Agosto 5th, 2025 Riccardo Fucile
IL CAPO DI STATO MAGGIORE EYAL ZAMIR ANNUNCIA ALLEGGERIMENTI NEL PERSONALE MILITARE, IL PREMIER LO AVEVA INVITATO A DIMETTERSI
L’esercito di Israele ha annunciato la cancellazione dello stato d’emergenza bellica in
vigore dal 7 ottobre. Lo stato d’emergenza prevedeva tra l’altro l’estensione obbligatoria del servizio di riserva per i soldati di leva regolare di altri quattro mesi. Gli alleggerimenti nel personale militare porteranno a una riduzione dell’esercito regolare «già nelle prossime settimane», ha riferito Ynet. Spiegando che l’annuncio è arrivato pochi minuti dopo che dall’entourage del premier Benjamin Netanyahu era emersa una dura presa di posizione rispetto al capo di stato maggiore Eyal Zamir: se non gli va bene l’occupazione di tutta Gaza, «che si dimetta».
L’annuncio sull’occupazione di Gaza
In un post sull’account X dell’Idf è stata intanto pubblicata la decisione di Zamir. Che riguarda una riduzione pari a circa una compagnia per ogni battaglione regolare. Mentre decine di soldati saranno trasferiti, come in passato, nei battaglioni di riserva. A questi riservisti l’Idf ha promesso un alleggerimento del carico operativo nei mesi a venire, dopo oltre un anno passato in uniforme dall’inizio del conflitto. Un’ulteriore decisione presa da Zamir nelle ultime 24 ore riguarda le unità speciali e i reparti d’élite. Verrà annullata la richiesta imposta ai combattenti di estendere il loro servizio in carriera oltre quanto pattuito prima dell’arruolamento. «Le decisioni sono state prese dal capo di stato maggiore preoccupato per la qualità del servizio dei combattenti e per il rafforzamento dei loro diritti, alla luce
del loro contributo all’Idf e allo Stato di Israele», scrive l’esercito su X.
Lo scontro Idf-Netanyahu
E ancora: «L’attuazione di queste decisioni contribuirà a preservare la capacità operativa delle unità speciali dell’esercito, l’esperienza operativa e professionale dei combattenti, manterrà la qualità delle sue attività e darà respiro ai combattenti di riserva». La decisione è arrivata dopo che negli ultimi mesi si erano levate critiche crescenti riguardo all’estremo carico di lavoro che i soldati sopportano, e sullo sfondo di un’ondata di suicidi tra i militari in servizio regolare e tra i riservisti. Zamir ha anche annullato un viaggio negli Usa, che era era condizionato al raggiungimento di un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Poiché ciò non è avvenuto, il viaggio è stato sospeso.
La tensione tra vertici politici e militari in Israele
Zamir avrebbe dovuto partecipare alla cerimonia di passaggio di consegne del capo del Comando Centrale degli Stati Uniti. E incontrare funzionari statunitensi al Pentagono e leader di gruppi ebraici. Poiché non c’è un cessate il fuoco, «e a causa della difficile situazione della questione degli ostaggi e della grande responsabilità sulle sue spalle, ha deciso di annullare il suo viaggio», aggiunge la fonte all’agenzia di stampa Ansa. Secondo il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano l’operazione di terra a Gaza, se prolungata, mette in pericolo i rapiti. Una delle proposte messa sul tavolo da Zamir è che l’esercito resti fermo sugli assi già catturati. Agendo su piccola scala contro la guerriglia di Hamas.
La tattica dell’esercito
L’Idf raccomanda di continuare a controllare le aree dove già si trova. E di proseguire con i raid mirati su Gaza City e le zone centrali, aree densamente popolate ancora sotto il controllo di Hamas e dove Israele ritiene siano tenuti prigionieri gli ostaggi. L’intenzione, secondo l’esercito, è di usare molto fuoco per far capire ad Hamas che l’Idf è pronto a entrare anche in luoghi finora mai raggiunti. Ma senza inviare troppe forze nell’area. Il governo non avrebbe ancora preso una decisione, nonostante l’operazione partita a marzo con la rottura della tregua non abbia prodotto l’obiettivo di guerra di liberare gli ostaggi.
L’opposizione
Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha invece affermato che le controversie tra il primo ministro e il capo di stato maggiore delle Idf devono rimanere a porte chiuse. «Ho avuto discussioni anche con il capo di stato maggiore delle Idf, come ministro degli Esteri e come primo ministro. Alcune non sono state semplici. Solo una cosa ci è chiara: devono rimanere a porte chiuse», ha scritto Lapid su X. «I soldati delle Idf non devono pensare che una leadership divisa e conflittuale li stia guidando, che la classe politica non rispetti il loro comandante, che li stia svendendo per un titolo», ha proseguito.
Le fughe di notizie
Lapid afferma anche che esiste un «prezzo operativo» per la fuga di notizie sulle discussioni. Chiedendo in pratica al capo di stato maggiore delle Idf di astenersi dal dire tutto ciò che pensa se sa che quello che dice arriverà alla stampa. contribuire alla polemica anche Yossi Yehoshua, corrispondente militare di Yedioth Aharonoth, che ha scritto che «se Netanyahu è davvero
interessato a prendere la decisione davvero drammatica e divisiva per l’opinione pubblica israeliana – l’occupazione di Gaza City e dei campi profughi centrali – deve presentarsi al popolo, chiarire il prezzo previsto per le vite degli ostaggi e dei soldati che cadranno e dichiarare di assumersi la piena responsabilità, nonostante l’opposizione delle Forze di Difesa Israeliane».
La replica del figlio del premier
Non si è fatta attendere la risposta di Yair Netanyahu che ha controbattuto al giornalista con toni duri: «Se chi ti ha dettato quel tweet è chi pensiamo, si tratta di una ribellione e di un tentativo di colpo di stato militare degno di una repubblica delle banane in America Centrale durante gli anni ’70. Questo è completamente criminale», ha scritto alludendo che lo stesso Zamir abbia dettato i post del giornalista. Quasi tutti i ministri della Difesa e i capi militari che in precedenza hanno prestato servizio sotto Netanyahu hanno litigato con il premier dopo il loro mandato. Il premier israeliano li ha definiti di sinistra e sono poi diventati accaniti critici della sua leadership.
(da Open)
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Agosto 5th, 2025 Riccardo Fucile
UN SOGNO: UNA CITTA’ SOTTRATTA ALLA MILLENARIA RISSA CONDOMINIALE DI TRE RELIGIONI
Tra le cose belle che non accadranno mai, ai primissimi posti nella mia Top Ten dell’Utopia c’è Gerusalemme sottratta alla millenaria e sanguinaria rissa condominiale tra le tre religioni di Abramo, dichiarata Città del Mondo e posta sotto il controllo delle Nazioni Unite (nel frattempo risorte dalla catalessi) che ne fanno la loro capitale simbolica.
Né Israele né altri pretendenti: città aperta, di nessuno e dunque finalmente di tutti. Perfino dei non ebrei, non musulmani, non cristiani, non credenti. Siamo miliardi, nel mondo.
Un nuovo e radicale esperimento di sovranazionalità che consenta finalmente a una città cristiana, ebrea e musulmana di esserlo per davvero, senza che alcuna tribù pretenda di sfrattare le altre due come accade da sempre (i cristiani, ultimamente, hanno smesso: anche perché nel passato esaurirono il loro bonus di aggressività e sopraffazione).
Una città nella quale i fascisti di Dio come il ministro israeliano Ben-Gvir, un passato costellato di procedimenti penali per
razzismo e terrorismo (Israele un tempo bandiva i suoi energumeni, oggi li fa ministri) non vengano scacciati ma bonariamente derisi, come armi scariche, come spauracchi sgonfi. Dove Muro del Pianto, Spianata delle Moschee, Basilica del Santo Sepolcro non siano ragione di conflitto ma una fortunata e rara coincidenza storica tra culti diversi.
Ovviamente è un sogno ingenuo (tipo vedere realizzata la frase: la legge è uguale per tutti) e non solo non si avvererà mai, ma saranno i Ben-Gvir, carichi di odio e di spocchia, a dettare il futuro, che sarà di violenza e di sterminio reciproco. È un momento storico nel quale i prepotenti, i tiranni e i fanatici hanno occupato la scena per intero. Per fare opposizione bisogna ricominciare a sognare.
(da repubblica.it)
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Agosto 5th, 2025 Riccardo Fucile
I PM CHIEDONO IL RINVIO A GIUDIZIO PER PIANTEDOSI, NORDIO E MANTOVANO, MA NON PER MELONI (PERCHÉ “LA RESPONSABILITÀ POLITICA È DISTINTA DELLA RESPONSABILITÀ PENALE”) … SECONDO I MAGISTRATI, IL GOVERNO ITALIANO HA AIUTATO ALMASRI A SOTTRARSI ALLA GIUSTIZIA DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE … A INCHIODARE L’ESECUTIVO ANCHE DUE LETTERE SCAMBIATE TRA IL MINISTRO DEGLI ESTERI TAJANI E L’AMBASCIATORE DI TRIPOLI A ROMA
Il governo italiano ha aiutato a fuggire, e così a sottrarsi alla giustizia della corte penale
internazionale, il torturatore libico Osama Almasri. «Un programma criminoso» lo definisce il tribunale dei ministri che, dopo sei mesi, ha chiuso l’inchiesta sull’esecutivo. Non c’è però, dicono i magistrati, una responsabilità penale diretta della premier Giorgia Meloni, che ha ricevuto una richiesta di archiviazione.
Ma «verrà chiesta l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Piantedosi, Nordio e del sottosegretario Mantovano» sostiene la stessa Meloni. I reati ipotizzati sono il favoreggiamento, il peculato e l’omissione di atti di ufficio. A ieri sera, però, la procura non aveva ancora notificato la richiesta di autorizzazione a procedere alla Camera dei deputati. Mentre in serata il tribunale dei ministri ha fatto avere alla premier Meloni la richiesta di archiviazione.
A inchiodare l’esecutivo, secondo la ricostruzione fatta dal tribunale dei ministri, la corrispondenza con il governo libico: due lettere in particolare. Una, datata 20 gennaio, quando dunque Almasri era ancora in carcere, con la quale l’ambasciatore di Tripoli esprimeva al ministro degli Esteri, Antonio Tajani, «profondo apprezzamento per le solide relazioni bilaterali» chiedendo di perorare la causa del torturatore libico con la Corte di appello di Roma «al fine del raggiungimento degli obiettivi comuni».
Una seconda, inviata nei giorni successivi alla scarcerazione, che, scrivono i giudici, «conteneva un profondo ringraziamento con riferimento alla vicenda Almasri», ricordando anche i rapporti che esistevano e che esistono tra i due paesi.
Sulla premier Meloni il tribunale dei ministri ha dunque chiesto l’archiviazione raccogliendo il parere del procuratore Francesco Lo Voi, inviato il 7 luglio scorso.
A “salvare” la presidente del Consiglio il fatto che poteva non sapere: «L’assunzione di responsabilità politica è distinta e retta da principi diversi rispetto a quelli della responsabilità penale» dicono le magistrate Maria Teresa Cialoni, Donatella Cesari e Valeria Cerulli.
«Gli elementi indiziari non sono dotati di gravità, precisione e concordanza tali da consentire di affermare in che termini e quando la presidente del Consiglio sia stata preventivamente informata e abbia condiviso la decisione assunta nelle riunioni, rafforzando con questa adesione il programma criminoso» scrivono. Per poi concludere: «Gli elementi acquisiti non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna».
Ad alleggerire la posizione della premier ci sono state le dichiarazioni di Giovanni Caravelli, il numero uno dell’Aise, il nostro servizio estero, che nel ricostruire la vicenda ha spiegato come la presidente del Consiglio «era stata sicuramente informata» ma che «non compare alcun dettaglio o elemento circa la portata, natura e finalità dell’informazione, specie sotto la condivisione delle “decisioni” adottate».
Due in particolare: la scelta di non sanare la situazione con la Corte di appello di Roma, non inviando quei documenti che pure erano stati preparati dagli uffici di via Arenula (e rimasti sul tavolo della capa di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, la cui posizione è all’attenzione della procura) e che avrebbero evitato la scarcerazione di Almasri. E la decisione di espellere immediatamente, per ragioni di sicurezza interna, il torturatore libico.
A riprova della volontà di “favorire” Almasri ci sarebbe appunto la lettera con la quale il governo libico ha ringraziato quello italiano. Ma che per la premier non può essere considerata «un dato probatorio univoco» si legge ancora nel provvedimento di archiviazione.
«In un linguaggio protocollare i sensi di ringraziamento di un Paese verso un altro non possono che essere espressi nei riguardi della massima autorità di governo a prescindere da ciò che è stato materialmente fatto e da chi ne abbia consentito la realizzazione».
(da La Repubblica”)
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Agosto 5th, 2025 Riccardo Fucile
LO SFASCIO DELLA SANITA’ PUBBLICA… IN UNA LOCALITA’ FREQUENTATA DA MIGLIAIA DI TURISTI OGNI GIORNO NON C’E’ NEANCHE UNA AMBULANZA OPERATIVA
“Mi trovavo sull’isola di Stromboli in vacanza con mia moglie e nella serata del 30 luglio mi è ceduta una gamba, mi si è rotto il femore. È intervenuta la guardia medica, una brava dottoressa che si è messa le mani nei capelli perché non c’era un’ambulanza che mi trasferisse da casa mia alla piazzola dove atterra l’elicottero del 118″.
Inizia così il racconto del giornalista Francesco Viviano, storico inviato del quotidiano La Repubblica che si è fratturato un femore sull’isola e, vista l’assenza di ambulanze funzionanti, è stato soccorso con un’apecar.
“La dottoressa non sapeva come fare, non c’era un mezzo. L’ambulanza c’era prima, si era rotta da aprile e da allora non era stata riparata. In un’isola piena zeppa di turisti, dove un incidente qualunque può capitare da un momento all’altro”, ha commentato ancora l’uomo, raggiunto e intervistato all’ospedale Papardo di Messina, dove è stato ricoverato.
“L’indomani mattina abbiamo trovato una moto ape di un signor
muratore che la utilizza per fare costruzione. I miei infermieri ufficiali erano due marocchini, muratori, e mi hanno caricato sul cassonetto dell’apina e finalmente mi hanno portato, nonostante i dolori, all’eliporto”, ha aggiunto.
Il giornalista ha denunciato l’accaduto sui social, il suo caso ha suscitato vasta eco mediatica e ha fatto scattare l’annuncio di un’ispezione da parte della Regione Sicilia.
“A seguito del grave episodio verificatosi nei giorni scorsi sull’isola di Stromboli e del successivo ricovero del giornalista Francesco Viviano presso l’ospedale Papardo di Messina, il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani ha chiesto all’assessore alla Salute Daniela Faraoni, di avviare un’ispezione presso la struttura ospedaliera”, fanno sapere in una nota.
Il governatore Renato Schifani ha contattato telefonicamente Viviano per esprimere la propria solidarietà, scusarsi per quanto accaduto e assicurare che verrà fatta piena luce sulla vicenda.
“Faremo tutto il necessario – ha dichiarato il presidente – per accertare responsabilità”. Come sempre dopo.
/da agenzie)
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Agosto 5th, 2025 Riccardo Fucile
“IL SENATO FERMI LE PROVE”
Le prova tutte, visto che il traguardo è sempre più a portata di mano. Dopo il ricorso in
Cassazione (perso) sulla competenza territoriale – lei chiedeva il trasferimento a Roma, i giudici hanno confermato Milano –, dopo i rinvii, dopo che il suo
collaboratore Paolo Concordia e il suo compagno Dimitri Kunz hanno provato a scagionarla, Daniela Santanchè tenta l’ultima strada per rallentare il processo sulla truffa all’Inps nella cassa integrazione Covid in Visibilia.
L’ultima mossa della senatrice di Fratelli d’Italia e ministro del Turismo del governo Meloni andrò in scena oggi alla Giunta per le elezioni e le immunità di Palazzo Madama. Santanchè chiede che i senatori decidano sul conflitto di attribuzione: per i suoi avvocati, i pm di Milano non potevano usare chat, email e registrazioni nascoste delle sue conversazioni con i dipendenti. Così l’obiettivo della prescrizione si avvicina: alcuni reati commessi nel 2020, durante la pandemia, si prescriveranno a metà 2027.
Oggi al Senato sarà esaminata la richiesta dei legali di Santanchè: togliere ai pm milanesi tutto quello che, secondo la ministra, la Costituzione vieterebbe loro di usare senza l’autorizzazione di Palazzo Madama. La vicenda è quella dei 126 mila euro di aiuti pubblici per il Covid ricevuti dall’Inps per la cassa integrazione a zero ore per 13 dipendenti che, però, lavoravano regolarmente. Soldi per i quali l’Inps ha presentato un verbale, consegnato anche alla magistratura, dopo aver interrogato molti lavoratori di Visibilia. Soldi che la società ha già rimborsato all’Inps durante il periodo della sua amministrazione giudiziale. Tanto che l’Istituto previdenziale si è chiamato fuori dal processo, affermando che i danni che aveva subito sono stati estinti.
Così oggi a Palazzo Madama 19 senatori incaricheranno una relatrice di istruire la pratica e presentare una proposta che poi
verrà votata. La scelta è caduta su Erica Stefani della Lega. Oggi sarà indicato il termine entro il quale Santanchè potrà presentare le sue memorie e un’eventuale richiesta di audizione. Si andrà di sicuro a settembre per la discussione e in autunno per il voto. I precedenti sono a favore della ministra.
Non pare invece probabile che la mossa possa essere il tentativo di depotenziare l’impianto accusatorio. A rischio potrebbe forse essere solo l’ammissibilità in giudizio delle cinque intercettazioni ambientali realizzate da alcuni giornalisti delle testate di Visibilia durante gli incontri con la senatrice, nei quali Santanchè decideva e imponeva ai dipendenti la sua posizione sull’uso dei contratti di solidarietà cofinanziati dall’Inpgi, la cassa dei giornalisti. Ma il processo, la cui prossima udienza è fissata al 17 ottobre, è da ottobre dell’anno scorso ancora fermo nella fase di udienza preliminare. La prescrizione, agognata da Santanchè che in caso di rinvio a giudizio potrebbe essere costretta a lasciare il governo, è sempre più vicina.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Agosto 5th, 2025 Riccardo Fucile
MOLTI PAESI OCCIDENTALI PROMETTONO DI RICONOSCERE LO STATO PALESTINESE, MA L’EUROPA E’ FUORI TEMPO MASSIMO
Ogni tanto i giornali occidentali annunciano nuovi fremiti e ripensamenti nei governi europei, nuove iniziative per fermare Netanyahu a Gaza e in Cisgiordania.
L’ultimo fremito viene chiamato addirittura tsunami: un’ondata di riconoscimenti dello Stato palestinese, apparentemente iniziato da Macron in Francia e Keir Starmer in Gran Bretagna (il 75% dei Paesi Onu ha già da tempo riconosciuto). Singolarmente perfida la mossa britannica: il laburista Starmer riconoscerà lo Stato palestinese “a meno che Israele non consenta a una tregua”. Se Netanyahu consente, niente riconoscimento. Gideon Levy, commentatore di Haaretz, chiede: “Se riconoscere la Palestina può favorire una soluzione, perché presentarla come una penalità?”.
Il fatto è che il riconoscimento non mette fine a quello che vediamo: i bambini e gli adulti ridotti a scheletri come gli scampati di Auschwitz, la Fondazione Umanitaria di Gaza gestita da contractors americani e militari israeliani, incaricata di uccidere ogni giorno decine di affamati.
Poi c’è l’idea inane di paracadutare cibo e qualche medicina. Ma i medici che lavorano a Gaza testimoniano quel che accade quando stai morendo di fame. Se dai pane alle persone che vediamo smagrite e agonizzanti li ammazzi, nemmeno servono più le flebo di acqua e sale.
Di altro hanno bisogno, spiega la pediatra americana Tanya Haj-Hassan, volontaria a Gaza: di terapie complesse, di speciali macchinari, di siringhe, flebo, di un insieme di medicine che rimettano in moto una parte almeno dei corpi: “Il primo organo che muore è l’intestino, poi cedono i polmoni, poi si fermano cellule del cervello”. Impossibile praticare terapie specialistiche in ospedali semidistrutti, “dove mancano macchinari, elettricità, acqua, praticamente tutto”.
Quanto ai medici, anche chi sopravvive è ridotto alla fame. Come sono affetti da inedia i reporter palestinesi, che ogni giorno i tg dovrebbero ricordare perché lavorano e muoiono al posto dei nostri giornalisti, distaccati in Israele. Fin dal massacro di Sabra e Shatila, nel 1982, i governanti israeliani sanno, perché lo disse Ariel Sharon, che il silenzio stampa è indispensabile. Per questo non è ammessa la stampa estera in Palestina. Per questo Al Jazeera è stata cacciata da Israele e dalla Cisgiordania occupata.
Non si sono sentiti una sola volta i tg italiani, pubblici o privati, ringraziare i colleghi in Palestina, denunciare chi li assassina e affama. Generalmente i filmati su Gaza vengono mostrati come se fossero girati dalle nostre tv. L’agenzia France Presse, il 22 luglio, denuncia le condizioni dei propri reporter palestinesi e racconta quanto scritto su Facebook da uno di loro, Bashar, il 9 luglio: “Non ho più la forza di cooperare con i media, il mio corpo è magro, non posso più lavorare”.
I governanti europei che in queste condizioni s’accingono a riconoscere lo Stato palestinese – non subito: il 9 settembre all’assemblea Onu – si pavoneggiano come eroi, perché Netanyahu li insulta e perché pensano di sfidare Trump, subito dopo essersi collettivamente inginocchiati sulla questione dei dazi. Chissà cos’hanno in testa, oltre alla paglia.
Chissà cosa immaginano di fare, quando promettono di riconoscere una Palestina che sta estinguendosi, e che da tempo non può divenire Stato perché nei territori occupati vivono ormai più di 800.000 coloni, in gran parte armati e decisi a uccidere o cacciare il maggior numero di palestinesi. Ha detto una dirigente dei coloni, Daniella Weiss, sul Canale 13 israeliano: “Apro la mia finestra e non vedo nessuno Stato palestinese”. Scrive ancora Gideon Levy, il 3 agosto: “Riconoscere lo Stato palestinese è un gesto puramente verbale e vuoto. È la falsa alternativa al boicottaggio e alle misure punitive”. Il misfatto degli europei non è il silenzio ma l’inazione.
I capi occidentali ripetono intanto aggettivi idioti: quel che accade è inaccettabile! intollerabile! Se davvero accettare fosse loro impossibile, agirebbero o crollerebbero a terra. In realtà sanno che si tratta di genocidio, perché la Convenzione internazionale è chiara: il crimine è tale se “sono commessi atti con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale”.
Ma neanche questa diatriba ha senso, se resta solo verbale. Ai cittadini e bambini straziati perché la Palestina perda il proprio futuro non importa sapere il nome che diamo alla mattanza. Quel che dicono è: fermate l’assassino, negoziate, venite in massa subito con tutte le vostre marine nazionali per portarci macchinari medici, generatori elettrici, specialisti in carestie e amputazioni, oltre al cibo. E sappiate che anche il mare è vietato da Israele e non c’è modo di alleviare la calura o raccogliere cibi che cadono lì
Intanto uno dei massimi storici della Shoah, l’ex soldato
israeliano Omer Bartov, parla di genocidio (nel novembre ’23 denunciò le “intenzioni genocide” di Israele). Lo stesso termine è adottato da due autorevoli associazioni israeliane, B’Tselem and Medici per i Diritti Umani in Israele, e anche dallo scrittore David Grossman. Tutti costoro fanno proprio il linguaggio della relatrice Onu Francesca Albanese. Ma ecco che sul termine s’aprono dibattiti, e la senatrice Liliana Segre a esempio non è d’accordo. Gelosamente tenuto in serbo per gli ebrei, il termine è perversamente banalizzato e autodistruttivo per Israele (dunque non furono genocidi la liquidazione dei popoli Herero e Nama nell’odierna Namibia, fra il 1904 e il 1908 da parte dei coloni tedeschi; degli armeni durante la Prima guerra mondiale; dei Tutsi in Ruanda; delle minoranze etniche da parte dei Khmer rossi).
Definire il crimine serve a giudicare Israele e i suoi complici, ma se è solo disputa non aiuta. È come quando i giornalisti menzionando un assassinio dicono “ed è subito giallo”, e chi si ricorda più del morto. L’unica cosa che importa, a chi muore di fame, di bombe e di fucilazioni è che l’orrore finisca, che Netanyahu sia forzato a negoziare tramite un ultimatum ravvicinato. Che cessino, se l’ultimatum è disatteso, le forniture d’armi, le relazioni diplomatiche e economiche con Israele. Che venga richiamata all’ordine, pena sanzioni, ogni azienda fornitrice di armi, componenti militari, ordigni a duplice uso civile e militare, eccetera, che Francesca Albanese elenca nel suo rapporto per l’Onu del 30 giugno (ora in edicola con il Fatto). Nessuno sembra averlo letto per intero, riempiendo di soddisfazione le aziende citate.
Naturalmente è Washington che conta di più, ma almeno l’Europa potrà dire di aver fatto qualcosa, se non si limita a riconoscere lo Stato palestinese e soccorre davvero. Forse un giorno sarà in grado di ammettere che poteva agire fin da quando l’ex ministro della difesa Yoav Gallant promise, due giorni dopo l’eccidio del 7 ottobre ’23: “Procederemo all’assedio completo di Gaza: niente elettricità, niente cibo, niente acqua, niente gas. Stiamo combattendo animali e agiamo di conseguenza”. Chi potrà dire ai propri discendenti: “Non sapevamo”?
(da ilfattoquotidiano.it)
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Agosto 5th, 2025 Riccardo Fucile
MELONI ARCHIVIATA FA L’INDIGNATA PER NON ESSERE STATA ACCUSATA A SUA VOLTA: UNA FARSA VISTO CHE IN PARLAMENTO LA MAGGIORANZA VOTERA’ CONTRO L’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE… LE OPPOSIZIONI: “POST DELIRANTE DELLA MELONI, SI FACCIANO PROCESSARE, HANNO DISONORATO L’ITALIA LIBERANDO UN CRIMINALE
Il tribunale dei ministri ha concluso le indagini su Almasri, il generale libico arrestato lo
scorso gennaio in Italia e poi liberato e rimpatriato su un volo di Stato. Ad annunciarlo è stata la stessa Giorgia Meloni, indagata assieme ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e al sottosegretario Alfredo Mantovano. Il tribunale ha disposto l’archiviazione per Meloni, mentre richiederà l’autorizzazione a procedere nei confronti degli altri tre indagati.
“Oggi mi è stato notificato il provvedimento dal Tribunale dei ministri per il caso Almasri: i giudici hanno archiviato la mia sola posizione, mentre dal decreto desumo che verrà chiesta l’autorizzazione a procedere nei confronti dei Ministri Piantedosi e Nordio e del Sottosegretario Mantovano”, ha annunciato Meloni. “Nel decreto si sostiene che io “non sia stata preventivamente informata e (non) abbia condiviso la decisione assunta”: e in tal modo non avrei rafforzato “il programma criminoso”. Si sostiene pertanto che due autorevoli Ministri e il sottosegretario da me delegato all’intelligence abbiano agito su una vicenda così seria senza aver condiviso con me le decisioni assunte”, ha proseguito contestando la decisione dei giudici.
“È una tesi palesemente assurda, rivendico che questo Governo agisce in modo coeso sotto la mia guida: ogni scelta, soprattutto così importante, è concordata”, ha attaccato Meloni. “È quindi assurdochiedere che vadano a giudizio Piantedosi, Nordio e Mantovano, e non anche io, prima di loro”, ha insistito. “Nel merito ribadisco la correttezza dell’operato dell’intero Esecutivo, che ha avuto come sola bussola la tutela della sicurezza degli italiani”
Era stata sempre la premier lo scorso gennaio a render noto in un video social di aver ricevuto la comunicazione di iscrizione nel registro degli indagati con l’accusa di favoreggiamento e peculato. Gli stessi reati sono stati contestati anche nei confronti di Piantedosi e Mantovano, mentre nel caso di Nordio si aggiunge anche l’ipotesi di omissione d’atti d’ufficio.
Ora il tribunale dei ministri richiederà l’autorizzazione a procedere per Nordio, Piantedosi e Mantovano. Tuttavia questa necessita dell’approvazione a maggioranza assoluta ed è probabile, vista l’attuale composizione del Parlamento, che la richiesta verrà bocciata.
“Ciò che è assurdo presidente Meloni è che avete liberato uno stupratore, anche di minori ,un assassino, un trafficante di esseri umani”, ha replicato invece Angelo Bonelli di Avs. “Di questo vi dovete vergognare e non c’è processo che potrà sanare questa onta per l’Italia di fronte alla violazione di ogni principio morale che dovrebbe sovraintendere l’azione di chi governa . Assicurare alla giustizia, assassini,stupratori dovrebbe essere l’obiettivo principale e non liberarli”, ha proseguito “Ora se il governo Meloni non si sente al di sopra della legge consenta con la sua
maggioranza che si svolga il processo ed evitate di nascondervi dietro l’immunità dopo aver riempito di vergogna l’Italia intera”.
“Valuteremo le carte con attenzione e rispetto. È inutile però – commenta Nicola Fratoianni, leader di SI – che la presidente del consiglio lo annunci con stizza, assumendo su di sé ogni responsabilità, e sfidando in modo plateale chi è alla ricerca della verità e della giustizia, quasi invocando l’impunità per i suoi ministri”.
“Nel suo delirante post in cui annuncia l’archiviazione per il caso Almasri, Giorgia Meloni mette un punto di chiarezza: rivendica la liberazione di un torturatore e strupratore“, sottolinea il segretario di Più Europa, Riccardo Magi. Che poi conclude: “Vedremo cosa accadrà a Nordio, Piantedosi e al sottosegretario Mantovano, ma per quanti equilibrismi provi a fare Meloni per cambiare le carte in tavola, il caso Almasri è una pagina nera per lo stato di diritto italiano e per la credibilità del Paese”.
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Agosto 5th, 2025 Riccardo Fucile
FRANCESCA ALBANESE HA RICEVUTO LE CHIAVI DELLA CITTA’ DAL SINDACO VITO LECCESE
Bari affida le chiavi della città a Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per la Palestina. “È un grande onore, un segno di solidarietà nei confronti del popolo palestinese nei cui confronti è in atto un genocidio”, le sue dichiarazioni prima della cerimonia nel Teatro Piccini. Mentre all’esterno del Comune è in corso un manifestazione pacifica da parte degli attivisti pro Palestina.
La cerimonia
“Sono onorata di ricevere queste chiavi, sappiate che intendo usarle” ha detto ricevendole dal sindaco. “Questo è un gesto simbolico – ha detto invece Leccese – per affermare che Bari è al fianco di Francesca Albanese relatrice speciale delle Nazioni Unite oggetto di sanzioni”.
“Queste chiavi sono simboliche – ha aggiunto Albanese – ma le sanzioni americane non sono un atto simbolico, non hanno precedenti, creeranno il congelamento di tante mie relazioni, sono tecniche di intimidazioni mafiose, ma io so come reagire. Schiena dritta, testa alta e assieme. È il solo modo per resistere alle intimidazioni – ha detto – Da figlia del Sud conosco bene le
piaghe della criminalità organizzata. Cosa ci insegna la Puglia, Bari, o la Sicilia? Che alla mafia si resiste tutti assieme, a testa alta e schiena dritta”.
“La Palestina ci sta mettendo davanti al futuro della mancanza di legalità. Il governo è corresponsabile di quello che sta succedendo. A dispetto di quello che hanno asserito giuristi, avvocati, portatori di un atto di diffida nei confronti del governo chiedendo la sospensione del memorandum di intesa, il governo persiste nel suo sostegno. È necessario un risveglio delle coscienze – ha concluso – Bisogna sostenere le azioni di ripristino della legalità anche passando dall’azione giudiziaria. Il genocidio è un crimine riconosciuto anche dall’Italia”.
La motivazione sulla targa
Sulla targa accanto alla chiave si legge: “A Francesca Albanese per il suo impegno incessante a tutela dei diritti del popolo palestinese. Bari, città di pace, è al suo fianco nel riaffermare la centralità del diritto internazionale e denunciare la brutalità e la barbarie che da quasi due anni si consumano sui civili inermi nella Striscia di Gaza. Il sindaco di Bari con riconoscenza”.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2025 Riccardo Fucile
“E’ ILLEGITTIMO SU FOGLIO DI SERVIZIO, VIENE RISTRETTA LA CAPACITA’ OPERATIVA DEL NOLEGGIO CON CONDUCENTE””… FORZA ITALIA: “ORA CAMBIARE”
Le disposizioni del decreto del ministero dei Trasporti –che impongono agli Ncc la
tenuta e compilazione del Foglio di servizio elettronico – “devono ritenersi illegittime per eccesso di potere”.
Le norme del decreto configurano anche “una violazione di legge” e “contrastano con i principi costituzionali ed eurounitari in materia di legalità, proporzionalità, libertà economica, protezione dei dati personali e concorrenza”.
Il Tar del Lazio accoglie largamente, con questi argomenti, i tre ricorsi che CNA, 8PuntoZero e Ncc Italia hanno presentato contro il decreto Salvini, accanto a una serie di operatori del noleggio con conducente.
“Difetto di potere”
Secondo il Tar, il decreto contestato “si pone al di fuori dei limiti tracciati dal legislatore realizzando una regolazione autonoma, priva di copertura legislativa, dunque viziata ab origine per
difetto assoluto di potere”.
E ancora: le sue soluzioni “non solo non sono previste dalla legge, ma risultano sproporzionate rispetto alla finalità dichiarata (contrasto all’abusivismo) e produttive di un irragionevole aggravio per le imprese del settore, specie in contesti urbani ad alta densità”.
Dunque il decreto “impone obblighi e vincoli che si traducono in una restrizione sostanziale della capacità operativa degli Ncc”.
L’Associazione Ncc Italia, con il suo presidente Luca Notarbartolo, “è felice per la vittoria contro il ministero dei Trasporti, da sempre sordo alle nostre richieste. Si tuteli ora la legalità e il ruolo degli Ncc evitando di lederlo in modo discriminatorio e illegale”.
I forzisti
Ma il dato politicamente rilevante arriva dalla maggioranza dove Forza Italia investe con fuoco amico il ministro dei Trasporti, Salvini (Lega).
Ecco i deputati Andrea Caroppo, Stefano Benigni, vicesegretario di Forza Italia, e Maria Paola Boscaini, membro della Commissione Trasporti della Camera.
“La sentenza del Tar conferma ciò che da tempo denunciamo: l’attuale normativa sul trasporto pubblico non di linea è inadeguata, confusa e penalizzante, sia per gli operatori del settore sia per i cittadini.
Ora serve “un intervento legislativo organico e risolutivo. La proposta di legge che abbiamo presentato poche settimane fa alla Camera va esattamente in questa direzione, con l’obiettivo di semplificare, razionalizzare e modernizzare le regole”
(da agenzie)
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