Settembre 18th, 2025 Riccardo Fucile
IL FISCO HA ESEGUITO, PROPONENDO AL COLOSSO AMERICANO UN PATTEGGIAMENTO DA 600 MILIONI… IL VICEMINISTRO MELONIANO, MAURIZIO LEO, INCONTRA IL PM A CAPO DELLA PROCURA DI MILANO MARCELLO VIOLA PER CHIEDERE DI ESSERE PIÙ “INDULGENTE” CON LE BIG TECH USA – IN UN SOL MAZZO ABBIAMO BUTTATO ALL’ORTICHE LA SEPARAZIONE DEI POTERI (ESECUTIVO E GIUDIZIARIO) E LA SOVRANITA’ NAZIONALE (TRUMP CHIEDE, PALAZZO CHIGI ESEGUE)
A farsi portavoce dell’insofferenza delle big tech americane è l’amministrazione Trump.
Il messaggio recapitato da Washington a Palazzo Chigi recita così: le multinazionali che investono in Italia sono penalizzate. Nel mirino ci sono la web tax, la minimum global tax al 15% e altre imposte europee. Non solo. L’irrequietezza riguarda anche gli accertamenti fiscali: troppi e troppo spesso con un’appendice penale. In ballo ci sono centinaia di milioni di investimenti.
Il tema al centro delle interlocuzioni in corso tra il governo statunitense e l’esecutivo italiano è la prospettiva di questi investimenti. I timori delle big tech sono legati al rischio che il Fisco italiano possa risultare eccessivamente invasivo, rendendo di fatto sconveniente l’impegno in Italia.
È proprio in questa questione di geopolitica economica che si inserisce l’inchiesta milanese su Amazon. La procura di Milano, con il pm Elio Ramondini a coordinare la Gdf di Monza, ha acceso un faro da tempo sulla multinazionale dell’e-commerce per una presunta evasione fiscale da 1,2 miliardi di euro.
Cifra che, calcolate anche sanzioni e interessi, arriverebbe fino a 3 miliardi per il periodo 2019-2021. Nel mirino degli inquirenti milanesi, in particolare, c’è l’algoritmo predittivo della multinazionale dell’e-commerce che non terrebbe in considerazione gli obblighi tributari in capo a chi mette in vendita sul proprio market-place in Italia merce di venditori
extraeuropei, in questo caso prevalentemente cinesi, senza però dichiararne l’identità e i relativi dati all’Agenzia delle Entrate per il pagamento del 21% di Iva da parte dei venditori extraeuropei.
Un tema dunque caldo per i rapporti con Cina e Stati Uniti. Dopo mesi di accertamenti, ora l’inchiesta penale per il reato di dichiarazione fraudolenta sta andando avanti, ma l’Agenzia delle Entrate prova a chiudere la partita fiscale riducendo assai le pretese. Dopo un incontro in cui erano presenti, tra gli altri, il procuratore capo Marcello Viola e il viceministro dell’Economia Maurizio Leo, l’Agenzia ha notificato al colosso del big tech due giorni fa una «proposta» con una cifra molto ridotta per sanare la posizione: 600 milioni di euro, anziché 3 miliardi.
La vicenda Amazon non è un caso isolato. Il timore che la querelle con il Fisco possa coinvolgere altri colossi ha indotto l’esecutivo italiano ad alzare il livello di guardia. Di fatto un lavoro di monitoraggio. È all’interno di questo scenario che si colloca l’incontro tra Leo e i vertici della procura di Milano.
Secondo quanto si apprende da fonti di governo, il viceministro avrebbe ricondotto la vicenda di Amazon al ragionamento più ampio sulle multinazionali Usa che investono in Italia e, quindi, a questioni che intercettano i rapporti istituzionali tra l’autorità di governo italiana e quella statunitense.
(da La Repubblica)
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Settembre 18th, 2025 Riccardo Fucile
UNA RETROMARCIA, DOPO L’INIZIALE DISPONIBILITÀ, CHE HA LASCIATO SBALORDITI I VERTICI MILITARI, SIA ITALIANI CHE AL COMANDO GENERALE NATO A BRUXELLES… SULLA DECISIONE DI SFILARSI PESANO LE PRESSIONI DEI “PACIFINTI” FILORUSSI SALVINI E VANNACCI, MENTRE CROSETTO ERA FAVOREVOLE ALLA PARTCIPAZIONE ITALIANA ALL’OPERAZIONE
Alla vigilia di un vertice cruciale della Nato, nessuno si bilancia più su quale sarà la risposta italiana all’appello dell’Alleanza atlantica per dare vita a una nuova missione sul Fronte Est. L’hanno chiamata “Sentinella dell’Est” e deve fare base in Polonia.
Hanno risposto favorevolmente molti Paesi alleati e il governo italiano fino a un paio di giorni fa era più che disposto a
partecipare con l’invio in Polonia di due caccia intercettori Eurofighter. Poi, però, c’è stato un brusco ripensamento, che ha lasciato sbalorditi i vertici militari, sia italiani che al comando generale Nato a Bruxelles.
Ragioni di tenuta politica della maggioranza, vista la postura di Matteo Salvini e del suo vicesegretario Roberto Vannacci via via virulenta, più attenta a una ricucitura con la Russia che alle ragioni degli ucraini, hanno consigliato Palazzo Chigi di lasciar cadere la “chiamata” dell’Alleanza atlantica.
Gli italiani non parteciperanno al nuovo dispositivo, garantendo però alla Nato tempi maggiori di presenza nella missione “Balting Eagle”, che ha sede in Estonia e dove siamo presenti dall’inizio dell’agosto di quest’anno. Politicamente parlando, allungare i tempi di una missione già votata dal Parlamento non richiede un nuovo passaggio in Aula. Il che permetterà di non far emergere eventuali crepe del centrodestra.
Da quello che è stato possibile ricostruire incrociando tutte le fonti interessate, il ministro della Difesa Guido Crosetto era inizialmente favorevole all’invio dei due Eurofighter e il Capo di Stato Maggiore, il generale Luciano Portolano, che difficilmente si muove senza mandato del suo ministro di riferimento, ha dato disponibilità al primo giro di richieste della Nato.
L’alt sarebbe arrivato da Palazzo Chigi, spiazzando la rappresentanza diplomatica italiana a Bruxelles. Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno preferito evitare scontri con l’alleato leghista e, più in generale, di dover spiegare in campagna elettorale il perché di una fornitura così rilevante, che potrebbe avere un impatto emotivo su chi teme una guerra imminente in
Polonia o dentro il confine dell’Unione europea.
Fino a lunedì sera anche al ministero della Difesa si considerava come molto probabile la consegna dei due caccia. E invece. Crosetto ha ratificato la retromarcia del governo. «Siamo già tra i maggiori contributori della Nato – dichiara martedì -. Daremo la disponibilità di lasciare più tempo il Samp/T (una batteria missilistica anti-aerea, ndr) che abbiamo già dislocato sul fronte Est e di lasciare più tempo gli aerei Caew che già fanno controllo radar nella zona».
È il compromesso politico che il governo ritiene sostenibile. Le forze armate italiane negli ultimi tempi non hanno lesinato sul contributo di rafforzamento della Nato verso Est. In questo momento, ci sono dislocati 740 soldati dell’esercito in Bulgaria e 250 in Ungheria (Operazione “Enhanced Vigilance Activity”), altri 250 sono in Lettonia (Missione Baltic Guardian).
Complessivamente la Nato ha ridislocato 40 mila soldati nei diversi Paesi dell’Europa orientale. Il fiore all’occhiello del rafforzamento, però, viene dalla missione dell’Aeronautica militare in Estonia, nella base di Amari, a pochi chilometri dalla capitale Tallinn.
Ci sono quattro velivoli F-35, più aerei-radar del tipo Caew e Spyd-R, ovvero il meglio della tecnologia italiana per monitorare lo stato dei cieli, e infine una batteria missilistica Samp/T. Era previsto che ad ottobre gli aerei F-35 e gli equipaggi sarebbero stati avvicendati con altrettanti Eurofighter italiani. È così importante, questa missione, che a visitare gli hangar dove sono gli italiani il 1 settembre è andata la presidente della Commissione Ue, Ursula von Der Leyen.
Come si è visto in occasione dell’intrusione di droni russi sulla Polonia, questa missione in Estonia è totalmente integrata con un’altra missione gemella della Nato che è basata in Lituania, e con le forze aeree della Polonia. E anzi gli aerei-radar italiani ne sono forse l’assetto più pregiato.
Ecco, secondo quanto anticipato dai ministri, batteria missilistica e aerei-radar resteranno più a lungo in Estonia e saranno gli occhi e le orecchie anche per la nascente Missione “Sentinella dell’Est”. Ma con i piedi fuori dalla Polonia, ché ciò sarebbe divenuta una nuova operazione all’estero e Salvini non ne vuole più.
(da La Stampa)
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Settembre 18th, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO “THE ECONOMIST” E YOUGOV, IL GIUDIZIO È PEGGIORATO SOPRATTUTTO SUI TEMI ECONOMICI (INFLAZIONE E AUMENTO DEI PREZZI) E SULL’IMMIGRAZIONE… INSODDISFAZIONE DIFFUSA ANCHE IN DIVERSI STATI CHE HANNO VOTATO A LARGA MAGGIORANZA PER “THE DONALD”
Prima delle elezioni presidenziali dello scorso anno, l’economia americana era l’ invidia
del mondo . Eppure gli americani non la pensavano così, e questa ansia economica ha spinto gli elettori a votare per Donald Trump.
Dal suo ritorno in carica, l’approvazione per la sua gestione dell’economia è diminuita, a causa della sua politica commerciale incostante e dei prezzi ostinatamente alti alla cassa.
Sebbene Trump non possa ricandidarsi nel 2028, non è immune all’opinione pubblica. Il suo secondo mandato sarà plasmato e condizionato dalle opinioni e dalle priorità degli americani comuni. In questa pagina, The Economist ne monitora le opinioni settimana per settimana, durante tutta la sua presidenza.
Dal suo insediamento, YouGov ha chiesto agli intervistati se approvassero o disapprovassero il lavoro svolto da Trump come presidente. Il grafico sopra mostra gli alti e bassi del presidente nell’opinione pubblica, rispetto ai suoi predecessori (incluso lui stesso).
Dall’inizio dei sondaggi, la maggior parte dei presidenti ha iniziato il proprio mandato con un consenso netto positivo. Entrambi i mandati di Trump sono iniziati con recensioni contrastanti, e ha trascorso quasi tutto il suo primo mandato con un punteggio negativo.
Il suo secondo potrebbe seguire una traiettoria simile. Ci sono voluti meno di due mesi perché il suo indice di gradimento scendesse sotto lo zero, dove è rimasto da allora.
Trump è stato rieletto su un’ondata di pessimismo economico, annunciando agli elettori che “i redditi saliranno alle stelle, l’inflazione scomparirà completamente, i posti di lavoro torneranno a crescere e la classe media prospererà come mai prima d’ora” durante il suo secondo mandato.
Finora sono rimasti delusi. Le valutazioni sulla sua gestione
dell’economia e dell’inflazione erano nettamente positive subito dopo il suo insediamento. Da allora sono scese a fortemente negative in seguito alle sue dichiarazioni di guerra commerciale e alla conseguente risposta degli investitori. I dati di YouGov suggeriscono inoltre che gli americani ora disapprovano la sua gestione dell’immigrazione, un’altra questione centrale per la sua rielezione.
Utilizzando i dati di YouGov, The Economist ha stimato il tasso di approvazione di Trump stato per stato. Come prevedibile, il tasso di approvazione di Trump è più basso negli stati che tendono a votare per i Democratici e più alto in quelli che tendono a votare per i Repubblicani.
Gli elettori di Trump continuano a approvare in modo schiacciante la sua performance come presidente. Ma la proiezione mostra anche come l’insoddisfazione nei confronti di Trump sia diffusa anche negli stati che lo hanno votato solo pochi mesi fa. I numeri saranno fonte di preoccupazione per i Repubblicani che si troveranno ad affrontare una competizione elettorale nelle elezioni di medio termine del prossimo anno.
Come altri politici repubblicani prima di lui, gli elettori bianchi e maschi sono tra i più propensi ad approvare l’operato di Trump, mentre gli elettori più giovani e i membri delle minoranze etniche sono tra i più fortemente contrari.
Le persone con un livello di istruzione più elevato – laureati e laureati – sono meno propense a sostenere Trump. Anche gli elettori in età pensionabile, solitamente un solido blocco repubblicano, sono sorprendentemente tiepidi nei confronti del presidente.
Alcune questioni politiche preoccupano in modo sproporzionato i diversi schieramenti politici. L’immigrazione è una questione chiave per la base repubblicana di Trump, così come le tasse e la spesa pubblica.
I democratici sono più preoccupati per l’assistenza sanitaria e il cambiamento climatico. Il grafico sopra mostra le questioni più importanti tra gli adulti americani e i membri di ciascun partito.
(da agenzie)
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Settembre 18th, 2025 Riccardo Fucile
“SOLO IL CAPO DELLA POLIZIA MANGANELLI CI CHIESE SCUSA”… “ DOPO AVER SCONTATO APPENA 6 MESI DI CARCERE, GLI ASSASSINI DI MIO FIGLIO SONO TORNATI AL LAVORO. EVIDENTEMENTE LA POLIZIA NON LI RITENEVA INDEGNI DI INDOSSARE LA DIVISA”
Nel gennaio 2006, Patrizia Moretti aprì un blog a cui diede il nome di suo figlio: Federico Aldrovandi. Poche parole, in principio, perché a spiegare bastava una fotografia: l’immagine del volto tumefatto e insanguinato di Federico, steso su un lettino all’obitorio. Negli anni a venire, Patrizia avrebbe mostrato quello scatto ovunque. In piazza, in tv, alle manifestazioni. Impossibile dimenticarlo. Impossibile dimenticare questa madre.
Fra pochi giorni saranno passati 20 anni da quando «Aldro» è morto. Ucciso a 18 anni durante un controllo di polizia. Incontriamo Patrizia Moretti a Ferrara. La sua città, la città che all’alba del 25 settembre 2005 ha perso un figlio che non doveva morire.
Patrizia, quella foto. Quanto coraggio e quanta forza sono serviti per mostrarla al mondo? Lei, in piazza Castello, con la gigantografia di Federico massacrato, e dietro un capannello di poliziotti.
«È stato molto faticoso, ma non avevo altra scelta. Quell’immagine era inequivocabile. I segni sul suo viso
parlavano».
Fra i tanti: «ecchimosi marcata della regione fronto-temporale», il segno di una manganellata. Una ferita talmente eloquente da finire in una canzone delle Luci della Centrale elettrica («…e proteggimi le sopracciglia dai manganelli»). Ha mai pensato di arrendersi, Patrizia?
«Mai. Però ora è diverso».
Qual è l’ultimo ricordo che ha di Federico?
«Quella sera, prima che uscisse. Ero mezza addormentata sul divano, lui è venuto e mi ha dato un bacio. Ed è andato».
E qual è il ricordo che la commuove di più?
«Federico piccolo, poteva avere 4-5 anni. Io sto lavando i piatti, lui si avvicina, quasi si aggrappa a me e dal nulla mi fa: mamma, cosa succede quando si va in cielo? »
Lei cosa rispose?
«Non ricordo, ma ora mi chiedo se fosse un segno. A volte sogno questa scena».
Sogna spesso suo figlio?
«Continuamente. Lo sogno soprattutto fra i 12 e i 14 anni, oppure da piccolissimo, quando lo tenevo in braccio».
Cosa l’ha sostenuta in questi anni?
«La solidarietà, la vicinanza di tantissime persone. Questa bellezza che è nata attorno a Federico. Non sono mai stata lasciata sola. Dai suoi amici, da tante persone comuni, da associazioni, da quel mondo che si è mobilitato per lui».
Per questo anniversario, da oggi al 27, sono in programma concerti, incontri, mostre e una fiaccolata in via Ippodromo, dove Federico è stato ucciso e dove gli sarà intitolato un giardino
pubblico. Ferrara non lo dimentica. L’Italia non lo dimentica. La sua morte è stata uno spartiacque: dopo di lui, le vittime delle forze dell’ordine hanno smesso di essere considerate morti di serie B. Vedi Stefano Cucchi.
«Questa è un’altra cosa che mi conforta. Ho conosciuto Ilaria Cucchi tanti anni fa, nello studio dell’avvocato Fabio Anselmo. Venne con tutta la sua famiglia, volevano capire come muoversi e avevano scelto l’avvocato di Federico. Siamo rimaste in contatto, è una donna forte e spero che nel suo ruolo possa fare più di quello che posso io».
Anche lei è una donna forte. Se Federico è entrato non solo nella memoria collettiva ma anche nei cuori di tutti, è soprattutto merito suo. Aldro è diventato il figlio, il fratello di tantissime persone. Che uomo sarebbe oggi?
«Sarebbe la persona bella che era, a cui tutti volevano bene».
Cosa l’ha ferita di più nella fase delle indagini, quando vennero messi in atto depistaggi e coperture da parte della polizia?
«Cito due episodi. Primo. Il parroco che aveva celebrato i funerali chiese al vescovo di allora, monsignor Paolo Rabitti, di riceverci, per ascoltare le nostre ragioni e aiutarci: non ci ha mai chiamati, in compenso ha ricevuto molti poliziotti. Secondo. Io e il mio ex marito Lino venimmo convocati dall’allora questore di Ferrara, Elio Graziano; ci fece accomodare nel suo studio e, con aria contrita, guardandoci negli occhi, disse che Federico si era ammazzato da solo sbattendo la testa contro il muro. Non fu solo una menzogna, fu crudeltà».
Vi hanno mai chiesto scusa Graziano e gli altri dirigenti dell’epoca?
«Mai. Lo fece Antonio Manganelli quando diventò capo della polizia, fu l’unico».
I poliziotti che hanno ucciso Federico — Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri — sono stati condannati. La magistratura ha fatto il suo. Può dire la stessa cosa delle istituzioni?
«No. E questo mi lascia l’amaro in bocca. Certo, ci sono state le dichiarazioni e le scuse. Ma nulla è cambiato. Altre persone continuano a morire per mano delle forze dell’ordine. D’altra parte, non dimentichiamo che, dopo aver scontato appena 6 mesi di carcere, gli assassini di mio figlio sono tornati al lavoro. Evidentemente la polizia non li riteneva indegni di indossare quella divisa».
(da “Corriere della Sera”)
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Settembre 18th, 2025 Riccardo Fucile
CONTINUERA’ L’EXPORT DI ARMI DALL’EUROPA A ISRAELE SENZA CONTARE CHE, FATTA ECCEZIONE PER IL CONGELAMENTO DEI FONDI, GRAN PARTE DELLA MISURE RICHIEDE IL VIA LIBERA DA PARTE DEGLI STATI MEMBRI
Dopo esser stata più volte accusata di inazione e di aver adottato un doppio standard
rispetto al conflitto in Ucraina, Ursula von der Leyen ha deciso che è arrivato il momento di battere un
colpo e di fare la sua parte per rispondere alle continue violazioni del diritto umanitario e internazionale da parte di Israele.
La Commissione europea ha messo sul tavolo un pacchetto di sanzioni contro Tel Aviv che prevede il congelamento di 14 milioni di fondi per il sostegno bilaterale, la reintroduzione dei dazi su quasi sei miliardi di prodotti israeliani e l’adozione di misure restrittive contro i ministri Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich e contro alcuni coloni violenti.
La mossa ha indubbiamente un elevato valore simbolico, ma gli effetti pratici sono ancora tutti da misurare: fatta eccezione per il congelamento dei fondi, che è immediatamente esecutivo, gran parte delle misure richiede il via libera da parte degli Stati membri.
Per questo la patata bollente è ora nelle mani dei governi e il posizionamento di quello italiano potrebbe rivelarsi decisivo per far scattare le ritorsioni in ambito commerciale.
«A causa della sofferenza a Gaza – ha riconosciuto Kaja Kallas –, l’opinione pubblica nei nostri Paesi sta davvero cambiando.
La gente vuole vedere la fine di questa sofferenza e noi dobbiamo sfruttare gli strumenti a nostra disposizione per esercitare pressione sul governo israeliano». L’Alto Rappresentante per la politica estera Ue ha però ammesso che le posizioni dei governi Ue non stanno andando di pari passo con le opinioni pubbliche, ma al contrario sono ancora piuttosto «ferme»
Già ad agosto la Commissione aveva proposto di sospendere la partecipazione di Israele al programma di ricerca
HorizonEurope, ma in Consiglio non è stato possibile raggiungere la maggioranza qualificata necessaria a causa dell’opposizione di alcuni Paesi, in primis Germania, Italia, Ungheria, Repubblica Ceca, Austria e Bulgaria.
La stessa dinamica potrebbe replicarsi ora sulla proposta di sospendere l’accordo di associazione Ue-Israele per quanto riguarda la parte commerciale: per il via libera serve il consenso di almeno 15 Stati che rappresentino il 65% della popolazione. Al contrario, quattro Paesi che rappresentino almeno il 35% della popolazione possono costituire una minoranza di blocco. Questo vuol dire che se almeno uno tra Italia e Germania dovesse cambiare posizione, gli equilibri verrebbero ribaltati.4
Per le sanzioni individuali è invece necessaria l’unanimità e l’Ungheria sta già bloccando da mesi un precedente pacchetto che prende di mira alcuni coloni violenti, per questo è difficile che si arrivi all’adozione di misure restrittive a livello Ue nei confronti dei due esponenti del governo Netanyahu.
Per il gruppo della Sinistra, invece, le misure non sono sufficienti perché non colpiscono il settore delle armi e perché la Commissione ha deciso di non inserire Netanyahu nella blacklist.
(da “La Stampa”)
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Settembre 18th, 2025 Riccardo Fucile
L’OBIETTIVO DELLA MAGGIORANZA È SOLLEVARE DAVANTI ALLA CORTE COSTITUZIONALE UN CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE E SPOSTARE NEL TEMPO L’AVVIO DI UN PROCESSO A GIUSI BARTOLOZZI… IL PD ATTACCA: “IL GOVERNO È SOTTO RICATTO”. ITALIA VIVA: “LA DESTRA TEME CHE IL CASO ESPLODA…”
Chiedere gli atti alla procura di Roma e al tribunale dei ministri per sollevare davanti alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzione. E spostare nel tempo l’avvio di un processo per la capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi.
La maggioranza di centrodestra ha compiuto il primo atto nel tentativo di salvare il braccio di destro del ministro Carlo Nordio dall’indagine della procura di Roma per falsa testimonianza: la giunta delle autorizzazioni della Camera ha approvato la richiesta di chiedere un chiarimento al tribunale dei ministri e alla Procura sulla posizione di Bartolozzi: la magistrata fuori ruolo è indagata per aver mentito davanti al tribunale dei ministri nel ricostruire l’iter che ha portato alla scarcerazione e al rimpatrio del criminale libico.
Al voto non hanno partecipato le opposizioni. “La maggioranza mostra un’ostinazione incomprensibile e pericolosa nel voler insabbiare e bloccare tutto, impedendo alla giustizia di fare il proprio corso. Un atteggiamento che non ha altre giustificazioni, se non quello di coprire responsabilità politiche sempre più evidenti. Il governo è sotto ricatto” dice Antonella Forattini, capogruppo Pd in Giunta.
“Non solo il governo ha gestito il caso in maniera irresponsabile e opaca, violando leggi e trattati internazionali e arrivando a liberare un criminale responsabile di omicidi e torture ma ora tenta persino di proteggere soggetti evidentemente in grado di esercitare pressioni sull’esecutivo – aggiunge Forattini – Con il voto di oggi il governo dimostra tutta la sua debolezza e ricattabilità: da un lato nei confronti della milizia libica, a cui ha dovuto cedere, dall’altro sul fronte interno verso i propri funzionari, che potrebbero avere in mano documenti capaci di smontare l’intera ricostruzione altalenante e omissiva fornita finora”.
Per il senatore Enrico Borghi, vicepresidente di Italia Viva, ospite a Sky, “la destra coprirà Bartolozzi con lo scudo perché teme che la vicenda esploda. Se viene giù Bartolozzi viene giù Nordio, se viene giù Nordio viene giù il governo, e questo Meloni non può permetterselo”.
La prossima riunione della giunta per le autorizzazioni sul caso Almasri si terrà il 23 o il 24 settembre, a seconda del calendario dell’aula della Camera
(da La Repubblica)
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Settembre 18th, 2025 Riccardo Fucile
IL COMICO HA “OSATO” DIRE CHE: “LA CRICCA MAGA CERCA DISPERATAMENTE DI DIPINGERE L’ASSASSINO DI KIRK COME QUALCUNO DI DIVERSO DA LORO E FA IL POSSIBILE PER TRARNE UN VANTAGGIO POLITICO” POI HA SPERNACCHIATO “THE DONALD” CHE, A UNA DOMANDA SU KIRK, HA RISPOSTO PARLANDO DELLA SALA DA BALLO IN COSTRUZIONE ALLA CASA BIANCA… TANTO BASTA PER INDISPETTIRE IL TYCOON, CHE HA ESULTATO PER LA DECISIONE DELLA RETE “ABC” (DI PROPRIETÀ DELLA DISNEY) DI INTERROMPERE IL TALK SHOW E POI HA CHIESTO IL SILURAMENTO ANCHE DEI COMICI JIMMY FALLON E SETH MEYERS
Il late show di Jimmy Kimmel è stato sospeso dopo alcuni commenti del comico nei
confronti di Charlie Kirk. L’annuncio è arrivato dalla rete Abc, che trasmetteva lo spettacolo. Il programma Jimmy Kimmel Live sarà sospeso «a tempo indeterminato» secondo quanto ha dichiarato un portavoce del broadcast ad Afp. E Donald Trump esulta: «Una grande notizia per l’America», ha scritto il presidente Usa sul suo social Tru
Nello show di lunedì, parlando dell’omicidio di Charlie Kirk, il conduttore ha detto: «Abbiamo raggiunto nuovi traguardi questo
fine settimana, con la cricca MAGA che cerca disperatamente di dipingere questo giovane che ha assassinato Charlie Kirk come qualcuno di diverso da uno di loro e fa tutto il possibile per trarne un vantaggio politico». Tyler Robinson è cresciuto in una famiglia repubblicana, ma si era allontanato dalle convinzioni dopo aver conosciuto una ragazza transgender, Lance Twiggs, alla quale ha confessato l’omicidio.
«Congratulazioni ad ABC per aver finalmente avuto il coraggio di fare ciò che andava fatto. Kimmel NON ha NESSUN talento», ha scritto Trump. Che poi ha chiesto alla Nbc di rimuovere anche i comici Jimmy Fallon e Seth Meyers dal suo palinsesto. In mattinata Brendan Carr, capo dell’autorità di regolamentazione delle telecomunicazioni statunitense (FCC), aveva denunciato il «comportamento scandaloso» di Kimmel su X. Mentre Nextstar, gruppo di canali affiliati ad ABC, aveva detto di non avere intenzione di trasmettere lo show.
Nella puntata da oggi 18 settembre Kimmel aveva anche montato un filmato in cui Trump parlava con i giornalisti della sua reazione alla morte di Kirk, per poi deviare sul tema della sala da ballo in costruzione alla Casa Bianca. Trump «è nella quarta fase del lutto», aveva detto Kimmel.
E ancora: «Costruzione, demolizione, costruzione: questo non è il modo in cui un adulto elabora il lutto per l’omicidio di qualcuno che chiama amico, è il modo in cui un bambino di quattro anni piange un pesciolino rosso». Kimmel non ha ancora risposto all’annuncio della cancellazione. Ma Hollywood sì: «Non è giusto», ha commentato l’attore Ben Stiller su X.
(fa agenzie)
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Settembre 18th, 2025 Riccardo Fucile
IL COLPO DI SPUGNA CANCELLEREBBE LE POSIZIONI DI 9,2 MILIONI DI CONTRIBUENTI, CHE SI VEDREBBERO ANNULLARE 27,6 MILIONI DI CARTELLE (UN REGALINO DA 44MILA EURO A TESTA)
Un colpo di forbice su 408,47 miliardi di tasse non riscosse, e una botta di acceleratore a pignoramenti e azioni esecutive, tagliando le procedure e allargando le possibilità di accesso dell’agente della riscossione ai database della fattura elettronica e all’anagrafe dei conti.
È qui il succo delle proposte elaborate dalla Commissione tecnica sulla riscossione, nella relazione scritta dopo un confronto tecnico con la Ragioneria generale e il dipartimento
Finanze e inviata alla Conferenza Unificata per ricevere il parere di regioni ed enti locali, atteso la prossima settimana.
Sul piano delle cifre, la proposta è di attuare un maxidiscarico che alla luce del lavoro analitico sugli arretrati «dovrebbe riguardare complessivamente circa 408 miliardi di euro, pari al 32% del magazzino residuo».
Nel falò dovrebbero finire prima di tutto 338,03 miliardi di crediti 2000-2024 «discaricabili perché giuridicamente non più esigibili» in quanto riferiti a persone fisiche decedute (35,69 miliardi), società cancellate dal registro imprese e prive di coobligati (166,73 miliardi), soggetti con procedura concorsuale chiusa (65,22 miliardi) e altri crediti prescritti (70,39 miliardi).
A questi si dovrebbero aggiungere 70,44 miliardi di crediti, concentrati fra 2000 e 2010, che sono vivi sul piano giuridico ma «risultano senza prospettive di riscossione».
Il grosso della “rinuncia” (347,34 miliardi) sarebbe a carico dell’Erario, ma anche l’Inps dovrebbe dire addio a 38,07 miliardi, i Comuni a 5,1 miliardi e gli altri enti a 3,2 miliardi. La spugna cancellerebbe le posizioni di 9,2 milioni di contribuenti, che si vedrebbero annullare 27,6 milioni di cartelle in cui sono iscritti 42,9 milioni di crediti.
Nel gorgo sarebbero quindi destinati a finire anche singole somme tutt’altro che banali: perché ogni contribuente interessato si vedrebbe abbuonare in media qualcosa come 43.921 euro.
(da agenzie)
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Settembre 18th, 2025 Riccardo Fucile
UN GESTO PER MANIFESTARE LA CONTRARIETÀ VERSO LA DECISIONE DI URSULA DI COLPIRE IL GOVERNO DI NETANYAHU… LA CAMALEONTE MELONI NON VUOLE SOSPENDERE I RAPPORTI COMMERCIALI CON ISRAELE, CONSIDERATI STRATEGICHE PER DIVERSI SETTORI E PENSA A TUTELARE SOLO I POTERI FORTI… LA PROSSIMA SETTIMANA IL CONSIGLIO DELL’ONU È CHIAMATO A VOTARE IL RICONOSCIMENTO DELLO STATO PALESTINESE: CHE COSA FARA’ LA “GIORGIA DEI DUE MONDI”? GIA’ LO SAPPIAMO
È quando Ursula Von der Leyen dichiara di voler passare a discutere del punto più
importante della giornata – le sanzioni a Israele – che Raffaele Fitto decide di lasciare il collegio dei commissari europei, riunito ieri a Bruxelles. Non partecipa, si assenta, proprio in quel momento.
Un gesto per manifestare la contrarietà verso la decisione della presidente tedesca della Commissione europea di procedere contro il governo di Benjamin Netanyahu.
In realtà un voto non era previsto e non c’è stato. Al tavolo dei commissari chiunque però avrebbe potuto dichiarare di non essere favorevole, su una parte o su tutto il pacchetto ideato per costringere Tel Aviv a fermare il massacro a Gaza. Fitto ha scelto la strada, a suo modo più eclatante (anche per il suo ruolo di vicepresidente) di allontanarsi quando si è arrivati ad analizzare la proposta di Von der Leyen.
In teoria il commissario non risponde al mandato del governo del Paese che lo ha indicato. Ma è indubbio che la scelta di Fitto sia in linea con la posizione espressa più volte da Giorgia Meloni sulle sanzioni europee e che ieri ha avuto una prima formalizzazione durante il Coreper, il Comitato dei rappresentanti permanenti, a cui partecipano gli ambasciatori degli Stati membri e che prepara il Consiglio dell’Unione europea.
L’Italia è stata tra i Paesi che hanno preso la parola. L’ambasciatore Vincenzo Celeste ha preso nota delle proposte contenute nel pacchetto, ha ricordato il sostegno italiano alla
risoluzione Onu sulla Palestina per la soluzione dei due Stati, ha ribadito di essere d’accordo con l’adozione di sanzioni contro i coloni violenti e ha riferito che il governo di Roma è anche «disponibile a parlare di sanzioni contro i Ministri estremisti israeliani».
Restano i tanti dubbi sulla sospensione di alcune disposizioni commerciali dell’Accordo di Associazione tra Ue e Israele.
In sostanza, come previsto, Meloni vorrebbe provare ad affossare la parte delle intese economiche, considerate troppo importanti e strategiche per diversi settori, consapevole che sulle altre sanzioni – contro i ministri ultraortodossi e i coloni che hanno occupato i territori palestinesi – servirà l’unanimità in Consiglio, che al momento non c’è per il veto del primo ministro ungherese Viktor Orban.
Sul commercio è necessaria, invece, una maggioranza qualificata. L’Italia rimane in asse con la Germania, dentro la minoranza di blocco assieme a Ungheria e Repubblica Ceca, in grado di impedire l’entrata in vigore del regime sanzionatorio.
Di fatto l’intenzione di Meloni è di sfruttare le prossime settimane di trattative per rallentare il via libera, nella speranza che l’operazione a Gaza si fermi. Nel frattempo a Palazzo Chigi si ragiona delle modifiche che il governo proporrà, alla ricerca di un compromesso da discutere prima del Consiglio degli Affari esteri e del Consiglio europeo di fine ottobre.
L’interscambio con Israele è valutato come troppo importante, per le ricadute che la sospensione degli accordi avrebbero su diversi comparti, come agroalimentare, macchinari, tech e movimento dei capitali.
Meloni prima vuole capire fino a che punto intende davvero spingersi la Commissione, quanto peserà la volontà di Von der Leyen di dare un segnale a Netanyahu (e indirettamente al presidente americano Donald Trump, che sostiene la campagna militare israeliana), per poi procedere con la richiesta di una rimodulazione delle sanzioni, puntando a ridurre al massimo le merci da colpire.
(da La Stampa)
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