Settembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile
PERSINO CALENDA VA GIU’ DURO: “CI SONO CRIMINALI ALLA GUIDA DI ISRAELE, SE ATTACCANO LA FLOTILLA L’ITALIA DEVE REAGIRE”… E I CENTRI SOCIALI DEL NORDEST ANNUNCIANO: “FAREMO COME I PORTUALI DI GENOVA, BLOCCHIAMO IL PORTO DI VENEZIA”
Dopo le dichiarazioni dei portuali di Genova, pronti a bloccare lo scalo ligure in caso di intervento contro la Gaza Sumud Flotilla, arrivano prese di posizione analoghe dal Nordest.
In un post pubblicato sul sito web Global Project e poi diffuso via social, i centri sociali del Nordest e il sindacato Adl Cobas di Venezia hanno annunciato che, se la Flotilla verrà fermata, «ci mobiliteremo per bloccare il porto di Venezia».
L’iniziativa, scrivono, nasce come prosecuzione della manifestazione di sabato scorso al Lido di Venezia, definita «una straordinaria dimostrazione di forza collettiva» contro «lo Stato genocida di Israele e l’apparato politico-istituzionale che sostiene il regime di guerra globale». I collettivi veneti dichiarano di voler seguire «senza esitazioni» la linea dettata dai portuali genovesi , trasformando «lo sdegno in azione diretta, la solidarietà in disobbedienza».
La risposta a Ben-Gvir
Nella nota, i centri sociali del Nordest affermano di non essere intimoriti dalle parole del ministro israeliano Ben-Gvir che nei giorni scorsi aveva affermato che i partecipanti alla Flotilla «verranno trattati come terroristi». «Le minacce del ministro israeliano di estrema destra Ben-Gvir lasciano poco spazio all’illusione. Ma è proprio per questo che dobbiamo essere presenti e ci muoveremo con determinazione» si legge nella nota. «Chiamiamo fin da ora tutte le persone che hanno camminato al nostro fianco sabato scorso, i lavoratori e le lavoratrici del porto di Venezia a tenere alta l’attenzione e la mobilitazione. I riflettori che abbiamo acceso sulla Palestina non devono spegnersi, perché finché c’è quella luce, c’è possibilità di resistenza. E noi non abbiamo intenzione di smettere» conclude il messaggio.
Calenda: «Se la Flotilla verrà attaccata dovremo muoverci»
La vicenda della Sumud Flotilla scuote anche la politica. Intervenendo a L’Aria che Tira su La7, il leader di Azione, Carlo Calenda, ha criticato l’eccessiva prudenza del governo italiano: «Meloni è troppo prudente, e lo dico io che sono sempre stato amico di Israele. Ma quello che sta facendo Israele va oltre ogni immaginazione. Ci sono criminali alla guida di Israele e va sanzionata anche con sanzioni individuali nei confronti di questi ministri fascisti che dicono cose gigantesche». Calenda ha poi aggiunto: «Se la Flotilla verrà attaccata dovremo muoverci».
(da agenzie)
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Settembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile
EPICO CAZZIATONE TRA SOVRANISTI, PERSINO GLI AMICHETTI USA SCARICANO I LORO MAGGIORDOMI PATRIDIOTI
L’ambasciatore americano alla Nato, Matthew Whitaker, mette in guardia gli alleati
della Nato che puntano a infilare anche scuole e ponti tra le spese militari. Trump vuole che tutti spendano almeno il 5% del Pil per armi e carri armati «non in stravaganti opera di ingegneria»Il governo italiano potrebbe ritrovarsi presto a rifare i conti per accontentare la pretesa degli Stati Uniti di raggiungere almeno il 5% del Pil in spese militari. Richiesta fatta da Donald Trump tutti gli alleati delle Nato, che l’Italia sperava di soddisfare infilando nel complesso delle spese militari anche il Ponte sullo Stretto di Messina, come opera strategica.
Un’idea che sembra non piacere per niente agli Stati Uniti, almeno stando all’avvertimento lanciato dall’ambasciatore americano alla Nato, Matthew Whitaker, durante il Forum strategico di Bled in Slovenia. Come riporta Bloomberg, il diplomatico ha messo in guarda i membri dell’alleanza atlantica perché evitino «la contabilità creativa».
La “visione ampia” che non piace agli americani
«Ho avuto conversazioni anche oggi con alcuni Paesi che stanno adottando una visione molto ampia della spesa per la difesa», ha detto Whitaker. L’obiettivo del 5%, insomma, deve riferirsi «specificamente alla difesa e alle spese correlate» e l’impegno deve essere assunto «con fermezza». Nel caso ci fossero dubbi sul riferimento all’Italia, l’ambasciatore ha affondato il colpo: «Non si tratta di ponti privi di valore strategico-militare. Non si tratta di scuole che in qualche immaginario mondo di fantasia sarebbero state utilizzate per qualche altro scopo militare»
Il Ponte sullo Stretto, opera da 13,5 miliardi di euro che dovrebbe collegare la Sicilia alla penisola, è finito nel mirino di Washington proprio mentre il governo italiano valuta se classificarlo come infrastruttura militare.
Un’operazione che permetterebbe di far rientrare i costi nella quota Nato, alleggerendo la pressione sui conti pubblici. Dietro la strategia italiana ci sono anche argomenti concreti. Ricorda Bloomberg come diversi funzionari hanno fatto notare che la Sicilia ospita basi militari chiave, utilizzate anche dalle forze Nato. Un documento governativo di aprile aveva descritto il ponte come di «importanza strategica» per la «sicurezza nazionale e internazionale», sostenendo che svolgerà un «ruolo chiave nel facilitare il movimento delle forze armate italiane e alleate».
Il vicepremier Matteo Salvini da ministro delle Infrastrutture non ha chiuso le porte all’uso civile e militare: «Potrebbe essere un doppio uso – ha detto lo scorso agosto – quindi potrebbe esserci un uso multiplo anche per motivi di sicurezza».
Washington vuole carri armati, non opere d’ingegneria
Gli Stati Uniti, però, hanno le idee chiare su cosa intendono per spese militari: battaglioni, artiglieria e carri armati, non «stravaganti opere di ingegneria», ricostruisce Bloomberg. Whitaker ha ribadito che, nonostante l’Europa abbia aumentato la spesa militare, «non lo ha fatto con sufficiente rapidità». Durante i suoi incontri nella regione, l’ambasciatore sta trasmettendo tre messaggi chiari: la mancanza di truppe europee («Mi preoccupa che non ci siano abbastanza combattenti»), la necessità di una crescita economica più forte e i rischi informatici crescenti.
Il monito dopo l’interferenza russa
Le parole di Whitaker assumono particolare rilevanza dopo l’episodio di ieri, quando l’aereo della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha subito
interferenze durante l’atterraggio in Bulgaria, probabilmente di origine russa secondo le autorità locali. «Se scoppiasse un’altra guerra terrestre in Europa», ha avvertito l’ambasciatore americano, «il primo colpo sparato sarebbe un attacco informatico o qualche altro tipo di atto ibrido».
(da agenzie)
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Settembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile
I MELONIANI SONO INCAZZATI CON IL VERONESE FONTANA PER LA GESTIONE DEL CASO ALMASRI. E ANCHE PERCHÉ “OGNI VOLTA CHE VA IN CITTÀ OSCURA COLUI CHE VUOLE APPARIRE COME IL VERO ‘POTENTE’ SCALIGERO, OVVERO IL SOTTOSEGRETARIO ALLA CULTURA GIANMARCO MAZZI”
«Bisogna cacciare Lorenzo Fontana dalla presidenza della Camera dei Deputati»: è un ritornello costante quello che si ascolta dai parlamentari di Fratelli d’Italia, da quando il leghista viene ritenuto colpevole di «superficialità» nella gestione politica e procedurale del caso Almasri.
Come scrive Il Foglio, l’irritazione nasce dalla facilità con cui sotto il naso del leghista, il presidente della Giunta per le autorizzazioni della Camera, Devis Dori di Avs, ha nominato relatore un esponente della minoranza e cioè il piddino Federico Gianassi.
Non un dettaglio perché la Giunta, che si riunirà per la prima volta mercoledì 3 settembre, dovrà decidere se mandare a processo Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano.
I meloniani sono sul piede di guerra visto che il rischio di «portare al macello il governo» è alto. E allora, via con la campagna per far lasciare la poltrona presidenziale a Fontana. Ma come? Magari dando l’ok alla candidatura del veronese alla presidenza della Regione Veneto, dopo il regno del doge Luca Zaia.
Così si libererebbe una poltrona di peso, da destinare «a qualcuno più competente», sibilano in FdI, «e che magari pensa meno al calcio e più alla politica». Che poi Fontana, essendo di Verona e ricoprendo un ruolo nazionale di grande prestigio, «ogni volta che va in città e si presenta agli spettacoli dell’Arena oscura colui che vuole apparire come il vero ‘potente’ scaligero, ovvero il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi», di FdI. Ma questa è una storia che meriterà altre puntate
(da Lettera43)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
MASSIMO FRANCO: “LA SITUAZIONE RIMANE IN BILICO. LA PREOCCUPAZIONE È CHE LE ELEZIONI PRECEDENTI A QUELLA IN VENETO ABBIANO UN ESITO NEGATIVO PER LA COALIZIONE… “LA COALIZIONE CONTINUA A ESSERE FRENATA DALLA COMPETIZIONE INTERNA, CHE ACCENTUA L’ANTICA DIFFICOLTÀ DI ESPRIMERE UNA CLASSE DIRIGENTE”
Saranno elezioni regionali a tappe, spalmate su due mesi. Sia per evitare un impatto
troppo traumatico in caso di sconfitta multipla in un solo giorno, sia per calibrare candidature e rapporti di forza in base ai risultati.
È un ragionamento che vale per la maggioranza di governo come per le opposizioni, che stavolta tendono a presentarsi più unite grazie a una spregiudicata distribuzione delle aspirazioni tra Pd e 5 Stelle. A ammettere un possibile «effetto domino» a partire dal voto del 28 e 29 settembre nelle Marche è la Lega di Matteo Salvini.
«L’esito avrà un valore anche per le altre regioni dove sono in programma le elezioni», ha spiegato il suo alter ego Andrea Crippa. La sottolineatura, in apparenza inutile, è un segnale agli alleati. Il candidato della destra nelle Marche è Francesco Acquaroli, di FdI. E una sua affermazione faciliterebbe la soluzione del rebus in Veneto, dove la Lega insiste per avere un suo esponente al posto di Luca Zaia: anche se niente è ancora deciso.
La riunione dei leader di governo in programma in settimana dovrebbe dire una parola definitiva. In realtà, è tutto bloccato da mesi. Il partito di Giorgia Meloni ha rinunciato a rivendicare la carica di governatore per non irritare un alleato già nervoso. A FdI e a FI basta avere sventato l’ipotesi di una lista personale del presidente uscente Zaia. Ma la situazione rimane in bilico. Pesano le diffidenze reciproche, e non solo.
La preoccupazione è che le elezioni precedenti a quella in Veneto di fine novembre abbiano un esito negativo per la coalizione; e dunque possano acuire le tensioni e ritardare la definizione delle candidature.
Significherebbe rivelare un affanno paradossale, per una maggioranza di certo più coesa e omogenea rispetto alle sinistre più il M5S. Eppure, la coalizione continua a essere frenata dalla competizione interna, che accentua l’antica difficoltà di esprimere una classe dirigente in grado di prevalere almeno a livello locale.
La parola d’ordine non detta del partito della premier è discontinuità. Significa riequilibrare i rapporti di forza negli enti locali dopo la vittoria alle Politiche del 2022.
Quella leghista è opposta. Salvini sottolinea «la giusta continuità» della coalizione in Calabria e Marche per rivendicarla nel Veneto. «Abbiamo le idee chiare, votano 7 regioni. Quindi c’è spazio per tutti i partiti del centrodestra». In realtà, è uno spazio che si rivelerà largo o angusto a seconda di come andranno le prime Regionali.
Massimo Franco
per il “Corriere della Sera”
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
IL GOVERNO HA ALIMENTATO LA FORBICE TRA SENIOR E GIOVANI, DISINCENTIVANDO TUTTI I CANALI DI PENSIONE ANTICIPATA, SENZA NEL FRATTEMPO METTERE IN CAMPO POLITICHE ATTIVE PER LE NUOVE GENERAZIONI
Ha ragione la premier Giorgia Meloni: il suo governo può festeggiare un milione di occupati in più in quasi tre anni. Ma sono tutti over 50: proseguimento del lavoro più che nuove assunzioni. Lo conferma l’Istat con le sue serie storiche pubblicate ieri assieme al dato di luglio.
Il sorpasso dei senior sui più giovani matura nel tempo, ma parte proprio dall’autunno del 2022. Quando la destra va al potere, le curve si invertono: “vecchi” sopra, giovani sotto.
E l’esecutivo nulla ha fatto per chiudere la forbice. Anzi l’ha alimentata, rendendo ancora più rigida la legge Fornero. Di fatto disincentivando tutti i canali di pensione anticipata. Senza nel frattempo mettere in campo politiche attive per i giovani.
Il Paese invecchia, ma non è solo questo. Troppi inattivi: un terzo della forza lavoro, dice Istat. Un quarto tra in ventenni. Italia al record del tasso di occupazione, ma distante quasi dieci punti dalla media Ue. E in coda per giovani, donne e Sud.
Il dato di luglio conferma tutte queste tendenze. Ma la premier festeggia: «Rispetto a luglio 2024 si registrano 218mila occupati in più, soprattutto con contratti stabili. Numeri incoraggianti che confermano l’efficacia delle misure messe in campo».
Dice la verità quanto al record. Il mercato del lavoro italiano è ai massimi: 24,217 milioni di occupati, 13mila in più su giugno e 218mila in più sul 2024. Il tasso di occupazione sale al 62,8%, quello di disoccupazione scende al 6%, sotto la media della zona euro per la prima volta dal 2007. Con un miglioramento tra i giovani under 25: dal 20,1% al 18,7% in un mese, quando crescono i contrattini estivi. Tornano a salire infatti i tempi determinati.
Se andiamo a guardare dentro i 218mila occupati aggiuntivi scopriamo come solo una fascia d’età sia cresciuta in modo impetuoso. Quella degli over 50: +408mila. Le altre fasce calano o crescono pochissimo: -36mila tra 15 e 24 anni, +6mila tra 25 e 34 anni, addirittura -160mila tra 35 e 49 anni.
Gli over 50 ancora una volta trainano tutto. E tra questi forse anche moltissimi pensionati lavoratori. Gli over 64 sono ben 119mila su 408mila, il 29%. Vette sconosciute persino per un Paese anziano come il nostro.
Nel mese di ottobre del 2022, con la destra appena uscita vittoriosa dalle urne, i senior occupati con più di cinquant’anni erano 9 milioni. Ora sono 10 milioni: 998mila in più. Eccolo il milione decantato da Meloni. Vent’anni fa gli occupati tra 35 e 49 anni superavano di quasi 5 milioni gli over 50. Oggi sono 1,5 milioni in meno.
Dal sorpasso dell’autunno 2022 se ne sono persi per strada 132mila. E l’erosione continua. La bassa disoccupazione al 6%,
celebrata dalla premier, pare un pannicello caldo. Perché gli inattivi tra 15 e 24 anni a luglio erano 4,5 milioni, cresciuti di 117mila in un anno. E se in questa fascia molti studiano, quella seguente tra 25 e 34 anni fa spavento: 1,5 milioni di inattivi, 23mila in più in un anno.
Anche depurato dal fattore demografico (la forza lavoro che invecchia), il dato Istat di luglio conferma che l’occupazione under 35 è in calo, mentre quella degli over 50 cresce del 2,3%. Di questo, la premier Meloni esulta.
(da Repubblica)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
“IL CONFLITTO È FALLIMENTARE E CONTRARIO ALLA DOTTRINA MILITARE DI ISRAELE. LA DISTRIBUZIONE DEL CIBO È STATA PIANIFICATA ED ESEGUITA IN MODO MOLTO SCARSO E CIÒ HA PERMESSO A HAMAS DI CONDURRE UNA CAMPAGNA MEDIATICA DESCRIVENDO GAZA COME UN LUOGO DI FAME”… IL MORALE DELLE TRUPPE È BASSO E C’E’ IL RISCHIO DI ALTRE FUGHE DI NOTIZIE IMBARAZZANTI
La tesissima riunione notturna del Gabinetto di sicurezza israeliano, conclusasi a
insulti tra i ministri più estremisti e il Capo di stato maggiore Eyal Zamir, un falco che al cospetto dei messianici Ben-Gvir e Smotrich sembra una colomba, racconta quanto profonda sia la spaccatura interna allo Stato ebraico.
Zamir ha detto ai ministri che l’esercito non è disposto a diventare il futuro governo militare della Striscia, neppure se dopo Gaza City gli venisse chiesto di occupare anche i campi profughi nella zona centrale.
«Ci volete trascinare lì, cercate di capire quali saranno le conseguenze». La presa dell’intera Striscia porterebbe i generali ad assumerne il controllo, lasciando poi spazio all’amministrazione americana di mettere in pratica l’idea di trasformare la terra palestinese nella “Riviera del Medio Oriente”, come suggeriscono il progetto GREAT trust e gli altri presentati a Donald Trump.
A partire da oggi Israele inizierà a richiamare 60mila riservisti e il governo resta sordo agli avvertimenti del comandante delle forze armate, il quale percepisce il morale basso dei soldati (ieri altro suicidio in una base vicino a Tiberiade: dall’inizio dell’anno sono 18 i militari che si sono tolti la vita). Come conseguenza, dai cassetti dei comandi delle Idf stanno uscendo sempre più spesso documenti confidenziali imbarazzanti.
Channel 12 ha svelato il contenuto di un report interno di valutazione dei risultati dell’operazione Carri di Gedeone, lanciata da Netanyahu dopo aver rotto la tregua a primavera. «Israele ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare nella Striscia» riprendendo il conflitto, che il report definisce
«fallimentare» e «contrario alla dottrina militare di Israele». Secondo la relazione, la distribuzione del cibo è stata pianificata ed eseguita in modo «molto scarso» e ciò «ha permesso a Hamas di condurre una campagna mediatica descrivendo Gaza come un luogo di fame».
(da Repubblica)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
“IL FOGLIO” RIPERCORRE LA GUERRA TRA IL DIRETTORE DEL TG1, IL “DURO”, E IL “MITE” AD, GIAMPAOLO ROSSI: “IL DURO NON SOPPORTA CHE IL SUO TG POSSA ESSERE SUPERATO DAL TG5. NON PUÒ TOLLERARE CHE NON GLI VENGA DATA L’ATTENZIONE CHE MERITA, AL SUO TG, LUI CHE È VICINO AL SOLE, LUI CHE È NEL CUORE DI MELONI. QUANDO IL MITE SPROFONDAVA, DICONO CHE MELONI INDICASSE LUI, CHIOCCI: ‘ECCO COME BISOGNEREBBE FARE. COME FA LUI’”
Questa non è una notizia. E’ solo una storia. La più banale. E’ la storia di una rivalità, quella fra Gian Marco Chiocci e Giampaolo Rossi, e di come finirà. Finirà con il trionfo del più forte, di chi ha il coraggio di andare “fino al fondo di se stesso”.
Vincerà Chiocci, il direttore del Tg1, probabile portavoce di Giorgia Meloni, possibile candidato con FdI alle prossime elezioni. Un giorno Chiocci avrà tutto. Gli basterà?
Raccontano, ma la fonte è bassissima, miserabile, che già l’estate scorsa Meloni lo avesse convocato e chiesto: “Vuoi fare tu l’ad Rai al posto di Rossi?”. Venne scelto Rossi, ma aveva vinto l’altro. Era passata l’idea che Chiocci fosse il duro e l’altro solo un debole.
Da allora il “debole” imparò a leggere sui quotidiani cosa pensava Meloni della Rai. Una mattina si alzò e scoprì che la premier avrebbe voluto “privatizzare la Rai”, informazione mai smentita (la Rai è ancora pubblica). Anche allora Rossi rimase zitto. Non si erano mai incontrati prima di quel giorno.
Sono passati più di due anni. Li presentò Meloni. E fu una faccenda spiccia. Meloni disse a Rossi, allora dg Rai, che voleva Chiocci, il direttore dell’Adnkronos, come direttore del Tg1, perché di “lui mi fido”, e Rossi le rispose che certo, si poteva fare, ma con un contratto a tempo determinato.
E’ stato il suo primo errore. Non aveva capito che la risposta giusta da dare, con Chiocci, con la destra di Chiocci, è la seguente: “In Rai non si può fare, ma una soluzione per te, caro Gian Marco, la troverò” perché a Chiocci queste cose non si fanno, perché, come ripete Chiocci, “se io ti posso fare male, prima o poi ti farò male. Io so come farlo”.
Lo sa. Chiocci conosce il gioco della penna e del poker. Conosce la forza virtuosa del bluff e della notizia. Rossi conosce le leggi della tv e tutti i libri di Jünger. Conosce l’educazione antica del “Padre nostro”, il segno della croce prima di spezzare il pane.
Uno, Chiocci, affitta una villa sull’Appia per festeggiare il suo compleanno, con Conte, Salvini, Piantedosi, l’altro, Rossi (che era il grande assente di quel compleanno) quando va a cena, se proprio deve andare a cena, sceglie il tavolo più nascosto.
Uno ha scoperto il fenomeno tv Stefano De Martino, che ha salvato la Rai, l’altro ha scoperto la casa di Montecarlo di Gianfranco Fini. Basta solo decidere: cosa è meglio, il sorriso o il dolore?
Chiocci vuole fare sapere a tutti che è “pronto a tutto” per difendersi, mentre all’altro, a Rossi, si può fare di tutto, tanto, si dice, “è solo un pensatore, ottimo per fare il ministro della Cultura”. Lo si può insultare. Non è debole. E’ solo mite. E ci ha fatto l’abitudine. E’ da almeno tre anni che Rossi prende sputi e calci perché Rossi, questo superbo esercizio, a volte necessario, sapere fare male, purtroppo, non lo ha mai imparato.
Da ad Rai non ha mai rilasciato una vera intervista ma ha autorizzato quella di Chiocci al Messaggero, quella dove il direttore del Tg1 si definiva “un marziano in Rai”, quella dove il duro faceva intendere che un’intera Rai sabotasse il suo Tg1. Anche allora, Rossi rimase zitto.
Non si detestavano, no. All’inizio, no. Era ancora presto. Non si detestano, no. Neppure oggi. Rossi direbbe, come dice adesso, che Meloni aveva da sempre pensato a Chiocci come suo portavoce (ed è vero) e Chiocci risponde che di fronte a una chiamata così importante è difficile resistere. Non si detestano, no. La storia è più sottile. Chiocci si insedia al Tg1 e inizia a pensare di Rossi che con quella testa, per carità, colta, non si fa un buon servizio alla causa, a Meloni, al governo; Rossi inizia a credere, ma non lo dice, che con i metodi di Chiocci, per carità, affascinanti, ruvidi, si possa governare, tutt’al più, un giornale, ma non la Rai.
Iniziarono a parlarsi attraverso mail. Chiocci chiede a Rossi perché il suo Tg1 non abbia un giusto traino, perché il grande sport, il tennis, sia trasmesso su Rai 2, e non su Rai 1, Rossi gli risponde, e tutti in copia, con Angelo Mellone, direttore del day time, che Rai 2 era da sempre la rete dello sport.
Vince Chiocci. Ma non basta. Il duro non sopporta che il suo tg possa essere superato dal Tg 5. Il duro non può tollerare […] che non gli venga data dalla Rai (di destra) l’attenzione che merita, al suo Tg, lui che è vicino al Sole, lui che è nel cuore di Meloni. Quando il mite sprofondava, per il caso Scurati, e venivano convocate riunioni d’urgenza (ospiti Mellone, Rossi, Nicola Rao, Chiocci) quando Meloni, come nella Cina di Mao, li rieducava, a turno, dicono che Meloni indicasse lui, Chiocci: “Ecco come bisognerebbe fare. Come fa lui”.
Come il duro. Iniziò a circolare in Rai che il mite, Rossi, neppure rispondesse al telefono, che il mite avesse consegnato pieni poteri a Monica Maggioni. Ma il mite doveva pensare a evacuare la Rai da Viale Mazzini. […] Le mail fra Chiocci e Rossi cominciarono a farsi sempre più aspre
In mezzo c’è il ritorno in Italia di Stefania Battistini, l’inviata del Tg1, autrice dello scoop in Russia, rientrata su consiglio della Farnesina ma anche di Maggioni. Chiocci chiede se sia vero che Maggioni abbia poteri di nomina sugli inviati da spedire all’estero. Il mite si difende con la complessità, con le regole di un’azienda da oltre 13 mila dipendenti.
Ma a Chiocci non si risponde in questo modo. Può fare male. Lui parla con Meloni, la premier con cui ha concordato tutte le sue ultime uscite, dopo la notizia del Foglio, il suo prossimo passaggio a Palazzo Chigi.
Nel 2024 Rossi commette un altro errore e lo ripete quest’anno. Non si premura di allontanare dalla fascia preserale estiva di Rai 1, Pino Insegno, anche perché Insegno è il dazio della destra. Il debole pensa che non sia un problema, che ci sta andare sotto il Tg5, può capitare, una volta, tanto poi si recupera, ma il duro pretende che quella fascia debba servire come vassoio del suo Tg, un tg strepitoso, pieno di notizie e scoop. E’ certo che queste siano le vere dimissioni di Chiocci, le più sofferte, come almeno altre tre. Quelle erano buone per i deboli.
(da il Foglio)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
IN CALABRIA CIRCOLANO VOCI DI UN PASSO INDIETRO DEL GOVERNATORE USCENTE ROBERTO OCCHIUTO, CHE HA FATTO LA MOSSA DEL CAVALLO DELLE ELEZIONI ANTICIPATE DOPO L’INCHIESTA PER CORRUZIONE IN CUI È INDAGATO … IL FORZISTA SMENTISCE, MA FDI HA GIÀ PRONTI DUE NOMI: I SOTTOSEGRETARI WANDA FERRO E LUIGI SBARRA… IN CAMPANIA È BUIO TOTALE: LO SFIDANTE DI ROBERTO FICO NON C’È. IL VICEMINISTRO MELIONIANO EDMONDO CIRIELLI HA DATO FORFAIT
Doveva chiudersi tutto a metà agosto, invece lo schema dei candidati di centrodestra
per le regionali è più aperto che mai.
Si fa prima a elencare le poche certezze: unica piazza in cui il candidato è stato deciso è la Toscana, dove correrà il sindaco di Pistoia di FdI Alessandro Tomasi è stato confermato, insieme alla riconferma nelle Marche dell’uscente Francesco Acquaroli, dato però molto in difficoltà davanti al concorrente dem Matteo Ricci, tanto da aver chiesto e ottenuto che la premier Giorgia Meloni arrivi per la chiusura della campagna elettorale.
La Calabria
Le ultime sirene dall’arme arrivano dalla Calabria, dove il candidato sembrava essere l’uscente forzista Roberto Occhiuto, che ha fatto la mossa del cavallo delle elezioni anticipate dopo l’inchiesta per corruzione in cui è indagato.
Proprio questa ulteriore regione al voto ha fatto inceppare i calcoli dentro il centrodestra, che si era dato lo schema di massima per cui Marche, Toscana e Campania andavano a un candidato di FdI, la Puglia a Forza Italia e il Veneto alla Lega. Con l’aggiunta del voto in Calabria, alcuni vertici di FdI si erano lamentati di uno sbilanciamento di candidati in favore degli
azzurri.
Da Reggio Calabria arrivano voci che potrebbero far saltare il banco. Fonti interne al centrodestra parlano insistentemente di un possibile e clamoroso passo indietro di Occhiuto e la notizia è rimbalzata anche sui giornali locali.
Parallelamente, si è registrata un’impennata di lavoro in procura negli ultimi giorni di agosto, nonostante la pausa estiva. Non solo: a incidere sulle preoccupazioni dello stato maggiore del centro destra sarebbero arrivati sondaggi che indicano una forte risalita del candidato di centrosinistra, Pasquale Tridico.
Al suo posto ci sarebbero già due nomi in pole e tutti di peso in quanto membri di sottogoverno: la sottosegretaria agli Interni, Wanda Ferro e il neo-sottosegretario al Sud, Luigi Sbarra. Dettaglio non trascurabile: entrambi di Fratelli d’Italia.
Al netto delle voci che pure si rincorrono, però, dal quartier generale di Occhiuto arriva una secca smentita: «Fake news», è l’unico commento, con l’assicurazione che il presidente è al lavoro per chiudere le liste, che andranno depositate il 5 settembre.
La Campania
Anche in Campania il candidato dato quasi per certo ormai è tramontato. Il viceministro Edmondo Cirielli di FdI avrebbe ormai dato forfait.
Dopo la chiusura dell’accordo a sinistra su Roberto Fico, infatti, la Campania è difficilmente contendibile, dunque meglio rinunciare anche per preservare il governo, in favore di un candidato civico che avrebbe forse più margine, è il ragionamento.
Potrebbe spuntarla il potente segretario regionale forzista, Fulvio Martusciello, il quale ha ribadito che «per i civici i nomi sono quelli del rettore della Federico II Matteo Lorito, del presidente dell’Unione industriali di Napoli Costanzo Jannotti Pecci e di Giusy Romano».
In realtà, il principale indiziato è quest’ultimo: il coordinatore della struttura Zes unica del Mezzogiorno è infatti uomo vicino anche al mondo di Vincenzo De Luca e che dunque potrebbe drenare voti dallo squadrone dell’ex governatore a sostegno di Fico. Inoltre a non guastare è il placet sul suo nome anche di Azione, che potrebbe decidere di schierarsi a destra.
Alla finestra rimane sempre il nome di Mara Carfagna, spuntato nell’ultima settimana con un mezzo sì della diretta interessata. Pronta a una corsa difficile, magari con l’assicurazione di una ricandidatura in parlamento. Contro di lei c’è Forza Italia, che mai le ha perdonato lo sdegnoso addio di qualche anno fa, ma potrebbe piacere a FdI.
Risultato: se la Calabria passasse davvero a FdI, la Campania potrebbe avere un candidato d’area Forza Italia. E lo stesso gioco di scambi potrebbe avvenire anche in Puglia, dove il candidato azzurro, Maurizio D’Attis, è stato nei fatti bruciato da un sondaggio che lo dà per perdente contro tutti i candidati di centrosinistra.
Per tacitare il tumultuoso partito pugliese, il coordinatore regionale di FdI Maurizio Gemmato ha detto di essere pronto a correre se Meloni glielo chiedesse. Difficile che succeda, ma intanto il gesto è fatto. Qualora FdI dovesse esprimere un candidato, il più quotato sarebbe il deputato Francesco Ventola, vicino al commissario europeo Fitto.
La paura di sbagliare candidato però è forte, come la paura del famoso 5 (6 considerando anche la Calabria) a 1 evocato da Elly Schlein. L’unica certezza è che giovedì è previsto un incontro tra i leader di centrodestra Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi.
Tireranno le somme dei sondaggi, faranno le ultime valutazioni, con l’obiettivo di chiudere. «Siamo alle battute finali», ha assicurato pubblicamente Martusciello. Doveva essere così anche a metà agosto, però.
(da agenzie)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
TUTTI PER UNO, UNO PER TUTTI?
Farli salire sullo stesso palco, Elly Schlein e Giuseppe Conte, è sempre stata un’impresa. Le rivalità politiche, la corsa futura alla leadership dell’intero centrosinistra, la gara a chi guida il partito più grande dell’area, ci sono molte ragioni alla base di questo fastidio reciproco (più del leader cinque stelle, per la verità) a farsi vedere insieme, a discutere davanti agli stessi militanti, nonostante i proclami “testardamente unitari”.
Nella settimana in corso i magnifici quattro del centrosinistra – Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni – si ritroveranno infatti insieme, fianco a fianco, quasi ogni giorno. Si comincia domani, 3 settembre, negli spazi del Monk di Roma, per la festa nazionale di Alleanza Verdi Sinistra, con un dibattito coordinato da Massimo Giannini e un titolo – “Terra comune” – tanto largo quanto aperto a qualsiasi strambata.
Sarà la prova generale per altre due puntate, entrambe in riva al lago di Como. La prima per l’Altra Cernobbio, il forum del pacifismo che tradizionalmente tenta di fare il controcanto al forum “ufficiale”. E la domenica gran finale all’Ambrosetti a villa d’Este, per provare a conquistare una platea (per loro) ostica come quella degli imprenditori e banchieri.
Tutti per uno, uno per tutti? Visti i precedenti, un pizzico di sana diffidenza è d’obbligo. Sgambetti e pizzicotti Conte e Schlein se li sono sempre dati, ma l’annus horribilis è stato il 2024. Che vide il leader 5s proclamare la morte del centrosinistra: “Il campo largo non esiste più”.
E la segretaria del Pd rispondere duramente agli attacchi dell’ex premier contro il Pd barese: “Capisco che chi ha iniziato a far politica direttamente da palazzo Chigi forse non ha tanta dimestichezza con la militanza di base”.
Adesso tutto sembra dimenticato. Miracoli delle regionali alle porte.
(da Repubblica)
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