Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
FACCIA A FACCIA COI LEADER UE SULL’ECONOMIA: “CI FAREMO GUIDARE DAL TUO RAPPORTO”
L’ex governatore della Bce Mario Draghi ha fatto oggi il suo nuovo debutto in Ue nelle vesti di “super-consulente” della Commissione europea. All’ex premier nei mesi scorsi Ursula von der Leyen ha chiesto di elaborare un rapporto sul futuro della competività dell’Unione. Compito preso molto sul serio da Draghi, impegnato in questa fase in un ampio giro di ascolto degli interlocutori sul tema: a Milano prima, a Bruxelles poi, “SuperMario” ha incontrato i leader delle rappresentanze delle più grandi aziende del continente. Quindi oggi il primo faccia a faccia con il Collegio dei commissari di Bruxelles al gran completo. La riunione si è svolta in una località top secret a sud di Bruxelles, nella campagna belga. È stato Draghi a dare il via all’incontro introducendo il dossier e le sfide sul tavolo per l’Unione: poi il giro di tavolo tra i commissari per ascoltare spunti e pareri. «Caro Mario Draghi, grazie per l’eccellente scambio di vedute avuto oggi con la Commissione sulla competitività», ha scritto su X von der Leyen pubblicando le foto dell’incontro e guardando alle prossime tappe. «Non vedo l’ora di ricevere il tuo rapporto per aiutarci a guidare il dibattito su come rafforzare l’economia dell’Ue».
Draghi lo elaborerà nei prossimi mesi e lo consegnerà dopo le elezioni europee d’inizio giugno: a basarsi su di esso, se vorrà, sarà dunque la prossima Commissione, quella che s’insedierà a novembre 2024 anche sulla base dei risultati delle Europee.
Il nome di Draghi è da giorni nuovamente sulla bocca di molti attori della politica europea: dopo il passo indietro di Charles Michel, che ha annunciato il suo ritiro anticipato dal ruolo di presidente del Consiglio europeo (per candidarsi in Belgio alle Europee stesse), quello dell’ex “mister Euro” è. uno dei nomi più gettonati per guidare nel prossimo quinquennio i lavori dei capi di Stato e di governo Ue. Ma di acqua sotto i ponti di Bruxelles ne deve passare ancora parecchia.
(da agenzie)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
UFFICIALMENTE DOVREBBE AGEVOLARE GLI ONESTI, MA DUE MODIFICHE FAVORIRANNO I POTENZIALI EVASORI
Il concordato preventivo biennale – la novità per il 2024 che rientra
nella riforma fiscale del governo Meloni – potrebbe diventare uno strumento che favorisce chi evade le tasse.
Il ragionamento alla base del concordato nella sua forma attuale è semplice: chi ha una partita Iva ed è particolarmente affidabile a livello fiscale può fare un accordo con l’Agenzia delle Entrate, stabilire in anticipo quanto si pensa di incasserà nei successivi due anni e quindi quante tasse dovrà pagare; in cambio, la partita Iva evita i controlli, perciò se guadagna più del previsto paga comunque la stessa quantità di imposte già decisa.
Tuttavia, il testo del decreto che introdurrà il concordato è passato dalla commissione Finanza della Camera, dove il centrodestra ha approvato delle “osservazioni”.
Si tratta di richieste di modifica che il governo ha accettato, stando a quanto ha dichiarato il viceministro dell’Economia Maurizio Leo al Sole 24 Ore. E queste modifiche cambierebbero molto il modo in cui il concordato funziona. Tanto che Maria Cecilia Guerra, deputata del Pd e responsabile Lavoro della segreteria dem, ha dichiarato: “Essere affidabili darà solo svantaggi”.
Come cambiano le regole sulle pagelle di affidabilità
Cosa cambierebbe con le modifiche chieste dalla Camera? Soprattutto due cose. La prima riguarda il cosiddetto Indice Isa. L’Indice sintetico di affidabilità fiscale è una ‘pagella’ che l’Agenzia delle Entrate calcola per alcuni contribuenti. L’Isa è un voto da 1 a 10, che l’Agenzia assegna a 2,4 milioni di contribuenti. Attualmente, il concordato preventivo è riservato a chi ha un punteggio Isa di almeno 8. Secondo i dati più aggiornati, circa il 44% del totale degli interessati soddisfa questo requisito, quindi poco più di un milione di partite Iva.
Il viceministro all’Economia Maurizio Leo, uno dei principali promotori della riforma fiscale, aveva sottolineato che, anche grazie al requisito Isa, il concordato non sarebbe stato un “favore agli evasori”.
La commissione Finanze della Camera ha chiesto invece che “l’accesso al concordato preventivo biennale venga esteso, nel rispetto della disciplina relativa agli Isa, a tutti i contribuenti che ne facciano richiesta”. Insomma, accesso libero a tutti coloro che lo chiedono, a prescindere dal loro punteggio.
Perché chi ha evaso ci guadagnerebbe con il nuovo concordato
La seconda modifica più rilevante, invece, riguarda l’importo delle tasse da pagare. La commissione ha chiesto quando l’Agenzia calcola il possibile reddito della partita Iva interessata, possa prevede un aumento massimo del 10% rispetto all’anno di riferimento. Insomma, se la richiesta viene da un lavoratore autonomo che nel 2022 risulta aver guadagnato 50mila euro, l’Agenzia potrà proporre che per i successivi due anni si paghino le tasse per un guadagno massimo di 55mila euro, cioè il 10% in più.
Non importerà, quindi, se l’Agenzia delle Entrate ha motivo di credere quel lavoratore potrebbe aumentare parecchio le sue entrate negli anni successivi.
Se vorrà proporre una tassazione più alta, il Fisco dovrà fare una proposta motivata e sottoposta a eventuale contraddittorio. Il rischio, secondo l’opposizione, è che potrebbe richiedere il concordato anche chi negli anni precedenti non ha dichiarato tutte le sue entrate.
Se il suo effettivo guadagno è stato di 100mila euro, ad esempio, ma ne ha dichiarati solo 50mila, l’Agenzia potrebbe proporre al massimo di pagare tasse per 55mila euro. E, per due anni, si eviterebbero anche i controlli e gli accertamenti. “Quanto più si è evaso nell’anno di riferimento tanto più ci si guadagna. Avevano promesso che avrebbero ridotto le tasse, ora sappiamo a chi”, ha commentato Guerra.
(da Fanpage)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
LO STUDIO SUL SISTEMA FISCALE ITALIANO DELLE UNIVERSITA’ DI PISA E MILANO
Aumentano (ancora) le diseguaglianze. Un nuovo studio congiunto di Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Università di Milano-Bicocca, sui redditi italiani e il panorama fiscale, certifica come l’1% più ricco della popolazione paghi in proporzione meno tasse del restante 99% dei contribuenti. La ricerca, pubblicata anche dalla rivista scientifica Journal of the European Economic Association, definisce il sistema fiscale italiano come “blandamente progressivo”, ma che “diventa addirittura regressivo” per il 5% dei contribuenti più abbienti, che finiscono per pagare un’aliquota effettiva inferiore al 95% degli altri.
Non solo: nello studio si evidenziano anche importanti differenze rispetto alla tipologia di reddito. I lavoratori dipendenti sono quelli che pagano più imposte, seguiti dagli autonomi, dai pensionati e, infine, da chi percepisce soprattutto rendite finanziarie e locazioni immobiliari.
Demetrio Guzzardi, autore dello studio e ricercatore in Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ha spiegato come siano state individuate “le fasce di reddito che hanno perso di più negli ultimi anni”. Si tratta del 50% più povero degli italiani: dal 2004 al 2015 il reddito nazionale reale si è ridotto del 15% e a farne le spese sono stati i meno abbienti con un calo del 30% circa. All’interno del 50% più povero di popolazione, a fare le spese di questo calo sono stati soprattutto i giovani tra i 18 e i 35 anni, che hanno perso circa il 42% del loro reddito. Lo studio evidenzia poi significative diseguaglianze di genere, che sussistono in ogni classe di reddito, ma raggiungono i valori più alti nell’1% più ricco della popolazione, dove una donna si trova a guadagnare circa la metà di un uomo.
Il 50% più povero degli italiani detiene circa il 17% del totale del reddito nazionale e vive con meno di 13mila euro all’anno. Elisa Palagi, autrice dello studio e ricercatrice di Economia alla Scuola Superiore Sant’Anna, sottolinea invece come l’1% più ricco del Paese detenga invece ben il 12% di tutta a ricchezza nazionale, che in altri termini significa una media di 310 mila euro all’anno. Ancor più in particolare, lo 0,1% più ricco detiene il 4,5% del reddito nazionale, con entrate medie superiori al milione di euro. Se anche il 50% più povero del Paese volesse arrivare a queste cifre dovrebbe risparmiare il proprio intero reddito, senza spenderne un centesimo, almeno per 76 anni.
“L’intero sistema fiscale italiano è solo blandamente progressivo per il 95% più basso della distribuzione del reddito, con un’imposizione fiscale che sale dal 40% al 50%. Il sistema diventa addirittura regressivo per il 5% dei contribuenti più ricchi con un’aliquota effettiva che scende fino al 36% per chi guadagna oltre i 500 mila euro annui. Il sistema fiscale è addirittura sempre regressivo se si considera la distribuzione del patrimonio invece che quella del reddito”, ribadisce Andrea Roventini, autore dello studio, direttore dell’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna.
Secondo gli autori dello studio, alla luce dei dati emersi, è necessario “avviare una profonda e seria discussione sullo stato attuale del sistema fiscale italiano”. Quindi la conclusione: “L’evidenza di una regressività che favorisce solo le fasce di reddito più elevate sottolinea l’urgenza di riforme mirate che non penalizzino i redditi più bassi, ma mirino a correggere gli squilibri presenti riducendo le disuguaglianze e promuovendo una distribuzione del carico fiscale in modo proporzionato. L’avvio di questo dibattito rappresenta un passo cruciale verso un sistema fiscale italiano più giusto e inclusivo, capace di sostenere una crescita economica sostenibile e di garantire benefici tangibili per l’intera società”.
(da Fanpage)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
L’ECONOMISTA ANDRA ROVENTINI ANALIZZA I VERI MOTIVI ALLA BASE DI QUESTO AUMENTO (DOVE IL GOVERNO MELONI NON C’ENTRA NULLA)
Disoccupazione giovanile, femminile e lavoro povero. L’Istat ha
pubblicato i dati sull’occupazione di novembre 2023, e come accade periodicamente gli esponenti del centrodestra e del governo Meloni hanno celebrato l’aumento del numero di occupati.
Rispetto a un anno prima, in Italia c’erano 520mila persone in più con un lavoro. Era calato sia il numero di disoccupati, sia quello di inattivi, cioè le persone che non hanno un lavoro né lo cercano. In più, l’aumento dell’occupazione era dovuto in gran parte a contratti a tempo indeterminato. Numeri alla mano, però, ci sono aspetti meno positivi.
Il tasso di occupazione femminile in un anno è aumentato di 1,4 punti, andando al 52,9%. Ma resta ancora bassissimo rispetto al resto dei Paesi europei. I dati Eurostat più aggiornati nel 2022 ponevano l’Italia nettamente all’ultimo posto in Ue. Anche per quanto riguarda i giovani, l’Istat non è incoraggiante. Sui 520mila nuovi occupati, ben 477mila hanno più di 50 anni. Solo 19mila sono under 24, mentre nella fascia di età 35-49 anni ci sono 47mila occupati in meno. I 25-34enni sono ancora a un tasso di occupazione inferiore a quello del 2007, prima della crisi economica.
Andrea Roventini, professore di Economia alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, intervistato da Fanpage.it ha spiegato perché anche al di là dei dati il governo ha poco da festeggiare per l’aumento dell’occupazione.
Ci sono molti fattori per spiegarlo, ma le politiche promosse da Meloni non sono uno di questi. E anzi, l’esecutivo sta puntando a un mercato del lavoro più precario e con sempre meno tutele.
Professore, la maggioranza ha esultato per i dati sull’occupazione e la presidente Meloni ha detto che il governo risponde agli “attacchi gratuiti” con “fatti e risultati”. Ha ragione?
Anche nel migliore dei casi, una rondine non fa primavera. Non non mi esalterei per il dato di un mese, né tantomeno – se fossi il ministro dell’Economia o il presidente del Consiglio – mi intesterei questi dati. Non vedo particolari interventi del governo che abbiano prodotto questo risultato. Una possibile chiave di lettura, per la quale io troverei questo dato piuttosto deprimente, è che nell’ultimo anno l’Italia è il Paese europeo dove i salari sono stati meno protetti rispetto all’inflazione.
Questo come si collega all’occupazione?
È ovvio che se i salari sono in picchiata, la competitività delle imprese migliora e l’occupazione può aumentare. Il nostro sistema di indicizzazione dei salari non funziona. La disuguaglianza aumenta, e questo dipende anche dalle politiche sbagliate del governo: bisognerebbe introdurre subito un salario minimo, le ricerche economiche mostrano che nei Paesi che lo hanno introdotto gli stipendi sono stati più protetti dall’inflazione, mentre l’occupazione non si è ridotta.
Quindi l’Italia ha deciso di non tutelare gli stipendi, e questo ha contribuito a far lavorare più persone?
Il fatto che Paesi come la Francia, la Spagna, la Germania abbiano protetto di più i loro salari comporta che l’Italia possa avere guadagnato competitività nei loro confronti. Ma non in maniera virtuosa, perché i guadagni di competitività si ottengono comprimendo ulteriormente il costo del lavoro, quindi soffocando le retribuzioni. E questo dato si innesta sul fatto che le retribuzioni in Italia non sono cresciute negli ultimi trent’anni, unico Paese tra quelli Ocse. Nel frattempo, mentre c’è un aumento dell’occupazione in un mese, tutti i problemi strutturali della nostra economia sono ancora lì: dalla bassa crescita della produttività, alla bassa crescita del Pil, all’aumento delle disuguaglianze.
Se non si può dare al governo il merito dell’occupazione, non gli si può nemmeno dare la colpa per la scarsa crescita del Pil?
Sono problemi strutturali, vecchi di almeno 30 anni, quindi riguardano anche i governi precedenti. Detto questo, la politica economica di questo governo non andrà a risolvere i problemi italiani, ma li aggraverà. Non si rilancia la crescita comprimendo i salari, aumentando la precarietà del lavoro. È una strategia che non funziona come le varie riforme strutturali del mercato del lavoro, lo dimostrano studi recenti di ricercatori della Banca d’Italia e del Fondo monetario internazionale.
Tornando ai dati dell’Istat, c’è stato un aumento soprattutto dei contratti a tempo indeterminato: 551mila in più, mentre scende di 57mila il numero dei dipendenti a tempo determinato. È positivo?
È vero, l’ultimo dato mostra che aumentano i contratti a tempo indeterminato, ma il problema di fondo resta la politica di questo governo che, al contrario, sta andando di nuovo nella direzione della precarietà. Si cerca di liberalizzare e ‘flessibilizzare’ di nuovo il mercato del lavoro. È stato cancellato il decreto Dignità e si sono reintrodotti i voucher… È stato poi fondamentalmente eliminato il Reddito di cittadinanza, riducendo così il potere contrattuale di un lavoratore, che è costretto ad accettare impieghi sottopagati e quindi ad accettare di diventare un lavoratore povero. Questa politica economica è disastrosa.
Se non è merito delle politiche del governo, come si spiega l’aumento dell’occupazione? Siamo ancora in una fase di risalita dopo la pandemia?
Ci sono diversi fattori. Ad esempio, abbiamo tutte le risorse del Pnrr come stimolo all’economia. Allargando lo sguardo, però, il quadro è desolante.
Perché?
Siamo nel mezzo di una crisi europea e mondiale, che è iniziata con il Covid e continuata con la guerra in Ucraina e l’aumento dell’inflazione, e che sta proseguendo con la politica monetaria restrittiva della Banca centrale europea. La Germania sta scivolando in recessione, ed è molto probabile che la nostra economia la segua. Una minore crescita farà riaffiorare i problemi strutturali del Paese. Infine, nel medio periodo, le nuove regole fiscali europee si faranno sentire.
Il governo Meloni ha sbagliato ad accettare l’accordo preso con gli altri Paesi Ue sul Patto di stabilità?
Si è comportato in modo irresponsabile andando a negoziare senza prevedere una riduzione del rapporto debito/Pil per i prossimi anni. Avremo una boccata d’ossigeno dall’Europa per i prossimi tre anni, dato che la spesa per interessi sarà conteggiata più blandamente, ma quando le nuove regole fiscali entreranno completamente in vigore, si ridurranno di molto i margini per fare politiche economiche espansive. E cosa programma di fare il governo per i prossimi tre anni? Le politiche economiche del governo non finanziano investimenti pubblici per la crescita, ma distribuiscono mance e sussidi. Anche taglio del cuneo fiscale è un sussidio mascherato alle imprese, che così non devono aumentare i salari.
Come detto, il numero di occupati è cresciuto di 520mila persone. Un dato particolare, però, è quello sull’età: 477mila di queste persone sono over 50È un dato che si può spiegare solo con l’invecchiamento della popolazione?
Non ho tutte le informazioni a disposizione per commentare in modo completo il dato, ma si conferma il fatto che l’Italia non è un Paese per i giovani. I dati mostrano un’emorragia inarrestabile di giovani che emigrano all’estero ogni anno, le politiche economiche dovrebbero focalizzarsi su questo. Questa fuga si blocca solo se i giovani hanno dei buoni posti di lavoro in Italia, e buoni posti di lavoro vuol dire a tempo indeterminato e con buone retribuzioni.
(da Fanpage)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
“E’ GIA’ SUCCESSO NEL ’47 E NEL ’67″…. “9 FAMIGLIE SU 10 NON BEVONO E NON MANGIANO NULLA PER OLTRE 24 ORE”
Le Nazioni Unite ci hanno da sempre abituato ad un linguaggio ponderato, spesso anche in contrasto con le immagini di guerra e violenza che arrivano dal mondo, ma Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi, non usa mezzi termini. In questa intervista con Fanpage.it descrive, numeri e dati alla mano, la situazione di Gaza in tutta la sua drammatica brutalità. Una “catastrofe”, come abbiamo più volte letto nei rapporti delle Nazioni Unite degli ultimi mesi, ma è davvero impressionante la sequela di numeri sulla situazione a Gaza descritti da Albanese, che si appresta a preparare il suo prossimo rapporto per l’ONU che sarà consegnato nel marzo prossimo. L’autrice del volume “J’accuse”, ha parlato anche di quelli che secondo lei sono gli obiettivi reali dell’offensiva israeliana. “Si tratta di pulizia etnica” ci spiega, e sottolinea come “la deportazione forzata di una popolazione, è un crimine contro l’umanità”.
Gli ultimi dati dell’ONU ci dicono che a Gaza è stato ucciso l’1% della popolazione a seguito dell’attacco voluto da Netanyahu, qual è la situazione oggi
La situazione è quella che non sarebbe possibile non avere dopo quasi 100 giorni di bombardamenti violentissimi, nei quali Israele ha lanciato su una striscia di terra che è di appena 365 Km quadrati, non lo dimentichiamo, 6000 bombe a settimana in media. Alcune di queste superano i 200 kg e hanno una capacità di distruzione di un’area grande come diversi campi da calcio. Oltre il 60% delle infrastrutture di Gaza è distrutto, interi quartieri residenziali sono stati rasi al suolo, hanno distrutto scuole, moschee, ospedali, panetterie, i luoghi in cui si produceva l’unico cibo possibile. Quasi tutti i 40 ospedali di Gaza non sono più operativi se non come rifugio per la popolazione sfollata, che è pari a 1 milione e 900 mila persone. Non ci sono medicine, carburante, acqua e cibo, i medici operano alla luce delle torce dei cellulari ricaricati con i pannelli solari. Ogni giorno almeno 3 bambini vengono amputati di una gamba o due.
Secondo alcuni analisti l’obiettivo di Netanyahu è quello di deportare la popolazione di Gaza, secondo lei è mai possibile che possa essere davvero questo l’obiettivo?
L’obiettivo di questo assalto è la pulizia etnica. In tempi di guerra Israele porta avanti sfollamenti forzati della popolazione, deportazioni, ce ne fu un’altra nel 1967, con 350 mila persone che furono sfollate ed a cui non è mai stato consentito di rientrare, la pulizia etnica è una realtà. E’ la storia della “nackba” che si ripete, anche nel 1947 cominciò così. A Gaza effettivamente ci sono stati già dai primi giorni elementi che lasciavano trasparire questa intenzione, c’erano delle figure nel governo o vicine al governo, che parlavano di “soluzione egiziana”. Dobbiamo ricordare che lo sfollamento forzato, la deportazione, è crimine contro l’umanità. I palestinesi si vedono derubati delle loro terre e delle loro case giorno dopo giorno, a Gaza c’è stata anche una ricostruzione di pezzi di terra con nuovi insediamenti di coloni. Oggi direi che larga parte dell’opinione pubblica israeliana sostiene che i palestinesi “se ne devono andare” perché non è possibile vivere vicini. Ci sono stati contatti tra Netanyahu e i governi di Congo e Rwanda affinché accolgano la migrazione volontaria da Gaza.
Quindi trova fondamento la tesi della deportazione dei palestinesi di Gaza in Africa?
Si l’idea c’è, e i contatti ci sono stati.
In Cisgiordania da un punto di vista bellico c’è minore intensità, ma anche lì l’esercito israeliano sta compiendo delle operazioni militari, perché?
I coloni sono stati nuovamente armati, e sollecitati da dichiarazioni genocidiali come quelle del ministro Ben Gvir. Stanno facendo razzie, dei veri e propri pogrom a tutte le ore del giorno e della notte, soprattutto nei confronti della popolazione palestinese che vive in aree più remote e rurali.
Sono supportati dall’esercito?
Si certamente sono protetti dall’esercito.
Netanyahu sta attaccando le basi di Hezbollah in Libano, le chiedo come questo si possa conciliare con il diritto internazionale e se c’è il rischio di una escalation del conflitto in tutta la regione?
Sì c’è il rischio di una escalation del conflitto in tutta la regione, anche se la regione in questo momento è in ginocchio. Io spero che non ci sia una esclation militare perché quella popolazione non ne ha bisogno, è chiaro però che lanciare missili contro il territorio di uno Stato sovrano è un attacco che potrebbe provocare, nel caso specifico nel Libano, l’invocazione del diritto di autodifesa. Vede è questa l’incapacità e la schizofrenia del mondo occidentale, l’attacco di Hamas nei confronti di Israele del 7 ottobre, ma anche prima il lancio dei razzi, giustificano la guerra, ed il Libano e la Siria che si stanno prendendo frequentemente i missili israeliani? Questa non è la prima volta che Israele lancia missili contro un paese della stessa regione di questi tempi. Che dire? Dissonanza cognitiva.
Cosa sta succedendo ai valichi di confine dove gli aiuti umanitari dovrebbero provare ad entrare a Gaza?
Immagina che un giorno tutto ciò che possiedi, dalle lenzuola, ai libri, ai ricordi della tua infanzia, ai documenti che ti servono per dimostrare chi sei, tutto venga spazzato via e distrutto, non hai più niente e non hai neanche da mangiare. Non hai un tetto sulla testa, non hai di che vivere, dipendi dalla mano caritatevole delle Nazioni Unite. Ma come si fa a dare da mangiare a 1 milione e 900 mila persone nel momento in cui piovono bombe? Questo è il nocciolo del problema. E poi Israele non permette l’ingresso dei convogli umanitari necessari. L’8% della popolazione a Gaza, si intende quella del Sud perché il Nord è irraggiungibile, è completamente sotto il controllo militare israeliano che non consente di far entrare niente e nessuno, questo 8% della popolazione ottiene quello di cui ha bisogno, il minimo. Il 50% della popolazione è affamata, ci sono molte aree in cui 9 famiglie su 10 non bevono e non mangiano neanche una volta nell’arco temporale delle 24 ore, pensate anche alle donne incinte ed ai bambini. L’impatto di questa realtà inciderà su questo popolo per generazioni.
In tutto questo sembra che nell’opinione pubblica internazionale ci sia una assuefazione, il mondo resta a guardare
Sì, io trovo che ci sia una mancanza di conoscenza, nel senso che non si conosce necessariamente il dato oggettivo nella sua profondità ma anche nel suo interconnettersi ad altri elementi, il dato storico non si capisce. Quindi magari si sente il numero di morti, ai quali ci si è ormai assuefatti, però non si spiega il contesto, quindi c’è una mancanza di conoscenza e una mancanza di comprensione. Anche perché certi media main stream, soprattutto in Italia ma non sono in Italia, hanno smesso di fare informazione preferendo una chiave propagandistica, e la popolazione fa fatica ad avere una visione d’insieme. Poi c’è una mancanza di azione, il nostro governo si è astenuto sulle risoluzioni per il cessate il fuoco. E’ una frattura immensa dal punto di vista morale enorme e la nostra umanità sta morendo a Gaza.
Quando sarà presentato il suo prossimo rapporto?
Il mio prossimo rapporto sarà presentato al consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Marzo, dovrebbe essere pubblico tra un mese.
(da Fanpage)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
IL PATRON DEL TORINO SI VENDICA RIVELANDO DI QUANDO IL SEGRETARIO LEGHISTA GLI PROPOSE DI CANDIDARSI A SINDACO DI MILANO
Mancano 150 giorni alle europee. Quelli che illusero Napoleone di poter
tornare ancora Napoleone furono cento. Salvini ne ha ancora cinquanta, in più. Lo hanno sentito lamentarsi pure del Corriere della Sera. Secondo il vicepremier sarebbe eccessivamente schiacciato su Meloni.
Da due giorni c’è una disputa, a distanza, che riguarda l’editore Cairo e Salvini. Cairo, che è anche il presidente del Torino, ha dichiarato che “sembra quasi ci sia una volontà, da parte del governo, di affossare il calcio. Incredibile”.
Faceva riferimento all’abolizione del decreto crescita che colpisce le squadre di calcio. Salvini era stato il primo a definirlo un “decreto immorale”. Sempre Cairo, ospite a Un giorno da Pecora ha mandato a dire a Salvini che “nel momento in cui hai la possibilità di portare in Italia dei campioni che pagano le tasse non capisco che modo di ragionare sia questo”.
Ha rivelato pure che, in passato, sempre Salvini, gli avrebbe proposto la candidatura a sindaco di Milano, candidatura che oggi non è più impossibile (ha risposto: “Fare il sindaco? Perché no? Milano è la mia città”) prima di precisare che, a quel tempo, “a malincuore ho rinunciato ma non so neanche se sarei stato adatto a farlo con Salvini”.
Come ha ben detto Salvini ai parlamentari, che ha riunito, ieri mattina, precisando che non candiderà Palamara, Paragone, “come immaginate, se ne dicono, e se ne scrivono tante”. Del resto è stato pure lui giornalista, leader, segretario, ministro. E’ stato, ed è, tante cose. Un leghista ricorda che è stato pure un fervente cattolico
(da Il Foglio)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
RESPINTO PER MOTIVI DI SALUTE IL TRASFERIMENTO CHE ERA STATO CONCESSO DALLA CASSAZIONE DEL SACERDOTE DELLA DIOCESI DI PARMA ACCUSATO DI DIVERSI CRIMINI COMPIUTI IN ARGENTINA DURANTE LA DITTATURA MILITARE DEL 1976-83
Don Franco Reverberi, il sacerdote della diocesi di Parma accusato di diversi crimini compiuti in Argentina durante la dittatura civico-militare del 1976-83, non sarà consegnato alle autorità argentine per essere processato.
A riferirlo è l’onlus 24marzo.it, spiegando che il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha respinto per motivi di salute il 10 gennaio l’estradizione in Argentina del sacerdote che era stata concessa dalla Cassazione.
La conclusione, che giustifica il rigetto della richiesta di estradizione, è che va considerato “complessivamente l’impatto medico-legale della procedura sulle già precarie condizioni di salute di Reverberi, anche in ragione dell’età estremamente avanzata di costui e della conseguente probabile prospettiva di non fare più ritorno in territorio italiano, impatto da cui deriverebbe un rilevante stress psicologico tale da integrare un ulteriore fattore di rischio con riferimento alle verificate patologie cardiologiche da cui lo stesso è affetto”.
Nel provvedimento il capo del dicastero di via Arenula evidenzia che “la perizia medico-legale disposta dalla Corte di Appello di Bologna ha concluso nel senso che ‘le attuali condizioni di salute di Reverberi sono compatibili con il trasferimento in Argentina’, limitando l’accertamento alle condizioni di salute compatibili con la possibilità di effettuare un viaggio aereo intercontinentale, omettendo tuttavia di valutare l’esistenza di gravi rischi che potrebbero scaturire dalla procedura di estradizione globalmente intesa”.
La richiesta di estradizione era stata promossa dallo Stato argentino. Reverberi era cappellano ausiliare dell’ottava Squadra di esplorazione alpina di San Rafael, a Mendoza, accusato di atti commessi nel Centro di detenzione clandestina noto come La Departamental.
Il parroco è accusato di aver assistito a numerose torture alle quali erano sottoposti i prigionieri del regime di Videla prima di essere uccisi e fatti scomparire, nonché all’omicidio nel 1976 del 20enne peronista Josè Guillermo Beron, tuttora disperso. Il religioso uscì dall’Argentina nel 2011, quando a Mendoza si stava svolgendo il primo processo per crimini contro l’umanità e le testimonianze dei sopravvissuti e dei familiari hanno cominciato a indicare le sue responsabilità.
(da agenzie)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
GIORGIA MELONI IN MODALITÀ “S-FASCIO TUTTO IO” NON VUOLE CEDERE E TIRA DRITTO SULLA CANDIDATURA DI PAOLO TRUZZU IN SARDEGNA, MENTRE LA LEGA SPONSORIZZA L’USCENTE SOLINAS. A CASCATA, SARÀ UN CASINO TROVARE GLI INCASTRI NELLE ALTRE REGIONI
L’unico a fotografare la realtà senza troppi filtri è Andrea Crippa,
vicesegretario della Lega, clava di Matteo Salvini. Seduto nell’area fumatori di Montecitorio, rivendica gli attacchi a Giorgia Meloni. E ammette che a complicare la sfida tra leader del centrodestra sulle Regionali è stato proprio l’annuncio della presidente del Consiglio di volersi candidare alle Europee: «Lei vuole stravincere […]. Questo per noi è un tema. Io mi espongo perché difendo il principio. E soprattutto, difendo il partito». Sono gli stessi concetti che il vicepremier ripeterà poco dopo in privato alla leader di FdI.
Nel giorno in cui la premier e i suoi due vice si incontrano per litigare sul dossier dei governatori — salvo poi negare in coro di averlo fatto, anzi di averne addirittura parlato — Crippa illustra la strategia di Salvini, che può tradursi così: la Lega non può accettare un pesante ridimensionamento e una probabile mortificazione elettorale da parte di FdI — per mano di Meloni — senza avere un risarcimento politico in cambio.
Di questo possibile scambio dibattono i tre al mattino, a margine di un incontro in realtà convocato sui migranti. Volano parole pesanti, perché nessuno intende retrocedere, pur sapendo che un’intesa appare quasi obbligata e che, alla fine, la Lega in Sardegna sarà costretta a mollare Solinas.
A pranzo, poi, si ritrovano solo Meloni e Antonio Tajani. Immaginando possibili soluzioni acrobatiche e certificando uno stallo che può durare al massimo per un’altra settimana, pena una pesante divisione sul candidato presidente nell’isola. E una probabile e clamorosa sconfitta.
Per Meloni, esiste un dato indiscutibile: tutti i sondaggi di cui dispone indicano Solinas come perdente, dunque va sostituito. Lo dice a Salvini, con durezza. Ma il problema è anche più complesso di così: visti gli attuali equilibri di maggioranza non è possibile confermare uno schema dei governatori uscenti che lascia a FdI soltanto l’Abruzzo, mentre garantisce alla Lega Sardegna e Umbria, a Forza Italia Basilicata e Piemonte.
Né Tajani è disposto a tollerare che la Basilicata passi al Carroccio per compensare una Sardegna meloniana. E quindi come se ne esce? La premier ipotizza di identificare un candidato tecnico proprio per i lucani, tenendo per sé soltanto Sardegna e Abruzzo.
Neanche il 2-1-1-1 (l’ultimo è appunto un civico) piace però ai due vicepremier. E quindi si torna alla guerriglia, alle tensioni, agli sgarbi. Ieri se ne rintracciano almeno due, di cui uno molto pesante: il senatore del Carroccio e leader della Liga veneta Alberto Stefani ha presentato una proposta di legge per introdurre il terzo mandato per i governatori.
È la norma a cui è appeso il futuro di Luca Zaia, la proposta che Salvini chiede a Meloni. E che Palazzo Chigi non intende concedere, non adesso almeno: non regalerà questo vantaggio al ministro dei Trasporti prima di molti mesi, in modo da tenere a bada i l suo attivismo. Pure Forza Italia è contraria, d’altra parte.
(da La Repubblica)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
TASSISTI, IDRAULICI, BARISTI, RISTORATORI DICHIARANO IN MEDIA MENO DI 35MILA EURO L’ANNO: PER LO STATO SONO QUASI INDIGENTI. E INVECE SE LA SPASSANO SULLE SPALLE DEI LAVORATORI DIPENDENTI, GLI UNICI CHE PAGANO LE TASSE IN QUESTO PAESE
Il governo dice di voler «combattere la vera evasione fiscale, non quella presunta delle partite Iva» eppure, nell’ultimo rapporto sull’economia sommersa allegato alla Nadef, il Tesoro ha messo nero su bianco che l’evasione dell’Irpef tra autonomi e imprenditori ammonta al 69,7%. Motivo per cui, da tempo, dal Mef sottolineano la necessità di convincere alcune categorie «come, per esempio, i tassisti ad aderire a un concordato preventivo per evitare controlli successivi e recuperare base imponibile».
Nel frattempo, dei 76 miliardi di euro di mancate entrate tributarie per il 2020, 28,2 miliardi sono da imputare ai mancati versamenti Irpef da parte di imprenditori e autonomi; altri 22,8 miliardi derivano dall’evasione dell’Iva. Come a dire che il 67% di chi evade rientra in questa categoria.
Allargando lo sguardo al triennio 2018-2020 – e nonostante il Covid – l’evasione media dell’Irpef degli imprenditori ammonta a 31,2 miliardi; quella dell’Iva a 26,9 miliardi. Abbastanza perché la propensione al gap – la quota di contribuenti che non versa il dovuto – ammonti al 68,8% per l’Irpef degli autonomi e al 20,6% per l’Iva. L’Ires è al 23,4% e l’Irap al 18,1 per cento.
La situazione degli autonomi è la più complessa ed eterogenea. A fronte di una platea composta da 1,6 milioni di persone, ci sono 950 mila soggetti che dichiarano meno di 35 mila euro l’anno e versano nel complesso 2,85 miliardi di euro di imposte. Il 91% di questa platea è composto da artigiani e commercianti iscritti alla Camera di commercio come i tassisti, gli idraulici, i baristi e i ristoratori. Una fetta di lavoratori dove l’incidenza del sommerso vale oltre il 22% del valore aggiunto. […]
Tra il popolo degli evasori fiscali, poi, c’è un grande paradosso rappresentato dal mondo degli agricoltori. Se dal 2017, indipendentemente da reddito, gli autonomi sono esentati per legge dal pagamento dell’Irpef – e nonostante un andamento della produzione non certo negativo, anche grazie all’aumento dei prezzi -, questo non li esclude da ricorrere in maniera sistematica al lavoro nero.
La relazione del ministero dell’economia rileva come «il sistema fiscale cui sono sottoposte le imprese agricole, infatti, è caratterizzato dalla presenza di regimi forfettari, riduzioni dell’imponibile, applicazione di aliquote ridotte, che rendono difficilmente configurabile la presenza di una dichiarazione mendace del reddito di impresa».
Tuttavia, nonostante questo trattamento di riguardo «il valore aggiunto prodotto dalla componente di lavoro irregolare è molto rilevante nell’Agricoltura, silvicoltura e pesca» dove arriva fino al 16,9 per cento.
L’85% dell’Irpef la versano dipendenti e i pensionati. Soggetti per i quali l’evasione fiscale è quasi impossibile se non per “lavori irregolari” tra contratti non dichiarati o solo parzialmente registrati. Con il risultato di penalizzare proprio le pensioni del futuro che dovranno sostenere il grosso delle entrate fiscali. Il risultato è che alle casse dello Stato, secondo le stime contenute nella Nadef, mancano, sul fronte Irpef, 4,2 miliardi di euro l’anno nel triennio 2018-2020.
Nello stesso triennio, sono 2,8 miliardi l’anno i denari che i lavoratori irregolari avrebbero dovuto versare agli istituti di previdenza e addirittura 9,1 miliardi quelli dovuti dalle imprese. In totale si tratta di quasi 12 miliardi di euro in meno ogni anno. Un buco non da poco in un momento in cui la spesa per pensioni continua a crescere, mentre i contributi versati regolarmente dai lavoratori continuano a calare. Tra le altre voci di evasione fiscale, ci sono 5,3 miliardi di Imu e Tasi: un contribuente su cinque non versa il dovuto.
(da La Stampa)
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