Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
PER LUCA ZAIA “VANNACCI PUÒ ESSERE UN VALORE SE FA IL LEGHISTA”. ATTILIO FONTANA SI RICHIAMA A UMBERO BOSSI: “IL FEDERALISMO RESTA LA PROSPETTIVA DEL FUTURO”. E GIORGETTI AVVERTE: “LA LEGA HA UN SOLO LEADER NAZIONALE PER VOLTA” … IL CAPIGRUPPO RICCARDO MOLINARI: “LA LEGA NON HA BISOGNO DI RIFARSI A IDEOLOGIE CHE NULLA C’ENTRANO CON LA NOSTRA STORIA”
Giù le mani da Pontida, giù le mani dalla Lega. Il giorno dopo i
cori dei giovani padani «C’è solo un generale, c’è solo un generale», così calorosi da costringere un Matteo Salvini ancora dolorante per i calcoli renali a presentarsi sul “sacro pratone” per non lasciare al solo Roberto Vannacci il palco del sabato sera, ci pensano i decani del Carroccio a riportare nei ranghi lo straripante vice segretario nostalgico della Decima Mas, i suoi team che assomigliano tanto a un partito dentro al partito (a Pontida hanno uno stand tutto per loro ma in seconda fila) e le sue temute velleità di Opa sulla creatura politica fondata da Umberto Bossi
Un primo indizio arriva dagli striscioni: quello con la scritta “Il mondo al contrario” nei caratteri tipici del Ventennio e il gemello “In generale tutto benissimo” con tre punti esclamativi, sono appesi alle transenne dalle prime ore del mattino, ma vengono presto spostati per fare spazio agli Alberto da Giussano rossi (logo ufficiale di Pontida 2025 per omaggiare i colori della Lega lombarda che fu) e alle bandiere con il leone di San Marco.
Ma sono soprattutto le parole dei governatori e degli altri big del Carroccio a far capire che il generale eletto all’Europarlamento avrà pure preso 560 mila preferenze e sarà pure stato nominato vice-segretario di via Bellerio, ma la “vannaccizzazione” della Lega non è certo all’ordine del giorno.
Tutti parlano di federalismo, autonomia e persino di un nuovo modello di partito che prenda ispirazione dal rapporto fra Csu bavarese e Cdu in Germania. «Vannacci può essere un valore se fa il leghista» mette in chiaro il presidente del Veneto Luca Zaia, appena arrivato sul pratone e subito assediato dai cacciatori di selfie.
E ai cronisti che gli chiedono se il generale sarà la Lega dei prossimi dieci anni risponde: «Perché dovrebbe esserlo? In Lega abbiamo un sacco di persone in gamba, i segretari si scelgono nei congressi e coinvolgono il popolo della Lega». Quindi la battuta: «Noi legalizziamo tutti».
Il segretario lumbard Massimiliano Romeo, impegnato a raccogliere firme per la sua Carta per la Lombardia (in estrema sintesi “Meno Roma in Lombardia, più Lombardia a Roma”), è della stessa opinione. Dice che i nuovi arrivati possono dare una mano «coinvolgendo elettori che magari non si avvicinano alla Lega per varie ragioni» ma che deve esserci rispetto per «la storia della Lega, le nostre regole e i nostri valori».
Il presidente del Trentino Maurizio Fugatti spiega a chi fra il pubblico incrocia le braccia mimando la X della Decima Mas che i principi dell’autogoverno e dell’autonomia sono principi «anticomunisti e antifascisti», mentre il governatore della Lombardia Attilio Fontana mostra un video con il Senatur che firma la Carta per la Lombardia e attacca la «palude romana».
Persino il ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti, di solito poco incline a mettere becco nelle dispute politiche, ricorda che la Lega sopravvive solo se ha «un capo nazionale, un capo regionale, un capo provinciale e un capo a livello di Comune» e che è necessario avere «rispetto per la gerarchia». Un messaggio chiaro a chi avesse in mente fughe in avanti.
Quando è il suo momento di parlare Vannacci sembra aver capito l’antifona. E così, più che a “vannaccizzare” i leghisti, questa volta è lui a dar prova di volersi “leghistizzare”. «…Chi nell’ora dei rischi è codardo, più da voi non isperi uno sguardo e senza nozze consumi i suoi dì…» esordisce recitando un verso di Giovanni Berchet dedicato al giuramento di Pontida del 1167 contro il Barbarossa che ispirò il Senatur.
Poi cita il gran lombardo Alessandro Manzoni, a suo dire “futurista” nell’immaginare un’Italia che rischia di svendersi agli stranieri. E da leghista sono anche gli slogan, a partire dal celebre «Padroni a casa nostra» che ripete almeno quattro volte.
Più tardi, intercettato dai cronisti, propone che il giuramento di Pontida venga insegnato nelle scuole insieme alle gesta degli eroi della Decima Mas. La reazione del pubblico è tiepida, in linea con quella destinata un po’ a tutti gli speaker in un’edizione che certo non brilla per numeri ed entusiasmo. I militanti storici preferiscono riderci sopra.
(da La Stampa)
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Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
SAVOINI GODE ASCOLTANDO IL DISCORSO FILO-PUTINIANO DEL LEADER DEL CARROCCIO (“NON MANDEREMO MAI FIGLI E NIPOTI A COMBATTERE IN UCRAINA”)
«Si ricorda “Padroni a casa nostra”? Allora non si parlava di sovranismo. Ma era già tutto
lì…». Gianluca Savoini rappresenta bene la Lega di ieri e di oggi. Già ai vertici della comunicazione leghista, è stato poi coinvolto nell’inchiesta Metropol sui rapporti tra Lega e Russia, poi archiviata. Ieri, a Pontida, ascoltava Vannacci: «In fondo, un moderato rispetto a Borghezio e Gentilini. Certo, con federalismo e autonomia c’entra poco…». Però, osserva, «ai giovani piace. C’era uno striscione: “Vannacci moderato, noi no”. Ci farà recuperare voti. Se ci attaccano è perché la Lega è in crescita. Se è moderata perde voti come dimostra il 34% del 2019. Ma mi pare che chi di dovere lo abbia capito». Quello che più ha apprezzato della Pontida 2025 è la
mozione «sulla pace» annunciata da Salvini che sarà presentata nei Comuni: «Quella metterà in chiaro le posizioni di tutti. Anche degli alleati».
E prosegue: «Se si fosse dato retta a Salvini quando diceva che la demonizzazione della Russia era sbagliata e si sarebbero invece dovuti costruire rapporti, forse non si sarebbe arrivati a una guerra vera». L’ex portavoce del segretario non vede dualità di leadership: «In realtà colpiscono uniti. Il generale ha preso 500 mila voti? Perché Salvini ha avuto l’intuizione di farlo entrare in un partito importante come la Lega».
(dea agenzie)
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Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
IL PASTORE ROB MCCOY: ‘STASERA CON NOI C’È UN OSPITE SPECIALE, È DIO”… IL TONO DIVENTA SEMPRE PIÙ DELIRANTE: ‘SIETE PRONTI A INDOSSARE LA CORAZZA DI DIO? DOBBIAMO SALVARE LA CIVILTÀ OCCIDENTALE’”
La messa cantata dell’America bianca e cristiana, che consacra Charlie Kirk come il suo martire, richiamato a sé da Dio perché così fa lui con chi gli è davvero caro sta qui il senso del funerale del giovane attivista super conservatore, chi crede di possedere la verità rivelata sente anche il dovere di convertire chi la ignora, per il suo stesso bene e per salvarlo.
Procede così per quasi tre ore il funerale di Kirk, dopo che alle sette del mattino si aprono i cancelli al popolo di Charlie, migliaia di seguaci rimasti in strada a dormire, pur di non mancare l’appuntamento finale con il loro ispiratore. Sul palco si alternano cantanti della musica cristiana che nel resto del mondo pochi conoscono, ma qui dentro sono più popolari dei Beatles
La parola più citata è alleluja, non a caso. I fedeli conoscono a memoria e ripetono ogni verso, perché dentro ci ritrovano la convinzione che abbia ragione la moglie di Charlie, Erika, quando indossando la catenina ancora insanguinata del marito assicura che la sua morte «ha compiuto il piano di Dio». Partendo dalla Casa Bianca, Trump sceglie un tono adatto allo spirito della cerimonia: «Oggi celebreremo la vita di un grande uomo». Poi aggiunge che a Erika e alla famiglia di Charlie Kirk «darò il mio amore».
Sottolinea una cosa che lo ha aiutato a tornare alla Casa Bianca: «I giovani lo rispettavano. Dieci anni fa i college sarebbero stati un posto pericoloso per i conservatori, ora non lo sono». In un’intervista con la Fox definisce «terribile» che 58 democratici abbiano votato contro la risoluzione alla Camera per onorare Charlie: «Sono squilibrati e malati». Tipo la deputata democratica del Texas Jasmine Crockett, che nota: «Kirk accusava noi neri di volere la “grande sostituzione” dei bianchi. Non sono disposta a onorare tutto il male che cercava di infliggere questa persona». Trump rivela alla Fox che «Charlie mi disse che avrei dovuto prendere TikTok», probabilmente per fare ancora più proseliti fra i giovani.
Una linea ripresa sul palco da Rob McCoy, il suo pastore: «Stasera con noi c’è un ospite speciale, non annunciato nel programma. È Dio, che ha guidato la vita di Charlie, e ora ci chiede di seguire il suo esempio». Il tono diventa sempre più religioso, quasi un culto. La politica subordinata alla fede evangelica, strumento secolare della fede. Amici e leader della destra cristiana si avvicendano sul palco: «Siete pronti — chiede Jack Posibiec — indossare la corazza di Dio? Dobbiamo salvare la civiltà occidentale». Il vice presidente Vance: «Questo non è un funerale, è una rinascita nel nome dei valori cristiani».
(da La Repubblica)
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Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
MENO GENTE DEL SOLITO A PONTIDA. SALVINI GUITTO SUL VIALE DEL TRAMONTO, AVANZANO LE TRUPPE DA AVANSPETTACOLO DEL BAGAGLINO, QUELLI CHE JUNIO VALERIO BORGHESE AVREBBE PRESO A CALCI NEL CULO
L’ultima Pontida leghista. Nel senso che la Lega (quella del “brand” Nord) è stata archiviata
da parecchio, con buona pace di quei militanti che vogliono continuare a credere che, tutto sommato, si mantenga una continuità col partito creato dal Senatur.
Ma pure quella salviniana è stata ormai sostituita dalla neo-organizzazione ogm – un po’ partito, un po’ associazione, un po’ movimento – di Roberto Vannacci. Del resto, “Generale” conta più di “Capitano”, con il secondo che è dovuto rientrare in fretta e furia sul pratone della kermesse, nonostante gli accertamenti clinici a cui si era sottoposto per una colica renale
E sebbene siano stati spostati gli striscioni de Il mondo al contrario, che i fedelissimi del generalissimo avevano deposto ai piedi del palco, la vannaccizzazione della fu “Lega per Salvini premier” appare un processo irreversibile.
Non costituisce ancora il suo partito personale ma, a suon di preferenze nelle ultime Europee, Vannacci ne è già l’azionista di maggioranza. L’inveramento della metamorfosi nazionalpopulista in un partitello di estrema destra, satellite italico dell’Internazionale sovranista tra la Washington trumpista, il Cremlino e la costellazione dei Patrioti eurofobici – come conferma, da ultimo, anche la frase vannacciana sul «dobbiamo essere gli eredi di Kirk».
Con Salvini assai bisognoso del pacchetto di voti vannacciani e costretto, anche fisicamente, a inseguirlo per tentare di ribadire la sua (azzoppata) leadership, al punto da essersi infilato a piè pari in una sorta di “dilemma del prigioniero” nominando l’ex parà a cui piacciono la Decima e il karaoke – due nuovi tratti identitari – come vicesegretario.
E, infatti, l’agenda ideologico-propagandistica di Vannacci è molto chiara (oltre che nerissima): sfacciata, aggressiva e di ultradestra, e rappresenta una fotocopia del discorso reazionario «russamericano», a partire dalle guerre culturali, dall’autoritarismo e dall’hate speech spacciato per libertà d’espressione, con l’aggiunta qua e là delle strizzate d’occhio al regime mussoliniano e al neofascismo per intercettare settori dell’elettorato meloniano.
Mentre la Lega “doc” si presentava come la formazione macroregionale del Settentrione d’Italia, con un software politico che stava tra Gianfranco Miglio e Carlo Cattaneo (seppur molto
tirato per la giacchetta); e va ricordato per l’ennesima volta che Umberto Bossi, che del discorso d’odio abusava ampiamente pure lui, non transigeva però sull’antifascismo
Ecco quella Lega, con le sue specificità e la caratteristica di partito più antico post-Prima Repubblica, oggi non c’è più. Un paradigma politico autonomista su cui è stata costruita una classe di governo locale di esperienza (da tempo silente e incapace di opporsi), appare totalmente sotterrato per andare dietro a Bannon, Musk, il putinismo e tutta la paccottiglia complottista e antivaccinista che alimenta i neopopulismi e l’alt-right.
E, di sicuro, non basta dichiararsi nazionalisti per essere rappresentativi di una cultura politica patriottica, né – dati elettorali alla mano – per tornare a essere competitivi con FdI.
(da La Stampa)
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Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
LE PAROLE DI MACRON ATTESE QUESTA SERA PER L’ASSEMBLEA ONU
In Francia cresce l’attesa per l’annuncio di Emmanuel Macron sul riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina, previsto oggi durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Dopo la mossa di Regno Unito, Australia, Canada e Portogallo che hanno anticipato di un giorno la decisione, anche
diversi municipi francesi hanno deciso di bruciare le tappe e di esporre, insieme al tricolare francese, le bandiere palestinesi. A Nantes, la sindaca socialista Johanna Rolland ha annunciato su X che la bandiera resterà esposta per l’intera giornata «Questa sera, il presidente della Repubblica Emmanuel Macron annuncerà all’Onu il riconoscimento dello Stato di Palestina. Nantes accompagna questa decisione storica della Repubblica francese issando, per l’intera giornata, la bandiera palestinese». Stessa iniziativa a Saint-Denis, alle porte di Parigi, dove era presente anche il segretario del Partito socialista, Olivier Faure.
C’è chi dice no
La mobilitazione, però, divide: in alcuni comuni, come Malakoff, i sindaci hanno scelto di mantenere la bandiera esposta nonostante i richiami del governo, rivendicando la libertà di espressione e ricordando gesti simili di solidarietà fatti in passato, come con l’Ucraina. In altri casi, come a Mauléon-Licharre, la bandiera è stata rimossa dopo un intervento giudiziario, scatenando le proteste delle amministrazioni locali.
Bandiera palestinese anche a Bologna
Il gesto francese trova sponda anche oltre confine, nonostante l’Italia abbia ribadito di non aver intenzione di riconoscere lo Stato palestinese, almeno a queste condizioni. A Bologna il Comune ha esposto la bandiera palestinese sulla facciata di Palazzo d’Accursio, mentre in Piazza Maggiore è in corso la manifestazione nazionale di associazioni, sindacati e studenti per
chiedere la fine della guerra a Gaza. È stato lo stesso sindaco del capoluogo emiliano, Matteo Lepore, a pubblicare sui suoi profili social l’immagine della grande bandiera che scende dal balcone del municipio con la didascalia «Per Gaza, Palestina libera»
(da agenzie)
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Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
E IL SINDACO VOLEVA RICATTARLO CON SOLDI PUBBLICI
Oggi comincia il processo per Gaël Perdriau, 53 anni, espulso dal partito di destra Les
Républicains. Per un complotto contro un suo avversario politico.
Un escort boy, una telecamera nascosta e un’accusa di ricatto. Sono questi gli ingredienti di un processo che partirà oggi in Francia. E che vede alla sbarra il sindaco di Saint-Etienne Gaël Perdriau, 53 anni, espulso dal partito di destra Les Républicains. Il quale, secondo l’accusa, avrebbe usato fondi pubblici per finanziare un video che mostrava un rivale politico mentre si accompagnava con un prostituto. I reati contestati a lui e ad alcuni suoi stretti collaboratori sono ricatto, associazione a delinquere e appropriazione indebita di fondi pubblici.
Sesso, bugie e sextapes
Lo scandalo risale all’agosto 2022 e l’ha fatto scoppiare la rivista d’inchiesta online Médiapart. Basandosi sulle confessioni di un “pentito”, il sito ha parlato del complotto per azzittire Gillers Artigues, allora deputato di Perdriau. Artigues, cattolico centrista e contrario al matrimonio omosessuale, è stato filmato a sua insaputa nel gennaio 2015 mentre si trovava in una stanza d’albergo con un escort boy.
Il caso Artigues
Negli anni successivi il video è stato utilizzato per fermare le sue ambizioni politiche. Dopo la pubblicazione della storia Artigues ha presentato una denuncia per ricatto aggravato. Sono seguite le indagini fatte di intercettazioni telefoniche e perquisizioni. Poi, a giugno, la richiesta di rinvio a giudizio del sindaco insieme al suo ex capo di gabinetto Pierre Gauttieri, al suo ex vice all’Istruzione Samy Kéfi-Jérôme e all’ex compagno di
quest’ultimo, Gilles Rossary-Lenglet. Quest’ultimo è proprio la fonte di Médiapart. Dopo aver rotto con il compagno ed essere rimasto senza lavoro e con problemi di salute, si è presentato ai giornalisti con il sex tape intitolato Societé taxi.
Societé taxi
E ha raccontato che il sindaco e il suo braccio destro avevano concluso un accordo elettorale per riprendere la città nel 2014. Ma avevano paura che Artigues tentasse di emanciparsi. Allora ne avevano parlato con l’assessore all’istruzione. Gilles Rossary Lenglet ha ammesso di aver avuto allora l’idea di incastrare Artigues «sul piano morale».
Davanti agli inquirenti, Samy Kéfi-Jérôme ha ammesso di aver attirato Artigues nella camera d’albergo e di aver nascosto una telecamera. Dopo le iniziali smentite, il capo di gabinetto ha ammesso il suo coinvolgimento e di aver pensato di compromettere un altro avversario, l’ex sindaco di Saint-Étienne Michel Thiollière, con una prostituta minorenne, senza però concludere il piano.
I soldi pubblici
Soprattutto, i Républicains hanno abbandonato Gaël Perdriau, che, a suo dire, ha dato il “via libera” al complotto e ne ha preso in carico l’aspetto finanziario. Secondo le conclusioni degli inquirenti, consultate dall’AFP, la trappola è stata effettivamente finanziata con 40 mila euro di fondi comunali, tramite sovvenzioni erogate dalla riserva del sindaco a due associazioni,
che fungevano da “compagnia di taxi”. Due coppie, a capo di queste associazioni, saranno processate. Ignare dell’esistenza del video, hanno trasferito le sovvenzioni a Rossary-Lenglet, che le ha utilizzate per pagare il ragazzo accompagnatore con cui Artigues è stato filmato.
(da agenzie)
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Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
“HANNO VOLATO PER DIVERSE ORE SULLE NOSTRE TESTE”
Notte di tensione per la Global Sumud Flotilla, la spedizione internazionale di imbarcazioni che venerdì 19 settembre è salpata nuovamenteda Portopalo di Capo Passero con l’obiettivo di raggiungere Gaza. Nella notte, a circa 200 miglia dalla costa siciliana, sono stati avvistati tre droni che hanno sorvolato per ore le barche della Flotilla. A lanciare l’allarme sono stati i deputati del Pd Arturo Scotto e Annalisa Corrado, a bordo della Karma: «Li abbiamo visti chiaramente anche dalla nostra imbarcazione, la Karma. Non è noto che origine abbiano e per quale motivo abbiano volato per diverse ore della notte sopra le nostre teste. Possiamo solo auspicare che non si tratti di una forma di avvertimento. Facciamo appello ai governi europei affinché viglino perché questo non accada. Nessuno tocchi la Flotilla». scrivono in un nota.
Delia: «Notte non tranqullissima»
Sono diverse le imbarcazioni che hanno sgnalato la presenza dei droni durante la notte, tra cui anche la Selvaggia, la barca a vela su cui viaggiano solo donne partite dall’Italia. «Comincia il quarto giorno di navigazione» racconta Maria Elena Delia, portavoce italiana della spedizione «ma la notte è stata non tranquillissima perché alcune delle nostre barche sono state seguite per diverso tempo da droni».
Il comunicato ufficiale
La Flotilla, composta da più imbarcazioni internazionali, sta attraversando un corridoio migratorio nel Mediterraneo centrale. Iara Modarelli, responsabile comunicazione globale, ha invitato alla calma: «Stiamo tutti bene» ha scritto sui suoi profili ufficiali «stiamo attraversando un corridoio migratorio, quindi potremmo vedere molti droni di Frontex. Niente di cui preoccuparsi al momento». In una nota diffusa dalla Global Sumud Flotilla si legge che «i droni, la cui origine non è ancora stata identificata, sono stati avvistati mentre seguivano la flotta. L’aumento improvviso di attività aerea desta preoccupazione, ma la priorità resta la sicurezza di tutti a bordo». Il coordinamento internazionale sta documentando e monitorando la situazione mentre in rete circolano i video dei presunti droni che avrebbero monitornato le imbarcazioni.
(da Open)
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Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
LA PONTIDA FORMATO VANNACCI PER UNA LEGA ORMAI IN DECLINO
Una Pontida formato Vannacci. L’evento mediatico è stato organizzato in stile X-Factor, con i
relatori annunciati come fossero partecipanti a un talent. E lo show è andato come previsto: l’eurodeputato e vicesegretario della Lega, Roberto Vannacci, ha conquistato la scena, con buona pace della vecchia guardia legata alle origini bossiane del partito.
Gli slogan urlati dal palco durante la due giorni sono stati vari: stop all’immigrazione, con lo spauracchio della remigrazione e la blindatura dei confini come capisaldi, identità nazionale da tutelare contro l’attuale Unione europea, la parola «libertà», sventolata come una bandiera nei vari interventi, da quello di Santiago Abascal, leader dell’estrema destra spagnola di Vox, fino a Jordan Bardella, delfino del lepenismo in Francia. E poi tantissimi riferimenti a Charlie Kirk.
Il raduno di Pontida si è svolto nel segno dell’attivista dell’estrema destra statunitense, ucciso lo scorso 10 settembre, anche per la congiuntura del calendario che ha fatto cadere la manifestazione negli stessi giorni del funerale. Praticamente tutti
lo hanno ricordato fino al minuto di raccoglimento chiesto dal leader della Lega, Matteo Salvini.
Il Doge sul Veneto
Il governatore veneto, Luca Zaia, ha spostato l’attenzione sulle questioni italiane. Sulle prossime regionali ha lanciato un messaggio chiaro agli alleati, in primis a Fratelli d’Italia: «Il nostro candidato è Alberto Stefani, poi capiremo cosa deciderà il tavolo. Se il candidato sarà della Lega sarà Stefani, se non sarà della Lega sarà un problema».
Anche sulla lista personale non è andato per il sottile: «Dicono che la lista Zaia valga il 44-45 per cento. Il centrodestra deciderà se la vuole o non la vuole, Tajani rappresenta un pezzo di centrodestra, non rappresenta tutto il centrodestra», ha aggiunto il Doge ribadendo il principio su Roberto Vannacci: «Può essere un valore se fa il leghista».
Solo che l’eurodeputato più che il leghista continua a fare il Vannacci, lo showman di estrema destra. Il disegno è ormai chiaro: il generale vuole vannaccizzare la Lega. Ha infatti rilanciato il proprio manifesto politico, dimostrando che l’uditorio è in sintonia con le sue idee, con buona pace della vecchia guardia nostalgica delle origini bossiane, Zaia incluso. «Non ci rassegniamo alla società multiculturale, alla società meticcia, alla islamizzazione delle nostre città», ha detto dal palco, facendosi interprete del pensiero del gruppo dei Patrioti europei.
E quindi ha lanciato l’amo per agganciarsi a uno degli slogan dei giovani leghisti: «Non regaliamo nulla a chi non rispetta le nostre norme, le nostre leggi, per questi signori c’è solo un futuro, remigrazione», mettendoci l’immancabile riferimento alla X Mas: «Andrebbero insegnati a scuola i nomi degli eroi della decima». Tanta comunicazione e poca sostanza. Comunque sufficiente per provare a galvanizzare la platea e capire se un giorno potrebbe davvero essere la sua.
L’intervento non è comunque passato inosservato. «La X Mas di cui parla Vannacci è quella che, dopo l’8 settembre, rimase fedele al fascismo, combattendo con i nazisti e diventando nota per rastrellamenti, torture e massacri di civili e partigiani?», ha ricordato Irene Manzi, deputata del Pd.
Poca manovra
Pontida 2025 lascerà i suoi strascichi. Salvini ha chiuso la mattinata del raduno e, suo malgrado, è scivolato un po’ a piè di pagina nell’attenzione generale. Certo, ha convocato con anticipo di quasi mezzo anno una manifestazione nazionale per il 14 febbraio, «in difesa dei valori, dei diritti, dei confini e delle libertà della civiltà occidentale». Ma non è apparso nella sua forma migliore, forse a causa del problema di calcoli renali che nella giornata di sabato lo avevano costretto a una serie di controlli medici.
Il vicepremier ha comunque ribadito la posizione del partito sulla politica estera: «Non manderemo mai i nostri figli e i nostri nipoti a morire in Ucraina. Non siamo in guerra contro nessun». E ha confermato il «no all’esercito europeo e a un debito europeo per comprare armi e carri armati».
L’ultimo fronte di Salvini è quello della manovra, dopo un rapido e doveroso passaggio sull’autonomia (che non c’è), per cui ha riproposto un cavallo di battaglia delle ultime settimane: «Chiederemo un contributo non alle piccole banche dei territori ma a quelle grandi che hanno fatto più di 500 milioni di utili su interessi».
In mezzo alla propaganda rumorosa, è finito quasi in sordina l’intervento del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che ha cercato di accontentare gli astanti: nella legge di Bilancio ci sarà «pace fiscale» e taglio alle tasse. In una lunga lista di dichiarazioni propagandistiche non hanno le promesse a breve scadenza.
(da Domani)
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Settembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
POI STRAPARLA DI MINACCE ED EVOCA LE BR: “IO MOSSA DALL’AMORE”
Dopo avere sostenuto davanti ai giovani di FdI, tesi bizzarra, che il grosso delle televisioni e della stampa italiana le sia ostile (lei che controlla la Rai, si gode le lodi delle trasmissioni Mediaset, ha Angelucci del gruppo Angelucci, tre quotidiani in dote, nella sua maggioranza parlamentare), Giorgia Meloni appare all’ora di pranzo su Rai Uno, a Domenica In, prima puntata, per dialogare con Mara Venier sulla cucina italiana. A una settimana dalle elezioni nelle Marche, prima tappa delle regionali d’autunno.
L’occasione è un evento pensato dai ministri Francesco Lollobrigida e Alessandro Giuli, in asse con l’Anci, “il pranzo della domenica”, per tirare la volata alla candidatura della cucina italiana come patrimonio dell’Unesco. La premier si attovaglia a
favore di telecamera accanto a Sabrina Ferilli e Paolo Bonolis. C’è pure il sindaco di Roma, il dem Roberto Gualtieri, mentre supervisiona la scena il sottosegretario al Mic (molto operativo sulle questioni tivvù) Gianmarco Mazzi. Collegata con la “zia Mara”, tenendo il microfono in mano come un’inviata Rai, racconta: «Passavo il pranzo della domenica con i nonni, era legato alle pastarelle». Più che di diplomazia, la premier parla di diplomatici nel senso delle paste. L’opposizione attacca e il sindacato dei giornalisti di destra Unirai ricorda: «Anche Gentiloni e Conte andarono nella stessa trasmissione», anni addietro.
La comparsata sull’ammiraglia della tv di Stato avviene in una domenica in cui a destra si gareggia a chi è più kirkiano, nel senso di Charlie Kirk. Con tempistica ben studiata, prima che Matteo Salvini parli sul pratone di Pontida per omaggiare l’influencer Maga, la premier comizia su un altro prato, al laghetto dell’Eur di Roma, alla festa dei giovani di Fratelli d’Italia.
Discorso tutto incentrato sul presunto clima d’odio che si respirerebbe pure qui, nel Belpaese, e sull’attivista trumpiano. Prima della premier – che colpaccio, avranno pensato i ragazzi della fiamma – appare Lorenzo Caccialupi, il giovane che in un inglese un po’ sgangherato aveva dialogato con l’idolo dei Maga. Virale, dopo il brutale e sconvolgente omicidio in Utah.
È una Meloni in formato ultra berlusconiano, che si dice mossa «sempre dall’amore e non dall’odio», che attacca la stampa e la sinistra rea a suo dire di «pensare che la vita di chi la pensa diversamente vale meno». «Non commiseratevi», dice ai giovani di FdI, mentre si commisera per gli attacchi subiti. In un continuo alzare i toni, cita pure le Br («Non avevamo paura quando potevi essere ammazzato a colpi di chiave inglese per un tema sulle Brigate rosse e non abbiamo paura oggi») e se la prende di nuovo con i «sedicenti antifascisti» ricordando ancora il post social di un semi-sconosciuto collettivo di studenti contro Kirk. «Una minaccia di morte», mentre «le minacce si moltiplicano». E fuori «c’è la tempesta». Davanti ai militanti della sua giovanile, Meloni esalta le riforme di scuola e università operate dal suo governo. L’istruzione, è la tesi, va liberata «dalla gabbia asfissiante» della sinistra, dai «disastri del ‘68». Cita lo sgombero del Leoncavallo e promette un piano casa per i giovani, «per avere prezzi calmierati».
Soprattutto, alla sua Gioventù nazionale rivolge parole al miele, un anno dopo l’inchiesta di Fanpage sui saluti romani e i cori antisemiti. «Siete uno spettacolo, hanno tentato di sporcarvi, di dipingervi come mostri, volevano colpire me in malafede», la blindatura. Poco prima della mezza, a ridosso del derby Roma-Lazio, Meloni conclude: «C’è una partita importante, non voglio fare la fine di Fantozzi, con la corazzata Potëmkin e le radioline». E per chi non si sintonizza sull’Olimpico, c’è sempre Domenica In.
(da Repubblica)
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