Settembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
IL DELIRIO DI UN FOLLE CHE VUOLE IL POTERE ASSOLUTO
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ribadito la sua posizione critica nei
confronti delle reti televisive che considera ostili, minacciando la revoca delle licenze per quelle che afferma essere «contro di lui». In una recente dichiarazione, infatti, Trump ha sostenuto di aver letto che le reti televisive sono contrarie a lui nel 97% dei casi, nonostante abbia vinto facilmente negli swing states nel 2024, cioè gli “Stati indecisi”, quelli con nessun candidato o partito che goda di un sostegno storico tale da assicurare i punti dello Stato stesso nel collegio elettorale. «Mi danno solo cattiva stampa. Eppure hanno una licenza», ha affermato Trump, aggiungendo: «Penso che forse la loro licenza dovrebbe essere revocata».
Le dichiarazioni su Charlie Kirk
La minaccia di Trump arriva in un momento di particolare tensione tra il presidente e i media, con accuse di “fake news” e giornalismo fazioso. La sospensione del programma Jimmy Kimmel Live! su Abc – avvenuta mercoledì 17 settembre – a causa delle dichiarazioni del conduttore sull’uccisione dell’attivista conservatore Charlie Kirk ha ulteriormente acceso gli animi. Kirk è stato assassinato da un proiettile durante un
comizio alla Utah Valley University il 10 settembre scorso.
A chi spetta la decisione delle licenze
La decisione sulla concessione delle licenze, secondo Trump, spetterebbe a Brendan Carr, il presidente della Federal Communications Commission (Fcc). Una persona che il tycoon ha definito «un patriota eccezionale». Non è la prima volta che Trump attacca le reti televisive. Ad agosto, aveva già minacciato di revocare le licenze per Abc e Nbc, definendole «due delle peggiori e più faziose reti della storia» e accusandole di trasmettere il 97% di storie negative su di lui. Tuttavia, gli esperti sottolineano che la Fcc non concede licenze direttamente alle reti nazionali, ma alle loro affiliate locali, rendendo difficile l’applicazione di tale misura. Inoltre, revocare una licenza per contenuto giornalistico sarebbe altamente controverso e probabilmente violerebbe il Primo Emendamento della Costituzione Usa, che protegge la libertà di espressione, parole e stampa.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
DIETRO VOX IN SPAGNA “UNA TRUFFA PIRAMIDALE CON STRUTTURA DA SETTA”: LE RIVELAZIONI DELL’EX PORTAVOCE CONTRO ABASCAL
UNA RAFFICA DI ACCUSE TERREMOTANO I SOVRANISTI SPAGNOLI: DALLE MOLESTIE AI MALTRATTAMENTI DEI COLLABORATORI, DAL DIROTTAMENTO DI DENARO PUBBLICO ALL’ARRICCHIMENTO DEL CAPO DI VOX
Il partito di estrema destra Vox è scosso da un vero terremoto politico alle Baleari. L’ex portavoce del gruppo parlamentare regionale, Idoia Ribas, ha accusato la leadership nazionale di Santiago Abascal di gestire il movimento come «una truffa piramidale con struttura da setta».
In conferenza stampa, Ribas ha denunciato che il partito avrebbe dirottato «ingenti quantità di denaro pubblico» destinato all’attività parlamentare locale verso la Fondazione Disenso, presieduta a vita dallo stesso Abascal. «L’interesse di Abascal non sono gli spagnoli, ma il denaro per arricchirsi attraverso la sua fondazione», ha dichiarato, spiegando di aver subito pressioni per trasferire somme consistenti: «ho anche subito attacchi, molestie e maltrattamenti».
Crisi interna e accuse di pratiche tossiche
La deputata, oggi indipendente, ha raccontato che all’inizio della legislatura i vertici di Vox avrebbero chiesto agli otto deputati eletti alle Baleari di versare il 10% delle risorse pubbliche del gruppo regionale al partito centrale, percentuale poi salita al 50% dopo le sue dimissioni.
Oltre alle questioni economiche, Ribas ha denunciato un clima di tensione e abusi interni. Ha parlato di «decine di funzionari costretti a lasciare il partito o espulsi» dopo episodi di maltrattamenti da parte del segretario generale Ignacio Garriga e di altri dirigenti. Secondo la ex portavoce, la dirigenza nazionale avrebbe messo in atto «pratiche tossiche» per destabilizzare il fronte locale e anticipare le elezioni. L’adesione di Vox al gruppo europeo Patrioti Europei, ha detto, colloca il partito accanto a formazioni «pro-aborto, filo-russi o difensori dei movimenti indipendentisti in Europa», tutte espressioni in contrasto con il progetto originario del partito
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
IL GIUDIZIO SUL GOVERNATORE USCENTE: POSITIVO PER IL 48%, NEGATIVO PER IL 44%
I sondaggi di Ipsos illustrati da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera dicono che in
Calabria Roberto Occhiuto è in vantaggio largo su Pasquale Tridico alle elezioni regionali. Mentre secondo gli elettori calabresi la priorità della campagna elettorale è la sanità (77%). L’altra grande emergenza è rappresentata dal lavoro: il 53% dei calabresi lo indica come prioritario. Infine, al terzo posto, troviamo i trasporti e delle infrastrutture locali (31%).
Il presidente uscente di centrodestra è giudicato positivamente dalla maggioranza relativa degli elettori (48%). Pur a fronte di una robusta minoranza (44%) che esprime invece opinioni critiche. L’apprezzamento di Occhiuto si manifesta molto elevato (62%) tra gli elettori indecisi. Al voto andrà sicuramente il 40% degli elettori, un ulteriore 12% lo ritiene probabile. La
maggioranza assoluta dei calabresi (il 53,6%) opta per Occhiuto, il 45,3% per Tridico, poco più dell’1% per il terzo candidato, Toscano.
Fratelli d’Italia è al 16,6%, Forza Italia al 16%. La Lega, che nelle elezioni precedenti aveva ottenuto l’8,3%, oggi è stimata al 3,6%. L’intero centrodestra è al 54,5%. Un punto in meno rispetto alle elezioni precedenti.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
870 ISTITUTI SENZA RISCALDAMENTO IN EDIFICI VETUSTI
Sono 71 i crolli registrati nelle scuole fra settembre 2024 e settembre 2025, ancora in aumento rispetto al 2023/24 quando ne erano stati rilevati 69, il dato più elevato negli ultimi 8 anni. Un dato che, legato a quello degli infortuni occorsi nel 2024 agli studenti e certificati dall’Inail – 78.365, +7.463 rispetto all’anno precedente – mette in evidenza quanto ancora ci sia da fare sul fronte della sicurezza.
A sostenerlo è Cittadinanzattiva nel suo XXIII rapporto “Osservatorio civico sulla sicurezza a scuola”. Le cause per Cittadinanzattiva sono in gran parte legate alla vetustà degli edifici, visto che ben la metà di essi ha circa 60 anni e il 49% è stato costruito prima del 1976, antecedente quindi all’entrata in vigore della normativa antisismica.
I 71 casi di crollo sono stati 23 al Nord, 19 al Centro, 29 al Sud e nelle isole. E hanno hanno causato il ferimento di 19 persone: 9 studenti, 7 operai, 3 adulti. Sono ancora esposti all’amianto, nelle scuole, circa 356.900 studenti e 50.000 membri del personale (ma il dato risale al 2021). Ci sono 870 istituti senza riscaldamento.
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Settembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
“AL MASSIMO PUO’ TENTARE COLPI DI MANO O METTERE NEL MIRINO LA MOLDAVA”… “A PUTIN MANCANO TECNOLOGIE, ARSENALIE UNA ECONOMIA IN CRESCITA”
Ma davvero la Russia può attaccare i paesi della Nato e dell’Unione Europea? Mentre i
Volenterosi si preparano a varare l’Operazione Sentinella e il commissario Ue alla Difesa Andrius Kubilius dice che Vladimir Putin sta preparando un’invasione «entro 3-4 anni», i servizi segreti italiani sostengono il contrario. E c’è chi tra gli 007 sostiene di «non capire» su quali basi la Germania ritenga pronto l’attacco. Con annessa sfida all’Alleanza Atlantica. La forza militare russa si è vista in Ucraina. Dove anche con gli aiuti militari oggi Mosca si trova invischiata in una guerra di logoramento. Mentre la Nato ha capacità militari superiori rispetto a quelle ucraine.
Come in Crimea
La Stampa riporta oggi cosa si è detto nel giorno della presentazione della nuova rivista dei servizi segreti Gnosis. Ovvero che è difficile che Mosca possa scatenare un conflitto
diretto. «I russi potrebbero al più tentare qualche colpo di mano come in Crimea nel 2014», è il ragionamento. Una prospettiva totalmente diversa da un’invasione su larga scala e da una guerra convenzionale. Mentre quella dei droni in Polonia va vista più come una provocazione o un test sulla reazione della Nato, piuttosto che una sfida bellica. Proprio per questo l’alleanza intende rafforzare il fronte con l’Operazione Sentinella dell’Est. E al netto delle polemiche sugli “incidenti” come il missile polacco scambiato per drone russo in Polonia.
I prossimi candidati all’invasione
Putin potrebbe avere mire sulle terre di confine, è il ragionamento. Per esempio la Moldova, dove i russi si ritengono padroni e le istituzioni guardano a Ovest. I paesi baltici, che sono i più impauriti dalle possibili azioni della Russia, in realtà hanno l’ombrello della Nato. Colpire uno di quei paesi, e il discorso vale anche per scandinavi e polacchi, sarebbe «guerra vera».
Una guerra in cui l’organico militare vero e proprio conterebbe relativamente. Le guerre moderne si fanno con le tecnologie, gli arsenali e l’economia che cresce. Tre caratteristiche che oggi la Russia non ha. E la valutazione trova concordi anche gli ambienti militari.
Il vero pericolo
Mentre c’è chi ricorda ogni giorno quanto sia importante rafforzare la difesa, la stima del potenziale offensivo russo dice altro. Qualche mese fa, nella Relazione sulla sicurezza al Parlamento, il Dipartimento informazione e sicurezza parlava della Russia e della Cina come attori «capaci di porre in essere campagne coordinate, multi-vettoriali e sinergiche in grado di
sfruttare alcune caratteristiche strutturali e attaccare le debolezze sistemiche dei Paesi occidentali». È questo il vero pericolo: la minaccia ibrida. Su cui Mosca spende in intelligence, mezzi economici, cibernetici e diplomatici, e disinformazione organizzata.
700 mila soldati
Altro discorso riguarda il fronte ucraino. Dove Putin sostiene che siano oltre 700 mila i soldati. Mentre intanto Volodymyr Zelensky annuncia di aver incontrato i militari ucraini nella regione di Donetsk e – senza specificare in quale lasso di tempo – afferma che le forze di Kiev abbiano riconquistato 7 villaggi e 160 chilometri quadrati in questa zona del fronte. In particolare in quella di Dobropillia, dove il mese scorso la stessa Kiev aveva riferito di un’avanzata delle forze russe. Stando ai dati dell’Institute for the study of war, le forze d’invasione russe avrebbero invece occupato 594 kmq di territorio ucraino ad agosto.
Le difficoltà al fronte
Eppure, scrive Anna Zafesova ancora su La Stampa, la Russia è in difficoltà oggi al fronte. Anche se in Belarus le grandi manovre militari Zapad-2025 e Occidente-2025 vogliono impaurire i vicini a Ovest. Con tanto di zar in uniforme militare. Ma con l’assenza del capo dello Stato maggiore Valery Gerasimov. E la significativa presenza del generale Andrey Mordvichev, il comandante delle truppe di terra, considerato il nuovo favorito del presidente. «Se Putin deciderà infine di fare la guerra all’Europa, sarà con lui», dice al quotidiano il politologo Abbas Galyamov
Aiuti, sanzioni, garanzie
Mentre l’offensiva di terra in Ucraina è destinata a rallentare per l’arrivo dell’inverno, gli occidentali elaborano aiuti, sanzioni e garanzie in vista della tregua. E le esercitazioni Zapad hanno coinvolto la metà degli uomini di quelle precedenti: 100 mila secondo il Cremlino, forse addirittura 60 mila secondo altre fonti russe. Insomma, è il ragionamento, i toni e le scenografie minacciose di Mosca possono essere soltanto una manovra per intimidire gli europei. E ottenere dal tavolo negoziale di più di quello che si conquista al fronte.
(da Open)
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Settembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
IL RITORNO IN SOCIETA’ A UN ANNO DALLO SPUTTANAMENTO DELLA VIDEO-INCHIESTA DI FANPAGE
Fenix 2025, festa dei giovani di Fratelli d’Italia, laghetto dell’Eur, Roma. «La coincidenza con Pontida» è il dato che molti segnalano a bassa voce a chi ne deve scrivere, e allora avanti col gioco dei confronti.
Il Salvini-Meloni di domenica prossima è scontato, meno evidente ma potentissimo il duello a distanza del giorno prima, sabato, quando sul pratone leghista comincerà a sfilare il gotha del sovranismo europeo, Jordan Bardellà, l’avatar di Marine Le Pen, il leader di Vox Santiago Abascal, il figlio di Jair Bolsonaro (appena condannato a 27 anni per golpe) e soprattutto lui, il generale Roberto Vannacci, l’uomo delle 500mila preferenze che mette fiori nei cannoni di Vladimir Putin e veleno nei bicchieri del vecchio Carroccio autonomista. Chissà che show. Dall’altra
parte, tra i gazebo di FdI, sono previsti Lucio Malan, Gennaro Sangiuliano con altri cinque a parlare di “X Democracy” in memoria di Charlie Kirk, e subito dopo un classicone: il dibattito sui giovani («Fate largo a quelli del futuro!») con Mario Adinolfi. Vincere la gara dell’audience sarà dura.
E tuttavia, Pontida è un pratone a uso del leader, Fenix una classica festa di partito, con un programma pieno di cose, dibattiti a tutto campo, ministri, esterni di lusso, docenti universitari, monsignori, dirigenti Rai e potenti sottosegretari, persino un astronauta, e se in tanto sforzo organizzativo quel che farà notizia sarà la conclusione di Giorgia Meloni (domenica, ore 11,30, in quasi perfetta coincidenza con il Salvini ore 10 previsto su al nord), non si potrà dire: dietro la premier, nulla.
Non si potrà dire perché dietro la premier c’è in tutta evidenza un mondo che costituisce anche un notevole serbatoio di ricambio. Solo un anno fa l’inchiesta di Fanpage aveva ricacciato Gioventù Nazionale nel ghetto dei neofascismo, oggi l’organizzazione torna in società con t-shirt immacolate e una frase di Charles Baudelaire – “Estrarre l’eterno dall’effimero” – che sceglie l’evocazione poetica piuttosto che il richiamo bellicoso.
In altri tempi questioni come Gaza, la Russia, l’Ucraina, con annessi e connessi – i diritti dei popoli, il modello americano, il trumpismo, eccetera – avrebbero incendiato qualsiasi raduno giovanile della destra. Ma i ragazzi della generazione Meloni hanno introiettato la cautela e il dovere della responsabilità. Sono la scuola quadri di una forza di governo che cammina sul filo di relazioni interne e internazionali complicate. Meglio
restare sul generico. Così, nel percorso fotografico dedicato agli “eroi del mondo nuovo” Alexei Navalny è raccontato come “voce libera in un Paese che tace, simbolo di sete collettiva di giustizia” ma quale sia questo Paese, di chi sia questa sete, viene lasciato alla memoria di chi passa.
E anche il resto della galleria sceglie un approccio piuttosto ecumenico tra fantasia e realtà, perché c’è Timothee Chalamet di Dune e Sammy Basso, Marco Aurelio e Mahjabin Hakimi, la pallavolista decapitata dai Talebani nel 2021, Papa Wojtyla, Corto Maltese, Olimpia Mibelli Ferrini. Come non concordare, come non essere d’accordo? Il brivido dell’identità, piuttosto, lo si lascia ai vecchi combattenti ora diventati colonne delle istituzioni. Ignazio La Russa è la superstar della giornata e fa notizia con l’orgogliosa rivendicazione della Fiamma che appare, alquanto stilizzata, sulle magliette dell’eterno e dell’effimero. «Simbolo di amore e libertà», dice firmando autografi e distribuendo abbracci prima del suo intervento.
Ci pensa lui riallacciare lo ieri e l’oggi, i cattivi maestri dei Settanta ai “cosiddetti intellettuali” come Roberto Saviano che hanno cavillato sull’uccisione di Charlie Kirk. È lui a inaugurare la mostra su Sergio Ramelli e a offrire alla platea la scossa della storia, il ricordo degli agguati sotto casa, i “cucchini” con le chiavi inglesi che stavano solo da una parte perché «mai c’è stato un agguato sotto casa da parte dei ragazzi di destra». È un atout giocato al tavolo del dibattito più incandescente del momento, quello sulla cultura dell’odio e sul blogger americano che domenica prossima sarà celebrato in un mega raduno in Arizona, alla presenza di Donald Trump. La destra ha filo da tessere sul
tema, e intende utilizzarlo fino in fondo. Chissà cosa diranno le magliette di Pontida (“Make The League Great Again” è la possibilità lanciata da Vannacci, sembra deboluccia).
(da lastampa.it)
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Settembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
E CHI DISSENTE VIENE ACCUSATA DI ESSERE SPONSORIZZATA DA HAMAS
Un convegno al Senato dal titolo emblematico: “Informazione e verità nel conflitto in
Medio Oriente”. Un’ora di conferenza per celebrare lo Stato di Israele contro l’antisemitismo, denigrare la relatrice Onu per i territori palestinesi Francesca Albanese (addirittura accusandola di legami con gruppi pro-Hamas) e difendere l’operato dell’esercito israeliano che, nonostante i 60
mila morti a Gaza, starebbe agendo con “audacia e pazienza”. Sono queste le tesi esposte ieri, nella prestigiosa sala Nassiriya di Palazzo Madama, al convegno organizzato da Giulio Terzi di Sant’Agata, figura di spicco di Fratelli d’Italia, presidente della commissione Politiche Europee di Palazzo Madama e già ministro degli Esteri del governo Monti. Ci sono anche le senatrici Ester Mieli e Susanna Campione.
L’invito a partecipare viene mandato ai giornalisti dallo staff di Fratelli d’Italia poco dopo pranzo, seppur con la solita precisazione secondo cui “le opinioni e i contenuti espressi nell’ambito dell’iniziativa sono nell’esclusiva responsabilità dei proponenti e dei relatori e non sono riconducibili al Senato”. Eppure tutti i partecipanti condividono la stessa idea: non si parla dello sterminio a Gaza ma delle presunte fake news e delle menzogne che Hamas farebbe trapelare sui media occidentali di tutto il mondo. Responsabile di questa strategia, secondo Terzi di Sant’Agata che introduce il dibattito, sarebbe anche Francesca Albanese. Per il presidente della commissione Politiche Europee di FdI lo stato di Israele in “sede Onu subisce abusi”, elogiando i due rapporti dell’avvocato di UN Watch Hillel Neuer tra cui quello contro Albanese. Per Terzi la relatrice speciale fa un’attività “di pura parte (la sinistra)”, commettendo azioni di “istigazioni all’odio nei confronti dello stato di Israele e dello stato ebraico” per cui ad Albanese “non dovrebbe essere permesso partecipare al dibattito politico in questo modo”. A proposito delle critiche di Albanese nei confronti del governo, Terzi conclude che è “lei responsabile di quello che sta accadendo a Gaza con queste sue espressioni”. Il dirigente di FdI
parla anche di “escalation di violenze”, ma non di quelle che subiscono i civili a Gaza da parte di Israele: quelle dei pro-pal nelle università italiane o di Hamas nella Striscia.
Temi che vengono presentati ampiamente da Neuer che, con slide, accusa espressamente Albanese di aver fatto viaggi “sponsorizzati da gruppi pro-Hamas”. Nel secondo rapporto viene denunciata la gestione delle scuole a Gaza da parte di Hamas. Neuer è lo stesso che a giugno disse a Repubblica che gli ospedali e le scuole di Gaza fossero “obiettivi legittimi” in quanto di Hamas.
Dopo di lui, interviene il consigliere regionale di Forza Italia in Liguria Angelo Vaccarezza che azzarda un paragone ardito: “Cancellare il 7 ottobre è come cancellare dalle pagine della storia Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema o le fosse Ardeatine”. Quest’ultimo aggiunge che finché il “regime (di Hamas, ndr) continuerà non potrà fermarsi quello che succede oggi”.
La più dura però è la giornalista Fiamma Nirestein, già designata ambasciatrice da Netanyahu. Oltre a denunciare il clima di violenza per “cancellare lo stato di Israele”, Nirestein elogia le azioni dell’esercito israeliano che si sta muovendo con “regole sacrosante” e con “audacia e pazienza” per “dividere i civili da un esercito senza divisa”. E ancora: “Cosa fareste voi se vi trovaste a combattere contro un esercito senza divisa che ha commesso i crimini più efferati e che si mischia con la popolazione civile, se non spostare la popolazione civile?”. Dopo l’attentato di Allenby, la giornalista dice che spesso i “camion di aiuti umanitari non portano cibo e medicine” e avvisa la destra: “Chi all’Onu voterà per riconoscere lo Stato di
Palestina si mette con Hamas e difende il 7 ottobre”. Il tutto mentre ieri il vicepremier Matteo Salvini dava un’intervista alla tv israeliana i24News, spiegando che Tel Aviv “ha diritto a garantirsi un futuro sereno” e dicendosi contrario alle sanzioni e allo Stato di Palestina.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Settembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
EDITORI CACASOTTO DI FRONTE ALLE MINACCE DI TRUMP
Per la serie “il peggio è già accaduto”, in America è stato chiuso il secondo talk-show sgradito al trumpismo, quello di Jimmy Kimmel. Il conduttore aveva sostenuto che Maga stava sfruttando politicamente l’assassinio di Kirk. Pura verità; ma anche se fosse stata solo un’opinione sbilenca, Kimmel ha il diritto (professionale e costituzionale) di dirla.
Non è il primo caso in cui editori cacasotto (lo so, non è una definizione giuridico-scientifica, ma rende bene l’idea) di fronte ai rimbrotti e alle minacce della Casa Bianca provvedono a oscurare professionisti che avrebbero il dovere, come loro datori di lavoro, di tutelare e incoraggiare. In questo caso la Salomé di turno, che consegna al Sire la testa di un suo dipendente su un vassoio d’argento, è Abc: complimenti per il coraggio. Fate conto: è come se in Italia Cairo congedasse Gruber o Zoro o Formigli, e Discovery chiudesse Fazio, perché il governo fa
sapere di non sopportare quelle trasmissioni. Per il momento siamo messi meglio noi degli americani.
I tempi sono difficili, ma diventano decisamente più difficili, tendenti allo spaventoso, se il “tengo famiglia”, o il “tengo azionisti spaventati” (versione capitalistica del tengo famiglia) prevale, e la pavidità e la convenienza portano gli editori, banalmente, a non fare più il loro mestiere. Quanto a chi ancora si interroga sullo stato della democrazia in America, basterebbe ricordare, ogni volta che si affronta l’argomento, che il primo atto politico di Trump è stato dare la grazia a chi aveva assaltato il Parlamento. L’assalto ai talkshow e alle università è solo un logico corollario di quell’atto fondativo.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
INTERVISTA AL PROF. MARIO DEL PERO, DOCENTE DI STORIA INTERNAZIONALE PRESSO IL SCIENCESPO DI PARIGI
L’emittente statunitense ABC ha deciso di sospendere per un tempo indefinito il
programma di Jimmy Kimmel, conduttore spesso critico di Donald Trump, per i suoi commenti sul caso di Charlie Kirk. Nello stesso giorno, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver inserito Antifa – una sigla che indica un movimento di sinistra diffuso – tra le organizzazioni terroristiche.
Fanpage.it ha intervistato Mario Del Pero, professore di Storia Internazionale e Storia della Politica Estera Statunitense presso il SciencesPo di Parigi e Senior Research Fellow dell’ISPI.
Del Pero ha spiegato che questi sono solo due segnali di un processo più ampio: lo slittamento degli Stati Uniti verso l’autoritarismo, una crisi della democrazia che sarà difficile fermare anche alle prossime elezioni.
Professore, oggi la sospensione di Jimmy Kimmel. Poche settimane fa, CBS ha cancellato il Late Show di Stephen Colbert, altro conduttore critico di Trump. Le grandi emittenti si stanno ‘piegando’ alla pressione politica del presidente?
In parte sì, alcuni media si stanno piegando. Non tutti, ma alcuni. Soprattutto quelle emittenti e quelle testate che hanno obiettivi imprenditoriali condizionati dalle decisioni delle autorità federali, quindi della politica. È il caso anche di ABC: si trova in mezzo a un’espansione che deve essere autorizzata dalla FCC, l’autorità federale competente.
Il presidente della FCC (Brendan Carr, nominato da Trump, ndr) ha espresso la sua posizione e ha pubblicamente esercitato delle pressioni: ha chiarito quale sarebbe stata la preferenza del governo federale. E non è il primo caso. In campagna elettorale il Washington Post rifiutò di pubblicare l’endorsement a Kamala Harris deciso dal suo comitato editoriale. È un segnale preoccupante?
Nei rapporti con i media, così come su su tante altre questioni – penso alla posizione assunta verso gli studenti che manifestavano, gli studi legali, le università – l’ amministrazione usa l’intimidazione come strumento di governo. E se questa
intimidazione può servire anche per attuare forme di coercizione economica, è ancora più efficace. Serve per silenziare il dissenso, per prevenire l’emergere di dissenso. Questo è il manuale di qualsiasi regime autoritario.
Gli Stati Uniti sono diventati un Paese autoritario?
Lo stanno diventando. È in atto uno slittamento autoritario, dall’esito non certo, ma che ogni giorno in modo diverso si manifesta sotto i nostri occhi. Questo è un altro esempio.
In particolare, la sospensione di Jimmy Kimmel è legata alle sue parole sull’assassinio di Charlie Kirk. Il suo omicidio è stata un punto di non ritorno, nell’escalation di violenza politica che gli USA hanno visto negli ultimi anni?
È stato sicuramente un evento tragico. Ma succede talmente spesso, c’è una tale accelerazione del processo storico negli USA, che non credo esistano più momenti spartiacque. Né punti di non ritorno, perché nella storia il ritorno c’è sempre. Negli Stati Uniti di Trump, ogni giorno sembra esserci uno spartiacque cruciale che poi si rivela solo un altro passaggio di un percorso che io trovo spaventevole. L’assassinio di Kirk e la risposta della politica sono un altro tassello di un clima che legittima la violenza politica e concorre a produrre violenza politica. Trump e il movimento MAGA cercano di sfruttare questa violenza per perseguire degli obiettivi che non esito a definire autoritari.
Trump ha anche annunciato che inserirà il movimento Antifa tra le organizzazioni terroristiche (annuncio che aveva già fatto alcuni anni fa), ‘consigliando’ di indagare a fondo su tutti coloro che lo finanziano in qualche modo. Quali conseguenze concrete ci si può aspettare da questa decisione?
Bisogna ricordare che Antifa non è un’organizzazione: non ha uno statuto, né una struttura. È una sigla che definisce un movimento, quasi un brand, che viene usato dai manifestanti di Portland un giorno e da quelli di Cleveland il giorno dopo.
Denominarla “organizzazione terroristica” pone un problema enorme: dato che non si tratta di un’organizzazione, si lascia infinita discrezionalità al potere esecutivo su come utilizzare questa definizione. Se domani un gruppo di universitari a Austin, in Texas, fa una manifestazione con le bandiere di Antifa, sono terroristi. Un altro modo di rivelare il volto autoritario di questa di questa amministrazione.
I Democratici per fermare Trump devono puntare sulle prossime elezioni di metà mandato, o di midterm, che si terranno nel 2026?
Solitamente il partito del presidente neo-eletto perde consenso al primo midterm successivo. È il ciclo elettorale in cui tendenzialmente un’amministrazione e un presidente sono più vulnerabili: perché nei primi due anni di governo non hanno realizzato le promesse della campagna elettorale, perché c’è una certa disillusione, perché l’avversario tende a essere più motivato e può portare più facilmente i suoi elettori alle urne.
Il tasso di impopolarità di Trump è elevato, e una sconfitta elettorale al midterm del 2026 non è certa, ma è molto probabile. Questo porterebbe a un governo diviso: la Camera dei rappresentanti, dove oggi i Repubblicani hanno una maggioranza risicatissima, tornerebbe sotto il controllo dei Democratici.
In questi primi mesi, però, Trump è andato avanti soprattutto con decreti e atti presidenziali. Un Congresso diviso lo ostacolerebbe?
Sì, il Congresso finora è stato totalmente marginalizzato. È uno dei Congressi con la più bassa produttività legislativa dell’ultimo secolo. Anche questo evidenzia la torsione autoritaria: si governa per via esecutiva, con decreti presidenziali. Ma c’è una norma fondamentale che non può essere approvata per via esecutiva: la legge di bilancio, con cui un’amministrazione governa il Paese. Quindi, un Congresso controllato in parte dei democratici metterebbe degli ostacoli significativi.
Il Texas ha ridisegnato le mappe elettorali per guadagnare più seggi. Intanto, il governo federale ha inviato militari a Los Angeles – con il pretesto che ci fossero manifestanti e criminali violenti – e minacciato di mandarli anche in altre città guidate dai Democratici. Possiamo essere certi che le prossime elezioni si svolgeranno i condizioni di piena democrazia?
Ridisegnare i collegi elettorali per massimizzare il ritorno del voto e per limitare il numero di seggi che cadranno nelle mani della controparte, il famoso “gerrymandering”, è partito con il Texas, ma ora lo stanno seguendo la Florida, l’Indiana, il Missouri. In Texas, dovrebbe portare i repubblicani ad avere cinque e seggi in più l’anno prossimo (sui 38 totali che il Texas assegna).
Intendiamoci, in passato l’hanno fatto anche i Democratici – basta guardare le mappe del Maryland o del l’Illinois. Il problema è che avvenga così strumentalmente, per un ciclo elettorale specifico. E in parallelo ci sono direttive federali e iniziative statali per rendere più difficile l’accesso al voto.
Trump ha invitato più volte gli Stati a eliminare il voto per posta.
Perché?
Negli USA si vota il martedì, giorno feriale, con pochi seggi. Negli anni sono state introdotte delle facilitazioni, a partire dal voto postale. Ora le stanno togliendo, e questo penalizza soprattutto le minoranze, in particolare la minoranza nera che vota di più per i Democratici. Credo che ci sia uno sforzo deliberato, da parte di questa amministrazione, per rendere più difficile l’esercizio del voto l’anno prossimo. Anche questo rimanda alla crisi della democrazia statunitense.
Se gli Stati Uniti stanno diventando uno Stato autoritario, cosa può invertire la rotta?
Lo slittamento non è inevitabile. Finora il potere giudiziario è quello che ha messo più ostacoli al dispiegamento di questo disegno autoritario, bloccando numerosi ordini esecutivi per la loro patente incostituzionalità o illegalità. Il potere giudiziario può fare molto, ma sul lungo periodo non può fermare il “bulldozer” esecutivo, anche perché poi la Corte Suprema è intervenuta a più riprese modificando le decisioni delle corti distrettuali e delle corti d’appello.
È una Corte Suprema che talvolta si dissocia dagli estremi di Trump, però molto spesso avalla la posizione di questa amministrazione. Anche perché su nove giudici, almeno tre o quattro votano sempre e comunque con Trump. Quindi tutto dipende dalla giudice Barrett e dal giudice Roberts, il presidente della Corte, per compensare questo fortissimo sbilanciamento che c’è oggi nella Corte. Forse la il contrappeso più significativo che si sta manifestando è il federalismo.
In che senso?
L’azione degli Stati, e anche delle municipalità, che stanno cercando di frapporsi a questo “bulldozer”. Lì si gioca una partita fondamentale. La metafora degli “anticorpi democratici” è un po’ abusata, ma forse l’anticorpo più forte è proprio la natura federale del sistema statunitense.
(da Fanpage)
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