Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
VOLEVA IMPEDIRE LA SACROSANTA PROTESTA DEGLI ALLUVIONATI A FORLI’ DURANTE LA VISITA DELLA MELONI… QUALCUNO VUOLE LA POLIZIA DI REGIME
È un vero e proprio caso, quello provocato dal comportamento del sottosegretario meloniano ai Trasporti Galeazzo Bignami rispetto alle manifestazioni di protesta che si sono svolte mercoledì scorso nel corso della visita di Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen a Forlì.
Secondo l’Associazione nazionale dei funzionari di polizia, l’atteggiamento di Bignami – uomo forte di Fratelli d’Italia in Emilia Romagna – può “apparire e/o essere interpretate come un tentativo di limitare questo diritto fondamentale, soprattutto considerando la natura pacifica della manifestazione e l’importanza pubblica degli alluvionati”.
La denuncia del sindacato
Mercoledì scorso in occasione dell’incontro tra la Presidente della Commissione Europea, la Presidente del Consiglio dei Ministri, il Presidente della Regione Emilia Romagna, ed il Commissario Straordinario per l’alluvione in Emilia Romagna presso il Comune di Forlì, si è tenuta una pacifica manifestazioni dei comitati degli alluvionati nei pressi dello stesso Comune.
Al riguardo, il Sottosegretario di Stato alle Infrastrutture ed ai Trasporti Galeazzo Bignami, poco prima che arrivassero le personalità ha platealmente protestato con il dirigente del servizio di ordine pubblico perché, a suo dire, si consentiva a dei facinorosi di manifestare vicino al palazzo del Comune, accusando d’incompetenza i responsabili dell’ordine pubblico. Tale comportamento solleva questioni importanti che riguardano il diritto alla libera espressione, la partecipazione civica e la responsabilità dell’ordine pubblico.
La libertà di manifestare pacificamente è un diritto fondamentale nelle democrazie moderne e rappresenta un pilastro cruciale per la partecipazione civica. Le azioni e le opinioni del sottosegretario potrebbero apparire e/o essere interpretate come un tentativo di limitare questo diritto fondamentale, soprattutto considerando la natura pacifica della manifestazione e l’importanza pubblica degli alluvionati. Va, altresì, evidenziato che in base alla normativa vigente la sicurezza non deve essere intesa come una limitazione delle libertà, ma come un mezzo per proteggerle. Tanto che la funzione principale dell’Autorità Tecnica di Pubblica Sicurezza, il Questore, e dei Funzionari di Polizia è quella di vigilare affinché le libertà e i diritti dei cittadini siano esercitati in modo che non arrechino danno agli altri individui, alla collettività ed alle istituzioni dello Stato. In questo contesto, la dirigenza di polizia ha il compito specifico di distinguere tra comportamenti che minacciano l’ordine democratico e le istituzioni, e quelli che, pur essendo espressioni di dissenso o critica, rientrano nei limiti della legittimità democratica. Questa funzione di bilanciamento e di valutazione critica è cruciale per il mantenimento di una società democratica, in cui le libertà individuali sono protette e rispettate ed allo stesso tempo, l’ordine pubblico e la sicurezza sono garantite. Pertanto, in base ai principi sopra esposti, la valutazione di consentire la manifestazione degli alluvionati vicino al comune di Forlì, effettuata dalle Autorità di Pubblica Sicurezza in sede di comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica è stata così corretta, tanto che una delegazione dei comitati degli alluvionati è stata presente all’incontro nel Comune di Forlì e la stessa Presidente del Consiglio dei Ministri nel riconoscere l’importanza e la legittimità delle preoccupazioni dei manifestanti ha ricevuto un’altra delegazione degli alluvionati. Perciò, il comportamento del Sottosegretario Bignami ci lascia molto, ma molto perplessi.
Roma, 22 gennaio 2024
Enzo Marco Letizia
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
PABLITO MORELLO E’ UFFICIALMENTE IN FERIE DAL 4 GENNAIO
Il caposcorta del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro,
Pablito Morello, è stato sostituito. Ufficialmente è in ferie dal 4 gennaio.
Il suo nome è venuto fuori durante i fatti di Capodanno avvenuti a Rosazza, quando suo genero, un elettricista di 31 anni, è stato ferito da un colpo partito dalla pistola regolarmente detenuta dal deputato di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo.
Ne dà notizia l’Eco di Biella e fonti di governo confermano al Foglio. Non è ancora chiaro se Morello sarà reintegrato dopo questo periodo di ferie.
Rispetto a quanto accaduto la notte di San Silvestro a Rosazza Morello è considerato un supertestimone, ma non risulta indagato.
(da Il Foglio)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
UNA SERIE DI SCENARI CONCORDANTI: IL DOCUMENTO DELLE FORZE ARMATE TEDESCHE, IL REPORT DELL’INTELLIGENCE ESTONE, GLI AVVISI DEI MINISTRI TEDESCO E BRITANNICO… MENTRE L’ITALIA RESTA SPENSIERATA
«Non abbiamo molto tempo. C’è una finestra ora che potrebbe durare uno, due, forse tre anni, per investire ancora di più in una difesa sicura. Non sappiamo cosa accadrà con la Russia tra tre anni».
Chi parla, e lancia un nuovo allarme che appare straordinariamente dettagliato, e con un orizzonte temporale indicato con estrema e agghiacciante precisione, non è una persona qualunque ma Eirik Kristoffersen, il capo della difesa norvegese, uno dei paesi più immediatamente esposti nella difesa atlantica contro la Russia, sul fronte settentrionale dell’Europa.
Vale la pena ascoltarlo, perché negli ultimi giorni la sequenza di allarmi è stata molto precisa, inquietante, proveniente dalle classi dirigenti più caute e avvedute europee e britanniche.
Ha iniziato il documento segreto delle forze armate tedesche leakato ad alcuni reporter europei e poi sostanzialmente confermato a Berlino. Secondo quel testo riservato, la Germania si sta già preparando per un attacco diretto di Vladimir Putin alla Nato nell’estate del 2025.
Il cuore dell’attacco sarebbe il “Suwalki corridor”, il corridoio Suwalki, quel lembo di terra in Polonia che unisce geograficamente Kaliningrad – l’exclave della Russia dove Mosca ha da tempo collocato, nel disinteresse di molti europei e nel totale menefreghismo dei pacifisti – testate nucleari e missili Iskander, e la Bielorussia.
Ha proseguito il giorno dopo l’ammiraglio Rob Bauer, anche lui non una voce qualunque ma il presidente del Comitato militare della Nato: «Dobbiamo renderci conto che non è un dato di fatto che viviamo una vita pacifica. E per questo ci stiamo preparando al conflitto con la Russia». Per l’ammiraglio Bauer, in caso di guerra sarebbe necessario mobilitare un gran numero di civili e, tenendo conto dell’esaurimento delle riserve di armi e munizioni associato al conflitto tra Russia e Ucraina, dovrebbe essere stabilita una produzione su larga scala.
Il tema della produzione di armi – in maniera totalmente opposta a ciò che pensano diversi politici italiani, anche tra i democratici – appare sempre più cruciale a molte delle classi dirigenti europee, almeno a quelle più avvedute e consapevoli dello stato della situazione. Un’America di Trump potrebbe peraltro essere sempre meno disposta a sostenere in armi la difesa di una frontiera europea con la Russia, giudicandolo un «problema loro»(cioè di noi europei).
Lo stesso giorno il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha detto a Tagesspiegel di aspettarsi una guerra con la Russia entro i prossimi 5-8 anni. Per prepararsi al conflitto vuole ripristinare la coscrizione obbligatoria e reclutare persone senza passaporto tedesco nell’esercito. «Sentiamo – ha detto Pistorius – minacce dal Cremlino quasi ogni giorno, più recentemente contro i nostri amici baltici. dobbiamo tenere conto del fatto che un giorno Vladimir Putin attaccherà i paesi Nato. I nostri esperti si aspettano che ciò diventi possibile entro 5-8 anni». Sì, si sta esattamente parlando dell’ipotesi futura di mobilitare civili europei per mandarli in guerra, casomai la Russia non fosse fermata in Ucraina. Traduzione brutale: gli ucraini stanno letteralmente morendo per noi, e per consentire a noi di NON mandare i nostri figli nella futura guerra con la Russia.
Il 17 gennaio il ministro della Difesa del Regno Unito, Grant Shapps, aveva avvisato che è il momento per «tutte le democrazie del mondo» di aumentare la spesa per la difesa di fronte a nuove minacce. «Tra 5 anni potremmo trovarci di fronte a molteplici teatri di guerra che coinvolgono Russia, Cina, Iran Corea del Nord». In quel giorno anche la premier estone Kaja Kallas ha riferito che «la nostra intelligence stima che ci vorranno dai tre ai cinque anni, e ciò dipende in gran parte da come manteniamo la nostra unità e la nostra posizione sull’Ucraina», citando esplicitamente un report del servizio di intelligence estero dell’Estonia, nel quale è scritto che la Russia ritiene i paesi baltici «la parte più vulnerabile» del blocco Nato.
Adesso tocca a Eirik Kristoffersen, che la scorsa settimana ha partecipato alla riunione dei capi della difesa della Nato a Bruxelles. L’attenzione si è concentrata essenzialmente, e con una determinatezza di scenari sorprendente, su come l’Alleanza e i singoli stati membri possano prepararsi al meglio alla guerra. «C’è una finestra che può durare uno, due o forse tre anni, durante i quali dobbiamo investire ancora di più in una difesa sicura», illustra ora Kristoffersen al giornale Dagbladet.
«Ma il tempo a nostra disposizione sta per scadere. Voglio solo sottolinearlo», e indica la Russia. «Non sappiamo cosa succederà con la Russia tra tre anni. È importante per noi affrontare un mondo incerto e imprevedibile con una forte difesa nazionale». Kristoffersen ricorda che «la Russia ha aumentato in modo significativo la produzione. Ha anche avviato una cooperazione con Paesi come l’Iran e la Corea del Nord, il che significa che possiamo costruire la difesa contro la Russia più rapidamente di quanto previsto anche solo l’anno scorso. Dobbiamo quindi sfruttare il tempo a nostra disposizione per rafforzare la nostra difesa». Bisogna accelerare. Sarebbe davvero utile spiegarlo, in primis ai democratici italiani.
Naturalmente questo scenario è sottoposto a dei caveat. Per esempio, «la guerra in Ucraina sta assorbendo gran parte delle scorte, sia in Norvegia che nel resto d’Europa. È un dilemma», dice il capo della Difesa norvegese. Il che naturalmente significa che la guerra in Ucraina sta anche assorbendo le risorse militari della Russia, e guadagnando tempo all’Europa. «Ma quando la guerra sarà finita, nessuno sa quale sarà la prossima mossa di Putin». E la Russia già si è messa in un certo assetto di guerra. L’Europa pensa che la pace le sia dovuta, e consente che il suo pacifismo sia usato come il movimento utile idiota di Putin, amatissimo sin dai tempi del Kgb.
(da La Stampa)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
L’OCSE BACCHETTA L’ITALIA: “DOVETE TASSARE LE PENSIONI ELEVATE, LA DEINDICIZZAZIONE NON BASTA”
Non tutte le pensioni, ma le pensioni alte. Non tutti i redditi, ma
quelli da patrimonio al momento tassati molto meno di quanto non si faccia con lavoro dipendente.
E’ su queste voci, oltre che sull’evasione fiscale, che il le imposizioni dovrebbero essere più severe per non lasciare che il debito pubblico salga ancora. Secondo quanto riportato nel Rapporto economico sull’Italia pubblicato oggi dall’Ocse, «Riducendo la generosità delle pensioni per le famiglie a reddito più elevato, si potrebbe limitare l’incremento della spesa, mantenendo allo stesso tempo adeguati servizi pubblici e protezione sociale». L’organismo parigino sottolinea inoltre la necessità di «eliminare gradualmente i regimi di pensionamento anticipato», come già fatto con Quota 100. L’Ocse evidenzia che in Italia «le pensioni rappresentano una quota cospicua della spesa complessiva» e sottolinea la necessità di risparmiare sulla spesa pubblica.
Nel breve periodo, l’organismo internazionale suggerisce di contenere tale spesa eliminando gradualmente i regimi di pensionamento anticipato. Nel medio termine, si suggerisce di sostituire la parziale deindicizzazione delle pensioni elevate con un’imposta sulle pensioni elevate, che non sia correlata ai contributi pensionistici versati. L’Ocse ritiene che il contributo di solidarietà possa essere mantenuto fino a quando il reddito relativo dei pensionati sarà allineato alla media dell’Ocse. Inoltre, l’Ocse ritiene che le prossime revisioni della spesa, attualmente mirate a realizzare risparmi di bilancio annuali pari a circa lo 0,2% del PIL, dovranno essere più ambiziose. Senza modifiche alle politiche di spesa e fiscali, l’incremento della spesa per pensioni, sanità e assistenza a lungo termine, insieme all’aumento dei costi del servizio del debito, porterebbero il debito pubblico italiano a circa il 180% del PIL entro il 2040, con conseguente aumento della vulnerabilità agli shock di bilancio e un possibile aumento del premio di rischio sul debito pubblico.
Tassare casa e successione
Secondo il rapporto economico sull’Italia pubblicato oggi dall’Ocse, «Lo spostamento dell’imposizione dal lavoro alle successioni e ai beni immobili renderebbe il mix fiscale più favorevole alla crescita, consentendo al contempo di incrementare le entrate. L’Ocse sottolinea inoltre la necessità di «contrastare con fermezza l’evasione fiscale». Nel rapporto economico sull’Italia pubblicato oggi dall’Ocse si afferma che «il debito pubblico, quale percentuale del PIL, è tra i più elevati dell’Ocse. Viste le forti pressioni sul bilancio all’orizzonte, occorrono riforme fiscali e della spesa per contribuire a portare il debito su un percorso più prudente». Perché «in assenza di variazioni delle politiche, il rapporto debito/PIL andrà ad aumentare» e, sottolinea ancora l’organismo internazionale, «per riportare il rapporto debito/PIL su un percorso più prudente, sostenere i costi futuri e rispettare le regole fiscali europee, sarà necessario un duraturo aggiustamento di bilancio».
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
IL “CAPITONE”, IN TANDEM CON IL SOTTOSEGRETARIO ALFREDO MANTOVANO SI OPPONE ALLA NOMINA DI GIUSEPPE DEL DEO, EX UFFICIALE DELL’ESERCITO, SPONSORIZZATO DALLA PREMIER, A CUI IL DUO CONTRAPPONE L’ALTRO VICE DI PARENTE, CARLO DE DONNO… L’IDEA DI MANTOVANO DI AZZERARE I VERTICI DI DIS E AISE (COSÌ CI SAREBBERO PIÙ POLTRONE DA SPARTIRSI)
Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno aperto, in gran segreto, un nuovo fronte di scontro. Oltre ai provvedimenti economici, alla lotta sulle regionali e sulle candidature per le europee, i leader di Fratelli d’Italia e quello della Lega stanno affilando le spade anche sulle nomine prossime venture dei servizi segreti italiani. Partita che si intreccia inevitabilmente con quella per la scelta del nuovo comandante generale dei carabinieri.
Le decisioni finali dovranno essere prese solo tra alcuni mesi, ma il braccio di ferro tra i due è iniziato da settimane. La guerra è combattuta per procura: i due usano ambasciatori ed emissari dentro e fuori il comparto per spingere le rispettive istanze e mettere i paletti alle candidature della controparte. Con un terzo incomodo che però non farà da spettatore, cioè il sottosegretario Alfredo Mantovano che ha la delega sull’intelligence e idee assai precise.
E che qualche settimana ha già provato a sostituire Elisabetta Belloni (capa del Dis in scadenza nel 2025 che Meloni ha già pensato di spostare a Palazzo Chigi come consigliera diplomatica), con Bruno Valensise, attualmente numero due del dipartimento che coordina Aisi e Aise, rispettivamente le agenzie per la sicurezza interna e quella per l’estero.
L’ “operazione Belloni” per ora non è riuscita. Ma l’assalto della destra alle agenzie è stato solo rimandato. A fine aprile, infatti, scade il mandato di Mario Parente al comando dell’Aisi, oggi è la più rilevante in termini di potere e influenza. Parente conclude i suoi lunghi 8 anni con apprezzamenti trasversali: è stato nominato nell’aprile 2016, quando al governo c’era ancora Matteo Renzi e confermato, nel 2020, da Giuseppe Conte.
Per la successione il profilo naturale era quello di Vittorio Pisani, già numero due all’Aisi e da sempre sponsorizzato da Salvini, che però qualche mese fa con un colpo di mano l’ha voluto capo della polizia, sostituendo prima del tempo il bravo Lamberto Giannini, ora prefetto di Roma. Così la competizione, se sarà scelta una soluzione “interna” al comparto, è principalmente tra tre nomi: i due vice direttori Carlo De Donno e Giuseppe Del Deo, e Valensise.
L’Aisi è il crocevia di interessi enormi. Anche perché è l’agenzia che gestisce le intercettazioni preventive per la pubblica sicurezza, un potere notevole che permette ai vertici di conoscere informazioni riservate anche in ambito economico e finanziario: la sicurezza nazionale oggi passa soprattutto da lì.
Ad ora Del Deo, che per anni è stato responsabile delle preventive guidando il nucleo economico-finanziario (Nef), è il nome più quotato dei tre interni in lizza. Palazzo Chigi lo stima, come dimostra la promozione a vicedirettore arrivata nel luglio dello scorso anno. Meloni ha un rapporto personale con lui.
L’intesa è forte, nata quasi spontaneamente, tanto che riesce a essere ricevuto senza nemmeno passare per gli uffici di Mantovano. Se dipendesse solo da lei, la scelta sarebbe già fatta. In questo caso la premier ha trovato anche la sponda del ministro Guido Crosetto, che vede in Del Deo «un fuoriclasse». L’ex ufficiale dell’esercito passato anche dai carabinieri per pochi mesi vanta poi un buon rapporto con Belloni, che (se interpellata) darebbe il via libera senza resistenze. E c’è poi il placet di Parente, che lo spinge da anni.
Contro l’ascesa di Del Deo negli ultimi mesi è nato però un inedito asse Mantovano-Salvini. Il sottosegretario meloniano lo considera troppo giovane – ha 51 anni – ma soprattutto non gradisce un approccio che definisce ai suoi «troppo muscolare».
Ma arcinemico di Del Deo è innanzitutto Salvini. Che è rimasto scottato – risulta a Domani – da una vicenda di due anni fa. Quella della pubblicazione, da parte de La Verità, del contenuto di alcune intercettazioni preventive che l’Aisi ha fatto sul cellulare di Antonio Capuano, lo sconosciuto consulente che organizzò nel maggio 2022 l’incontro tra il leghista e l’ambasciatore russo in Italia Razov, vicenda svelata da Domani che provocò lo sconcerto del governo Draghi e persino degli alleati americani. Telefonate e informazioni che «mai» spiega ancora oggi Salvini «sarebbero dovute uscire dall’Aisi e finire sui quotidiani». Il capo del Carroccio non fa accuse dirette, ma vuole che il prossimo numero uno dell’agenzia non abbia alcun legame con la vecchia gestione.
Nell’entourage di FdI il nome di Del Deo resta però fortissimo. Con un’eccezione da non sottovalutare: qualcuno racconta infatti che il direttore del Tg1, Gian Marco Chiocci, quando parla con la premier delle nomine del comparto, suggerisce anche lui nomi alternativi.
Nella battaglia c’è un altro profilo che ha qualche chance sulla carta: il pari grado di Del Deo Carlo De Donno, che è il candidato ideale di Mantovano, nonostante qualcuno lo indichi come troppo vicino a Salvini. Il sottosegretario è tra l’altro amico del procuratore di Brindisi, Antonio De Donno, che è fratello del generale.
Il militare – finito nei mesi scorsi sulla Verità come conoscente della showgirl Lodovica Rogati – sembra però aver già declinato ogni ipotesi di promozione: in effetti va verso la pensione (ha quasi 65 anni), e dice a chi lo conosce bene di non aspettarsi più nulla dal servizi. Di sicuro De Donno non farà il tifo per Del Deo: i due non hanno (per usare un eufemismo) rapporti idilliaci da tempo. Mantovano spera dunque di convincere la premier a favorire il terzo incomodo, cioè Valensise, che considera uomo di fiducia e un “pacificatore” naturale. Un nome che forse sarebbe accettato anche da Salvini.
A Palazzo Chigi aleggia però una tentazione nascosta: oltre a Parente, alla fine naturale del mandato, qualcuno pensa di provare a fare cappotto e di conquistare anche le altre due agenzie. Una forzatura istituzionale tecnicamente possibile, un blitz con cui Meloni e la destra potrebbe nominare fedelissimi anche all’Aise (oggi è guidata da Giovanni Caravelli), e al Dis di Belloni, che come già detto ha risschiato la poltrona qualche settimana fa.
La sostituzione multipla potrebbe poi agevolare la tenzone tra Meloni e Salvini: con più posti a disposizione da spartirsi, nessuno uscirebbe scontento. Ma l’azzardo è rischiosissimo, e i bookmakers di palazzo Chigi danno ad oggi la rivoluzione copernicana a quote stracciate. Soprattutto per l’Aise: Caravelli è stimato da Mantovano, ha aperto da poco un canale diretto con Meloni (non con Crosetto, i cui rapporti sono freddi) ed è stato confermato direttore nel 2022 per un quadriennio.
Sul Dis la questione resta più aperta: nonostante Meloni tranquillizzi una settimana sì e l’altra pure Belloni che le chiede conto dei tentativi di Mantovano di sostituirla (recentemente ha pensato per lei a un posto da consigliere di Stato, sedia che la diplomatica non accetterà mai) un nuovo direttore del Dis a maggio resta opzione poco plausibile, ma non impossibile. Dovesse assistere al trionfo di Del Deo, il sottosegretario farà di tutto per mettere il “suo” Valensise al dipartimento. «Sarebbe però disdicevole che una donna-premier rimuova un’altra donna in un ruolo così delicato», spiega a Domani chi nel Dis spera che Belloni prosegua nel suo mandato.
SCONTRO TRA CORPI
Infine, nella battaglia sui servizi c’è la variabile dei candidati esterni. Che si intreccia con il nodo della successione del comandante dell’Arma Teo Luzi, in scadenza a novembre. Al suo posto scalpitano il capo di stato maggiore, Mario Cinque, i generali Riccardo Galletta e il giovane (forse troppo) Marco Minicucci.
In pole molti danno però Salvatore Luongo, per anni capo dell’ufficio legislativo alla Difesa e ora comandante interregionale Podgora. Molto stimato da Crosetto, non dovesse essere lui il successore di Luzi, potrebbe essere un candidato forte e imprevisto per il dopo Parente. Meno possibilità invece hanno altri “esterni”.
Come il finanziere Umberto Sirico, in cerca di riscatto dopo aver perso la battaglia per la nomina a comandante generale della guardia di finanza. E come il prefetto Vittorio Rizzi, vice di Pisani nella polizia, corpo che rischia di rimanere anche a questo giro senza suoi “rappresentanti” ai vertici dei servizi. Quest’ultimo è considerato uno dei dirigenti più capaci per l’alto incarico, ma considerato politicamente troppo lontano sia da Meloni sia da Salvini. E di questi tempi senza un loro via libera è improbabile ottenere poltrone prestigiose.
(da Domani)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
LA PERENNE “CHIAMATA ALLE ARMI” DEI COMPLESSATI
Le parole di Arianna Meloni al congresso di FdI a Firenze
confermano il legame della destra con la retorica dell’assedio che ha sentito così a lungo sua da non poterla abbandonare nemmeno ora che i numeri, le condizioni interne e internazionali, i rapporti di forza, rendono il partito pressoché invulnerabile.
Sì, è al governo di tutto e senza concorrenti, ma è anche tra le dune di Giarabub, la canzone del Ventennio amata pure da Francesco Guccini. «Qui nessuno ritorna indietro, non si cede nemmeno un metro». Non è facile psicologismo, è realtà.
Dice la sorella della premier e titolare della segreteria politica del partito: «Siamo molto attaccati, pensano di farci saltare il sistema nervoso, tirano fuori parenti, antenati, ma non ci riusciranno, perché non abbiamo scheletri nell’armadio e perché lo facciamo solo perché ci crediamo». Parla al cuore dei suoi e viene assai applaudita perché tocca una corda ancestrale per tre generazioni di destre: la persecuzione, il ghetto, le inchieste, comprese quelle che dovevano portare allo scioglimento del vecchio Msi, e ovviamente l’assedio fisico, le pistole, le trame nere.
È un tipo di retorica che funziona anche con i nuovi elettorati strappati a Forza Italia e alla Lega. Gli ex aficionados di Silvio Berlusconi ci ritrovano l’eco dei 32 processi che inseguirono il Cavaliere fin dagli anni ’80 – fisco, tangenti, mafia, festini – e del suo corpo a corpo con la magistratura, i potentati europei, i grandi gruppi editoriali della carta stampata. Gli ex della Lega nascono dal mito della disperata resistenza dei Comuni intorno al Carroccio, e pure loro hanno avuto le loro dosi di amarezze negli ultimi vent’anni, dai diamanti nigeriani al Russiagate. Quando Giorgia Meloni in conferenza stampa parla di «qualcuno che pensa di spaventarci», quando Arianna Meloni evoca operazioni per far perdere la testa all’esecutivo, si rivolgono entrambe a una platea che ama raffigurarsi come circondata e in guerra contro poteri soverchianti. Invitano quel parterre a reagire, e dunque a mobilitarsi per votare e far votare: è campagna elettorale, non molto di più.
La logica e le cronache dicono che i «molti attacchi» contro l’attuale governo sono in realtà episodi sporadici, più che altro legati agli scivoloni di suoi esponenti e a qualche ovvio clamore giornalistico sui medesimi. Quello che fa fermare il treno, quell’altro che porta una pistola al veglione, quelli che si scambiano dossier coperti da segreto e usano i virgolettati per accusare di contiguità mafiose gli avversari, l’infinita serie di disegni di legge su quisquilie, l’obbligo del presepe, il divieto di usare anglicismi.
Dov’è la grandiosità degli scandali che possono trafiggere personalità e governi? La Lockheed, il mandato di cattura a Bettino Craxi, l’avviso di garanzia a Berlusconi nel giorno del G8, un caso Moro o più banalmente un caso Mondadori, un Imi-Sir, una parentopoli all’Ama, una mafia Capitale… Nulla di tutto ciò risulta, tutt’al più modeste vicende di affarismo sospetto: i conti disordinati del ministro Daniela Santanché, il quadro del sottosegretario Vittorio Sgarbi forse proveniente da un furto, insomma robetta.
Poi, certo, c’è il capitolo parenti. L’indignazione per le storie degli «antenati» sbattute in tv con opinabili testimoni che le colorano di mafia, è comprensibile. Il papà della premier e quello del presidente del Senato Ignazio La Russa non sono personaggi pubblici, sono deceduti da un pezzo, e la richiesta di non utilizzarli per delegittimare le carriere dei figli è più che normale.
E tuttavia nello stesso congresso in cui Arianna Meloni ha sanzionato l’uso politico dei parenti, altri interventi hanno additato al pubblico disonore il cugino defunto dell’aspirante sindaca del Pd a Firenze, Paola Funaro. Si chiamava Lorenzo Bargellini detto Mao, storico leader dei movimenti di lotta per la casa e delle okkupazioni da sempre nel mirino della destra. È morto nel 2017 e bisognerebbe lasciare in pace pure lui anziché usarlo per screditare l’album di famiglia della candidata, fondato sul nonno Piero, che fu sindaco (democristiano) all’epoca della grande alluvione di Firenze.
Ma per superare Giarabub, per disarmare le opposte propagande sui congiunti di primo e secondo grado e riportare il sistema nervoso di tutti al normale stress collegato a ruoli di responsabilità, ci sarà tempo dopo le elezioni. Per il momento quel tipo di «chiama» funziona, è il campanello a cui gli elettorati rispondono in modo quasi pavloviano. Perché privarsene?
(da La Stampa)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
A LUI LA POLITICA NON INTERESSA FARLA, PREFERISCE MUOVERLA… SE QUALCUNO IN FORZA ITALIA SI E’ RISENTITO, AFFARI SUOI
«Magari rinsaviscono». Il commento tagliente affidato a Domani è di un esponente di prim’ordine di Forza Italia, un ambiente dove la “piersilvizzazione” di Mediaset non ha molti sostenitori.
Ma si tratta solo di un elemento nel complicato universo intrecciato di televisione e politica che si sono ritrovati in mano Pier Silvio e Marina Berlusconi più di tutti gli altri fratelli alla morte del padre a giugno scorso.
L’impressione è però che l’autonomia che i due – soprattutto Pier Silvio, al timone del Biscione – hanno dimostrato in questi primi sette mesi oltre a non essere apprezzata da tutti è servita ai due fratelli per crearsi uno standing autonomo dal partito, con una linea propria e la disponibilità di tutti gli strumenti necessari per danneggiare, anche seriamente, palazzo Chigi.
«L’impressione in azienda è che Pier Silvio è arrivato per restare, ha piacere di esibire il comando e si mostra contento del suo nuovo incarico», dice una persona che conosce bene Cologno Monzese. Il secondogenito ha voluto subito dare una sterzata alla traiettoria di Mediaset, dove i primi palinsesti che portano la sua firma hanno avuto un sapore rivoluzionario, con nuovi innesti che hanno cambiato il carattere delle tre reti.
La versione ufficiale è che si tratta solo di un allineamento degli astri e che le trattative erano già iniziate in altre stagioni. Le modifiche sono intervenute soprattutto nella programmazione di Retequattro, dove sono sbarcati due volti tutt’altro che organici all’immaginario del centrodestra, Myrta Merlino e Bianca Berlinguer.
SFIDA DI FUORI ONDA
Proprio con la figlia di Enrico si è consumato l’ultimo incidente con la diffusione dei fuorionda in cui si lamentava dei servizi prodotti dalla sua squadra.Che Striscia li abbia mandati in onda è sicuramente indice dell’insofferenza di alcuni rami d’azienda ma, si mormora a Cologno Monzese, che Pier Silvio non ne fosse al corrente è altamente inverosimile.
Anzi, di fronte a una polemica del nuovo acquisto che – sottolineano – ha avuto tutto quello che voleva, dal cachet alla squadra, passando anche per ospiti non proprio in linea con la Mediaset di una volta, ci potrebbe essere stata anche la voglia di mettere un limite alle ambizioni della giornalista.
Insomma, in azienda i messaggi devono arrivare a chi se li merita, la bassa frequenza che raccoglie ogni parola fuori posto anche quando le telecamere dovrebbero essere spente è una spada di Damocle che pende sopra la testa di tutti, anche se ufficialmente l’autonomia di Antonio Ricci viene ribadita in ogni occasione.
Lo sa bene Giorgia Meloni, a cui pure è stato recapitato un messaggio da mano ignota: i racconti su chi fosse a conoscenza dei servizi che stava per trasmettere Striscia su Andrea Giambruno sono molteplici, ma più di qualcuno non esclude che la famiglia Berlusconi fosse consapevole.
Ribaltare la narrazione del «non sono ricattabile» che Meloni scagliò contro il padre di Marina e Pier Silvio durante la formazione del governo è stata un’occasione troppo ghiotta: il pretesto per dimostrare che, al di là delle parentele e di un partito in grosse difficoltà, i Berlusconi sono giocatori da tenere in considerazione nell’agone politico. E che Mediaset, alla bisogna, sa ancora far male.
A Pier Silvio la politica non interessa farla, ma muoverla. «Con la differenza di stile nell’impiego del mezzo, che Pier Silvio utilizza in maniera più sottile rispetto a quanto facesse il senior», dice chi frequenta l’azienda da lungo tempo.
Mediaset, è il ragionamento, non è più schiacciata su una linea politica, ma è al servizio della famiglia, libera di muoversi nella direzione che è più utile in quel momento.
«La sinistra è entrata in azienda, ma la vera notizia è che non siamo più di destra». Nessun bisogno, dunque, di rivolgersi soltanto all’elettorato di Forza Italia o della destra. Se qualcuno nel partito si risente, fatti suoi: Mediaset non è una derivazione degli azzurri, è il ragionamento.
FARE SQUADRA
I due fratelli hanno imparato a far perfettamente squadra ed entrare nel ruolo del poliziotto buono e di quello cattivo ogni volta che è necessario, come nel caso della vicenda Giambruno.
Meloni, raccontano nel governo, è ancora convinta che dietro alla decisione di crearle imbarazzo rendendo pubblici i modi poco cavallereschi dell’ex compagno ci sia la mano di Marina, con cui il rapporto da tempo è in sofferenza, mentre Pier Silvio all’indomani della messa in onda del servizio si era precipitato a chiamarla.
L’autonomia della nuova generazione ha ricadute anche in azienda, dove la vecchia guardia è rimasta tutt’altro che soddisfatta delle manovre dei fratelli. È Mauro Crippa quello che ha dovuto mettersi da parte più di tutti gli altri.
Il direttore generale in altri tempi poteva contare su una delega quasi totale da parte di Silvio Berlusconi, un asse che il manager utilizzava per arginare le ambizioni di Pier Silvio: di fronte alle indicazioni del capostipite anche il capo di Mediaset doveva fare un passo indietro.
Ora, quell’asso da giocare è venuto meno a Crippa. Che ha accettato di cedere il controllo sulla linea editoriale e i palinsesti a Pier Silvio, compensato a novembre anche da un’ulteriore promozione alla direzione Comunicazione e immagine dell’azienda, un’altra poltrona di gran potere.
E pazienza se la linea non è più quella giordanesca anti-immigrati tanto cara alla Lega di qualche anno fa, quando Matteo Salvini aveva il 30 per cento dei consensi.
L’emancipazione di Pier Silvio (e Marina) che sta allontanando Mediaset dalla linea tradizionale mira a dimostrare che è possibile fare ascolti anche senza il trash a cui le reti del Biscione avevano abituato gli spettatori nell’ultimo decennio.
Di qui, il divorzio con Barbara D’Urso e l’intervento diretto anche su programmi che rappresentano il cuore della programmazione nazionalpopolare che ha garantito ascolti solidi a Cologno Monzese per anni come il Grande Fratello.
A primo impatto, il fatto di aver superato la Rai nella sfida dello share a fine 2023 sembrerebbe prova del successo dell’azzardo di Pier Silvio. In realtà, a leggere i dati di fine anno e confrontandoli con quelli del primo semestre 2023 emerge che – nonostante una crescita stabile degli ultimi tre anni di Mediaset – il sorpasso è dovuto più a un calo importante degli ascolti Rai (da 38,2 per cento di share nel giorno medio al 37 di fine anno) che a un exploit di Mediaset, che rimane stabile intorno al 37,5 per cento.
IMPASSE INFORMAZIONE
Quello che continua a non decollare – e da Forza Italia non mancano di farlo notare – è l’informazione. Merlino, originariamente assunta per affidarle una prima serata, poi costretta a prendere il testimone di Pomeriggio Cinque, continua a restare dietro Alberto Matano: venerdì 19, per esempio, La vita in diretta ha raccolto il 17,9 per cento di share nella prima parte e il 19,5 per cento nella seconda, mentre Canale 5 si ferma al 14,2 e 14,3 per cento.
Ma non sono dati isolati, e non basta la caffettiera esibita da Merlino la scorsa settimana a colmare la nostalgia degli spettatori del “caffeuccio” che prendeva D’Urso con il suo pubblico.
Berlinguer tiene meglio nel serale del martedì, portando a casa poco meno del 6 per cento che garantiva anche in Rai. Certo, soffiano con malizia gli azzurri, sempre meno di Giovanni Floris su La7, e soprattutto meno di Lilli Gruber nell’access time.
Da inizio mese Berlinguer conduce infatti anche Stasera Italia, ribattezzato per l’occasione Prima di domani, che aveva già dato segni di grossa sofferenza in autunno, quando era condotto da Nicola Porro, e non andava oltre il 3-4 per cento.
Anche il cambio di conduzione non sembra aver dato al programma lo scossone di cui avrebbe avuto bisogno. Per non parlare dell’edizione del fine settimana, dove gli ascolti asfittici di Augusto Minzolini sono costati quasi subito l’affiancamento all’ex colonnello di Berlusconi senior.
A fine anno, neanche il rapporto storico che lo legava capofamiglia è riuscito a impedire che fosse accompagnato alla porta: un’altra dimostrazione di autonomia della nuova generazione.
Il messaggio è chiaro: l’interesse non conosce lealtà. Anche i legami decennali non saranno più una linea rossa. E poi, lo strumento per difendere gli interessi dei Berlusconi in futuro sarà molto più Mediaset di Forza Italia, anche a costo di danneggiare il partito qualora dovesse seguire altre linee.
Non è un caso che i due figli di primo letto secondo indiscrezioni potrebbero non partecipare alla celebrazione del trentennale della discesa in campo. Ad adeguarsi o giocare di sponda, negli occhi dei Berlusconi, dovrà essere in ogni caso il segretario Tajani, che finora non sta riuscendo ad arginare Meloni su nessuno dei temi cari alla famiglia e all’elettorato, dalla tassa sulle banche al superbonus, passando per il taglio canone Rai.
La possibilità di modifica del tetto pubblicitario della televisione pubblica dopo la riduzione del contributo pubblico (compensato per il momento solo per quest’anno dalla fiscalità generale), non è ancora stata esplorata da viale Mazzini ma è sempre nell’aria, nonostante non è detto che aumentare il bacino di pubblicità della tv pubblica risolva i problemi dei conti Rai.
Ma, almeno finché l’interesse economico avrà la meglio su quello politico, i Berlusconi non starebbero a guardare, se dovesse succedere. I dirigenti del Biscione possono dormire sonni tranquilli.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
IL PROVVEDIMENTO DEL MIT QUANDO ERA GIA MINISTRO… NON SOLO BOLOGNA, SONO IN VIGORE ANCHE A OLBIA E TREVISO, CON SINDACI DI CENTRODESTRA (E TRA POCO ANCHE GENOVA)
«Una scelta irragionevole». Con queste parole, il ministro dei
Trasporti, Matteo Salvini, aveva definito la decisione del comune di Bologna sul limite di 30 chilometri orari introdotto nel 70% circa delle strade del capoluogo emiliano, quelle più a rischio incidenti.
E, ora, con una direttiva ad hoc, è pronto a ridurre le tutte le «zone trenta» d’Italia: «Il Mit sta lavorando a una direttiva per chiarire e semplificare il tema dei limiti di velocità, con particolare riferimento ai centri urbani», recita la nota inviata due giorni fa dal suo dicastero. Il Comune di Bologna, nel frattempo, gli ha rinnovato l’invito a un confronto, al quale Salvini non chiude la porta.
In sintesi: il ministro non molla la presa e, anzi, rilancia la sua crociata. Eppure, nella Gazzetta Ufficiale del 9 febbraio 2023 è stato pubblicato un decreto del Mit, dal nome «Piano di riparto delle risorse destinate alla progettazione ed alla realizzazione di interventi per il miglioramento della sicurezza stradale dei pedoni» – che richiamandosi il Piano per la sicurezza stradale del governo precedente (che ieri il Mit ha però ritenuto superato) esorta le città a fare le zone 30 e assegna a Bologna un finanziamento pari a 613mila euro, che il comune ha incassato il 28 giugno (13 milioni di euro totali per diverse città italiane).
A renderlo noto è il deputato di Europa Verde Angelo Bonelli: «L’azione di Salvini – dice Bonelli – è solo elettorale, mette in discussione una decisione da lui stesso voluta con un decreto che ha la sua firma: l’Italia merita un ministro del genere?».
All’articolo 4 del suddetto decreto si legge che i fondi – scrive la Repubblica – devono servire a «migliorare la sicurezza stradale dei pedoni» attraverso «azioni di moderazione del traffico con l’implementazione di “zone 30” e “isole ambientali” con l’introduzione di elementi di traffic calming per mitigare le differenze di velocità esistenti tra pedoni e traffico motorizzato». In sostanza, il ministero dei Trasporti ha finanziato l’aumento delle zone 30 in diversi Comuni d’Italia.
Nel frattempo, la segreteria del Pd, Elly Schlein (bolognese), ha attaccato Salvini visto che anche Comuni governati dalla destra hanno promosso progetti di zone trenta. «Persino i sindaci di Olbia e Treviso smentiscono l’assurda polemica di Salvini sulle città 30, rendendo ancor più grottesco l’intervento del ministro Salvini. Il ministro smetta di minare l’autonomia dei sindaci e pensi piuttosto a rifinanziare il trasporto pubblico», sottolinea Schlein. E dopo Olbia e Treviso ora anche Genova – governata dal centrodestra – ha intenzione di vietare in modo permanente o temporaneamente con il limite a 30 all’ora la circolazione di veicoli e scooter in modo che bambini e genitori possano raggiungere la scuola in sicurezza.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
“PENSO ANCHE CHE LA MELONI CHE NON GLI TOGLIE LA DELEGA ALLA POLIZIA PENITENZIARIA RISCHI IN PROSPETTIVA DI PAGARE A CARO PREZZO QUESTA IMPUNTATURA. A COSA MI RIFERISCO? LO VEDRETE PRESTO. NON BASTA RIPULIRE LA SCENA DEL CRIMINE. FOSSI IN DELMASTRO VERREI VELOCEMENTE IN PARLAMENTO A DIRE LA VERITÀ PRIMA CHE LA VERITÀ LA DICA QUALCUN ALTRO”
“Sulla storia del pistolero di capodanno, il sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro se va bene è reticente, se va male mente. Io penso che stia facendo entrambe le cose. Penso anche che la Meloni che non gli toglie la delega alla polizia penitenziaria rischi in prospettiva di pagare a caro prezzo questa impuntatura.
A cosa mi riferisco? Lo vedrete presto. Non basta ripulire la scena del crimine. Fossi in Delmastro verrei velocemente in Parlamento a dire la verità prima che la verità la dica qualcun altro. Perché è solo questione di tempo, credetemi”.
Lo scrive Matteo Renzi nella sua e-news. “A chi mi dice: ma perché insisti su questa storia? Perché trovo immorale che in una festa di capodanno pubblici ufficiali usino un’arma da fuoco (una?) in una festa in cui ci sono dei bambini e che chi deve dire la verità stia mentendo o mandando pizzini da venti giorni. È una cosa enorme. Ne va della dignità dei membri del governo, della polizia penitenziaria, delle istituzioni. Voi che dite?”, conclude.
“Arianna Meloni è venuta a Firenze e ha detto che da quando c’è sua sorella a Palazzo Chigi, l’Italia è forte e credibile. Prima invece non ci filava nessuno. Certo, lo sanno tutti: con Draghi eravamo appestati. Invece è arrivata la Meloni ed è cambiato tutto: abbiamo vinto l’Expo, preso il Mes, ottenuto la guida della Banca Europea degli Investimenti, la sede dell’Antiriciclaggio in Italia. No? Come no? Dice Arianna Meloni che chi lo nega ce l’ha con loro. E che noi vogliamo far saltare i nervi a Fratelli d’Italia. No, non è la nostra priorità. E comunque mi pare che i nervi se li facciano saltare da soli. Considerata la loro classe dirigente, mi accontento che non sparino”. Lo scrive Matteo Renzi nella sua e-news.
(da agenzie)
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