 10 FANNO “NERO” E NON PAGANO L’IRPEF: DEI 76 MILIARDI DI EURO DI ENTRATE TRIBUTARIE CHE MANCANO NEL 2020, 28,2 SONO DA IMPUTARE A IMPRENDITORI E AUTONOMI, ALTRI 22,8 DERIVANO DALL’EVASIONE DELL’IVA

Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile

TASSISTI, IDRAULICI, BARISTI, RISTORATORI DICHIARANO IN MEDIA MENO DI 35MILA EURO L’ANNO: PER LO STATO SONO QUASI INDIGENTI. E INVECE SE LA SPASSANO SULLE SPALLE DEI LAVORATORI DIPENDENTI, GLI UNICI CHE PAGANO LE TASSE IN QUESTO PAESE

Il governo dice di voler «combattere la vera evasione fiscale, non quella presunta delle partite Iva» eppure, nell’ultimo rapporto sull’economia sommersa allegato alla Nadef, il Tesoro ha messo nero su bianco che l’evasione dell’Irpef tra autonomi e imprenditori ammonta al 69,7%. Motivo per cui, da tempo, dal Mef sottolineano la necessità di convincere alcune categorie «come, per esempio, i tassisti ad aderire a un concordato preventivo per evitare controlli successivi e recuperare base imponibile».
Nel frattempo, dei 76 miliardi di euro di mancate entrate tributarie per il 2020, 28,2 miliardi sono da imputare ai mancati versamenti Irpef da parte di imprenditori e autonomi; altri 22,8 miliardi derivano dall’evasione dell’Iva. Come a dire che il 67% di chi evade rientra in questa categoria.
Allargando lo sguardo al triennio 2018-2020 – e nonostante il Covid – l’evasione media dell’Irpef degli imprenditori ammonta a 31,2 miliardi; quella dell’Iva a 26,9 miliardi. Abbastanza perché la propensione al gap – la quota di contribuenti che non versa il dovuto – ammonti al 68,8% per l’Irpef degli autonomi e al 20,6% per l’Iva. L’Ires è al 23,4% e l’Irap al 18,1 per cento.
La situazione degli autonomi è la più complessa ed eterogenea. A fronte di una platea composta da 1,6 milioni di persone, ci sono 950 mila soggetti che dichiarano meno di 35 mila euro l’anno e versano nel complesso 2,85 miliardi di euro di imposte. Il 91% di questa platea è composto da artigiani e commercianti iscritti alla Camera di commercio come i tassisti, gli idraulici, i baristi e i ristoratori. Una fetta di lavoratori dove l’incidenza del sommerso vale oltre il 22% del valore aggiunto. […]
Tra il popolo degli evasori fiscali, poi, c’è un grande paradosso rappresentato dal mondo degli agricoltori. Se dal 2017, indipendentemente da reddito, gli autonomi sono esentati per legge dal pagamento dell’Irpef – e nonostante un andamento della produzione non certo negativo, anche grazie all’aumento dei prezzi -, questo non li esclude da ricorrere in maniera sistematica al lavoro nero.
La relazione del ministero dell’economia rileva come «il sistema fiscale cui sono sottoposte le imprese agricole, infatti, è caratterizzato dalla presenza di regimi forfettari, riduzioni dell’imponibile, applicazione di aliquote ridotte, che rendono difficilmente configurabile la presenza di una dichiarazione mendace del reddito di impresa».
Tuttavia, nonostante questo trattamento di riguardo «il valore aggiunto prodotto dalla componente di lavoro irregolare è molto rilevante nell’Agricoltura, silvicoltura e pesca» dove arriva fino al 16,9 per cento.
L’85% dell’Irpef la versano dipendenti e i pensionati. Soggetti per i quali l’evasione fiscale è quasi impossibile se non per “lavori irregolari” tra contratti non dichiarati o solo parzialmente registrati. Con il risultato di penalizzare proprio le pensioni del futuro che dovranno sostenere il grosso delle entrate fiscali. Il risultato è che alle casse dello Stato, secondo le stime contenute nella Nadef, mancano, sul fronte Irpef, 4,2 miliardi di euro l’anno nel triennio 2018-2020.
Nello stesso triennio, sono 2,8 miliardi l’anno i denari che i lavoratori irregolari avrebbero dovuto versare agli istituti di previdenza e addirittura 9,1 miliardi quelli dovuti dalle imprese. In totale si tratta di quasi 12 miliardi di euro in meno ogni anno. Un buco non da poco in un momento in cui la spesa per pensioni continua a crescere, mentre i contributi versati regolarmente dai lavoratori continuano a calare. Tra le altre voci di evasione fiscale, ci sono 5,3 miliardi di Imu e Tasi: un contribuente su cinque non versa il dovuto.
(da La Stampa)

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LA NOTIZIA SU SGARBI INDAGATO FA IL GIRO DEL MONDO, UN BEL BIGLIETTO DA VISITA PER IL NOSTRO PAESE

Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile

I GIORNALI INTERNAZIONALI SOTTOLINEANO IL SILENZIO DELLA MELONI

“El robo de un quadro“. “Ladrón de cuadros“. “Le vol de tableau“. “Das gestohlenes gemälde“. “The stolen painting“. Ovvero: il quadro rubato. Per i giornali di mezzo mondo quello che coinvolge Vittorio Sgarbi è un caso che merita articoli su articoli.
Per alcuni è uno scandalo, per altri un problema grosso per il governo di Giorgia Meloni che, fanno notare le testate più attente, non ha proferito parola sulla vicenda che vede indagato per riciclaggio il suo sottosegretario alla Cultura.
Attenzione: a parlare dell’inchiesta de Il Fatto Quotidiano e di Report non sono media di second’ordine: ne hanno scritto il Guardian e il Telegraph, quotidiani e siti internet di Francia e Germania (tra cui la Süddeutsche Zeitung), giornali spagnoli (tra cui El Pais) e svizzeri, riviste del settore come Artnews, finanche testate sudamericane quali La Nacion (Argentina), El Observador (Uruguay), El Espectador (Colombia) e altre.
Cosa dicono i giornali stranieri
Al netto delle differenze di stile giornalistico, tutti i media citati hanno ricostruito la vicenda che coinvolge Vittorio Sgarbi con dovizia di particolari, a partire dalla cronistoria: dalla sparizione del quadro di Rutilio Manetti dal castello di Buriasco nel 2013 alla ricomparsa in una mostra a Lucca nel 2021 fino agli ultimi sviluppi, ovvero l’iscrizione nel registro degli indagati a Imperia e il trasferimento per competenza a Macerata, dove si indaga per l’ipotesi di riciclaggio. Non solo. Alcuni media non solo hanno riportato la notizia citando Il Fatto e Report, ma hanno anche dedicato articoli di commento alla vicenda. La Süddeutsche Zeitung, ad esempio, ha pubblicato un pezzo dal titolo molto evocativo: Meister der Kunst und der Provokation, ovvero “Maestri dell’arte e della provocazione”, con tanto di foto sparata del critico.
Il Telegraph invece ha corredato il proprio articolo con un’intervista a Lynda Albertson, criminologa e amministratore delegato dell’Associazione per la ricerca sui crimini contro l’arte.
La professionista ha parlato del quadro del Manetti o, meglio, di quello sparito 11 anni fa e della sua ricomparsa in Toscana tre anni fa, seppur con un particolare in più: una candela che non compare nella versione rubata dal maniero piemontese. “I due dipinti sembrano molto, molto simili. Le dimensioni e le proporzioni sembrerebbero corrispondere esattamente” ha detto la criminologa, secondo cui “all’epoca non esisteva la tecnologia per copiare i dipinti tratto per tratto, per copiare la proporzionalità. Ma alla fine la decisione dovrà essere presa da esperti dell’arte italiana del XVII secolo”. Secondo quanto ricostruito dal Fatto Quotidiano, la candela della discordia è stata un’aggiunta postuma e in tal senso l’ipotesi della Procura di Macerata è chiara: l’opera di Rutilio Manetti sarebbe stata modificata per nasconderne l’origine.
Il silenzio di Meloni e la posizione di Sangiuliano
I giornali internazionali hanno evidenziato anche il silenzio totale della premier Giorgia Meloni e la posizione del ministro Sangiuliano, che ad esempio secondo Tagesspiegel “sostiene” Sgarbi. In tal senso, che la presidente del Consiglio non abbia detto una sola parola sulla vicenda è cosa nota, ma è diverso il comportamento del titolare del dicastero della Cultura. “Non faccio il magistrato. Se la magistratura arriverà a una conclusione ne prenderemo atto, ma i processi si fanno nei tribunali” ha detto il 10 gennaio Sangiuliano a Radio 1, rispondendo a una domanda sulla richiesta di revoca dell’incarico al sottosegretario avanzata dal Movimento 5 Stelle.
E ancora: “Ricordo – ha aggiunto – che, quando si è evidenziato un problema dei comportamenti di Sgarbi sono stato io a mandare gli atti all’autorithy competente e loro si sono presi fino a febbraio per decidere. In funzione di quello che decideranno ci muoveremo”.
Le consulenze (vietate) del sottosegretario
Il riferimento del ministro ai “comportamenti di Sgarbi” altro non è che il risultato di un’altra inchiesta de Il Fatto Quotidiano, ovvero quella sulle consulenze a pagamento fatte dal critico nonostante il suo impegno di governo, circostanza contraria a una legge del 2004 che vieta a coloro che svolgono compiti governativi di “esercitare attività professionali o lavorare come liberi professionisti in questioni relative alle loro funzioni”. Una vicenda, quest’ultima, citata anche dai giornali stranieri negli articoli dedicati al furto del quadro La cattura di San Pietro di Rutilio Manetti. Due fatti diversi, un unico protagonista e la considerazione finale di Blick, il secondo giornale più venduto in Svizzera: “In Italia l’alleanza di governo della presidente Meloni è messa a dura prova dall’affaire”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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POLTRONIFICIO MELONI: LA PREMIER SPENDE PIU’ DI RENZI E CONTE

Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile

VOLANO I COSTI DEI COLLABORATORI: RISPETTO A DRAGHI + 2,3 MILIONI, RISPETTO A RENZI + 9 MILIONI

Una moltiplicazione di poltrone e stipendi. Tra tanti record vantati dal governo Meloni, ne arriva uno, oggettivo: le spese per gli uffici di diretta collaborazione di palazzo Chigi toccheranno vette mai viste prima sfondando il tetto dei 21 milioni di euro. Quando si tratta di fedelissimi da inserire negli uffici, insomma, non c’è spending review o crisi che tenga.
PRIMATO ASSOLUTO
A certificarlo è il bilancio preventivo del 2024 della presidenza del Consiglio, visionato da Domani: l’esborso messo in conto è esattamente di 21.282.280, oltre 2 milioni in più rispetto al governo Draghi, che aveva conquistato a sua volta il primato. E non manca un tocco di furbizia. L’incremento “ufficiale” sarebbe di 305mila euro, tanto che nella nota preliminare, diffusa da palazzo Chigi, viene definito «modesto».
Ma già nel 2023 c’era stato un balzo di oltre 2 milioni di euro nella spesa per i collaboratori. Solo che, si leggeva nell’allegato tecnico di palazzo Chigi, «le previsioni per il finanziamento delle spese di personale nelle strutture di diretta collaborazione delle autorità politiche, stante il recente insediamento della nuova compagine governativa, sono state effettuate considerando la spesa teorica prevista per le strutture di diretta collaborazione del governo Draghi».
La colpa era stata addossata, ad arte, su chi c’era prima. Se fosse stato vero, quest’anno ci sarebbe stato un taglio. E invece no: il governo Meloni supera ancora di più sé stesso in termini di spesa per il personale scelto su base fiduciaria. E supera il predecessore, che pure doveva fare i conti con una compagine ministeriale molto eterogenea, che andava dal Pd alla Lega.
Quindi con molti appetiti da soddisfare. Eppure nel 2022 aveva previsto una spesa massima di 18,870 milioni di euro per i collaboratori. Una cifra inferiore di 2,3 milioni di euro rispetto a Meloni.
Il divario si allarga ulteriormente rispetto al Conte II, che nel 2021 aveva preventivato un costo da 16,762 milioni di euro alla voce «uffici di diretta collaborazione», tenendosi sugli stessi livelli degli anni precedenti. Anche il primo governo Conte, quello gialloverde, era rimasto sotto la soglia dei 17 milioni di euro per gli staff a chiamata: circa 4 milioni e mezzo in meno rispetto all’esecutivo di Meloni.
CARI COLLABORATORI
Andando indietro nel tempo i raffronti diventano ancora più impietosi. Il governo Gentiloni aveva messo in conto un esborso di 15,946 milioni di euro, mentre l’ultimo esecutivo presieduto da Matteo Renzi si era fermato a 12,188 milioni di euro. Un risparmio di 9 milioni in confronto ai dati attuali.
Non c’è dubbio, quindi, per il prossimo anno il governo Meloni non è intenzionato ad abbassare la spesa per i collaboratori, che riguarda tutti i profili professionali (capi di gabinetto, consiglieri legislativi, comparti di comunicazione) che affiancano la premier, i due vice, Matteo Salvini e Antonio Tajani, e la schiera di ministri senza portafoglio, da quella delle Pari opportunità e famiglia Eugenia Roccella, agli Affari regionali di Roberto Calderoli.
E la cosa non sorprende: i contratti legati al mandato governativo sono il porto sicuro per tanti big. A cominciare proprio da Salvini che ha inserito nello staff dirigenti o ex parlamentari del proprio partito: tra gli altri l’ex parlamentare Armando Siri e il responsabile enti locali della Lega, Stefano Locatelli, con un compenso di 120mila euro (lordi) all’anno. Mentre Tajani ha voluto con sé l’ex deputata di Forza Italia, Maria Spena, con una remunerazione di 40mila euro annui.
IL BILANCIO DI PALAZZO CHIGI
Ma oltre gli staff quanto costa palazzo Chigi nell’èra meloniana? La spesa complessiva è di oltre 5,3 miliardi: 311 milioni di euro in più in confronto all’anno appena precedente.
Costi esorbitanti, dunque, che sono conseguenza dei tanti programmi che i vari dipartimenti porteranno avanti nel corso dell’anno. Ci sono capitoli significativi come i maggiori stanziamenti destinati alla Protezione civile, che beneficerà di una somma totale di 1,2 miliardi di euro. Ma ovviamente a incidere sono anche altre voci, come quello del personale e di contributi vari.
Di sicuro non c’è stata alcuna cura dimagrante imposta da Meloni. Il corposo allegato tecnico che accompagna il bilancio riferisce, tra gli altri, l’incremento delle «spese obbligatorie e per il funzionamento della presidenza del Consiglio dei ministri», che passano da euro 383.537.129,00 a euro 404.318.070,00, 700mila euro in più, pari al 5,42 per cento.
Sono le spese ritenute essenziali. E tra queste figurano i 5 milioni di euro per le «assunzioni necessarie a fronteggiare l’emergenza migratoria con particolare riferimento alla regione Calabria» e i 100mila euro per la realizzazione del Parco della salute di Torino.
Ci sono, poi, le strutture di missione che hanno un peso sulle casse pubbliche. Si tratta di quegli uffici che nascono ad hoc per affrontare specifiche questioni. Il trend, anche in questo caso, è quello di crescita degli esborsi.
E, manco a dirlo, sempre per il «personale assegnato» alla presidenza del Consiglio: sul capitolo di spesa si prevedono in uscita ben 13,8 milioni di euro «con un aumento di euro 8.904.508,00, rispetto a quelle previste inizialmente nel bilancio per il 2023 pari a euro 4.989.015,00», riferisce la nota.
Questa dinamica, spiegano ancora i tecnici di palazzo Chigi, «è riconducibile all’istituzione di nuove strutture di missione nel corso del 2023 e alla riorganizzazione di quelle già esistenti in sede di riconferma da parte della nuova compagine governativa e in particolare alla istituzione presso la presidenza del consiglio dei ministri della Struttura di missione per il Pnrr».
(da editorialedomani.it)

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LODI, FA UNA RECENSIONE NEGATIVA DELLA PIZZERIA PERCHE’ HA MANGIATO VICINO A GAY E DISABILI: LA TITOLARE: “NON TORNARE PIU'”

Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile

PENSA A QUELLI CHE SONO COSTRETTI A MANGIARE ACCANTO A UNO COME TE

Un cliente della pizzeria «Le Vignole» di Sant’Angelo Lodigiano, in provincia di Lodi, ha scritto su Google una recensione negativa nei confronti dell’esercizio per il tavolo scelto.
«Mi hanno messo a mangiare di fianco a dei gay, non mi sono accorto subito perché sono stati composti, e un ragazzo in carrozzina che mangiava con difficoltà, mi dispiaceva ma non mi sono sentito a mio agio. Peccato perché la pizza era eccellente e il dolce ottimo, ma non andrò più».
Giovanna Pedretti, che con suo marito Nello gestisce il locale, non l’ha presa bene. E ha risposto su Facebook: «Egregio cliente, apprezziamo il suo impegno per valutare il nostro servizio attraverso la sua recensione. Nonostante questo ci tenevo a farle presente che il nostro locale è aperto a tutti e i requisiti che chiediamo ai nostri ospiti sono l’educazione e il rispetto verso ognuno».
E quindi: «Le sue parole di disprezzo verso ospiti che, non mi sembra vi abbiano importunato, mi sembra una cattiveria gratuita e alquanto sgradevole. Ci tengo inoltre a sottolineare che non è passato inosservato il suo sguardo infastidito anche verso il ragazzino in carrozzina. A fronte di queste bassezze umane e di pessimo gusto, credo che il nostro locale non faccia per lei. Le chiediamo gentilmente di non tornare da noi».
Il locale che si trova in via XX Settembre, racconta il Corriere di Milano, porta avanti l’iniziativa della “pizza sospesa” che ha destinato 200 buoni all’associazione Genitori amici dei disabili.
E Pedretti fa sapere che il ragazzo in carrozzina stava proprio usufruendo del buono. «Ho deciso di pubblicare sulla nostra pagina Facebook il post e rendere pubblica questa triste vicenda che sicuramente mi ha scosso molto. Sono convinta che sia necessario avere maggiore umanità in questo mondo», conclude la titolare.
(da Open)

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GASPARRI E’ NERVOSO, VOLANO INSULTI CONTRO MEDIASET: “NON MI FATE ENTRARE? SIETE DIVENTATI COMUNISTI”

Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile

IL SENATORE PRETENDEVA DI REPLICARE A CONTE IN DIRETTA E SI E’ PRESENTATO NELLA SEDE ROMANA DI MEDIASET, MA LO HANNO CACCIATO

Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri si è presentato nella sede romana di Mediaset al Palatino per protestare contro l’azienda. Il capogruppo azzurro in Senato chiedeva di intervenire in diretta per le accuse di Giuseppe Conte sul suo ruolo in una società di cybersecurity. Ma non gli hanno permesso di entrare nella trasmissione di Bianca Berlinguer.
E allora lui avrebbe detto: «Queste cose con Berlusconi non succedevano. Siete diventati comunisti». A raccontare la vicenda è oggi il Fatto Quotidiano, che fa sapere che il senatore ha poi lasciato lo studio dopo una sfuriata ai vertici di Mediaset. Quello che non era piaciuto a Gasparri era accaduto durante Prima di Domani, la seconda trasmissione di Berlinguer a Mediaset dopo È sempre Cartabianca. Il leader M5s aveva accusato Meloni di non allontanare gli esponenti dell’esecutivo con problemi giudiziari.
Gasparri, che lunedì aveva annunciato una querela per Conte dopo un’intervista, pretendeva il giorno dopo una puntata riparatrice. «Voglio avere uno spazio di replica in diretta». Martedì sera si è presentato negli studi. «Se non mi fate entrare giro un filmato e lo pubblico, così faccio vedere che Mediaset mi tiene fuori», è stata una delle minacce. Dopo diversi minuti di insulti e urla è intervenuto il vicepremier Antonio Tajani oltre ai vertici di Mediaset. Il senatore se n’è andato. Prima però ha voluto concludere la sfuriata: «Queste cose con Berlusconi non succedevano. Forza Italia non conta più in Mediaset. Qui siete diventati comunisti, invitate solo ospiti di sinistra e del Fatto che pagate per insultarci».
(da agenzie)

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LA CONFESSIONE DI UNA MODERATRICE DI TIKTOK: “NON AVETE IDEA DI COSA HO VISTO: IL MONDO E’ MARCIO”

Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile

STUPRI, ABUSI, SUICIDI: I MODERATORI RIMANGONO PER ORE SEDUTI DAVANTI AL COMPUTER ED ELIMINANO I FILMATI PER RIPULIRE I SOCIAL

“Per due anni ho guardato in casa delle persone, so cosa vedono, cosa cercano, cosa scrivono. Ora non ho più un filtro che separa me dagli altri”.
Sara ci risponde in videochiamata, ha 28 anni ed è una moderatrice per TikTok Italia. Vuole nascondere la sua identità, il nome è di fantasia. Il suo lavoro consiste nel guadare otto ore al giorno i video che nessun altro vorrebbe vedere. Stupri, abusi su minori, suicidi, autolesionismo.
“Ho visto filmati di bambini violentati da animali, o la clip di un padre che girava per strada con in mano la testa mozzata di sua figlia”. Sara guarda, tagga ed elimina i video.
Ripulisce dall’orrore la piattaforma, in questo modo sui nostri feed non compaiono immagini o filmati violenti. I moderatori filtrano tutti i contenuti pericolosi. “Non è un lavoro semplice, da quando ho iniziato la mia insonnia è diventata più acuta, ho sperimentato le paralisi del sonno, e tanto stress”, racconta Sara a Fanpage.it.
Nel 2016, Mark Zuckerberg durante le elezioni statunitensi comincia a ricevere le prime pressioni. Gli algoritmi non bastano, servono persone che su Facebook riconoscano ed eliminino i contenuti pericolosi, offensivi o violenti. Nasce la figura del moderatore. Ora ogni social ha bisogno dei lavoratori invisibili. Secondo MarketWatch, filiale di Dow Jones & Company, il settore della moderazione dei contenuti digitali crescerà fino a 13,60 miliardi di dollari entro il 2027.
Il carico di lavoro e lo stipendio varia da mercato a mercato, i dipendenti kenioti che filtrano l’intelligenza artificiale di ChatGPT guadagnano meno di due dollari l’ora, Sara prende 1.200 al mese “non è abbastanza per un lavoro del genere”. Grazie al Digital Service Act (DSA) abbiamo scoperto che il numero dei moderatori che lavorano per i contenuti italiani su TikTok è 430. Gli utenti unici in Italia sono 20 milioni. In proporzione TikTok è la piattaforma che ha più moderatori.
Quando hai iniziato a lavorare?
Due anni fa.
Perché hai scelto di diventare una moderatrice?
È un lavoro che ho cercato in realtà, perché ero interessata all’ambito comportamentale, mi interessa capire come è strutturata la società, mi piace la sociologia, l’antropologia. Quando ho scoperto questo ruolo ho pensato fosse un’occasione.
Come l’hai scoperto?
Me ne hanno parlato dei miei amici, facevano lo stesso lavoro ma per altre aziende, così ho cominciato a cercare.
E cosa hai trovato?
Degli annunci su internet per TikTok Italia, mi sono proposta e poi ho fatto dei colloqui, un test di inglese, di informatica, e anche prove attitudinali, per vedere se fossi idonea a livello psicologico per fare questo lavoro.
Spiegati meglio.
Sono dei test a crocette dove devi rispondere a delle domande sui fattori di stress, sui trigger.
Come sei stata formata per questo lavoro? Ti hanno dato una guida o hai fatto dei corsi?
Tutto viene fatto in smart working, non si lavora in sede. Fai dei corsi per imparare le policy dell’azienda, hai anche una prima fase di affiancamento dove vieni seguito, in altre parole moderi contenuti che sono stati già moderati, così capiscono qual è il tuo metodo di lavoro e se riesci ad applicare le regole.
Regole, per esempio?
Beh per quanto riguarda la violenza grafica tu sai che se vedi del sangue devi taggarlo con una policy, se vedi un suicidio o un contenuto autolesionistico con un’altra. Ogni dettaglio che può costituire un fattore trigger lo devi catalogare.
E una volta taggato il contenuto cosa succede?
Dipende alcuni vengono oscurati, altri vengono bannati.
Mi spieghi la differenza?
Oscurati c’è l’effetto sfocato e il simbolo dell’occhio che avverte l’utente, gli spiega che sta per guardare un contenuto sensibile, bannati invece eliminati.
Mi descrivi la tua giornata?
Funziona come per il lavoro d’ufficio. Tu ti colleghi alla tua ora, e ci si alterna con i turni, bisogna coprire h24 la piattaforma, e ogni ora vengono assegnate delle code di lavoro, ti arrivano i video e tu hai un tot di tempo per guardarli e taggare quello che non va. Così per tutto il turno.
Quanto dura?
Otto ore. Puoi lavorare il mattino, il pomeriggio o la sera. Io ho sempre preferito la sera, che può essere 11-24 o 22-7. Sono piuttosto flessibili e puoi esprimere preferenze, ci sono anche diverse pause stabilite per staccare. Soprattutto se durante il turno vedi qualcosa che ti fa stare male.
Al primo colloquio come ti hanno raccontato questo lavoro?
Mi hanno spiegato a grandi linee come funzionava. Ti chiedono subito se sei disposto a visionare contenuti sensibili. Ma io ero già preparata, sapevo a cosa andavo incontro. Comunque gli amministratori sono giovani, quindi non è che infiocchettano il lavoro più di tanto.
Quanto pagano?
Non abbastanza. Io prendo sui 1.200 euro al mese.
Qual è il profilo di un moderatore, chi sono i tuoi colleghi?
La caratteristica principale è essere bilingue, devi sapere bene l’inglese. Poi questo è un lavoro transitorio, quindi incontri persone con le storie più disparate, c’è chi lo fa per curiosità, chi lo fa mentre cerca altro, chi ha in mente un progetto più ampio e vuole mettere da parte dei soldi. La fascia di età è ampia, dai 20 ai 50, siamo sia uomini che donne.
Prima hai citato i contenuti sensibili. Il video che ti ha turbato di più?
I contenuti inerenti alla pedofilia, per esempio i video dei bambini stuprati da animali.
Terribile.
Ma sai cosa? Uno non se lo aspetta da una piattaforma come TikTok perché l’algoritmo essendo personalizzato ti mostra quello che vuoi vedere. Togli l’algoritmo ed entri nel deep web. Vedi cose atroci. Un altro video mostrava un padre che girava per la città con in mano la testa mozzata della figlia. E poi gente che si suicida online. Era diventata anche abbastanza famosa la storia di un influencer russo che aveva chiuso la moglie incinta sul balcone ed era morta assiderata. Lui aveva filmato tutto trasmettendo i video nelle live.
Questo lavoro, questi video, ti hanno mai portato ad affrontare stati psicologici complessi?
Sì. E io sono una persona che riesce abbastanza a dividere i due piani. Soprattutto nell’ultimo periodo con il conflitto tra Palestina e Hamas, sono aumentati i video sulla guerra e passavo la giornata a vedere immagini di bambini morti, e sono stata male.
Come si manifesta questo malessere?
Io per esempio soffro di insonnia già di mio, è diventata più acuta, ho sperimentato delle paralisi del sonno. Tanto stress. Poi per bilanciare ho sempre cercato di compensare con attività extra lavoro.
Tipo?
Esco, faccio gite, suono, dipende. Nel mio privato ho cominciato a guardare cose più allegre e divertenti.
Avete un supporto psicologico?
Sì, se no un lavoro così non lo puoi fare. C’è un canale dove propongono attività durante il turno, delle specie di giochi, per esempio indovinare il titolo di un film guardando un’immagine. Ci sono anche attività di gruppo e poi lo psicologo è attivo h24. Una volta al mese fai il check up obbligatorio e poi puoi fissare delle visite con gli specialisti.
È vero che le regole su cosa bloccare e cosa no cambiano spesso?
Sì. Non solo, molte regole non hanno senso.
Per esempio?
Quando chiedono di bannare in base alle inquadrature o alla durata di una sigaretta in un video.
Le regole cambiano da Paese a Paese?
Sì, ci sono delle regole generiche, in nessuna parte del mondo puoi scrivere “Che bello l’11 settembre”. Poi ci sono i contenuti regionali da bloccare.
In Italia? Quali sono i ban regionali?
Beh per esempio l’aquila nera fascista sulle bandiere. Non hai idea di quanti contenuti pro nazimo e fascismo ci sono sulla piattaforma. Una volta avevo fatto un calcolo, circa il 30% di quello che guardavo. Dalle immagini celebrative di Hitler o Mussolini, ai video con faccetta nera.
Il limite tra moderazione e censura è sottile. Ti è mai capitato di bannare un contenuto che secondo te era sbagliato eliminare?
Sì, in diversi casi è limitata la libertà di espressione. Tante volte non sono stata d’accordo. Per esempio, i contenuti sul sex working, bisogna fare un po’ di formazione, ma se non fai parlare le ragazze che lo fanno come fai a informare…
Ti sei mai rifiutata di taggare qualcosa?
Io posso anche non bannare un contenuto che viola le policy, ma tanto se lo lascio passare lo fa qualcun altro.
A proposito di censura. Quando è scoppiato il conflitto tra Israele e Hamas i social, anche TikTok, sono stati accusati di eliminare in modo selettivo i contenuti sulla guerra.
Diciamo che lo scopo della piattaforma è limitare le fonti d’odio, quindi in un contesto come quello chi si schierava troppo, per esempio a supporto di Israele, rischiava di essere filtrato. Quindi certe cose non si potevano dire. Però ecco, se scrivevi Palestina merda o Israele merda vieni bannato in entrambi i casi.
Moderate anche le ricerche e i commenti giusto?
Sì. Tu non vedi chi, ma se qualcuno nella barra cerca bambina di 12 anni nuda noi lo blocchiamo. E poi si eliminano i commenti. Alcuni sono tremendi.
I peggiori che hai letto?
Per esempio il caso della ragazza che è stata violentata a Palermo, le hanno detto qualsiasi cosa sotto nei commenti. Qualsiasi cosa. Poi ci sono gli auguri di morte, o i sessantenni che scrivono frasi inopportune sotto i video delle ragazzine.
Ora quali sono i tuoi progetti?
Ora basta, voglio andarmene. Se non trovo opzioni migliori nell’immediato rimango lì, ma sarà per poco. Sono in una fase transitoria, non ho nulla di definito.
Cosa ti lascerà questa esperienza?
Ho più consapevolezza del mondo in cui viviamo. Siamo immersi nei social e pensiamo di conoscere tutto ma in realtà non è così. Quando tu vedi il dietro le quinte è come se cadesse il velo di Maya, non hai più il filtro che separa te e gli altri. Per due anni ho visto in casa delle persone, ho visto cosa vedevano, cosa cercavano, cosa scrivevano. Viviamo in un mondo marcio. Un po’ di amarezza c’è.
(da Fanpage)

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