Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
I GIORNALI INTERNAZIONALI SOTTOLINEANO IL SILENZIO DELLA MELONI
“El robo de un quadro“. “Ladrón de cuadros“. “Le vol de tableau“. “Das
gestohlenes gemälde“. “The stolen painting“. Ovvero: il quadro rubato. Per i giornali di mezzo mondo quello che coinvolge Vittorio Sgarbi è un caso che merita articoli su articoli.
Per alcuni è uno scandalo, per altri un problema grosso per il governo di Giorgia Meloni che, fanno notare le testate più attente, non ha proferito parola sulla vicenda che vede indagato per riciclaggio il suo sottosegretario alla Cultura.
Attenzione: a parlare dell’inchiesta de Il Fatto Quotidiano e di Report non sono media di second’ordine: ne hanno scritto il Guardian e il Telegraph, quotidiani e siti internet di Francia e Germania (tra cui la Süddeutsche Zeitung), giornali spagnoli (tra cui El Pais) e svizzeri, riviste del settore come Artnews, finanche testate sudamericane quali La Nacion (Argentina), El Observador (Uruguay), El Espectador (Colombia) e altre.
Cosa dicono i giornali stranieri
Al netto delle differenze di stile giornalistico, tutti i media citati hanno ricostruito la vicenda che coinvolge Vittorio Sgarbi con dovizia di particolari, a partire dalla cronistoria: dalla sparizione del quadro di Rutilio Manetti dal castello di Buriasco nel 2013 alla ricomparsa in una mostra a Lucca nel 2021 fino agli ultimi sviluppi, ovvero l’iscrizione nel registro degli indagati a Imperia e il trasferimento per competenza a Macerata, dove si indaga per l’ipotesi di riciclaggio. Non solo. Alcuni media non solo hanno riportato la notizia citando Il Fatto e Report, ma hanno anche dedicato articoli di commento alla vicenda. La Süddeutsche Zeitung, ad esempio, ha pubblicato un pezzo dal titolo molto evocativo: Meister der Kunst und der Provokation, ovvero “Maestri dell’arte e della provocazione”, con tanto di foto sparata del critico.
Il Telegraph invece ha corredato il proprio articolo con un’intervista a Lynda Albertson, criminologa e amministratore delegato dell’Associazione per la ricerca sui crimini contro l’arte.
La professionista ha parlato del quadro del Manetti o, meglio, di quello sparito 11 anni fa e della sua ricomparsa in Toscana tre anni fa, seppur con un particolare in più: una candela che non compare nella versione rubata dal maniero piemontese. “I due dipinti sembrano molto, molto simili. Le dimensioni e le proporzioni sembrerebbero corrispondere esattamente” ha detto la criminologa, secondo cui “all’epoca non esisteva la tecnologia per copiare i dipinti tratto per tratto, per copiare la proporzionalità. Ma alla fine la decisione dovrà essere presa da esperti dell’arte italiana del XVII secolo”. Secondo quanto ricostruito dal Fatto Quotidiano, la candela della discordia è stata un’aggiunta postuma e in tal senso l’ipotesi della Procura di Macerata è chiara: l’opera di Rutilio Manetti sarebbe stata modificata per nasconderne l’origine.
Il silenzio di Meloni e la posizione di Sangiuliano
I giornali internazionali hanno evidenziato anche il silenzio totale della premier Giorgia Meloni e la posizione del ministro Sangiuliano, che ad esempio secondo Tagesspiegel “sostiene” Sgarbi. In tal senso, che la presidente del Consiglio non abbia detto una sola parola sulla vicenda è cosa nota, ma è diverso il comportamento del titolare del dicastero della Cultura. “Non faccio il magistrato. Se la magistratura arriverà a una conclusione ne prenderemo atto, ma i processi si fanno nei tribunali” ha detto il 10 gennaio Sangiuliano a Radio 1, rispondendo a una domanda sulla richiesta di revoca dell’incarico al sottosegretario avanzata dal Movimento 5 Stelle.
E ancora: “Ricordo – ha aggiunto – che, quando si è evidenziato un problema dei comportamenti di Sgarbi sono stato io a mandare gli atti all’autorithy competente e loro si sono presi fino a febbraio per decidere. In funzione di quello che decideranno ci muoveremo”.
Le consulenze (vietate) del sottosegretario
Il riferimento del ministro ai “comportamenti di Sgarbi” altro non è che il risultato di un’altra inchiesta de Il Fatto Quotidiano, ovvero quella sulle consulenze a pagamento fatte dal critico nonostante il suo impegno di governo, circostanza contraria a una legge del 2004 che vieta a coloro che svolgono compiti governativi di “esercitare attività professionali o lavorare come liberi professionisti in questioni relative alle loro funzioni”. Una vicenda, quest’ultima, citata anche dai giornali stranieri negli articoli dedicati al furto del quadro La cattura di San Pietro di Rutilio Manetti. Due fatti diversi, un unico protagonista e la considerazione finale di Blick, il secondo giornale più venduto in Svizzera: “In Italia l’alleanza di governo della presidente Meloni è messa a dura prova dall’affaire”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
VOLANO I COSTI DEI COLLABORATORI: RISPETTO A DRAGHI + 2,3 MILIONI, RISPETTO A RENZI + 9 MILIONI
Una moltiplicazione di poltrone e stipendi. Tra tanti record vantati dal governo Meloni, ne arriva uno, oggettivo: le spese per gli uffici di diretta collaborazione di palazzo Chigi toccheranno vette mai viste prima sfondando il tetto dei 21 milioni di euro. Quando si tratta di fedelissimi da inserire negli uffici, insomma, non c’è spending review o crisi che tenga.
PRIMATO ASSOLUTO
A certificarlo è il bilancio preventivo del 2024 della presidenza del Consiglio, visionato da Domani: l’esborso messo in conto è esattamente di 21.282.280, oltre 2 milioni in più rispetto al governo Draghi, che aveva conquistato a sua volta il primato. E non manca un tocco di furbizia. L’incremento “ufficiale” sarebbe di 305mila euro, tanto che nella nota preliminare, diffusa da palazzo Chigi, viene definito «modesto».
Ma già nel 2023 c’era stato un balzo di oltre 2 milioni di euro nella spesa per i collaboratori. Solo che, si leggeva nell’allegato tecnico di palazzo Chigi, «le previsioni per il finanziamento delle spese di personale nelle strutture di diretta collaborazione delle autorità politiche, stante il recente insediamento della nuova compagine governativa, sono state effettuate considerando la spesa teorica prevista per le strutture di diretta collaborazione del governo Draghi».
La colpa era stata addossata, ad arte, su chi c’era prima. Se fosse stato vero, quest’anno ci sarebbe stato un taglio. E invece no: il governo Meloni supera ancora di più sé stesso in termini di spesa per il personale scelto su base fiduciaria. E supera il predecessore, che pure doveva fare i conti con una compagine ministeriale molto eterogenea, che andava dal Pd alla Lega.
Quindi con molti appetiti da soddisfare. Eppure nel 2022 aveva previsto una spesa massima di 18,870 milioni di euro per i collaboratori. Una cifra inferiore di 2,3 milioni di euro rispetto a Meloni.
Il divario si allarga ulteriormente rispetto al Conte II, che nel 2021 aveva preventivato un costo da 16,762 milioni di euro alla voce «uffici di diretta collaborazione», tenendosi sugli stessi livelli degli anni precedenti. Anche il primo governo Conte, quello gialloverde, era rimasto sotto la soglia dei 17 milioni di euro per gli staff a chiamata: circa 4 milioni e mezzo in meno rispetto all’esecutivo di Meloni.
CARI COLLABORATORI
Andando indietro nel tempo i raffronti diventano ancora più impietosi. Il governo Gentiloni aveva messo in conto un esborso di 15,946 milioni di euro, mentre l’ultimo esecutivo presieduto da Matteo Renzi si era fermato a 12,188 milioni di euro. Un risparmio di 9 milioni in confronto ai dati attuali.
Non c’è dubbio, quindi, per il prossimo anno il governo Meloni non è intenzionato ad abbassare la spesa per i collaboratori, che riguarda tutti i profili professionali (capi di gabinetto, consiglieri legislativi, comparti di comunicazione) che affiancano la premier, i due vice, Matteo Salvini e Antonio Tajani, e la schiera di ministri senza portafoglio, da quella delle Pari opportunità e famiglia Eugenia Roccella, agli Affari regionali di Roberto Calderoli.
E la cosa non sorprende: i contratti legati al mandato governativo sono il porto sicuro per tanti big. A cominciare proprio da Salvini che ha inserito nello staff dirigenti o ex parlamentari del proprio partito: tra gli altri l’ex parlamentare Armando Siri e il responsabile enti locali della Lega, Stefano Locatelli, con un compenso di 120mila euro (lordi) all’anno. Mentre Tajani ha voluto con sé l’ex deputata di Forza Italia, Maria Spena, con una remunerazione di 40mila euro annui.
IL BILANCIO DI PALAZZO CHIGI
Ma oltre gli staff quanto costa palazzo Chigi nell’èra meloniana? La spesa complessiva è di oltre 5,3 miliardi: 311 milioni di euro in più in confronto all’anno appena precedente.
Costi esorbitanti, dunque, che sono conseguenza dei tanti programmi che i vari dipartimenti porteranno avanti nel corso dell’anno. Ci sono capitoli significativi come i maggiori stanziamenti destinati alla Protezione civile, che beneficerà di una somma totale di 1,2 miliardi di euro. Ma ovviamente a incidere sono anche altre voci, come quello del personale e di contributi vari.
Di sicuro non c’è stata alcuna cura dimagrante imposta da Meloni. Il corposo allegato tecnico che accompagna il bilancio riferisce, tra gli altri, l’incremento delle «spese obbligatorie e per il funzionamento della presidenza del Consiglio dei ministri», che passano da euro 383.537.129,00 a euro 404.318.070,00, 700mila euro in più, pari al 5,42 per cento.
Sono le spese ritenute essenziali. E tra queste figurano i 5 milioni di euro per le «assunzioni necessarie a fronteggiare l’emergenza migratoria con particolare riferimento alla regione Calabria» e i 100mila euro per la realizzazione del Parco della salute di Torino.
Ci sono, poi, le strutture di missione che hanno un peso sulle casse pubbliche. Si tratta di quegli uffici che nascono ad hoc per affrontare specifiche questioni. Il trend, anche in questo caso, è quello di crescita degli esborsi.
E, manco a dirlo, sempre per il «personale assegnato» alla presidenza del Consiglio: sul capitolo di spesa si prevedono in uscita ben 13,8 milioni di euro «con un aumento di euro 8.904.508,00, rispetto a quelle previste inizialmente nel bilancio per il 2023 pari a euro 4.989.015,00», riferisce la nota.
Questa dinamica, spiegano ancora i tecnici di palazzo Chigi, «è riconducibile all’istituzione di nuove strutture di missione nel corso del 2023 e alla riorganizzazione di quelle già esistenti in sede di riconferma da parte della nuova compagine governativa e in particolare alla istituzione presso la presidenza del consiglio dei ministri della Struttura di missione per il Pnrr».
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
PENSA A QUELLI CHE SONO COSTRETTI A MANGIARE ACCANTO A UNO COME TE
Un cliente della pizzeria «Le Vignole» di Sant’Angelo Lodigiano, in
provincia di Lodi, ha scritto su Google una recensione negativa nei confronti dell’esercizio per il tavolo scelto.
«Mi hanno messo a mangiare di fianco a dei gay, non mi sono accorto subito perché sono stati composti, e un ragazzo in carrozzina che mangiava con difficoltà, mi dispiaceva ma non mi sono sentito a mio agio. Peccato perché la pizza era eccellente e il dolce ottimo, ma non andrò più».
Giovanna Pedretti, che con suo marito Nello gestisce il locale, non l’ha presa bene. E ha risposto su Facebook: «Egregio cliente, apprezziamo il suo impegno per valutare il nostro servizio attraverso la sua recensione. Nonostante questo ci tenevo a farle presente che il nostro locale è aperto a tutti e i requisiti che chiediamo ai nostri ospiti sono l’educazione e il rispetto verso ognuno».
E quindi: «Le sue parole di disprezzo verso ospiti che, non mi sembra vi abbiano importunato, mi sembra una cattiveria gratuita e alquanto sgradevole. Ci tengo inoltre a sottolineare che non è passato inosservato il suo sguardo infastidito anche verso il ragazzino in carrozzina. A fronte di queste bassezze umane e di pessimo gusto, credo che il nostro locale non faccia per lei. Le chiediamo gentilmente di non tornare da noi».
Il locale che si trova in via XX Settembre, racconta il Corriere di Milano, porta avanti l’iniziativa della “pizza sospesa” che ha destinato 200 buoni all’associazione Genitori amici dei disabili.
E Pedretti fa sapere che il ragazzo in carrozzina stava proprio usufruendo del buono. «Ho deciso di pubblicare sulla nostra pagina Facebook il post e rendere pubblica questa triste vicenda che sicuramente mi ha scosso molto. Sono convinta che sia necessario avere maggiore umanità in questo mondo», conclude la titolare.
(da Open)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
IL SENATORE PRETENDEVA DI REPLICARE A CONTE IN DIRETTA E SI E’ PRESENTATO NELLA SEDE ROMANA DI MEDIASET, MA LO HANNO CACCIATO
Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri si è presentato nella sede romana di Mediaset al Palatino per protestare contro l’azienda. Il capogruppo azzurro in Senato chiedeva di intervenire in diretta per le accuse di Giuseppe Conte sul suo ruolo in una società di cybersecurity. Ma non gli hanno permesso di entrare nella trasmissione di Bianca Berlinguer.
E allora lui avrebbe detto: «Queste cose con Berlusconi non succedevano. Siete diventati comunisti». A raccontare la vicenda è oggi il Fatto Quotidiano, che fa sapere che il senatore ha poi lasciato lo studio dopo una sfuriata ai vertici di Mediaset. Quello che non era piaciuto a Gasparri era accaduto durante Prima di Domani, la seconda trasmissione di Berlinguer a Mediaset dopo È sempre Cartabianca. Il leader M5s aveva accusato Meloni di non allontanare gli esponenti dell’esecutivo con problemi giudiziari.
Gasparri, che lunedì aveva annunciato una querela per Conte dopo un’intervista, pretendeva il giorno dopo una puntata riparatrice. «Voglio avere uno spazio di replica in diretta». Martedì sera si è presentato negli studi. «Se non mi fate entrare giro un filmato e lo pubblico, così faccio vedere che Mediaset mi tiene fuori», è stata una delle minacce. Dopo diversi minuti di insulti e urla è intervenuto il vicepremier Antonio Tajani oltre ai vertici di Mediaset. Il senatore se n’è andato. Prima però ha voluto concludere la sfuriata: «Queste cose con Berlusconi non succedevano. Forza Italia non conta più in Mediaset. Qui siete diventati comunisti, invitate solo ospiti di sinistra e del Fatto che pagate per insultarci».
(da agenzie)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
STUPRI, ABUSI, SUICIDI: I MODERATORI RIMANGONO PER ORE SEDUTI DAVANTI AL COMPUTER ED ELIMINANO I FILMATI PER RIPULIRE I SOCIAL
“Per due anni ho guardato in casa delle persone, so cosa vedono, cosa
cercano, cosa scrivono. Ora non ho più un filtro che separa me dagli altri”.
Sara ci risponde in videochiamata, ha 28 anni ed è una moderatrice per TikTok Italia. Vuole nascondere la sua identità, il nome è di fantasia. Il suo lavoro consiste nel guadare otto ore al giorno i video che nessun altro vorrebbe vedere. Stupri, abusi su minori, suicidi, autolesionismo.
“Ho visto filmati di bambini violentati da animali, o la clip di un padre che girava per strada con in mano la testa mozzata di sua figlia”. Sara guarda, tagga ed elimina i video.
Ripulisce dall’orrore la piattaforma, in questo modo sui nostri feed non compaiono immagini o filmati violenti. I moderatori filtrano tutti i contenuti pericolosi. “Non è un lavoro semplice, da quando ho iniziato la mia insonnia è diventata più acuta, ho sperimentato le paralisi del sonno, e tanto stress”, racconta Sara a Fanpage.it.
Nel 2016, Mark Zuckerberg durante le elezioni statunitensi comincia a ricevere le prime pressioni. Gli algoritmi non bastano, servono persone che su Facebook riconoscano ed eliminino i contenuti pericolosi, offensivi o violenti. Nasce la figura del moderatore. Ora ogni social ha bisogno dei lavoratori invisibili. Secondo MarketWatch, filiale di Dow Jones & Company, il settore della moderazione dei contenuti digitali crescerà fino a 13,60 miliardi di dollari entro il 2027.
Il carico di lavoro e lo stipendio varia da mercato a mercato, i dipendenti kenioti che filtrano l’intelligenza artificiale di ChatGPT guadagnano meno di due dollari l’ora, Sara prende 1.200 al mese “non è abbastanza per un lavoro del genere”. Grazie al Digital Service Act (DSA) abbiamo scoperto che il numero dei moderatori che lavorano per i contenuti italiani su TikTok è 430. Gli utenti unici in Italia sono 20 milioni. In proporzione TikTok è la piattaforma che ha più moderatori.
Quando hai iniziato a lavorare?
Due anni fa.
Perché hai scelto di diventare una moderatrice?
È un lavoro che ho cercato in realtà, perché ero interessata all’ambito comportamentale, mi interessa capire come è strutturata la società, mi piace la sociologia, l’antropologia. Quando ho scoperto questo ruolo ho pensato fosse un’occasione.
Come l’hai scoperto?
Me ne hanno parlato dei miei amici, facevano lo stesso lavoro ma per altre aziende, così ho cominciato a cercare.
E cosa hai trovato?
Degli annunci su internet per TikTok Italia, mi sono proposta e poi ho fatto dei colloqui, un test di inglese, di informatica, e anche prove attitudinali, per vedere se fossi idonea a livello psicologico per fare questo lavoro.
Spiegati meglio.
Sono dei test a crocette dove devi rispondere a delle domande sui fattori di stress, sui trigger.
Come sei stata formata per questo lavoro? Ti hanno dato una guida o hai fatto dei corsi?
Tutto viene fatto in smart working, non si lavora in sede. Fai dei corsi per imparare le policy dell’azienda, hai anche una prima fase di affiancamento dove vieni seguito, in altre parole moderi contenuti che sono stati già moderati, così capiscono qual è il tuo metodo di lavoro e se riesci ad applicare le regole.
Regole, per esempio?
Beh per quanto riguarda la violenza grafica tu sai che se vedi del sangue devi taggarlo con una policy, se vedi un suicidio o un contenuto autolesionistico con un’altra. Ogni dettaglio che può costituire un fattore trigger lo devi catalogare.
E una volta taggato il contenuto cosa succede?
Dipende alcuni vengono oscurati, altri vengono bannati.
Mi spieghi la differenza?
Oscurati c’è l’effetto sfocato e il simbolo dell’occhio che avverte l’utente, gli spiega che sta per guardare un contenuto sensibile, bannati invece eliminati.
Mi descrivi la tua giornata?
Funziona come per il lavoro d’ufficio. Tu ti colleghi alla tua ora, e ci si alterna con i turni, bisogna coprire h24 la piattaforma, e ogni ora vengono assegnate delle code di lavoro, ti arrivano i video e tu hai un tot di tempo per guardarli e taggare quello che non va. Così per tutto il turno.
Quanto dura?
Otto ore. Puoi lavorare il mattino, il pomeriggio o la sera. Io ho sempre preferito la sera, che può essere 11-24 o 22-7. Sono piuttosto flessibili e puoi esprimere preferenze, ci sono anche diverse pause stabilite per staccare. Soprattutto se durante il turno vedi qualcosa che ti fa stare male.
Al primo colloquio come ti hanno raccontato questo lavoro?
Mi hanno spiegato a grandi linee come funzionava. Ti chiedono subito se sei disposto a visionare contenuti sensibili. Ma io ero già preparata, sapevo a cosa andavo incontro. Comunque gli amministratori sono giovani, quindi non è che infiocchettano il lavoro più di tanto.
Quanto pagano?
Non abbastanza. Io prendo sui 1.200 euro al mese.
Qual è il profilo di un moderatore, chi sono i tuoi colleghi?
La caratteristica principale è essere bilingue, devi sapere bene l’inglese. Poi questo è un lavoro transitorio, quindi incontri persone con le storie più disparate, c’è chi lo fa per curiosità, chi lo fa mentre cerca altro, chi ha in mente un progetto più ampio e vuole mettere da parte dei soldi. La fascia di età è ampia, dai 20 ai 50, siamo sia uomini che donne.
Prima hai citato i contenuti sensibili. Il video che ti ha turbato di più?
I contenuti inerenti alla pedofilia, per esempio i video dei bambini stuprati da animali.
Terribile.
Ma sai cosa? Uno non se lo aspetta da una piattaforma come TikTok perché l’algoritmo essendo personalizzato ti mostra quello che vuoi vedere. Togli l’algoritmo ed entri nel deep web. Vedi cose atroci. Un altro video mostrava un padre che girava per la città con in mano la testa mozzata della figlia. E poi gente che si suicida online. Era diventata anche abbastanza famosa la storia di un influencer russo che aveva chiuso la moglie incinta sul balcone ed era morta assiderata. Lui aveva filmato tutto trasmettendo i video nelle live.
Questo lavoro, questi video, ti hanno mai portato ad affrontare stati psicologici complessi?
Sì. E io sono una persona che riesce abbastanza a dividere i due piani. Soprattutto nell’ultimo periodo con il conflitto tra Palestina e Hamas, sono aumentati i video sulla guerra e passavo la giornata a vedere immagini di bambini morti, e sono stata male.
Come si manifesta questo malessere?
Io per esempio soffro di insonnia già di mio, è diventata più acuta, ho sperimentato delle paralisi del sonno. Tanto stress. Poi per bilanciare ho sempre cercato di compensare con attività extra lavoro.
Tipo?
Esco, faccio gite, suono, dipende. Nel mio privato ho cominciato a guardare cose più allegre e divertenti.
Avete un supporto psicologico?
Sì, se no un lavoro così non lo puoi fare. C’è un canale dove propongono attività durante il turno, delle specie di giochi, per esempio indovinare il titolo di un film guardando un’immagine. Ci sono anche attività di gruppo e poi lo psicologo è attivo h24. Una volta al mese fai il check up obbligatorio e poi puoi fissare delle visite con gli specialisti.
È vero che le regole su cosa bloccare e cosa no cambiano spesso?
Sì. Non solo, molte regole non hanno senso.
Per esempio?
Quando chiedono di bannare in base alle inquadrature o alla durata di una sigaretta in un video.
Le regole cambiano da Paese a Paese?
Sì, ci sono delle regole generiche, in nessuna parte del mondo puoi scrivere “Che bello l’11 settembre”. Poi ci sono i contenuti regionali da bloccare.
In Italia? Quali sono i ban regionali?
Beh per esempio l’aquila nera fascista sulle bandiere. Non hai idea di quanti contenuti pro nazimo e fascismo ci sono sulla piattaforma. Una volta avevo fatto un calcolo, circa il 30% di quello che guardavo. Dalle immagini celebrative di Hitler o Mussolini, ai video con faccetta nera.
Il limite tra moderazione e censura è sottile. Ti è mai capitato di bannare un contenuto che secondo te era sbagliato eliminare?
Sì, in diversi casi è limitata la libertà di espressione. Tante volte non sono stata d’accordo. Per esempio, i contenuti sul sex working, bisogna fare un po’ di formazione, ma se non fai parlare le ragazze che lo fanno come fai a informare…
Ti sei mai rifiutata di taggare qualcosa?
Io posso anche non bannare un contenuto che viola le policy, ma tanto se lo lascio passare lo fa qualcun altro.
A proposito di censura. Quando è scoppiato il conflitto tra Israele e Hamas i social, anche TikTok, sono stati accusati di eliminare in modo selettivo i contenuti sulla guerra.
Diciamo che lo scopo della piattaforma è limitare le fonti d’odio, quindi in un contesto come quello chi si schierava troppo, per esempio a supporto di Israele, rischiava di essere filtrato. Quindi certe cose non si potevano dire. Però ecco, se scrivevi Palestina merda o Israele merda vieni bannato in entrambi i casi.
Moderate anche le ricerche e i commenti giusto?
Sì. Tu non vedi chi, ma se qualcuno nella barra cerca bambina di 12 anni nuda noi lo blocchiamo. E poi si eliminano i commenti. Alcuni sono tremendi.
I peggiori che hai letto?
Per esempio il caso della ragazza che è stata violentata a Palermo, le hanno detto qualsiasi cosa sotto nei commenti. Qualsiasi cosa. Poi ci sono gli auguri di morte, o i sessantenni che scrivono frasi inopportune sotto i video delle ragazzine.
Ora quali sono i tuoi progetti?
Ora basta, voglio andarmene. Se non trovo opzioni migliori nell’immediato rimango lì, ma sarà per poco. Sono in una fase transitoria, non ho nulla di definito.
Cosa ti lascerà questa esperienza?
Ho più consapevolezza del mondo in cui viviamo. Siamo immersi nei social e pensiamo di conoscere tutto ma in realtà non è così. Quando tu vedi il dietro le quinte è come se cadesse il velo di Maya, non hai più il filtro che separa te e gli altri. Per due anni ho visto in casa delle persone, ho visto cosa vedevano, cosa cercavano, cosa scrivevano. Viviamo in un mondo marcio. Un po’ di amarezza c’è.
(da Fanpage)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
BALDASSARRE: “SE FOSSI SENATORE NON LO VOTEREI. L’ELEZIONE DEL PARLAMENTO E DELLA SUA MAGGIORANZA TRAINATA DA QUELLA DEL PREMIER VIOLA ‘IL PRINCIPIO SUPREMO’ DELLA SEPARAZIONE DEI POTERI” … VIOLANTE: “LE ATTUALI TENSIONI TRA GOVERNO E PARLAMENTO DOMANI VERREBBERO SCARICATE TRA IL PREMIER E IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA”
C’è una ragione se, al termine dell’ultimo giro di audizioni in commissione Affari costituzionali del Senato, la ministra Maria Elisabetta Casellati ha sentito l’esigenza di ribadire – come mai prima – che l’elezione diretta del premier è “irrinunciabile”
Tanto più che, alla luce dello scontro con le opposizioni (tutte contrarie tranne Italia viva), finirebbe per diventare una riforma di parte imponendo quindi il ricorso al referendum, che in passato è sempre fallito. Un passaggio vivamente sconsigliato dalla totalità degli esperti auditi a palazzo Madama.
Le osservazioni sono tutte sul tavolo. Stamattina al Senato è stata convocata una riunione di maggioranza per fare il punto sulle riforme istituzionali. All’ordine del giorno dell’incontro un primo confronto sugli emendamenti, che possono essere depositati fino al 29 gennaio. A prendere parte all’incontro, cui partecipa il governo con Casellati e con Luca Ciriani, il presidente della Commissione affari costituzionali, Alberto Balboni, i capigruppo a palazzo Madama di FdI, Lucio Malan, della Lega, Massimiliano Romeo, e di FI, Maurizio Gasparri.
Gli ultimi sei giuristi ascoltati martedì – vale a dire Sabino Cassese, l’ex presidente della Corte costituzionale Antonio Baldassarre e Paolo Becchi per il centrodestra; Luciano Violante, Mauro Volpi e Jens Woelk per il centrosinistra – hanno tutti convenuto sulla necessità di migliorare la stabilità del governo e di rafforzare i poteri del presidente del Consiglio, ma con altrettanta chiarezza hanno dichiarato che l’elezione diretta non è la strada giusta.
Secondo Baldassarre, Violante e Volpi il fatto che “l’elezione del Parlamento e della sua maggioranza sia trainata da quella del premier” viola “il principio supremo” (Volpi) della separazione dei poteri. Evidenziando pressoché all’unanimità come tale soluzione creerebbe conflitti tra il presidente del Consiglio, che ha una legittimazione popolare, e il presidente della Repubblica, che ne ha una indiretta: viene “eroso il ruolo” del Capo dello Stato, ha detto Cassese.
Suggerendo anche una via d’uscita, rilanciata pure da Baldassarre e da Violante: riprendere il sistema della legge elettorale del 2005 in cui la coalizione sigla “un patto davanti agli elettori”, offrendogli “una indicazione comune del programma e del capo del governo, che vengono scelti con un atto unico”. Così facendo si “costringono i votanti a indicare la propria scelta pubblicamente e si vincola la coalizione al rispetto dell’accordo”. E alla fine “non si indebolisce neppure il ruolo del Quirinale”, il quale dovrebbe semplicemente “accertare il risultato elettorale”, ma spetterebbe a lui il potere di nomina del presidente del Consiglio. Come d’altra parte avvenuto anche con il Mattarellum tra il 1994 e il 2006. Più tranchant Baldassarre, che pure è favorevole al sistema presidenziale: “Se fossi senatore non voterei questo testo”.
“Questo testo, per come formulato, potrebbe non raggiungere i risultati ricercati”. È assai negativo il giudizio dell’ex presidente della Camera Luciano Violante.” La prima obiezione – ha spiegato – è che dal testo esce un sistema bicefalo. Le attuali tensioni tra governo e Parlamento domani verrebbero scaricate tra il premier e il presidente della Repubblica”, perché il secondo ha una “legittimazione” inferiore. E siccome nelle “società molto polarizzate” tipiche di molte democrazie occidentali servirebbe un arbitro in grado di dirimere eventuali conflitti, nel ddl Meloni-Casellati “non si capisce” chi sia: “Il presidente del Consiglio è uomo di parte, il presidente della Repubblica non ha la legittimazione, ma il problema dell’arbitro è oggi rilevante”, insiste Violante. Non è l’unica obiezione.
Il costituzionalista Mauro Volpi va giù durissimo: “Prevedere che il voto alla maggioranza parlamentare con il 55% dei seggi sia trascinato dal voto dato alla persona del premier credo sia abnorme e viola il principio supremo della separazione dei poteri, con il Parlamento ancora più debole di oggi”, spiega.
Tutti, infine, hanno lanciato un appello alle forze politiche affinché trovino un accordo. “Se non si vogliono ripetere le esperienze del 2006 e del 2016 – che potrebbero ricorrere con un referendum – la soluzione ottimale sarebbe una riforma con la maggioranza dei due terzi come risultato di un lavoro comune del Parlamento”, ha esortato Cassese rispondendo alle domande dei senatori.
E “credo sia molto utile cercare un punto di incontro intorno alle due preoccupazioni di fondo: erosione della sovranità del popolo ed erosione dei poteri del presidente della Repubblica”. Possibile da raggiungere proprio con la proposta di cambiare la legge elettorale, che per il giurista però richiederebbe anche una modifica costituzionale, ovvero “consentire con un atto unico di scegliere maggioranza e premier”.
(da La Repubblica)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
PER PARTECIPARE ALL’EVENTO, GLI OSPITI HANNO DOVUTO SGANCIARE 5 MILA EURO: GUEST STAR DELLA SERATA, LA STELLINA DELL’ESTREMA DESTRA AUSTRICA, MARTIN SELLER
Non c’è nulla di casuale se si convoca una conferenza, segreta,
dell’estrema destra sul Wannsee, alla periferia di Potsdam, dove il regime hitleriano progettò la soluzione finale per gli ebrei.
Ed è lì, in una struttura costruita da Lorenz Adlon che un gruppetto si è dato appuntamento per illustrare il grande piano, la soluzione, al problema dell’immigrazione. [
Tutto molto ambiguo, tutto pieno di riferimenti storici, stando però ben attenti a non varcare ufficialmente la linea rossa e a non utilizzare direttamente la terminologia nazista. «Rimigrazione», è la nuova parola d’ordine, di quelli che il cancelliere Scholz ha chiamato «fanatici».
L’appuntamento era il 23 novembre, e a parlarne è stato il sito d’inchiesta tedesco Correctiv , notizia poi ripresa il giorno dopo da molta stampa nazionale.
Il biglietto d’ingresso era di 5mila euro, per finanziare le attività future, gli ospiti due buone dozzine. L’oratore principe è Martin Sellner, piccola star della nuova destra estremista e al limite dell’eversione europea. Non un ferro vecchio, ma un 35enne austriaco che è il faro anche della Neue Rechte in Germania.
Ha scritto numerosi libri, da quello che l’ha fatto conoscere «Identitär! Geschichte eines Aufbruchs» (che si può tradurre come «Identitari! Storia di un risveglio») fino all’ultimo uscito pochi mesi fa, che è un programma: «Regime Change von rechts. Eine strategische Skizze» («Cambio di regime da destra: un disegno strategico»). Sellner è stato uno dei primi a parlare di «sostituzione etnica».
Ad ascoltarlo, invece, sull’albergo del Wannsee una parte rappresentativa della Afd, partito che ormai supera il 20 per cento dei consensi a livello nazionale. Roland Hartwig, il portavoce della leader nazionale Alice Weidel. Il capo dell’Afd nella Sassonia-Anhalt, la fazione più estremista del partito, altri due membri in vista di Alternative e anche due politici Cdu . E poi, medici, imprenditori dello sport e del cibo, giuristi, avvocati.
L’idea di Sellner che è stata discussa è incentrata attorno alla tesi della «rimigrazione». Prevede di deportare fino a 2 milioni di immigrati via dalla Germania e in Africa. Ossia, tre categorie: migranti, rifugiati e anche cittadini con passaporto tedesco che hanno fallito l’integrazione. Nelle sue idee, che sembrano semplice follia a chi ci si affaccia per la prima volta e che invece prefigurano nella sua testa un futuro distopicamente houellebecquiano, c’è un piano ma anche già una chiamata all’azione.
Il giorno dopo la diffusione dell’inchiesta giornalistica di Correctiv, le reazioni non sono mancate. È intervenuto il cancelliere Scholz, affermando che «noi proteggiamo tutti, indipendentemente dall’origine, dal colore della pelle o da quanto una persona sia disturbante per fanatici che hanno fantasie d’assimilazione».
Si sono fatti sentire anche i partecipanti. Il portavoce di Weidel, Hartwig, ha detto che era andato al raduno «a titolo personale», senza avvertire la sua capa. Tesi adottata da pressoché tutti gli altri colleghi .
Così come l’Afd, con una comunicato ufficiale, ribadisce che i migranti sono il problema principale della Germania: «Dobbiamo poter togliere il passaporto ai criminali e c’è bisogno di rimigrazione (dunque, la parola fa ufficialmente l’ingresso nella loro politica). Non è accettabile che persone che odiano la Germania e i suoi valori ne diventino cittadini. Che violentino le donne, attacchino persone innocenti con i coltelli e che non vengano espulsi per il loro passaporto tedesco. E poi figurino nelle statistiche come criminali tedeschi».
L’Afd è da tempo il secondo partito tedesco (dopo la Cdu), ha più consenso dei socialdemocratici, verdi o dei liberali al governo.
Dire che sono minoritari, e detestati o guardati con estremo sospetto dagli altri tre quarti dei tedeschi, è vero. Ma quando si apprestano a finire primi in tre elezioni regionali, in programma a Est il prossimo settembre, questo sentimento non basta più a esorcizzare il loro peso nella società, e ormai nella politica.
Anche guardare da un’altra parte, per i riferimenti quasi espliciti all’epoca nazista, quando vengono simbolicamente e perfidamente rievocati (senza essere citati) alcuni termini, può essere rassicurante. Ma è una consolazione da ciechi, o meglio da chi si ostina a non voler vedere.
(da agenzie)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
LO SCIPPO PER IL PONTE SI AGGIUNGE AGLI INVESTIMENTI RIMODULATI SULLE INFRASTRUTTURE
Senza fare molto clamore, con un tratto di penna, il governo Meloni nella manovra di bilancio ha avallato il taglio del fondo simbolo per contro bilanciare l’autonomia differenziata.
Il cosiddetto Fondo di perequazione, che era pari a 4,4 miliardi di euro, è stato prosciugato. Significa che non ci sarà un euro per Regioni e Comuni delle Regioni che devono recuperare gap su servizi e infrastrutture rispetto ad altre aree del Paese.
Se a questo taglio si sommano quelli dei progetti del Pnrr e della manovra di Matteo Salvini per dirottare Fondi sviluppo e coesione di Sicilia e Calabria al Ponte sullo Stretto, il risultato è che per opere già in pista e progetti pronti a partire il governo nazionale ha tolto al Mezzogiorno 15 miliardi di euro in una manciata di mesi.
A fronte di questi tagli, molti hanno notato il silenzio assoluto nella conferenza stampa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sul Sud. Per il meridione il quadro è davvero a tinte fosche.
Addio al fondo per bilanciare l’autonomia
Di certo c’è che solo nei giorni scorsi, spulciando le tabelle allegate alla manovra di bilancio, è saltato fuori che il Fondo di perequazione, inizialmente di 4,4 miliardi di euro, è sceso ad appena 800 milioni. Già nella delega sull’autonomia differenziata con il governo Conte Due il Fondo era stato inserito come garanzia per il Mezzogiorno di un minimo di investimento dello Stato per recuperare i divari di cittadinanza. Adesso che l’autonomia cara alla Lega sta marciando spedita in Parlamento i fondi scompaiono. Un segnale politico chiaro, insomma.
Tolti dal Pnrr 8 miliardi di euro al Mezzogiorno
Questo taglio si somma ad alcune scelte politiche fatte recentemente dal governo. Il governo Meloni ha rimodulato 16 miliardi di euro dal Pnrr, la metà dei quali destinati ai Comuni del Sud per i piani urbani e l’efficientamento energetico. Saltati quindi alcuni grandi progetti di riqualificazione urbana, come Restart Scampia (156 milioni) e Taverna del Ferro a San Giovanni a Teduccio (106 milioni) in Campania, oppure gli interventi nei quartieri San Berillo e Librino a Catania e l’ex Città del Ragazzo a Messina in Sicilia, solo per fare degli esempi.
L’Fsc di Calabria e Sicilia dirottato per il Ponte
Altri 1,6 miliardi di euro sono stati presi di imperio nella manovra di bilancio dal Fondo sviluppo e coesione di Sicilia e Calabria e sono stati dirottati per realizzare il Ponte sullo Stretto, il progetto rimesso in piedi da Salvini ripescando la vecchia società Stretto di Messina con annessi contratti con il consorzio Eurolink. Il governatore Renato Schifani aveva tuonato contro la scelta di dirottare senza accordo queste risorse, Salvini è andato avanti lo stesso e sono saltati quindi finanziamenti destinati al dissesto idrogeologico e alle infrastrutture come il prolungamento dell’autostrada Siracusa-Gela nel tratto di Scicli: “In tutto sono stati toli alla Sicilia miliardi di euro”, ha calcolato la Cgil.
La rimodulazione delle Infrastrutture
Il ministero delle Infrastrutture ha rimodulato (cioè tagliato per il 2023) circa 2,5 miliardi di euro. Tra questi la linea ferroviaria Roma-Pescara nella tratta interporto d’Abruzzo-Chieti-Pescara per 568 milioni e nella tratta Sulmona-Avezzano per 277 milioni di euro. E, ancora, il raddoppio della Falconara-Orte per 326 milioni, il potenziamento della tratta Tivoli-Guidonia per 179 milioni, la chiusura dell’anello ferroviario di Roma per 175 milioni. Ma anche la velocizzazione della linea Lamezia Terme- Catanzaro e della Sibari-Porto Salvo in Calabria. Definanziata anche linea Firenze -Pisa per 299 milioni. Uniche opere definanziate al Nord sono il nodo di Novara per 77 milioni di euro e Raddoppio della linea Maerne-Castelfranco Veneto per 277 milioni. Soldi che saranno subito dirottati per altre opere: 1,1 miliardi, quasi la metà dell’intera rimodulazione, andranno per la linea ad Alta velocità Verona-Padova e per l’attraversamento di Vicenza. Altri 462 milioni per il nodo Terzo Valico di Genova. E, ancora, 563 milioni per coprire cantieri e gare in corso nel 2023.
(da La Repubblica)
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Gennaio 12th, 2024 Riccardo Fucile
MA SETTE MESI DOPO, LA NORMA È UN GUSCIO VUOTO: MANCANO I BANDI E I FONDI SONO CONGELATI…LA STRUTTURA DI PALAZZO CHIGI, GESTITA DAL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO, FINORA NON HA FATTO NULLA
È il 10 luglio 2023. Camera di deputati. Passa, all’unanimità, col voto
anche delle destre, la legge promossa da Liliana Segre che promuove le commemorazioni per il centenario dell’uccisione (da parte dei fascisti) di Giacomo Matteotti. Il Parlamento applaude se stesso. Ma sette mesi dopo la norma è un guscio vuoto. Mancano i bandi. Le associazioni, le fondazioni, le scuole che vorrebbero ricordare il martire socialista hanno dovuto congelare ogni iniziativa.
L’articolo tre fissava entro sessanta giorni l’istituzione di «un bando di selezione dei progetti». Ovvero, entro settembre. Invece l’anno matteottiano è già iniziato e del doman non vi è certezza. L’anniversario cade il 10 giugno, il giorno della sua uccisione. Mancano dunque sei mesi e serpeggiano perciò molti malumori. Valdo Spini, presidente della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli, ha scritto una mail al sottosegretario Alfredo Mantovano: i centenari sono incardinati infatti presso la Struttura di missione di palazzo Chigi.
«Purtroppo la legge è, per quanto mi risulta, completamente inattuata. Capisco che la presidenza del Consiglio ha avuto ed ha impegni gravosi e inderogabili ma la mancata attuazione non potrebbe non comportare proteste e polemiche che ritengo tutti vogliate evitare». Ha avuto risposta, Spini? «No».
Chiamiamo il sindaco di Fratta Polesine, il paese di Matteotti.
«Siamo in grave ritardo», conferma Giuseppe Tasso. Al momento non si sa nemmeno qual è il ministero cui spetterà il compito di gestire i finanziamenti
Il Parlamento ha stanziato 700mila euro a sostegno di convegni, idee didattiche (la Fondazione Rosselli ha promosso una biografia per le scuole L’idea dentro di me scritta dalla professoressa Francesca Tramonti, più un fumetto), mostre (il 6 aprile si aprirà quella a palazzo Roncale a Rovigo, curata da Stefano Caretti, che ha dedicato una vita di studi a Matteotti), recital, reading, a Fratta aspettano il finanziamento per ammodernare la casa museo.
In Polesine, per la prossima primavera aspettano anche il presidente Sergio Mattarella, che al culto di Matteotti ha sempre dedicato l’attenzione della Repubblica. Sciatteria? Brucia ancora lo schiaffo all’Anpi, dopo che nell’autunno scorso il ministro Valditara non ha più voluto rinnovare la convenzione con il ministero dell’Istruzione. Una delle partigiane più illustri, Iole Mancini, 104 anni tra un mese, ha scritto al Capo dello Stato per denunciare la compromissione di un diritto.
(da Repubblica)
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