Destra di Popolo.net

IN FRANCIA, A 5 GIORNI DAL VOTO DI FIDUCIA CHE CON OGNI PROBABILITÀ FARÀ CADERE IL GOVERNO DI BAYROU, IL RASSEMBLEMENT NATIONAL DI MARINE LE PEN E’ DATO IN TESTA (32%) NEL CASO DI ELEZIONI ANTICIPATE, LA SINISTRA VA MEGLIO SE È DIVISA (MELENCHON E’ AL 25%).

Settembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

CROLLANO I MACRONIANI, CHE FINIREBBERO AL TERZO POSTO CON IL 15% DEI VOTI. IL SONDAGGIO NON TIENE CONTO DEL SECONDO TURNO, QUANDO LE FORZE IN CAMPO POSSONO UNIRSI PER FARE BLOCCO, COME ACCADDE UN ANNO FA

Il Rassemblement National di Marine Le Pen arriverebbe ampiamente in testa nel caso di scioglimento del Parlamento e di convocazione di nuove elezioni politiche in Francia. Lo rivela un sondaggio pubblicato da Le Figaro, in cui i partiti della coalizione che sostiene il governo attuale appaiono in netto ripiego.
A 5 giorni dal voto di fiducia che con ogni probabilità farà cadere il governo di François Bayrou, un nuovo scioglimento anticipato delle camere, il secondo in due anni, condurrebbe ad elezioni legislative.
Nelle quali, l’unione delle destre estreme, il RN di Marine Le Pen e lUDR di Eric Ciotti, arriverebbe in testa con il 32-33%, sia che la sinistra si presenti unita (come un anno fa con il NFP, il Nuovo Fronte Popolare, che poi si è sciolto), sia che i partiti della gauche si presentino ognuno per sé.
Nel caso di un nuovo Fronte Popolare, improbabile viste le distanze fra i socialisti e La France Insoumise, quest’ultimo otterrebbe il 25% dei voti. Uno in meno del 26 che raggiungerebbero i partiti della gauche singolarmente.
Netta la caduta del campo dei macroniani, che finirebbe al terzo posto con il 15% dei voti.
Il sondaggio non tiene ovviamente conto del secondo turno, quando le forze in campo possono unirsi per fare blocco contro l’avversario, come accadde un anno fa con il “Fronte Repubblicano”. L’alleanza riuscì ad avere la meglio sull’estrema destra con la strategia delle desistenze per favorire, in ogni circoscrizione, chi si presentava contro il Rassemblement National.

(da agenzie)

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IL PRESIDENTE DEI MAGISTRATI CESARE PARODI AL CONTRATTACCO: “MAGISTRATI KILLER? LE FRASI DEL MINISTRO MUSUMECI MI HANNO AVVILITO. NON HO PERCEPITO NESSUNO CHE ABBIA PRESO LE DISTANZE DALLE SUE AFFERMAZIONI: NÉ DAL GOVERNO NÉ DALLE ASSOCIAZIONI DELL’AVVOCATURA. COL CENTRODESTRA IL DIALOGO È DIFFICILE”

Settembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

LA RISPOSTA ALLE PAROLE DELLA MELONI CHE AVEVA PARLATO DI “CONSEGUENZE” POICHÉ“LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA PROCEDE A PASSO SPEDITO” E LA PARTITA DEL REFERENDUM

«Magistrati killer? Le frasi del ministro Musumeci mi hanno avvilito, ma se posso ho una domanda anche io». Prego. «Non ho percepito nessuno che abbia preso le distanze dalle sue affermazioni: né dal governo né dalle associazioni dell’avvocatura. Sbaglio?».
In attesa che qualcuno dell’esecutivo lo smentisca, il presidente dell’Anm Cesare Parodi accelera sul referendum («il comitato sarà pronto tra 10 giorni») e non abdica alle cassandre che vedono l’esito dei quesiti in salita per chi auspica il blocco delle nuove leggi in materia di giustizia: «Non credo che la partita sia chiusa».
Presidente Parodi. Il 10 febbraio scorso disse a La Stampa di aver fiducia nel dialogo e di voler pacificare i rapporti tra esecutivo e toghe. Leggendo le dichiarazioni della premier e di alcuni ministri potremmo dire che non è andata benissimo. Perché?
«Credo che in questi anni si sia formato un pregiudizio negativo nei confronti della magistratura. Sia chiaro: la volontà di riformare e ridimensionare il nostro ruolo c’è stato per molto tempo, ma i governi passati non ci sono mai riusciti».
Pentito di aver cercato un dialogo?
«Macché, lo rifarei. Certo che ciò che ha detto Musumeci mi pare sia quanto di più lontano ci possa essere da una volontà dialogante».
Sorteggio del Csm, Alta Corte per il disciplinare, separazione delle carriere. Perché non siete riusciti a convincere il governo su niente?
«Purtroppo l’esecutivo di centrodestra ha stretto coi suoi elettori un patto che deve essere mantenuto a tutti i costi e questo ha impedito l’efficacia di un dialogo sulle modifiche in gioco e al contempo una valutazione specifica sulle conseguenze».
Le stesse di cui ha parlato Meloni?
«A quali fa riferimento?».
La premier ha detto: «Non mi sfugge che la riforma della giustizia procede a passo spedito e ho messo in conto le conseguenze».
«Provo a interpretare: siccome il governo e il presidente Meloni credono che in alcuni casi ci siano delle scelte condizionate dalla politicizzazione di alcuni di noi (tesi a mio giudizio infondata), il presidente teme, che ci possa essere un inasprimento di questi casi.
Sfugge un concetto: un governo fa le leggi con una finalità che si immagina immediata per chi le ha proposte, ma il magistrato non può applicarla senza inserirla in un contesto più ampio; dei valori costituzionali o delle direttive europee. Il magistrato non può isolare una norma da un contesto interpretativo anche se non è quello che la politica auspicava».
Vale per il centro di trattenimento migranti in Albania?
«È uno degli esempi che meglio calzano. E infatti si è espressa la corte di giustizia europea».
Cosa non le va giù di quanto avvenuto al netto della fermezza del governo a non accogliere le vostre proposte?
«Sarò franco: qualcuno vuole trasformare il referendum in un giudizio popolare sulla magistratura, per vincere il quale è necessario che i cittadini ne abbiamo un’immagine assolutamente negativa; al contrario, si dovrebbero votare solo sui valori messi in discussione da questa riforma».
Su cosa andranno a decidere se non su questo?
«La mia perplessità è più profonda: pur di arrivare a un risultato favorevole non vedo il minimo timore a gettare totale discredito sulla magistratura. Pensi ai commenti sui processi che nemmeno sono arrivati a un giudizio di primo grado: si parla già di errori dei pm e si invocano come lo specchio dell’asserita incapacità di questa magistratura. Ecco: se il prezzo per vincere è quello di demolire l’immagine dell’istituzione allora è troppo alto. Perché poi ci vorrà chi dovrà ricostruire la credibilità di un potere anche se riformato».
Dica la verità: quanto crede a un esito positivo per voi dalla consultazione popolare?
«Intanto va spiegato che non è un referendum come gli altri.
Il quorum non è necessario, sarà sufficiente la conta di chi decide di votare. Anche se la politica e più giornali dicono che sarà un’umiliazione per la magistratura, percepisco segnali anche molto positivi che mi portano a pensare che la partita non sia chiusa».

(da agenzie)

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CASO ALMASRI, ENTRO FINE MESE IL PRIMO VOTO IN PARLAMENTO SUL PROCESSO A NORDIO, PIANTEDOSI E MANTOVANO

Settembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

ECCO COSA SUCCEDERA’… IL RELATORE DEL PD FARA’ LA RICOSTRUZIONE SULLA BASE DI ATTI SEGRETI

I tempi della Giunta per le Autorizzazioni della Camera saranno brevi ed entro fine mese sarà presa la prima decisione. È il segnale che arriva dopo la riunione di questa mattina a Montecitorio che ha fissato un calendario piuttosto fitto per decidere la posizione da prendere sulla richiesta di processo nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano, accusati rispettivamente, dal tribunale dei ministri di Roma, di omissione d’atti d’ufficio e e concorso in favoreggiamento per aver rimpatriato in Libia il torturatore Najem Osama Almasri, ricercato dalla corte penale internazionale dell’Aja.
Il calendario
Il presidente della commissione, Devis Dori (Avs), ha proposto come relatore il Pd Federico Gianassi e la giunta, sebbene tra i malumori della maggioranza, ha preso atto della decisione che mette in mano all’opposizione la prima esposizione dei fatti contestati a pedine importanti del governo (dall’inchiesta è uscita la premier Giorgia Meloni, archiviata in fase di indagini preliminari). L’ipotetico calendario prevede che il 10 settembre Gianassi faccia la prima relazione, introduttiva, la settimana successiva, tra il 17 e il 19 vengano sentiti i diretti interessati (che possono non presentarsi o inviare memorie scritte), il 19 ci sarà la discussione generale, il 23 la proposta del relatore ed entro il 30 il voto finale. L’esito della votazione è dato abbastanza per scontato: la maggioranza voterà contro l’autorizzazione a procedere. A quel punto, però, in vista del voto dell’aula di Montecitorio, il relatore dovrà essere cambiato
e indicato nell’ambito del centrodestra e sarà poi lui a proporre all’Aula di negare l’autorizzazione a procedere.
Le tensioni in maggioranza
Nei giorni scorsi si era parlato di tensioni all’interno della maggioranza che imputerebbe al presidente, Luciano Fontana, di non aver fatto abbastanza per spingere il presidente della Giunta (che però è del Pd) a indicare un relatore di maggioranza. Anche se la ricostruzione, pubblicata dal Foglio, è stata smentita ufficialmente, più di un membro della Giunta, sia di maggioranza sia di opposizione, ammette l’esistenza di tensioni. Antonella Forattini, del Pd, all’uscita dice esplicitamente: «In particolare da Fratelli d’Italia c’è stata molta freddezza quando si è detto che il presidente della Camera e i suoi uffici non hanno alcun genere di responsabilità e del resto non è prassi che interloquiscano con il presidente della Giunta, che è tenuto al segreto».
La relazione di minoranza
Fatto sta che la relazione affidata alla minoranza potrebbe preoccupare il centrodestra: Gianassi, nell’argomentare la sua posizione, ha la facoltà di citare, anche per sintesi, i documenti arrivati alla Giunta e che per ora sono stati letti solo dai membri della commissione, senza grandi fughe di notizie. L’atto sarà a tutti gli effetti pubblico.

(da agenzie)

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XI JINPING HA LANCIATO UN MESSAGGIO: L’ORDINE GLOBALE NON SI NEGOZIA PIÙ SOLO IN OCCIDENTE. TRUMP E L’EUROPA COME RISPONDONO?

Settembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

L’AMBASCIATORE ETTORE SEQUI: “CON LA PARATA MILITARE LA CINA SI PROPONE COME ‘CUSTODE’ E SI OFFRE AL SUD GLOBALE COME ATTORE DI STABILITÀ”…L’UE DEVE DECIDERE SE APPIATTIRSI A WASHINGTON O COSTRUIRE UN’OFFERTA AUTONOMA VERSO IL SUD GLOBALE

Il Vertice SCO di Tianjin e la parata di Pechino sono un unico messaggio: diplomazia e potenza per dire che l’ordine globale non si negozia più solo in Occidente.
La dichiarazione finale della SCO rivendica un ordine “post-occidentale” basato su sovranità e non-ingerenza e dice in sostanza che il mondo può riorganizzarsi senza gli Stati Uniti e in parte contro di essi. La parata militare è il contrappunto, strumento cinese di comunicazione strategica: la Cina si propone come “custode” dell’ordine post-bellico, saldando memoria storica e legittimazione presente. Pechino si offre al Sud globale come attore di stabilità e, con il dittico vertice-parata, trasforma la vittoria sul Giappone in messaggio politico: la sovranità su Taiwan come prosecuzione dell’ordine del ’45.
Ciascuno ottiene ciò che gli serve. Pechino leadership, Mosca ossigeno e legittimazione, Nuova Delhi dà il messaggio che non accetta le imposizioni americane e che ha amici influenti.
Finora Pechino ha ottenuto un successo di comunicazione, utile a rafforzare la sua credibilità nel Sud globale e a giocare di sponda verso l’India. Più tattica che strategia: abbondano formule vaghe, come la banca di sviluppo SCO. Ma il messaggio più potente è l’immagine dei tre leader, Xi, Putin e Modi, che si stringono la mano, plastica rappresentazione di un’intesa di convenienza.
Il bilaterale Putin–Xi merita attenzione.
Pechino ha ridotto i timori, cresciuti dopo l’incontro Putin-Trump ad Anchorage, di un possibile “passo di tango” russo con Washington. Il prezzo è l’accordo sul gasdotto Power of Siberia 2: finora rimandato -Pechino non voleva accrescere la sua dipendenza energetica- ora vero ossigeno finanziario e legittimazione di un grande investimento per Mosca. In questo quadro, il rapporto russo-cinese è una convergenza funzionale: un matrimonio di convenienza.
L’India è il perno: colpita dai dazi americani, conserva energia russa scontata e segnala che non è vassallo di nessuno. Paese fondamentale per contenere la Cina è proprio Washington a spingerla verso Pechino. Per questo Nuova Delhi manifesta prudenza strategica: si avvicina senza allinearsi, mantenendo opzioni aperte.
L’Ucraina è la grande assente/presente. Paradossalmente la dichiarazione finale, approvata anche da Mosca, parla di integrità territoriale e rispetto della sovranità, ma non cita Kiev. L’assenza dice più di molte frasi: una parte del mondo ha normalizzato la guerra. Finché grandi acquirenti assorbono greggio e raffinati russi, la leva sanzionatoria non è decisiva.
Per l’Europa il dilemma è triplice. Primo: sanzioni. Senza consenso globale, la “massima pressione” sulla Russia è indebolita. Secondo: strumento diplomatico. Mentre Bruxelles insiste su “condanna + sostegno a Kiev”, altri Paesi costruiscono piattaforme che reinseriscono Mosca. Terzo: autonomia strategica.
Se Washington sceglie dazi e logica transazionale, l’UE deve decidere se appiattirsi o costruire un’offerta autonoma verso India e Sud Globale. L’Europa dispone ancora di tre asset decisivi- mercato, standard, affidabilità regolatoria -ma deve
smettere di proclamarli: vanno resi vantaggi concreti.
Con l’India significa investimenti e co-sviluppo; con Mediterraneo e Africa beni pubblici visibili -corridoi per grano, fertilizzanti, energia- invece di annunci. Solo così si risponde a Tianjin con una contro-tesi credibile: multipolarità ordinata, non antioccidentale.
Qui emerge il nodo americano. L’incertezza sparsa a piene mani dagli Stati Uniti -guerre tariffarie, oscillazioni diplomatiche e assenza di visione- permette alla Cina di federare le insoddisfazioni. Mentre Trump offre dazi e instabilità, Pechino propone governance globale, multilateralismo e stabilità.
La “Iniziativa per la Stabilità Globale”, lanciata a Tianjin, ancora generica ma affiancata ad altre iniziative cinesi su sicurezza, sviluppo e civiltà, mostra l’ambizione di Xi di costruire un quadro di multipolarità ordinata. È questa ambizione -contrapposta a una visione americana miope e tattica- che fa della Cina il catalizzatore delle frustrazioni altrui.
Tianjin e la parata del 3 settembre istituzionalizzano una multipolarità pragmatica che premia chi porta soluzioni e punisce chi esporta incertezza.
Tianjin ci dice che il mondo non è ancora multipolare per capacità, ma lo è già per opzioni. Cina e Russia usano la loro intesa per limitare il primato occidentale, e l’India sfrutta questa competizione per rafforzare la propria autonomia. Finché questi tre attori resteranno legati dall’interesse, l’Occidente non potrà più imporre da solo le regole del gioco.

Ettore Sequi
per “La Stampa”

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“L’ITALIA FA DUMPING FISCALE? BAYROU HA RAGIONE”. ALDO CAZZULLO, SPIEGA PERCHE’ LA CRITICA DEL PREMIER FRANCESE COGLIE NEL SEGNO

Settembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

“CONSENTIRE AI RICCHI STRANIERI DI PAGARE IN ITALIA 200 MILA EURO DI TASSE ALL’ANNO, ANZICHÉ LE DECINE DI MILIONI CHE PAGHEREBBERO NEI LORO PAESI, È UNA BEFFA NEI CONFRONTI DEI PARTNER EUROPEI E UN’UMILIAZIONE PER I CONTRIBUENTI ITALIANI ONESTI”

Penso che il primo ministro francese François Bayrou abbia perfettamente ragione. Consentire ai ricchi stranieri di pagare in Italia 200 mila euro di tasse all’anno, anziché le decine di milioni che pagherebbero nei loro Paesi, è una beffa nei confronti dei partner europei e un’umiliazione per i contribuenti italiani onesti.
Attrarre quattromila ricchi — in genere manager in pensione che si godono i bonus ricevuti per aver arricchito gli azionisti a furia di licenziamenti e delocalizzazioni — non serve affatto a creare posti di lavoro, se non qualche domestico (straniero pure quello), e in compenso fa lievitare ulteriormente i prezzi delle case, in particolare a Milano, meta preferita degli espatriati per motivi fiscali.
Anche per questo a Milano si costruiscono palazzi per miliardari mentre per un insegnante, un medico, un funzionario, insomma un salariato e quindi contribuente onesto, comprare casa è pressoché impossibile.
L’unica risposta che si può dare a Bayrou è che lo fanno anche altri Paesi. E che il passo successivo verso la costruzione europea dovrebbe essere un regime fiscale unico, per le persone fisiche e per le imprese, in modo che gli alleati europei la smettano di farsi la guerra.
Le imprese vanno in Olanda, i pensionati in Portogallo, i miliardari in Italia; e tutti insieme si fa la figura dei polli di Renzo che si beccano tra loro, sotto gli occhi più rassegnati che indignati di noi cittadini che non possiamo e non vogliamo sottrarci al nostro dovere nei confronti della società e dello Stato.

(da il Corriere della Sera)

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“SE DEVO CANDIDARMI, MI PERMETTETE DI FARLO DA UOMO LIBERO?”: ANTONIO DECARO, LA “MADONNA PELLEGRINA” DEI RIFORMISTI DEM, E LA BATTAGLIA PER CORRERE ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE PUGLIA SENZA AVERE TRA LE PALLE EMILIANO E VENDOLA

Settembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

“IO NON SONO UNO CHE NON AMA LITIGARE. FIGURIAMOCI SE VOGLIO SCONTRARMI CON QUEI DUE…” – IL RITRATTO DELL’EUROPARLAMENTARE, LA BATTAGLIA CONTRO I CLAN

A Bari, nei giri della politica, lo chiamano “la Madonna pellegrina”. Ovunque vada, folle di devoti che lo salutano e lo abbracciano. Antonio Decaro è l’investimento sicuro del campo largo pugliese. E l’europarlamentare viene proprio da quel mondo paesano cadenzato da processioni e riti.
“Mi sono sempre sentito di Torre a Mare”, frazione costiera del capoluogo pugliese dove ha sempre vissuto, sia quando era sindaco, sia oggi che presiede la commissione ambiente a Bruxelles, dove incontra ministri e capi di Stato, tutta un’altra statura politica rispetto ai tignosi consiglieri di provincia con cui dovrà trattare ora se diventa, come il Pd ha deciso, presidente di Regione.
Nel suo libro, “Vicino”, racconta i suoi nonni pescatori, e i pomeriggi passati con loro da bambino a rammendare le reti per catturare i pesci. Poi l’adolescenza in parrocchia e gli studi che lo hanno portato a diventare ingegnere dell’Anas, esperienza di cui ha fatto tesoro da amministratore, quando andava sui cantieri,
anche di notte, a controllare l’esecuzione dei lavori, con grande ritorno di like sui suoi social.
Il meglio della sua empatia, però, la sfodera dal vivo, esercitandosi nei balli di gruppo nelle piazze dei centri storici, o mimando coloriti aneddoti nei quali la sua parte preferita è quella dell’assessore maltrattato che vuole chiudere la città al traffico ma si scontra con automobilisti feroci che rivendicano il loro diritto domenicale alla “braciola” col ragù.
S’innamora della politica sentendo i comizi del padre, ferroviere e consigliere comunale socialista. Ha 34 anni quando, nel 2004, Michele Emiliano lo nomina assessore all’urbanistica. Rivoluziona la città, introducendo i parcheggi di scambio con i bus e il bike sharing, e da allora è un successo elettorale dopo l’altro: nel 2010 diventa consigliere regionale, nel 2013 entra in Parlamento, due anni dopo è sindaco di Bari.
Nel 2016 è acclamato presidente dell’Anci, l’associazione dei Comuni italiani, conquistandosi i sindaci con le sue battaglie su temi come il superamento del blocco delle assunzioni nei municipi, e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: piegato in due dalle risate, nel congresso del 2022 a Bergamo, quando lui dal palco racconta di essere andato a perorare la causa dei Comuni in predissesto al ministro Giancarlo Giorgetti: “Onestamente sembravamo Totò e Peppino quando dicevano “Noio vulevam savuar…”.
Poi c’è il sindaco accorato che convoca, nel 2024, una drammatica conferenza stampa per rispondere alla campagna del centrodestra all’indomani dell’invio, da parte del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, della commissione d’accesso per le infiltrazioni criminali nelle sue municipalizzate.
Mostra gli esposti in Procura e rivendica di essere stato sempre il primo a denunciare i clan, al punto di girare sotto scorta per aver liberato Bari dalle “fornacelle”, gli abusivi che arrostivano la carne sul lungomare. Forza Italia tappezza la città di manifesti:
“Vent’anni di sinistra, scandali e mafia”. Ma le indagini non lo scalfiscono e la gente gli dà fiducia: alle ultime europee viene eletto con 509mila voti, il più suffragato dopo Giorgia Meloni.
Ma fin dall’inizio della campagna elettorale, costellata di commozioni per la fine del suo mandato, tutti sapevano che il suo destino era la candidatura a presidente della Regione.
Senonché il suo padre politico, Emiliano, non lo vuole lasciar solo e annuncia di volersi candidare in lista in suo sostegno.
Subito dopo fa lo stesso anche Nichi Vendola, oggi presidente di Sinistra italiana e fino a dodici anni fa governatore pugliese. I due sono in eterno conflitto e lui vuole sentirsi autonomo.
Così la Madonna pellegrina della politica pugliese, sente che il suo mantello, tirato da due lati opposti, rischia di farlo cadere. Scomunica entrambi, imponendosi un tono arcigno che non gli si confà. E ne soffre: “Io non sono uno che non ama litigare. Figuriamoci se voglio scontrarmi con quei due, che stimo e ai quali voglio bene. Ma se devo candidarmi, mi permettete di farlo da uomo libero?”

(da La Repubblica)

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A BORDO DELLA FLOTILLA CI SONO QUATTRO PARLAMENTARI ITALIANI

Settembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

BENEDETTA SCUDERI (AVS) ANNALISA CORRADO E ARTURO SCOTTO (PD) MARCO CROATTI (M5S)

È la più grande missione marittima civile mai organizzata. Con un obiettivo ambizioso e piuttosto chiaro: rompere l’assedio navale di Gaza per far entrare cibo, acqua, medicinali e beni di prima necessità. Una flotta di 50 imbarcazioni con a bordo attivisti, giornalisti, avvocati e artisti di 44 Paesi che hanno deciso di aderire alla Global Sumud Flotilla.
Ma anche qualche politico italiano è pronto per imbarcarsi e dirigersi verso Gaza. Si tratta di quattro parlamentari del “Campo largo”: l’eurodeputata di Avs Benedetta Scuderi, l’eurodeputata del Pd Annalisa Corrado, il senatore del M5s Marco Croatti e il deputato del Pd Arturo Scotto.
Chi è Benedetta Scuderi
Eletta nel 2024 al Parlamento europeo con 19.434 preferenze. Benedetta Scuderi fa parte di Alleanza Verdi e Sinistra, la formazione guidata da Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. L’eurodeputata è stata la prima del gruppo ad annunciare la decisione di imbarcarsi sulla Global Sumud Flotilla.
“Lo dico dal Parlamento europeo, dove la complicità di governi e tantissimi politici con il genocidio e la pulizia etnica in corso a Gaza impedisce una risposta credibile da parte delle istituzioni”, aveva spiegato sui social. Dal 2019 Scuderi fa parte di Europa Verde e ha contribuito alla fondazione dei Giovani europeisti verdi, organizzazione giovanile del partito.
Annalisa Corrado
Annalisa Corrado è stata eletta nel 2024 al Parlamento europeo con 49.522 preferenze. Milita nelle file del Partito democratico e fa parte della segreteria nazionale guidata da Elly Schlein. In particolare Corrado è la responsabile dem per la Conversione ecologica, Clima, Green economy e Agenda 2030. Ingegnera meccanica e ambientalista di lungo corso, Corrado è responsabile delle attività tecniche del Kyoto Club. Insieme ad Alessandro Gassmann ha ideato il progetto #GreenHeroes, nato per valorizzare le esperienze virtuose legate al mondo della sostenibilità.
Chi è Marco Croatti
Marco Croatti è al secondo mandato da senatore nelle file del Movimento 5 stelle. Infatti è stato eletto sia alle elezioni politiche del 2018 che a quelle del 2022. Tra i fedelissimi di Giuseppe Conte, ricopre l’incarico di coordinatore regionale del partito in Emilia-Romagna. Mentre in Senato è il capogruppo del Movimento 5 stelle in commissione Finanze. Sui social Croatti aveva manifestato il suo sostegno in favore della Global Sumud Flotilla: “Sostengo questa missione che comporta davvero gravi rischi per questi coraggiosi volontari: per questo sarà importante che tutta l’attenzione internazionale e la luce dei riflettori accompagnino le imbarcazioni che salperanno tra poco”.
Chi è Arturo Scotto
Tra i parlamentari più vicini a Schlein Arturo Scotto è stato eletto deputato alle elezioni politiche del 2022. Con una lunga militanza di sinistra alle spalle, si tratta di uno degli esponenti dem che si è speso maggiormente per un’alleanza strutturale con il Movimento 5 stelle. Scotto non ricopre incarichi particolari all’interno del partito. A Montecitorio però è il capogruppo del Pd in commissione Lavoro: in quella sede ha seguito da vicino le battaglie parlamentari sul salario minimo e sulla settimana corta.

(da agenzie)

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“A BRESCIA MANCANO 150 AUTISTI DI BUS”, ORA LI CERCANO IN TUNISIA

Settembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

OVVERO QUANDO FA COMODO I MIGRANTI SONO I BENVENUTI

A Brescia mancano circa 150 autisti e per colmare il vuoto si guarda oltreconfine. Dal 2026, infatti, verranno avviati percorsi di formazione in Tunisia per futuri autisti, ai quali verrà garantito l’ottenimento dell’abilitazione professionale e la frequentazione
di un corso di lingua italiana da 150 euro. La formazione e il rilascio delle patenti avverranno nel pieno rispetto delle normative del nostro Paese, garantendo una preparazione identica a quella richiesta a qualsiasi altro conducente italiano.
Cosa c’entra la Tunisia nella ricerca di 150 autisti a Brescia
La situazione di Brescia riflette una tendenza sempre più diffusa a livello nazionale: la loro carenza sta mettendo in difficoltà molte aziende del settore, costrette a ricorrere a soluzioni innovative per far fronte all’emergenza. Ma come funziona il progetto? Come spiegato a Fanpage.it, questo rientra negli accordi previsti dal Piano Mattei: si tratta di un piano strategico promosso dal nostro governo e rivolto all’Africa. Ha l’obiettivo di incentivare collaborazioni su settori come energia, salute, agricoltura e infrastrutture.
E infatti, in questo caso specifico, il progetto – che è promosso e patrocinato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – prevede una collaborazione specifica con la Tunisia. Questo non riguarda esclusivamente la figura dell’autista, ma coinvolge diverse professionalità. Le aziende di trasporto pubblico possono attingere da questo bacino di lavoratori in base alle proprie esigenze, quindi anche per la ricerca di autisti, ma non solo.
Chi potrà candidarsi
Brescia Trasporti, insieme a Brescia Mobilità, ha manifestato interesse a partecipare sin dal momento in cui è stato inoltrato da Asstra (l’Associazione Nazionale del Trasporto Pubblico per gli operatori dei servizi pubblici). Ci sono stati alcuni incontri per portare avanti il piano e per decidere le modalità: al momento non ci sono ancora candidati selezionati né un numero definito di persone pronte a partecipare. Come spiegato a Fanpage.it, potranno avere precedenza i lavoratori di origine tunisina residenti in Italia e in seconda battuta coloro che arrivano dal paese africano. Non è ancora stato stabilito l’inizio della fase attiva: è possibile che i candidati prima dovranno svolgere una
formazione di base, poi una linguistica e vari test per essere selezionati al meglio.

(da Fanpage)

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GLI ORGANIZZATORI DI MILANO-CORTINA STABILISCONO CHE PER LE GARE OLIMPICHE OGNI MINISTRO (CON LE UNICHE ECCEZIONI DI MELONI E ABODI) AVRÀ A DISPOSIZIONE UN SOLO PASS, SENZA POSSIBILITÀ DI OMAGGIARE DEL BIGLIETTO AMICI, FAMILIARI, AMANTI O COLLABORATORI

Settembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

NELL’ESECUTIVO SCOPPIA LA PROTESTA VISTO CHE “PER I RAPPRESENTANTI DEGLI ENTI LOCALI SAREBBE PREVISTO ANCHE IL BADGE PER UN ACCOMPAGNATORE”… ALLA FINE, MAGICAMENTE, QUALCHE BIGLIETTO IN PIÙ PER I MINISTRI SALTERA’ FUORI (A CAPO DELLA FONDAZIONE MILANO-CORTINA C’E’ MALAGO’ CHE HA DETTO DI “TIFARE” PER GIORGIA MELONI: “IO SONO UN PATRIOTA”)

Niente “+1” per i ministri alle gare di sci. Un moto di sconcerto, che rischia di trasformarsi in incidente politico, turbinava ieri tra le segreterie dei dicasteri del governo Meloni. Motivo di tanta agitazione, gli accrediti per le olimpiadi invernali di Milano-Cortina.
Il fatto è questo: ieri mattina è stata convocata una video-call tra gli organizzatori dei Giochi 2026 e gli staff dei ministeri. Oggetto della tele-riunione, i pass per accedere alle competizioni.
O meglio, come si legge nell’invito, una discussione incentrata «sull’approfondimento del form dedicato al processo di raccolta dati per l’accreditamento dei Dignitari e degli eventuali accompagnatori».
Non è filata liscia. Perché nel corso della call – presenti gli organizzatori e appunto le segreterie di tutti i ministeri interessati
– secondo quanto riferiscono diverse fonti presenti, ai rappresentanti dell’esecutivo è stata fornita questa indicazione (non graditissima, diciamo): per le gare ogni ministro avrà a disposizione un solo pass per accedere alle competizioni.
Un unico tagliando. Senza possibilità di omaggiare del biglietto non solo amici o familiari, ma nemmeno un collaboratore. Nessun “+1” in lista, appunto.
Pochissime esenzioni: dal Quirinale alla premier, al ministro dello Sport, Andrea Abodi. Sottotraccia, secondo le stesse fonti, nell’esecutivo starebbe covando una certa irritazione. «Più che altro – viene spiegato – perché per i rappresentanti degli enti locali sarebbe previsto anche il badge per un accompagnatore».
Sindaci e autorità del posto avrebbero a disposizione un doppio accredito, i ministri no. A poco sarebbero bastate le rassicurazioni informali, nel corso della call, sul fatto che qualche biglietto in più alla fine potrebbe saltare fuori.
Rimarrebbe un intoppo: con i tagliandi ordinari non si può accedere nell’area riservata, ma ci si può accomodare semplicemente nelle tribune o nei posti adibiti ai comuni spettatori. Un cruccio, per chi magari vuole avere lo staff sempre a portata di mano, anche per esigenze di lavoro.
A taccuini chiusi, c’è chi parla già di una possibile trattativa governo-comitato, per allargare un po’ le maglie. Anche se le regole del Cio (con sede in Svizzera) sono rigidissime. Ai vertici della fondazione Milano-Cortina c’è invece Giovanni Malagò, a cui il governo non ha mai voluto accordare una deroga per restare al vertice del Coni dopo due mandati.

(da agenzie)

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