Agosto 19th, 2025 Riccardo Fucile
I MEDIA RUSSI SCATENATI CONTRO L’UE PARAGONATA A “UNA VECCHIA SBILENCA CHE A MALAPENA ALZA IL BRACCIO” E CONTRO MACRON: “UN GORILLA FRANCESE”… SONO GLI UNICI DUE CHE NON VOGLIONO CEDERE A MOSCA, I SERVI NON SONO CITATI
Le aspettative erano alte, e dopo l’Alaska non poteva essere altrimenti. La cautela sparsa a piene mani da Dmitry Peskov è un conto. «Sappiamo che il processo di pace sarà lungo» ha avvertito il portavoce del Cremlino. Ma ieri toccava a Volodymyr Zelensky vedere Donald Trump, in folta compagnia. Come accade spesso in queste occasioni, Vladimir Putin ha sentito al telefono i presidenti di Brasile, India, e Sudafrica. Per mettere al corrente gli amici Brics delle ultime novità. Oppure per sottolineare di non essere isolato, nel giorno dell’incontro dei leader occidentali alla Casa Bianca.
La prudenza non può venire naturale, alla luce di quella che è stata definita in tutto il mondo come «una vittoria russa». Prendiamo due commentatori di area più o meno moderata. «Trump ha convocato Zelensky per annunciargli la decisione presa durante l’incontro con Putin» scrive il politologo Vladimir Zharikhin, direttore dell’Istituto dei Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti. «Per questo, un gruppo di compagni dell’Ue ha deciso di sostenere il capo dell’Ucraina. Come quando il superiore chiama un dipendente per una lavata di capo e la squadra in cui lavora cerca di persuadere il dirigente a graziare il colpevole».
Tutto vero, forse. Almeno in premessa. Ma a vertice di Washington in corso, mentre Zelensky è nello Studio Ovale della Casa Bianca, la portavoce del ministero degli Esteri, Mari
Zakharova, dichiara che la Russia non è d’accordo con la presenza in Ucraina di un contingente straniero con la partecipazione di Paesi della Nato.
È una precisazione di un certo peso. Alla quale si aggiunge una invettiva nei confronti del Regno Unito, ormai saldamente in cima alla lista dei nemici occidentali della Russia. «Ossessionata dal desiderio di alzare costantemente la posta in gioco nel conflitto, Londra sta cercando di indebolire gli sforzi di Mosca e Washington, spingendo i partner della Nato su un baratro pericoloso, oltre il quale un nuovo conflitto globale non è lontano».
Anche i telegiornali e i talk show della tarda serata, i primi a riportare qualche commento sul vertice nella capitale americana, si dedicano soprattutto a noi, intesi come Vecchio Continente. La propaganda russa non esamina tanto la possibile fine della guerra quanto l’eventuale sconfitta dell’Europa. Ce n’è per tutti. «Tutta la coalizione europea di guerrafondai è volata insieme a Zelensky alla Casa Bianca, ma nemmeno il loro sostegno ha saputo proteggere Zelensky da una bella ramanzina» afferma un servizio di Primo Canale.
Nel programma di approfondimento condotto da Olga Skabeeva, un esperto paragona l’Ue ad «una vecchia sbilenca che a malapena alza il braccio». Il presentatore di un altro talk show definisce Emmanuel Macron «un gorilla francese». Secondo l’americanista Aleksey Naumov, anche il vertice di Washington è la prova che «sono ormai arrivati gli ultimi mesi di questo conflitto, di questa guerra». Intanto, nessuno dei programmi usa più i concetti di denazificazione e demilitarizzazione. La Russia
ha vinto, l’Europa ha perso, il senso è sempre questo. Sarà anche vero, chi può dirlo.
(da La Stampa)
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Agosto 19th, 2025 Riccardo Fucile
ZELENSKY SI SAREBBE TROVATO DI FRONTE A UN PRENDERE O LASCIARE. NON PUÒ ‘PRENDERE’, CIOÈ ACCETTARE LE CONDIZIONI DI MOSCA PER METTERE FINE ALLA GUERRA, COMPRENDENTI CESSIONI DI TERRITORIO ANCORA SOTTO CONTROLLO UCRAINO. MA SE, DA SOLO, ‘LASCIAVA’ DIVENTAVA IL GUASTAFESTE DEL “DEAL” EMERSO NEL VERTICE TRUMP-PUTIN
Come I magnifici sette, in ordine sparso, ma con un obiettivo comune. Sostenere
Zelensky in vista di un futuro negoziato con la Russia sotto egida Usa – la tanto decantata ma non decollata trilaterale Trump-Putin-Zelensky – e rilanciare alcuni punti fermi in risposta alle condizioni russe trasmesse dagli americani.
I leader europei piombati ieri a Washington si erano posti l’acrobatico compito di appoggiare l’ultima versione della diplomazia di Donald Trump – passare direttamente al negoziato di pace, dimenticando il cessate il fuoco – instradandola verso una vera trattativa che non si riduca all’accettazione delle condizioni capestro poste dal presidente russo.
Sulle garanzie internazionali hanno ottenuto la promessa trumpiana di “protezione”. Meglio che niente – ma non parliamo di Articolo 5 che è ben altra cosa.
Vladimir Putin non si smuoverà di un millimetro. Ma intanto gli europei hanno permesso a Zelensky di guadagnar tempo su una scelta angosciosa.
Volodymir Zelensky non è nuovo a prove del fuoco. La notte del 24 febbraio 2022 con i parà russi alle soglie di Kiev, rifiutò la fuga in esilio. Scelse di rimanere. Furono i parà a scappare con la coda fra le gambe. Dopo le effusioni russo-americane di Anchorage lo attendeva una nuova doppia prova del fuoco, fra Washington e Mosca.
Nella prima, ieri, Donald Trump lo aveva convocato alla Casa Bianca per comunicargli i termini del “deal” che metterebbe fine alla guerra, essenzialmente le richieste di Vladimir Putin. Nella seconda, a Mosca o altrove, in un possibile incontro trilaterale, egli dovrebbe poi accettarle più che negoziarle, per concludere una “pace duratura”.
In pratica, Zelensky affrontava la prospettiva di resa in due tempi. Almeno per ora, anche questa volta il presidente ucraino riesce a sottrarsi alla morsa russa, in questo caso russo-americana. Con un misto di diplomazia, di accondiscendente adulazione verso Trump – non fallisce mai – e con un grosso aiuto europeo.
C’è un che di poco dignitoso, quasi disperato, nel precipitarsi di ieri dei leader europei a Washington. Ma è stato anche un far di necessità – Donald Trump – virtù– Volodymir Zelensky. Non tanto per risparmiargli il bis della trappola in cui era caduto lo scorso febbraio. Il presidente ucraino ha ben imparato la lezione. Lo si è visto.
Ma proprio questo era il motivo per non lasciarlo da solo.
Zelensky si sarebbe trovato di fronte a un prendere o lasciare. Egli non può “prendere”, cioè accettare quelle che sono le condizioni di Mosca per mettere fine alla guerra, comprendenti cessioni di territorio ancora sotto controllo ucraino.
Ma se, da solo, “lasciava” diventava immediatamente il guastafeste del “deal” emerso nel vertice Trump-Putin, colpevole, agli occhi del Presidente americano, di essere lui – l’aggredito da tre anni e mezzo – l’ostacolo alla pace. È per evitare questo scenario che i sette leader europei si sono recati con lui in processione alla Casa Bianca. «Un grande onore per l’America» ha commentato Donald. Chissà se lo pensava.
La buona e nutrita – altri si sarebbero uniti ma i posti erano contati – compagnia ha dato al Presidente ucraino un’importante boccata d’ossigeno. Difficilmente farà cambiare direzione di marcia a Trump che vuole il “deal” e il “deal” è quello di Putin.
Gli europei ci avevano provato la settimana scorsa con la videoconferenza prevertice. Risultato zero. Ma adesso, sostenuto degli europei, Zelensky ha potuto prendere tempo e far diplomazia senza dire “no” in faccia a Trump. Anzi, ringraziandolo e abbracciando l’idea dell’incontro trilaterale con Putin.
Se e quando il trilaterale ci sarà. Se ne parla molto a Washington, Mosca tace. Ma meglio mettere subito i paletti europei per non farne un andare a Canossa del Presidente ucraino.
Gli europei si sono trovati alle strette, e rigorosamente esclusi, dalle improvvisazioni di Donald Trump, dal vertice di Anchorage, alla convocazione di Zelensky, alla prospettiva di un
incontro Trump-Putin-Zelensky. Tutto in pochi giorni. Non è così che si fa politica estera
Ma è così che opera il 47mo Presidente americano. E quindi bisogna stargli dietro con lo stesso tempismo. Con il pellegrinaggio washingtoniano gli europei se ne sono dimostrati capaci.
Ma dietro la facciata di diplomazia estemporanea, la giornata di ieri ha messo a nudo che fra l’Europa e l’America di Donald Trump si è aperto un fossato che si chiama Ucraina e sicurezza europea. Sui cui l’attuale Presidente americano da alleato si sta trasformando in mediatore con la Russia di Vladimir Putin.
(da La Stampa)
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Agosto 19th, 2025 Riccardo Fucile
LA SOLITA DUCETTA CHE FA UN GRANDISSIMO ABUSO DEL LINGUAGGIO DEL CORPO (SMORFIE E OCCHIATACCE) PERCHE’, COME HA INSEGNATO QUELL’IMBONITORE DI SILVIO BERLUSCONI, ANCHE LE FREGNACCE BISOGNA SAPERLE RECITARE … LE IMMAGINI DELLA POSTURA POCO ISTITUZIONALE DELLA DUCETTA DIVENTA VIRALE SUI MEDIA DI TUTTO IL MONDO
“Aiuteremo Kiev, ma il cessate il fuoco non serve”. Secondo Donald Trump, in prima linea per trovare una soluzione al conflitto tra Ucraina e Russia, un accordo si può raggiungere anche “mentre si combatte”.
Il presidente Usa, durante l’incontro alla Casa Bianca con i leader europei, ha espresso la sua posizione, annunciando anche un vertice tra Putin e Zelensky. Una posizione che però non ha incontrato il gradimento di tutti i presenti, con Francia e
Germania che hanno chiesto una tregua prima del bilaterale.
Giorgia Meloni e le parole del cancelliere Merz
Proprio durante l’intervento del cancelliere tedesco Fridriech Merz, l’attenzione è finita sul volto della premier italiana Giorgia Meloni, seduta proprio al fianco di Trump, che durante il discorso del collega di Berlino non è riuscita a nascondere le sue espressioni facciali.
“Serve un cessate il fuoco – ha tuonato Merz nei confronti del tycoon -. I prossimi passi sono i più difficili. Al prossimo meeting vogliamo vedere una tregua, non posso immaginare che possa avere luogo senza un cessate il fuoco. Lavoriamo su questo, proviamo a mettere pressione sulla Russia perché la credibilità dei nostri sforzi oggi dipendono almeno dal raggiungimento di una tregua”.
Ma mentre il cancelliere parlava, in molti hanno notato l’espressione della leader di Fratelli d’Italia. Un video condiviso sui social e divenuto già virale, mostra la “metamorfosi” del volto della premier durante il discorso di Merz: sgrana gli occhi e li alza al cielo, poi storce il naso e mostra un’espressione contrita. Una reazione malcelata che non poteva certo passare inosservata.
(da agenzie)
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