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CASAPOUND ATTACCA VANNACCI: “LA SMETTA DI RICHIAMARSI ALLA X DELLA DECIMA MAS”

Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile

IL LEGHISTA SI ERA DICHIARATO CONTRO TUTTE LE OCCUPAZIONI, IN RISPOSTA GLI STRISCIONI: “VANNACCI TACI”… CE NE HANNO MESSO DI TEMPO PER CAPIRE, MA ALLA FINE FORSE CI SONO ARRIVATI

È uno scontro tutto a destra quello che si sta consumando tra Roberto Vannacci e CasaPound. Dopo che il generale prestato alla politica, da qualche mese vicesegretario della Lega, si è scagliato contro “tutte le occupazioni abusive, che non hanno un tenore diverso a seconda di chi le effettua” — e quindi anche quella del palazzo di via Napoleone III a Roma; sgombero caldeggiato sull’onda dello sfratto del Leoncavallo —, ora il movimento neofascista lo attacca con decine di striscioni comparsi in tutta Italia. Due semplici parole: “Vannacci taci”.
“Rammarica constatare che Vannacci abbia scelto di rispondere come una qualsiasi Boldrini, senza avere il coraggio di evidenziare le differenze sostanziali tra CasaPound e i centri sociali, né di denunciare le connivenze che questi ultimi intrattengono da sempre con le istituzioni — si legge in una nota diffusa da CasaPound, a corredo degli striscioni affissi in giro per l’Italia —. Sarebbe bastato ricordare il bluff dello sgombero del Leoncavallo, che verrà presto ‘regolarizzato’ con un bando fittizio e un affitto irrisorio per l’affidamento di una nuova sede addirittura per novant’anni. Esiste una differenza netta tra legalità e giustizia e noi saremo sempre dalla parte della seconda”.
Vannacci ha più volte sfoderato simbologie che fanno parte del panorama neofascista. La X della Decima Mas di Junio Valerio Borghese, per esempio, o il ciondolo che sembrerebbe richiamare Ordine Nuovo. E anche su questo punto, CasaPound attacca il generale: “Vannacci, come chiunque altro, è libero di pensarla come vuole: ma smetta di strizzare l’occhio a un certo mondo, smetta di appropriarsi di slogan che non gli appartengono, smetta soprattutto di richiamarsi con leggerezza alla X della Decima Mas. Perché quegli uomini non sono caduti per l’ordine evocato dall’europarlamentare, bensì per il suo esatto contrario”, conclude la nota.

(da L’Espresso)

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DAVANTI A NOI UN ORIENTE ROSSO IMPERIALE E IPERCAPITALISTICO CON LA K DI KOMMUNISMUS

Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile

I CINESI HANNO BUTTATO IL LIBRETTO E TENUTO LA COPERTINA DI PLASTICA BUONA COME PORTAFOGLIO

Qui da noi in occidente non si fa che sbagliare e non si riesce nemmeno, come voleva Samuel Beckett, a sbagliare meglio, fallire meglio. Abbiamo visto la crisi delle democrazie nelle ondate elettorali e culturali populiste, nella piaga indecente dell’immigrazione e del contrasto all’immigrazione illegale e fuori controllo, nella crisi dei partiti, delle istituzioni e della divisione dei poteri, con il populismo penale all’arrembaggio dovunque (se ne accorgono anche Pedro e Begoña Sánchez), nel declino demografico, nelle dipendenze digitali, nel cattivo uso delle tecnologie, nella welfarista dissoluzione di famiglia scuola e costumi, nella caduta verticale del linguaggio, nella prostrazione di molti settori dell’economia non finanziaria eccetera.
Ci piaceva pensare che la questione fosse parte degli interna corporis dell’occidente. Ora si constata come il mondo appartiene in gran parte alle autocrazie extraoccidentali, ai loro eserciti, alla loro iattanza e sfacciataggine, alla loro alleanza con il cosiddetto Grande sud. Si vede che il vecchio e inservibile concetto propagandistico di “pericolo giallo”, la sinofobia
d’antan, quella dei cinegiornali fine anni Cinquanta primi Sessanta, assume in parata la veste del nuovo Mao, vestito come lui davanti al suo ritratto. Si vede che siamo di fronte alla pretesa di un nuovo ordine mondiale riscritto da regimi a partito unico, un ordine potenzialmente fondato su un sistema di alleanze e cooperazione costruito pezzo a pezzo da un fatale e banale istrione, un loser, insediato nell’età dell’oro alla Casa Bianca, colluso con il winner del Cremlino, il Mago: un oriente rosso imperiale e ipercapitalistico con la K di Kommunismus, un subcontinente eurosiberiano neoimperiale e rétro come si addice agli europei (la Russia di Putin) e il terzo un buffo ma minaccioso rimescolio dei due (Kim). Lo so, gli esperti di geopolitica ora diranno che non è tutto giallo né pericoloso quel che luccica. Sono più divisi di quanto appaia, India e Turchia sono state spinte tra le loro braccia, ma nessuna alleanza mondiale è destinata a reggere senza Stati Uniti e Europa, anche se si fanno avanti di brutto i nemici giurati del nostro modo di vita, capaci di imitarlo nei suoi aspetti viziosi o utilitaristici a patto di non cedere al suo senso più profondo, la democrazia liberale appunto. Si può sbagliare meglio, ma anche peggio.
Si può sottovalutare il mostriciattolo multiforme dei rinascimenti, e del rinascimento dei rinascimenti che è quello cinese, si possono dosare e attutire risentimento e paura. Cospirano contro di noi, come dice il narciso arancione, ma devono mangiarne di biada prima di terminare la loro corsa. Noi abbiamo il tech, l’individualismo, il sogno libertario, un mercato gigantesco e la tendenza globalizzante con cui chiunque deve fare i conti, siamo corrotti e corruttori, il nostro veleno è forte e disintegrante di cellule troppo chiuse, troppo rigide. Alla fine non è detto che non si ripresenti la tragedia del Grande balzo in avanti, della Rivoluzione culturale, con tutte quelle maiuscole rivelatesi minuscole fino alla svolta di Deng Xiaoping. Ma alla fine la svolta ci fu, la crescita bestiale pure, la crescita politico
militare è squadernata sotto i nostri occhi, e il partito unico o le autocrazie neozariste sono lì, blindate a ogni sussulto del falso maoismo libertario dell’intelligenza eurodemente degli anni Settanta: ribellarsi è giusto, si diceva con il Libretto rosso, la Cina non ce la farà a mantenere il sistema politico nel cambiamento del sistema economico e sociale, e invece. Aveva ragione Goffredo Parise: i cinesi hanno buttato il Libretto e tenuto la copertina di plastica, buona come portafogli e utile a molto altro.

(da ilfoglio.it)

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VANNACCI METTE LE MANI SULLA LEGA: FORTE DEI SUOI 150 CIRCOLI, DETTA LE CONDIZIONI PER I CANDIDATI ALLE REGIONALI

Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile

VUOLE AVERE VOCE NELLA COMPILAZIONE DELLE LISTE PER IL DOPO-ZAIA, TERREMOTANDO GLI EQUILIBRI VENETI DEL CARROCCIO … IL CONSIGLIERE REGIONALE DELLA LIGA VENETA, MARCO FAVERO: “IL PROBLEMA È CAPIRE SE LE POSIZIONI DI VANNACCI SIANO QUELLE DELLA LEGA. IO CREDO DI NO”

Bradisismo vannacciano nella Lega. In Toscana l’ex generale detta legge e mette all’angolo i leghisti doc che capitanati da Susanna Ceccardi si stanno ribellando, tanto che Matteo Salvini non sa che pesci prendere, pur se cerca di difenderlo, anche perché pure in Veneto sta montando la contestazione poiché l’europarlamentare è attivissimo nell’inaugurare circoli del suo «Mondo al contrario», di cui non si comprende il ruolo all’interno della Lega tanto che il rapporto coi militanti del Carroccio, in massima parte qui di estrazione zaiana, non è dei più tranquilli.
Il fatto è che in Veneto sono già 12 i circoli made in Vannacci, 150 in Italia. Ogni sezione deve avere almeno 10 iscritti, che pagano 20 euro. Una sorta di partito nel partito, tanto che con questo retroterra Roberto Vannacci vuole avere voce nella compilazione delle liste per il dopo-Zaia, terremotando gli equilibri veneti della Lega.
«Ma la nostra casa politica è la Lega- afferma il padovano Guido Giacometti, che per il suo successo nel fare proliferare le sezioni in Veneto è stato nominato membro della segreteria nazionale del Mac (Movimento Mondo al Contrario) e responsabile del
Nord Italia – certo, una Lega da vannaccizzare come ama dire il generale».
Sarà Giocometti, domani, a introdurre Vannacci alla Festa della Lega di Verona, tenendo a debita distanza i non pochi diffidenti che sottolineano l’incompatibilità dell’ex generale con Luca Zaia.
Come Giuseppe Pan, capogruppo regionale della Lega: «I team Vannacci in Veneto? Non mi pare siano iscritti alla Lega. E visto che l’ex generale è vice segretario federale spero che almeno si allineino ai nostri programmi e che Vannacci faccia campagna elettorale per la Lega e per il candidato presidente della Lega.
E dico “spero” ma dovrebbe essere normale».
Ancora più esplicito è Marco Favero, consigliere regionale della Liga Veneta: «La democrazia non è un sistema perfetto, ricordiamoci che Hitler e Mussolini sono saliti al potere con il voto popolare. Io non credo che sia possibile il ritorno del fascismo in Italia, ma possono tornare stili e comportamentali che appartenevano alla mentalità fascista.
E, sia chiaro, io non ce l’ho con Vannacci, il problema è capire se le posizioni di Vannacci siano quelle della Lega. Io credo di no. Lui tra l’altro continua a giocare sugli equivoci: Mussolini è uno statista? Era un criminale che ha trascinato l’Italia in una guerra disastrosa e Vannacci lo sa benissimo». Se in Veneto il pre-campagna elettorale in casa Lega è piuttosto problematico e ancora c’è da risolvere anche l’ufficialità della candidatura del leghista Alberto Stefaniquale successore di Zaia, in Toscana la discesa in campo di Vannacci ha di fatto bloccato le avances di Fi verso Carlo Calenda, dopo che quest’ultimo ha rotto con l’alleanza Pd-M5s capeggiata da Eugenio Giani (e Antonio Tajani sperava di prendere Calenda per la giacchetta).
Ovvero Vannacci, che ha appunto avuto carta bianca da Salvini di comporre le liste per le regionali toscane, ha deciso per una lista bloccata con dentro i suoi fedelissimi spazzando via la
possibilità delle sezioni della Lega di scegliere i candidati e facendo tabula rasa attorno alla Ceccardi e ai leghisti tradizionalisti.
Inoltre quando Ceccardi lanciò il nome di Elena Meini, capogruppo Lega in consiglio regionale, quale candidata del centrodestra alla presidenza, Vannacci la bloccò: «Non è la mia candidata e non lavoro per questa squadra». Aggiungendo: «Ceccardi dimentica di sedere a Bruxelles grazie al sottoscritto che le ha liberato il seggio».
Il che, tradotto, significa: la Toscana è mia e guai a chi me la tocca. Tanto che, alla fine, dal cappello del centrodestra non è uscita la Meini ma Alessandro Tomasi, FdI, sindaco di Pistoia. Un boccone amaro per i leghisti locali e per la Ceccardi e un clima da O.K. Corral all’interno del Carroccio toscano.
Intanto Vannacci tesse la sua tela e accoglie transfughi di FdI come Antonio Falzarano, passato da segretario del partito della Meloni a Lignano Sabbiadoro (Udine) a Vannacci (con lui hanno restituito la tessera in 80).
Dice: «Restituire le tessere non è un atto di vendetta, ma la triste constatazione della fine di un percorso con un partito che non ha saputo ascoltare. La speranza è che i vertici, a tutti i livelli, capiscano la gravità di una situazione che, a lungo andare, ha solo danneggiato l’interesse della comunità». Adesso inalbera il vessillo Vannacci for president.
Mentre Sabino Morano, dirigente Unicoop (Unione italiana cooperative) di Avellino sta cercando di promozionare il radicamento al Sud: «Ho deciso di lasciare la Lega quando si è fatta sostenitrice convinta del governo Draghi, una posizione per me incomprensibile politicamente. Oggi con Vannacci il partito dà spazio alle istanze sovraniste e quindi sono tornato».

(da “Italia Oggi”)

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LA DIFFERENZA TRA ITALIA E FRANCIA È CHE NOI ABBIAMO ACCETTATO IL DECLINO, OLTRALPE ANCORA NO

Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile

“IL NOSTRO DEBITO È AL 137% DEL PIL, LA SPESA PENSIONISTICA AL 16,3% DEL PIL, LA PRESSIONE FISCALE AL 43,5%, LA SPESA PUBBLICA SOPRA IL 48%. L’ECONOMIA CRESCE POCO O NULLA. L’ITALIA NON SI RIFORMA, NON CRESCE, MA CONVIVE CON IL DEBITO. LA MISERIA DIFFUSA, EVIDENTEMENTE, NON ALLARMA, ANZI RALLEGRA” … “LA BORGHESIA PRODUTTIVA FRANCESE NON HA ANCORA METABOLIZZATO L’IDEA DEL DECLINO. SI OPPONE, PROTESTA. IN ITALIA, INVECE, IL CETO PRODUTTIVO HA IMPARATO A SOPRAVVIVERE: ESPORTA QUANDO PUÒ, EVADE O ELUDE QUANDO NECESSARIO, RACCOGLIE BONUS QUANDO SPUNTA L’OCCASIONE…”. QUANTO DURERÀ ANCORA?

La crisi politica francese non si spiega soltanto con le dinamiche partitiche o con la personalità di Emmanuel Macron. È il risultato di fattori strutturali, ignorati o sottovalutati per decenni, che oggi esplodono in forma di instabilità istituzionale.
Non scomparirà di certo con le dimissioni di Bayrou e nemmeno se Macron venisse sostituito da Le Pen o da un altro esponente della destra francese alle prossime elezioni presidenziali.
Il dato di partenza è semplice: il debito pubblico francese ha superato il 110% del PIL (114,2% nel 2024 secondo Eurostat), con una spesa primaria che da anni eccede stabilmente il 55% del PIL.
Tra le principali voci di rigidità figurano la spesa pensionistica (circa il 14% del PIL, seconda solo all’Italia nella UE) e l’ampio comparto assistenziale e sanitario. In parallelo, la pressione fiscale ha raggiunto il 44% del PIL, seguita da Italia, Danimarca e Belgio.
Come in questi altri paesi non sembrano esistere margini per aumentarla ulteriormente senza effetti depressivi
In questo contesto, il “realismo tecnocratico” di Macron e del
suo governo ha tentato di introdurre correttivi minimi: la riforma delle pensioni, innalzando l’età legale da 62 a 64 anni; il contenimento di alcune voci di spesa; un’insistenza costante sulla necessità di avviare riforme per preservare la sostenibilità finanziaria.
Tuttavia, queste scelte si scontrano con gli interessi di gruppi sociali largamente maggioritari. In Francia il 28% della popolazione ha più di 60 anni (dati INSEE 2023) e i beneficiari netti della spesa pubblica superano ampiamente i contribuenti netti.
Non sorprende che ogni ipotesi di riforma mobiliti vaste proteste, che vengono strumentalizzate sia dalla sinistra – difesa integrale dello Stato sociale – sia dalla destra – difesa corporativa delle categorie protette. Se vi ricorda un altro paese che conoscete vuol dire che siete abbastanza fisionomisti.
L’analogia con l’Italia è infatti immediata. Nel 1992 la crisi valutaria e di bilancio mise fine alla Prima Repubblica: i mercati imposero una correzione drastica, la lira fu svalutata, si introdusse una patrimoniale (il famoso prelievo forzoso del 6 per mille) e si avviarono privatizzazioni.
Nel 2011, sotto la pressione dello spread oltre i 500 punti base e di un debito al 120% del PIL, il governo Berlusconi cadde lasciando spazio all’esperimento tecnocratico di Mario Monti. In entrambi i casi, la politica tradizionale fu incapace di gestire il vincolo esterno e si rifugiò in soluzioni d’emergenza.
Ma quelle soluzioni, come dimostra la traiettoria successiva, non hanno risolto i problemi strutturali.
I problemi strutturali si risolvono solo quando sono riconosciuti tali dalla maggioranza dell’elettorato[…]. Una tale forza in Italia non esiste e il tentativo di Macron di costruirne una in Francia sembra destinato a esaurirsi presto.
Vale la pena notare che oggi l’Italia non è in condizioni molto diverse dalla Francia. Il nostro debito è al 137% del PIL, la spesa
pensionistica al 16,3% del PIL (dati Eurostat 2023), la pressione fiscale al 43,5%, la spesa pubblica sopra il 48%. L’economia cresce poco o nulla: dal 2000 al 2023 il PIL pro capite italiano è aumentato di appena il 2,7%, contro il 15% della Francia e il 25% della Germania. A differenza della Francia, tuttavia, l’Italia ha già da tempo accettato questa condizione di stagnazione.
Non si riforma, non cresce, ma convive con il debito attraverso continue ricomposizioni politiche e compromessi sociali. I salari stagnano, a volte persino flettono, ma gli aumenti nel numero di occupati – accompagnati da un ulteriore calo della produttività – sembrano compensare questi dati negativi agli occhi dell’opinione pubblica. La miseria diffusa, evidentemente, non allarma, anzi rallegra: mal comune, mezzo gaudio.
La borghesia produttiva francese, soprattutto quella legata all’industria e all’export, non ha ancora metabolizzato l’idea del declino. Si oppone, protesta, chiede che il paese resti competitivo. [
In Italia, invece, il ceto produttivo ha imparato a sopravvivere nella bassa crescita: esporta quando può, evade o elude quando necessario, si adatta alla contraddizione fra alta pressione fiscale e spesa pubblica inefficiente, raccoglie bonus quando spunta l’occasione. La borghesia produttiva italiana sembra aver accettato l’assenza di crescita, ma la temporanea pace sociale così ottenuta non è detto possa continuare ancora a lungo.
La crisi politica francese è dunque uno specchio che ci rimanda la nostra immagine di dieci o quindici anni fa.
La differenza è che l’Italia ha scelto la rassegnazione, mentre in Francia lo scontro è ancora aperto. Resta da vedere se la reazione francese produrrà un aggiustamento vero o se, come accaduto a noi, si risolverà in un lento accomodamento al declino.

(da “il Sole 24 Ore”)

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L’IRONIA DEL CARDINAL ZUPPI CHE DICE ALLA MELONA TANTO CRISTIANA: “ANCH’IO SONO STATO AL MEETING DI RIMINI, ANCH’IO SONO CATTOLICO…”

Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile

LA DIFESA DI BERGOGLIO: “DOPO LA SUA MORTE È STATO OLTRAGGIATO” … “BERGOGLIO ANDAVA A LAMPEDUSA E PREVOST VEDE SALVINI? BISOGNA VEDERE COSA GLI HA DETTO. LEONE DIFENDERÀ L’ACCOGLIENZA E GLI STRANIERI, PERCHÉ È NEL VANGELO”

Cardinale Zuppi, don Matteo, è la sua prima intervista dopo il conclave. Ci dica allora: com’è andato il conclave?
(Il presidente dei vescovi italiani sorride). «Per principio, bene».
Come le è sembrato?
«Chiesa. Molta Chiesa. Le dirò quello che mi ha colpito dentro, e quello che mi ha colpito fuori».
Cominciamo da dentro il conclave.
«La rapidità con cui le diverse storie, le diverse sensibilità, che sarebbe stupido negare o edulcorare, hanno trovato l’unità. È durato poco più di un giorno! Ho avvertito un senso di Chiesa, tanta comunione.
Non perché non ci siano differenze di culture e di visioni: un nordamericano è diverso da un sudamericano, un africano da un europeo, e tra gli europei non è facile mettere insieme, che so, un polacco e un belga. Ma tutte le interpretazioni politiche e complottistiche sono state lasciate fuori. Mi verrebbe da dire che proprio sono caricature con cui si interpreta una realtà diversa come la Chiesa».
E all’esterno del conclave, che cosa l’ha colpita?
«Da una parte, l’aggressività dei social. Io non sono sui social, ma ogni tanto mi segnalavano un articolo o un post contro di me. Cose tipo “quel pretaccio con la faccia da faina…”. Quanta aggressività! E non lo dico perché ce l’hanno con me, fanno bene, figuriamoci, ma per l’odio e il pregiudizio che viene versato, ed è sempre un veleno».
È così un po’ per tutti.
«I social hanno vissuto moltissimo nel Totopapa, il che ha aspetti divertenti. L’altro giorno in stazione un gruppo di ragazzi mi ha chiesto di fare una foto insieme dicendo: “Noi abbiamo tifato per lei!”. Anche in un paesino sulle montagne reggiane una barista mi ha detto: “Dobbiamo fare un selfie e mandarlo a mia figlia, che tifava per lei”. Quanti anni ha sua figlia?, ho chiesto».
Quanti anni aveva la figlia della barista?
«Quattordici. Alla sua età non avrei davvero saputo, non dico per chi tifare, ma anche solo i nomi di chi andava in conclave. Tutto sommato mi pare un segno di vitalità e anche un dono di papa Francesco che ha avvicinato la Chiesa a tutti, se una ragazzina può avere simpatia, sentire vicino quello che riguarda un gruppo di uomini anziani».
Com’era l’atmosfera nella Sistina?
«C’era chi temeva i dossier; e in effetti sui siti, molti americani, c’erano tanti dossier sui cardinali. Ebbene, tutto questo all’interno mi sembra che non abbia avuto nessuna conseguenza. Oltre alle diverse sensibilità, ci si è resi conto che il problema dell’unità riguarda tutti. Chiunque viva nella Chiesa se lo deve porre, per evitare quello che i greci chiamavano “diaballon”: dividere».
Eminenza, le dico invece cosa ha colpito me, dall’esterno: l’aggressività dei conservatori. I cardinali Burke, Sarah, Mueller alla vigilia del conclave hanno dato interviste durissime, auspicando l’elezione di un Papa «non eretico»; come se Francesco lo fosse stato. Sia pure con ben altro stile, il cardinale Ruini ha indicato la necessità di un Papa che riunificasse la Chiesa; all’evidenza ritenendo che Francesco l’avesse divisa.
«Questa lettura, a partiti, a schieramenti, a mio parere non interpreta correttamente il conclave. La Chiesa è più complicata e molto più semplice di così. Non lo dico io, lo disse papa Francesco, in un’omelia nella festa della Pentecoste: progressisti contro conservatori, il mondo ci vede così; ma noi siamo fratelli e sorelle, uniti nello spirito Ha prevalso la continuità con papa Francesco.
Stili diversi, ovviamente. Continuità con la novità che ognuno porta con sé. Leone è un Papa missionario. Ha vissuto praticamente sempre in missione: un americano di Chicago che parte per il Perù. Nello stesso tempo, è uomo di governo: ha governato la sua congregazione, la sua diocesi, poi il dicastero dei vescovi, con modi necessariamente diversi. E il suo primo discorso è stato un riassunto dell’Evangeli Gaudium».
In morte di Francesco si sono sentite molte voci critiche.
«Di più. Francesco è stato apertamente oltraggiato. E anche Leone: qualche rivista, qualche sito ha gettato fango sul Papa appena eletto. Un atteggiamento divisivo o intimidatorio».

È stato detto che Francesco piaceva più agli atei che ai fedeli.
«Sì, qualcuno ha commentato di aver parlato più a quelli di fuori che a quelli di dentro. In realtà, parlando ai non credenti, papa Bergoglio ha parlato ai cattolici, perché non diventiamo come il fratello maggiore della parabola […] Francesco teneva insieme la cura della comunità e l’accoglienza. Una delle cose che ci disse fu: “Tutti”. A Lisbona lo disse tre volte: dobbiamo aprirci a tutti, e tutti debbono sentirsi a casa».
Come si fa ad accogliere tutti?
«Questo mette in difficoltà alcuni preti, preoccupati comprensibilmente che così diventiamo un’altra cosa: non contrastiamo più il mondo, e il mondo entra dentro di noi. Le regole esistono e si fanno rispettare. Ma integrando, cioè facendo sentire a casa, non tollerati o condannati».
Pensa che il bilancio di Francesco sia positivo?
«Certo. Molti hanno ricominciato a guardare alla Chiesa con simpatia e affetto. Eppure Francesco non faceva sconti. Con lui non c’erano i saldi di fine stagione cristiana. Era molto esigente. Non era un filantropo. Ma ha insegnato a tanti a amare l’altro. Fratelli tutti. Dava amore, chiedeva amore».
Però non ha cambiato la Chiesa.
«A lui interessava più avviare i processi che pensare di avere risolto tutto perché si era elaborato un programma. La nostra responsabilità è continuarli e costruire. Ognuno prende, completa, porta avanti. La tradizione non è mai fissità; la si consegna non congelata nella vita […]».
Papa Francesco andava a Lampedusa. Papa Leone riceve Salvini. Sono scelte oggettivamente diverse.
«È vero che Francesco non l’aveva mai incontrato. Però Leone aveva già incontrato la premier Meloni e il vicepremier Tajani. È normale che abbia incontrato anche l’altro vicepremier.
Poi bisogna vedere cosa gli ha detto… Ripeto: non mi pare un segno di contrasto tra Francesco e Leone. Leone difenderà
l’accoglienza, difenderà gli stranieri, perché è nel Vangelo: “Ero forestiero e mi avete accolto”. Troverà modi diversi per fare la stessa cosa, per vivere la stessa preoccupazione».
Libero titola: «Il Papa fa, i vescovi disfano».
«Cosa avremmo disfatto?».
Il tema era la politica estera, il rapporto con Netanyahu, il giudizio su Gaza.
«Ma su Gaza papa Leone è stato durissimo! Ha chiesto più volte il cessate il fuoco! Il patriarca Pizzaballa ha detto che i cristiani rimarranno a Gaza; ma lei pensa che potrebbe farlo, se il Papa non fosse d’accordo? Nello stesso tempo vigiliamo contro l’antisemitismo, amiamo gli ebrei, dialoghiamo con i loro rappresentanti religiosi. Qui a Bologna abbiamo firmato una dichiarazione comune con il presidente della comunità ebraica. Il titolo era: fermi tutti! Aggiungerei: subito!».
Giorgia Meloni ha avuto un trionfo a Rimini. Il mondo cattolico svolta a destra?
«Sono stato a Rimini anch’io, anch’io sono cattolico, e sono cattolici anche loro… (il cardinale Zuppi sorride) . La Chiesa è tutta la stessa.
Guai a dividerla. Soprattutto, guai alla Chiesa che si fa dividere. Io poi cerco di vivere la comunione che vuol dire amicizia e relazione con tutti, con Cl e con i tradizionalisti… Sempre fratelli sono. Io ci credo alla comunione. Qualcuno ci crede un po’ di meno e pensa che la comunione c’è se gli si dà ragione. Al Papa si obbedisce sempre».
Oltre a essere entrambi cattolici, lei e Meloni siete entrambi romanisti…
«Ho visto che hanno provato a far passare per romanista pure il Papa… A dire il vero, non sono mai stato allo stadio a vedere una partita in vita mia. E poi devo stare attento, qui c’è il Bologna, che è una grande squadra».
Come sono davvero i suoi rapporti con Meloni?
«Buoni, come deve essere con le istituzioni. Ci conosciamo da tanti anni. Buoni e per questo, se serve, dialettici. La Chiesa parla quando parla la Cei. Se un vescovo dice una cosa, la dice lui, il vescovo. Siamo sempre stati molto attenti a esprimere posizioni unitarie. Quando abbiamo una preoccupazione sui problemi, la diciamo. Sull’8 per mille. Sulla necessità di salvare le vite umane, sempre, di garantire un sistema di accoglienza».
Vi siete espressi pure contro l’Autonomia differenziata…
«Il consiglio permanente, anche perché alcune conferenze regionali avevano già scritto documenti molto contrari. Mi pare che la riforma si sia lasciata cadere, ma speriamo che sia garantito lo sviluppo delle regioni più povere e delle aree interne».
…E contro la legge elettorale.
«Per difendere la partecipazione, consentire agli elettori di scegliere i loro rappresentanti, evitare che i partiti si trasformino in comitati elettorali».
Trump che effetto le fa?
«Ha riaperto l’idea che si parla, che si dialoga perché solo così si arriva alla pace. Forse servirebbero meno dichiarazioni a effetto, perché poi se non funziona si fa peggio! Il rischio è la logica della forza, distruggere l’edificio comune multilaterale, sovranazionale, che era frutto della Seconda guerra mondiale. Va fatto funzionare, non smantellato».

(da il Corriere della Sera)

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AUTO ELETTRICHE, LA FRECCIATA DELLA CINESE BYD AL GOVERNO ITALIANO: “GLI INCENTIVI STATALI SONO UN CASINO? VI DIAMO NOI UN BONUS DA 10.000 EURO”

Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile

IL COLOSSO DELL’AUTOMOTIVE HA COMPRATO PAGINE PUBBLICITARIE: “I FONDI STATALI PER LE AUTO? UN VERO SPETTACOLO…”

Un po’ inserzione pubblicitaria, un po’ critica al governo. Sfogliando i principali quotidiani di mercoledì 3 settembre è difficile non accorgersi dell’annuncio a tutta pagina di Byd, il colosso cinese dell’automotive che di recente ha sorpassato Tesla nelle vendite globali di auto elettriche e che ora punta a prendersi anche il mercato europeo. «Incentivi statali: casino o casinò?», recita il titolo scritto a caratteri cubitali. Leggendo il resto dell’inserzione, la frecciatina al governo – e in particolare agli incentivi a singhiozzo per l’acquisto di auto elettriche erogati dal ministero di Adolfo Urso – diventa evidente.
La critica al governo sugli incentivi per le auto
«Prima la confusione di regole, la burocrazia e le corse contro il tempo. Poi la lotteria delle prenotazioni, i molteplici processi approvativi, i fondi prima assegnati e poi revocati. Un vero spettacolo… ma non per chi vuole davvero abbracciare una scelta di mobilità sostenibile», continua l’inserzione pubblicitaria di Byd. Ed ecco che allora ci pensa il colosso cinese a svelare la via d’uscita a questo problema: un bonus fino a 10mila euro per chi acquista un’auto Byd rottamando la sua vecchia auto (Euro 5 o precedente). «Niente roulette di requisiti, niente slot di prenotazione, niente blackout di fondi», promette l’azienda con sede a Shenzhen.
La crisi del settore e l’ascesa di Byd
L’inserzione pubblicitaria non menziona esplicitamente né il governo né suoi esponenti. Ma il messaggio è chiaro: se gli incentivi statali non funzionano, ci pensiamo noi a venirvi incontro per acquistare un’auto (elettrica ma non solo). D’altro canto, non sono molti i marchi dell’automotive che in questo momento possono permettersi di apparire così spavaldi nella loro
comunicazione. Con il comparto europeo in piena crisi – preso alla sprovvista da transizione all’elettrico, costi dell’energia e dazi – le principali case automobilistiche del vecchio continente faticano a tenere il passo dei nuovi concorrenti cinesi. E tra questi a spiccare è proprio Byd, che in Italia registra volumi di vendita in costante crescita da inizio anno e che, nonostante i dazi europei sulle importazioni da Pechino, ha superato in pochi mesi l’1% di quota di mercato.

(da agenzie)

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BASTONATA DALL’“AMICO” TRUMP, ORA MELONI VA ALLA DISPERATA RICERCA DI NUOVI MERCATI: DOPO ESSERSI OPPOSTA PER MESI, GIORGIA È COSTRETTA A DARE IL VIA LIBERA AL MERCOSUR, IL MERCATO COMUNE DELL’AMERICA MERIDIONALE. UNA RISPOSTA FORZATA AI DAZI TRUMPIANI

Settembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

LA STATISTA DELLA GARBATELLA, INIZIALMENTE FAVOREVOLE AL PATTO DI LIBERO SCAMBIO, S’ÈRA POI MESSA DI TRAVERSO, IN SEGUITO ALLE PRESSIONI DI COLDIRETTI E CONFAGRICOLTURA…IL VOLTAFACCIA DELLA DUCETTA DEI DUE MONDI AVEVA FATTO INCAZZARE MATTARELLA, OLTRE CHE CONFINDUSTRIA

A Palazzo Chigi c’è ottimismo, così come nei ministeri interessati: dopo mesi di trattative sottotraccia (e diverse critiche aperte) l’Italia, riferiscono più fonti governative, è pronta a dare il via libera al Mercosur, il mercato comune dell’America meridionale. Anche in risposta ai dazi Usa.
Oggi il collegio dei commissari europei, a Bruxelles, licenzierà l’accordo. Il vicepresidente esecutivo della commissione,
Raffaele Fitto, non si metterà di traverso all’operazione. E in uno dei prossimi consigli europei, dovrebbe dare il via libera anche la premier, Giorgia Meloni.
Il governo italiano finora aveva criticato alcuni contenuti dell’accordo, in asse con la Francia di Emmanuel Macron. Adesso la svolta. Il motivo, secondo fonti italiane, è che la commissione di Ursula von der Leyen avrebbe accolto alcune delle richieste dell’esecutivo.
In particolare una: la possibilità di aiutare, tramite sostegni economici, le imprese del comparto agricolo che potrebbero subire penalizzazioni dagli scambi con i paesi dell’America latina.
Il pressing del mondo produttivo sul governo non è stato univoco, in questi mesi tribolati. Anzi, quasi opposto. Confindustria, con il presidente Emanuele Orsini, feeling più che buono con la premier, da tempo spinge perché l’Italia dia il via libera al patto.
Una sollecitazione rimarcata in queste settimane, da quando Ue e Usa hanno chiuso l’accordo sui dazi al 15% (a fine giugno nel pieno del braccio di ferro con Washington il vicepresidente di Confindustria, Maurizio Marchesini, definiva già le tariffe al 10% un «dramma» per le imprese).
Dall’altro lato dello scacchiere, gli agricoltori. Da quasi un anno Coldiretti, associazione che sin qui ha sicuramente trovato sponde ai piani alti dell’esecutivo, ha più volte cassato l’adesione al Mercosur. Definendolo un «accordo inaccettabile», addirittura «sbilanciato e pericoloso per il comparto agricolo europeo e italiano». Con il timore che sia colpito il commercio di prodotti come pollo, zucchero e riso.
Resta un tema: che farà Parigi? A taccuini chiusi, se lo chiedono anche nel governo. Alla fine di giugno, il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, aveva incontrato l’omologa francese Annie Genevard. Appuntando in una nota
congiunta «le rispettive preoccupazioni riguardo all’accordo Ue-Mercosur», in assenza di «misure di effettiva tutela in grado di assicurare il mantenimento di un equilibrio di mercato».

(da agenzie)

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EMANUELE ORSINI, PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA, BATTE CASSA ALLA MELONI IN VISTA DELLA MANOVRA: “SEVONO ULTERIORI MISURE PER 8 MILIARDI DI EURO PER SOSTENERE LE IMPRESE. STANO FINENDO INDUSTRIA 4.0, INDUSTRIA 5.0, ZES UNICA.”

Settembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

BOCCIA IL TAGLIO DELL’IRPEF PER IL CETO MEDIO VOLUTO FORTEMENTE DA FORZA ITALIA: “LA CRESCITA DI QUESTO PAESE NON SI FA MIGLIORANDO L’IRPEF. I SALARI NON SI INCREMENTANO FACENDO UN TAGLIO DELL’IRPEF MA FACENDO I CONTRATTI DI PRODUTTIVITÀ” – E TORNA A DENUNCIARE IL PREZZO TROPPO ALTO DELL’ENERGIA: “È INSOSTENIBILE”

“La crescita di questo Paese non si fa migliorando l’Irpef”. Lo ha detto il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, all’assemblea pubblica di Confindustria Emilia Area Centro a Bologna parlando della misura allo studio del governo nella prossima manovra.
“Ovvio che il tema dei salari è sempre stato per noi un tema, non lo si incrementa facendo un taglio dell’Irpef ma facendo i contratti di produttività”. Per Orsini è importante non fare “un taglio di una volta all’anno” ma “mettere al centro l’industria e l’impresa che comunque può produrre di più, può guadagnare e distribuire le ricchezze. Io credo che quella sia la via”.
“Il costo dell’energia in questo Paese è insostenibile”, perché “quando lo paghiamo 4-5 volte in più verso gli Stati Uniti e lo paghiamo il 30-60% in più di alcuni Paesi europei è ovvio che diventa un problema per le aziende energivore”, ha continuato Orsini, all’assemblea pubblica di Confindustria Emilia Area Centro.
Per “la prossima manovra noi stiamo cominciando a lavorare insieme al governo in questi giorni, devo dire la verità abbiamo anche tra poche ore incontri per ragionare proprio sul fatto che stanno finendo tutti gli incentivi che oggi ci sono” ha detto Orsini ribadendo come siano “in scadenza una serie di misure” e gli industriali chiedono ulteriori “misure per 8 miliardi per sostenere l’impresa”.
“Industria 4.0 sta finendo, Industria 5.0 sta finendo, Zes unica e anche il credito d’imposta su ricerca e sviluppo stanno finendo”, ha aggiunto a margine dell’assemblea pubblica di Confindustria Emilia Area Centro. “
Così com’è, non è una ricerca e sviluppo e serve mettere al
centro l’industria. Noi abbiamo chiesto misure per 8 miliardi per sostenere l’impresa e anche qui voglio dire una cosa: non è che se si mettono 8 miliardi sono presi, quei 8 miliardi vengono ridati dalle imprese perché – ha concluso – parte degli investimenti ritornano con l’Iva e soprattutto col gettito che generano queste imprese e soprattutto con le assunzioni”.

(da agenzie)

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L’ATTACCO PIÙ FEROCE A DONALD TRUMP LO SFERRA “IL GIORNALE” DIRETTO DA SALLUSTI: “TRUMP HA SOSTITUITO IL CEMENTO DEI VALORI DI LIBERTÀ E DI DEMOCRAZIA CON IL DENARO, IL BIECO INTERESSE, LOGORANDO L’UNITÀ IDEALE DI QUESTA PARTE DEL MONDO”

Settembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

“UNA TRAGEDIA PER CHI CREDE ANCORA NELL’OCCIDENTE. SOLO L’UNITÀ EUROPEA, LA DISPONIBILITÀ DELLE DEMOCRAZIE DEL VECCHIO CONTINENTE AD ASSUMERSI RESPONSABILITÀ MAGGIORI RISPETTO AL PASSATO, PUÒ FAR APRIRE GLI OCCHI ALL’ALLEATO”. IL CONTRARIO DI QUELLO CHE VUOLE LA MELONI, STRENUAMENTE CONTRARIA AI “VOLENTEROSI”

L’attacco più feroce a Trump, sui quotidiani di oggi, non si legge sul “manifesto” oqualche altra testata terzomondista, ma su uno dei pezzi di carta prediletti da Giorgia Meloni.
A Palazzo Chigi, quando è arrivata la mazzetta con in cima i quotidiani di Angelucci, grande è stata la sorpresa. Sul “Giornale”, diretto dal biografo della Ducetta, Alessandro Sallusti, campeggiava un ottimo articolo di quel vecchio volpone di Augusto Minzolini, intitolato “I limiti della presidenza Trump e il rischio del secolo cinese”.
Roba da far drizzare gli otoliti alla premier, che non riesce a rinnegare la sua amicizia con Trump nemmeno di fronte alla fregatura colossale dei dazi.
Scrive “Minzo”: “La politica di Trump ha allontanato le due sponde dell’Atlantico, ha allentato il legame tra Usa e Europa che è sempre stato la spina dorsale dell’Occidente. Con la sua politica dei dazi e degli aiuti militari dispensati a suon di dollari agli alleati, il presidente USA ha sostituito il cemento dei valori di libertà e di democrazia con il denaro, il bieco interesse, logorando l’unità ideale di questa parte del mondo.”
gli sguardi di giorgia meloni a donald trump video di smar gossip su tiktok 7
E ancora: “Una tragedia per chi crede ancora nell’Occidente. […] solo l’unità europea, la disponibilità delle democrazie del vecchio continente ad assumersi responsabilità maggiori rispetto al passato, può far aprire gli occhi all’Alleato. Può cambiare il copione di una narrazione che sembra avviata ad un epilogo fatale.
C’è bisogno, insomma, che sulla scena del nuovo ordine mondiale oltre all’irrompere del nuovo Sud Globale nasca una nuova superpotenza, cioè un’Europa che abbia contezza dei propri mezzi economici, militari e diplomatici, per dar vita ad un nuovo partenariato occidentale.” Esattamente il contrario di ciò che predica la Ducetta, strenuamente contraria all’iniziativa dei “Volenterosi” europei in Ucraina

(da agenzie)

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