Gennaio 25th, 2024 Riccardo Fucile
“OGGI”: “C’E’ CHI SOSTIENE CHE TROVINO IL MODO DI INCONTRARSI DALLE PARTI DELLA PERIFERIA MONZESE. I DUE POTREBBERO TORNARE INSIEME? PERSONE VICINE ALLA COPPIA NON ESCLUDONO TRA QUALCHE MESE UNA RICOMPOSIZIONE UFFICIALE (AMMESSO CHE VI SIA STATA MAI UNA REALE ROTTURA)
Siamo sicuri che sia finita tra Giorgia Meloni, 47, e Andrea
Giambruno, 43? Archiviare dieci anni d’amore, durante i quali hanno avuto anche una figlia, Ginevra, potrebbe non essere così immediato.
C’è chi sostiene che, nonostante la separazione dello scorso ottobre, la premier e il giornalista continuino a essere molto legati anche oggi.
Addirittura, che trovino il modo di incontrarsi più o meno regolarmente dalle parti della periferia monzese, dove Giambruno ha casa, lontani dall’attenzione generale.
I due potrebbero addirittura tornare insieme? Persone vicine alla coppia non escludono che, magari nei prossimi mesi, possa esserci una ricomposizione ufficiale (ammesso che vi stata mai una reale rottura)
La premier Giorgia Meloni ha compiuto 47 anni lo scorso 15 gennaio e ha festeggiato a casa della sorella Arianna. A sorpresa, è arrivato un ospite speciale, l’ex compagno Andrea Giambruno e papà di sua figlia Ginevra.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2024 Riccardo Fucile
IL COMPOSITORE PIERSANTI: “NON SA DIRIGERE E LE MANCANO LE CAPACITA’, GODE DI PROTEZIONE POLITICA”
Il maestro Francesco Piersanti, compositore di colonne sonore, definì un anno fa Beatrice Venezi «inadeguata al ruolo». Oggi, dopo le critiche dei musicisti dell’Orchestra Sinfonica Siciliana e la replica del direttore d’orchestra, in un’intervista all’edizione palermitana di Repubblica rincara la dose: «È intollerabile continuare a spacciarsi per qualcuno che ha delle qualità particolari che evidentemente non si possiedono». Mentre «nel panorama musicale la considerano quasi tutti incompetente, solo che nessuno vuole esporsi per paura di ripercussioni».
Piersanti aggiunge che Venezi «ha uno schermo di protezione notevole. Credo che in molti non si espongano temendo ripercussioni sul proprio lavoro. Quando scrissi una lettera al Foglio, sottolineando l’ineleganza della Venezi di presentarsi come direttore d’orchestra in Senato considerata l’investitura politica appena ricevuta, ricevetti una serie di messaggi di condivisione del mio pensiero da parte di persone importanti del panorama musicale. Tutti privati. Nessuno di questi si espose pubblicamente. Il commento dei tanti amici orchestrali che hanno lavorato con lei è sempre lo stesso: “Meglio non parlarne”».
«Millantatrice»
Ma soprattutto, secondo Piersanti, Venezi «Millanta una professione che non c’è sulla carta. Ha fatto solo concerti di un certo tipo per eventi, non ha diretto in teatri di tutto il mondo. È il suo curriculum, basta fare una ricerca».
E aggiunge che «siccome è una donna, si tende a pensare che ci si scagli contro di lei per questo motivo. Il che è falso. Il mondo è pieno di donne di talento che dirigono; Oksana Lyniv, Speranza Scappucci, Claire Gibault, Alondra de la Parra, Barbara Hunnigan, Marin Alsop». E infine: «Io non ho alcun interesse a dire che la Venezi non sa dirigere e che le mancano della capacità».
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2024 Riccardo Fucile
VIA LIBERA ALLO SPACCA-ITALIA: UN TERZO DEI VOTI DI MAGGIORANZA ARRIVATI DA ONOREVOLI MERIDIONALI E QUALCHE PARACADUTATO
“Non credo nelle ‘piccole Patrie’: nessuna concessione da parte
mia a spinte indipendentiste”. Era il 5 ottobre 2017, poco più di 6 anni fa, quando l’attuale presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, affidava queste parole a una lettera aperta pubblicata sul quotidiano Libero. Intervento titolato: “No all’autonomia, porta alla secessione”. Altri tempi. Il contesto era quello dei referendum consultivi sull’autonomia (del Nord), che si sarebbero poi svolti pochi giorni dopo in Lombardia e in Veneto e che avviarono il percorso che ha portato al disegno di legge in corso di approvazione alle Camere. Quel che colpisce è che la “patriota” Meloni guida tuttora un nutrito drappello di peones che, provenendo dal Centro-Sud, nei loro fortini si sono sempre opposti al “settentrionalismo” leghista, per ragioni sia di partito che di territorio. È finita che martedì ben 45 senatori meridionali (sui 110 “a favore”) hanno votato per le istanze “indipendentiste”, come le definiva la premier, e che di questi 45 presunti “traditori” del Sud, ben 28 fanno parte di Fratelli d’Italia (i leghisti sono solo 4).
E pensare che Meloni, nel 2017 su Libero, sosteneva che “i tecnocrati europei, la Bce (sic!), gli speculatori finanziari (…) preferirebbero avere a che fare con le piccole ‘Catalogne’ di tutta Europa”. Due anni prima, nel 2015, Meloni insieme al suo “padre politico”, Fabio Rampelli, e all’attuale sottosegretario Edmondo Cirielli, proponeva di “abolire le Regioni” per favorire “l’unione dei territori in funzione della Storia comune”. Altri tempi, dicevamo.
Come quelli che portarono, il 23 luglio 2019, il siciliano Nello Musumeci (tra i 45 favorevoli martedì all’autonomia) a chiedersi: “Non c’è il pericolo che col regionalismo differenziato (…) chi è ricco diventi sempre più ricco, e chi è povero diventi sempre più povero?”. Lo stesso Musumeci mesi prima aveva invocato la “difesa dell’unità nazionale”. Che dire di Antonio Iannone, anche lui di FdI, che il 15 febbraio 2019 affermava che “il Sud va difeso dallo scellerato progetto del governo grilloleghista di dare via libera alle autonomie regionali del Nord”. Non solo meloniani.
C’è Mario Occhiuto (FI), fratello di Roberto, presidente della Calabria. Il 6 luglio 2023 affermava: “La legge è migliorabile, bisogna garantire le aree più svantaggiate del Sud”. La palermitana Giulia Bongiorno (Lega) il 23 luglio 2019 sosteneva che “esistono già amministrazioni di serie A e di serie B”, e ammoniva: “Bisogna gestire le differenze”.
Chissà di fronte alle bandiere indipendentiste venete sfoggiate in Parlamento, cosa pensano gli elettori campani dei senatori Gianluca Cantalamessa, Domenico Matera, Giovanna Petrenga, Sergio Rastrelli (tutti FdI) e Francesco Silvestri (FI). Tra i calabresi, favorevoli all’autonomia sono stati Tilde Minasi (Lega), Fausto Orsomarso ed Ernesto Rapani (FdI). Ci sono poi i pugliesi come Dario Damiani, Francesco Paolo Sisto (FI), Anna Maria Fallucchi, Filippo Melchiorre, Vita Maria Nocco, Ignazio Zullo (FdI) e Roberto Marti (Lega). In Puglia è stato eletto pure il leader della Lega, Matteo Salvini. Cosa dire dei siciliani Antonino Germanà (Lega), Salvo Pogliese, Raoul Russo, Salvatore Sallemi (FdI) e Daniela Ternullo (FI), oltre a Stefania Craxi, che è milanese ma eletta in Sicilia. Da Abruzzo, Molise e Basilicata sono andati a Roma a votare per il Nord, oltre a Claudio Lotito, anche Costanzo Della Porta, Liris Guido Quintino, Gianni Rosa e Etelwardo Sigismondi. E poi i pontini Nicola Calandrini e Claudio Fazzone e i romani Maurizio Gasparri, Lavinia Mennuni, Ester Mieli, Cinzia Pellegrino, Marco Scurria e Marco Silvestroni. Chiudono i sardi (e meloniani) Giovanni Satta e Antonella Zedda. “Brigante se more”, cantava Eugenio Bennato. E magari ogni tanto l’ha intonata pure qualcuno dei politici appena nominati.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 25th, 2024 Riccardo Fucile
C’ERA UNA VOLTA LA PADANIA, LA SECESSIONE, IL FEDERALISMO E ROMA LADRONA
C’era una volta la Padania, la secessione, il federalismo. Erano i tempi di Roma ladrona, delle canottiere di Bossi, delle ampolle con l’acqua del dio Po. Il Novecento tramontava quando Roberto Calderoli si sposava con il rito celtico sulle note del Va’ pensiero, l’alternativa padana all’Inno di Mameli.
Oggi, dopo aver dato il suo nome alla peggior legge elettorale della storia repubblicana (da lui medesimo ribattezzata porcata) il senatore leghista fa da padrino a un’altra legge cui presta il nome (nasce come ddl Zaia) ed è un’altra porcheria perché farà dell’Italia un Paese a pezzi.
Nel senso letterale: quando l’Autonomia differenziata sarà legge, il divario tra Regioni ricche e regioni povere sarà un abisso.
Sarà un ennesimo strappo costituzionale, anche se questa è una legge ordinaria e dunque sarà più facile portarla a casa, visto che la premier – che ama riempirsi la bocca con la parola Nazione – ha scelto di svendere la coesione nazionale e la solidarietà costituzionale (articolo 2) barattandole con il premierato forte.
E dunque il partito della patria una e indivisibile abbandona mezzo Paese al suo destino, i Fratelli d’Italia che portano nel nome l’inno nazionale dimenticano lo spirito di quel pezzo, che è tutto un appello all’unione: “Noi siamo da secoli calpesti, derisi perché non siam popolo, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme”. Martedì in aula è toccato alle opposizioni cantare, per protesta, l’Inno di Mameli.
La storia dei tentativi di spaccare l’Italia è vecchia e il centrosinistra nel 2001 ci ha messo ben più di uno zampino con la pessima riforma del titolo V della Costituzione che ha aperto la strada all’aumento dei divari Nord-Sud e a ulteriori tentativi di manomettere l’impianto unitario dell’architettura statale.
Con il ddl secessionista si realizza la devolution di 23 materie (tra cui scuola, università, energia, infrastrutture, ambiente) attraverso accordi singoli tra Stato e Regioni, sui quali il Parlamento non metterà becco, potendo solo approvare a maggioranza assoluta o respingere senza poter apportare modifiche.
E anche sui Lep – i livelli essenziali delle prestazioni che lo Stato deve garantire a tutti – le Camere si limiteranno a dare pareri non vincolanti perché i Lep saranno approvati per Dpcm (ricordate i famigerati decreti del dittatore Conte?).
Le materie sulle quali lo Stato dovrà assicurare i Lep potranno essere devolute alle Regioni solo dopo essere state finanziate, ma come ben spiegava il Fatto di ieri, Bankitalia ha messo nero su bianco che questo “non implica che le prestazioni individuate come essenziali siano adeguatamente finanziate ed effettivamente erogate”.
Senza dire che, usando le parole dell’Ufficio parlamentare di bilancio, si potrebbe realizzare “uno scenario estremamente frammentato”, in cui ogni Regione va da sola. È chiaro che i diritti dei cittadini sono fortemente a rischio: “Si vuole passare da un regionalismo solidale a uno competitivo che l’Italia, con i suoi squilibri economici e territoriali, non potrebbe reggere”, ha scritto Gaetano Azzariti sul nostro giornale un anno fa.
Per evitare che le Regioni più povere soccombano si potrà convocare un referendum. Ma il ddl sull’Autonomia differenziata è una legge ordinaria, dunque non è previsto referendum come per le leggi costituzionali in caso di approvazione a maggioranza semplice. Servono 500 mila firme o la richiesta di cinque Regioni; il referendum abrogativo, al quale le forze di governo si dicono disponibili, ha un quorum: bisognerà che le forze di opposizione diano un segno di esistenza in vita.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 25th, 2024 Riccardo Fucile
IL SUO LEGALE: “NON E’ STATO LUI A SPARARE”…ITALIA VIVA: “NON ABBIA PAURA DI DELMASTRO, DICA LA VERITA'”
Una nuova contestazione della procura di Biella nei confronti di
Emanuele Pozzolo si aggiunge alle accuse per lo sparo di Capodanno, quando un uomo è stato ferito da un proiettile esploso dalla pistola di proprietà del deputato eletto con Fratelli d’Italia (e ora sospeso dal partito) durante un veglione a cui partecipava il sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro con gli agenti della scorta e le loro famiglie.
Come anticipato da Repubblica, il parlamentare – che si è sempre difeso dicendo di essere in possesso di una regolare licenza – non avrebbe potuto in realtà avere con sé l’arma, che è considerata da collezione e quindi avrebbe dovuto essere tenuta in casa. Da qui la contestazione del porto abusivo di armi.
La questione della licenza relativa all’arma, in ogni caso è solo uno degli aspetti su cui si dipana l’inchiesta. Il tema più rilevante è capire chi abbia sparato. L’esame dello stub ha infatti rilevato tracce di polvere da sparo su Pozzolo ma secondo la difesa, affidata all’avvocato Andrea Corsaro, il fatto che ci siano “più particelle sui vestiti che sulla mano indica che era accanto a chi ha sparato ma non ha esploso lui il colpo”.
Il caso, naturalmente, è anche politico: “Pozzolo dica la verità – attacca sui social Enrico Borghi, capogruppo al Senato di Italia viva – Non abbia paura di dire lui la verità perché tanto se non la dice lui, verrà fuori comunque. Non abbia paura di Delmastro e del suo giro stretto. La verità, in una Repubblica democratica, non fa e non deve far paura”.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2024 Riccardo Fucile
LE TAPPE “ELETTORALI” DEL MINISTRO: SALASSO PER 4 EVENTI GIA’ SPESI 200.000 EURO
Fare il ministro e il leader di partito può essere impegnativo. Ma talvolta capitano dei colpi di fortuna: domani Matteo Salvini sarà a Cagliari a magnificare “L’Italia dei sì”, come da convegno organizzato dal suo dicastero dei Trasporti, a un mese esatto dal voto per le Regionali in Sardegna e dunque in piena campagna elettorale.
Le coincidenze, insomma, sorridono al leghista che in questo modo può sfruttare un evento istituzionale (è organizzato e quindi pagato da enti pubblici) per elogiare la sua attività al ministero e illustrare i progetti in cantiere. Cioè quel che Salvini ha già fatto nelle precedenti tappe del tour “L’Italia dei sì”, per il quale il leader leghista sceglie adesso una città in clima da voto.
A ben guardare, non è una novità: a ottobre, il vicepremier aveva inaugurato l’evento itinerante con due tappe a Trento e a Bolzano, pure in quel caso a sole tre settimane dalle elezioni provinciali.
Un mese più tardi, il 17 novembre, Salvini si era spostato a Bari (che andrà al voto nel 2024) e poi, sotto Natale, a Milano. Il format del convegno è ormai consolidato. Salvini si arma di slide e parla per un’ora abbondante di fronte a una platea composta in gran parte da cariche istituzionali, imprenditori e manager. Gli argomenti sono intuibili, visto che il leghista sciorina i risultati del suo lavoro talvolta con enfasi un tantino esagerata, come quando a Milano – peraltro ospite in uno spazio gestito da Arexpo, guidata dal leghista Igor De Biasio – elogiò il nuovo Codice della strada per aver ridotto gli incidenti, i morti e i feriti nonostante non sia stato ancora neanche approvato (“anche solo il parlarne qualche risultato lo sta portando”).
Va da sé che il tutto non è a cura della Lega, ma del ministero dei Trasporti affiancato di volta in volta da altri soggetti.
Per esempio da Ram – Logistica Infrastrutture e Trasporti, una società interamente controllata dal ministero di Salvini e il cui amministratore unico è un leghista doc come Davide Bordoni. Proprio Bordoni finora ha firmato due delibere di affidamento diretto alla società BePop “per il servizio di organizzazione” delle quattro tappe de “L’Italia dei sì”.
Il primo affidamento riguarda i convegni di Trento e Bolzano e “pesa” 58 mila euro più Iva. Il secondo, relativo agli appuntamenti di Bari e Milano, vale invece 68 mila euro più Iva. Non solo. Per l’evento di Bari si è mossa anche l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Adriatico Meridionale, l’ente pubblico che gestisce l’area in cui si è svolta la messa laica salviniana. Per assicurarsi “servizi audiovisivi” e per il catering, l’Autorità ha firmato affidamenti diretti per quasi 24 mila euro più Iva.
Già solo il conto parziale di queste spese restituisce perciò esborsi di circa 150 mila euro più Iva. Una cifra che sarebbe un salasso per ogni partito, Lega inclusa naturalmente. Molto meglio quindi “appaltare” i costi all’esterno, a maggior ragione se il risultato non si discosta molto da un evento elettorale.
Dalla poltrona del ministero tutto è più facile e avere memoria dei precedenti aiuta a prendere decisioni efficaci. Già nel 2019 la Procura di Roma aprì un’inchiesta dopo che Repubblica aveva notato decine di sovrapposizioni tra gli eventi istituzionali di Salvini e la sua agenda politica: un comizio nella stessa città di una missione ministeriale; una visita ufficiale tra un banchetto leghista e l’altro. Con la conseguenza che il vicepremier si era potuto spostare con voli di Stato, pur presenziando poi a impegni di partito.
Dopo un anno e mezzo, la stessa Procura aveva però chiesto di archiviare tutto perché le spese sostenute non sembravano essere “palesemente superiori a quelle che l’amministrazione dell’Interno avrebbe sopportato per il legittimo utilizzo di voli di linea da parte del ministro e di tutto il personale trasportato”. Nessun illecito, quindi. Restano le bizzarre coincidenze.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 25th, 2024 Riccardo Fucile
NO ALLE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI NEI CENTRI, ALLA RELAZIONE SEMESTRALE IN PARLAMENTO E ALLA CERTEZZA CHE VI SARANNO PORTATI SOLO I NON VULNERABILI… QUESTI NON CAPISCONO NEMMENO CHE COSI’ SCATTA LA RESPONSABILITA’ PENALE
Niente organizzazioni non governative nei centri in Albania,
niente relazione al parlamento ogni sei mesi e nessuna garanzia sul fatto, per altro previsto dalla legge, che al di là dell’Adriatico verranno portati solo migranti non vulnerabili: dunque no minori, no donne, no persone che arrivano dai lager libici e dunque vittime di torture, abusi e violenze di ogni genere.
Con una nuova stretta ai diritti dei migranti e in spregio a qualsiasi trasparenza richiesta dalle opposizioni, la Camera ha dato oggi il via libera all’accordo Italia-Albania seppure con numeri non proprio straripanti: 155 sì, 115 no e 2 astenuti.
Il provvedimento passa ora al Senato con l’obiettivo di una rapida approvazione, probabilmente anche prima che la Corte costituzionale albanese di pronunci sulla legittimità dell’accordo, probabilmente la prossima settimana.
I vulnerabili a rischio
In Italia invece si corre, approvando, senza andare troppo per il sottile un testo che – se non verrà modificato – non garantisce neanche la presenza delle organizzazioni internazionali e umanitarie nei centri e non mette nero su bianco quello che, per altro, la legge italiana prevede: e cioè che le procedure accelerate di frontiera ( perché sono queste che verranno applicate a chi viene soccorso in mare in acque internazionali da navi militari italiane e portato in Albania) sono riservate soltanto a migranti che arrivano da Paesi sicuri e non vulnerabili. Una categoria, quest’ultima, prevista dalla normativa italiana che include minori, donne e vittime di qualsiasi tipo di tortura e violenza, di fatto tutti i migranti che arrivano dalla Libia.
Un dettaglio non da poco questo che, per altro, era stato garantito dal sottosegretario ai rapporti con il Parlamento Cirielli che solo pochi giorni fa, audito alle commissioni Affari istituzionali ed esteri della Camera, aveva risposto per iscritto a quattro interrogativi posti dalle opposizioni precisando che solo i non vulnerabili sarebbero stati portati nei centri.
Prevista una pioggia di ricorsi
Un testo, quello approvato dalla Camera, che è foriero di una pioggia di ricorsi se non di conseguenze penali per il governo per la conclamata violazione delle leggi italiane.
“ Nei prossimi mesi, mentre vi starete scattando la photo opportunity prima delle elezioni europee per rivendicare qualcosa che ancora non esiste, questi problemi cominceranno a sorgere – dice Riccardo Magi, segretario di + Europa – A questo punto, la responsabilità e anche le responsabilità penali per le ingiuste detenzioni ricadranno tutte su di voi”.
Molto critico anche il Pd che con Laura Boldrini dice: “Questo accordo viola i diritti e costa una fortuna. Si spendono 670 milioni di euro e in più le persone che saranno portate nei centri in Albania nella quasi totalità dei casi torneranno in Italia sia che ottengano la protezione internazionale, sia che non la ottengano”.
Pesanti critiche anche da Italia Viva: “Il governo fa campagna elettorale a spese degli italiani. Se ci fosse l’attuazione ci sarebbero i ricorsi”, dice Maria Elena Boschi.
La denuncia delle Ong
E anche le organizzazioni umanitarie rispondono con durezza denunciando l’accordo che le esclude: “ L’accordo tra Italia e Albania, approvato oggi alla Camera, è inaccettabile. È un fallimento di umanità per l’Europa, che nasce da un’idea di apertura dei confini e di solidarietà. Questa intesa – dice Emergency – è fatta sulla pelle di persone vulnerabili: gli stessi fondi che la finanziano potrebbero essere usati per creare percorsi di ingresso legali e sicuri e un’accoglienza dignitosa”.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2024 Riccardo Fucile
FORSE PER UNA VOLTA SI SONO COORDINATI: ELLY PUNTA SULLA SANITA’ ALLO SFASCIO, CONTE COLPISCE SUI TEMI EUROPEI
Se non è uno schema a tenaglia coordinato quello dei due leader di Pd e M5s gli somiglia molto. Soprattutto considerando che il voto per il rinnovo di cinque Giunte regionali e del parlamento di Strasburgo sarà il primo vero test per le forze di maggioranza e opposizione.
La segretaria del Pd, ultima a intervenire durante il premier time a Montecitorio, esordisce con un aneddoto che l’ha molto colpita e che è diventato, per Schlein, paradigma dello stato attuale della sanità pubblica: «Mi ha colpito un messaggio ricevuto da una donna alla cui madre malata oncologica e cardiologica è stato fissato appuntamento a ottobre 2026. Non sa nemmeno se ci arriverà», spiega Schlein.
Il tono è fermo, la voce controllata. «Mancano almeno 30 mila medici, 70 mila infermieri, mentre 21 mila medici sono già fuggiti all’estero. Gli eroi della pandemia sono stati già dimenticati da questo governo».
L’unica strada per mettere mano al problema «è abbattere le liste d’attesa abbattendo il tetto alle assunzioni. Intendete farlo e mettere le risorse per un piano straordinario?», chiede Schlein che, poi, mette le mani avanti, chiedendo a Meloni di «non rispondere che potevamo farlo noi: io al governo non ci sono stata ancora e lei governa da 16 mesi».
Schlein alza il tono Nella controreplica. «Ma lei è andata al governo per risolvere i problemi o per continuare a fare opposizione scaricando su altri i problemi che ha creato lei? Perché nel 2009, quando è stato introdotto il tetto alle assunzioni, al governo c’era lei, da ministra», ricorda Schlein con un impeto fin qui inedito.
«Servono più risorse in sanità e voi fin qui avete tagliato. I tre miliardi in più non bastano nemmeno per i nuovi contratti”, aggiunge Schlein. «Ieri avete dato il colpo di grazia alla sanità con l’autonomia che spacca il Paese in pazienti di serie A e di di serie B», conclude la segretaria.
Tra gli applausi che sottolineano l’intervento di Schlein, c’è quello di Conte. I giornalisti in tribuna lo notano e lo riportano a Schlein. «Mi fa piacere», dice.
A differenza della leader dem, il presidente M5s può sfidare la premier avendo ricoperto lo stesso ruolo a Palazzo Chigi. Lo fa mettendo sul piatto il Pnrr ottenuto al termine di cinque giorni di trattative a Bruxelles, nel 2020. «Noi abbiamo portato i soldi del Pnrr, lei ha portato 12 miliardi di tagli che pagheranno gli italiani», attacca l’ex premier.
«Lei ha illuso gli italiani dicendo che sarebbe andata a Bruxelles e che avrebbe fatto tremare l’Europa», continua Conte: «Qui a tremare è l’Italia. E’ tornata con un ‘pacco’ di Stabilità che farà pagare agli italiani 12 miliardi l’anno. Cosa ha fatto a Bruxelles in 16 mesi? Non ci ha mai detto quale sarà la sua proposta. Le battaglie si possono perdere, ma non combattere significa perderle con disonore”, conclude.
Chi apprezza l’intervento di Conte è Schlein: «Ha fatto un bell’intervento» commenta la leader dem ricambiando la cortesia: “Ha fatto bene a battere sul tasto del Patto di Stabilità. Per noi era importante tenere alta l’attenzione sulla sanità», ribadisce Schlein.
La segretaria dem, infatti, ha intenzione di fare della sanità pubblica il pilastro della prossima campagna elettorale nelle regioni. È quello della sanità, per i dem, il punto debole delle amministrazioni di centrodestra a cui il Partito Democratico intende puntare e, questo, al di la’ delle manovre riguardanti alleanze e coalizioni.
Non a caso la segretaria ha avviato il giro di ascolto di medici, infermieri e operatori sanitari dall’Abruzzo, come ricorda anche oggi, una delle cinque regioni al voto nel 2024. Tutto questo continuando a “portare avanti il lavoro per cercare di arrivare a coalizioni quanto più ampie possibili nelle regioni che sono chiamate al voto».
Il “mantra” dei dem è sempre lo stesso ed è quello che Schlein ripete ai suoi. I segnali che arrivano da Piemonte, dove il tavolo con i Cinque Stelle è stato rinviato “sine die”, vengono letti con una «cauta fiducia» da un dirigente dem di primo piano. Il fatto che si sia rinviato, è il ragionamento, è segno che la partita rimane aperta. I leader dei due partiti continuano a lavorare per facilitare il lavoro, ma sempre «nel rispetto dell’autonomia dei territori», ripetono dai due partiti.
(da La Repubblica)
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Gennaio 25th, 2024 Riccardo Fucile
IL PISTOLERO DI CAPODANNO, LE BRACCIA TESE, CHI INNEGGIA A MUSSOLINI E CHI A HITLER, CHI FERMA I TRENI… E POI CONDANNATI, INDAGATI, PASTICCIONI
Non fosse stato per il pistolero di Fratelli d’Italia Emanuele
Pozzolo, Rosazza non sarebbe mai entrato nel Guinness dei primati. Trovatelo, se siete capaci, un altro posto così. Un posto dove la notte di Capodanno entra alla proloco del Comune un deputato con in tasca una calibro 22 che ferisce il genero di un agente della scorta di un sottosegretario fratello della sindaca. Tutti dello stesso partito. E senza che si sappia, prima di una settimana dal fattaccio, chi ha premuto il grilletto.
Rosazza è un paese di un pugno di anime in provincia di Biella. Prende il nome dal senatore mazziniano e massone Federico Rosazza, suo feudatario ottocentesco. Ma se oggi decidessero di dargli un altro nome non potrebbe che essere Delmastro. I padroni di Rosazza, adesso, sono loro.
Il 3 ottobre 2021 Francesca Delmastro Delle Vedove è riconfermata sindaca con il 100 per cento. Vanno alle urne in 57 e su 56 schede c’è la croce col suo nome. Una è bianca. L’avversario Mirko Marangon rimane a secco. Non prende, evidentemente, neppure il suo voto.
La sindaca di Rosazza è una Sorella d’Italia e fa l’avvocato. Separazioni, incidenti stradali, successioni, un po’ di tutto. Segue la medesima strada di papà Sandro, avvocato e parlamentare di Alleanza nazionale per dieci anni, dal 1996 al 2006. Anche il fratello di Francesca è figlio d’arte, avvocato e politico. Fratello d’Italia. Andrea Delmastro Delle Vedove è così legato alla sorella da mettersi in affari con lei. Il 19 gennaio 2023 va dal notaio assieme a Francesca, e con un’avvocata di Biella, Erica Vasta, costituisce una società di assistenza legale. Denominazione: «Delmastro-Vasta srl società fra avvocati». Andrea Delmastro ha il 33 per cento, sua sorella sindaca di Rosazza il 17 per cento e l’avvocata Vasta l’altra metà del capitale.
Le società fra professionisti sono ormai un classico. Tanti avvocati le fanno, sono uno strumento comodo e semplificano la vita. Qui c’è però un dettaglio non insignificante. E cioè che il 19 gennaio 2023 Andrea Delmastro è un deputato della Repubblica con un incarico di governo. Sottosegretario alla Giustizia, per giunta. Con tanto di scorta, che la notte della bravata di Pozzolo è alla proloco di Rosazza con lui e la sorella socia. Intendiamoci: nessuna legge vieta a un politico avvocato di costituire una srl nel proprio campo d’azione istituzionale, anche se (e mentre) è al governo. Ma che sia il massimo dell’estetica, proprio no. Eppure nessuno storce il naso.
Il fatto è che Andrea Delmastro è molto più potente di quanto dica il suo incarico. Al ministero ha il compito di marcare stretto il ministro Carlo Nordio, che avrà pure messo lì la premier Giorgia Meloni, ma con il partito non c’entra un fico secco. Sta nell’associazione Luca Coscioni, quella del suicidio assistito che fa drizzare i capelli in testa a tutto il centrodestra, e ha tifato pure per Marco Pannella. Meglio tenergli le briglie corte, e chi meglio dell’avvocato Andrea Delmastro?
Nel cerchio magico di Giorgia è fra quelli più vicini al centro di gravità. Le rispettive date di nascita distano 85 giorni. A 15 anni militano nel Fronte della Gioventù, l’organizzazione dei balilla missini senza più i calzoni corti. E dopo la svolta di Fiuggi scalano Azione Giovani. Finché il 28 marzo 2004, nel palazzetto dello sport di Viterbo, arriva il momento della verità. La partita, che con la presidenza dei giovani di Alleanza nazionale vale una investitura per il futuro, oppone due tesi: «Figli d’Italia» di Giorgia Meloni, a «Una scelta d’amore» di Carlo Fidanza da San Benedetto del Tronto, classe 1976. Vince Giorgia Meloni. E vince anche perché ha il sostegno di Delmastro, che nell’organizzazione giovanile (si fa per dire, visto che i vertici hanno già passato i 27 anni) di An non è uno qualsiasi. Fidanza si deve rassegnare al ruolo di vice. Ma non porta rancore.
Fidanza gravita ormai in Lombardia, consigliere comunale a Milano. Nel 2016 però eccolo comparire a Rosazza, il feudo di Francesca Delmastro. Pure lui. Per cinque anni fa il consigliere comunale. La ragione per cui Fidanza da Milano si ritrovi a Rosazza è indecifrabile. La mozione degli affetti, o chissà che altro. Di sicuro, al suo coetaneo Delmastro (sono nati a un mese di distanza nell’autunno 1976) è molto legato anche per via della vecchia militanza comune.
Il suo bacino di pesca resta però Milano. Lì è stato eletto al Parlamento europeo, dove in un baleno diventa capo delegazione di Fratelli d’Italia. Nonché membro dell’ufficio di presidenza del gruppo dei conservatori e riformisti europei. È il partito europeo casa comune delle formazioni euroscettiche e sovraniste. Presidente: Giorgia Meloni.
Ed è lì, a Milano, che finisce nella trappola di Fanpage. Nel settembre del 2021, con un bravo cronista che si spaccia da manager di una grossa società disposta a contribuire alla campagna elettorale di Fratelli d’Italia per il Comune, il giornale online napoletano porta a casa un video sensazionale. Parlando con lui Fidanza fa balenare l’ipotesi di aiutini al partito, in nero. E salta fuori un sodalizio di ferro fra il capo della delegazione di FdI a Strasburgo e un certo Roberto Jonghi Lavarini, condannato a due anni per apologia di fascismo. Nickname: «Barone nero». Ignaro del fatto che c’è una telecamera nascosta a riprenderlo, il «Barone nero» dice che lui, cioè Fidanza, «è il nostro riferimento in Fratelli d’Italia». Dove «nostro» sarebbe di un non meglio precisato giro di inquietanti personaggi che vanno da amici del Kgb fino agli ammiratori di Adolf Hitler. Il tutto condito da un tripudio di saluti romani, appellativi camerateschi e allusioni alla birreria di Monaco da cui parte la criminale avventura nazista.
Fidanza si autosospende dalla carica di capo delegazione mentre partono le inchieste. Che presto finiscono in una bolla di sapone. Non ci sono prove. Solo chiacchiere. Nel frattempo capita un altro guaio. Ma stavolta, stando sempre ai magistrati, non sono chiacchiere. Nel giugno 2021 un consigliere comunale di Brescia eletto con Fratelli d’Italia si dimette. Al suo posto va Giangiacomo Calovini, il primo dei non eletti. Fa l’assistente parlamentare del senatore Giampietro Maffoni, entrato al senato nel 2018 dopo essere stato trombato alle elezioni due volte consecutive, grazie al forfait della sciatrice Lara Magoni che al seggio di Palazzo Madama preferisce l’incarico di assessore al Turismo in Lombardia.
A dispetto della funzione apparentemente modesta (li chiamano «portaborse») Calovini è uno che pesa nel partito perché è della cordata di Fidanza. Però è perseguitato dalla sfortuna. Alle Politiche del 2018, come Maffoni, anche lui viene trombato. Poi trombato pure alle regionali della Lombardia. E infine trombato alle comunali di Brescia. Bisogna rimediare alla sfiga. In che modo? Il consigliere che ha vinto le elezioni lascia il posto in Comune a Calovini. E in compenso Fidanza assume nel proprio staff il figlio (diciassettenne) del dimissionario: contratto part-time da 795 euro lordi, specifica il Corriere della Calabria.
La faccenda finisce in Procura, con Fidanza che rigetta tutte le accuse. Ma per evitare scocciature peggiori, lo scorso giugno sia lui sia l’onorevole Calovini patteggiano una condanna a un anno e quattro mesi. Confermata dal Tribunale di Milano il 27 ottobre 2023. Perché alla fine Calovini, dopo tutte quelle trombature, ce l’ha fatta a entrare alla Camera: candidato da indagato. E pazienza per la successiva condanna penale patteggiata. Cosa volete che sia? Forse Augusta Montaruli non è nella stessa situazione e continua a stare al suo posto alla Camera? E Fidanza, chi lo smuove dall’Europarlamento?
L’avvocato sottosegretario alla Giustizia Delmastro, invece, è ancora sotto processo. Rinviato a giudizio con l’accusa di rivelazione di segreto d’ufficio per aver passato delle carte a un suo collega di partito che ha usato quelle informazioni per attaccare politicamente il Pd sulla vicenda dell’anarchico Alfredo Cospito al 41 bis. Il pubblico ministero chiede l’archiviazione ma il gup è contrario, causando lo «stupore» di Giorgia Meloni.
Nome del collega: Giovanni Donzelli da Firenze, classe 1975, deputato e coordinatore di FdI, titolo di studio maturità scientifica per via di una giovinezza tutta dedicata alla politica. Proprio come Giorgia Meloni (1977), terzo premier dell’Italia unita senza laurea, dopo Benito Mussolini e Massimo D’Alema. Donzelli è un altro ex balilla del Movimento Sociale della leva di Giorgia Meloni e di sua sorella Arianna (1975). Ariete della destra sui social e nei talk show, non prova imbarazzo a difendere il generale Roberto Vannacci, autore del libro “Il mondo al contrario” dai contenuti apertamente omofobi e razzisti. Proclamando tuttavia: «Non abbiamo nulla a che fare con il fascismo».
Donzelli è un esponente di spicco di quella generazione alla soglia dei cinquanta che ha preso in mano le redini del più grande partito italiano chiudendo definitivamente l’era delle suggestioni moderate ed europeiste di Gianfranco Fini(1952) per riabilitare con «orgoglio» le radici profonde. Così profonde che «non gelano mai», per dirla con una frase dello scrittore J. R. R. Tolkien stampata su un manifesto di Forza Nuova e sulle magliette prodotte dalla società incaricata da Fratelli d’Italia di vendere i propri gadget. Si chiama Italica solution e fa capo a Martin Avaro, ex dirigente, guarda un po’, di Forza Nuova.
Dei 24 membri dell’esecutivo del partito, ben 19 provengono dal Fronte della Gioventù. E otto di loro, i più influenti se si eccettua il presidente del Senato Ignazio La Russa, classe 1947, che custodisce orgogliosamente cimeli del fascismo e sostiene che «nella Costituzione non c’è alcun riferimento all’antifascismo», sono tutti nati dopo il 1970. Ovvero, durante i cosiddetti anni di piombo. Ci sono Giorgia Meloni, Diego Petrucci, Andrea Delmastro, Giovanni Donzelli, Mauro Rotelli e il tesoriere Roberto Carlo Mele. Ma anche il sottosegretario alla Presidenza Giovanbattista Fazzolari, la persona più potente a Palazzo Chigi dopo la premier, e Francesco Lollobrigida: ministro della Sovranità alimentare e compagno di Arianna Meloni. Che si è detta pubblicamente «fiera» del gesto del cognato della premier, capace di far fermare a Ciampino un Frecciarossa diretto a Napoli perché in ritardo a un impegno istituzionale.
Quasi metà dei membri dell’esecutivo FdI occupa una poltrona del governo: la presidente del Consiglio, quattro ministri, un viceministro e cinque sottosegretari, due dei quali alla presidenza. Nemmeno fossimo al tempo della “Balena bianca”. Hanno responsabilità istituzionali enormi ma non sempre sembrano rendersene conto. I pasticci, tipo il caso Delmastro-Donzelli, sono all’ordine del giorno.
Ma poi bastassero quelli: è una generazione che non s’imbarazza ad accogliere nel partito e candidare al Parlamento personaggi come Pozzolo, 38 anni da Vercelli, stesso bacino elettorale e politico dei Delmastro, da papà Sandro ai figli Andrea e Francesca. Così lo ricorda Fini in una intervista al Foglio: «Quando ero presidente di An lo allontanammo, senza nemmeno espellerlo, dalla federazione di Vercelli perché era un violento estremista verbale. Capimmo che era un balengo, come si dice in Piemonte, e lo accompagnammo alla porta: via, andare». Un «violento estremista verbale» no vax che non esita a definire Benito Mussolini «uno dei migliori statisti che abbia avuto l’Europa» aggiungendo, come ha documentato Dagospia, di non offendersi sentendosi definire «intollerante, reazionario e fascista». E gira con la pistola «per difesa personale». Nonostante tutto questo viene invitato da Andrea Delmastro, uno dei dirigenti più importanti del partito cui la premier affida un ruolo cruciale nel suo governo, al veglione di Capodanno nella proloco di Rosazza del quale sua sorella è sindaca. Dove gli parte un colpo dal revolver in mezzo ai bambini. Se questi sono gli amici…
Fini dice che i soggetti così, fra i 181 parlamentari di Fratelli d’Italia, «saranno cinque o sei». Ma se pure fosse, basta e avanza. Anche perché a quanto pare le contromisure scattano con estrema difficoltà. Un episodio? A inizio 2023 la premier manda alla presidenza di 3-i, società candidata a gestire tutta l’informatica pubblica, un certo Claudio Anastasio. La nomina spetta per legge al presidente del Consiglio, e questo signore, un protetto di Rachele Mussolini, nipote di Benito ed esponente di Fratelli d’Italia, è stato gestore del sito nostalgico Mussolini.net. Potrebbe evitare di farlo ricordare. Invece nel discorso d’insediamento ripete per filo e per segno le parole pronunciate nel 1924 dal duce alla Camera per rivendicare politicamente l’assassinio di Giacomo Matteotti. E ovviamente salta.
Ci vuole tanto a capire che in quel partito c’è un problema da risolvere e che, sebbene Giorgia Meloni continui a negarlo, riguarda proprio la sua classe dirigente?
(da agenzie)
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