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VLADIMIR PUTIN VUOLE TALMENTE TANTO LA PACE CHE LANCIA DRONI CONTRO I PAESI NATO, L’ULTIMA PROVOCAZIONE RUSSA: UN DRONE MILITARE DI MOSCA SI È SCHIANTATO ED È ESPLOSO IN UN CAMPO DI MAIS, NELLA POLONIA ORIENTALE, A SOLI 40 KM DA VARSAVIA

Agosto 20th, 2025 Riccardo Fucile

“MAD VLAD” HA INTORTATO TRUMP, PRENDE SOLO TEMPO, E SI DIVERTE A PRENDERE PER IL CULO L’OCCIDENTE

Un drone non identificato si è schiantato ed è esploso durante la notte in un campo di mais nella Polonia orientale. Lo riportano i media di Varsavia spiegando che l’esplosione è avvenuta intorno a mezzanotte nel villaggio di Osiny, a circa 100 km dal confine ucraino e a soli 40 km da Varsavia.
“Sul campo di mais abbiamo trovato frammenti bruciati di varie dimensioni, sparsi per diverse decine di metri. Si trattava di resti di metallo e plastica carbonizzati”, ha dichiarato il sergente maggiore Marcin Józwik della polizia polacca.
Sebbene il Comando operativo delle forze armate polacche abbia dichiarato che i sistemi radar non hanno registrato violazioni dello spazio aereo polacco “né dall’Ucraina né dalla Bielorussia” alcuni media locali citando fonti anonime, spiegano che i rottami erano compatibili con un drone d’attacco Shahed-131 o Shahed-136 di progettazione iraniana che la Russia ha utilizzato regolarmente nei suoi attacchi contro l’Ucraina.
Il vicepremier e ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz ha confermato che il drone esploso in Polonia durante la notte sia collegato alla Russia.”La Russia sta nuovamente provocando i paesi della Nato dopo gli incidenti con i droni avvenuti in Romania, Lituania e Lettonia”, ha affermato: “Questo accade in un momento particolarmente importante, mentre sono in corso discussioni sulla pace. Questo accade in un momento in cui c’è la speranza che la guerra scatenata dalla Russia – una guerra contro lo Stato ucraino, ma anche una guerra che minaccia la sicurezza dei paesi della Nato – abbia una possibilità di giungere al termine”, aggiunge. Lo riporta il Guardian.

(da agenzie)

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“ABBIAMO CANCELLATO LO STATO DI PALESTINA E L’ILLUSIONE DEI DUE STATI”: IL CRIMINALE TERRORISTA DELL’ULTRADESTRA ISRAELIANA, BEZALEL SMOTRICH, ESULTA PER L’APPROVAZIONE DELL’INSEDIAMENTO E1, CHE PREVEDE LA COSTRUZIONE DI 3.401 UNITÀ ABITATIVE TRA GERUSALEMME E L’INSEDIAMENTO DI MA’ALE ADUMI

Agosto 20th, 2025 Riccardo Fucile

UNA MOSSA CHE DI FATTO DIVIDE IN DUE LA CISGIORDANIA, ARCHIVIANDO LA POSSIBILITÀ DEI DUE STATI, PER L’AUTORITÀ PALESTINESE VUOL DIRE TRASFORMARE L’AREA IN UNA PRIGIONE, MENTRE L’UE TUONA: “È UNA VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE. ISRAELE RINUNCI A TALE DECISIONE”… E NELLE CELLE DEI DETENUTI PALESTINESI VENGONO APPESE LE FOTO DI GAZA DISTRUTTA

Via libera di Israele al controverso progetto di insediamento E1, che prevede la costruzione di 3.401 unità abitative tra Gerusalemme e l’insediamento di Ma’ale Adumim in Cisgiordania.
Il progetto è stato duramente criticato dai palestinesi e da diverse organizzazioni per i diritti umani israeliane perché di fatto divide in due la Cisgiordania e mette fine alla possibilità di realizzare in futuro due Stati.
L’approvazione definitiva è stata data dall’Alta Commissione di pianificazione dell’amministrazione Civile, un dipartimento del ministero della Difesa. Una decisione «storica» che «cancella praticamente l’illusione dei due Stati e consolida la presa del popolo ebraico sul cuore della Terra d’Israele», ha detto il ministro delle Finanze e leader dell’estrema destra israeliana, Bezalel Smotrich.
«Lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo non con slogan, ma con i fatti. Ogni insediamento, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa pericolosa idea», ha aggiunto.
Cosa prevede il piano di nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania
Il piano di Israele in Cisgiordania, appena approvato, noto come E1, prevede che si avviino le gare d’appalto per la costruzione di oltre 3.300 unità abitative tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim in Cisgiordania.
«Seppellisce l’idea di uno Stato palestinese», ha detto il ministro delle Finanze e leader dell’estrema destra israeliana, Bezalel Smotrich. Il progetto è rimasto congelato per decenni a causa della forte opposizione della comunità internazionale, che teme che il nuovo insediamento possa bloccare la nascita di uno stato palestinese contiguo e sostenibile.
«Dopo decenni di pressioni internazionali e congelamenti, stiamo rompendo le convenzioni e collegando Ma’ale Adumim a Gerusalemme. Questo è il sionismo al suo meglio: costruire, insediare e rafforzare la nostra sovranità nella Terra d’Israele», ha affermato Smotrich.
La potenziale costruzione di un nuovo quartiere per l’insediamento di Ma’ale Adumim nella cosiddetta zona E1 dividerebbe la Cisgiordania in regioni settentrionali e meridionali e impedirebbe lo sviluppo di una metropoli palestinese che colleghi Gerusalemme Est a Betlemme e Ramallah, che i palestinesi sperano da tempo possa costituire il fondamento del loro futuro Stato.
Tuttavia, secondo l’organismo di controllo degli insediamenti Peace Now, i piani approvati non riguardano il piano E1 originale, bensì un quartiere separato di Ma’ale Adumim. «Le 3.300 unità abitative di Ma’ale Adumim rappresentano un aumento di circa il 33% del patrimonio edilizio dell’insediamento, un’espansione enorme per un insediamento la cui popolazione è rimasta stagnante a circa 38.000 abitanti nell’ultimo decennio e ha registrato un netto deflusso migratorio.
Le gare d’appalto riguardano un ampio quartiere che collegherà l’area edificata di Ma’ale Adumim con la zona industriale a est», afferma Peace Now.
A marzo, il gabinetto di sicurezza israeliano aveva approvato la costruzione della tangenziale «Fabric of Life», riservata ai palestinesi, nell’area di Gerusalemme, nel tentativo di separare il traffico israeliano da quello palestinese e consolidare la presenza di Israele oltre la Linea Verde.
Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir ha visitato una prigione israeliana dove è stata appesa una grande foto della distruzione a Gaza, che viene mostrata ai detenuti palestinesi. In un video diffuso, durante la visita, Ben Gvir indica l’immagine, affermando che i detenuti sono costretti a guardare la scena mentre si recano in cortile, aggiungendo poi che uno di loro ha riconosciuto la propria casa.
«Ecco come dovrebbe essere», ha aggiunto il ministro. Nel filmato, pubblicato su Telegram, si legge: «Il Servizio Penitenziario Israeliano ha messo foto di Gaza distrutta nelle celle dei terroristi, così capiscono che non si scherza con il popolo di Israele». Lo riporta il Times of Israel.
Appello di 80 rabbini: «Israele denunci carestia e fermi i coloni»
Sta ricevendo sempre più adesioni di ora in ora la lettera-appello di 80 «moderni rabbini ortodossi internazionali», intitolata `Un appello alla chiarezza morale, alla responsabilità e a una risposta ebraico-ortodossa di fronte alla crisi umanitaria di Gaza´, firmata tra gli altri dal rabbino David Rosen, per oltre 30 anni direttore internazionale degli affari religiosi dell’American Jewish comittee, ex rabbino capo di Irlanda e con solidi rapporti di dialogo con il Vaticano. Una copia della lettera è stata inviata da Rosen anche in Vaticano, all’ufficio competente per il dialogo con l’ebraismo. «La dichiarazione – si legge in una nota sul sito dello stesso Rosen – esorta lo Stato di Israele ad affrontare la diffusa carestia a Gaza e a denunciare la violenza estremista dei coloni». L’iniziativa è stata guidata dal rabbino Yosef Blau, ex presidente dei Religious Zionists of America e da lungo tempo consigliere spirituale (mashgiach ruchani) presso il Seminario Teologico Rabbi Isaac Elchanan (Riets) della Yeshiva University.
Spiegando le sue motivazioni, il rabbino Blau ha affermato: «Il mio sostegno a Israele e al sionismo deriva dal mio impegno per l’ebraismo. Una lealtà acritica è in contraddizione con l’introspezione fondamentale dell’ebraismo. Quando la religione viene usata per giustificare l’adorazione del potere, distorce la moralità di base».
I firmatari sottolineano tuttavia il loro profondo legame con Israele, descrivendo gli ebrei ortodossi come «tra i più devoti sostenitori di Israele». «I peccati e i crimini di Hamas – si legge in un altro passaggio della lettera apparsa anche sulla Jewish Telegraphic agency – non esonerano il governo di Israele dal suo obbligo di compiere tutti gli sforzi necessari per impedire la carestia di massa», scrivono i rabbini.
Tra gli altri firmatari, il rabbino Pinchas Giller i rabbini capo di Polonia, Danimarca e Norvegia, unitamente a rabbini anziani di importanti congregazioni ortodosse di Los Angeles e Washington.
Ue: «L’insediamento E1 è illegale, Israele rinunci»
«La decisione delle autorità israeliane di portare avanti il piano di insediamento E1 compromette ulteriormente la soluzione dei due Stati e costituisce una violazione del diritto internazionale. L’Ue esorta Israele a rinunciare a tale decisione, sottolineandone le profonde implicazioni e la necessità di valutare misure volte a salvaguardare la fattibilità della soluzione dei due Stati». Lo afferma il Servizio di Azione Esterna dell’Ue.
Anp condanna progetto israeliano: «Cisgiordania trasformata in prigione»
«La decisione israeliana trasforma la Cisgiordania in una vera e propria prigione». Con queste parole, l’Autorità Palestinese ha duramente condannato – attraverso un comunicato – l’approvazione, da parte di Israele, del progetto chiave per la costruzione di 3.400 nuove abitazioni nei territori occupati. Il ministero degli Esteri palestinese ha espresso una ferma opposizione alla misura, sostenendo che essa «trasforma ancora di più la divisione della Cisgiordania occupata in zone e cantoni isolati, disconnessi geograficamente e somiglianti a vere e proprie prigioni, dove gli spostamenti sono possibili solo attraverso posti di controllo dell’occupazione, nel mezzo del terrore delle milizie di coloni armati disseminate in tutta la Cisgiordania».
Il governo palestinese ha inoltre avvertito che la decisione israeliana rischia di compromettere definitivamente la prospettiva di una soluzione negoziata al conflitto. «Condanniamo nei termini più forti la decisione israeliana di attuare questo progetto», si legge nella nota, sottolineando che tale scelta «compromette le prospettive di realizzazione della soluzione a due Stati (…) frammentando l’unità geografica e demografica dello Stato palestinese».

(da agenzie)

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IL MONDO AL CONTRARIO, IL VERTICE DELLA CASA BIANCA È STATO IL PIÙ SURREALE E “MALATO” DELLA STORIA POLITICA INTERNAZIONALE: LA REGIA TRUMPIANA HA MESSO GIORGIA MELONI, NEL RUOLO DI “RAGAZZA PON-PON” DEL “MAGA”, E MACRON, NEMICO NUMERO UNO, RISPETTIVAMENTE ALLA SINISTRA E ALLA DESTRA DI “DON DONALD” CORLEONE, MERZ, STARMER. E LA POVERA URSULA, SBATTUTI AI MARGINI

Agosto 20th, 2025 Riccardo Fucile

IL COLMO SI È RAGGIUNTO QUANDO, IN BARBA A OGNI PRASSI DIPLOMATICA, TRUMP È SCOMPARSO PER 40-MINUTI-40 PER “AGGIORNARE” PUTIN ED È TORNATO RIMANGIANDOSI IL CESSATE IL FUOCO… E QUANDO MERZ HA PROVATO TIMIDAMENTE A INSISTERE SULLA NECESSITÀ DELLA TREGUA, CI HA PENSATO LA TRUMPISTA DI COMPLEMENTO GIORGIA A “COMMENTARE” CON OCCHI SPACCANTI E ROTEANTI: MA COME SI PERMETTE DI CONTRADDIRE IL ”GREAT DONALD”?

Il diavolo si nasconde nei dettagli dell’incontro più surreale e “malato” della storia politica internazionale. La regia trumpiana ha collocato Giorgia Meloni, in versione “pon-pon a stelle e strisce”, a sinistra del presidente americano. A destra, invece, si è seduto Macron, il nemico più detestato.
Starmer e Merz sono sbattuti agli estremi del tavolo, come del resto la povera Ursula von der Leyen. Seduto, troneggiante, al centro del tavolo, a ciascuno Trump si rivolge come il maestro alla scolaresca: parlate! Irritato dal bla-bla, sbotta: adesso chiamo Putin!
E scompare per 40 minuti 40, con la scolaresca messa in castigo a girare i pollici della santa pazienza!
Torna l’Idiota col ciuffo e voilà! come già in Alaska, dopo il tete-a-tete con Putin, si rimangia quello che aveva sempre sostenuto: subito il cessate il fuoco, altrimenti metto alle corde la Russia, bombardandola di sanzioni. Come non detto, avevo scherzato, com’on!: si va direttamente alla trattativa per la pace (così Putin può continuare ad avanzare in Ucraina).
Già prima dell’incontro, durante il mini assembramento a favor di telecamera, Merz e Macron, tra un “grazie” adulatorio e l’altro, avevano fatto presente al Caligola di Mar-a-Lago che
è impossibile negoziare sotto le bombe. Il cancelliere tedesco, che Trump ha spernacchiato per l’abbronzatura (“Anch’io vorrei averla come te”), ha insistito in particolare sulla necessità di un cessate il fuoco immediato.
Non l’avesse mai detto!
Le parole dello spilungone crucco sono state “commentate” dalla Meloni, nel suo ruolo di trumpista di complemento, con uno show di occhi spaccanti e roteanti, smorfie da nausea di stomaco e labbra piegate nel disprezzo di ciò che le toccava sentire: ma come si permettono ‘sti due imbecilli di contraddire il pensiero del Great Donald?!?!
Gran finale con la ciliegina sulla torta marcia della pasticceria di Washington: è stata proprio la Ducetta a suggerire a Trump di evitare le domande dei giornalisti… Tutti i paradigmi della democrazia sono saltati: stiamo assistendo davvero al mondo al contrario…

(da Dagoreport)

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“LE LUSINGHE HANNO LE GAMBE CORTE. ALLA CORTE DI TRUMP C’È SOLO L’OMBRA DI PUTIN”

Agosto 20th, 2025 Riccardo Fucile

GIULIANO FERRARA QUESTA VOLTA LA DICE GIUSTA: “SPIACE PER MELONI, MA UN MENTITORE SERIALE COME TRUMP NON PUÒ ESSERE LA GUIDA DI UN OCCIDENTE UNITO, AL MASSIMO UN MEDIATORE DISONESTO, CHE PREPARA LA SCONFITTA” … “SOLO LA RIVOLTA DEL POPOLO AMERICANO E DEL CONGRESSO, STIMOLATI DAL ‘NO’ E DALLA ROTTURA EUROPEA, POTRANNO SANARE CON LA CADUTA DI UN AUTOCRATE DA BARZELLETTA CHE È NELLE MANI DI UN AUTOCRATE DA TRAGEDIA…”

Detto a titolo personale, spiace per Meloni e per il governo italiano, ma l’idea benevola che si debba preservare a tutti i costi l’unità dell’occidente non sta in piedi.
Un mentitore seriale come Trump, un truffatore di professione come lui, uno che convoca e sconvoca, umilia e lusinga, passa da un vertice storico a un vertice iperstorico, e intanto se la fa con Putin, lo subisce, lo teme, lo blandisce, lo rafforza, gli offre ciò che non è suo, la libertà e la sicurezza di Europa e Ucraina, non può essere la guida di un occidente unito, al massimo può essere un dishonest broker, un mediatore disonesto, che prepara la sconfitta.
Bisogna però essere realisti, si dice, e in generale è vero, dalla sua intelligence, dai suoi armamenti, dalle sue forze potenziali di pressione, dipende molto del destino di Ucraina e Europa.
E lui happens to be il presidente degli Stati Uniti. Dunque si capisce che le persone responsabili, i leader europei, abbiano il dovere di credere alla Befana, se questo significa tenere aperta la porta a soluzioni possibili. Ma noi irresponsabili questo dovere non l’abbiamo.
I leader facciano le loro gabole, i loro truschini, adottino tutti i
mezzi e mezzucci necessari per mascherare la realtà nel teatro dell’assurdo messo in scena a Washington, però nella consapevolezza che con Trump a un certo punto bisogna rompere
Avallare Trump che avalla Putin e si allea con lui, lo spalleggia, gli regge il moccolo, vuol dire consegnarsi alla sconfitta senza più combattere. Tutti gli chiedono di mostrare la forza per ottenere la pace dall’aggressore. Lui non lo fa. Non lo farà, se le cose che invece ha fatto finora hanno un senso.
Il suo tradimento è completo, parte dalla distruzione dell’establishment americano, dalla formazione di una squadra di presentatori televisivi al Pentagono e all’Intelligence, dalla corruzione e fascistizzazione della società americana, e solo nel caso di Israele e dell’Iran, dove ha subito egli stesso la forza esplosiva del governo Netanyahu, che lo ha portato per mano, riluttante, al bombardamento dei siti nucleari iraniani dopo aver conquistato i cieli di Teheran, Trump ha funzionato in una qualche forma di leadership occidentale.
L’Europa deve unirsi e potenziarsi, riarmarsi e coordinarsi, nel solco dei Willing. E sarà costretta, […] prima o poi, a denunciare l’accordo che le passa sulla testa e che svende con caratteristiche ultramonacensi eroismo e libertà e indipendenza degli ucraini, primo passo per la divisione e l’abolizione come entità europeista, al pari dell’entità sionista, dell’Unione.
Qui interviene un realismo di secondo grado. Se l’America che abbiamo conosciuto non c’è più, non c’è più. Punto.
Lo schema per cui Trump detta ogni condizione possibile a tutti è la via più sicura per il trionfo che Putin non ha conquistato sul campo.
E che ha invece ottenuto con la vittoria elettorale di un uomo ricattabile erratico inaffidabile per le democrazie europee.
Le lusinghe hanno le gambe corte. Alla corte di Trump c’è solo
l’ombra di Putin, Inghilterra Germania Francia e Italia avrebbero tutte le caratteristiche di un contrappeso efficace, se solo non si facessero incartare dal simulacro di una tradizione atlantista tramontata nel deserto Maga e se non si facessero piegare da un’alleanza di fatto del lestofante e del kagebista che solo la rivolta del popolo americano e del Congresso, stimolati dal “no” e dalla rottura europea, potranno sanare con la caduta di un autocrate da barzelletta che è nelle mani di un autocrate da tragedia.

Giuliano Ferrara
per “il Foglio”

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“NON CI FIDIAMO DI PUTIN”: I LEADER EUROPEI TEMONO UN NUOVO BLUFF DEL CREMLINO E SI DICONO PRONTI A INVIARE LE TRUPPE. OGGI SI RIUNIRANNO I CAPI DI STATO MAGGIORE DEI 32 PAESI NATO

Agosto 20th, 2025 Riccardo Fucile

LE MOSSE DELL’EUROPA, AD INIZIARE DALLA RICHIESTA DI UN CESSATE IL FUOCO, PER STANARE PUTIN E VERIFICARE SE SIA PRONTO A UN COMPROMESSO… KAJA KALLAS, ALTO RAPPRESENTANTE PER LA POLITICA ESTERA, CONFERMA PER SETTEMBRE UN NUOVO PACCHETTO DI SANZIONI

Andare a vedere se davvero Vladimir Putin ha in mano anche le carte della pace o se sitratta dell’ennesimo bluff. Il giorno dopo il summit di Washington, gli europei fanno il punto della situazione prima con il gruppo ristretto dei “Volenterosi” e poi in un Consiglio europeo convocato d’urgenza in videoconferenza.
E nonostante le espressioni di ottimismo pronunciate in pubblico, le vere parole d’ordine sono: «Non ci fidiamo di Mosca». Nessuno crede che il Cremlino accetti davvero di dare una svolta alla guerra e di incontrare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Perché dietro le mosse del presidente russo c’è una frase ripetuta anche durante il faccia a faccia con Donald Trump in Alaska: «Voglio risolvere le ragioni profonde della guerra». Che Putin individua in un presunto pericolo rappresentato dalla Nato e dalla volontà di ricostruire la “Grande Russia” riconquistando i territori che un tempo formavano l’Urss. E se, dunque, le «ragioni profonde» persistono, la via della pace viene considerata a Bruxelles lastricata di molti dubbi e tantissimi imbrogli da parte dello zar.
Ma l’obiettivo, concordato in primo luogo con il presidente
americano, è quello di provare a mettere alle strette il Cremlino ed eventualmente svelarne il bluff.
Come? Dichiarando la disponibilità a trattare e a mettere a disposizione una forza di interposizione a garanzia della conclusione della guerra. Infatti già da ieri sono iniziati i contatti tra i consiglieri per la sicurezza di Usa, Gran Bretagna e Ue per mettere nero su bianco i possibili dettagli per la sicurezza da offrire all’Ucraina. E oggi si riuniranno con le medesime finalità i capi di stato maggiore dei 32 Paesi Nato presieduti da Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare dell’Alleanza.
La premessa posta da Washington è che sul terreno non ci siano soldati statunitensi. I “Volenterosi” Francia, Regno Unito e Germania (non l’Italia per il momento) hanno dato per questo la disponibilità a farsi carico della missione con i loro militari. Su questo punto, però, si stanno manifestando tre nodi da sciogliere prima dell’eventuale incontro tra Putin e Zelensky. Il primo concerne proprio i rapporti tra Europa e America: nessuna garanzia di sicurezza fornita da una forza multinazionale è credibile senza l’impegno diretto statunitense. Non tanto sotto forma di truppe, ma sul piano logistico (senza la copertura radar e tecnologica dell’esercito a stelle e strisce nulla è praticabile) e aereo.
Queste due condizioni sono indispensabili per verificare se Putin bluffa o meno. Se sia pronto – il terzo nodo – ad un compromesso e non solo ad una vittoria piena che comprenda la cessione dei territori, il disarmo dell’Ucraina, la nascita di un governo “amico” a Kiev e nessun ingresso nell’Ue e nella Nato. Respingere l’accordo per il Cremlino può essere allora semplice. Perché sia Bruxelles, sia Washington hanno già concordato di non poter accogliere queste quattro richieste e semmai di poter discutere solo la prima ma senza gli eccessi proclamati da Putin.
Per far ricadere la responsabilità di un mancato accordo, però, il diktat è evitare provocazioni verso Mosca. «Stiamo discutendo dei progressi compiuti nei nostri sforzi per la pace in Ucraina – ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen -. A Washington sono proseguiti i colloqui su solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina, sulla fine dello spargimento di sangue, sulle sanzioni e sul ritorno dei bambini rapiti».
L’impegno americano è accolto con soddisfazione e per l’Unione europea è appunto indispensabile non porre limiti all’autodifesa di Kiev che dovrà rafforzare il suo esercito e contare anche su una disposizione “simile” all’articolo 5 della Nato sulla mutua assistenza. Per l’Europa è fondamentale anche che tutto venga preceduto da un “cessate il fuoco”: «Come primo passo – ha detto Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo – la Russia deve porre immediatamente fine alle violenze». Mano tesa, dunque, ma anche pressione costante. Non a caso Kaja Kallas, l’Alto Rappresentante per la politica estera, ha confermato per settembre il nuovo pacchetto di sanzioni. Insomma il sentiero verso la pace non è ancora largo.

(da La Repubblica)

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PACE IN UCRAINA, L’ANALISI DEGLI ESPERTI: “TRUMP OFFRE GARANZIE VAGHE, SARA’ UN BANCO DI PROVA PER L’EUROPA”

Agosto 20th, 2025 Riccardo Fucile

“TRUMP DICE TROPPI SI’, L’ACCORDO NON FUNZIONERA’”

Alla Conferenza di Washington, Donald Trump si è impegnato per un non meglio identificato coinvolgimento statunitense nelle garanzie di sicurezza da fornire all’Ucraina nel futuro accordo di pace. Che dovrà precedere e non più seguire il cessate il fuoco. Proprio come voleva la Russia, che di fermare subito la carneficina non ha mai avuto alcuna intenzione. Regna la vaghezza sulla modalità delle garanzie. Sarà l’argomento centrale dei prossimi negoziati. E per ogni dettaglio spunterà un diavolo, c’è da scommetterci. È già successo al tavolo di Istanbul nel 2022. Da allora, la Russia non ha cambiato le sue posizioni. Almeno, non esplicitamente. Arrivare a garanzie che davvero garantiscano qualcosa è sempre difficile, in diplomazia.
Per le personalità dei protagonisti, per la percezione che hanno di se stessi e degli altri e per le complessità presenti sia sul terreno di guerra che nell’arena internazionale, il caso dell’Ucraina è più complicato di altri.
Una “fortochka” per la pace
Intendiamoci: in Alaska e poi a Washington si è aperto uno spiraglio per la pace. Una “fortochka”, come chiamano i russi la finestrella che dà aria alle loro case anche quando fuori ci sono meno 20 gradi. Non ci sono stati i temuti agguati. Gli europei erano presenti e uniti nel sostegno a Kiev, anche se non ancora del tutto guariti da un irragionevole complesso di inferiorità nei confronti di Washington. Meloni, certo, dovrebbe evitare di alzare gli occhi al cielo quando il cancelliere tedesco invoca la tregua immediata. Ma è un riflesso condizionato. Intanto, il vertice Putin-Zelensky e il successivo incontro trilaterale
allargato a Trump sono tutt’altro che scontati. Anche se il tycoon spinge, sordo e cieco a ogni segnale negativo. È la sua forza, e anche la sua debolezza. E in attesa delle prossime puntate dello show politico-diplomatico allestito dalla star dei reality messo a capo della più grande potenza mondiale, la guerra continua.
Il déjà vu
“Garanzie del tipo di quelle offerte oggi da Trump non sono una novità: erano presenti nella bozza di accordo presentata dai russi ai negoziati di Istanbul”, ricorda lo storico Sergey Radchenko, che a quella trattativa di oltre tre anni fa ha dedicato — insieme a Samuel Charap — un famoso quanto mal interpretato articolo su Foreign Affairs. “Il problema che rendeva la proposta inaccettabile era che prevedeva una sorta di diritto di veto da parte di Mosca”.
Nel caso di un’aggressione all’Ucraina, a decidere se si dovesse difenderla o meno era alla fine il suo più probabile aggressore. “Non sappiamo se il veto fosse una proposta negoziabile o una linea rossa, perché dopo la presentazione di quella bozza le trattative si interruppero”.
Radchenko ritiene probabile che fosse un must, e che anche oggi il Cremlino voglia avere il veto in ogni sistema di garanzie per Kiev. Vista la breve durata del summit, difficile che ad Anchorage se ne sia parlato. Il nodo è destinato a tornare al pettine. “Fatto sta che nel 2022 erano gli occidentali a non voler assicurare garanzie del tipo previsto dall’articolo 5 della Nato (secondo cui un attacco armato contro uno Stato membro è considerato un attacco contro tutti, ndr), per timore di potersi trovare in guerra con la Federazione Russa”. La novità positiva della Conferenza di Washington è che ora l’Occidente è disponibile.
Tanto rumore per poco
Intanto, Mosca ha ribadito il “niet” alla presenza di militari dei
Paesi Nato in Ucraina. Ogni garanzia, quindi, sarebbe solo una garanzia di carta. “Non può funzionare”, spiega a Fanpage.it l’ex diplomatico russo Boris Bondarev, dimessosi perché contrario alla guerra e oggi in esilio.
“Garanzie simili a quelle previste dall’Articolo 5 della Nato in fondo lasciano ampia discrezionalità sul tipo di assistenza dovuto. Putin non ha motivo di opporvisi, soprattutto se mantiene un potere di veto”. Se la Nato come sistema di sicurezza è efficiente, il merito va agli stivali sul terreno, che la Russia esclude a priori.
“Gli Stati Uniti hanno presenze militari in quasi tutti i paesi tranne l’Islanda”, sottolinea Radchenko, intervistato da Fanpage.it. “Una presenza che rende le garanzie credibili. Altrimenti, la Nato sarebbe una tigre di carta”. Lo storico e politologo russo ha parecchi dubbi su ciò che Trump ha effettivamente offerto: “È stato poco chiaro. Ha menzionato truppe e coinvolgimento degli Stati Uniti, dicendo che in prima linea ci sarà l’Europa, senza spiegare come. Sembra voler ridurre le promesse di garanzia americana a ben poco. Sono molto scettico su queste sedicenti garanzie di sicurezza. Mi ricordano quei finti temporali d’estate con tuoni roboanti e solo poche gocce di pioggia”.
I troppi “sì” di Trump
Il carattere di Donald Trump sta influenzando la partita e la rende oltremodo imprevedibile, nota Boris Bondarev: “Il presidente Usa vuole firmare qualsiasi cosa che contenga la parola ‘pace’. Forse pensa che, se la Russia fermerà la guerra, si allontanerà dalla Cina. In questo caso è parecchio ingenuo. Forse vuole il Nobel ed è disposto a dir di sì a tutti, mescolando le carte. Si fa usare anche da Zelensky e dagli europei”. Ma è Putin a tenere il coltello dalla parte del manico: “Il presidente russo userà un linguaggio sofisticato — che Trump non capisce — per
convincerlo a un accordo su garanzie in realtà inefficaci. E Putin continuerà a fare quel che vuole. All’Ucraina resterà solo un sostegno simbolico”.
L’ex feluca dello “zar” sostiene che l’Occidente debba smetterla di temere il potere nucleare della Russia, in base al quale “il Cremlino crede di poter agire come un clan di gangster impunemente”. Ogni garanzia seria dovrebbe prevedere un forza di interposizione, del tipo di quella americana a sud del 38° parallelo, che ha garantito una tregua quasi infinita tra le due Coree, al netto di sporadici incidenti. “La diplomazia è solo un linguaggio, non funziona se non è supportata dalla dimostrazione della volontà e della capacità di agire (in gergo diplomatico”capability”, ndr)”. Insomma, dopo un eventuale accordo gli stivali sul terreno saranno necessari e i Paesi Nato dovranno comportarsi di conseguenza, sostiene Bondarev. Che Putin lo voglia o no.
Lo spettacolo della pace, il rumore della guerra
Il problema maggiore è che finora Mosca non ha cambiato alcuna delle sue condizioni massimaliste per porre fine al conflitto. Kiev è stata più flessibile, ma su alcuni punti non transige. Non si vede quindi come si possa lavorare a un accordo sostenibile.
“Sarei davvero sorpreso se ci fosse l’atteso incontro bilaterale Putin-Zelensky”, afferma l’ex-diplomatico. “Di cosa dovrebbero discutere? Zelensky direbbe che le forze armate russe devono lasciare l’Ucraina, e l’altro gli risponderebbe che deve avvenire il contrario. Né cambierebbe qualcosa in un vertice a tre con Trump. Penso che Putin voglia usare Trump il più a lungo possibile, per questo lo blandisce”.
pure”.
L’ora dell’Europa adulta
Un discorso a parte merita l’impegno europeo. Leader dei “volenterosi” uniti ma sconfitti. Perché l’unica vera novità della Conferenza, in fondo, è che si è sdoganata la rinuncia a un cessate il fuoco preliminare rispetto alle trattative. Delusi soprattutto il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Merz.
“Abdicare a una tregua immediata però non è di per sé negativo”, afferma Jarabik. “Il cessate il fuoco sarebbe una soluzione temporanea. E poi i russi non l’accetteranno mai. Inutile insistere”. L’esperto sostiene che anche i “volenterosi” e gli ucraini si uniformeranno alla nuova situazione. Che è comunque un set concesso a Putin grazie a Trump, per usare il linguaggio del tennis. Per evitare di dover accettare anche quel che si reputa dannoso, “è necessario un riequilibrio della sicurezza euro-atlantica”, dice Boris Bondarev. “Servono due pilastri uguali, Stati Uniti ed Europa. Per arrivarci, l’Europa deve abbandonare l’idea di non poter esistere senza gli Stati Uniti”. Le reazioni all’atteggiamento del presidente americano “dimostrano quanto i leader europei siano preoccupati all’idea di dover contare solo su se stessi. Ed è questo il vero ostacolo a una nuova fase della sicurezza europea”. L’anti-europeismo di Trump può essere un’occasione preziosa. Al di là delle sue sparate disinformate quando non deliberatamente false, qualche ragione il tycoon ce l’ha. L’Europa deve essere un partner alla pari degli Stati Uniti e non soltanto un alleato che li segue

(da Fanpage)

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IL SOLITO FIGLIO DI PUTIN, FINGE DI NEGOZIARE E INTANTO BOMBARDA L’UCRAINA: DOPO LA TELEFONATA CON IL DITTATORE RUSSO, “THE DONALD” HA ANNUNCIATO UN TRILATERALE. MA DA MOSCA FINORA SONO ARRIVATE DICHIARAZIONI VAGHE E LA PROPOSTA, IMPOSSIBILE DA ACCETTARE PER IL LEADER UCRAINO, DI UN INCONTRO A MOSCA

Agosto 20th, 2025 Riccardo Fucile

“IL FOGLIO”: “PUTIN IMPONE CHE VENGANO SODDISFATTE LE SUE CONDIZIONI PRIMA DI CONCEDERE UN VERTICE A ZELENSKY. IL CREMLINO PRENDE TEMPO E TIENE IN VITA L’INCONTRO FANTASMA”

La telefonata fra Donald Trump e Vladimir Putin è durata 40 minuti. Il presidente americano l’ha conclusa soddisfatto, dichiarando di essere riuscito nell’obiettivo di preparare un vertice con il capo del Cremlino e il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.
Putin ha affidato al suo consigliere per la politica estera, l’ex ambasciatore a Washington Yuri Ushakov, il resoconto della telefonata.
Trump ha scritto che ci sarà prima un bilaterale tra i leader di Russia e Ucraina, poi un trilaterale in sua presenza. Putin ha fatto dire a Ushakov che Mosca è disponibile a un incontro tra le delegazioni russa e ucraina, con la possibilità di alzare il livello della rappresentanza. Non alludeva alla presenza dei presidenti.
Come spesso accade nelle conversazioni fra Trump e Putin sembra che i due prendano parte a telefonate diverse. Trump ha detto che l’incontro avverrà entro fine agosto; alle sue affermazioni, sono seguite valanghe di dichiarazioni, indiscrezioni, tiri a indovinare su dove si possa tenere un bilaterale tanto complesso.
Due fonti vicine alla telefonata, non si sa se tanto vicine da essere nelle stanze dei presidenti, hanno rivelato all’Afp che da parte di Putin ci sarebbe anche stata una proposta: faremo l’incontro a Mosca.
Un metodo comprovato dalla diplomazia russa è fare offerte talmente strampalate ed eccessive da forzare la controparte a rifiutare. Secondo le fonti che hanno parlato con l’Afp, Zelensky avrebbe risposto negativamente all’offerta di un incontro a Mosca e se davvero Putin ha proposto la capitale della Federazione russa, sapeva che il presidente ucraino avrebbe rifiutato
La motivazione ucraina a resistere è stata anche sostenuta dalla figura di Zelensky che, anziché fuggire, scelse di rimanere in Ucraina nonostante le intelligence alleate lo avvertissero del rischio per la sua vita. Per Putin, Zelensky è il nemico, e ha più volte detto che uno degli obiettivi della sua operazione militare speciale è liberare l’Ucraina dalla sua leadership da denazificare.
Ammesso che l’offerta di andare a Mosca ci sia stata davvero, il presidente ucraino non avrebbe potuto accettare di essere ricevuto al Cremlino.
Gli europei hanno proposto Ginevra, anche Roma è tornata fra le opzioni, ma il giornale russo ha citato, oltre a Mosca: Budapest, Istanbul e Minsk.
Al telefono con Trump, Putin probabilmente non ha rifiutato né accettato. E’ stato Sergei Lavrov a far capire la posizione di Mosca. Il ministro degli Esteri russo ha il ruolo di ridimensionare le situazioni. Non lusinga, non blandisce.
Lavrov ha chiarito: l’incontro fra Putin e Zelensky deve essere “preparato con estrema attenzione” – non è un “no”, ma un “vedremo”; se Kyiv si allineasse all’occidente, “le basi del riconoscimento dell’Ucraina come stato indipendente sparirebbero”. La seconda affermazione significa che l’adesione
di Kyiv alla Nato o all’Unione europea continuano a essere linee rosse per Mosca che quindi rifiuta le migliori garanzie di sicurezza per il paese che ha attaccato.
Uno degli obiettivi di Putin in Alaska era fare in modo che il presidente americano tornasse a fare pressione su Zelensky e ad accusare gli ucraini di non essere pronti alla pace. Secondo l’analista russa Tatiana Stanovaya, Putin ha già messo sul tavolo le sue condizioni, impone che vengano soddisfatte prima di concedere un vertice a Zelensky.
Per Zelensky, invece, l’incontro è necessario per parlare dei territori ucraini occupati. Il Cremlino prende tempo, finge di negoziare e tiene in vita l’incontro fantasma su cui si sommano speranze, dicerie, speculazioni e ambizioni trumpiane.

(da Il Foglio)

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“DAL 2007-2008 PUTIN HA RARAMENTE MANTENUTO I SUOI IMPEGNI. È STATO COSTANTEMENTE UNA FORZA DESTABILIZZANTE”: MACRON INVITA A NON FARSI ILLUSIONI SULLA PACE E INFILZA PUTIN

Agosto 20th, 2025 Riccardo Fucile

“È UN PREDATORE, UNA MINACCIA PER GLI EUROPEI, UN ORCO ALLE NOSTRE PORTE, DEVE CONTINUARE A MANGIARE PER SOPRAVVIVERE. UN PAESE CHE INVESTE IL 40% DEL BILANCIO IN ATTREZZATURE BELLICHE E CHE HA MOBILITATO UN ESERCITO DI OLTRE 1,3 MILIONI DI UOMINI NON TORNERÀ DA UN GIORNO ALL’ALTRO A UNO STATO DI PACE. NON BISOGNA ESSERE INGENUI”

L’esito del vertice alla Casa Bianca sulla pace in Ucraina con Volodymyr Zelensky, Donald Trump e sette leader europei non ha convinto tutti i partecipanti. Ad esempio, il presidente francese Emmanuel Macron, ha definito il presidente russo Vladimir Putin “un predatore, un orco alle nostre porte” che “ha bisogno di continuare a mangiare” per “la propria sopravvivenza”.
Gli europei, ha ribadito l’inquilino dell’Eliseo, devono stare attenti a “non essere ingenui” nei confronti di Mosca, “una potenza destabilizzante a lungo termine”. Macron, nell”intervista all’emittente Lci, ha anche ricordato: “Dal 2007-2008 il presidente Putin ha raramente mantenuto i suoi impegni. È stato costantemente una forza destabilizzante. E ha cercato di ridefinire i confini per espandere il suo potere”.
Il presidente francese ha avvertito poi sulla scarsa credibilità della Russia nelle sue intenzioni pacifiche, visto che la Federazione guidata da Putin negli ultimi anni è stata riconvertita verso un’economia di guerra: “Un Paese che investe il 40% del proprio bilancio in attrezzature belliche e che ha mobilitato un esercito di oltre 1,3 milioni di uomini non tornerà da un giorno all’altro a uno stato di pace e a un sistema democratico aperto”, ha spiegato Macron. “Quindi, anche per la sua stessa sopravvivenza, Putin ha bisogno di continuare a mangiare. Ecco. E quindi è un predatore, è un orco alle nostre porte. Non sto dicendo che domani sarà la Francia ad essere attaccata, ma è comunque una minaccia per gli europei (…). Non bisogna essere ingenui”.
(da agenzie)

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L’ITALIA È DIVENTATA UN BUEN RETIRO PER I SUPER-RICCHI (ALLA FACCIA DEI POVERI) : LA FLAT TAX PER I PAPERONI, INTRODOTTA DAL GOVERNO RENZI, HA SPINTO MOLTI MILIARDARI A TRASFERIRSI NEL NOSTRO PAESE: DEVONO PAGARE “SOLO” UNA TASSA FORFETTARIA DI 200 MILA EURO ALL’ANNO, PIÙ 25 MILA EURO PER OGNI FAMILIARE A CARICO

Agosto 20th, 2025 Riccardo Fucile

LA CLASSE MEDIA LO PRENDE IN QUEL POSTO: SE AUMENTANO I RICCHI, AUMENTANO ANCHE I PREZZI DELLE CASE

Chi l’avrebbe mai detto: l’Italia sta diventando una meta sempre più attraente per i super-ricchi. Negli ultimi anni, la cosiddetta “flat tax” introdotta per la prima volta nel 2017 ha spinto molti milionari stranieri a trasferirsi nel nostro Paese. In sostanza, chi decide di stabilirvi la residenza può pagare una tassa forfettaria di 200 mila euro all’anno sui redditi prodotti all’estero, più 25 mila euro per ogni familiare a carico.
Il caso più recente, come riporta Il Fatto Quotidiano sulle proprie pagine, riguarda due ex manager della banca svizzera Pictet: Renaud de Planta e Bertrand Demole. La loro scelta di lasciare Ginevra per l’Italia ha suscitato scalpore in Svizzera. De Planta era uno dei dirigenti più importanti della banca, mentre Demole proviene da una famiglia storica di banchieri.
La misura della flat tax ha attirato anche altri personaggi famosi. Tra questi il pilota di Formula 1 Lewis Hamilton, che ha acquistato una villa a Milano, e l’imprenditore egiziano Nassef Sawiris, uno degli uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio stimato vicino ai 9 miliardi di euro. Secondo i
Henley Private Wealth Migration Report 2025, l’Italia potrebbe accogliere circa 3.600 nuovi milionari entro l’anno, contro i 5 mila previsti negli anni precedenti. Tra i nuovi arrivi ci sono dirigenti come Elio Leoni-Sceti, Bart Becht e Fersen Lambranho.
Alla Svizzera la notizia sembra non andare giù. Gli oppositori alla flat tax, soprattutto nella città di Ginevra, temono la perdita di importanti contribuenti. Le critiche riguardano anche altre piazze finanziarie svizzere, come Zurigo e Zugo. L’impatto sulle città italiane è evidente. Milano, Roma e il lago di Como sono mete privilegiate, dove i nuovi residenti ultraricchi acquistano case di lusso.
L’arrivo di questi investitori ha fatto esplodere i prezzi immobiliari e creato un’economia esclusiva nei centri urbani. Alcuni quartieri di Milano vedono abitazioni vendute a oltre 34.000 euro al metro quadro. Il fenomeno è paragonabile a tutte le grandi migrazioni economiche: le persone si spostano senza effetti diretti sul territorio, ma con un impatto significativo sul mercato immobiliare e sui servizi di lusso.

(da il Fatto Quotidiano)

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