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BERLUSCONI, MEGLIO DI FREUD, QUANDO SCRISSE: “GIORGIA MELONI. SUPPONENTE, PREPOTENTE, ARROGANTE, OFFENSIVO. È UNA CON CUI NON SI PUÒ ANDARE D’ACCORDO”

Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile

SE “IO SO’ GIORGIA E VOI NON SIETE UN CAZZO”, IN CASA FUNZIONA, IN EUROPA VOLANO STRACCI BAGNATI: IN ATTESA DI RICEVERE UNA PORTA IN FACCIA SULLA GIUSTIZIA, DOMANI TOCCA A GIORGETTI STRISCIARE ALLA RIUNIONE DELL’ECOFIN SUL MES… E MARTEDÌ SEDUTA PLENARIA DEL PARLAMENTO EUROPEO PER CENSURARE I SALUTI ROMANI AD ACCA LARENTIA

Dopo un anno di governo Meloni che è riuscito nella tragica impresa di trasformare Palazzo Chigi in un condominio in preda a una rissa costante tra i tre proprietari, bisogna dare atto alla buonanima di Berlusconi di essere stato davvero preveggente quando all’inizio dell’avventura di potere della destra-centro, dopo aver incassato il no a Licia Ronzulli ministra e aver mandato al diavolo La Russa presidente del Senato, così sintetizzò il carattere della prima premier in gonnella, in un foglietto messo a disposizione dalle telecamere nell’aula del Senato: “Giorgia Meloni . Un comportamento 1. supponente 2. prepotente 3. arrogante 4. offensivo. Nessuna disponibilità al cambiamento. È una con cui non si può andare d’accordo”
Il Cavalier Pompetta la conosceva bene, fin da quando Gianfranco Fini nel 2008 la impose come ministro della Gioventù nel quarto governo Berlusconi. Adesso quel caratterino da cintura nera dello strillo, da “io bulla da sola”, in modalità “meglio perdere che perdersi”, lo conosce bene anche il pacioso Antonio Tajani. Il presidente di Forza Italia ha provato a convincerla di non andare allo scontro, meglio aprire un tavolo di trattative sui candidati alla presidenza delle Regioni tenendo presente il trionfo di FdI del 25 settembre 2023. Facciamo un accordo, ha pigolato il ministro degli Esteri (per mancanza di prove): inutilmente.
Più incandescente situazione con l’altro alleato: nervoso già per l’affaire Verdini, con l’arrivo della Evita Peron di Colle Oppio in modalità “vattela ‘a pia in der culo!”, Salvini le sta inventando tutte per uscire dall’angolo: mentre vede aprirsi la botola della irrilevanza politica visto che il terzo mandato è stato messo fuori discussione dalla premier; così ha deciso di prendere il toro per le corna, accendere lo scontro su qualsiasi questione tanto sa benissimo che quest’anno l’Underdog non si può permettere, con le europee e la presidenza del G7, di far cadere il governo e tornare al voto per cancellare definitivamente Lega e Forza Italia dalla faccia del parlamento.
La decisione di non aprire un dialogo sul terzo mandato nasce su pressione dei quadri di FI, soprattutto dai camerati di Veneto e Puglia, che, dopo 40 anni di inutili saluti romani nelle fogne, vogliono finalmente assaporare il gusto dionisiaco di sedersi alla tavola del potere. Del resto in contrasto con il 27% intascato alle politiche del 2023, a FdI fanno capo solo tre regioni: Lazio, Abruzzo e Molise. Poco, troppo poco, quasi niente: come ha sibilato la Ducetta sulla Rai, “bisogna riequilibrare”. Ora tocca a noi! L’accordo te lo metti in quel posto! Sono finiti i tempi di Berlusconi che imponeva il suo Schifani alla Regione Sicilia gettando nella discarica il nostro Musumeci…
La situazione è seria perché Salvini è davvero messo male: oltre al braccio di ferro sul terzo mandato con la Giovanna D’Orco della Garbatella che metterebbe in circolazione un temibile competitor come Zaia, se la deve vedere con il governatore uscente della Regione sarda, Christian Solinas. Che è stato a suo tempo cooptato dal Carroccio ma appartiene politicamente al Partito Sardo D’Azione, il quale ha già comunicato che se ne frega del duello Matteo-Giorgia e il suo Solinas verrà candidato comunque. Il Capitone lombardo ha provato a offrirgli un posto alle Europee ma il diversamente anoressico Solinas vuole essere capolista in Italia-Centro: ciao core…
Se in casa funziona “Io so’ Giorgia e voi non siete un cazzo”, in Europa volano stracci bagnati. A partire dalla riforma della Giustizia: Roma aspetta un esposto ufficiale da Bruxelles sulla cancellazione di reati come traffico d’influenze e abuso d’ufficio, un’infrazione che costò a Orban le note sanzioni. Lo sa benissimo, ma la Ducetta è fatta così: è più forte di lei. In attesa di ricevere una porta in faccia, domani tocca a Giorgetti strisciare alla riunione dell’Ecofin dove verrà accolto dalla seguente domanda: c’è un ripensamento italiano sul Mes? No? E allora partirà l’operazione ordita da Macron: studiare come mettere fuori l’Italia liquidandola la quota di 125 milioni e avere un Fondo Salva Stati a 19 nazioni anziché a 20.
Martedì, altro colpo di gong per la Ducetta! Il parlamento europeo si riunirà in seduta plenaria per dibattere sul rigurgito neo-fascista visto in azione ad Acca Larentia. Potrebbe produrre un monito per il premier Meloni, anche perché finora la signorina non ha avuto modo e tempo per condannare l’invereconda adunata di camerati ad Acca Larentia.
(da Dagoreport)

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“ABOLIRE L’ABUSO D’UFFICIO E’ VIOLAZIONE DI UN OBBLIGO INTERNAZIONALE E DEL DIRITTO UE, PERCHE’ OSTACOLA LA LOTTA ALLA CORRUZIONE, PER QUESTO L’ITALIA RISCHIA SANZIONI”

Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile

INTERVISTA A MARINA CASTELLANETA, ORDINARIA DI DIRITTO INTERNAZIONALE A BARI

Abolire il reato di abuso d’ufficio equivale a una “violazione di un obbligo internazionale e del diritto Ue”. Ecco perché la misura che ha di recente ricevuto il primo via libera dal Parlamento potrebbe presto costare al nostro Paese una procedura d’infrazione davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea. A spiegarlo è Marina Castellaneta, ordinaria di Diritto Internazionale alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari, giornalista pubblicista e autrice di numerosi saggi sulla libertà di stampa e sul diritto europeo. “Con l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio ci troveremmo sicuramente di fronte a un vulnus del nostro ordinamento, in una situazione d’inadempimento di un obbligo internazionale e in aperto contrasto con le norme di diritto Ue”, dice la giurista. L’abolizione dell’abuso d’ufficio, come è noto, è una misura bandiera del governo di Giorgia Meloni, fortemente voluta dal ministro Carlo Nordio.
Secondo il guardasigilli, l’abuso d’ufficio è un reato evanescente e dunque va abolito. Per la Commissione Ue, invece, questa mossa ha un impatto sull’efficacia della lotta alla corruzione. Professoressa, chi ha ragione?
Naturalmente la Commissione Ue. L’abolizione dell’abuso d’ufficio è molto rischiosa dal punto di vista della lotta alla corruzione. Anzi sicuramente costituisce un vero e proprio ostacolo nella persecuzione dei reati corruttivi. E ricordiamo che la lotta alla corruzione è un elemento centrale dell’Unione europea, anche nell’attribuzione dei fondi comunitari.
A cosa si riferisce?
Per esempio al Next Generation Eu: Bruxelles chiedeva agli Stati di rispettare le regole dello Stato di diritto, inclusa la lotta alla corruzione.
Quindi non è un reato evanescente?
Direi di no, perché abbiamo una definizione precisa nella nuova proposta di direttiva Ue sulla lotta alla corruzione e anche nella Convenzione di Mérida, una convenzione Onu che l’Italia ha già ratificato. Quindi dire che l’abuso d’ufficio è evanescente è una contraddizione rispetto alla posizione dell’Italia. E abolirlo equivale a una violazione di un obbligo internazionale e del diritto Ue.
In caso di abrogazione l’Italia sarebbe l’unico Paese dell’Ue a non avere alcun tipo di reato per perseguire chi abusa del potere pubblico per fini privati. A quel punto che cosa succederà?
Ci troveremo sicuramente di fronte a un vulnus del nostro ordinamento, in una situazione d’inadempimento di un obbligo internazionale. Ripeto: la Convenzione di Mèrida impone la presenza di reati come l’abuso d’ufficio. In pratica abrogare questo reato equivale a varare una normativa contraria all’articolo 117 della Costituzione: la potestà legislativa va esercitata rispettando i vincoli dell’ordinamento comunitario e gli obblighi internazionali.
E dal punto di vista dell’Unione europea?
A breve sarà approvata questa nuova proposta di direttiva sulla lotta alla corruzione: l’Italia rischia di essere in aperto contrasto con le norme di diritto Ue.
Partirebbe una procedura d’infrazione?
Esatto. Aggiungo che tra l’altro l’Italia fa parte del Consiglio d’Europa e anche lì ci sono due convenzioni importanti sulla lotta alla corruzione. Quindi penso che avrà qualcosa da dire anche il Comitato del Consiglio d’Europa, che si occupa di monitorare il livello di lotta alla corruzione nei vari Paesi che hanno ratificato queste convenzioni. Già in passato ha evidenziato le lacune del sistema italiano.
A livello pratico cosa rischia l’Italia da una procedura di infrazione?
In genere la procedura di infrazione si attiva quando la Commissione verifica o ritiene che ci sia un inadempimento del diritto dell’Unione. Il primo step è inviare una lettera di messa in mora allo Stato per consentirgli di riparare. Se lo Stato non lo fa viene citato in giudizio dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. Si svolge quindi un processo che può terminare con la constatazione dell’inadempimento: lo Stato, dunque, può essere condannato.
Che tipo di condanna può ricevere? Una multa?
Sì, sono misure sanzionatorie di carattere pecuniario. Quindi il sistema grava sui conti e sul bilancio dello Stato che prosegue nel suo inadempimento.
Dal punto di vista operativo, invece, dopo l’abolizione dell’abuso d’ufficio i magistrati contesteranno fattispecie più gravi, tipo la corruzione?
Probabilmente sì. Su questo non posso essere molto precisa perché non mi occupo propriamente di diritto interno. Però voglio sottolineare che l’abuso d’ufficio è una forma di corruzione, una delle varie forme enunciate nel diritto Ue e nel diritto internazionale. Quindi dopo la sua abrogazione sarebbe possibile contestare la corruzione anche dal punto di vista interpretativo.
(da Il Fatto Quotidiano)

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LA MAFIA CERCA UN CAPO: L’EREDE DI MESSINA DENARO E’ TRA NOI

Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile

UN ANNO DOPO LA CATTURA DEL BOSS, IN TANTI AMBISCONO AL TRONO DI COSA NOSTRA… E C’E’ UN SUPER LATITANTE DALLA STORIA PAZZESCA, GIOVANNI MOTISI

Palermo. C’è un nuovo fantasma che inquieta l’antimafia, si chiama Giovanni Motisi, una primula rossa come lo era stato Matteo Messina Denaro fino al 16 gennaio dell’anno scorso. Ma questa è davvero una storia diversa. Perché Motisi, 64 anni, latitante dal 1988, killer condannato all’ergastolo per l’omicidio del vice questore Ninni Cassarà, sembra uscito del tutto da Cosa nostra. «U pacchiuni, il grasso, come è soprannominato, è il primo capomafia a essersene andato sbattendo la porta, tanti anni fa», sussurra un investigatore che ogni giorno vive nelle viscere della città. «È proprio una strana storia quella del padrino che rinunciò al trono. Chissà poi perché».
Domanda delicata, «perché l’arresto di Messina Denaro è stato certamente un grande successo per lo Stato» non smette di ripetere il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia, «ma non ha segnato la fine di Cosa nostra, che anzi dimostra grande resilienza e punta alla riorganizzazione e a un nuovo arricchimento attraverso il traffico degli stupefacenti, oggi l’affare principale per le mafie».
Sono proprio i soldi della droga ad alimentare un’accesa campagna elettorale per la successione di Messina Denaro, che non era il capo di Cosa nostra, perché trapanese, ma era di certo il personaggio più autorevole dell’intera organizzazione. Una gara che da una parte vede i falchi, dall’altra le colombe. Da una parte i Corleonesi, dall’altra quelli di città: ovvero, i vincenti e i perdenti di un tempo, questi ultimi scalpitano di più, perché con la morte di Totò Riina nel 2017 è caduta la fatwa contro di loro e sono tornati a Palermo dopo un lungo esilio.
Il sopravvissuto
Il più intraprendente fra i “perdenti” di un tempo è Michele Micalizzi; ha 74 anni, è il genero dello storico capomafia Rosario Riccobono, che Riina fece uccidere nel 1982 nel corso di una cena tranello. La sera del 30 novembre, furono strangolati anche il fratello di Micalizzi, Salvatore, il cognato Salvatore Lauricella e il padre Giuseppe. Alla stessa ora, Michele Micalizzi scampò miracolosamente a un agguato al bar Singapore Two di via La Marmora. Erano i giorni terribili di Palermo, quando i Corleonesi sterminavano gli infedeli.
Dopo vent’anni di carcere, Micalizzi è riapparso prima a Firenze, poi in Sicilia, impegnato a gestire incontri riservati e lucrosi affari. Il vecchio padrino ha anche un bel tesoro di famiglia da amministrare. Ed è tornato a investire nella sua specialità preferita, il traffico di droga, provando a riattivare la pista mediorientale, fra Iran e Turchia. Proprio come accadeva prima dell’avvento dei Corleonesi; all’epoca, però, a Palermo arrivava soprattutto la morfina base, che veniva lavorata nelle raffinerie siciliane. Ora, invece i mafiosi discutono di partite di cocaina e di hashish.
L’americano
Micalizzi è stato riarrestato, nel luglio scorso, dai carabinieri del Nucleo investigativo. Ma preoccupa la rete che aveva dispiegato prima di tornare in cella. «Conosco una persona a posto ed è buona, ha buone possibilità diciamo a livello europeo», sussurrava il boss, e non sospettava di essere intercettato anche dalla squadra mobile, che teneva sotto controllo un altro padrino un tempo perdente tornato dal passato di Palermo, Tommaso Inzerillo. «Conosco una persona per potere approfittare di questi finanziamenti pure per una quota consistente a fondo perduto», insisteva Micalizzi. «Al momento ci sono dei bandi» spiegava, «e si dovrebbe presentare entro dicembre, al massimo inizio gennaio. Per quanto riguarda l’agricoltura, quindi qualche azienda agricola importante ci vuole». Anche Inzerillo, tornato da New York, possiede un ingente patrimonio mai sequestrato. Micalizzi gli parlava del misterioso professionista a proposito del finanziamento a fondo perduto: «Questo ha l’ufficio a Bruxelles, a Malta, a Londra. È una persona che è una miniera. E ha grosse possibilità in banca». Un dialogo davvero interessante che racconta le mire dei vecchi nuovi boss di Palermo: ancora una volta, Sono i soldi pubblici il bottino da razziare.
Intanto, anche Tommaso Inzerillo è finito in carcere, e il suo clan di italo-americani, quello di Passo di Rigano, è balzato in testa alle attenzioni dell’antimafia.
Il neomelodico
È invece in libertà Francolino Spadaro, 61 anni; è il figlio di don Masino, il “re” della Kalsa, lo storico padrino del contrabbando e degli stupefacenti, condannato per l’omicidio del maresciallo dei carabinieri Vito Ievolella.
Dopo la scarcerazione, avvenuta qualche anno fa, Francolino è andato a vivere in un attico, nel palazzo che sorge accanto alla casa del giudice Giovanni Falcone, in via Notarbartolo. «Un condomino modello», dice un vicino, davanti all’albero che è ormai meta di un pellegrinaggio continuo in ricordo del magistrato simbolo della lotta alla mafia. «Il signor Spadaro paga sempre puntuale le rate del condominio».
Conduce una vita dimessa Francolino Spadaro, ma non ha disdegnato di fare un selfie con uno dei neomelodici più cliccati del Web, il palermitano Daniele De Martino, suo parente. Nelle foto, rilanciate su Instagram fra centinaia di like, c’è pure il fratello di Francolino, Nino, anche lui uno degli scarcerati eccellenti di Palermo, che va spesso in Brasile. Chissà perché.
Francolino Spadaro è stato davvero un personaggio di primo piano di Cosa nostra. E, di sicuro, è un gran conoscitore dei segreti più profondi dell’organizzazione mafiosa. Suo cognato, il collaboratore di giustizia Pasquale Di Filippo, raccontò una volta di quando lui e Francolino furono arrestati per un camion di scarpe carico di 80 chili di droga: «Un chilo in ogni paio». Era l’eroina raffinata a Palermo, in partenza per gli Stati Uniti. I giorni d’oro della mafia siciliana quando ancora aveva il monopolio del traffico internazionale di droga. Un tempo, Francolino Spadaro accompagnava suo padre Masino alle riunioni con Salvatore Riina e gli altri capimafia. Per questo il padrino dei segreti è apprezzato non solo dai vecchi, ma anche dai giovani di Cosa nostra. Soprattutto quelli della famiglia di Pagliarelli, che in questo momento è lo snodo della riorganizzazione mafiosa.
Faceva parte di Pagliarelli un altro anziano padrino a cui i clan avevano delegato la ricostituzione della Commissione provinciale, la Cupola, che non si riuniva ormai dal 1993: lui si chiamava Settimo Mineo, aveva messo in campo un progetto davvero ambizioso per provare a sanare la frattura fra vincenti e perdenti di un tempo. Alla fine del 2018 è stato arrestato con tutti gli altri padrini. Il successore di Mineo era invece un giovane rampante, un altro che faceva la spola fra Palermo e il Brasile: Giuseppe Calvaruso, il capomafia che un noto ristoratore palermitano osannava al telefono: «Le persone perbene come te mancano». Il boss Calvaruso, «una persona educata, di certi principi». È la mafia di Messina Denaro, che prova a mostrarsi “buona” per superare la stagione delle stragi. Fra qualche tempo, a Pagliarelli, tornerà un altro reuccio; è Gianni Nicchi, il mafioso su cui Cosa nostra puntava già un tempo: legato ai Corleonesi, ma con buone entrature anche fra le famiglie americane.
L’ultimo fuggiasco
Un tempo, Pagliarelli era anche il regno di Giovanni Motisi, il mafioso che adesso detiene il record della latitanza: 25 anni. Soltanto una coincidenza? Dopo essere stato un killer, era diventato capo del mandamento di Pagliarelli, per meriti criminali straordinari conquistati sul campo. Ma alla fine degli anni Novanta fu estromesso da tutti gli incarichi. Per disposizione di uno dei mafiosi più autorevoli del suo clan, Nino Rotolo. Un caso alquanto unico. Perché, come disse Buscetta al giudice Falcone, da Cosa nostra si esce «solo con la morte o collaborando con la giustizia». E Giovanni Motisi non è un pentito. Non sembra neanche che sia morto. Ma cosa fece di tanto irriguardoso nei confronti dei vertici mafiosi da essere espulso? Qualche pentito ha raccontato che aveva una gestione allegra della cassa del mandamento, di sicuro non condivideva con gli altri mafiosi i proventi delle estorsioni. Il pentito Angelo Casano ha aggiunto: «Non si faceva mai vedere, non dava mai risposte». All’inizio degli anni Duemila, Motisi avrebbe lasciato anche la moglie, che poi chiese al vertice del mandamento di potersi rifare una vita. Così, adesso, è un fantasma che aleggia su Palermo.
(da La Repubblica)

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