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DOPO LA ROVINOSA CADUTA DI BAYROU, MACRON CERCA UN NUOVO PREMIER (LA FRANCIA E’ SULL’ORLO DEL CRAC)

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

I SOCIALISTI SPINGONO PER IL SEGRETARIO OLIVIER FAURE. SCENARIO COMPLICATO: IN QUESTO CASO I REPUBBLICANI TOGLIEREBBERO IL SOSTEGNO AL PRESIDENTE. LE IPOTESI DEI MINISTRI MACRONIANI LECORNU E DARMANIN …SECONDO UN SONDAGGIO, IL 49% DEI FRANCESI VORREBBE LE DIMISSIONI DI MACRON

Solo i banchi gremiti di inizio seduta restituiscono la solennità del momento: il governo francese che cade di lì alla fine del pomeriggio, il quarto in tre anni appena, sepolto da 364 voti contrari a fronte di appena 194 favorevoli.
Il primo ministro François Bayrou che con tono teatrale lancia un ultimo appello – «potete rovesciare il governo ma non potete cancellare la realtà», riferendosi allo stato malmesso dei conti pubblici –, le urla e i mormorii da una parte all’altra dell’emiciclo, il rosario di dichiarazioni dei capigruppo che di Bayrou si occupano il giusto, preoccupati piuttosto del dopo.
Concentrati cioè sull’unica vera suspense, per le forze politiche e per il Paese: quello che succederà da oggi in poi.
A dicembre, insediato alla guida del governo dopo un energico braccio di ferro col presidente Emmanuel Macron, l’ormai ex premier aveva chiarissimo di avere il compito di scalare un «Himalaya», quello dei conti pubblici in difficoltà: nove mesi dopo, precipitato molto prima di raggiungere la vetta, è su quell’argomento che imposta tutto il suo discorso di addio.
In questa chiamata al voto che definisce una «prova di verità» –
e che gli osservatori in queste settimane hanno invece giudicato variamente, da suicidio politico a scommessa folle – snocciola dati da capogiro: 3415 miliardi di debito pubblico e 51 anni che la Francia «non ha un bilancio in pareggio».
«La riduzione del debito è una questione vitale per il nostro Paese», declama accorato facendo lo slalom tra i buuu e le risate dell’opposizione – «se voi urlate io intanto bevo», ostenta pazienza –, «essere sottomessi al debito è come esserlo alle armi: si perde la libertà», predica, e bisogna fare qualcosa per i giovani, «una generazione che si sente sacrificata». Assume insomma la postura del buon padre di famiglia chiamato a dire la verità ai figli spendaccioni: basta sperperare, non ce lo possiamo più permettere.
Un bagno di realtà forse necessario ma che ha un limite – da quarant’anni in politica, dov’era lui quando, governo dopo governo, non si correva ai ripari? – e si tramuta in un involontario assist per la leader del Rassemblement national Marine Le Pen.
«Dirigenti di destra e sinistra: voi siete colpevoli, voi sostenete il sistema da quarant’anni», scandisce tra gli strilli dei suoi, rientrati in Aula a ranghi compattissimi a sottolineare ogni suo sospiro con un applauso a scena aperta.
Se l’ostracismo di cui il Rassemblement national è stato fatto oggetto per anni ha un vantaggio, beh questo è proprio poter dire oggi: i conti sono sballati? Di certo non è colpa nostra. E lo sa talmente bene, la leader dell’estrema destra, che, archiviata la pratica Bayrou – «oggi finisce l’agonia di un governo fantasma» – si concentra nel suo intervento sul dopo, invitando il presidente Macron a riportare il Paese al voto: «Sciogliere l’Assemblea nazionale non è un’opzione, è un obbligo». Convinta com’è di poter agguantare, in caso di elezioni, una maggioranza. E
superare il problema dell’ineleggibilità, che le è stata inflitta dopo una condanna in primo grado: proprio ieri, è stata fissata la data del processo d’appello tra il 13 gennaio e l’11 febbraio prossimi.
Ma madame Le Pen non è l’unica a rivolgersi da lì, dall’Aula che si svuota appena finisce di parlare Bayrou, direttamente al convitato di pietra Macron, immaginandolo davanti alla tv nel Palazzo dell’Eliseo a un chilometro di distanza.
I socialisti si propongono per la guida di un nuovo governo – «Macron faccia il suo dovere: noi siamo pronti, ci venga a cercare» –; gli insoumis di Jean-Luc Mélenchon, presente e soddisfatto in tribuna, chiedono che il presidente segua a ruota Bayrou nelle dimissioni.
Contro Macron, presenteranno il 23 una mozione di destituzione: con scarse possibilità di successo, ma utile a tenere alta la pressione sull’uomo che, da oggi, ha in mano il boccino. In giornata riceverà Bayrou per accettarne le dimissioni, dopodiché, ha fatto sapere ieri sera, nominerà un successore nei prossimi giorni, che avrà l’arduo compito di provare a far partire un altro governo senza una maggioranza.
Almeno in un primo momento, Emmanuel Macron si metterà alla ricerca di un nuovo premier da nominare il prima possibile. I socialisti spingono per vedere a capo di un governo uno dei loro, magari il segretario Olivier Faure, facendosi forza della vittoria ottenuta dall’unione della gauche alle legislative. Ma una simile mossa ha poche speranze di essere finalizzata perché porterebbe i Repubblicani a togliere il sostegno al presidente.
Il totonomi in questi giorni si è concentrato su figure più macroniane, come quelle del ministro della Difesa, Sébastien Lecornu, e del guardasigilli, Gérald Darmanin. Tra i papabili il
titolare del dicastero dell’Economia, Eric Lombard, considerato più a sinistra dei suoi colleghi.
Tra le ipotesi, lo scioglimento dell’Assemblea nazionale e le elezioni anticipate. Sebbene al momento non sia preso in considerazione da Macron, questo scenario è fortemente voluto dal Rassemblement national che per i sondaggi è in testa alle intenzioni di voto.
Tornare alle urne dopo la precedente dissoluzione annunciata la sera delle europee del 2024 sarebbe “un obbligo” secondo Marine Le Pen, pronta a sacrificare il posto da deputata.
La condanna all’ineleggibilità inflitta alla leader di estrema destra nell’ambito degli impieghi fittizi al Parlamento europeo le impedirebbe la candidatura (appello dal 13 gennaio al 12 febbraio), ma c’è un nuovo ricorso al Consiglio costituzionale.
Le dimissioni di Emmanuel Macron sembrano essere lo scenario più improbabile.
L’inquilino dell’Eliseo, almeno al momento, non è intenzionato a seguire le orme di Charles de Gaulle nonostante La France Insoumise spinga verso un’uscita di scena del proprio capo dello stato. Il coordinatore della formazione di estrema sinistra, Manuel Bompard, presenterà oggi una mozione di destituzione all’Assemblea nazionale, che ha pochissime speranze di essere finalizzata.
Secondo un sondaggio condotto da Toluna Harris Interactive per il settimanale Challenges, il 49% dei francesi vorrebbe vedere il proprio presidente abbandonare l’incarico.

(da agenzie)

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LA RAGAZZA AGGREDITA DAL PADRE PERCHE’ LESBICA: “NON CAMBIERO’ IL MIO COGNOME, E’ LA MIA VITTORIA, UN SIMBOLO DI RISCATTO”

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

LE MINACCE A LEI E ALLA MADRE, POI L’INTERVENTO DEI CARABINIERI

Lei, 24 anni, è la ragazza lesbica maltrattata dal padre. Che voleva che cambiasse cognome. Ma non lo farà: «Voglio che quel cognome, con me, diventi un simbolo di riscatto. È una vittoria tenerlo ancora e crescere i miei futuri figli in una famiglia sana, diversa da quella che ho conosciuto», dice oggi al Corriere della Sera.
La sua storia inizia nel 2020 quando l’uomo, 51 anni, torna a vivere a casa dell’ex moglie. E impone regole alle figlie: «Dovevamo coricarci alle 21, mentre lui rimaneva in cucina a bere».
Nel 2021
Nel 2021 la situazione degenera: «Tornai a casa alle 22.30, lui era ubriaco. Iniziò a insultarmi, “lesbica di m…”, “Devo essere il tuo Hitler”, poi cercò di colpirmi. Mia madre si mise in mezzo e chiamò la polizia».Ma senza denunciare. Poi la svolta con l’app Youpol, che consente ai carabinieri di beccarlo in flagranza: «Se mia figlia non si toglie il mio cognome la prendo e l’ammazzo e poi mi uccido io».

(da agenzie)

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MAMMA CACCIATA DAL SUPERMERCATO PERCHE’ LA FIGLIA “DISTURBA I CLIENTI” PIANGENDO

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

PER CAPIRE CHE PAESE DI MERDA SIAMO DIVENTATI, DOVE UN BIMBO CHE PIANGE “DA’ FASTIDIO”… LA DIREZIONE DELLA CATENA SI SCUSA E PROMETTE VERIFICHE INTERNE

«Sua figlia disturba gli altri clienti, la invitiamo a uscire». Con queste parole, un’operatrice di un supermercato di Oderzo, in provincia di Treviso, ha allontanato una giovane madre che stava facendo la spesa insieme alle due figlie. La più piccola, due anni e mezzo, aveva iniziato a piangere, come spesso può accadere con i bambini, mentre la mamma cercava invano di calmarla con
una mano, tenendo l’altra figlia accanto a sé. Mortificata, la donna ha lasciato i carrelli e se n’è andata. Successivamente, però, ha deciso di non restare in silenzio.
Le scuse del supermercato
E, come riferisce Il Gazzettino, ha scritto alla direzione del punto vendita: «L’attenzione al cliente forse andrebbe rivista, perché i clienti sono tanti, dai più giovani agli anziani, e di maleducazione da parte degli adulti ne vedo molta. Trovo giusto mettere al corrente la direzione della scarsa comprensione rispetto ad episodi che purtroppo possono accadere e che vorremmo tutti evitare». Dal supermercato sono arrivate scuse ufficiali e l’annuncio di verifiche interne. «Lo ritengo già un passo avanti», commenta.
Peggio di una ladra
«Quel che mi dispiace è che siano stati proprio gli altri clienti a farmi mandar via. Tempo fa, quando la mia figlia maggiore era più piccola e alla cassa si stava innervosendo, un’altra cliente mi aveva dato una mano a riempire le buste della spesa. Così da uscire rapidamente. Avevo molto apprezzato quell’aiuto. Stavolta, una signora che ci è passata accanto non solo ci ha guardato storto, ma ha cercato con un verso di zittire la piccola», aggiunge. La madre riferisce di aver provato grande disagio per quanto subito: «Mi sono sentita peggio di una ladra. Chi ruba, chi cerca di fare il furbo, lo trattengono lì accanto alla cassa. Io invece sono stata mandata via, uscendo da lì mortificata come madre».

(da agenzie

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STEFANO BENNI E’ MORTO: ADDIO ALLO SCRITTORE DI MARGHERITA DOLCEVITA

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

AVEVA 78 ANNI ED ERA MALATO DA TEMPO..TRA I SUOI LIBRI BAR SPORT E LA COMPAGNIA DEI CELESTINI

È morto lo scrittore Stefano Benni. Aveva 78 anni, ed era malato da tempo. La notizia della scomparsa è stata confermata all’Adnkronos dalla sua casa editrice Feltrinelli. Lo scrittore, saggista, giornalista e drammaturgo bolognese, è stato autore di romanzi di grande successo tra i quali Bar Sport, Margherita Dolcevita, La compagnia dei celestini. Benni era nato a Bologna il 12 agosto del 1947. Negli anni, oltre a romanzi, racconti e poesie, aveva scritto anche testi per gli spettacoli tv di Beppe Grillo. Nel 2015 ha rifiutato il premio Vittorio De Sica come forma di protesta per i tagli del governo Renzi alla scuola e alla cultura.
I libri e i racconti
Tra i suoi romanzi più importanti anche Comici Spaventati Guerrieri, Baol, Spiriti, Saltatempo, Il Bar sotto il mare. Negli anni ha collaborato con l’Espresso e con Panorama, ma anche con il settimanale satirico Cuore. La sua produzione letteraria ha attraversato generi e decenni. Il libro che lo ha reso famoso è Bar Sport, prima edizione Mondadori nel 1976. Negli anni Benni aveva ampliato il suo repertorio scrivendo testi teatrali, poesie,
favole, opere musicali e graphic novel. Tra i suoi titoli più recenti: “Giura” (2020), il poema “Dancing Paradiso” (2019) e il docufilm autobiografico “Le avventure del Lupo” (2018). Proprio “il Lupo” era il soprannome che Benni portava con sé fin da bambino, legato all’infanzia trascorsa nei boschi dell’Appennino bolognese e diventato, nel tempo, simbolo di uno spirito solitario, ribelle, indomito.
Ha debuttato come regista nel 1989 – con Umberto Angelucci – nel film ‘Musica per vecchi animali’, tratto un suo romanzo, con Dario Fo e Paolo Rossi. Più di recente aveva firmato l’adattamento cinematografico di ‘Bar Sport’.
(da agenzie)

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SE PUTIN CREDE ANCORA DI VINCERE

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

I VOLENTEROSI DEVONO ESSERE PIU’ REALISTI

In quattro anni mi sono accorto che scrivere di Vladimir Putin è uno dei compiti più difficili. Devi dire quello che sai. Devi dire quello che pensi sia vero. Devi chiederti perché ha voluto aggredire così platealmente l’Ucraina e perché continui, persino a dispetto di vantaggi immediati e non irrilevanti, a smontarla pezzo dopo pezzo. La boriosa e fallimentare esperto-crazia dell’ex Occidente lamenta e accusa alla svelta: non vuole la pace! Vuole solo prolungare la guerra! Si avanza l’idea che in Putin ci sia una particolare spietatezza, una crudeltà quasi calcolata, forse perfino una attrazione per il dolore (degli altri). Ho già letto qualche cosa di simile quando si parlava di Saddam Hussein (un altro nostro ex amico carissimo). Perché? Per che cosa? Perché ora? Perché rilancia trattative e bombarda, si dice disponibile e poi avanza, promette e non mantiene: al prossimo vertice forse… Se … Ma…
Biografie così estreme che, secondo alcuni smodati propagandisti, sfiorano la descrizione del Male, il male storico, geopolitico (quell’altro, teologico, non conta), richiederebbero un modo di scrivere nuovo e duro per dire la verità. Richiedono il ricorso a parentesi, punti esclamativi e due punti.
Forse la questione è molto semplice. Se sei vittorioso, soprattutto in guerra, la gente ti ama. La forza è tutto. Insomma, il mondo è di chi lo vuol prendere. Lo abbiamo insegnato proprio noi, i globalisti della superiorità morale, purché si finga di rispettare ciò che con ridicola gravità chiamiamo «i diritti».
Putin il Semplificatore resta rigorosamente fedele a una constatazione: il mondo ammira il potere più della compassione o della giustizia. E con il potere purtroppo, prima o poi, viene anche il rispetto, non soltanto nel suo mondo di autocrati, soprattutto nel nostro, quello democratico, il mondo del Bene.
Se non fosse così come avremmo accettato di avere la mano un po’ pesante in molte guerre da noi predefinite «giuste’»; o con i migranti che dovrebbero essere l’alimento del nostro bene assoluto, ma se non è assoluto che bene è?; come da 76 anni potremmo assistere un po’ annoiati alla scia di sangue tra israeliani e palestinesi, al Sudan, eccetera?
Putin sa che la guerra, qualsiasi tipo di guerra, ha una sua logica spietata a cui non puoi apportare eccezioni o scorciatoie: conosce soltanto due epiloghi, vittoria o sconfitta. Il pareggio esiste esclusivamente in uno sport, il calcio. La Corea è a torto considerata una guerra finita senza vincitori né vinti. È falso: l’hanno persa gli americani. Per vincere avrebbero dovuto usare l’atomica come chiedeva Mc Arthur. Non ne hanno avuto, per fortuna il coraggio.
Allora la guerra che Putin ha avviato nel 2014 con gli Stati Uniti marciando sul corpo dell’Ucraina usata come pretesto, palcoscenico e oggetto da calpestare non può finire in pareggio. A questo punto, dopo quattro anni, l’uomo del Cremlino ritene di aver messo in piedi con la sua spietata risolutezza, e soprattutto per la mediocrità del nemico, una ragionevole possibilità di vittoria. Ha resistito alla coalizione delle «invincibili’» democrazie, avanza sul campo. Doveva restare isolato come un appestato. Danza pubblici minuetti con potenze come l’India, la Cina che ha inventato un neologismo «baizuo» per deridere il progressismo ipocrita degli ex padroni del mondo. Che altro? Ha una sola via da seguire, guadagnare tempo, lasciare che i suoi metodici generali rosicchino con feroce pazienza sempre più il corpo vivo della Ucraina e la resistenza dei sostenitori di Volodymyr Zelensky.
Sul fronte dei cosiddetti Volenterosi, in questa dolorosa guerra per procura, fatta di sanzioni, materiali e chiacchiere, è maturato un linguaggio tutto loro. In ogni convegno o vertice, nei post diB varie Eccellenze compaiono frasi come «pace giusta» (non ho mai scoperto chi ha coniato questa espressione vuota), «riavviare la diplomazia», «garanzie per la sicurezza futura dell’Ucraina», «moralità e necessità del riarmo», «soldati Nato in Ucraina come peacekeeper».
Il linguaggio, l’uso delle parole dovrebbe liberarci. Ma nel caso dell’Ucraina, come del vicino Oriente, servono ai politici occidentali per trasformare avvenimenti complessi della Storia in favolette facili e semplici da digerire per opinioni pubbliche purtroppo distratte, con tanto di buoni e cattivi scelti per conto nostro dai governi, in un assortimento di valori morali, civiltà europea, imperialismi ovviamente altrui, che sembrano tirati giù dagli scaffali di un supermercato. Al Cremlino Putin avrà certo una parete dedicata ai ritratti dei politici occidentali di cui ha collezionato lo scalpo: Joe Biden, Boris Johnson, Justin Trudeau… Avrà tenuto spazio per i prossimi; Emmanuel Macron, Keir Starmer, Ursula von der Leyen… Guadagnar tempo, attendere… Dopo Anchorage e Pechino, dove verrà srotolato il prossimo tappeto rosso per il «criminale»?
Domenico Quirico
(da lastampa.it)

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NON ERA MEGLIO DON CAMILLO?

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

SE PROPRIO VOGLIONO INSISTERE SULLA FANTASY, I SEGUACI DELLA MELONI, INVECE CHE ATREJU E FENIX, POTREBBERO OPTARE PER DON CAMILLO (ANCHE SE DON ABBONDIO SAREBBE PIU’ CONSONO AL RUOLO)

Dopo Atreju ecco Fenix: la destra meloniana sarà anche patriottica ma per le sue manifestazioni sceglie nomi da fumetto fantasy, come quelli che chiamare un figlio Giuseppe è banale, meglio Maverick: è da un bel pezzo che nell’onomastica pop i film e le serie tivù americane hanno rimpiazzato i santi del calendario e i nomi della tradizione nazionale.
Libero ognuno, come è ovvio, di scegliersi il nome che gli pare, ma ci si aspetterebbe dalla destra tradizionalista quello che la destra tradizionalista può e forse deve dare: un’indicazione di solidità e una rivendicazione di radici, contro i guasti e i vizi del mondialismo. Contro il logorio della vita moderna, come diceva la pubblicità del Cynar ai tempi di Almirante.
Macché. Atreju è un nome da saga nordica ricicciata, come si dice a Roma, in un romanzetto per adolescenti poi diventato un film sempre per adolescenti, e non si capisce come possa essere il nome di un raduno di adulti.
È un po’ come se ai miei tempi qualcuno avesse chiamato Mago Zurlì una festa politica.
Quanto a Fenix, si immagina che rimandi al mito della Fenice (si chiamava “La Fenice” del resto, anche un gruppo neonazista ai
tempi della mia giovinezza), ma se fai la ricerca su Google il primo risultato è “materiali e soluzioni per l’interior design”, Non so se vi rendete conto, l’interior design, roba da radical chic; e la mitologia va a farsi friggere.
Temo che ormai non sia possibile rimediare, ma come nome dell’adunata, se proprio si vuole insistere con il fantasy, non era meglio don Camillo, o anche Giovannino, che era il nome anagrafico di Guareschi?
(da repubblica.it)

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IL NOSTRO OCCIDENTE RINGRAZI L’ISLAM

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

LO STORICO FRANCO CARDINI: “LA NOSTRA TECNOLOGIA HA CONQUISTATO IL MONDO, MA E’ SUCCESSO PERCHE’ ERAVAMO ANDATI A SCUOLA DAI MUSULMANI, COME LORO ERANO ANDATI A SCUOLA DAGLI ANTICHI GRECI”

L’Islam: la religione che ha come libro sacro il Corano e che è la terza dopo ebraismo e cristianesimo a conoscere un solo Dio creatore e onnipotente: il che, d’accordo, non è affatto comune nella storia delle religioni.
Oggi l’Islam è, nelle sue varie confessioni, seguito da oltre un miliardo di persone in tutto il mondo; ma metà di quelle che seguono la religione cristiana; e insieme fanno la metà della popolazione del mondo.
Se vi recate in una grande biblioteca (le librerie ormai sono sempre meno: e di solito non granché fornite) o cercate attraverso i motori di ricerca, siete sommersi da un oceano d’informazioni, ma a meno che non siate specialisti dell’argomento non riuscite a orientarvi per ottenere un quadro semplice e limpido dell’argomento. Enciclopedie e manuali
scolastici (a parte quelli strettamente specialistici) vi danno informazioni generiche, poco esaurienti o troppo pedanti. La divulgazione, se non siete di bocca buona non vi convince. Le idee che circolano al riguardo vi rimbalzano un quadro allarmante: regimi tirannici, terrorismo, fanatismo, soggezione della donna, riti crudeli come l’infibulazione, organizzazioni terroristiche. E, nel passato, ecco i predoni, i pirati, i feroci guerrieri contro i quali abbiamo dovuto organizzar le crociate e difenderci fin quasi al Settecento. E oggi, gli assassini politici e i “tagliatori di teste”; a parte gli “emiri del petrolio” con i loro harem…
Poi arriva un tizio e vi propone un libro intitolato Grazie, Islam! Perdinci, ma che cosa c’è da ringraziare? La risposta corretta e pacata è: moltissimo. E per più ragioni.
Anzitutto, sebbene la celebre teoria storiografica di Henri Pirenne secondo il quale “il medioevo è cominciato con l’espansione dell’Islam” non è affatto così catastrofica come sembra. Non si trattò per l’Occidente di una “nuova invasione barbarica”: se non altro per l’ottima ragione che a quel tempo, il VII-VIII secolo, l’Europa era – come nell’età ellenistico-romana – decisamente meno sviluppata e “civile” dell’Oriente dal quale i musulmani provenivano. Poi perché la nuova cultura, insieme con Bisanzio, ricondusse presto il Mediterraneo all’antica prosperità. Quindi perché i musulmani – a differenza dei cristiani loro coevi – riconoscevano ai popoli che assoggettavano il diritto a mantenere la loro fede e i loro costumi, sia pure con qualche restrizione. E infine in quanto essi, provenienti appunto dall’Oriente asiatico ben più colto e civile del nostro Occidente (il “sorpasso” da parte nostra si sarebbe verificato gradualmente solo a partire dal XVI secolo), ci restituirono la nostra scienza grecoromana insieme con nuovi apporti persiani, indiani, cinesi: e insomma grazie ai contatti con loro fummo in grado di compiere, dal X secolo circa in poi, colossali passi avanti nelle scienze, nelle tecniche, nell’organizzazione civile e socioeconomica. Perché noi, con loro, non ci limitavamo a combattere: sviluppavamo rapporti diplomatici e scambi economici e culturali di ogni tipo.
Ricordate la grande Oriana Fallaci? Antimusulmana “senza se e senza ma”, essa amava obiettare che “gli arabi” non hanno mai inventato nulla. Nemmeno i numeri, che noi chiamiamo “cifre arabe” mentre in realtà sono indiane. Proprio così: ed è questo il punto. Il fatto è che il mondo musulmano è servito straordinariamente da mediatore, da “cinghia di trasmissione”.
Qualche esempio? Il primo vero e proprio ospedale moderno (con reparti di fisiologia, oftalmologia, chirurgia e ortopedia) venne fondato nell’827 da Harun al-Rashid califfo di Baghdad, quello delle Mille e Una Notte Il sistema universitario, noi europei lo abbiamo copiato di sana pianta a partire dal secolo XII ispirandoci a un’istituzione musulmana, la Bait al-Hikhma (“Casa della scienza”). Per non parlare di tutto quel che riguarda la matematica, l’astronomia, la medicina, la chirurgia (soprattutto l’oculistica), i metodi computistico-bancari… Mai sentito parlare del mercante pisano duecentesco Leonardo Fibonacci, per noi “l’inventore dei numeri arabi”? Dall’algebra
alla partita doppia, aveva imparato tutto dagli arabo-maghebrini dell’Africa settentrionale. Del resto queste cose da noi Federico II imperatore, Alfonso X re di Castiglia, il dottissimo san Tommaso d’Aquino – i nostri “divi” del XIII secolo – le sapevano benissimo. E Dante, che pure spedisce Maometto all’Inferno, salva invece i sapienti Avicenna e Averroè nonché perfino un principe siriano che aveva sconfitto i crociati: il Saladino.
L’elenco di tutto quello che l’Islam ci ha regalato sarebbe lungo. Limitiamoci a due nomi, quelli ricordati dall’Alighieri. Il tagiko-persiano Avicenna (Abu Ali al Husayn ibn Abdullah ibn Sina), vissuto tra 980 e 1037, filosofo, astronomo e medico. Quindi il berbero-ispanico Abuū al Walid Muhammad ibn Ahmad Ibn Rushd (noi lo chiamiamo Averroè), nato a Cordoba nel 1126 e morto a Marrakesh nel 1198, cui si deve il Kitab al-Kulliyyat fiīal-Tibb (“Trattato di medicina generale”), fra i testi più influenti della tradizione medica nei secoli a venire. Altro che Ippocrate e Galeno. E in Grazie, Islam! trovate altri millanta esempi del genere.
Certo, poi i tempi sono cambiati: la palla è tornata al centro ed è passata dall’altra parte. La nostra tecnica – le vele mobili che ci hanno permesso di navigare gli oceani, i cannoni che hanno piegato tutte le altre civiltà, Galileo e Newton… – ha conquistato e piegato il mondo. Ma è successo perché eravamo andati a scuola dai musulmani, come loro erano andati a scuola dagli antichi Greci. È così che va il mondo. Meditate, gente, meditate…
Franco Cardini
(da ilfattoquotidiano.it)

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GLOBAL SUMUD FLOTILLA, BARCA COLPITA DA UN DRONE IN ACQUE TUNISINE, A BORDO ANCHE GRETA

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

SIAMO AGLI AVVERTIMENTI MAFIOSI: “QUESTI ATTI INTIMIDATORI NON CI FERMERANNO”

Un ronzio, poi il botto. E subito le urla di chi era di guardia sul ponte e lancia l’allarme, sveglia l’equipaggio, dice di uscire fuori, fare in fretta: “al fuoco, al fuoco”.
Nella notte un drone militare ha colpito una delle principali barche della delegazione spagnola della Global Sumud Flotilla, la Family boat, su cui viaggiavano diversi membri del comitato organizzatore, fra cui Greta Thunberg, Yasemin Acar e Thiago
Avila. Le immagini diffuse dagli attivisti mostrano il momento esatto in cui l’ordigno viene sganciato, si sente distintamente il botto, ma al momento le autorità tunisine sembrano voler gettare acqua sul fuoco. “Secondo i primi accertamenti, si è verificato un incendio nei giubbotti di salvataggio”, ha detto all’Afp Houcem Eddine Jebabli, portavoce della Guardia Nazionale, sottolineando che “non è stato rilevato nessun drone”. I video subito diffusi dalla Global Sumud Flotilla però raccontano un’altra storia.
La Family boat, che nella serata di domenica ha raggiunto Sidi Bou Said, piccolo porto turistico nei pressi di Tunisi, era ormeggiata alla fonda insieme alle altre, in attesa di prendere il largo verso la Striscia.
“Il drone è arrivato sopra di noi e ha sganciato la bomba, improvvisamente tutto il ponte è andato a fuoco”, racconta Acar, nei mesi scorsi a bordo della Madleen insieme alla giovane ecoattivista svedese e come lei intercettata dall’Idf, trasportata ad Ashdod, detenuta e poi espulsa.
“A bordo stanno tutti bene e le fiamme sono state spente”, spiega in un video Acar. Al momento, non c’è prova che si tratti di un drone israeliano, ma nessuno – soprattutto dopo le esplicite minacce del ministro Ben Gvir – ha dubbi al riguardo.
La barca, battente bandiera portoghese, ha subito però danni importanti. Il ponte superiore è completamente bruciato o quasi, anche l’albero maestro ha subito danni e il fuoco ha divorato anche parte della stiva. Impossibile che continui in tempi brevi la
navigazione. “Ancora una volta – dice con voce incrinata da rabbia e indignazione Acar – hanno bombardato una barca con a bordo civili in territorio tunisino”. Anche a maggio è successo. Al largo di Malta, la Al Damir, la prima barca a vela della Flotilla che abbia tentato di raggiungere Gaza quest’anno, è stata colpita da due droni militari al largo di Malta e irreparabilmente danneggiata.
“Questo – afferma l’attivista – è un attacco contro di noi, contro una missione civile pacifica perché non ci vogliono lì. Non dobbiamo stare in silenzio, dobbiamo mobilitarci e farlo in fretta”.
Ferma la condanna che arriva dagli equipaggi di tutta la Global Sumud Flotilla. “Gli atti di aggressione mirati a intimidirci o a far fallire la nostra missione non ci fermeranno. Il nostro obiettivo collettivo di rompere l’assedio su Gaza e di esprimere solidarietà al suo popolo prosegue”. Non un passo indietro quindi. Del resto, era uno dei scenari ipotizzati quando è stata costruita la missione.
Adesso però bisognerà capire se e in che misura la flotta dovrà rivedere la tabella di marcia. I danni alla Family boat sono importanti, i lavori di riparazione inizieranno quando si potrà operare in sicurezza e dalle autorità tunisine, che sull’accaduto hanno aperto una formale inchiesta, arriverà il nulla osta, quindi al momento è impossibile immaginare tempi precisi. È plausibile che l’equipaggio trovi posto su altre imbarcazioni o che se ne cerchi una sostitutiva, ma sono tutte soluzioni allo studio in queste ore. Per la Global Sumud Flotilla, è la prima notte di rabbia, paura e apprensione. E tutti sono certi che non sarà l’ultima.
(da agenzie)

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COME PREVISTO IN FRANCIA CADE IL GOVERNO BAYROU, NON PASSA IL VOTO DI FIDUCI

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

COSA SUCCEDE ORA E CHE EFFETTO AVRA’ IN UE… MACRON PARE ORIENTATO AD ASSEGNARE L’INCARICO A UN SOCIALISTA SI AREA MODERATA

Il primo ministro francese Francois Bayrou ha perso il voto di fiducia dell’Assemblea nazionale sulla discussa legge di bilancio, cosa che di fatto decreta la caduta del suo governo. Era in carica dal 15 dicembre scorso. Il premier nel pomeriggio ha tenuto un discorso in Aula, e successivamente tutti i gruppi parlamentari hanno replicato. Il voto vero e proprio è partito attorno alle 18.30, e al termine sono stati annunciati i risultati. 194 voti a favore della fiducia contro 364 contrari. Il presidente della Repubblica Macron ha fatto sapere che sceglierà il nuovo primo ministro nei prossimi giorni.
“Fare cadere il governo non risolverà né le sfide che la Francia deve affrontare né i problemi del popolo francese”, aveva provato a dire nel suo intervento l’ex premier macroniano Gabriel Attal. “È la fine dell’agonia di un governo fantasma”, ha attaccato invece la leader di destra Marine Le Pen, chiedendo nuove elezioni.
Perché il governo Bayrou in Francia è caduto
La crisi politica in Francia era esplosa dopo il piano di bilancio presentato dal premier Bayrou con l’obiettivo di tagliare la spesa
pubblica di circa 44 miliardi di euro per ridurre l’indebitamento del Paese. Il primo ministro aveva richiesto la fiducia sul provvedimento, ma l’esito era apparso scontato fin dall’inizio. Le opposizioni infatti, sono state compatte e hanno votato contro la manovra finanziaria, criticata per i numerosi tagli e le misure impopolari che intende apportare per sanare i conti pubblici francesi. La crisi che sta attraversando il Paese da diverso tempo oramai sembra aver toccato un punto di non ritorno: il debito pubblico è destinato a superare il 115% del Pil entro la fine dell’anno, il deficit segna il 5,8%, mentre la crescita è ferma.
Alla situazione economica si aggiunge l’instabilità politica. Il parlamento francese è attraversato da profonde divisioni e il premier centrista, dopo meno di nove mesi a palazzo Matignon, si prepara ad essere sostituito in quella che si presenta come la quarta crisi di governo in meno di due anni.
Cosa farà Macron
Ora che Bayrou non ha ottenuto la fiducia dell’Assemblea nazionale è costretto a rassegnare le dimissioni. Il presidente della Repubblica Emmanuel Macron ha fatto sapere, con un comunicato dell’Eliseo, di aver “preso atto” della caduta del governo – incontrerà domani Bayrou per accettare le sue dimissioni.
Macron ha anche affermato che nominerà il successore del primo ministro “nei prossimi giorni”. Questo, almeno per ora, sembra allontanare l’altra possibilità che si presentava al capo dello Stato: sciogliere l’Assemblea nazionale e indire nuove elezioni dopo quelle anticipate di giugno 2024. Per Macron non sarà
semplice trovare un sostituto a cui assegnare l’incarico di formare un nuovo governo, o almeno uno che sia in grado di coalizzare una nuova maggioranza disposta a sostenerlo.
Lo scorso venerdì Macron ha incontrato il presidente del Senato, Gerard Larcher, mentre oggi è toccato alla presidente dell’Assemblea Yael Braun Pivet.
A quanto risulta, la scelta del capo dell’Eliseo potrebbe ricadere su un premier di sinistra moderata, forse il segretario del Partito socialista Olivier Faure, ma per ora sono solo indiscrezioni. L’idea sarebbe di trovare una figura che continui a opporsi alla destra del Rassemblement national, e che possa essere sostenuta anche dalle forze più centriste della sinistra.
Dopo le ultime elezioni, i partiti di destra hanno continuato a crescere nei sondaggi. Non a caso, intervenendo oggi in Aula, la leader del Rassemblement national Marine Le Pen ha detto che “per Macron la dissoluzione dell’Assemblea nazionale non è un’opzione ma un obbligo”. Dall’altra parte, la sinistra radicale di La France Insoumise ha chiesto che Macron si dimetta e si vada a nuove elezioni presidenziali: “Macron è ora in prima linea, di fronte al popolo. Anche lui deve andarsene”, ha scritto sui social il leader Jean-Luc Mélenchon.
Quali sono le conseguenze per l’Europa
La decisione di Bayrou di chiedere la fiducia sulla manovra è stata definita da molti come un gesto kamikaze, un suicidio politico annunciato, mentre il premier ha parlato di un atto “eroico”, “un sacrificio” per il Paese. Numeri alla mano, era chiaro fin dall’inizio che Bayrou non sarebbe riusciti ad ottenere
la maggioranza di voti necessari, se non con l’astensione della destra e dei socialisti. Finora aveva governato avendo solo una maggioranza relativa, che in un voto secco di questo tipo non poteva bastare.
La crisi francese potrebbe avere delle ricadute anche nel resto d’Europa, sia da un punto di vista economico che politico. Ad esempio, al momento la Francia è tra i Paesi alla guida della “coalizione dei volenterosi” a sostegno dell’Ucraina: un suo indebolimento, o un eventuale cambio di linea di un prossimo governo, potrebbe ripercuotersi sugli equilibri di potere interni all’Ue e travolgerli.
(da Fanpage)

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