Luglio 31st, 2025 Riccardo Fucile
NUMERI HORROR PER L’INDUSTRIA: -2,3% PER LA PRODUZIONE. LA FRENATA È DOVUTA ALLA GUERRA COMMERCIALE SCATENATA DA TRUMP… GIORGETTI DEVE AMMETTERE: “I DAZI AL 15% CI COSTANO MEZZO PUNTO DI PIL”. E DAL 2026, SENZA NEMMENO PIÙ LA SPINTA DEL PNRR, SARANNO DOLORI VERI
Brusca frenata per l’economia italiana, che ha subito una battuta d’arresto nel secondo
trimestre del 2025. Stando alle stime preliminari dell’Istat, da aprile a giugno il prodotto interno lordo ha registrato una contrazione dello 0,1%, in contrasto con l’espansione dello 0,3% osservata nel primo trimestre dell’anno.
Una flessione in gran parte dovuta alle incertezze legate alle politiche internazionali.
«I dazi al 15% ci costano mezzo punto di Pil», ha detto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.NIntervenuto alla Camera, il capo dal Mef rimane cauto, spiegando comunque che le proiezioni del governo per quest’anno rimangono confermate, con una crescita stimata dello 0,6%, come scritto nel Documento programmatico di Bilancio per il 2025. Questo anche perché, come sottolinea l’Istat, la crescita acquisita del Pil è allo 0,5%.
Le preoccupazioni maggiori, ora, si concentrano sul 2026, quando l’impatto delle tariffe imposte dall’amministrazione americana all’Unione europea potrebbe ridurre di mezzo punto percentuale le stime di crescita rispetto al Documento di Finanza Pubblica, che prevedeva un incremento dello 0,8%.
L’accordo raggiunto in Scozia tra la Casa Bianca e la Commissione europea è ancora tutto da capire nei dettagli e ogni settore potrebbe avere ricadute in base alle trattative. Ma il fatto stesso che ci sia un accordo contribuisce a limitare i danni secondo Giorgetti.
«L’intesa – ha detto il ministro – preannuncia la chiusura di una fase di incertezza e scongiura una guerra commerciale». E questo servirà a prevedere la crescita. «È una imprescindibile premessa rispetto all’adozione delle misure funzionali a garantire le imprese italiane e ad aumentare o anticipare la programmazione di investimenti».
Secondo le stime dell’Istat sul Pil, agricoltura, silvicoltura, pesca e industria hanno già registrato una riduzione, riflessa nella stima della variazione congiunturale. I dati sul fatturato dell’industria e
dei servizi diffusi ieri dall’istituto di statistica, hanno visto stazionari i numeri sui servizi, mentre è stimato un calo del 2,2% in valore e del 2,3% in volume per la produzione. Su base tendenziale, i ricavi industriali sono in flessione dell’1,8% in valore e del 2,6% in volume.
L’impatto sull’economia italiana sarà comunque rilevante. E lo sottolineano le reazioni agli annunci delle scorse ore. Secondo un’elaborazione su dati Istat di Promos Italia, che segue l’internazionalizzazione delle imprese per le Camere di commercio italiane, un patto con tariffe al 15% non è soddisfacente per sette aziende su dieci.
Con consumi più bassi e prezzi sempre più alti, «i dati sul Pil confermano i timori» ha commentato la presidente di Adoc Anna Rea.
Per l’Ufficio studi di Confcommercio, la stima sulla crescita è «troppo brutta per essere vera» e il turismo incoming potrebbe essere stato meno dinamico del previsto sia in maggio sia in giugno. Ieri Confindustria ha incontrato i sindacati per trovare soluzioni comuni su politiche energetiche e misure di contrasto ai dazi.
Nei giorni scorsi l’associazione guidata da Emanuele Orsini aveva calcolato possibili ricadute per 22,6 miliardi in termini di mancate vendite delle imprese italiane negli Usa.
Secondo quanto trapelato, la premier Giorgia Meloni ha chiesto ai suoi ministri di preparare dossier sull’impatto delle tariffe nei singoli comparti in modo da misurare i potenziali danni e valutare le contromisure. E Giorgetti ha parlato della possibilità di ricorrere al meccanismo Safe.
(da agenzie)
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Luglio 31st, 2025 Riccardo Fucile
PRIMA LI AVREBBE INSULTATI “FIGLI DI P… PALESTINESI, TERRORISTI”, POI AVREBBE COLPITO DUE FRATELLI CHE HANNO ALLEGATO IL REFERTO MEDICO DELL’OSPEDALE… IL TURISTA INVECE NON HA ALCUN REFERTO E NON SI E’ RECATO IN ALCUN OSPEDALE
“L’uomo che lamenta di essere stato vittima della aggressione, è in realtà stato il primo a tirare una testata a uno dei miei assistiti e a scagliare un pugno al volto del di lui fratello”: l’ha spiegato in una nota e l’ha confermato a Fanpage.it Federico Battistini, avvocato delle persone identificate per la presunta aggressione denunciata da un turista francese di religione ebraica e avvenuta domenica 27 luglio, attorno alle 20:00, nell’autogrill dell’autostrada Milano-Laghi a Lainate (Milano).
L’aggressione, come ha chiarito a Fanpage.it dall’avvocato, sarebbe avvenuta in due momenti.
Il primo mentre il gruppo di persone difeso dall’avvocato si è avvicinato al bancone del bar per prendere un caffé. “È sopraggiunto un uomo che ha iniziato a fissarli con insistenza – scrive il legale – forse perché parlavano arabo. Questo individuo
ha rivolto le sue attenzioni in particolare alle donne del gruppo, le quali indossavano dei ciondoli raffiguranti la cartina geografica palestinese. Passando loro accanto, il signore francese si è rivolto all’indirizzo dei miei assistiti dicendo loro: ‘Figli di pu**ana palestinesi’ e ‘Terroristi'”. Insulti che uno dei ragazzi del gruppo avrebbe capito perché conosce il francese. L’uomo, sostiene l’avvocato, avrebbe continuato a rivolgere alla compagnia di origine palestinese “gesti offensivi, insulti razzisti e sessisti e minacce”.
Solo successivamente, sempre secondo la versione fornita dall’avvocato, il francese avrebbe cominciato a registrare il video diventato virale online, nel quale si vedrebbe la reazione del gruppo palestinese.
“Nel video, per altro – dice Battistini – si percepisce chiaramente l’uomo sfidare i presenti a uscire dall’autogrill e rivolgere loro insulti (‘Stai zitto stro**o’, ‘Figlio di pu**ana’, ‘Vai a crepare’), oltre a inneggiare provocatoriamente a Israele (‘Am Yisrael Chai’, ‘Viva Israele’)”.
“Successivamente – continua l’avvocato – sempre l’uomo che lamenta di essere stato vittima della aggressione, è in realtà stato il primo a tirare una testata a uno dei miei assistiti, “colpevole” di avergli chiesto di cancellare il video di cui sopra in quanto lesivo della propria privacy, e a scagliare un pugno al volto del di lui fratello. I ragazzi si sono poi recati al Pronto Soccorso, ove
sono state diagnosticate lesioni, nello specifico trauma cranico e contusioni da percosse”. Per questo motivo, dice il legale “è stata presentata una querela” per lesioni.
Come confermato a Fanpage.it dall’avvocato Battistini, la prima parte dell’aggressione verbale sarebbe stata ripresa anche dalle telecamere della stazione di servizio, mentre il confronto fisico sarebbe avvenuto, dice la Digos che sta indagando sul caso, in una parte dell’Autogrill non coperta da telecamere, al piano inferiore, dove si troverebbero i bagni.
(da Fanpage)
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Luglio 31st, 2025 Riccardo Fucile
I DUBBI DEI FIGLI DEL CAV: CHE CE FAMO CON FORZA ITALIA?
L’incontro, che doveva esserci già due settimane fa, è per oggi. Antonio Tajani a Milano
incontrerà Pier Silvio e Marina Berlusconi, a casa di lei. Ci sarà anche Gianni Letta. «Era previsto da giorni e gli scambi sono periodici» minimizzano l’impatto della indiscrezione da entrambe le parti.
Tuttavia, questo faccia a faccia del segretario con i figli del fondatore di FI segue almeno due alert letti con un certo interesse anche negli ambienti del partito in cui si scommette (e un po’ si lavora) per un ricambio al vertice.
Il 9 luglio, presentando i palinsesti Mediaset, Pier Silvio Berlusconi ha parlato apertamente di ricambio generazionale. «Il problema di Forza Italia è che sono anziani, non dico anagraficamente, ma per mentalità. Ci vorrebbe una iniezione di forze nuove».
Si riferiva ai candidati, certo, ma anche a una classe dirigente da far crescere. Poi ha stroncato la battaglia di Tajani per lo ius scholae definendo il tema «non una priorità». Indicazioni, molto nette, che darebbero conto di una insoddisfazione per la conduzione del partito troppo romanocentrico e che fatica a recuperare consensi al Nord.
Due giorni fa è stato Ignazio La Russa a evocare questo scenario: «Tutti i figli di Silvio Berlusconi, non solo Pier Silvio, ma anche Marina, Barbara, Luigi ed Eleonora se decidessero di fare
politica rappresenterebbero un fatto estremamente positivo», le parole del presidente del Senato. Un’entrata a gamba tesa nelle faccende degli alleati?
Anche in questo caso dentro FI minimizzano: «Niente di diverso da quel che diceva lo stesso Tajani. Del resto i figli di La Russa sono amici dei figli più giovani di Berlusconi, non è un caso che abbia nominato tutti e cinque».
Il segretario, da parte sua, a proposito della famiglia dice sempre che i rapporti sono ottimi e periodici. Solo pochi giorni fa il Consiglio nazionale ha approvato la modifica dello statuto per cui i coordinatori regionali non saranno più nominati dal leader, ma eletti dagli iscritti.
Una modifica nella direzione di quel rinnovamento sollecitato da Pier Silvio. E anche a proposito dell’incontro di oggi, Tajani si professa sereno, sicuro del sostegno dei Berlusconi al partito e alla sua conduzione.
(da Corriere della Sera)
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Luglio 31st, 2025 Riccardo Fucile
BOOM DI “BAMBOCCIONI”, I DIVORZI RAGGIUNGONO I MATRIMONI
In Italia i divorzi (e le separazioni) hanno ormai raggiunto il numero di matrimoni. Una gara tra Achille e la tartaruga che alla fine Achille ha vinto, anche perché negli ultimi cinquant’anni il numero dei «sì lo voglio» si è più che dimezzato: dai 373.784 nel 1975 ora sono 184mila. È Istat, a corredo delle stime sulla popolazione residente, che fa un quadro della situazione in Italia. E dipinge un futuro in cui gli italiani, come scrive Gian Carlo Blangiardo sul Giornale, saranno sempre più soli.
Gli italiani e le famiglie unipersonali
Le previsioni dell’Istituto di statistica presentano una faccia doppia. Da una parte le unità familiari aumenteranno da 26,5 milioni nel 2024 a 27,2 milioni nel 2040. Al contempo, però, schizzerà anche il numero di persone sole, o meglio le «famiglie unipersonali», che incrementeranno di un milione in vent’anni.
Un numero trascinato da una doppia verità ben nota e inesorabile. Da un lato, la popolazione italiana diventa più anziana, con l’aspettativa di vita che cresce di anno in anno. Ma più si è longevi, più è elevato il rischio di rimanere vedovi. Dall’altro lato, il numero di separazioni e divorzi aumenta e spesso chi esce da una relazione sceglie di non unirsi nuovamente.
I bamboccioni aumentano, la denatalità non diminuisce
Questo “affaticamento familiare” ha anche origine dalle categorie più giovani, che si portano sulle spalle la difficoltà di ottenere una situazione finanziaria e lavorativa. I “bamboccioni“, che tra i 25 e i 39 anni rimarranno in casa con i genitori, aumenteranno addirittura del 26% fino al 2040, salendo a 313 mila dagli attuali 249mila. Il trend della bassa natalità non sarà invertito, con un +10,1% di coppie senza figli. E cresceranno anche le famiglie monogenitoriali con figli non ancora ventenni. In particolar modo riguardo ai padri, +23,3%, rispetto al +2,6% delle madri, che comunque in questo campo sono la maggioranza. Insomma, in Italia ci sono sempre meno matrimoni e sono sempre più fragili. E gli italiani sono sempre più soli. I 75 anni delle nozze di platino sono un obiettivo lontano anni luce, o meglio ere storiche.
(da agenzie)
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Luglio 31st, 2025 Riccardo Fucile
“NON E’ UNA PROTESTA CONTRO ZELENSKY, MA RIFIUTIAMO L’AUTORITARISMO”
Oggi, giovedì 31 luglio, in occasione della riunione del Parlamento ucraino per esaminare
il nuovo disegno di legge presidenziale, migliaia di giovani scenderanno in nuovamente in piazza
«Ma che diavolo, vi manca Yanukovych?» recita il cartello che Elina, giovane studentessa ucraina, tiene sollevato tra la folla. Il riferimento è chiaro: l’ex presidente filo-russo Viktor Yanukovych, costretto alla fuga nel 2014 dopo le imponenti proteste di Euromaidan, simbolo della spinta dell’Ucraina verso l’Europa. A distanza di oltre un decennio, Elina e migliaia di suoi coetanei sono tornati nelle piazze anche per difendere l’eredità di quella stagione di rivolte. Le nuove manifestazioni, le prime dall’inizio dell’invasione russa nel 2022, sono scoppiate dopo l’approvazione del controverso disegno di legge che avrebbe smantellato l’autonomia di due agenzie anticorruzione, pilastri delle riforme promosse nel 2014. Il timore dei giovani, per lo più ventenni, era che la legge potesse sabotare la lotta alla corruzione sistematica, requisito chiave per il cammino dell’Ucraina verso l’Unione europea. «Abbiamo riempito le piazze per chiedere cambiamenti concreti, affinché l’Ucraina possa avvicinarsi all’Unione Europea e non resti immobile», dice a Open Vlada, giovane ucraina che ha preso parte alle manifestazioni. «Siamo una generazione libera e non tollereremo l’ingiustizia né un ritorno all’autoritarismo – prosegue -. Non vogliamo che il governo ripiombi nel clima del 2010-2014, quando l’Ucraina era governata da una persona controllata dal Cremlino, segnata da corruzione diffusa, istituzioni indebolite e
dove nessun corrotto veniva mai punito».
La mobilitazione in Ucraina continua
Di fronte alla crescente pressione interna e alle critiche esplicite da parte degli alleati occidentali, il presidente Volodymyr Zelensky ha annunciato il ritiro del provvedimento e l’intenzione di presentare una nuova proposta che, almeno sulla carta, dovrebbe preservare l’indipendenze dell’Ufficio Nazionale Anticorruzione dell’Ucraina e della Procura Specializzata Anticorruzione. «Dopo le proteste di massa, il presidente ha prestato attenzione alle richieste dei manifestanti, tra le quali è stato aggiunto un ulteriore punto – precisa -: una richiesta al Consiglio dei Ministri di nominare il capo dell’Ufficio per la Sicurezza Economica dell’Ucraina in conformità alla legge e alle procedure vigenti di selezione e nomina. Si tratta di una richiesta avanzata anche dalla Commissione Europea nei confronti dell’Ucraina». Ma anche dopo il ripensamento del leader di Kiev, la mobilitazione in piazza non intende fermarsi. I giovani sanno che la battaglia non potrà dirsi davvero vinta finché non verrà approvato il disegno di legge che assicuri l’indipendenza degli organismi anticorruzione.
Per questo, giovedì 31 luglio – in occasione della riunione del Parlamento ucraino per esaminare la nuova proposta presidenziale – i giovani ucraini hanno organizzata una manifestazione. «Sarà una forma di controllo sull’operato dei deputati durante la sessione – ci dice Zapashna -, un modo per esercitare una pressione da parte della società affinché il voto non venga sabotato». Per i giovani manifestanti, l’indipendenza
degli organismi anticorruzione è di cruciale importanza per la loro sopravvivenza, soprattutto in guerra. «È banale – ci dicono – ma se oggi in Ucraina qualcuno ruba dal bilancio – dove il 22,1% del Pil, ovvero 40,1 miliardi di dollari secondo il Bilancio di Stato (statistiche 2024), è destinato alla difesa – significa che i corrotti potranno rubare soldi destinati alla guerra: all’acquisto di droni, attrezzature mediche, cure, sostegno finanziario all’esercito, e così via».
«Alcune persone sono insoddisfatte di Zelensky, ma è pericoloso parlare di rovesciamento del potere»
Non si tratta, tuttavia, di «una protesta contro il presidente Zelensky», ci spiegano alcuni giovani al telefono. Molti di loro hanno chiarito di non volere una destabilizzazione a livello politico, consapevoli dei rischi che un indebolimento delle istituzioni comporterebbe in pieno conflitto. «Alcune persone sono insoddisfatte delle azioni del presidente, ci sono parecchie critiche verso le sue decisioni e quelle del suo team. Ma è molto pericoloso parlare di “rovesciamento e cambiamento del potere in Ucraina” a causa della guerra e dell’impossibilità di tenere elezioni democratiche», spiega Vlada. «Il nemico russo osserva tutto – prosegue -, e potrebbe in qualsiasi momento sfruttare questi sentimenti nella società a proprio vantaggio: questo rappresenta un rischio per la sopravvivenza stessa dello Stato, e non possiamo permettercelo. Per questo motivo, tutte queste voci provocatorie secondo cui i manifestanti sarebbero favorevoli a un cambio di potere sono delle provocazioni. Stiamo cercando di evitare che questo accada e contrastiamo tali messaggi tra i
singoli provocatori, nel caso compaiano in strada persone con tali richieste». Non si tratta di nuove elezioni, si tratta solo di riforme.
La legge e il dietrofront di Zelensky
La legge puntava a eliminare l’autonomia dell’Agenzia nazionale anticorruzione (Nabu) e della Procura specializzata anticorruzione (Sapo), sottoponendole a maggiore controllo politico. Gli emendamenti, sostenuti dal partito di governo «Servitore del popolo», prevedevano infatti che gli organismi, finora indipendenti, passassero sotto la supervisione diretta del procuratore generale, una figura nominata politicamente e scelta dal presidente. La riforma era stata introdotta all’indomani di una vasta operazione dei servizi segreti contro le agenzie anticorruzione che ha portato all’arresto di presunte spie russe tra i funzionari della Nabu, e in un momento in cui Zelensky era già oggetto di forti critiche da parte di opposizioni e media per l’accentramento dei poteri nelle sue mani.
Dopo le proteste di piazza in Ucraina e le reazioni critiche degli alleati europei, a partire da Ursula von der Leyen, Zelensky ha tuttavia deciso di fare marcia indietro, annunciando il 24 luglio di avere messo a punto un nuovo testo della normativa che a suo giudizio «garantisce un effettivo rafforzamento dello stato di diritto». Un concetto ribadito in colloqui telefonici che ha avuto con il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier britannico Keir Starmer e che sembra aver soddisfatto Bruxelles. La Verkhovna Rada, il parlamento ucraino, ha quindi convocato una seduta il 31 luglio per esaminare il nuovo disegno di legge
presidenziale. Intanto, fuori dai palazzi istituzionali, le nuove generazioni continueranno a presidiare le piazze, pronte a vigilare affinché il percorso verso l’Unione europea non subisca battute d’arresto.
(da Open)
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Luglio 31st, 2025 Riccardo Fucile
NON CI SAREBBERO I REQUISITI DI URGENZA PER LA NORMA SULLA PARTECIPAZIONE DI SPORT E SALUTE A EVENTI FINANZIATI DALLO STATO
Si fa strada un’ombra sul Dl Sport. E a proiettarla è il Colle più alto. A dispetto dell’apparente routine parlamentare con cui il provvedimento ha lasciato la Camera per approdare al Senato – dove lunedì prossimo dovrebbe essere votato in Aula – al Quirinale si valuta se porre un freno alla promulgazione. Le riserve non sono di merito, ma di metodo. E riguardano soprattutto una norma che, per quanto riformulata, porta ancora con sé il marchio delle Atp Finals di Torino. Un campanello d’allarme suonato con chiarezza a Palazzo Chigi senza però che, fino a questo momento, ci fosse un passo indietro del governo. Anzi. Dopo le prime perplessità espresse informalmente, ieri gli uffici del presidente Sergio Mattarella hanno lasciato intendere che i dubbi sul decreto permangono.
Al centro delle valutazioni c’è la coerenza tra i contenuti e i requisiti di necessità e urgenza richiesti per giustificare l’uso dello strumento decreto. E in questo senso, la norma che disciplina la partecipazione di Sport e Salute agli eventi sportivi finanziati dallo Stato – norma nata sulle Atp Finals, il torneo tra i migliori otto tennisti al mondo che si gioca a Torino dal 2021 – continua a essere osservata con attenzione.
È da lì che si è originato l’intero passaggio. In origine, il decreto prevedeva la creazione di un comitato ad hoc per le Finals, con compiti di coordinamento e promozione del territorio, mentre le attività esecutive restavano in capo alla Federazione italiana tennis e padel e a Sport e Salute. Un assetto ritenuto troppo
puntuale, troppo “cucito” sull’evento torinese. Tanto che, nel corso dell’iter e dopo i dubbi già espressi dal Colle, si è cercato di generalizzarne la portata: il testo uscito da Montecitorio ha inserito un emendamento che estende la norma a ogni evento sportivo nazionale o internazionale sostenuto con contributi pubblici superiori ai 5 milioni di euro. Un’aggiustatura che, però, non deve aver del tutto convinto il Quirinale. L’impressione, filtrata da fonti di maggioranza, è che la norma sia stata «travestita» da principio generale per salvare l’intervento sulle Finals. Di qui la valutazione in corso: una norma di questo tipo – fanno notare dal Colle – sarebbe meglio collocata all’interno di un disegno di legge, con tempi e garanzie di discussione ordinaria.
Eppure, proprio su questo punto, la Commissione Cultura e Sport del Senato ha deciso di tirare dritto. Nel primo pomeriggio ha bocciato gli emendamenti che erano stati accantonati per fare spazio a un possibile ripensamento: modifiche utili per recepire, almeno in parte, le perplessità del Quirinale. «Ci sono state interlocuzioni istituzionali», ha confermato il ministro dello Sport Andrea Abodi, senza però scendere nei dettagli. Ma la linea emersa alla fine della seduta – come riferito anche dal presidente della Commissione, Roberto Marti – è stata quella di non toccare ulteriormente il testo. Tradotto: a meno di ripensamenti di cui si è discusso in un vertice serale a Chigi, il governo pare deciso a tirare dritto. Il rischio, a questo punto, è che il decreto arrivi al Colle con tutti i nodi ancora irrisolti. E la decisione, a quel punto, spetterà a Mattarella. Un braccio di ferro
che, al netto della grave contrapposizione, potrebbe trasformarsi in un incubo per i parlamentari.
Considerata l’ipotetica approvazione del testo senza modifiche questo lunedì e la necessità di promulgarlo entro il 26 agosto, il Presidente potrebbe rimandare il Dl alle Camere quando queste saranno chiuse per la pausa estiva. A quel punto, per evitare la decadenza, al governo non resterebbe che convocare una seduta di emergenza, magari a cavallo di Ferragosto. A patto di riuscire a riportare a Roma gli eletti in vacanza.
(da agenzie)
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Luglio 31st, 2025 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE SICILIANO DI FDI “A CAPO DI UN SISTEMA CHE AVREBBE DIROTTATO FONDI REGIONALI AD AMICI E D IMPRENDITORI”
Rischia un rinvio al processo Gaetano Galvagno, delfino del numero uno del Senato
Ignazio La Russa e presidente dell’assemblea regionale siciliana. Secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano, in un pezzo a firma di Saul Caia, la Procura di Palermo ha chiuso l’inchiesta per corruzione e peculato che lo vede coinvolto. Considerato l’erede del governatore Renato Schifani, i magistrati, coordinati dal procuratore Maurizio De Lucia, contestano a Galvagno di essere a capo di un sistema che avrebbe dirottato fondi regionali ad amici e imprenditori. Specialmente in caso di organizzazione di eventi. In cambio il deputato Ars avrebbe ricevuto alcune utilità.
I legami e i sovvenzionamenti nel mirino della procura
Tra i beneficiari dei fondi c’e la Fondazione “Tommaso Dragotto”e “Marisa Bellisario”, legate all’imprenditrice Caterina Cannariato. Tra il 2003 e 2024 ha incassato 11 mila euro per l’apericena all’evento “Donna, economia e potere”, altri 27 mila e 200 euro per l’evento “La Sicilia per le donne”, 198 mila euro per le edizioni 2023 e 2024 di “Un magico natale”. E infine i 240mila euro in favore del Comune di Catania, sotto gestione meloniana, per il Capodanno 2023, poi aggiudicato dalla “Punto e a capo Srl di Nuccio La Ferlita (indagato per corruzione). Quest’ultimo avrebbe dato un incarico di 20.400 euro a Sabrina De Capitani, ex portavoce di Galvagno, indagata a sua volta per
corruzione. Mentre Cannariato avrebbe promesso un incarico alla cugina del delfino di La Russa (al momento non indagata). E avrebbe nominato Franco Ricci (marito di De Capitani) nel cda di una sua società e conferito un incarico sempre a Marianna Amato, indagata per corruzione. Accordi facilitati anche dall’intermediazione del segretario particolare del presidente, Giuseppe Cinquemani, indagato per corruzione. Oggi Galvagno sarà a Roma con l’assessora al Turismo Elvira Amata e parlerà con i probiviri di Fratelli d’Italia.
I viaggi in auto blu per kebab e patatine fritte
Esclusi dall’inchiesta i benefit: un abito acquistato per lui da un imprenditore e l’uso di un auto a noleggio. Galvagno però risulta indagato anche per peculato: i 60 spostamenti con l’auto blu in cui avrebbe trasportato”soggetti non autorizzati”. Tra questi la sorella, il cugini omonimo e gli altri parenti. Per cosa? Viaggi in aeroporto, in albergo, a casa per comprare farmaci, fiori, cibo ma anche ritirare kebab e patatine fritte.
(da agenzie)
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Luglio 31st, 2025 Riccardo Fucile
ELI BARNAVI: “QUESTO GOVERNO NON HA PIU’ UANA MAGGIORANZA, BENE OGNI AZIONE ESTERNA CHE POSSA FARLO CADERE”
«Siamo governati da dei pazzi che non hanno alcun orizzonte oltre quello della guerra: ormai siamo nel campo della psico-patologia. Bisogna fermarli». Eli Barnavi parla in un francese forbito, ha il tono felpato del diplomatico e la profondità d’analisi dello storico, ma il suo j’accuse contro il governo Netanyahu è durissimo. L’ex ambasciatore d’Israele in Francia (primi anni 2000) risponde alle domande di Open dal suo studio
di Tel Aviv a pochi giorni dall’annuncio di Emmanuel Macron sul riconoscimento unilaterale della Palestina e all’indomani del “raddoppio” firmato Keir Starmer: causa per cui lui, non appena smessi i panni ufficiali del rappresentante d’Israele e indossati quelli dell’intellettuale pubblico, s’è battuto per anni, in chiave di rilancio del processo di pace. Non che quella mossa possa avere delle conseguenze dirette sul piano pratico, evidentemente, ma – sostiene Barnavi – di fronte alla deriva di Israele, ormai «sgovernata» da partiti senza più maggioranza nel Paese, tutti devono fare la loro parte per imprimere una svolta capace di far saltare il banco. E l’Europa in questo ha un ruolo chiave da giocare.
Barnavi, lei rappresentò Israele in Francia tra il 2000 e il 2002, in un’altra stagione drammatica di odio e violenza in Medio Oriente, quella della Seconda Intifada. Com’è cambiata l’immagine di Israele in Europa rispetto ad allora?
«Anche quello era un periodo difficilissimo per la diplomazia israeliana. C’era in sella un altro governo di certo non amato in Europa, quello guidato da Ariel Sharon. Eppure ci si poteva parlare, io stesso ho visto sotto i miei occhi i suoi conciliaboli dell’epoca con Jacques Chirac o con altri dirigenti francesi. Oggi dopo l’attacco feroce del 7 ottobre siamo precipitati in questa guerra selvaggia condotta da un governo di estrema destra con elementi fanatici e messianici che è del tutto indigesto alla gran parte della comunità internazionale. Dunque le condizioni politiche, militari e diplomatiche sono completamente diverse: è l’epoca più difficile da sempre di isolamento, ostilità e
repulsione verso Israele, il momento più basso di collocazione di Israele tra le nazioni. C’entrano le immagini intollerabili che arrivano da Gaza e il numero esorbitante di morti, ovviamente, ma soprattutto il fatto che non si vede come Israele abbia idea di uscire da questa situazione. Non esiste altro disegno al di là della guerra, alcun orizzonte politico o diplomatico. E questo il mondo non ce lo perdona».
Neppure Donald Trump alla fine perdonerà Netanyahu?
«Impossibile capirlo. Da un lato ha detto a Netanyahu fai ciò che vuoi, ma dall’altra coltiva questa visione grandiosa di riorganizzare il Medio Oriente in conformità ai suoi interessi e il sogno del Nobel per la Pace. Tant’è che lo stesso Netanyahu esita a capire dove vada davvero a parare. Insomma dipendiamo dai suoi umori cangianti. Ma proprio da qui deriva a maggior ragione l’esigenza di azione dell’Europa, anche perché c’è un vuoto di azione in primis sul piano intellettuale».
Dopo la Francia anche il Regno Unito ha annunciato che riconoscerà unilateralmente lo Stato palestinese, e altri sembrano pronti a seguirne le orme. È un problema o un’opportunità per Israele?
«Sono decenni che milito per questa scelta, ovviamente penso quindi sia un’ottima cosa, un’opportunità perché si creino le condizioni perché qualcosa cambi, e magari gli Stati Uniti poi si accodino. L’impressione è che nei prossimi mesi assisteremo a un vero e proprio tsunami diplomatico. Netanyahu e i suoi sono arrivati al punto in cui non sanno più dove vogliono andare – vagheggiano di annessioni e trasferimenti forzati, dunque pulizia
etnica, ma Bibi stesso capisce che è difficilissimo realizzarle con tutto il mondo contro. Nel mezzo sta l’esercito, che dice al governo: “Abbiamo esaurito gli obiettivi militari, che dobbiamo fare?”. E il governo non sa rispondere. Siamo alla vertigine politica, militare e diplomatica: un momento molto raro in cui non si sa più come uscire da una guerra che pure si domina. In questo senso Netanyahu si trova in condizioni molto simili a quelle di Putin».
Anche tra chi crede nell‘urgenza di chiudere la guerra e riaprire la stagione del dialogo c’è però chi si chiede: che senso ha riconoscere uno Stato che sul terreno non esiste?
«È vero, non c’è dubbio che si tratta di un’azione puramente simbolica. Ma i simboli contano in diplomazia: significa dire non siamo disposti ad accettare l’amputazione territoriale del futuro Stato, lo spostamento forzato della sua popolazione, indicare insomma che ci sono dei limiti da non superare. E così si mette sotto pressione per agire lo stesso Trump, o la Germania di Friedrich Merz che pure esita per ragioni evidenti di psico-diplomazia».
E l’Italia?
«Credo sia un caso ancora diverso perché Giorgia Meloni si è mostrata nel tempo molto vicina a Israele e ancor più a Trump, ma si muove su un terreno ambiguo perché vuole avere al contempo un ruolo in Europa. Il che mi fa pensare che neppure lei potrà resistere a lungo alle pressioni dell’opinione pubblica per allinearsi agli altri partner europei. Quel che più conta comunque, visto da qui, è che Israele non è la Corea del Nord:
non può permettersi di vivere da sola, isolata da tutti, come un pariah internazionale».
Eppure le frange nazionaliste o messianiche al governo di Israele, che rappresenta legittimamente la maggioranza dei suoi cittadini, non sembrano pensarla così.
«Questo governo non ha più la maggioranza nel Paese e ce l’ha ormai a stento in Parlamento. Oltre il 70% degli israeliani vuole che Netanyahu se ne vada. Alle prossime elezioni non avrà più la maggioranza, e alcuni dei partiti che oggi lo sostengono – a cominciare da quello di Bezalel Smotrich – non supereranno neppure la soglia di sbarramento. L’opinione pubblica resta a destra, ma vuole la fine della guerra e il ritorno degli ostaggi perché capisce che così non si può andare avanti. Netanyahu però ha altro tempo davanti perché il Parlamento ora è in pausa estiva, dunque può continuare ancora la guerra. Si torna pertanto sempre lì: spetta ora agli attori internazionali agire».
Oltre al riconoscimento della Palestina sul tavolo dei governi europei c’è anche la possibilità di punire Israele sospendendo per esempio in parte o in toto l’Accordo di Associazione con l’Ue. Da Israele rimbalzano appelli di intellettuali, artisti ed ex dirigenti a favore di sanzioni internazionali del genere. Lei è d’accordo?
«Agli amici europei che mi chiedono lumi in merito rispondo così: dovete agire in funzione dei vostri interessi e valori. L’articolo 2 dell’Accordo di Associazione Ue-Israele menziona i valori su cui si deve basare la relazione, a partire dai diritti dell’uomo. Ora si parla di agire su Horizon, il programma di
finanziamento per ricerca e innovazione: c’è chi è a favore e chi è contro, ma già il fatto che se ne parli indica lo spirito che si respira nelle capitali. Penso che alla fine delle misure di pressione saranno decise. E sì, io sono favorevole a qualsiasi azione suscettibile di far cadere la classe dirigente che sta guidando ora questo Paese e di farci uscire da questa situazione».
Crede che Israele potrà risalire dall’abisso di ostilità internazionale in cui pare sprofondato? Come?
«Sono uno storico, dunque non credo all’irreversibilità delle situazioni storiche. So che altri Paesi che hanno conosciuto fasi penose di isolamento internazionale ne sono uscite. Se la guerra si fermerà certo resteranno delle tracce, ma alla fine se ne potrà uscire. Anche perché la gente continua ad andarsene dal Paese, e sono tipicamente gli elementi più produttivi, e rischia di essere sempre peggio. E poi ci sono da risolvere altre fratture interne: con gli ultraortodossi, con gli arabi. Ma trovo surreale che un Paese così forte militarmente e con una situazione geopolitica ora per molti versi favorevole sia così a terra. Un’altra dirigenza potrebbe stravolgere questa situazione sfruttando il momento di rare buone condizioni nel vicinato per una nuova rinascita».
Tra gli altri attori sulla scena politica israeliana vede protagonisti con le qualità necessarie a interpretate tale missione?
«Nell’immediato no. Il meglio che posso sperare è che alle prossime elezioni Netanyahu sarà sconfitto e rimpiazzato da un governo comunque prevalentemente di destra ma di gente “normale”, che magari non adorerà i palestinesi ma che almeno sarà in grado di riflettere, calmare gli animi della nazione
cercare di normalizzare la situazione, di capire la realtà della regione e del mondo. Si tornerà a dialogare col mondo, e poi vedremo in una seconda fase come procedere su questa base. Questo è la mia scommessa».
Per concludere, nei giorni scorsi un ebreo francese con un figlio piccolo è stato insultato e spintonato in un Autogrill alle porte di Milano al grido di “Free Palestine”. L’Europa torna a essere un posto pericoloso per gli ebrei?
«Ci sono decine di episodi sgradevoli e inquietanti come questo, c’è una brutta tendenza, di antisemitismo ma anche di pure razzismo contro gli israeliani in quanto israeliani. È un fenomeno legato al conflitto a Gaza? Certo. Se si ferma la guerra smetteranno? Forse, ma difficilmente del tutto. Detto ciò non penso sia in questione la vita degli ebrei in Europa. E il fatto che succedano queste cose comunque non influisce sulle azioni che dobbiamo condurre per far cambiare la situazione di cui detto. Quindi mi concentro su ciò che noi possiamo fare, giorno per giorno».
(da agenzie)
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Luglio 31st, 2025 Riccardo Fucile
LA REALTA’ DEI NUMERI SPAZZA VIA LA NEBBIA DELLA PROPAGANDA MELONIANA
Non servono più nemmeno le parole. Ormai ci pensa direttamente la realtà dei numeri a
spazzare via la nebbia della propaganda. Basta mettere in fila i fatti che, in poche ore, hanno ridotto a carta straccia gli appunti sui quali, negli ultimi tre anni, Giorgia Meloni ha scritto il suo personale libro dei sogni.
Comincia l’Istat certificando che nel secondo trimestre del 2025 l’economia italiana è in flessione. Il Pil è diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e aumentato appena dello 0,4% in termini tendenziali. Una crescita da prefisso telefonico, nonostante la spinta dei miliardi del Pnrr che si esaurirà nel 2026. E con i dazi al 15% imposti dagli Usa, che il nostro governo giudica sostenibili, il peggio deve ancora arrivare. Perfino lo spread, magnificato dal governo come l’indicatore per eccellenza dell’ottimo stato di salute della nostra economia, è tra i più alti di tutti i Paesi Ue
Dopo la produzione, anche il fatturato industriale, come ci informa sempre l’Istat, continua la sua inesorabile picchiata perdendo un altro 2,2% a maggio. E mentre Meloni & C. continuano a celebrare successi siderali sul versante dell’occupazione, volano le ore di Cassa integrazione: lo scorso giugno sono state 46,034 milioni, il 6,9% in più rispetto al mese precedente (43,1 milioni di ore) e addirittura il 30,4% in più se rapportate allo stesso mese del 2024 (35,3 milioni di ore).
Intanto il debito pubblico italiano balla pericolosamente sulla soglia dei tremila miliardi di euro, dettaglio che non ha impedito al governo di chiedere a Bruxelles l’attivazione di 14 miliardi di euro di prestiti (altro debito) del fondo Safe nell’ambito del programma RearmEu voluto da Ursula von der Leyen bypassando il voto del Parlamento europeo. Il tutto dopo il via libera, senza battere ciglio, all’incremento della spesa militare in ambito Nato al 5% del Pil (circa 100 miliardi l’anno entro il 2035) preteso dagli Usa del presunto alleato di Giorgia, Donald Trump. Un quadro disastroso che il governo continua a fingere di non vedere o, nella migliore della ipotesi, a minimizzare. Di questo passo, se tutto va bene, siamo rovinati.
(da agenzie)
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