Settembre 10th, 2025 Riccardo Fucile
COME E’ NATA LA PROTESTA DI OGGI IN FRANCIA
Bloquons tout, Blocchiamo tutto, è la nuova frontiera della protesta senza bandiere.
Debutta oggi in Francia e compie un ulteriore passo avanti verso la smaterializzazione della politica: non ha capi riconoscibili, non ha divise come i vecchi Gilet Gialli, non nasce contro specifici provvedimenti come successe nel 2018 per l’aumento dei carburanti. Persino le sue origini sono avvolte dalla nebbia. Sono mesi che la stampa di Parigi cerca di venirne a capo: chi sono, da dove vengono, come ce l’hanno fatta?
La pista principale porta a un canale della messaggistica Telegram, Les Essentiels, che nel maggio scorso fu il primo pubblicare l’invito a fermare la Francia il 10 settembre. Solo 170 iscritti fino ad agosto, poi l’escalation su Tik Tok e Youtube. Un secondo gruppo, Indignamoci, si è manifestato il 15 luglio, subito dopo le misure di austerity annunciate da François Bayrou: più politicizzato a sinistra, ha dilagato in parallelo all’originale con l’effetto collaterale di tagliar fuori la destra dall’adesione alle manifestazioni.
Il contatore ha cominciato a correre davvero due settimane fa. Oltre venti milioni di visualizzazioni per i contenuti dedicati su Tik Tok, settantamila conversazioni al giorno su X, cinquemila e più pagine a tema su Facebook, bot che generano oltre mille tweet al giorno. È così che il movimento si è fatto bolla, e la bolla ha sottomesso un pezzo della politica francese. La sinistra di Jean-Luc Mélenchon è stata svelta ad accodarsi, con il suo leader che si è offerto come generoso patrigno per un’insurrezione apparentemente senza padri. Il sindacato, pur di non restare indietro, ha aderito al blocco con numerose sigle a cominciare da quella dei ferrovieri: loro sì in grado di bloccare tutto.
Il resto si capirà oggi, e vai a vedere se sarà il colpo di grazia per l’arcinemico Emmanuel Macron, l’atto finale del suo precipitare nel consenso – lo bocciano il 77 per cento degli elettori – e la fine delle sue ambizioni di leadership europea. Oppure, al contrario, una insperata “chance” di proporsi come argine al disordine che rischia di travolgere la Francia, l’incentivo che mancava ai partiti per trovare un accordo di governo che resista almeno fino alle Presidenziali del 2027.
La riuscita della giornata (che prevede altre forme di boicottaggio, compreso il ritiro in massa di contante per mandare
in crash le banche) ci darà anche il responso sulla nuova frontiera aperta da Bloque Tout. Non più partiti, ed era scontato. Ma neppure movimenti, neppure reti associative, neppure capipopolo-influencer alla Coluche o alla Beppe Grillo. Al loro posto, anonime bolle social che si auto-alimentano con estrema rapidità, capaci di condizionare i partiti e persino realtà strutturate come i sindacati tradizionali per condurle verso forme estreme di lotta.
Oggi la bolla si manifesterà in carne e ossa sulle piazze francesi. Li vedremo, finalmente, li conteremo e li ascolteremo. Si capirà che cosa rappresentano: una giornata di ribellione generata da una fase di crisi del sistema, o la prima la manifestazione di un nuovo modello, il debutto di una web-politik senza riferimenti riconoscibili a cui basta un buon titolo – Bloquons tout lo è – per generare tempesta.
(da lastampa.it)
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Settembre 10th, 2025 Riccardo Fucile
DOPO L’ANNUNCIATA MANOVRA “LACRIME E SANGUE” LE PROTESTE IN PIAZZA
Sono salite a “circa 290” le persone identificate in tutta la Francia per la giornata di proteste. Di queste 34 sono state fermate. Numerosi gli incidenti e i tafferugli in tutto il Paese fra manifestanti e polizia. Sono 171 le persone identificate a Parigi e nel suo hinterland. Nella capitale, interventi della polizia con lancio di lacrimogeni davanti ad alcuni licei, già diventati i punti più caldi della protesta.
Auto incendiate e tafferugli tra agenti e manifestanti anche a Rennes, Nantes, Lione e Tolosa. Per Retailleaul, “la protesta non ha nulla di una protesta civica. È stata snaturata, accaparrata e confiscata dall’estrema e dall’ultra sinistra”.
Strade bloccate, negozianti costretti a barricarsi nelle proprie attività, manifestazioni e scuole chiuse: è la protesta del movimento “Blocchiamo Tutto”, indetta per esprimere la rabbia sociale nel mezzo di una crisi politica in cui da settimane è piombata la Francia con il governo sfiduciato dal Parlamento dopo l’annunciata manovra finanziaria “lacrime e sangue”
Protagonisti della manifestazione anche gli studenti che hanno fatto proprio lo slogan “Tassate i ricchi”. Molti negozianti hanno barricato le proprie attività con pannelli di legno per timore di attacchi vandalici e saccheggi.
Tra gli altri leit motiv dei manifestanti anche slogan pro palestina. Nel mirino delle proteste anche l’azienda Eurolinks, con sede a Marsiglia, oggetto di una denuncia da parte della Lega per i diritti umani per complicità in crimini contro l’umanità nell’ambito del conflitto israelo-palestinese. L’azienda fornisce componenti militari e maglie per mitragliatrici a un’importante azienda di armi israeliana.
Il fallimento del Macronismo
La mobilitazione cittadina “Blocchiamo Tutto” si verifica poche ore dopo la nomina alla carica di primo ministro di Sebastien Lecornu, al posto di Bayrou. Lecornu intende proseguire oggi le ‘consultazioni’ avviate ieri. Lo riferiscono i media francesi. L’ex premier Gabriel Attal sara’ ricevuto all’Hotel de Matignon nel primo pomeriggio, dopo il passaggio di consegne con Francois Bayrou, hanno fatto sapere fonti vicine a Lecornu, sottolineando il “desiderio” del neo-premier di “desiderio di non perdere tempo”.
Tuttavia è alto il malcontento contro il presidente Macron: oltre 80 deputati hanno firmato una mozione per la destituzione del presidente della Repubblica depositata ieri all’Assemblea Nazionale. E tra otto giorni, il 18 settembre, è stata già indetta una mobilitazione sindacale nazionale.
Il Louvre chiude alcune sale, a Marsiglia sventata un’intrusione in un centro commercial
A Parigi il Museo del Louvre ha annunciato che “a causa di un
movimento sociale, alcune sale sono eccezionalmente chiuse”. Il Museo Delacroix invece è chiuso al pubblico. “I rimborsi dei biglietti saranno automatici”, riporta l’ente su X.
A Marsiglia la situazione è ancora più calda. I manifestanti, secondo i sindacati, sarebbero almeno 80mila. Verso mezzogiorno, la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni per disperdere un cordone che si era staccato dal corteo. Secondo quanto riporta l’Afp, ci sarebbe stato un “tentativo di intrusione” in un centro commerciale.
Gentiloni: “Ecco il paradosso francese”
Critico contro Macron anche l’ex premier e commissario Ue, Paolo Gentiloni che in un’intervista a La Stampa descrive la crisi francese come la “crisi del modello del premierato. “I problemi sono strutturali – va avanti Gentiloni – e di lungo periodo: la Francia ha la spesa pubblica al 57 per cento, la più alta dei quaranta Paesi Ocse, il limite dell’età pensionabile è a 64 anni, fra i più bassi del mondo, e il debito cresce”.
“La Francia è stata pioniera nella crescita dell’estrema destra nazionalista – argomenta Gentiloni – L’originalità e il paradosso francese è che per un certo periodo Macron ha portato la Francia a riforme e posizioni molto illuminate: penso all’emergenza Covid, alle riforme europee, l’atteggiamento verso la crisi ucraina. Ma con il passare degli anni il sogno macroniano ha prodotto la realtà della cancellazione del bipolarismo storico. Prima c’erano destra e sinistra repubblicane, ora di quegli schieramenti sono rimaste solo le macerie: da una parte l’estrema destra nazionalista, dall’altra Mélenchon. La domanda è: una destra e una sinistra tradizionale saranno in grado di ricostruirsi?”
“Quello che non ha funzionato è l’idea di poter riassumere destra e sinistra moderne nel proprio movimento. Quell’idea è sfumata dopo qualche anno”.
Per Gentiloni, la prospettiva che il partito di Marine Le Pen abbia la meglio alle presidenziali del 2027 “è una minaccia per l’Europa, e i ragionamenti della destra europea incrociano quelli dell’America di Trump”. “Il vero bersaglio della destra populista resta l’Unione, anche se in modo diverso rispetto a dieci o quindici anni fa”, conclude.
(da agenzie)
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Settembre 10th, 2025 Riccardo Fucile
NELLE SCORSE SETTIMANE, IN UN PLICO ANONIMO INVIATO AI GIORNALI COCCI, ASTRO NASCENTE DELLA DESTRA PRATESE, VENIVA ACCUSATO FALSAMENTE DI PARTECIPARE A ORGE, FARE USO DI DROGHE E DI APPARTENERE ALLA MASSONERIA
L’ex consigliere comunale di Prato Claudio Belgiorno e Andrea Poggianti, vice presidente
del Consiglio comunale di Empoli (il primo di Fratelli d’Italia, il secondo uscito da FdI nel febbraio dell’anno scorso), sono indagati nell’inchiesta sulle minacce anonime ricevute dall’ex consigliere comunale di Prato Tommaso Cocci e dai vertici regionali e nazionali di Fdi. Lo rende noto oggi, 10 settembre, il procuratore Luca Tescaroli, che ha disposto perquisizioni nei confronti dei due esponenti politici.
La Procura spiega che si procede per i reati di concorso continuato nei delitti di diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite senza il consenso dell’interessato (revenge porn) e diffamazione nei confronti di Tommaso Cocci.
L’ipotesi accusatoria è che Belgiorno e Poggianti, avendo ricevuto o comunque acquisito immagini sessualmente esplicite, tra cui una foto di Cocci senza veli, le abbiano poi inviate agli esponenti del partito e ai giornali insieme ad affermazioni ritenute diffamatorie sulla presunta partecipazione di Cocci a festini hard e sulla sua presunta assunzione di sostanze stupefacenti.
(da il Tirreno)
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Settembre 10th, 2025 Riccardo Fucile
“IL FOGLIO”: “TAJANI CONTINUA A RIPETERE CHE HA BISOGNO DI FIGURE DI FIDUCIA PER GESTIRE L’AULA, LA COPPIA, BARELLI E GASPARRI, MA LA FAMIGLIA LA PENSA IN ALTRO MODO: DESIDERA LE PROMOZIONI DI DEBORA BERGAMINI, CRISTINA ROSSELLO, ALESSANDRO CATTANEO E STEFANIA CRAXI”
Più Silvio, più Silvio, più Silvio. Si confronta con Tajani e chiede più Silvio Berlusconi. Marina Berlusconi ha incontrato Antonio Tajani, a Milano, lunedì. Il senso dell’incontro: né un assegno in bianco né uno scontro con Tajani. […] La definiscono così: dialettica virtuosa. La notizia che rimbalza a Roma: “Sì, è vero. Si sono visti a pranzo, a casa di Marina”. Tajani era ospite ad Assolombarda
I cavalieri della Cavaliera: “Confermiamo. L’incontro c’è stato a
Corso Venezia”. Tranquilli, Marina, al contrario del fratello Pier (è gasatissimo per aver battuto la Rai) sa benissimo cosa vuole. Non vuole fare politica, lei (e neppure il fratello, garantisce, al momento) ma vuole vedere brillare il nome del papà, le battaglie del papà, l’intuizione del papà. Insomma, “la famiglia non fa mancare la sua vicinanza e attenzione” (anche economica) verso il partito, ma serve il rinnovamento di Forza Italia. Ancora. Di più. Tradotto: quanto fatto da Tajani non basta.
Il povero Tajani, Tonio, (che si è battuto come poteva per fare ponte fra Piersilvio e i popolari tedeschi, il cancelliere Merz; e lo rivendica) dice ai suoi: “Più di così cosa dovrei fare? Se Pier Silvio ha scalato la tv tedesca è anche merito del lavoro indefesso condotto in Europa e ai rapporti che abbiamo con il Ppe”. Detto tra le righe, ma neppure troppo: i rapporti con il Ppe li ha lui. Marina Berlusconi gli spiega che serve essere più “marcatamente liberali”. Forza Italia deve prendersi lo spazio del centro e lo può fare solo se si ritorna e guarda all’eredità del fondatore.
Più liberali, “a partire dalle questioni economiche, e fiscali”. E poi ci sono i volti. Tajani continua a ripetere che ha bisogno di figure di fiducia per gestire l’Aula, la coppia, Barelli e Gasparri, ma la famiglia la pensa in altro modo. In Forza Italia si scatena l’indiscrezione e raccontano: “La famiglia Berlusconi desidera le promozioni di Debora Bergamini, Cristina Rossello, Alessandro Cattaneo e Stefania Craxi”.
Da Milano, dalla parte della Cavaliera, si continua a ripetere che il problema non è la geografia, non è nord contro sud o centro, ma la “qualità” e la “novità”. La Cavaliera apprezzerebbe un arricchimento e un’evoluzione della classe dirigente di Forza Italia.
Tajani e Marina? Lui ringrazia lei, lei ringrazia lui e tutti e due pensano: ah, se solo ci fosse ancora Silvio!
(da il Foglio)
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Settembre 10th, 2025 Riccardo Fucile
LA FURIA DEI LIBERAL: “NON DOVREMMO VIVERE IN UN PAESE IN CUI IL GOVERNO PUÒ FERMARE CHIUNQUE SEMBRI ISPANICO, PARLI SPAGNOLO E APPAIA SVOLGERE UN LAVORO MAL RETRIBUITO”
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha revocato le restrizioni che impedivano
all’amministrazione Trump di effettuare retate anti-immigrati nell’area di Los Angeles sulla base di criteri generici come parlare spagnolo, avere la pelle scura, i tratti ispanici o riunirsi in luoghi dove spesso si radunano i lavoratori a giornata. I giudici, con una votazione di 6 a 3, hanno sospeso l’ordinanza di un giudice federale di primo grado che aveva ritenuto incostituzionale fermare persone sulla base di tratti somatici e stereotipi.
«Non dovremmo vivere in un Paese in cui il governo può fermare chiunque sembri ispanico, parli spagnolo e appaia svolgere un lavoro mal retribuito», ha invece scritto la giudice liberal Sonia Sotomayor, con l’adesione delle giudici Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson.
(da agenzie)
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Settembre 10th, 2025 Riccardo Fucile
TRA LE TANTE IMMAGINI MESSE IN FILA NEL FILMATO, SI VEDE IL DANDY CHE STRINGE MANI, CHE ACCOGLIE A ROMA RE CARLO E QUEL BURINO RIPULITO DI JD VANCE … SUI SOCIAL L’EGOMANE GIULI VIENE SBERTUCCIATO: “CHE DIVA!”… “PIÙ CHE UN VIDEO AUTOCELEBRATIVO ALLA KIM JONG-UN, I TRE MINUTI E MEZZO PUBBLICATI DA ALESSANDRO GIULI SONO PIÙ SIMILI ALLE DIAPOSITIVE DELLE VACANZE. QUELLE CHE GLI AMICI TI COSTRINGEVANO A GUARDARE…”
Più che un video autocelebrativo alla Kim Jong-un, i tre minuti e mezzo pubblicati da Alessandro Giuli per festeggiare il suo primo anno da ministro della Cultura sono più simili alle diapositive delle vacanze. Quelle che gli amici ti costringevano a guardare mentre tu non ne potevi più e cercavi solo un modo di squagliartela in fretta.
Perché sì l’egocentrismo, sì il dandysmo degli abiti, sì il trionfalismo del neofita: «Approvato il decreto Cultura!», ma a dispetto della musica hard rock di sottofondo, l’elenco è piuttosto
noioso. Giuli che stringe mani di sconosciuti – suoi omologhi – al G7 della Cultura.
Giuli in visita in Egitto. Giuli che va a vedere le “nuove scoperte”: i bronzi di San Casciano ai Bagni. Poi a Pompei, in missione in Algeria, al Colosseo con i reali d’Inghilterra, Carlo e Camilla […] E ancora il vicepresidente americano J. D. Vance accolto a Castel Sant’Angelo.
Insieme a Mattarella, a partire dal giorno del giuramento. Due volte le foibe, Basovizza e la giornata del ricordo. Niente per il 25 aprile, ça va sans dire. Il calendario segnava 80 anni dalla Liberazione del Paese dal nazifascismo, certo, ma che vuoi che sia. Vuoi mettere una bella mostra sul futurismo in cui una voce fuori campo recita il Manifesto di Marinetti: «Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie», e un’altra le risponde: «Distruggere i musei è un’idea passata. A morte il passato. Viva il futurismo».
C’è da chiedersi dove sia finito il giornalista-scrittore che prometteva di essere ministro di tutti all’inizio del mandato e che dopo pochi mesi ha cominciato a dimostrare il contrario, declassando teatri come La Pergola di Firenze diretto da Stefano Massini, e chiosando solo qualche settimana fa alla Versiliana: «L’egemonia culturale di sinistra non c’è più nel Paese: è rimasta una riserva di rendite senza idee, ora è arrivato il momento della destra».
A un controllo accurato, almeno una cosa non c’è. Manca Giuli che davanti a un tramonto commemora la battaglia di Canne il 2 agosto scorso. In quello scontro delle guerre puniche, i Romani subirono una delle peggiori sconfitte della storia. Il fascismo la volle ricordare con un monumento nel 1938. Giuli ci è andato
quest’anno, a mani giunte, mentre Bologna piangeva le vittime della strage neofascista di 45 anni fa.
(da La Repubblica)
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Settembre 10th, 2025 Riccardo Fucile
L’ALTO RAPPRESENTANTE PER LA POLITICA ESTERA UE, KAJA KALLAS, SPEDISCE UN MESSAGGIO A “THE DONALD”, CHE INVITA GLI ALLEATI AD APRIRE IL PORTAFOGLIO PER ZELENSKY: “SOLTANTO QUEST’ANNO FORNIREMO AIUTI PER 25 MILIARDI” … MA TRA I PAESI DELL’UNIONE, L’ITALIA È IN FONDO ALLA CLASSIFICA CON 1,7 MILIARDI (LA GERMANIA HA SGANCIATO 16,5 MILIARDI)
Da qualche mese ormai, i Paesi europei hanno superato gli Stati Uniti nel livello di
assistenza militare all’Ucraina. E a breve ci sarà un altro sorpasso: il contribuito dei soli Stati membri dell’Unione europea, senza dunque contare il significativo contributo del Regno Unito (13,8 miliardi di euro) e della Norvegia (quasi 4 miliardi), ha in questi giorni raggiunto quota 63,2 miliardi, circa un miliardo e mezzo in meno rispetto al sostegno militare americano.
«Soltanto quest’anno – ha rivelato ieri davanti all’Europarlamento l’Alto Rappresentante per la politica estera Ue, Kaja Kallas – gli Stati Ue forniranno aiuti per 25 miliardi, il valore più alto» dall’inizio del conflitto.
Ma tra i Paesi dell’Unione esistono significative differenze e l’Italia non brilla certo per generosità e nemmeno per trasparenza. Il governo guidato da Giorgia Meloni sta lavorando al dodicesimo pacchetto di aiuti militari, dopo quello adottato lo scorso maggio, ma il volume del sostegno negli undici precedenti sfiora appena quota 1,7 miliardi, secondo il monitoraggio del Kiel Institute sui contributi di 41 Paesi.
In termini assoluti, l’Italia risulta essere il tredicesimo Paese per sostegno militare a Kiev, alle spalle di Stati ben più piccoli come Belgio (2,76 miliardi) e Paesi Bassi (7,5 miliardi).
Ancor più magra la performance se si valuta l’importo del sostegno militare in rapporto al Pil: in questo caso, gli aiuti militari che l’Italia ha destinato all’Ucraina valgono lo 0,14% del Prodotto interno lordo, ventesimo Paese nella speciale graduatoria.
Altri centri di ricerca forniscono stime leggermente più alte perché includono anche il contributo italiano alla European Peace Facility (Epf), lo strumento extra bilancio-Ue che ha sin qui finanziato aiuti militari all’Ucraina per circa 6 miliardi di euro: la quota a carico dell’Italia è di circa 700 milioni di euro, che però non andrebbero sommati.
Si tratta di dati non ufficiali, visto che il governo non rivela l’entità del supporto e nemmeno rende noto l’elenco del materiale fornito. Un’opacità che assegna all’Italia un punteggio di 2,9 (su una scala di 5) nell’indice di trasparenza realizzato dal Kiel Institute.
Secondo il centro di ricerca tedesco, tra le forniture di Roma la parte del leone la fanno i tre sistemi di difesa aerea Samp/T che da soli valgono quasi un miliardo di euro. Nel calcolo dei contributi pesano poi i 76 obici da 152 e da 155 millimetri, che valgono quasi 170 milioni.
Anche se non ci sono conferme ufficiali, nell’elenco realizzato dal Kiel figurano anche due sistemi lanciarazzi M270, per un valore totale di 23 milioni di euro.
Per sostenere l’esercito di Kiev, l’Italia potrà utilizzare anche i fondi del piano europeo Safe: il programma mette a disposizione degli Stati membri 150 miliardi di prestiti a un tasso agevolat
Diciannove Paesi hanno fatto richiesta alla Commissione, che ieri ha reso nota la ripartizione delle risorse: all’Italia andranno 14,9 miliardi di euro. È il quinto beneficiario dietro Polonia (43,7 miliardi), Romania (16,7), Francia e Ungheria (entrambe a 16,2). Si tratta di prestiti che andranno restituiti e che dunque impatteranno sul debito, anche se il governo risparmierà sui tassi d’interesse.
Le risorse, però, non potranno essere utilizzate liberamente: dovranno finanziare appalti congiunti e il materiale bellico dovrà essere per almeno il 65% “made in Eu” (o in Ucraina).
Entro il 30 novembre, il governo dovrà inviare a Bruxelles il piano nazionale con gli investimenti nella Difesa che intende realizzare e l’erogazione dei primi fondi è prevista per l’inizio del 2026.
Il contributo italiano all’Ucraina in campo militare è molto distante da quello della Germania – primo tra i Paesi Ue per sostegno all’esercito di Kiev, con un valore totale di 16,5 miliardi –, ma anche della Danimarca (9,2 miliardi), della Svezia (6,7 miliardi) o della Francia (quasi 6 miliardi). Tra i big, solo la Spagna ha un apporto inferiore (800 milioni).
Roma ha offerto anche 410 milioni (di cui soltanto 320 sborsati) di aiuti finanziari e mezzo miliardo in aiuti umanitari, il che porta il totale del contributo bilaterale italiano a quota 2,6 miliardi
A questi vanno poi aggiunte le risorse stanziate nel quadro delle iniziative dell’Unione europea per la quota parte di Roma: l’impatto sui conti è di oltre 8 miliardi, ma si tratta in buona parte di prestiti o garanzie, non soltanto di sovvenzioni a fondo perduto.
(da agenzie)
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Settembre 10th, 2025 Riccardo Fucile
IL SOVRANISTA, ATTUALMENTE AI DOMICILIARI, RISCHIA FINO A 43 ANNI DI CARCERE … IL GIUDICE DELLA CORTE SUPREMA DI BRASILIA ALEZANDRE DE MORAES HA PARLATO DI “RISCHIO DI RITORNO ALLA DITTATURA”
L’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro si avvicina alla condanna nel processo per tentato colpo di Stato. Lo rendono noto i principali media del Paese sudamericano, precisando che oggi i giudici della Corte suprema verdeoro Alexandre de Moraes e Flávio Dino hanno votato a favore della condanna di Bolsonaro e di altri sette coimputati, tra cui ex ministri e generali.
Il caso riguarda l’organizzazione criminale guidata da Bolsonaro che, dopo la sconfitta elettorale del 2022 contro Luiz Inácio Lula da Silva, avrebbe tentato di rimanere al potere. Le accuse includono anche la pianificazione di attacchi contro Lula, il vicepresidente Geraldo Alckmin e lo stesso Moraes, oltre all’assalto violento del Parlamento, del palazzo presidenziale e della Corte suprema da parte dei bolsonaristi l’8 gennaio del 2023.
Moraes ha parlato di rischio di ritorno alla dittatura e ha sottolineato che il processo non subirà pressioni interne o esterne, in riferimento all’amministrazione del presidente statunitense, Donald Trump.
Domani è previsto il voto di Luiz Fux, seguito da altri due giudici. Visto che a giudicare Bolsonaro non è la plenaria della Corte composta da 11 membri ma la prima sezione del massimo tribunale, formata da cinque, basterà un altro voto per la condanna definitiva per l’ex presidente.
Bolsonaro, ai domiciliari a Brasilia, rischia fino a 43 anni di carcere e potrà fare appello solo se due giudici su cinque voteranno contro la sua condanna mentre, in caso di quattro a uno o cinque a zero la sentenza sarà passata in giudicato.
In tal caso la difesa dell’ex presidente potrà appellarsi solo alle corti internazionali, a cominciare dalla Corte interamericana dei diritti umani dell’Organizzazione degli stati americani (Osa).
(da agenzie)
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Settembre 10th, 2025 Riccardo Fucile
NORDIO “PRETENDE” CHE LA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI ESTENDA AL SUO CAPO DI GABINETTO L’IMMUNITÀ DI CUI GODE UN MINISTRO, PER EVITARE IL PROCESSO… SE “CADESSE” LA BORTOLOZZI SAREBBERO GUAI PER IL GOVERNO, SE PARLA SONO CAZZI PER TUTTI
Ieri mattina, prima di pranzo. Giusi Bartolozzi entra a Palazzo Chigi, senza farsi notare.
Sale a piano nobile. Il colloquio non ha altri testimoni, ma fonti di via Arenula riferiscono: è lì per incontrare Giorgia Meloni. È la seconda volta in meno di 24 ore, perché lunedì pomeriggio è stata ricevuta dalla presidente del Consiglio e da Alfredo Mantovano.
Non deve bussare, né farsi annunciare: da qualche settimana è l’anello debole – e dunque più sensibile – del governo. È la ragione per cui la premier, alla fine e senza nascondere qualche dubbio, dovrà dare ordine di difenderla. Almeno fin quando sarà possibile. Almeno finché non sarà troppo dannoso sul fronte del consenso insistere per estendere a un capo di gabinetto l’immunità di cui gode un ministro.
Qualche ora dopo, sempre a Palazzo Chigi. Stavolta dietro i vetri oscurati dell’auto blindata c’è Carlo Nordio. Non si vede, ma vuole farsi sentire. Il Guardasigilli ha urgente bisogno di confrontarsi con Mantovano. Vuole assicurarsi che il sottosegretario alla Presidenza – e ovviamente Meloni – facciano di tutto per difendere la magistrata.
E d’altra parte, Bartolozzi è il suo braccio destro e sinistro. Talmente fidata (e dunque potente) da essere soprannominata “la ministra”. Ecco perché Nordio ripete, e poi ripete ancora a tutti in queste ore: è stata leale e corretta, non può pagare per tutti.
C’è infatti un problema che assilla il ministro, nel giorno in cui diventa ufficiale lo status di indagata di Bartolozzi: fino a metà pomeriggio, i membri della destra in giunta per le autorizzazioni non hanno ancora ricevuto l’ordine di andare allo scontro con le toghe pur di “scudarla” con l’immunità.
Che nessuno pensi di combattere una battaglia che sia solo di facciata, è dunque il messaggio. Che nessuno pensi di potersi sfilare dalla lotta. Giusi non può cadere. Da giorni, a palazzo tutti attendevano solo l’ufficialità dell’indagine a carico della magistrata. Nessuna sorpresa, dunque. Neanche per Meloni.
La premier, come sempre in queste circostanze, sceglie di mostrarsi cauta. Considera l’indagine su Almasri un atto ostile contro il suo esecutivo, dunque sa che alla fine dovrà difendere anche Bartolozzi. Semmai, riferiscono fonti a lei vicine, teme di far passare un messaggio che potrebbe rivelarsi pericoloso sul fronte del consenso: quello di un esecutivo che protegge i suoi a colpi di voti parlamentari.
Anche perché nelle prossime settimane si vota, partendo dalle Marche in cui corre un candidato di Fratelli d’Italia: non è il momento di rischiare boomerang.
Eppure, come detto, Bartolozzi è talmente al centro delle scelte strategiche di questo esecutivo che la destra non potrà che difenderla. Con un obiettivo: allontanare il problema, spingendo in avanti il momento della verità. Pesa anche un elemento psicologico, in queste ore. E risponde al nome di Matteo Renzi. È, paradossalmente, lo scudo più efficace per la magistrata: quanto più l’ex premier la attacca, tanto più a Palazzo Chigi cresce la voglia di difenderla.
Nemici comuni, alleanze di necessità. Buone a superare dubbi, resistenze, screzi. Perché Bartolozzi, di avversari interni, ne ha parecchi. E non solo a Palazzo Chigi, dove da tempo si discute delle sbavature attribuite alla magistrata nella gestione della vicenda (e dove Mantovano ha deciso di spostare la regia per gestire eventuali nuovi casi internazionali simili a quelli di Almasri).
C’è pure la macchina di via Arenula, che da mesi vive con fastidio gli avvicendamenti interni decretati dalla capo di gabinetto. E poi ancora il risentimento dei colleghi che lavorano negli altri ministeri, con cui Bartolozzi si interfaccia per la stesura dei provvedimenti. Eppure, alla fine dovranno difenderla. Tutti. Anche a costo di forzare la mano.
(da Il Foglio)
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