Luglio 30th, 2024 Riccardo Fucile
TRAVAGLIO: “PER CALENDA ‘SERVE UN CENTRO SERIO’. MA PERCHÉ ESCLUDERTI GIÀ IN PARTENZA?”
«Arrivano, arrivano. E arriveranno»: sono fiduciosi i dirigenti di Forza Italia. «Bussano alla nostra porta soprattutto nelle Regioni in cui si vota: Emilia-Romagna, Liguria e, in prospettiva, Campania», aggiungono sornioni quelli che sono al lavoro sui territori. Lo smottamento parte dal centro, area alla quale Forza Italia rivendica di appartenere da sempre e che ambisce a egemonizzare.
La conversione di Italia viva al campo largo, infatti, non provoca difficoltà e perplessità solo sul lato sinistro del raggruppamento che dovrebbe accogliere i nuovi alleati. Che Matteo Renzi abbia scartato piuttosto bruscamente a sinistra, interroga, e parecchio, anche i centristi di Azione e dello stesso partito dell’ex premier: sia quelli che all’obiettivo di un terzo polo indipendente genuinamente credono, sia quelli che diffidano di Renzi e della sua mossa, a livello strategico.
Benché Carlo Calenda abbia fin qui difeso la posizione terzopolista, è proprio dalla sua Azione che si registrano spostamenti in direzione FI. Circola da giorni il nome dell’ex ministro Enrico Costa, che si è già dimesso da vicesegretario di Azione: nonostante non sia ancora ufficiale, la trattativa, accreditata dai forzisti, sarebbe a buon punto.
Riguardo alle ex ministre Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, l’ipotesi di un rientro è accreditata ma gli stessi vertici azzurri sarebbero tiepidi verso nomi così esposti (Carfagna in particolare). Data in uscita da Azione anche la deputata Giusy Versace, altra ex forzista.
Questa settimana ha fatto rumore il posizionamento pubblico pro Tajani dell’ex segretario di Azione a Napoli, Peppe Russo, il cui ingresso in FI attenderebbe solo il crisma dell’ufficialità. Già ufficiale il passaggio del dirigente bolognese di Iv, ma con un passato tra i calendiani, Paolo Giusti, e di Manes Bernardini, leghista, ma che fino alle Europee era atteso da Azione.
Dentro Iv, è dichiarato da tempo il malessere di Luigi Marattin che con Costa aveva sottoscritto l’appello per la nascita di un «soggetto libdem non personalistico». Oggi ribadisce quell’impegno ma senza escludere approdi diversi.
(da agenzie)
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Luglio 30th, 2024 Riccardo Fucile
“‘TRUMP E’ UN UOMO MESCHINO, CINICO E TRONFIO, IN UN CONFRONTO TV LA HARRIS LO DISTRUGGE”
Uno degli aspetti indubbiamente positivi è che Kamala Harris rappresenta un’entità del
tutto ignota, e pertanto pericolosa, agli occhi dei repubblicani, che nulla odiano quanto l’indecifrabile. Donald Trump, in modo particolare. Il dubbio lo fa entrare in fibrillazione e lo spinge a nuovi estremi di agitazione e incoerenza verbale, con raffiche di accuse al vetriolo, piuttosto autolesionistiche in campagna elettorale.
Uno contro uno, Trump non regge il confronto. Davanti a Kamala Harris, Trump appare per quello che è realmente, cinico, tronfio e meschino, anziché, molto più semplicemente, uno dei due vecchi tromboni che non dovrebbero mai più aspirare alla presidenza degli Stati Uniti. Avanti, che si presenti al dibattito, reclamano i democratici. Kamala Harris ne farà un sol boccone.
Partita riaperta
Ma prima ancora che quei ghigni spocchiosi vadano in frantumi per poi dissolversi nel nulla, è giusto esaminare un altro punto di vista. Quando il candidato presidenziale Trump è stato vittima di un tentativo di assassinio in Pennsylvania — quanti giorni sono passati? — un ben noto repubblicano, geniale analista, ha fatto notare che con quella pallottola Trump si era automaticamente aggiudicato la vittoria. In base alla sua strana logica, se la pallottola non ti ammazza, quantomeno ti assicura la presidenza degli Stati Uniti. Così è parso, a ogni buon conto. Un’affermazione che mi ha fatto salire la nausea in gola, tanto era irreale. Stava per materializzarsi il mio incubo peggiore e, devo ammetterlo, sono stato sopraffatto da brutti pensieri.
Tuttavia, una sensazione altrettanto irreale, benché assai diversa, si va diffondendo nell’aria che i democratici respirano in questo momento. E, ahimè, la respiro anch’io. La precipitazione su Kamala Harris, e la fiducia cieca nella sua vittoria, riflettono il disorientamento e la mancanza di disciplina che hanno fatto esitare a lungo il Partito democratico nel riconoscere il declino cognitivo di Biden, quando sarebbe stato opportuno allontanarlo dalla corsa presidenziale mesi addietro. E si è passati dal «No, come possiamo fare questo!» al «Sì, è questo che bisogna fare!». Pare che i democratici vogliano guidare il Paese prendendo spunto dalla celebre opera di Lewis Carroll.
Non sarà facile
Ma non appena gli scherni malvagi cominceranno a diradarsi, occorre riconoscere che la vittoria di Kamala Harris non sarà facile. Si potrebbe ipotizzare che la procedura eccezionale, attivata per incoronarla come candidata presidenziale, era forse l’unica strada percorribile. Ricordiamo che Kamala Harris si è vista bocciare la sua candidatura nel 2020, e che in quell’occasione si era rivelata un oratore poco entusiasmante, inefficace nel trasmettere il suo messaggio al pubblico. Su di lei corrono voci impietose (e forse false), che la accusano di non saper tenersi stretti i suoi collaboratori per via del carattere spigoloso. Ma il sospetto, che circola persino tra gli elettori democratici neri, e cioè che una donna di colore non sarà mai eletta alla presidenza, è assolutamente falso. Come pure la diceria velenosa che «l’America non è pronta» ad accogliere una donna di colore a capo del Paese. Tutt’altro: c’è da scommettere che l’America di oggi è più che pronta.
Come se non bastasse, Kamala Harris viene dalla California (un universo a parte, rispetto a Michigan o Pennsylvania, come tutti sanno). Inoltre, ha appena trascorso tre anni come vicepresidente di Biden, ma sempre relegata a un ruolo minore, che l’ha fatta passare sottotono. E a causa delle esitazioni di Biden sul suo ritiro, non ha avuto il tempo necessario per elaborare il programma da presentare agli elettori americani. La sua vittoria non è affatto scontata.
E tutto questo ancor prima che i repubblicani la aggredissero sbandierando tesi complottiste sulla sua nascita, seminando calunnie sui meriti della sua carriera per l’appartenenza a una minoranza razziale, vomitando montagne di disinformazione sul suo operato nella crisi migratoria sul confine con il Messico, e chissà quali altre maldicenze escogitate da Steve Bannon e Alex Jones, alimentate da pura follia e da rigurgiti di odio e nichilismo.
Eppure, malgrado tutto, ai democratici non mancano le risorse per puntare alla vittoria il prossimo novembre, purché Biden si tenga lontano dalla scena. Si sa che il Paese è profondamente spaccato sulla rotta da seguire e sulla scelta del timoniere. Ma oggi ideologia e convinzioni contano sempre meno per gli elettori, e la popolarità di Trump è confinata ai raduni Maga dei suoi seguaci più fanatici e squilibrati. Trump non si presenterà con la solita arroganza sul palco, di fronte a una più giovane, attraente e imperturbabile Kamala Harris, ex procuratrice generale della California.
La presidenza Biden-Harris, tra l’altro, vanta un lungo elenco di ottimi risultati, dal finanziamento delle infrastrutture al dibattito sui diritti riproduttivi delle donne, dalla ripresa economica post pandemia alla cancellazione dei debiti studenteschi, passando per la legislazione riguardante ambiente e salute, e via dicendo. Kamala Harris potrà assumersi parte del merito per i traguardi raggiunti.
Resta da affrontare la spinosa questione, ancora irrisolta, della pressione migratoria sul confine con il Messico, e i repubblicani non si lasceranno scappare la ghiotta occasione per accusarla di aver fallito nella gestione delle trattative. Kamala Harris, tuttavia, avrà modo di spiegare agli americani, perlomeno a quelli sani di mente, che quel confine rappresenta un problema che nessun partito è riuscito a risolvere da molti decenni a questa parte, trattandosi di un dilemma morale e geografico insormontabile che forse la politica non arriverà mai a sciogliere, se non nei bar, tra i fumi dell’alcol, dove tutti i problemi di questo mondo trovano una rapida e definitiva soluzione.
Davanti alla nazione
E poi c’è ancora un altro aspetto da prendere in considerazione. Al di là di tutti gli eccessi dei repubblicani, e forse in mancanza del pieno sostegno dei democratici, e nonostante i punti deboli di Kamala Harris, resta il fatto che molti americani sono pronti a votare chiunque, che non sia Donald Trump.
In tutte le elezioni, si votano i candidati non perché si condivide in tutto e per tutto la loro linea politica, né per ricevere in cambio benefici diretti, ma perché noi, cittadini, abbiamo fiducia in quel candidato, ci auguriamo che non perda il lume della ragione e che faccia ciò che è giusto per il Paese, non per asservimento a processi storici o per qualche affiliazione ideologica, bensì in risposta a una nuova e autentica dimensione personale, capace di promuovere… che cosa? Una maggior responsabilità civica? Una più ampia valorizzazione delle potenzialità umane? Una nuova visione di abnegazione e nobiltà d’animo, virtù finora sconosciute, o forse neppure mai esistite, se non nel crogiolo di un dibattito talvolta stridulo ed esasperato, quel dibattito che rappresenta la linfa vitale del nostro Paese? Oggi Kamala Harris è chiamata a presentarsi davanti alla nazione, e vedremo se sarà capace di abbracciare questa crescita e trasformarla nella sua missione. E, francamente, abbiamo forse altra scelta?
E perciò sì, non lo nascondo, sì con tutto il cuore. Sono convinto che possiamo farcela.
(da Il Corriere della Sera)
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Luglio 29th, 2024 Riccardo Fucile
PECCATO SI TRATTI DI UNA FAKE CHE CIRCOLA DAL 2018 E CHE PILLON SIA STATO COSTRETTO A FARE UN PASSO INDIETRO DOPO VARI SPERNACCHIAMENTI
Che la foto delle nuotatrici con la scritta “Not a dude” sul costume fosse un fake – decisamente rudimentale, e neanche di quest’anno – era piuttosto evidente, ma nell’arrendersi ai fatti l’ex senatore della Lega Simone Pillon non ha potuto fare a meno di mostrarsi rammaricato: “Alla fine a quanto pare era davvero una aggiunta con Photoshop. Peccato. Avrei preferito che fosse una notizia vera… Non disperiamo. A noi continuano a piacere donne così: belle, brave e not a dude”, scrive su X.
Ma partiamo dall’inizio. Le immagini stanno circolando molto sui social nelle ultime ore, e in mattinata Pillon ha rilanciato il contenuto esprimendo entusiasmo: “Belle, brave e ironiche. Apprezzo moltissimo. Di questi tempi andrebbe resa obbligatoria – scrive – magari illuminata a led”.
In molti nei commenti gli hanno fatto notare che si trattava di un’immagine modificata. Dopo alcune ore l’ex senatore ha preso atto della cantonata. Ma non è stato l’unico a cascarci: sul web le immagini delle nuotatrici con la scritta “segnaletica” all’altezza del pube continuano ad essere condivise generando migliaia di interazioni, ma si tratta in realtà di un filone di fake-news partito addirittura nel 2018.
(da agenzie)
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Luglio 29th, 2024 Riccardo Fucile
DEI 5,5 MILIARDI IN DOTAZIONE PER I PROSSIMI 4 ANNI, CIRCA 3 PROVENGONO DAL FONDO ISTITUITO DAL GOVERNO DRAGHI, MENTRE ALTRI 2,5 VENGONO PRELEVATI DAL BUDGET PER LA COOPERAZIONE DELLA FARNESINA E DAL MEF
Era il 25 ottobre 2022 quando, nel discorso per chiedere la fiducia alle Camere, Giorgia
Meloni citò per la prima volta il piano Mattei: indicato fra i pilastri del suo mandato, venne presentato come un modello virtuoso di collaborazione tra l’Europa e l’Africa all’insegna del “aiutiamoli a casa loro”, in grado di arginare il fenomeno migratorio.
Ebbene, quasi due anni dopo, il Dpcm contenente le specifiche degli interventi che l’Italia intende realizzare in 9 Paesi del continente africano è stato finalmente inviato al Parlamento per il parere richiesto dalla legge. E, sorpresa, non solo si pretende di fare le nozze coi fichi secchi, dal momento che non un euro in più è previsto rispetto a quelli già stanziati in passato: dei 5,5 miliardi in dotazione per i prossimi 4 anni, circa 3 miliardi provengono dal Fondo per il clima istituito dal governo Draghi, mentre altri 2,5 miliardi vengono prelevati dal budget per la cooperazione di stanza alla Farnesina e al Mef, che ora passeranno alla Presidenza del Consiglio.
Ma quasi tutti i “nuovi” progetti pilota sono in realtà vecchi. Restituendo l’impressione di aver raschiato il fondo del barile pur di riempire di contenuti un Piano in effetti vuoto. Soprattutto senza una visione che non siano gli interessi delle compagnie energetiche tricolori, Eni ma anche Enel e Snam, che da quelle parti hanno da anni investimenti corposi.
Ma andiamo con ordine. Nella primavera 2022, all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina, l’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio e l’ad di Eni Claudio Descalzi si recano in Qatar, e poi pure altrove, per incrementare le nostre scorte di gas. Con l’avvento del governo Meloni, a questa missione si affianca l’ossessione di azzerare gli sbarchi. Nel gennaio 2023 la premier in missione in Algeria sostiene che «il nostro modello di cooperazione non è predatorio » ma basato su una «cooperazione paritaria».
Peccato che nel decreto si scriva espressamente che il piano Mattei si occuperà della «promozione della sicurezza nazionale in tutte le sue dimensioni, inclusa quella economica, energetica, climatica, alimentare e del contrasto ai flussi migratori irregolari». È questa la vera finalità.
Tant’è che nella governance affidata alla cabina di regia insediata a Palazzo Chigi non si prevede la partecipazione di paesi, istituzioni pubbliche o enti privati africani. Mistificazione smascherata a sei mesi fa da Moussa Faki, presidente della Commissione dell’Unione Africana, nel suo j’accuse in Senato.
Ciò che non è possibile stabilire è in base a quali criteri sono stati individuati i 9 paesi destinatari degli interventi. E così viene naturale pensare che la Costa d’Avorio sia stata scelta sia perché da lì proviene il grosso dei migranti, sia perché nel 2021 l’Eni ha scoperto un giacimento offshore di olio e gas.
Stesso discorso per l’Algeria, che è il nostro principale fornitore di gas. Ed è sempre targato Eni il progetto nella Repubblica del Congo per portare l’acqua nel distretto di Hinda, iniziato però nel 2012. Come pure quello in Kenya per lo sviluppo di biocarburanti.
In Egitto sono invece previsti tre interventi: uno in agricoltura by (di nuovo) Bonifiche Ferraresi, gli altri nel campo dell’istruzione con l’aiuto delle controllate Sace e Simest, nonché di Confindustria. Anche qui: c’entrerà forse l’importante scoperta di gas al largo del Paese governato da Al-Sisi, annunciata l’anno scorso da Eni? Per non dire del Mozambico, che casualmente ospita il più grande giacimento di gas africano gestito, manco a dirlo, dal cane a sei zampe.
Ma il caso forse più eclatante è la Tunisia: l’Elmed, ovvero l’interconnessione elettrica sottomarina tra Italia e Tunisia, non solo è finanziato dalla Ue che la riconobbe come infrastruttura chiave nel 2017, ma l’accordo per la posa di cavi e tubi risale al 2019. E così i due progetti in Marocco, uno dei quali in discussione da anni (Casa Italia). E sempre antecedente alla stesura del Piano è il progetto in Etiopia sul recupero ambientale dell’area del lago Boye, adottato con un’intesa siglata da Meloni e Abyi Ahmed il 6 febbraio 2023.
(da La Repubblica)
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Luglio 29th, 2024 Riccardo Fucile
TRA LE CRITICITÀ PIÙ GRAVI C’È L’IMPOSSIBILITÀ DI ACCEDERE ALLA CESSIONE DEL CREDITO O LO SCONTO IN FATTURA: UNA MISURA DISCRIMINANTE PROPRIO VERSO QUEI CITTADINI PIÙ POVERI, CON REDDITO COSÌ BASSO
Sul futuro del Superbonus al 110%, la misura per risanare casa e renderla energeticamente efficiente, il dibattito è ancora in primo piano. A poco più di un mese dalla conversione in legge del Dl Giorgetti, cresce l’emergenza che lo stop a questo incentivo sta creando tra famiglie e imprenditori.
Sono migliaia i lavori fermi e migliaia le famiglie che patiscono enormi disagi perché impantanate nelle maglie di una misura che dal suo varo è stata modificata oltre 30 volte, per giunta in maniera retroattiva.
Ci sono famiglie rimaste senza casa e con bambini disabili sulle spalle e pensionati che si ritrovano a pagare rate di finanziamento che non riescono a sostenere con le loro pensioni. Molte delle persone coinvolte stanno patendo problemi di salute e sono in cura con antidepressivi. Secondo i conti fatti dall’Associazione degli Esodati del Superbonus, le vittime dell’incentivo per ristrutturare casa sono circa 1,5 milioni di famiglie e 500mila tra imprese in difficoltà o rischio chiusura.
Nata come comitato spontaneo nel 2022, l’Associazione è impegnata in manifestazioni, appelli alle istituzioni e cerca di portare avanti le istanze di migliaia di cittadini che si trovano senza casa o con una casa inagibile, con debiti, problemi familiari e in alcuni casi senza lavoro. C’è chi è costretto a farsi ospitare da amici e parenti, chi dorme in un garage, chi si trova a pagare affitto e mutuo perché la sua casa è stata sventrate da lavori iniziati e che le imprese non hanno più la liquidità per continuare.
L’Associazione ha scritto una lettera-appello al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti chiedendo modifiche al Dl 39 con urgenza proprio per sostenere le famiglie in difficoltà. «Nonostante l’incontro avvenuto il 12 giugno e i successivi solleciti, non abbiamo ancora ricevuto alcuna risposta» scrivono i delegati dell’Associazione che chiedono al Tesoro un nuovo incontro per discutere le proposte e trovare soluzioni concrete.
Tra le criticità più gravi, l’Associazione punta il dito contro i limiti all’esercizio delle opzioni per la cessione del credito o lo sconto in fattura. Una disposizione che ha creato enormi difficoltà a chi ha già sostenuto le spese per i lavori e che ora si trova nell’impossibilità di cedere i crediti a causa di una norma che impedisce, retroattivamente, la cessione di crediti ai privati che li avevano già maturati per spese ante 2024.
Questa ultima misura si configura come discriminante proprio verso quei cittadini più poveri, percettori di un reddito così basso da essere impossibilitati a beneficiare della detrazione che spetta a loro […] Il divieto di cessione delle rate residue avrà delle conseguenze devastanti proprio su queste migliaia di contribuenti che, rischiano di perdere i risparmi di una vita di lavoro investiti confidando in una legge dello Stato.
(da agenzie)
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Luglio 29th, 2024 Riccardo Fucile
TRA ROMA E NAPOLI LA CIRCOLAZIONE È RALLENTATA, CON RITARDI CHE SUPERANO I 60 MINUTI, PER UN PROBLEMA SULLA LINEA… BERSANI IRONIZZA: “NELLA TOTALE INCONSAPEVOLEZZA DI SALVINI, IN ITALIA SI STANNO SVOLGENDO LE ‘OLIMPIADI DEL VIAGGIATORE’. LO ASPETTIAMO PER LE PREMIAZIONI…”
Ancora un guasto sulla linea dell’Alta Velocità tra Roma e Napoli. Dalle ore 15.50 di oggi la
circolazione è rallentata per un problema tra Labico e Anagni che sta causando caos e disagi in particolare in direzione Napoli.
I ritardi superano i 50 minuti, avverte Trenitalia attraverso il proprio sito Ripercussioni che stanno creando disagi alla Stazione Termini, con anche i treni Italo che stanno accumulando ritardo. Il treno delle 17.00, in direzione Napoli, porta un ritardo di 100 minuti, con la nuova partenza prevista per le 18.40.
Sul caso è intervenuto anche Pier Luigi Bersani, ex ministro ed ex segretario Pd, che ha postato su X la fotografia di un tabellone della stazione Termini che lampeggia treni i ritardo di ore o cancellati. “Nella totale inconsapevolezza del ministro dei Trasporti – attacca Bersani che chiama in causa il vicepremier Matteo Salvini – in Italia si stanno svolgendo le “Olimpiadi del viaggiatore”. Lo aspettiamo per le premiazioni”.
(da agenzie)
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Luglio 29th, 2024 Riccardo Fucile
VANNO A RILENTO ANCHE I RIACCREDITI AI COMUNI DELLE SOMME GIA’ SPESE PER LA DIGITALIZZAZIONE, CON IL RISCHIO CRAC PER MOLTI ENTI LOCALI … A PAGARE IL CONTO SONO ANCHE LE FERROVIE DELLO STATO, CHE NON RIESCONO A SMAZZARE RAPIDAMENTE I LAVORI PREVISTI
Con la richiesta di pagamento della sesta rata, presentata il 28 giugno scorso, l’Italia ha registrato il raggiungimento di traguardi ai quali è connesso il 63% delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Quelle sinora ricevute ammontano a 102,5 miliardi di euro, corrispondenti al 53% della dotazione complessiva del Piano stesso: un dato che supera la media europea.
E che salirà a 113,5 miliardi di euro, oltre il 58% delle risorse totali, a seguito del pagamento della quinta rata, già approvato dalla Commissione europea il 2 luglio 2024 e dal Comitato economico e finanziario il successivo 18 luglio.
Recita così la quinta relazione sullo stato di attuazione del Pnrr, approvata in consiglio dei ministri e […] resa pubblica solo in sintesi Dalle 18 pagine della sintesi è possibile farsi un’idea degli avanzamenti e dei problemi presenti e futuri che la programmazione racchiude. La questione dirimente resta quella della spesa, finora sostenuta grazie soprattutto all’elargizione dei bonus alle imprese. Come i crediti d’imposta che costituiscono la spesa più consistente dei 51,36 miliardi sborsati fino al primo semestre e che, per un terzo, sono stati già elargiti. Al contrario, quando si tratta di attivare procedure e gare, il tasso di avanzamento si ferma al 21%.
I numeri descrivono bene lo stato reale: al 30 giugno sono stati spesi oltre 28 miliardi in crediti d’imposta e 23 miliardi nelle gare, a valere su progetti attivati per 122 miliardi.
I colli di bottiglia sono tanti quando si tratta di espletare le procedure. Per risolverli, si legge nella sintesi della relazione, un decreto legge del marzo scorso ha istituito Cabine di coordinamento presso le prefetture per monitorare e supportare l’attuazione dei progetti del Pnrr a livello territoriale.
Le Cabine di coordinamento, presiedute dai prefetti, hanno il compito di rilevare tempestivamente le criticità, individuare soluzioni con i soggetti istituzionali coinvolti e contribuire a implementare i piani d’azione dedicati.
Inoltre è partito un meccanismo di monitoraggio rafforzato per garantire il raggiungimento degli obiettivi. I soggetti attuatori, in virtù della nuova disciplina, sono obbligati ad aggiornare tempestivamente i cronoprogrammi procedurali e finanziari sulla piattaforma informatica ReGiS. Un obbligo cui i Municipi, ad esempio, si sono attenuti, ma c’è anche il rovescio della medaglia: «La gran parte dei Comuni ha già caricato quasi tutte le rendicontazioni sulla piattaforma ReGis del ministero dell’Economia per la convalida della spesa.
Un passaggio necessario per ottenere i rimborsi. Ma i riaccrediti stanno arrivando col contagocce», denuncia Andrea Marrucci, sindaco di San Gimignano e presidente toscano di Ali Toscana (Autonomie locali italiane). I Comuni ancora non hanno ricevuto dallo Stato rimborsi per l’85% degli oltre tre miliardi spesi in progetti di digitalizzazione legati al Pnrr. Si tratta di oltre tremila realtà, molte tra Umbria, Toscana, Abruzzo e Lazio.
In attesa di un rimborso statale che ritarda, corrono il concreto rischio di crisi finanziaria.
A pagare il conto della difficoltà di spesa sono anche i grandi soggetti attuatori che sono stati sovraccaricati di lavoro perché ritenuti più capaci di spendere in velocità. Tra questi, le Ferrovie dello Stato[…] Ma il problema riguarda anche chi, sui binari, ci fa passare le merci.
«I lavori del Pnrr previsti sull’infrastruttura ferroviaria — ha spiegato con una certa preoccupazione Clemente Carta, presidente dell’associazione Fermerci — produrranno interruzioni fino al 60%. Nel 2027 la rete sarà certamente potenziata e adeguata agli standard europei ed è un bene, ma nel frattempo è necessario che prosegua il dialogo tra imprese e decisori per individuare un sostegno concreto al trasporto ferroviario delle merci» Intanto il governo pensa già a portare a casa la sesta rata, per ottenere la quale sta completando il conseguimento di 37 obiettivi, suddivisi in 27 milestone e dieci target, per un importo complessivo pari a 8,5 miliardi di euro, gestito da 17 Amministrazioni.
Tra i risultati da raggiungere c’è l’avanzamento della Linea adriatica per il potenziamento del trasporto del gas ma, come sempre, la parte del leone la faranno i crediti d’imposta di Transizione 4.0 e 5.0.
(da Corriere della Sera)
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Luglio 29th, 2024 Riccardo Fucile
L’ASTENSIONE SI AVVICINA AL 50%… UNO SU DUE È PESSIMISTA SUL FUTURO. L’INFLAZIONE PREOCCUPA IL 46% DEI CITTADINI…LA VITA COSTA SEMPRE DI PIÙ MENTRE GLI STIPENDI RIMANGONO INCHIODATI
La stagnazione economica e le crisi politiche e sociali degli ultimi anni hanno portato ad un
senso di immobilismo e di mancanza di prospettive, facendo sentire le persone intrappolate, ognuna nella propria realtà.
Le complicate esperienze della vita quotidiana di molti italiani hanno accentuato questa sensazione di isolamento, dando origine a quella che si potrebbe definire una “bolla sociale” in cui è facile sentirsi distaccati dalle dinamiche generali dell’intero sistema Paese.
Infatti, mentre è noto a tutti che la globalizzazione ha portato molte influenze esterne, i cittadini privi degli strumenti per poter razionalizzare l’evoluzione degli eventi, si sono sentiti totalmente sopraffatti in cerca di nuovi appigli o punti di riferimento. In tutto questo la politica ha sempre giocato un ruolo cruciale nella vita dei cittadini influenzando la vita quotidiana della società sotto molteplici aspetti.
Eppure, negli ultimi 15 anni ci sono stati diversi fattori che hanno portato a una crescente disillusione verso le istituzioni politiche manifestandosi in primo luogo con la crescita esponenziale dell’astensione al voto.
Ora il rapporto di fiducia con chi ha già assaggiato il ruolo guida nei governi degli ultimi anni si è logorato, perché non è più sufficiente conoscere il listino prezzi del supermercato per accorgersi che gli stipendi sono fermi da anni –e troppo bassi-, mentre il prezzo della vita aumenta senza pietà alcuna.
Emerge quindi una sensazione di forte disagio e di sconforto che opprime la popolazione e che appare limitata a coloro che si sentono prigionieri della “bolla”. Si è generato così negli anni un percepito di scollamento proprio tra i cittadini e le istituzioni politiche di riferimento. In una delle ultime indagini di Euromedia Research 1 cittadino su 4 si dichiara rassegnato rispetto alla politica, mentre 1 su 5 ha un forte desiderio di cambiamento e rinnovamento.
In questa breve panoramica delle emozioni la fiducia, l’ottimismo e la soddisfazione occupano gli ultimi posti della scala di valore. Il tema dell’inflazione, denunciato insieme al carovita sempre ai primi posti tra le priorità dei cittadini, è fondamentale per l’economia familiare poiché può avere un impatto significativo proprio sul potere di acquisto e sulla pianificazione finanziaria.
Se i prezzi aumentano, le famiglie potrebbero trovare complicato mantenere un livello di vita accettabile se anche gli stipendi non crescono proporzionalmente. Ed ecco come gestire le finanze familiari diventa essenziale per coprire le spese giornaliere come alimenti, casa, trasporti, bollette.
Tuttavia, contrariamente a quanto si è abituati a credere, le scelte di spesa che si decidono ogni giorno non coinvolgono solo il denaro, ma anche una serie di emozioni come la paura, la rabbia, l’invidia, la frustrazione, la delusione… e, mai come gli ultimi tempi, la mancanza di ottimismo e di fiducia. Quasi un cittadino su 2, riflettendo sulla propria situazione economica, si dichiara pessimista (46.1%).
È provato che i cittadini sono sempre molto severi con i politici, soprattutto se non mantengono le promesse specialmente in tempi di crisi economica. Tuttavia, se le offerte politiche non cambiano radicalmente o se non emergono nuove liti nella maggioranza di governo o non si creano nuovi fatti intralcianti o –addirittura– sbocciano nuove forze politiche in grado di attrarre un ampio consenso, è probabile che nulla si modifichi per un po’… l’unico vero rischio per il governo è il logorio giorno dopo giorno di fronte all’opinione pubblica.
(da La Stampa)
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Luglio 29th, 2024 Riccardo Fucile
SECONDO LE ULTIME RILEVAZIONI, LA SUA LISTA CIVICA E’ ACCREDITA DI UN FORTE 9% … LE POSSIBILE SCELTE DI MISCONOSCIUTI AMMINISTRATORI LOCALI O DI ESPONENTI DELLA SOCIETA’ CIVILE NON REGGONO LA SFIDA ALL’EX MINISTRO ANDREA ORLANDO, CHE ACCETTERÀ SOLO SE AVRÀ IL SOSTEGNO DEL CAMPOLARGO PD-M5S
Nel centrodestra ligure sono giornate di frenetiche riflessioni per individuare un possibile candidato alle elezioni regionali del prossimo autunno. Un totonomi che impazza ma che resta confinato ai desiderata dei partiti, ai ragionamenti interni, e che si snoda sottotraccia, in qualche caso persino prima di valutare le disponibilità dei potenziali alfieri della coalizione. Idee, che si assommano in attesa che siano le segreterie nazionali dei partiti a prendere in mano il boccino e a dare indicazioni ai livelli locali di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia
Ma nelle ultime ore hanno preso corpo due profili nuovi, da vagliare nella prospettiva di individuare il possibile erede politico del dimissionario Giovanni Toti. Il primo potenziale candidato su cui sono in corso ragionamenti è il sindaco di La Spezia, Pierluigi Peracchini.
Un amministratore che in molti giudicano capace, con radici nel mondo del sindacato (e in particolare nella Cisl) e che raccoglie giudizi lusinghieri sia in Forza Italia che in Fratelli d’Italia. Ma che incarna anche quel mondo dei sindaci apartitici, moderati e civici che ha rappresentato un punto di forza nel centrodestra ligure degli ultimi anni
L’altro profilo su cui si sta ragionando dietro le quinte è quello di Pietro Piciocchi: il vicesindaco di Genova è stimato per il suo impegno nella giunta Bucci, ha solide radici cristiane e un naturale orientamento conservatore, a cui però si somma il pragmatismo dell’amministratore. Avrebbero però entrambi potenziali controindicazioni. Sono meno conosciuti rispetto al rivale in pectore del centrosinistra, Andrea Orlando. E se Peracchini dovrebbe superare lo scetticismo di chi crede che il candidato ideale sia un genovese, entrambi sono impegnati in prima fila nella gestione dei due comuni liguri
Ci sono altre riflessioni che, persino in una domenica di fine luglio, si fanno strada nel centrodestra ligure. C’è chi, ad esempio, non avrebbe perso la speranza di convincere a candidarsi il rettore dell’Università di Genova, Federico Delfino.
Un nome che fu sondato dai partiti di centrodestra prima che deflagrasse l’inchiesta per corruzione che ha coinvolto Toti, quando parte della coalizione era già convinta che non ci sarebbe stato un terzo mandato del presidente uscente. Delfino ha declinato, nonostante la giovanile passione per la politica. Ma non è escluso che un tentativo – magari romano – di fargli cambiare idea possa essere messo in atto nei prossimi giorni.
Nella rosa dei nomi, poi, resta il presidente della fondazione di Palazzo Ducale, Beppe Costa. Si avvia invece a tramontare l’ipotesi legata al presidente dell’Ordine dei medici di Genova, Alessandro Bonsignore
(da agenzie)
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