Gennaio 13th, 2024 Riccardo Fucile
“LA POLIZIA CERCO’ DI IMPEDIRCI DI TROVARE UNA IMBARCAZIONE CHE CI PORTASSE A BORDO”
Nel giorno in cui Matteo Salvini viene ascoltato a Palermo nel processo Open arms, l’attore Richard Gere racconta a “Il Cavallo e la Torre” su Rai3 cosa lo portò a bordo dell’ong catalana bloccata a largo di Lampedusa nell’agosto 2019: «Mi trovavo in Italia in visita da amici – spiega – e avevo saputo di una legge crudele, una legge che rendeva reato salvare le persone in mare. Avevo sentito della nave che non poteva entrare a Lampedusa. Per me era incredibile, soprattutto in Italia, un Paese così generoso».
L’Open arms, nell’agosto 2019, rimase diciannove giorni a largo di Lampedusa in attesa di un porto sicuro, dopo aver salvato 147 persone in tre diversi interventi. Per aver impedito lo sbarco, l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini è imputato per sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio. Il 9 agosto, Gere salì a bordo della nave portando ai migranti acqua, viveri e beni di prima necessità.
«Ho incontrato volontari provenienti da tutto il mondo che distribuivano cibo e acqua, c’erano esperti che offrivano assistenza psicologica alle persone traumatizzate non solo dal naufragio, ma dall’inferno vissuto in Libia», racconta l’attore, intervistato da Marco Damilano. «Questa non è una questione filosofica. I senzatetto, i migranti sono persone sole, sono esseri umani, potrebbero essere i nostri genitori, i nostri figli. Stiamo parlando di salvezza, queste persone rischiano la vita, le donne rischiano di diventare schiave sessuali».
Gere spiega anche perché abbia scelto di non partecipare all’udienza del 6 ottobre 2023 in cui era previsto fornisse la sua testimonianza: «Ho preferito un intervento a distanza e ho offerto una testimonianza scritta, ma non è stata accettata. Non è facile arrivare a Palermo, ma sono lieto di questo invito perché è molto importante esprimersi con calma sui fatti di quei giorni».
«Io sono privilegiato, non c’è alcun dubbio – rivendica l’attore hollywoodiano – e sono molto fiero e orgoglioso di poter aiutare le persone, questa è l’unica ragione per vivere».
Un appello rivolto alle istituzioni internazionali: «Ci saranno sempre i rifugiati, è un fenomeno strutturale. Dobbiamo prenderci le nostre responsabilità nei Paesi più abbienti. Penso che gli italiani abbiano svolto un lavoro eccellente, ma questa è una responsabilità è un fenomeno mondiale, non una problematica italiana. Bisogna coinvolgere l’Onu e l’Unione europea».
«Mi sono chiesto veramente se nel caso di Open Arms le autorità vedessero quelle persone come fratelli e sorelle. La nave era in acque internazionali e facemmo molta fatica a trovare delle imbarcazioni in grado di portarci lì, assieme agli aiuti. L’operatore di una imbarcazione ci disse che aveva ricevuto una visita, la sera prima, da parte della polizia e ci ha detto che non ci avrebbe più potuto aiutare», ha dichiarato Gere che salì sulla nave Open Arms per portare aiuti. «Abbiamo dovuto trovare un’altra imbarcazione. Il conducente mi ha mostrato un video in cui c’ero io con il Dalai Lama – ha raccontato l’attore – Anche il pilota ha sentito di avere la responsabilità di aiutare i fratelli più deboli tra noi. Molto gentilmente, con grande coraggio, ci ha condotto presso l’Open Arms».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2024 Riccardo Fucile
L’IDEA E’ RAFFORZARE LA SUA LEADERSHIP MAGARI PORTANDO A CASA UN MILIONE DI PREFERENZE… SE DECIDESSE DI CANDIDARSI, POI CI SAREBBE UNA RESA DEI CONTI CON LA MINORANZA INTERNA
Per Elly Schlein quelli del «professor Prodi» sono «consigli».
Certamente più benevoli di quelli che le rifilano Giuseppe Conte e Carlo Calenda (e cioè: non candidarti alle Europee). Come «consigli», ripete la leader del Pd in pubblico e in privato, li tratterà. Raccogliendoli, sì, ma riservandosi di non seguirli. «Farò le mie valutazioni». La leader è lei, d’altronde.
Certo poi dovrà far digerire la scelta al partito e anche a un pezzo della sua maggioranza interna. Il suggerimento consegnatole l’altro ieri in tv dal padre nobile dell’Ulivo, cioè di non candidarsi per l’Europarlamento, dove comunque non siederà dopo il voto, e tantomeno di farlo correndo in tutte e cinque le circoscrizioni, ha comunque un effetto sul Nazareno.
Il Prof ha ribadito la riflessione su tutta la linea: le pluri- candidature e in ogni caso le candidature finte sono «un vulnus per la democrazia. E se continuiamo a indebolire la democrazia in tutti i suoi aspetti, poi non ci lamentiamo se arriva la dittatura». Chiarissimo.
Il primo effetto è che nella cerchia di Schlein a questo punto spingono perché la segretaria annunci la sua scelta prima del previsto. Non più a marzo. Perché altri due mesi così, con tanti esponenti che si esprimono sulla sua corsa-non corsa, la esporrebbero a un logoramento inutile. Già hanno dichiarato in parecchi, sul punto. Non solo l’ex rivale delle primarie, Stefano Bonaccini, contrario alle pluri-candidature di «Elly».
Anche l’ala sinistra, che l’aveva sostenuta al congresso, con due big come Peppe Provenzano e Andrea Orlando, non entusiasti di una corsa a tutto campo modello Meloni.
Schlein ora non può annunciare di candidarsi a strettissimo giro, sembrerebbe un frontale col Professore. Ma potrebbe accelerare, comunicando la sua decisione entro fine mese o ai primi di febbraio. Tanti continuano a suggerire alla leader di calare nell’agone, a patto ovviamente che lo faccia la premier. Chi sono? Da Francesco Boccia a Marco Furfaro.
Da Sandro Ruotolo («Elly è un valore aggiunto, dobbiamo battere l’Europa sovranista») a Marta Bonafoni, che però ieri ammetteva: «Le parole di Prodi pesano sempre…». Ma anche nel giro Schlein c’è chi consiglia alla leader prudenza, come Chiara Gribaudo.
L’alternativa di una non-corsa sarebbe quella di avere 5 capilista forti. Magari Cecilia Strada al Sud. Ma si otterrebbe la stessa polarizzazione, con Meloni in campo? La leader comunque, raccontano nel giro dei fedelissimi, resta più che tentata dalla corsa
Il «brand Elly», con un milione di preferenze in cascina, uscirebbe rafforzato, anche nel caso in cui il Pd galleggiasse intorno al 20%, com’è oggi. Le darebbe più forza nell’affrontare altre tornate difficili. Le comunali a Firenze. Le Regionali in Emilia Romagna, Toscana, Campania e Puglia. Certo la minoranza interna non rimarrebbe in silenzio
Le liste vanno votate in Direzione e lì l’area di Bonaccini «darebbe battaglia». Lo scenario estremo sarebbe non votare le liste. C’è poi l’altro tema, che iniziano a porsi diversi big vicini a Schlein. Cioè se strutturarsi o meno con un’area.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2024 Riccardo Fucile
NEL 2013 POCHI CLIENTI, DAL 2014 IL BOOM
Ci sono le maggiori banche italiane, da Intesa a Unicredit, Consorzio Cbi e Unipol, passando per Che Banca, Bnl, Carige, Fideuram, Iccrea e pure l’Abi, l’associazione delle banche italiane. Alcune delle più importanti partecipate dallo Stato: Leonardo, Enel, Terna, Poste, Ferrovie dello Stato. Colossi delle telecomunicazioni come Tim e Fastweb. E ancora: gli Elkann, con Fiat Chrisler, e i Benetton, attraverso la cassaforte di famiglia Edizioni e Aeroporti di Roma, società del gruppo Atlantia. Sono i clienti illustri della Cmc di Marco Carrai, il neonato gruppo che si occupava di “consulenza strategica” e “cybersecurity” del consigliere personale e amico di Matteo Renzi.
Nel dossier di 457 pagine acquisito dal Copasir viene svelata l’identità dei più generosi clienti di Carrai, le cui attività registrano una certa fortuna in parallelo con l’ascesa di Matteo Renzi alla guida del governo: “Si evidenzia che nel triennio 2014-2016 le varie componenti del gruppo Cmc, ove già costituite, hanno visto incrementare il loro volume d’affari rispetto al 2013, con particolare riferimento alla Cmc Labs Spa”, scrivono le Fiamme Gialle. La capogruppo, scrivono gli inquirenti, “dal volume d’affari di 1,5 milioni del 2013 è balzata a 6,2 milioni nel 2014, registrando una lieve flessione nel 2015 con 5,09 milioni e il picco massimo di 6,5 milioni nel 2016”. Tra 2013 e 2018 in totale gli incassi superano i 25,7 milioni.
L’arco temporale è interessante per la Finanza anche per un’altra ragione: “Dall’analisi dei reperti informatici di Marco Carrai è stata rinvenuta corrispondenza email e chat di messaggistica dalle quali di desume che la rete relazionale intessuta dallo stesso ad elevati livelli istituzionali, politici e imprenditoriali, hanno avuto effetti positivi riflessi nella sfera di operatività del Gruppo Cmc”. Pur non avendo ruoli istituzionali, Carrai per la Guardia di Finanza era “una sorta di anello di collegamento tra il presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi e rappresentanti di grandi aziende, ma anche rappresentanti di istituzioni di altri Paesi che volevano recapitargli informazioni importanti e/o che manifestavano interesse di incontrarlo”.
Il gruppo Cmc nasce nel 2013, ma è nell’anno successivo che gli affari cominciano a girare. I maggiori contributori sono banche e assicurazioni: il gruppo Intesa San Paolo versa oltre 6 milioni, Cbi 3,9 milioni, Unipol 2,8 milioni. Fra i clienti di Carrai ci sono partecipate di Stato, i cui vertici vengono indicati dal governo. Oppure compagnie che vengono interessate da riforme approvate in quegli anni. Tra i clienti di Carrai c’è per esempio Iccrea, banca che nel 2016, con la riforma del credito cooperativo varata dal governo Renzi, diventa uno dei due maggiori raggruppamenti bancari del settore. Della nomina dell’amministratore delegato di Intesa, annota la Finanza, Carrai si interessa già nel 2013, sponsorizzando Carlo Messina, l’allora numero due: “Matteo, parlato con Mazzei. Nulla più di quelli che ti ho scritto nel sms. In più solo che Bazoli ha visto nel pomeriggio Mazzei e gli ha chiesto un nostro intervento su Fassino per Chiamparino per convincerlo a fare il cambio del Ceo (…)”. Negli anni a venire Carlo Messina sarà definito “il miglior banchiere italiano” da Renzi, che descriverà invece Sergio Marchionne (ad di Fiat Chrisler, altro cliente della Cmc di Carrai con 1,65 milioni) come il manager “più capace”. La Cmc riceve 100 mila euro anche da Edizioni srl, cassaforte della famiglia Benetton, che aveva già contribuito con 352 mila euro nel 2015 attraverso Aeroporti di Roma (controllata dall’allora gruppo Atlantia).
I bilanci della Cmc vengono ricostruiti dopo un sequestro presso il commercialista fiorentino di Carrai, Marco Fazzini. Quello stesso commercialista presso il quale nel 2019 sarà fondata, e chiusa dopo pochi mesi, la Digistart, ditta intestata a Renzi con cui l’ex premier sarebbe entrato a tutti gli effetti in affari con l’amico Carrai. La Gdf nota anche alcuni “incroci” di “operatività” tra varie aziende. Nel 2018 Carrai fonda la Marzocco Investments srl, che dalla Cmc avrebbe dovuto ricevere compensi fissi. Marzocco, a sua volta, avrebbe fatturato a Digistart compensi per affari andati bene. Uno schema che la Guardia di Finanza deduce da un pizzino trovato al commercialista Fazzini: “Marzocco fattura tutto e Digistart contrattualizza e fattura Marzocco prima che MC entri come socio al 50% e come Ad”. Renzi, come scrivono i commercialisti in un carteggio interno, aveva chiesto di avere a disposizione una stanza nello studio per poter usufruire dei “benefici di legge dovuti alla carica” e cioè all’immunità parlamentare.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2024 Riccardo Fucile
“VENGONO UNA VOLTA AL MESE A FARE VISITE PRIVATE E POI SI PORTANO I PAZIENTI NEGLI OSPEDALI DEL NORD”
«Ci sono medici specialisti campani che lavorano negli ospedali del
Nord. Vengono una volta al mese in Campania per fare visite private e poi hanno preso l’abitudine di portarsi i pazienti campani negli ospedali del Nord per sottoporli a interventi chirurgici». Parola del governatore Vincenzo De Luca, che parla della cosiddetta migrazione sanitaria dopo un’indagine di Anci Campania. «Capiamoci: se c’è una iperspecializzazione negli ospedali del Nord che motiva un particolare intervento chirurgico, nulla da dire; ma se si trasferiscono pazienti che possono essere operati tranquillamente nella nostra regione, beh questo è un meccanismo delinquenziale, truffaldino, che serve a portare risorse economiche dal Sud al Nord», spiega il governatore.
L’indagine sulla migrazione sanitaria
E De Luca aggiunge: «In tante realtà noi manteniamo in vita gli ospedali del Nord». L’indagine, di cui parla oggi il Corriere del Mezzogiorno, spiega che la migrazione sanitaria costa alla regione 3,5 miliardi di euro. «Nel 2022 la Campania ha pagato alle altre Regioni 281 milioni di euro per 63.990 ricoveri e 60 milioni per circa 1,9 milioni di prestazioni di specialistica ambulatoriale e di riabilitazione. Un terzo della spesa della specialistica è riferita agli esami di laboratorio con un valore medio di circa 16 euro. Il flusso migratorio campano è di prossimità per il 10% e verso le regioni del Nord per il 90%. Quanto alla tipologia della struttura erogante, il 34% è pubblica e il 66% è privata accreditata. Un fenomeno che merita una riflessione anche perché circa il 65% dei ricoveri è a bassa intensità o addirittura a rischio inappropriatezza», spiega Antonio Salvatore dell’Anci.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2024 Riccardo Fucile
LA GRANDE FUGA DEGLI INFERMIERI DAGLI OSPEDALI DEL NORD ITALIA
Vivono in Piemonte, ma lavorano in Svizzera. Sono circa 400 gli infermieri che nell’ultimo anno hanno lasciato la regione del Nord Italia «stremati da condizioni inaccettabili e attirati da stipendi che l’Italia si sogna», spiega NurSind, uno dei sindacati di categoria. «Ho mandato il curriculum, mi hanno chiamato dopo una settimana: in un colpo solo mi hanno riconosciuto tre scatti di anzianità», racconta a La Stampa un’infermiera. Lavorando 20 ore a settimana, ora guadagna 2.400 euro rispetto ai circa 1.700 del suo tempo pieno in Italia. «A me dispiace – sottolinea – l’Italia mi ha formato in maniera straordinaria, ma non può trattare così chi si sbatte».
«Facciamo turni massacranti, non riesci più ad avere una vita»
Chi decide di andare a lavorare negli ospedali svizzeri, dove a Briga, a 20 minuti dal confine italiano, verrà costruito un polo sanitario, ha meno di trent’anni. «È difficile resistere quando da una parte ti costringono a turni massacranti e a saltare le ferie e i riposi per 1.800 euro al mese», sottolinea un’altra infermiera di 25 anni, fuggita dal pronto soccorso di Domodossola. Nella maggior parte delle strutture ospedaliere in Piemonte manca il personale infermieristico: «Facciamo turni massacranti, non riesci più ad avere una vita. Basta che un collega si ammali e il turno è scoperto», spiega un’infermiera e delegata della Cigil.
«Perché un infermiere dovrebbe restare?»
Per citare qualche dato, secondo il sindacato Nursing Up all’Asl del Verbano-Cusio-Ossola manca il 10% dei 750 infermieri in pianta organica. E con la costruzione del polo sanitario al confine con l’Italia «la situazione peggiorerà», spiega il referente dell’area Vco. «Perché uno dovrebbe restare se può fare lo stesso mestiere altrove con carichi di lavoro inferiori, meno vincoli e stipendi più alti? Non siamo competitivi con il privato, tantomeno con l’estero», afferma Chiara Serpieri, direttrice generale dell’Asl Vco.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2024 Riccardo Fucile
A SPINGERLA IN QUESTA DIREZIONE CI SONO FAZZOLARI, FITTO E IL SUO “CERCHIO TRAGICO”, TUTTI CONVINTI CHE SCHIACCIARE GLI ALLEATI NON SIA UN PROBLEMA
Conviene partire da una sfumatura psicologica. Se c’è un fattore che
influenza le scelte di Giorgia Meloni, è l’insopprimibile necessità di non fare quello che gli altri provano a imporle o suggerirle.
È accaduto con la fiamma nel simbolo e con le celebrazioni del 25 aprile. Sta succedendo in queste ore con la candidatura alle Europee. Se infatti Matteo Salvini le avesse detto in privato «Giorgia, per favore, non candidarti perché mi danneggi», la leader avrebbe affrontato la questione più laicamente.
E però il leghista — irritato dall’annuncio della premier del 4 gennaio — ha scelto di forzare. Pubblicamente. Sfidandola a non correre. Meloni, d’istinto, progetta di andare avanti. Puntando al 30%. Per travolgere gli alleati. Immaginando una nuova era nella destra italiana.
Fedele a una massima che di recente ha condiviso con i vertici del partito: a via Bellerio capiscono solo il linguaggio dei rapporti di forza. Ecco, è questo il fulcro della tesi dei consiglieri di Palazzo Chigi più ascoltati: sei forte, è il momento di chiudere la partita.
§In fondo, è la base teorica del pensiero di Giovanbattista Fazzolari, l’uomo che Meloni ascolta di più (o che dice quello che la leader ha già deciso). E dunque: cándidati, sostiene in privato il sottosegretario, pesiamoci tra partner, «fissiamo i nuovi equilibri in Italia per il resto della legislatura». Solo così, è il corollario, affermeremo una centralità pure in Europa in vista della nuova Commissione.
Non è l’unico a consigliarle di sfruttare il voto europeo per sancire il mondo che verrà. Un altro è Raffaele Fitto, che da tempo le suggerisce in privato di accumulare milioni di preferenze, blindarsi in Italia e in Ue. E se Salvini venisse così mortificato dall’esito elettorale? E se Tajani non reggesse l’urto?
L’instabilità — gli dicono in coro questi consiglieri, assieme a Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli, ma pure Patrizia Scurti e la sorella Arianna — arriverà comunque dopo il voto, meglio essere forti per affrontarla. E comunque, le ricordano, vale la regola sacra della politica: la riconoscenza non esiste, non dare fiato a Salvini perché favoriresti la sua rivincita.
Teorizzano il modello che aveva in mente Meloni. prendersi la destra, sfondare quota 30%, garantirsi il dominio incontrastato del governo. Riducendo i due partiti alleati a satelliti deboli. Costringendoli a interpretare la stabilità della legislatura come l’unica strada per sopravvivere e gestire una fetta di potere. se bisogna affrontare una manovra correttiva e Bruxelles intende rendere la vita impossibile a Palazzo Chigi, allora è meglio vantare un grande risultato elettorale. Per poter dire: ho vinto, non mi farò commissariare.
Poi è arrivata la reazione di Salvini. Accompagnata dalla sfida privata, che il fedele Andrea Crippa ha consegnato a Repubblica: «La premier vuole stravincere». Non stravincere, è stato il messaggio, altrimenti ti dimostro che da sola non puoi governare. Ed è qui che Meloni ha tentennato. Da una settimana non parla. Con alcuni dubbi, riassumibili alla voce: mi conviene? Gli esperti le hanno detto che il suo nome nel simbolo vale almeno un bonus del 2%, ma in realtà assicurerebbe una polarizzazione con Schlein capace di muovere fino al 3,5%.
Ma non è questo il dilemma. Semmai quest’altro: sono più forte se mortifico gli alleati? E ancora: è più facile gestire un rimpasto da una posizione di estrema forza? E poi ci sono le ansie di Antonio Tajani, che ha pregato Meloni di evitare di candidarsi perché FI è come un modellino di cristallo: basta poco per indebolirla ancora e frantumarla. Ma per Meloni vale lo stesso ragionamento: dopo le Europee sono pronta anche a immaginare una federazione che salvi i partner, ma non rinuncio perché me lo chiedete in un’intervista.
L’impegno di presentarsi da capolista sarebbe gravoso, in giro per l’Italia. A Palazzo Chigi hanno calcolato: cinque circoscrizioni, almeno 5 comizi. Poi quello finale. Nel mezzo, una decina di passaggi tv o radiofonici nelle ultime tre settimane. E poi i viaggi internazionali in vista della presidenza del G7. Meglio la politica estera dei dolorosi dossier economici. Sarebbe doloroso anche rompere con Salvini e Tajani. È il dubbio che tiene sulla corda i consiglieri.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2024 Riccardo Fucile
TUTTE LE AFFERMAZIONI SENZA FONDAMENTO SUI MORTI IN MARE, LA PERCENTUALE DI AFFOGATI, I GIORNI DI PERMANENZA A BORDO
Matteo Salvini è intervenuto nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo al processo Open Arms, in cui è imputato per sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio. Il segretario della Lega prima ha rilasciato dichiarazioni spontanee, poi ha risposto alle domande degli avvocati presenti.
Nel corso del suo intervento, Salvini ha detto che: “In quei due anni [2018 e 2019, gli anni del governo Conte, ndr] il numero dei migranti salvati fu enorme. Abbiamo sensibilmente ridotto la percentuale di sbarchi. Meno morti, meno feriti, meno dispersi nell’ordine del 50%”. E ancora: “Per tutto il periodo in cui sono stato io ministro dell’Interno non ci fu alcun episodio luttuoso riferito a migranti”. Poi ha dichiarato che l’attesa delle navi Ong prima di sbarcare fu comunque più bassa, nel corso del suo mandato, rispetto alla gestione di Luciana Lamorgese nei governi Conte bis e Draghi.
Il fatto specifico è noto: nell’agosto 2019, sulla nave Open Arms si trovavano 147 persone migranti, e il governo italiano impedì loro di sbarcare per 19 giorni, nonostante il Tar del Lazio avesse sospeso il divieto di entrare in acque italiane emanato dal ministro dell’Interno Salvini. Il segretario della Lega però ha parlato in termini più ampi della sua esperienza alla guida del ministero, elencando diversi dati e prendendosi il merito per la riduzione di sbarchi e vittime in mare in quegli anni. Ha ragione?
Per quanto riguarda gli arrivi, il sito del Viminale riporta che nel 2019 ce ne furono 11.471 e nel 2018 furono 23.370. Numeri effettivamente più bassi di quelli degli anni precedenti (119mila nel 2017, 181mila nel 2016), che erano stati da record.
Il problema è più che altro il fatto che Salvini abbia detto che il motivo di questo calo era la politica del governo Conte, e in particolare dei suoi decreti Sicurezza.
Infatti, già nel febbraio 2017 era entrato in vigore il memorandum con la Libia, firmato dal ministro Minniti del governo Gentiloni. L’accordo aveva l’obiettivo di spingere direttamente il governo libico a fermare le partenze, in cambio di un sostegno economico da parte dell’Italia.
In generale, può essere ingannevole collegare direttamente il numero di arrivi di persone migranti alle politiche messe in atto dal governo in carica. D’altra parte, il governo Meloni ha ottenuto un risultato deludente quest’anno (157mila arrivi) nonostante la sua intenzione fosse di tornare a una linea dura sulla politica migratoria. Altri elementi che vanno considerati sono le condizioni meteo, ma anche la situazione politica nei Paesi di partenza.
Quante persone sono morte nel Mediterraneo nel 2018 e 2019
C’è poi la questione del numero di morti. Salvini ha parlato di “meno morti, meno feriti e meno dispersi nell’ordine del 50%”. Mentre sui feriti non ci sono registri ufficiali, ci sono invece dati sul numero di morti e dispersi nella rotta del Mediterraneo centrale. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni, organo legato alle Nazioni unite, riporta 1.314 persone nel 2018, tra morti e dispersi, contro i 2.853 nel 2017. Un numero effettivamente di poco inferiore alla metà.
Anche qui, sembra però complicato dire che sia stato merito dell’opera politica di Salvini. Infatti, sempre l’Oim indica che nel 2020 ci sarebbero stati ancora meno morti (999), nonostante un numero molto maggiore di arrivi (34mila) e nonostante i decreti Sicurezza non fossero più pienamente in vigore.
Semmai, una ricerca del 2020 – segnalata anche da Pagella politica alcuni mesi fa – sottolinea che, nonostante il numero di morti sia sceso durante la gestione di Salvini, è aumentato in relazione alle partenze dalla Libia.
Risulta, infatti, che nei mesi del 2018 del governo Conte I sia morto o andato disperso il 5,7% dei migranti partiti. Per il 2019, sempre sotto il primo governo Conte, il dato è salito al 6,7%. Per paragone, nell’anno e mezzo precedente all’inizio di quel governo, durante il picco degli sbarchi, la percentuale era attorno al 2%
In che senso non ci sono stati “episodi luttuosi riferiti a migranti”
Un’espressione usata da Salvini, che ha creato una certa confusione. “Sono orgoglioso di poter dire che per tutto il periodo in cui sono stato io ministro dell’Interno non ci fu alcun episodio luttuoso riferito a migranti, a differenza di quanto avvenuto dopo”, ha dichiarato.
Alcuni hanno interpretato queste parole come a dire che non ci furono morti tra i migranti, un’affermazione che sarebbe completamente sbagliata. Forse invece Salvini si riferiva a incidenti con un alto numero di morti (come la strage di Cutro quest’anno, e molti altri casi negli anni passati).
In questo caso, Salvini può avere ragione se si guarda solamente alle acque italiane. La mappa fornita dall’Oim, basata sui dati del Missing migrants project, indica che nel 2018 a ridosso delle coste italiane ci fu un solo naufragio che causò più di una vittima, e avvenne in Sardegna, con 4 morti e 6 dispersi. Tuttavia, anche questo è poco indicativo.
Nel 2018 i principali incidenti si verificarono, come spesso avviene, al largo delle coste della Tunisia e della Libia. Ma lo stesso si potrebbe dire per il 2017, per il 2019 e anche per il 2020 e il 2021. Insomma, l’espressione usata da Salvini è stata troppo vaga per poterla effettivamente confermare o smentire
Salvini sbaglia, i tempi di attesa furono più brevi con Lamorges
Salvini ha dichiarato che, per quanto riguarda i tempi di attesa in mare delle navi Ong che trasportavano migranti, “non siamo mai arrivati ai tempi d’attesa che si sono raggiunti con la collega Lamorgese”.
In realtà, anche se non c’è un database ufficiale di un’organizzazione internazionale su questo aspetto, è possibile verificare queste parole tramite una raccolta creata dal ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) Matteo Villa. Con un’apposita raccolta dati, che è possibile verificare risalendo ai singoli casi di cronaca, Villa ha elencato tutte le ‘crisi in mare’ avvenute nella scorsa legislatura.
Emerge così che anche la ministra Lamorgese, nel secondo governo Conte e nel governo Draghi, ha raggiunto un massimo di 11 giorni. Salvini, invece, risulta aver raggiunto i 20 giorni sia nel caso della Open Arms che con la Sea-Watch 3 di Carola Rackete. La media risulta essere di 5,2 giorni di attesa durante il mandato di Lamorgese, contro i 9,1 giorni di Salvini.
È vero che anche con Lamorgese è continuata la politica delle crisi in mare, che sono state molto numerose. Tuttavia, la frase di Salvini è esagerata, e non toglie il fatto che nel corso del suo mandato la strategia di criminalizzazione dei flussi migratori delle Ong abbia aumentato le tensioni e creato vari episodi noti, tra cui quello di Open Arms, per cui oggi è processato.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2024 Riccardo Fucile
LIBERALI, SOCIALDEMOCRATICI E SINISTRA RADICALE AL PARLAMENTO EUROPEO ATTACCANO LA DUCETTA CHE NON HA PROFERITO PAROLA SULLE BRACCIA TESE ALLA COMMEMORAZIONE DI ACCA LARENTIA
Per il raduno di Acca Larentia adesso non c’è solo l’Italia nell’occhio del
ciclone Ue, c’è il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per la sua assenza di reazioni. Ci si attendeva una presa di distanze che non ci sono state, e a Bruxelles piovono critiche che anticipano il dibattito programmato in Aula la prossima settimana (martedì 16 gennaio) e che si annuncia anche più che acceso.
Sono i socialdemocratici (S&D) ad offrire un’anteprima di quello che si prospetta. «Riteniamo ancora più sconcertante il silenzio della prima ministra e ci chiediamo perché non abbia condannato» i fatti del 7 gennaio, tuona Ewa MacPhee, portavoce del gruppo in occasione della presentazione dell’agenda dei lavori. Alla luce di tutto questo «il dibattito si rende necessario ed è importante che il Parlamento faccia quello che non ha saputo fare», vale a dire condannare l’accaduto
Dai banchi dei conservatori europei (Ecr), dove siede Fratelli d’Italia, la replica non si fa attendere. Il portavoce del gruppo, Michael Strauss, respinge le logiche che arrivano dal centrosinistra, accusata di faziosità. «[…] ci sembra che sia motivato politicamente e punta ad un accostamento con l’attuale governo». […] il gruppo Ecr ha chiesto di non modificare l’agenda e quindi non introdurre il dibattito d’Aula poi inserito sotto la voce di […] «lotta contro la rinascita del neofascismo in Europa, anche a partire dal corteo svoltosi a Roma il 7 gennaio». Strauss anticipa che deputati europei di Fratelli d’Italia prenderanno la parola per dire che «sono distanti da attività del genere».
In attesa del dibattito vero e proprio si consumi, gli altri gruppi già affondano. Anche la portavoce dei liberali (Re), Catherine Laurence Martens-Preiss, se la prende con l’Italia di oggi. «Renew Europe condanna fermamente quelle è che accaduto a Roma. Il video di centinaia di persone che rievocano il saluto romano è scioccante. Questo tipo di atti vergognosi sono una tendenza crescente in Europa che deve cessare».
Anche i liberali portano l’inquilino di palazzo Chigi al centro del dibattito. «Inviteremo Giorgia Meloni a rompere il suo silenzio e condannare in modo chiaro i gruppi neofascisti in Italia».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2024 Riccardo Fucile
IN CASO DI REFERENDUM, LA RIFORMA SAREBBE IN BILICO
Nel nostro Paese sta cambiando l’atteggiamento nei confronti della “democrazia”. Il sistema di governo condiviso da una larga maggioranza di italiani, che, tuttavia, non nascondono una certa delusione per come è attuato. Questo sentimento è dettato da diversi fattori, interni ed esterni. In particolare, i cambiamenti manifestati dai principali attori della scena politica e istituzionale. In particolare, la “personalizzazione”. La crescente identificazione dei soggetti della scena pubblica con le “persone”. I partiti, per primi. Che, dai tempi di Silvio Berlusconi, sono divenuti “personali”. Inoltre: i governi. A ogni livello territoriale. I presidenti di Regione e, soprattutto, i sindaci costituiscono, infatti, riferimenti importanti per i cittadini. Confermati e rafforzati dall’elezione diretta. Che ne ha valorizzato il volto. E il nome. Il Rapporto “Gli italiani e lo Stato”, curato da LaPolis (Laboratorio di Studi Politici e Sociali dell’Università di Urbino Carlo Bo) con Demos, sottolinea come lo stesso orientamento si riproponga, anche sul piano del governo “nazionale”.
Il Presidente della Repubblica, nella valutazione degli italiani, infatti, si conferma la figura maggiormente “affidabile”. Oltre due terzi dei cittadini esprimono fiducia nei suoi confronti. D’altra parte, il Presidente Sergio Mattarella, nel corso del suo mandato, ha dovuto affrontare diverse crisi di governo. Accanto a diversi Presidenti del Consiglio. Come Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte. In questo modo ha operato da garante delle istituzioni. Di fronte ai cittadini, oltre che al Parlamento. E ciò ha rafforzato la sua immagine e il suo ruolo. Delineando una sorta di “presidenzialismo implicito”. In parte: “preterintenzionale”. Cioè: ben oltre la volontà dell’interessato
La maggioranza politica, guidata da Giorgia Meloni, vorrebbe trasferire questo consenso anche sul governo. Fornendo legittimazione al premier attraverso il voto “diretto” dei cittadini. Un progetto ri-prodotto e ri-proposto nel disegno di legge costituzionale sul “premierato”. Secondo il (la) presidente del Consiglio: un punto di svolta decisivo verso la Terza Repubblica.
Non bisogna dimenticare, però, che, a differenza del presidenzialismo, il premierato non è molto conosciuto e ri-conosciuto, a livello internazionale. Infatti, esistono pochi esempi a cui riferirsi. Nel recente passato: Israele. Dove, però è stato abolito nel 2002. Un caso più vicino a noi – almeno sul piano geopolitico – è la Germania, dove vige il cancellierato. Che, tuttavia, non prevede l’elezione diretta capo del governo. In Italia, comunque, la maggioranza assoluta dei cittadini – il 55% – appare orientata in questa direzione. Cioè, verso l’elezione diretta del capo del governo. Si tratta, tuttavia, di una quota non sufficiente a garantire la conferma, in caso di referendum.
LE TAVOLE
Come rammenta il precedente del 2016, quando la consultazione per il superamento del bicameralismo paritario, promossa da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, venne bocciata dagli elettori con una larga maggioranza. Nonostante il consenso verso il progetto, fino a pochi mesi prima, secondo i sondaggi, fosse largamente più ampio di quanto appaia in questa occasione.
Il sondaggio di LaPolis Università di Urbino, in collaborazione con Demos, infatti, conferma la domanda di un leader forte, per compensare la debolezza e il declino dei partiti. Tuttavia, prevale ancora, per quanto di poco, la convinzione che “senza partiti non ci può essere democrazia”. Questa posizione prevale soprattutto nelle generazioni più anziane, oltre i 50 anni, che hanno conosciuto i “partiti”. Prima che divenissero un … participio passato.
I due orientamenti, peraltro, si combinano e si incrociano, in larga misura. In quanto la “democrazia senza i partiti” appare credibile soprattutto a coloro che credono nell’importanza del capo. Cioè: di un leader forte. Che possa presentarsi da solo davanti ai cittadini. Quindi, di fronte a questa prospettiva, i più convinti appaiono anzitutto gli elettori dei FdI, della Lega. E del M5S, che è sorto – e si è presentato – come un “non partito”. Trasformandosi successivamente in un partito. Mentre la base di FI, caso esemplare e originale di partito del capo, appare più confusa. Perché hanno perduto il loro capo storico.
Solo gli elettori del Pd di-mostrano distacco dall’idea che possa esserci “democrazia senza partiti”. Ed è comprensibile, in quanto il Pd è l’erede di ciò che rimane dei partiti di massa della Prima Repubblica. Cioè, poco.
Perché, per re-citare le affermazioni di Giorgia Meloni, il premierato conduce verso la Terza Repubblica. Un orizzonte ancora senza volto. Che, però, nelle intenzioni della premier, potrebbe assumere il suo volto.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »