Gennaio 13th, 2024 Riccardo Fucile
“DELMASTRO ERA A 300 METRI DI DISTANZA? UN’ESAGERAZIONE CHE NON FA BENE ALLA VERITA'”
Il deputato sospeso di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo ha qualcosa da
dire al sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. E al suo partito. Lo fa attraverso un’intervista al Foglio, nella quale fa un’eccezione alla linea che si era dato, ovvero di parlare solo con i magistrati perché «esclusivamente in quella sede uscirà la verità».
La verità sul colpo di pistola partito a Capodanno nell’ex asilo di Rosazza in provincia di Biella. Che ha ferito l’operaio Luca Campana, e del quale pare disposto ad assumersi solo in parte le responsabilità. Anche perché dalle testimonianze è risultato che nessuno lo ha visto premere il grilletto. E ci sono almeno una ventina di secondi di “buco” tra il momento in cui a Pozzolo cade di tasca la North American arms LR22 e quello del colpo che ha colpito alla gamba Campana.
Le cose strane in Fratelli d’Italia
Ma l’obiettivo di Pozzolo pare proprio essere il suo partito: «Dentro Fratelli d’Italia stanno accadendo cose strane, si cerca di uccidere me per salvare altri», dice sibillino nel colloquio con Simone Canettieri. Altri chi? L’obiettivo sembra proprio il suo ex mentore Delmastro. Anche se lui fa sapere anche che prima di Capodanno si stava occupando del Piano Mattei e che aveva aperto un’interlocuzione proprio con la premier Meloni. «Sì, sarei dovuto intervenire in Aula, prima mi sentivo spesso con Giorgia», aggiunge.
Sul colpo, continua a dire di non aver sparato: «Capisco il clamore mediatico per il ruolo che ricopro. Però è un fatto di cronaca che devo affrontare con i magistrati. Sono passato sui media come un parlamentare della Repubblica fattone che si è presentato in una sala piena di gente e ha tirato fuori la pistola e ha sparato due colpi, tipo Terence Hill, colpendo un tizio».
Sostiene Pozzolo
Eppure, secondo Pozzolo, «c’è una verità fattuale e giuridica che mi accomuna a qualsiasi cittadino». Perché non si sente «una vittima e non faccio la vittima. Ma è tutto spropositato». Il punto che Pozzolo solleva è la posizione di Delmastro al momento dello sparo. Il sottosegretario ha ripetuto in testimonianze ed interviste che lui si trovava a 300 metri dalla sala, da solo, e stava caricando l’automobile con gli avanzi del Veglione. Una situazione curiosa, visto che il sottosegretario aveva la scorta e il compito degli uomini di scorta è quello di non lasciare mai solo lo scortato. Anche a Capodanno e soprattutto quando si dirige verso una zona in cui può essere in qualche modo minacciato. Pozzolo è sibillino: «Andrea è come mio fratello Michele, almeno fino alla notte di Capodanno poi è scomparso, non ci siamo più sentiti. Non eravamo amici, ma fratelli. Però ora sembra che si voglia tutelare più una terza persona, e buttare giù dalla torre me».
Il caposcorta di Delmastro
Nel discorso compare anche Pablito Morello, agente della polizia penitenziaria e caposcorta del sottosegretario. Succede quando il Foglio ricorda al deputato la frase del coordinatore di FdI Giovanni Donzelli, il quale ha detto che l’identità di chi ha sparato non cambia la posizione di Pozzolo. Questo apre alla possibilità che abbia sparato Morello? «A naso direi di sì. La nota di Donzelli mi farà riflettere tutta la notte». La tesi del caposcorta, come si è detto, è difficile da sostenere perché Morello è esperto di armi e perché è stato lui a mettere in sicurezza la pistola dopo il colpo. Poi si torna sulla posizione di Delmastro: «Trecento metri in quel contesto sono tanti… Questa è una valle alpina piccola, molto stretta: trecento metri qui non sono come i trecento metri di Roma. È facile capire che c’è stata un’esagerazione. Ma non capisco perché esagerare troppo: non so se porta bene nella ricerca della verità», dice sibillino Pozzolo.
Andrea non c’era
Poi precisa meglio: «Andrea davanti a me non c’era, bisogna essere onesti. Che poi lui abbia esagerato dicendo che era a Canicattì è un’altra questione, di cui fatico a comprendere l’utilità. Non capisco perché, lui non era sicuramente un protagonista effettivo». E quando si parla di Matteo Renzi, che nel question time in Senato con Carlo Nordio ha criticato proprio la posizione della scorta lontano dallo scortato, Pozzolo afferma che il leader di Iv non ha tutti i torti.
(da Open)
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Gennaio 13th, 2024 Riccardo Fucile
L’UOMO E’ MORTO NEL CARCERE DI ORISTANO IL 12 OTTOBRE 2022: UFFICIALMENTE SUICIDIO, MA LA VERITA’ SEMBRA UN’ALTRA … SECONDO DUE TESTIMONI AVREBBE SUBITO UN PESTAGGIO DA AGENTI PENITENZIARI
“Nessun segno di percosse nell’esame macroscopico il quale ha confermato l’assenza della rottura dell’osso del collo, che secondo la procura di Oristano costituiva la causa del decesso. Si attendono gli esiti della Tac e dell’esame microscopico per accertare le reali cause della morte”.
Se per la verità sulla morte di Stefano Dal Corso occorrerà ancora aspettare, le falsità che ruotano intorno ai fatti avvenuti il 12 ottobre del 2022 nel carcere di Oristano sono arrivate al capolinea.
Lo spiega chiaramente l’avvocato che assiste la famiglia, Armida Decina, quando a margine dell’autopsia spiega che a un primo esame contraddice quanto affermato dal medico intervenuto nella cella numero 8 del penitenziario sardo dopo la morte del 42enne romano.
Lo si era capito subito: non è semplice analizzare un corpo a distanza di 15 mesi dalla morte. Tuttavia qualcosa deve avere insospettito l’avvocato Armida Decina e i suoi consulenti. Qualcosa che il legale che assiste la famiglia di Stefano Dal Corso, il detenuto romano morto nel carcere di Oristano, aveva deciso di custodire gelosamente ma che comunque le strappava un sorriso.
Poi le notizie trapelate, quelle in cui si diceva che non emergevano percosse sul corpo della vittima, devono aver mutato qualcosa. E il legale ha detto quanto ha appreso: sembra che Stefano Del Corso non sia morto a causa della rottura dell’osso del collo. E allora come è morto?
Un audio, due testimoni e una voce al telefono affermano che Stefano Dal Corso non è morto impiccato, come sostiene la procura sarda, ma dopo un pestaggio.
I dubbi, le incongruenze e gli elementi sospetti sono affiorati a poco a poco. Nel frattempo i magistrati rigettavano le richieste di autopsia. Lo hanno fatto per sette volte. Hanno anche archiviato il fascicolo. Poi è stato riaperto e alla fine l’esame autoptico è stato fatto. Si spera che non sia troppo tardi. Perché il corpo esaminato oggi all’ospedale Gemelli di Roma dal medico legale Roberto Demontis e dai consulenti nominati dalla famiglia (il medico legale Claudio Buccelli, l’ematologa forense Gelsomina Mansueto e l’esperto tossicologico Ciro Di Nunzio) non è in condizioni ottimali. Impossibile vedere a occhio nudo se sia stato picchiato o meno. Se si sia impiccato o se sia stato strangolato. Occorreranno altre analisi, microscopiche. E poi l’esame tossicologico, l’esito della tac. Ufficialmente si sapranno tra novanta giorni.
Secondo il medico che ha analizzato il corpo di Dal Corso dopo la morte, il detenuto 42enne, momentaneamente in Sardegna per assistere a un processo che lo riguardava, sarebbe deceduto dopo essersi spezzato l’osso del collo impiccandosi. Analisi più accurate diranno se ciò è vero. Al momento sembra di no.
(da agenzie)
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Gennaio 13th, 2024 Riccardo Fucile
LO SFOGO DI FRANCESCA CUCCHIARA: “L’ESPULSIONE DELLE PERSONE MENO ABBIENTI DALLA CITTA’ E’ UNA STORIA TRISTE”
«Sono esattamente cinque anni che vivo a Milano e questa è la quarta
volta che cambio casa». A parlare è Francesca Cucchiara, consigliera comunale di Europa Verde nel capoluogo lombardo. Negli ultimi anni, Milano è diventata la città-simbolo del fenomeno del caro-affitti. L’aspetto curioso è che la corsa al rialzo delle locazioni per gli appartamenti non ha risparmiato nemmeno Cucchiara, che non solo vive in città ma è stata eletta come rappresentante in consiglio comunale. «La storia è più o meno sempre la stessa: il contratto scade, l’affitto aumenta, oppure l’appartamento viene messo in vendita e quindi bisogna andar via», ha raccontato la consigliera dei Verdi sui suoi canali social. Cucchiara definisce il mercato immobiliare degli affitti «una giungla» e parla di «una competizione alla Hunger Games in cui ti trovi a sgomitare fra altri mille disgraziati come te che cercano di accaparrarsi un alloggio ad un prezzo accessibile (e possibilmente umanamente abitabile)». La consigliera aggiunge: «Una persona che guadagna 1.500 euro al mese se non vuole alloggiare in una cripta non ha altre possibilità, salvo eccezioni, che emigrare ai margini della città».
Lo scorso anno, per protestare contro il fenomeno del caro-affitti si è formato il cosiddetto «popolo delle tende», un gruppo di studenti universitari e giovani lavoratori che hanno cominciato ad accamparsi fuori dal Politecnico di Milano per chiedere azioni immediate da parte della politica. Da allora, di novità ce ne sono state ben poche e il problema, soprattutto nel capoluogo lombardo, continua a farsi sentire. «L’espulsione delle persone meno abbienti da Milano – scrive Cucchiara – è una storia triste (a parte la mia che potrebbe anche far ridere, visto il paradosso istituzionale) e che provoca frustrazione, insofferenza e quella voglia di dire che “Milano fa schifo”». Eppure, sostiene la consigliera, il problema non è della città ma di «un mercato immobiliare sempre più avido, che si muove senza regole e senza uno Stato capace di intervenire». Anzi, a cinque anni dal suo arrivo a Milano, Cucchiara dice di amare Milano ancora più di prima, «perché è una città viva, combattente, caparbia, impaziente, orgogliosamente antifascista e – conclude la consigliera – capace di mobilitarsi per ciò che ritiene giusto, compreso il diritto alla casa».
(da agenzie)
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Gennaio 13th, 2024 Riccardo Fucile
IL VOTO DETERMINERA’ LA DIREZIONE DELLE RELAZIONI DELL’ISOLA CON LA CINA
Urne chiuse a Taiwan. Oggi, sabato 13 gennaio, 19,3 milioni gli elettori si sono recati ai seggi per l’elezione del nuovo presidente, che prenderà il posto di Tsai Ing-wen, e il rinnovo del parlamento monocamerale. Il voto cruciale determinerà la stabilità regionale dell’isola, che la Cina rivendica come propria, e persino quella globale, vista la competizione sempre più dura tra Pechino e Washington.
Stando alle prime proiezioni pubblicate da South China Morning Post, a circa metà spoglio William Lai – candidato del Partito democratico progressista (Dpp) e attuale vice presidente, definito da Pechino «grave pericolo» – è al momento in testa con oltre il 40% dei voti validi. Staccato da Hou Yu-ih, candidato del Kuomintang (Kmt) e il più aperto al dialogo con la Cina, con il 34%; terzo Ko Wen-je del Partito popolare (Tpp), né indipendentista, né conciliante con Pechino, con circa il 24%.
Lai Ching-te del Partito democratico progressista da otto anni al governo, che si fa chiamare William Lai, è l’attuale vicepresidente dell’isola.
Nei giorni scorsi, la Cina lo aveva definito un «piantagrane con posizioni indipendentiste» e pure un «grave pericolo».
Chen Binhua, portavoce dell’Ufficio per gli affari di Taiwan del governo cinese, aveva infatti espresso «la speranza che i compatrioti di Taiwan vedano il grave pericolo dell’istigazione di conflitti attraverso lo Stretto da parte di Lai e facciano la scelta giusta al bivio», si leggeva nella dichiarazione rilanciata dai media statali.
Per l’attuale vice presidente dell’isola, che si è spostato su posizioni – per certi versi – meno indipendentiste, «non c’è alcuna volontà di proclamare formalmente l’indipendenza» poiché «la nostra isola è già sovrana di fatto e lo status quo nello Stretto serve l’interesse della stabilità mondiale». Il suo obiettivo è quello rafforzare la difesa militare di Taiwan per evitare un’invasione cinese
La censura cinese
Le delicate elezioni di Taiwan sono finite nelle maglie della censura del Great Firewall cinese. La piattaforma mandarina di social media Weibo, corrispondente all’X cinese, ha bloccato gli hashtag sul voto in corso a Taipei dopo che il tema era diventato uno degli argomenti di maggiore tendenza. «In conformità con le leggi, i regolamenti e le politiche pertinenti, il contenuto di questo argomento non viene visualizzato», è il messaggio che appare sulle ricerche dell’hashtag “elezioni di Taiwan”.
8 jet e 6 navi militari cinesi intorno all’isola
Nel frattempo, il ministero della Difesa di Taipei ha riferito di aver rilevato 8 jet e 6 navi militari cinesi intorno all’isola nelle 24 ore fino alle 6 locali (le 23 di venerdì in Italia). In una nota, ha anche precisato che un aereo, un modello Y-8 ASW, è entrato nella zona di sudovest dello spazio di difesa (Adiz), spingendo le forze armate taiwanesi a seguire la situazione in modo da poter rispondere nel migliore dei modi all’evoluzione degli eventi.
(da agenzie)
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Gennaio 13th, 2024 Riccardo Fucile
L’EX AMBASCIATRICE ALL’ONU È PERO’ ANCORA LONTANA DA TRUMP, PER ORA IRRAGGIUNGIBILE … TUTTE LE RILEVAZIONI DICONO CHE DE SANTIS PERDEREBBE CONTRO BIDEN, MENTRE PER TRUMP SI PROSPETTA UN TESTA A TESTA COL PRESIDENTE: SOLO NIKKI HALEY ESCE VINCENTE DAL CONFRONTO CON IL PRESIDENTE USCENTE, IN QUALCHE CASO CON SCARTI DI PIÙ DEL 10 PER CENTO
In America le primarie servono a far conoscere i candidati e i loro
programmi. Ma sono anche una prova di resistenza fisica e psichica […] Il duello in corso in Iowa, dove lunedì partirà la stagione elettorale repubblicana con la votazione serale nei caucus in condizioni meteo che renderanno il voto un atto di eroismo (ghiaccio ovunque dopo le nevicate di oggi e una temperatura massima di oltre venti gradi sotto zero con l’accompagnamento di forti venti) per ora è un testa a testa tra Nikki Haley e Ron DeSantis: […] l’ex governatrice del South Carolina e il governatore della Florida si disputano il ruolo di sfidante di Donald Trump, per adesso irraggiungibile nei sondaggi.
DeSantis, governatore della Florida, indietro nei sondaggi in New Hampshire e South Carolina, prossime tappe del grande circo delle primarie, ha puntato tutto sull’Iowa: ha ottenuto l’endorsement della governatrice Kim Reynolds, ha messo in piedi una massiccia organizzazione elettorale, ha tenuto comizi in tutte le 99 contee. Ma nei sondaggi non è mai andato oltre il 20 per cento rispetto al 50 di Trump […] è apparso prolisso e poco convincente nel mettere in fila i suoi slogan da «trumpista senza Trump» e nell’attaccare la Haley, dipinta come globalista e serva delle corporation.
Nikki Hakey parla in una grande sala gremita di supporter (tutti bianchi, ma in Iowa neri e ispanici arrivano appena al 15 per cento) e giornalisti delle maggiori testate americane, dalla CNN al New York Times. Sorridente, distesa, ostenta garbo e gentilezza. Non affonda tropo il coltello nel costato degli avversari: Trump ha fatto cose buone ma dove c’è lui scoppia il caos, è una situazione insostenibile. Poi liquida il governatore della Florida invitando i presenti a consultare il sito (da lei creato) DeSantisLies.com: le bugie di DeSantis.
Il vero affondo lo fa coi sondaggi: tutte le rilevazioni dicono che de Santis perderebbe contro Biden, mentre per Trump si prospetta un testa a testa col presidente: «Solo io esco vincente dal confronto col leader democratico, in qualche caso con scarti di più del 10 per cento: puntate su di me».
In Iowa Nikki è partita tardi ma ora, con le rilevazioni che la danno in forte crescita in New Hampshire fino a minacciare il primato di Trump, e il ritiro di Chris Christie che le lascia più spazio (aveva posizioni vicine alle sue) la Haley sente di avere il vento in poppa anche in vista del caucus di lunedì. Quantomeno per scavalcare DeSantis e costringerlo alla resa: attaccare il primato di The Donald resta un’impresa titanica. Nikki non si risparmia: parla con tutti, stringe mani, incoraggia, consola, si presta a una serie infinita di selfie (rito evitato da DeSantis).
Se per ogni foto arrivasse un voto probabilmente vincerebbe, ma il caucus del 2020 ha dimostrato che una simile equazione non ha fondamento. Gli ultimi sondaggi dell’Iowa, però, le danno speranza: salita al 20 per cento scavalcando DeSantis calato al 13 nonostante il sostegno della governatrice. Sarebbe un buon trampolino per tentare la rincorsa a Trump.
/da agenzie)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
LA COMMISSIONE STA DISCUTENDO L’INTRODUZIONE DI UNA DIRETTIVA CHE PREVEDE “NORME MINIME” PER COMBATTERE ALCUNI CRIMINI, TRA CUI QUELLO CHE CHE IL GOVERNO STA SBIANCHETTANDO IN ITALIA
L’abolizione del reato d’abuso d’ufficio rappresenta un passo indietro nella lotta alla corruzione e una svolta nella direzione opposta verso la quale sta andando l’Ue. Per questo la Commissione è tornata a bacchettare il provvedimento firmato dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Per questo – ora che l’iter legislativo è entrato nel vivo con il via libera della commissione Giustizia del Senato – la Commissione è tornata a farsi sentire, nella speranza che il Parlamento corregga la sua rotta prima che sia troppo tardi. Un intervento destinato ad alimentare le polemiche politiche tra la maggioranza (sostenuta anche da Italia Viva) e l’opposizione (all’interno della quale, però, il Partito democratico deve fare i conti con le richieste di modifica del reato da parte degli amministratori locali).
Gli argomenti di Bruxelles sono sempre gli stessi e sostanzialmente in linea con le osservazioni che arrivano dalla sinistra, dal M5S e con la posizione ufficiale del Pd: «Le modifiche proposte – ha rimarcato il portavoce della Commissione – depenalizzerebbero importanti forme di corruzione e potrebbero incidere sull’efficacia dell’individuazione dei fatti di corruzione e sulla lotta per contrastarla».
Per questo da Palazzo Berlaymont assicurano: «Continueremo ovviamente a seguire gli sviluppi del processo legislativo». Le parole hanno subito scatenato la reazione della Lega: «Quella della Commissione è l’ennesima intromissione in vicende che riguardano solo l’Italia e gli italiani».
Il richiamo europeo, per il momento, è di natura puramente politica. Qualora l’Italia dovesse abolire il reato d’abuso d’ufficio, da un punto di vista strettamente giuridico non ci sarebbero conseguenze immediate sul piano europeo, visto che si tratta di un tema ancora di competenza nazionale. Ma le cose potrebbero presto cambiare perché l’Ue sta discutendo l’introduzione di “norme minime” per combattere alcuni crimini e l’Italia rischia di trovarsi ben presto costretta a reintrodurre il reato di abuso d’ufficio.
Nel maggio scorso l’esecutivo guidato da Ursula von der Leyen ha messo sul tavolo una direttiva che punta ad «armonizzare le definizioni di reati perseguibili come corruzione» e che prevede di includere in questa fattispecie non soltanto la concussione, ma anche altri reati come appunto l’abuso d’ufficio, oltre che l’appropriazione indebita e il traffico di influenze.
In sostanza, qualora la direttiva venisse approvata, tutti i Paesi sarebbero costretti a prevedere nei rispettivi ordinamenti giuridici il reato di abuso d’ufficio, che verrebbe così riconosciuto nell’intera Ue. Bruxelles ha sondato tutti i Paesi per chiedere informazioni in merito ai rispettivi quadri normativi. Soltanto la Danimarca (che ha una serie di esenzioni per le politiche della Giustizia) e la Bulgaria non hanno risposto al questionario.
Dalla tabella riepilogativa inserita nella direttiva emerge che l’abuso d’ufficio è punito in tutti i 25 Stati membri sui 25 che hanno fornito i dati, con una durata della pena che va da un minimo di un anno a un massimo di 20. Stesso discorso per il peculato, l’appropriazione indebita e il reato di intralcio alla giustizia. Il traffico di influenze è reato in 23 Paesi su 25, mentre “l’arricchimento senza causa” soltanto in otto. L’iter di approvazione della direttiva Ue, che poi andrà recepita nell’ordinamento nazionale, non si è ancora concluso.
In estate il Parlamento italiano aveva adottato un parere sulla proposta avanzata dalla Commissione di Ursula von der Leyen, contestando in primo luogo la violazione del principio di sussidiarietà: la maggioranza, in sintesi, ritiene che la materia non sia di competenza europea, ma nazionale. Una mossa che non aveva spostato di una virgola la posizione della Commissione, convinta invece del contrario.
Il punto è che il governo Meloni non ha il potere di bloccare l’approvazione della direttiva, per la quale è sufficiente la maggioranza qualificata degli Stati membri (almeno 15 che rappresentino il 65% o più della popolazione). Per mettersi di traverso, l’Italia dovrebbe costruire una minoranza di blocco, ma non sarà facile. Ancor più difficile pensare di poter bocciare il provvedimento all’Europarlamento, dove basta la maggioranza semplice.
(da La Stampa)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
NE PARLA TUTTO IL MONDO, SALVO LA MELONI
Quando i carabinieri hanno bussato alla sua porta, il sottosegretario
alla Cultura Vittorio Sgarbi già conosceva il motivo di quella visita: volevano il quadro della discordia, ovvero La Cattura di San Pietro, un caravaggesco del Seicento senese opera del maestro Rutilio Manetti.
Una tela ormai nota anche ai non esperti in materia: il dipinto, infatti, è al centro del fascicolo della Procura di Macerata che ha iscritto nel registro degli indagati il sottosegretario alla Cultura del Governo Meloni con l’accusa di riciclaggio di beni culturali.
Il motivo? La Cattura di San Pietro è stato rubato nel 2013 dal castello di Buriasco, in Piemonte. Poi è riapparso nel 2021 a Lucca, in una mostra a tema, indicato come proprietà personale di Vittorio Sgarbi. Si tratta dello stesso quadro? L’inchiesta giornalistica de Il Fatto Quotidiano e di Report ha evidenziato tutta una serie di elementi che lasciano pochi dubbi in merito. Ora toccherà agli inquirenti chiudere (o meno) il cerchio.
I carabinieri del Nucleo tutela patrimonio, infatti, hanno preso in consegna il dipinto (si tratta di sequestro probatorio) dopo aver perquisito tre abitazioni riconducibili al celebre critico d’arte (a San Severino Marche, Roma e Rò Ferrarese) che, dal canto suo, non ha potuto far altro che consegnare spontaneamente la tela per permettere tutti gli accertamenti necessari.
Contestualmente, a Sgarbi è stata consegnata la notifica della posizione di indagato, relativa all’ipotesi di reato di riciclaggio per – si legge nella nota dei carabinieri – “avere acquisito la disponibilità di un bene culturale costituito da un quadro del 1600 di grosse dimensioni raffigurante un giudice che condanna un uomo dal viso venerando dal profilo di San Pietro di autore ignoto ricordante i pittori Solimena e il Cavallino“.
Non solo. Sono stati sequestrati anche dispositivi telematici, informatici e documentali. Ancora la nota dei carabinieri: “L’opera sarebbe il provento di furto avvenuto presso il castello di Buriasco ai danni della proprietaria Margherita Buzio, denunciato il 14.02.2013 ai carabinieri di Vigone (To), in concorso con persone allo stato ignote. Le perquisizioni – si legge nel prosieguo del comunicato – hanno portato al sequestro del dipinto per i successivi riscontri scientifici, dipinto che è stato trovato dalle autorità presso magazzini di Ro Ferrarese (Fe) nella disponibilità della Fondazione “Cavallini-Sgarbi” assieme ad una copia in 3d, fatta eseguire da un laboratorio di Correggio (Re)”. Il laboratorio in questione è quello dei fratelli De Petri, che nei giorni scorsi hanno raccontato in anteprima al Fatto e a Report (con tanto di foto e video a corredo) le visite di Sgarbi nella loro sede, i lavori fatti per lui e la sua recente retromarcia. “Fa finta di non conoscerci” hanno detto, sostenendo che il sottosegretario “mente su di noi per sviare le indagini”.
La nota dei carabinieri, poi, contiene un particolare non di secondo piano: l’accusa è di aver compiuto “in concorso con persone allo stato ignote, su tale quadro operazioni finalizzate ad ostacolarne la provenienza delittuosa, facendovi inserire in alto a sinistra della tela una torcia, attribuendo l’opera al pittore senese Rutilio Manetti dal titolo ‘La cattura di San Pietro’ e affermando la titolarità del quadro asseritamente rinvenuto all’interno di un immobile acquistato dalla fondazione Cavallini-Sgarbi”.
Si tratta di Villa Maidalchina, vicino Viterbo, acquistata dal sottosegretario negli anni passati. A questo punto non è difficile immaginare che il prossimo passo dell’indagine sia quello di confrontare La Cattura di San Pietro sequestrata Sgarbi con il lembo di tela originale che i ladri hanno lasciato attaccato alla cornice al momento del furto. Come documentato da Il Fatto e da Report, infatti, nel 2013 i malviventi si sono introdotti nel maniero di Buriasco per rubare la tela, l’hanno tagliata per rimuoverla, ma hanno incautamente lasciato un pezzetto di stoffa dell’epoca nel riquadro del capolavoro del Seicento. Un reperto da cui ora dipende l’esito della vicenda.
Il sottosegretario del Governo Meloni ha sempre rispedito al mittente ogni accusa, attaccando a sua volta i giornalisti e chiunque avesse denunciato il suo comportamento, cercando anche di impedire la messa in onda del servizio e minacciando richieste danni milionarie.
Una difesa, quella di Sgarbi, fatta anche di risposte paradossali. In un’occasione, alla richiesta dei cronisti che hanno condotto l’inchiesta di visionare il quadro, ha risposto: “Non posso, l’ho venduto”. Parole che erano sembrate di circostanza sin da subito, ma che ora – con il sequestro della tela da parte dei carabinieri – rappresentano l’ennesimo aspetto kafkiano di una vicenda davvero incredibile. Tanto incredibile che la notizia dell’indagine a carico del sottosegretario alla Cultura ha fatto il giro del mondo. Ne ha scritto chiunque, giornali molto importanti e testate di settore, dal Sud America all’Europa: “Ladròn de cuadros?” si chiedono alcune testate, mentre quasi tutte hanno sottolineato il silenzio tombale sulla vicenda della premier Giorgia Meloni. Che forse non potrà più tacere ora che l’indagine della procura (e l’inchiesta giornalistica) è arrivata al punto di svolta.
(da il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
MAI VISTO UN GENERALE IN SERVIZIO CHE GIRA L’ITALIA PER PRESENTARE IL SUO LIBRO
Il ministro Guido Crosetto stavolta tace, ma lo raccontano “incazzato nero”. Perché l’idea di un generale in servizio, che resta in servizio ma gira l’Italia per presentare il suo bestseller estivo (Il mondo al contrario, autoprodotto e poi ripubblicato da Il Cerchio) e intanto prepara un secondo libro, stavolta autobiografico, in vista di una sempre più probabile candidatura alle Europee con la Lega, fa pensare più al Sudamerica – nel senso deteriore del termine – che a una democrazia europea. Alla Difesa pensano che “l’attuale attività pubblica del generale Vannacci non ha più nulla a che fare con la semplice presentazione di un libro o con il dibattito culturale sulle sue idee, ma evidenzia l’intenzione di costruirsi un percorso politico fatto di prese di posizione che nulla hanno a che vedere con le leggi, gli ordinamenti e il decoro che ogni militare è tenuto a rispettare”.
Non è andato giù, a Crosetto, l’annuncio dell’uscita a marzo de La forza e il coraggio, anticipato ieri dal Fatto. “La notizia de Il Fatto non è assolutamente vera”, ha detto Vannacci ad affaritaliani.it, ripreso dall’Ansa. Ma la notizia del Fatto è in realtà di Piemme, il nuovo editore del generale, che ha inviato alle librerie un lancio di promozione del volume indicando l’uscita a marzo 2024, tre mesi prima del voto. Ufficialmente la candidatura non c’è ancora, Matteo Salvini l’ha offerta e Vannacci, oggi capo di Stato maggiore e cioè numero tre del Comando delle forze terrestri, dice che “ci sta pensando”. Con il Fatto il generale è più prudente: “Sono a buon punto, ma non so se esce a marzo”. Secondo Piemme, il libro racconterà “l’infanzia a Parigi, gli anni della formazione, il comando di uomini straordinari nei teatri operativi di tutto il mondo”.
Questi ultimi aspetti riguardano attività di servizio e per scriverne, secondo i regolamenti, i militari devono chiedere l’autorizzazione. Non l’ha ancora chiesta. “Farò tutto ciò che è necessario ”, assicura Vannacci al Fatto. Non l’aveva chiesta per il caso letterario dell’estate, il libro che attacca gay, figli di stranieri, femministe e ambientalisti: è in corso l’indagine disciplinare, Vannacci è accusato in sostanza di fare politica in divisa e vedremo come finirà. Le regole non sono così chiare. Ma forse il generale ha già vinto: checché ne pensi Crosetto, i suoi superiori non mostrano di voler entrare in conflitto con un ufficiale in cui si riconoscono gran parte dei militari e della destra italiana.
(da il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
DOMBROVSKIS, SUPER-FALCO VICEPRESIDENTE ESECUTIVO DELLA COMMISSIONE: “L’ITALIA DA MOLTI ANNI HA CONOSCIUTO STRUTTURALI BASSI TASSI DI CRESCITA. È IMPORTANTE USARE LE OPPORTUNITÀ FORNITE DAL PNRR PER LE RIFORME STRUTTURALI”…“A GIUGNO APRIREMO LE PROCEDURE PER DISAVANZO ECCESSIVO, E AVREMO BISOGNO DI CHIAREZZA”
“Abbiamo anche chiarito che raccomanderemo al Consiglio l’apertura
delle procedura per disavanzo eccessivo nel giugno 2024, ma avremo bisogno di chiarezza e prevedibilità analoghe anche per i prossimi anni”. “E’ essenziale che il Parlamento e il Consiglio raggiungano un accordo sulle nuove regole di governance economica e adottino la legislazione il più rapidamente possibile”. Lo ha detto il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Valdis Dombrovskis in audizione alla Commissione Econ del Parlamento europeo “Dato anche il contesto odierno di tassi di interesse elevati e sfide economiche significative dobbiamo portare le finanze pubbliche di nuovo in pista preservando la sostenibilità e dando spazio agli investimenti e alle riforme”, ha sottolineato Dombrovskis.
“Dato anche il contesto odierno di tassi di interesse elevati e sfide economiche significative dobbiamo portare le finanze pubbliche di nuovo in pista preservando la sostenibilità e dando spazio agli investimenti e alle riforme”, ha sottolineato Dombrovskis.
“L’Italia da molti anni ha conosciuto strutturali bassi tassi di crescita. Quel che è importante è usare le opportunità fornite dal Pnrr, non solo di investimento ma anche di riforma per implementare le necessarie riforme strutturali”. Lo ha detto il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis, interpellato in Commissione Econ al Pe su come sia possibile che nonostante i fondi del Recovery i tassi di crescita del Paese siano stati bassi.
(da agenzie)
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