Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
AVEVANO RIFIUTATO L’ASSURDO ORDINE DI SBARCARE A GENOVA A MILLE MIGLIA DI DISTANZA PROVOCANDO ULTERIORI SOFFERENZE AI NAUFRAGHI A BORDO E SI ERANO DIRETTI A TRAPANI… UN GIORNO QUALCUNO SARA’ CHIAMATO A RISPONDERE DI QUESTE ATROCITA’, LA RUOTA GIRA E NULLA RESTA IMPUNITO A LUNGO
Sessanta giorni di fermo e una multa da diecimila euro. Il Viminale ha usato la mano
durissima contro Mediterranea, la nave dell’omonima ong italiana, sbarcata a Trapani il 24 agosto,
disobbedendo all’ordine di raggiungere Genova. Nonostante sia alla prima missione, si è deciso di imporre la sanzione più dura prima della confisca, ipotesi che secondo indiscrezioni i tecnici del ministero avrebbero seriamente vagliato. Da quando il decreto Piantedosi è entrato in vigore, è uno dei fermi più lunghi imposti alle imbarcazioni della flotta civile.
L’appiglio per punire così duramente una nave nuova, alla sua prima missione nel Mediterraneo, è tecnico. Il comandante Pavel Botica – si sostiene – in passato guidava la Sea Eye4 e in quella veste ha già ricevuto un fermo, contestato dall’ong tedesca e su cui ancora pende ricorso. Per il ministero, che tramite la prefettura di Trapani ha notificato ieri il provvedimento, che la nave abbia cambiato nome e armatore non rileva, rimane la stessa.
Hanno fatto valere le modifiche al decreto Piantedosi inserite nell’ultimo decreto flussi che rendono ancora più semplice il fermo prolungato delle navi. Per provare la reiterazione adesso non è necessario che a commettere una violazione siano lo stesso comandante o la stessa nave, ma basta che a inciampare in un nuovo provvedimento siano la medesima imbarcazione, capitano o armatore.
Profili su cui i legali Lucia Gennari e Cristina Cecchini di Mediterranea stanno lavorando anche sulla base di quanto statuito dalla Corte costituzionale nella recente sentenza con cui ha stabilito che sì, il fermo delle navi è legittimo, ma deve essere proporzionato.
“Ci viene contestata la ‘grave, premeditata e reiterata’ disobbedienza all’ordine del Viminale di raggiungere il lontano porto di Genova con naufraghi a bordo soccorsi a centinaia di miglia di distanza, traumatizzati e provati non solo dalla detenzione libica, ma anche dal tentato omicidio di cui sono stati vittime in mare. Secondo il governo Mediterranea è colpevole di aver invece agito per garantire al più presto possibile le necessarie cure mediche e psicologiche a terra per queste 10 persone”, tuonano dall’ong, che annuncia immediato ricorso.
Nel corso della sua prima missione, i team hanno soccorso dieci ragazzini, fra i 14 e i poco più di 20 anni, lanciati in acqua con violenza in piena notte fra onde alte un metro e mezzo. Una situazione di estremo pericolo – di notte è facile essere trascinati via dalle onde o nascosti – che solo grazie ai team, già in acqua, non si è trasformata nell’ennesima strage.
“Quello che non si tiene assolutamente in considerazione è la non lesività della condotta di nave ed equipaggio e che le persone portate a Trapani fossero vittime del reato”, spiega l’avvocata Cecchini. La motivazione del provvedimento, osserva, è quanto meno lacunosa. “Sostanzialmente si contesta solo di non aver seguito gli ordini”. E priva di logica: se la ratio della prassi dei porti lontani è non saturare gli approdi del Sud, in che modo dieci persone avrebbero potuto costituire un problema a Trapani?
Ma per il Viminale “dai report e dalle interlocuzioni avvenute tra gli enti competenti in relazione ai profili sanitari, non è emersa in alcun momento la sussistenza di condizioni di pericolo per la salute e la vita tali da imporre un’evacuazione d’urgenza delle persone a bordo”. Qualora ci fosse stata la necessità, aggiungono, si sarebbe predisposto un medevac, un trasporto sanitario urgente e neanche le condizioni meteo imponevano un cambiamento di destinazione.
Nessun riferimento però viene fatto né alla relazione tecnica del Cir, centro internazionale radiomedico, consultato su indicazione del centro di coordinamento e soccorso della Guardia costiera, che con una formale comunicazione aveva consigliato lo sbarco immediato, tanto meno la certificazione Rina che impone a Mediterranea di non superare le 200 miglia dal punto di soccorso.
“Mediterranea, il suo comandante, il suo capomissione, il suo equipaggio di mare e di terra, hanno agito secondo il diritto marittimo, nazionale ed internazionale, e secondo i principi di umanità e giustizia che dovrebbero caratterizzare ogni atto pubblico delle istituzioni, che al contrario usano invece i loro poteri per una continua ed odiosa propaganda elettorale permanente”, tuonano dall’ong italiana.
“Disobbedire ad un ordine illegittimo ed illegale è questione di dignità – sottolineano – la nostra azione, che oggi causa le catene e l’arresto di una nave che potrebbe soccorrere per sessanta giorni, ha prodotto ‘qui ed ora’ l’immediato sbarco in un porto sicuro di dieci naufraghi, il porto più vicino possibile non il più lontano immaginabile, e questo era quello che ci interessava”. E promettono: “A Piantedosi, alle sue catene, continueremo a rispondere “SignorNO!” perché non siamo sudditi”. Adesso la parola passa al tribunale.
(da agenzie)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
VOLEVA LIMITARE L’INFLUENZA DELLA CINA NEL MONDO, SEPRARE MOSCA DA PECHINO, CHE L’INDIA NON COMPRASSE PIU’ PETROLIO RUSSO A PREZZI SCONTATI: NESSUNO DEI SUOI DESIDERI SI E’ REALIZZATO
Non solo: gli è stato anche mostrato che il Paese da vent’anni baluardo delle strategie americane per contenere l’espandersi dell’egemonia cinese in Asia, cioè l’India, piuttosto di inchinarsi agli ordini di Washington si accomoda, tra sorrisi e strette di mano, nello show organizzato da Xi Jinping.
Non è che dall’incontro della Shanghai Cooperation Organization siano uscite grandi decisioni. Si è trattato in buona parte di incontri bilaterali tra leader che vedono gli Stati Uniti come il fumo negli occhi e, soprattutto, di una passerella di abbracci per dire esplicitamente a Trump e alla sua amministrazione che un bel pezzo di mondo si sta organizzando per mettere fine all’ordine internazionale imperniato sulla Pax Americana.
Parole di Xi in persona. Il punto forte della rappresentazione cinese è stata proprio la presenza nella recita, con ruolo d’onore, del primo ministro indiano Narendra Modi.
Non che Delhi non abbia qualcosa di cui rispondere a livello internazionale. Il fatto che, da quando Vladimir Putin ha aggredito l’Ucraina, acquisti greggio a mani basse e così aiuti di fatto a finanziare l’invasione è qualcosa che non può essere semplicemente spiegato come interesse nazionale, senza considerare le conseguenze diplomatiche che ciò avrebbe
comportato.
Ciò nonostante, nei confronti dell’India il presidente americano ha dimostrato di non essere nemmeno lontanamente quel mago del deal, degli accordi, che si vanta di essere. Chi sceglie di entrare in una disputa con qualcuno, deve sapere fin dall’inizio fin dove quel qualcuno può arrivare.
Trump ha invece prima imposto agli indiani dazi del 25% per ritorsione alle barriere che Delhi impone a sua volta sul commercio, citando esplicitamente i prodotti agricoli.
Il fatto è che se Modi smettesse di proteggere il settore agricolo, dal quale dipende la sussistenza del 60% degli indiani, sarebbe un politico senza più futuro. Alla stessa maniera, se obbedisse all’ordine di Washington di non comprare più petrolio russo, pena un altro 25% di dazi, Modi darebbe un segno di debolezza che per lui sarebbe devastante, in un Paese dove il nazionalismo è il tratto politico più popolare.
In altri termini, il primo ministro indiano non poteva accettare il diktat americano senza suicidarsi.
Stretto tra subire le conseguenze dei dazi al 50% e ribellarsi, ha scelto di andare a stringere la mano a quello che è considerato il primo avversario dall’establishment americano, Xi. Non andava in Cina da sette anni, lo ha fatto ora: qualcosa di più di un calcio negli stinchi a Trump.
Quello tra Delhi e Pechino è un riavvicinamento? Adesso India e Cina sono, come ha detto Xi, «partner e non avversarie»?
Di certo, l’incontro di Tianjin non è stato l’apertura di un percorso che potrebbe sfociare in un’alleanza. Innanzitutto, perché un cardine non discutibile della politica estera di Delhi è che si fanno amicizie, si stringono partnership su questioni specifiche ma di alleanze non se ne parla. Con nessuno.
L’India vuole essere una grande potenza, ritiene di essere sulla strada giusta perché il mondo lo riconosca: e una grande potenza non ha bisogno di alleanze finché non è lei a stabilirle. In secondo luogo, perché — oltre alle dispute sulla frontiera himalayana che di tanto in tanto diventano scontri violenti tra i militari dei due Paesi — Delhi e Pechino hanno interessi strutturalmente diversi in Asia e nel bacino Indo-Pacifico, dove nei prossimi anni si deciderà probabilmente chi avrà conquistato l’egemonia.
C’è anche un’altra motivazione alla base del viaggio di Modi in Cina, non secondaria. Delhi e Pechino sono in aperta competizione per la leadership del cosiddetto Sud globale, cioè dei Paesi emergenti che non si allineano agli Stati Uniti ma nemmeno del tutto a Pechino.
Il confronto avviene per lo più nell’ambito dei Brics.
Ma Modi è andato a Tianjin anche per evitare che, davanti alla ventina di leader delle nazioni del Sud presenti, lo show fosse solo di Xi Jinping. Trump vede tutto in tv.
(da Corriere della Sera)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
EMILIANO SI METTE “A DISPOSIZIONE” DEL PARTITO. IN CORSA RESTERÀ INVECE NICHI VENDOLA, SUL CUI RITIRO I ROSSOVERDI DI AVS NON HANNO VOLUTO NEPPURE DISCUTERE
E sei. C’è voluto un po’, fra veti incrociati e beghe personali che peraltro hanno dato
filo da torcere in tutte le regioni, ma alla fine anche l’ultimo rebus — a sorpresa il più complicato — si avvia a soluzione. L’accordo in Puglia sarebbe pressoché raggiunto, manca solo l’ufficialità che salvo ulteriori colpi di scena arriverà venerdì, alla festa dell’Unità a Bisceglie, dove è previsto l’intervento della segretaria del Pd Elly Schlein.
Dopo tanto penare, sarà dunque Antonio Decaro a guidare la coalizione di centrosinistra nella regione governata per un decennio da Michele Emiliano. Il quale, in fondo a un lungo braccio di ferro, avrebbe deciso di mettersi «a disposizione del partito per senso di responsabilità». In corsa resterà invece Nichi Vendola, sul cui ritiro i rossoverdi non ha voluto neppure discutere.
Lo ha ribadito ieri Nicola Fratoianni al Tg3: «Noi abbiamo lavorato sin dall’inizio per l’unità delle opposizioni, ma al tempo stesso Avs non è comparsa, è protagonista di questa coalizione»
Nelle Marche, dove si voterà il 28 e 29 settembre, il meloniano Francesco Acquaroli cercherà il bis contro il dem Matteo Ricci, sostenuto da tutti i partiti di centrosinistra con la sola eccezione di Azione, che si è sfilata ovunque a causa del veto di Calenda sul M5S. I sondaggi registrano un testa a testa: se si dovesse verificare un ribaltone, per la maggioranza, e in particolare per Meloni, sarebbe una débâcle.
Stesso scenario in Calabria, dove l’uscente, il forzista Roberto Occhiuto, ha convocato le urne per il 5 e 6 ottobre con un anno d’anticipo nella speranza di spiazzare gli avversari.
Non aveva fatto i conti con la reazione del campo largo che si è subito coagulato intorno all’ex presidente dell’Inps Pasquale Tridico: una convergenza rapida e corale che segna il passo forse più importante nella costruzione dell’alleanza progressista.
(da agenzie)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
“LAVORAVO NEL MARKETING PER UN’AZIENDA MILANESE, MA HA MOLLATO TUTTO. NON ERO SODDISFATTO: ERA COME SE SENTISSI LA MANCANZA DI UNA STORIA CHE VALESSE LA PENA DI RACCONTARE”… “HO ATTRAVERSATO L’ATLANTICO IN CATAMARANO, UN VIAGGIO DIFFICILE: GLI ALTRI PASSEGGERI ERANO SPESSO UBRIACHI E IL CAPITANO SEMBRAVA MENTALMENTE INSTABILE”
«Noi giovani italiani spesso ci lamentiamo».
Molte volte a ragione: i problemi della scuola, il precariato, la mancanza di certezze sul futuro…
«Tutto vero. Ma quando si tratta di rischiare in prima persona, in pochi azzardano Invece è importante mettersi alla prova, dosare le proprie forze per poi scoprire che farcela da soli è possibile».
A 31 anni, per Nicolò Guarrera è tempo di bilanci.
Se si guarda indietro vede la lunga strada che ha percorso negli ultimi cinque anni. Letteralmente: 35 mila chilometri, qualcosa come 40 milioni di passi. Il 9 agosto del 2020 (in pieno Covid) lavorava nel marketing per un’azienda milanese, ma ha mollato tutto: lavoro, famiglia e amici.
È partito dalla casa dei genitori a Malo (Vicenza) per fare il giro del mondo a piedi. Ieri, 1.849 giorni dopo, ha finalmente rimesso piede in Italia. L’arrivo a casa è fissato per il 13 settembre, con una grande festa.
Com’è nata l’idea di partire?
«La vita è una sola, dovrebbe essere la migliore possibile. Ma non ero soddisfatto: era come se sentissi la mancanza di una storia che valesse la pena di raccontare».
Prima meta, Genova. Poi la Francia, il Cammino di Santiago e la
Via de la Plata fino a Huelva, da dove si è imbarcato per le Canarie.
«Ho attraversato l’Atlantico in catamarano, un viaggio difficile: gli altri passeggeri erano spesso ubriachi e il capitano sembrava mentalmente instabile. Per fortuna siamo arrivati sani e salvi. Qui ho attraversato lo stretto di Panama a piedi. Al confine tra Perù e Cile ho rischiato di finire nei guai, con la polizia cilena che voleva portarmi via tutto ciò che avevo…».
Anche in Australia è stata dura…
«Nel deserto ho avuto momenti di grande sconforto: per attraversarlo mi sono serviti sei mesi. Lì ho imparato una grande lezione: siamo nell’era della velocità, del tutto e subito, ma se ti sposti a piedi non puoi evitare quel che sta in mezzo. Sei costretto ad affrontarlo. E spesso scopri che il percorso è più bello della destinazione».
Dopo tre anni di cammino, ecco l’Asia: l’India, l’Oman, l’Iraq, fino in Turchia. Il ponte per l’Europa e l’Italia.
Quanto ha speso?
«Direi circa 10 euro al giorno, ma dipende molto dal Paese. L’Europa è costosissima».
Durante il viaggio le è capitato di innamorarsi?
«Sì, di una biologa cilena. Mentre attraversavo la sua terra, mi raggiungeva ogni due settimane per fare un pezzo di strada insieme, in mezzo alla natura. È stato bello».
Vi sentite ancora?
«Al momento di lasciare il Cile, la storia non poteva continuare: lei ha sempre saputo quanto importante è, per me, finire questo viaggio».
E adesso?
«Voglio godermi gli ultimi giorni di cammino: non vedo l’ora di tornare ma non ho fretta. Rivedrò le persone a cui voglio bene, scriverò un libro e in futuro spero che la passione per il viaggio si trasformi in un lavoro».
(da “Corriere della Sera”)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
“IN 17 ANNI DA PROPRIETARIO DI DIVERSI RISTORANTI IN RIVIERA RARAMENTE HO MESSO IN REGOLA I MIEI DIPENDENTI, TANTO NON C’E’ VOLONTA’ DA PARTE DELLO STATO DI FARE VERI CONTROLLI”
Dipendente in alberghi e ristoranti, ma anche datore di lavoro per 17 anni. Il signor
Mario, oggi in pensione, può raccontare entrambe le facce della stessa medaglia. “Il mondo della ristorazione e del turismo sono marci, ma più in generale lo è il mondo del lavoro in Italia” ha raccontato a Fanpage.it in un’intervista telefonica.
“Lo sfruttamento dei lavoratori, soprattutto per quanto riguarda i contratti stagionali, esiste perché viene permesso. Io stesso da datore di lavoro ho fatto il bello e il cattivo tempo e la verità è che mi è sempre stato permesso, perché nel nostro Paese non esistono controlli reali”.
Nel 1959, Mario ha lavorato come lift boy. “Avevo appena 14 anni, all’epoca non esisteva lo stipendio ma si pagava a percentuale. Ho lavorato per 3-4 mesi per aiutare anche un po’ la famiglia in condizioni che erano tremende. A fine mese il datore di lavoro ‘contrattava’ con il dipendente per dargli sempre meno di quanto pattuito. Per quanto oggi esista lo stipendio, le cose sono abbastanza simili ad allora”.
“Ho fatto due stagioni, poi dal ’61 le cose sono cambiate ed è stato introdotto lo stipendio. Io guadagnavo 30.000 lire al mese con le famose ‘marchette’ che si attaccavano a un libretto per testimoniare il giorni di lavoro”.
Nel 1962, intorno ai 16 o 17 anni, Mario è partito per raggiungere la Germania. “Lì le cose erano diverse già allora. In totale ho lavorato lì 20 mesi e ancora oggi che ho 80 anni percepisco una pensione di 70 euro al mese. Lo stesso è accaduto anche in Inghilterra con un contratto di lavoro regolare appena entrato. Anche per quel lavoro percepisco 68 euro al mese di pensione. Per 9 anni ho lavorato in giro per l’Europa per imparare le lingue e non ho mai trovato una situazione simile a quella dell’Italia”.
“In Italia, parlando francese, tedesco, inglese e svedese, sono riuscito a fare carriera negli alberghi arrivando a fare anche il direttore. Per 17 anni sono stato anche datore di lavoro – ha ricordato – in alcuni ristoranti. Avendo visto entrambe le facce della medaglia posso dire con certezza che in Italia le cose sono come sono perché lo Stato lo consente”.
“Come datore di lavoro – sostiene il signor Mario – non sono stato meglio degli altri. I miei dipendenti non erano in regola, erano pagati in nero. Perché? Perché lo Stato lo permette e non controlla davvero. Anche chi viene sottoposto ad accertamenti, paga una multa che non è neanche lontanamente alle cifre risparmiate ogni mese per le tasse. Ai miei dipendenti bastava che io aggiungessi qualcosa in più in busta paga ed erano contenti, anche se non c’erano le doverose e importantissime tutele. Negli anni le cose sono andate male perché ho perso tutte le mie attività e sono tornato a fare il dipendente”.
“In Italia i controlli non funzionano. Al massimo ricevi una multa che paghi una volta sola e che è pari alle cifre che risparmi ogni mese in tasse. Tutti sanno come funziona a Rimini e sulla riviera Romagnola, ma nessuno fa niente. Le verifiche che le forze dell’ordine stanno portando avanti in questi mesi in realtà acchiappano le mosche, chi porta avanti questi imbrogli su larga scala resta tutelato”.
Dopo aver perso i 4 ristoranti sulla riviera, il signor Mario è tornato a lavorare come dipendente, arrivando a fare il direttore per un albergo. “In quel ruolo lì cambia poco, devi far vedere al tuo capo che sei bravo e che lavori tanto. Per portare nelle casse degli imprenditori un gran guadagno devi ‘tirare il collo’ ai dipendenti: loro lavorano 12 ore al giorno e tu ne paghi 6”.
Sulle ‘rimostranze’ dei datori di lavoro che sostengono di non trovare personale negli alberghi e nei ristoranti delle località di mare, Mario ha le idee chiare. “Non ho mai avuto questi problemi all’epoca, ma in generale penso che oggi i ragazzi vogliano più tutele, un pagamento adeguato e contratti a norma. Per trovare personale bisogna allargare il portafogli, non si può pretendere di assumere un giovane per 12 ore al giorno a 1000 euro al mese”.
“Non c’è volontà di far davvero rispettare le regole, di capire dove sia il problema e di mettere in piedi un sistema economico che non sia un gigantesco bluff – ha spiegato -. Non ci sono tutele per chi lavora: tutti ad esempio sanno cosa accade a chi raccoglie pomodori nei campi, non esiste al mondo qualcuno che non sappia cos’è il caporalato e come funziona, allora perché esiste ancora ed è così ampiamente praticato? Gli accertamenti dell’ispettorato del lavoro sono organizzati, i dipendenti vengono istruiti su cosa dire. Io l’ho fatto da datore di lavoro e sono stato a mia volta istruito da dipendente”.
“Perché le cose non funzionano? Perché è sempre il dipendente a dover firmare il verbale e se dichiara il falso, l’Ispettorato del lavoro andrà via con un racconto ripulito che non corrisponde alla verità. La speranza è che i media continuino a martellare sulle irregolarità del mondo del lavoro, in modo che prima o poi lo Stato sia costretto a ragionare seriamente sulla situazione”.
(da Fanpage)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
DETTO DA UNO CHE SI PREPARA A INVADERE TAIWAN, RICATTA I PAESI AFRICANI CON LA VIA DELLA SETA, E STERMINA I MUSULMANI DELLO XINJIANG, FA RIDERE… L’INDIA, PIUTTOSTO DI INCHINARSI AGLI ORDINI DI WASHINGTON SI ACCOMODA NELLO SHOW DI XI
Parte da Tianjin l’ultimo attacco contro l’Occidente. Il presidente cinese Xi Jinping ha denunciato la «mentalità da Guerra Fredda» e gli «atti di intimidazione» e proposto di promuovere una «governance globale più giusta e ragionevole… in un nuovo periodo di tumultuosi cambiamenti».
Una visione condivisa dall’alleato russo Vladimir Putin che ha accusato l’Occidente di aver provocato il conflitto in Ucraina.
Si è chiuso così il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, Sco, il più grande dalla sua fondazione nel 2002, che ha riunito nella città portuale settentrionale i capi di Stato e di governo di 10 Stati membri e 16 Paesi osservatori e “partner di dialogo” a cui da ieri si è aggiunto anche il Laos.
Tra loro anche l’iraniano Masoud Pezeshkian, il turco Recep Tayyip Erdogan, il bielorusso Aleksandr Lukashenko, nonché il premier indiano Narendra Modi alla sua prima visita in Cina in sette anni.
Un contrappeso alla Nato, così viene spesso descritta l’Organizzazione che rappresenta quasi la metà della popolazione mondiale e il 23,5% del Pil mondiale.
Un nuovo modello di «vero multilateralismo» che dia priorità al sud del mondo contro «l’egemonismo e la politica della potenza», l’ha invece definita Xi che col vertice di Tianjin ha lanciato la sua sfida all’egemonia degli Stati Uniti sullo sfondo degli sconvolgimenti causati dai dazi introdotti da Donald Trump e dai conflitti in Ucraina e Gaza.
«I compiti di sicurezza e sviluppo che gli Stati membri devono affrontare sono diventati ancora più impegnativi», ha osservato Xi esortando i partner a «opporsi alla mentalità da guerra fredda, al confronto tra blocchi e al bullismo» e a «sostenere il sistema internazionale che ha al centro le Nazioni Unite e il sistema commerciale multilaterale che ha al centro l’Organizzazione mondiale del commercio».
Nel tentativo di ampliare il raggio d’azione della Sco, il presidente cinese ha anche proposto di istituire una piattaforma internazionale per la cooperazione energetica e di accelerare la creazione di una Banca di sviluppo promettendo 2 miliardi di yuan (240 milioni di euro) in aiuti gratuiti quest’anno e 10 miliardi di yuan (1,2 milioni di euro) in prestiti nel prossimo triennio.
Ha anche annunciato di voler consentire ai Paesi Sco di utilizzare il sistema satellitare cinese BeiDou alternativo al sistema Gps controllato dagli Stati Uniti invitandoli a partecipare alla stazione di ricerca lunare cinese.
Xi ha infine auspicato rapporti «stabili e di vasta portata» con l’India, proprio mentre Trump sulla sua piattaforma Truth definiva «a senso unico» le relazioni commerciali con New Delhi. «Facciamo pochissimi affari con l’India, ma loro ne fanno enormi con noi. Ora si sono offerti di tagliare a zero i loro dazi, ma è tardi. Avrebbero dovuto farlo anni fa», ha scritto il leader della Casa Bianca a pochi giorni dall’introduzione di dazi statunitensi al 50% sui prodotti indiani.
Nella dichiarazione conclusiva congiunta, i leader della Sco hanno invece «condannato fermamente gli atti che hanno causato vittime civili» nella Striscia di Gaza e gli attacchi condotti da Israele e Stati Uniti in Iran lo scorso giugno, lanciando un appello per un «cessate il fuoco completo e duraturo e un accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari» a Gaza.
Nessuna parola invece sull’Ucraina. La Sco ha anche chiesto alla comunità internazionale di sostenere la prospettiva «corretta» sulla Seconda guerra mondiale con la Cina che da mesi rivendica il suo ruolo, accanto a quello dell’Urss, nella sconfitta del Giappone e della Germania.
(da la Repubblica)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
LA TRACCIABILITÀ DEI VOLI RESTA UN NERVO SCOPERTO. SOLO TRE MESI FA IL MOVIMENTO 5 STELLE HA PRESENTATO DUE INTERROGAZIONI PARLAMENTARI ACCUSANDO IL GOVERNO DI UTILIZZARE I VOLI DI STATO COME “TAXI PRIVATI” – E IL MINISTRO DELLA DIFESA CROSETTO ALZA IL LIVELLO DELL’ALLARME SULLA “GUERRA IBRIDA”
Secretare i voli di Stato. E, più in generale, rafforzare la capacità italiana di
fronteggiare la cosiddetta guerra elettronica ed elettromagnetica.
È l’ipotesi tornata sul tavolo del governo dopo che un’interferenza di probabile matrice russa ha messo fuori uso i servizi di navigazione Gps prima dell’atterraggio in un aeroporto bulgaro, costringendo l’aereo della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a manovrare con il solo ausilio delle mappe cartacee.
Non a caso il ministro della Difesa Guido Crosetto, ospite ieri sera a Quarta Repubblica, ha alzato il livello dell’allarme sulla «guerra ibrida», che ormai rappresenta «quasi la normalità», con Mosca già in prima linea. «Non mi vedo la Federazione Russa far cadere l’aereo di von der Leyen – ha aggiunto – ma mi vedo gli hacker russi fare centinaia di attacchi alle nostre banche, ai sistemi pubblici, agli aeroporti, alla produzione di energia. Migliaia di bot di disinformazione, il tentativo di raccontare un’altra verità».
Matrice russa o meno, l’episodio sembra aver risvegliato timori che Crosetto ha più volte condiviso con il resto dell’esecutivo, spingendolo a studiare possibili contromisure. E infatti, secondo
fonti qualificate, a via XX Settembre «si sta lavorando» a una bozza di provvedimento che ridefinisca i parametri di sicurezza non solo per i voli della presidente del Consiglio e delle più alte cariche dello Stato, ma anche per i ministri che, in base all’articolo 3 del Dl 98/2011, possono ricorrere agli aerei di Stato solo con autorizzazione specifica, resa pubblica sul sito di Palazzo Chigi (ma classificabile come segreto di Stato).
L’obiettivo è complicare la vita a eventuali sabotatori dotati di disturbatori di frequenze o altri dispositivi in grado di creare problemi alla strumentazione di bordo. Si ragiona, dunque, sulla possibilità di limitare l’accesso ai dati di tracciamento e ai piani di volo degli aerei governativi, oggi talvolta disponibili online.
Non è un mistero, ad esempio, che Chigi sia già intervenuto per limitare il monitoraggio di piattaforme come Flightradar sui voli della premier, dopo che questo giornale, a inizio gennaio, aveva rivelato come la premier stesse volando a Mar-A-Lago, nelle ore decisive per la liberazione di Cecilia Sala dalle carceri iraniane, per incontrare Donald Trump.
La tracciabilità dei voli, insomma, resta un nervo scoperto. Anche a livello politico. Solo tre mesi fa il Movimento 5 Stelle ha presentato due interrogazioni parlamentari accusando il governo di utilizzare i voli di Stato come «taxi privati». Sul fronte della sicurezza, tuttavia, è improbabile che il provvedimento si riduca a un semplice giro di vite sulle informazioni accessibili.
(da agenzie)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
I FUNZIONARI DELLA COMMISSIONE EUROPEA SOTTOLINEANO LA GRAVITÀ DI QUANTO ACCADUTO DOMENICA SCORSA, QUANDO IL JET DI URSULA VON DER LEYEN È DOVUTO ATTERRARE IN BULGARIA UTILIZZANDO LE MAPPE CARTACEE PERCHÉ I SISTEMI INFORMATICI SONO STATI MESSI KO DA MOSCA … COME HA FATTO PUTIN A OSCURARE IL GPS DELL’AEREO? UTILIZZANDO DELLE TECNOLOGICHE CHE GENERANO “CUPOLE” DI ONDE ELETTROMAGNETICHE, ALL’INTERNO DELLE QUALI OGNI APPARECCHIATURA DIVENTA INUTILE
“Un atto di cyberguerra”. Alla Commissione Ue nessuno ieri negava che il pericolo corso da Ursula von der Leyen nel volo dalla Polonia alla Bulgaria di domenica scorsa fosse un attacco mirato. Pubblicamente non si definisce l’accaduto come una vera e propria offensiva bellica, ma riservatamente negli uffici
dell’esecutivo europeo che si occupano di Difesa in pochi lo negano. Perché una guerra tecnologica è comunque una guerra.
«Possiamo effettivamente confermare – ha detto ieri una portavoce della Commissione – che si è verificato un disturbo del segnale Gps ma l’aereo è atterrato sano e salvo in Bulgaria. Abbiamo ricevuto informazioni dalle autorità bulgare secondo cui sospettano che ciò sia dovuto a una palese interferenza da parte della Russia». Quindi non solo un sospetto ma un atto di accusa rivolto dalle autorità di Sofia. Che però in serata hanno cercato di ridimensionare il caso con una smentita del ministro dell’Interno Mitov.
Cosa è successo? Un cyber-attacco ha oscurato il sistema di navigazione satellitare bulgaro mentre stava per atterrare il volo di von der Leyen nella città di Plovdiv. Una incursione nei sistemi radar civili, dunque, che ha costretto il charter della presidente della Commissione prima a ritardare l’atterraggio e poi ad effettuarlo senza l’ausilio tecnologico, ma con il vecchio sistema delle mappe cartacee.
Un incidente – senza conseguenze concrete – che unanimemente viene appunto attribuito alla guerra ibrida di Mosca. Anche perché situazioni analoghe, sempre domenica scorsa, sono state registrate in diverse aree d’Europa, dal Mare del Nord ai Balcani. E probabilmente non è un caso che questo sia avvenuto durante la visita della leader Ue nei Paesi confinanti con la Russia.
Vere e proprie aggressioni che si stanno ripetendo con continuità da diversi mesi. Subite persino dal capo della Difesa tedesca, Carsten Breuer, che ha confessato di aver affrontato almeno due volte episodi analoghi mentre volava sul mar Baltico. «Al momento – ha spiegato – abbiamo a che fare con atti di sabotaggio e spionaggio, siamo anche soggetti ad azioni ibride che possiamo ricondurre ad attori statuali e anche alla Russia».
Il Cremlino ha negato il suo coinvolgimento. «Le vostre informazioni – ha detto il portavoce di Putin, Peskov – non sono
corrette». Ma a Bruxelles nessuno crede alla smentita russa. «Siamo consapevoli e in qualche modo abituati – ha aggiunto la portavoce di Palazzo Berlaymont – alle minacce e alle intimidazioni che sono una componente costante del comportamento ostile della Russia. Naturalmente, questo non farà che rafforzare ulteriormente il nostro incrollabile impegno a potenziare le capacità di difesa e il supporto all’Ucraina».
L’Esecutivo europeo, quindi, sta studiando delle contromisure e inizierà «sanzionando alcune aziende che hanno condotto attività legate all’interruzione del segnale Gps che ha colpito i nostri Stati membri». «Le interferenze – ha sottolineato il commissario alla Difesa Kubilius – danneggiano le nostre economie nei settori aereo, marittimo e dei trasporti.
Il nostro progetto spaziale Galileo dell’Ue può aiutare. Aumenteremo i satelliti in orbita bassa per una maggiore robustezza e potenzieremo il rilevamento delle interferenze». L’idea è dunque di contrastare il cosiddetto jamming (disturbi ai segnali di navigazione elettronica) e spoofing (alterazione delle posizioni rilevate), attività in grado di distorcere o impedire l’accesso al sistema di navigazione satellitare.
Nel recente passato veniva utilizzato dai servizi militari e di intelligence per difendere siti sensibili, ma la Russia lo ha modificato per interrompere la vita civile. «Putin – ha avvertito von der Leyen – non è cambiato, è un predatore».
(da agenzie)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
LUI SI VEDE COME UN LEADER, NON COME UN GREGARIO E I LEGHISTI DELLA VECCHIA GUARDIA E QUELLI MODERATI AVVISANO SALVINI: “FINIRAI FAGOCITATO” . MA SENZA I SUOI VOTI, IL PARTITO RISCHIA DI CROLLARE, IN PUGLIA E’ SOTTO IL 5%
Roberto Vannacci si vede come un leader, non come un gregario. Per questo, all’inizio,
voleva fondare un partito tutto suo. Poi ha scoperto quanti movimenti politici sono morti prima di nascere e, prudentemente, ha preferito entrare nella Lega, incassare l’elezione ad europarlamentare e ottenere da Matteo Salvini la nomina a vicesegretario.
Il desiderio di comando, però, non si è affievolito. Per soddisfarlo, Vannacci ha solo dovuto imboccare una strada diversa, forse persino più facile: colonizzare un partito in crisi di consenso, ma già strutturato, riconosciuto, radicato.
“Vannaccizzare” la Lega, insomma. E l’operazione, in vista delle tante elezioni regionali che si terranno in questo autunno, sta subendo un’accelerazione.
In Puglia, dove si dovrebbe votare a novembre, l’ex generale sarà capolista nei collegi di Bari, Foggia e Taranto. Potrebbe finire candidato anche negli altri collegi, in posizioni meno in vista. Questo vuol dire che sarà sul territorio in campagna elettorale, stringerà rapporti, testerà ancora una volta il suo peso nelle urne.
Sarà il volto della Lega in Puglia. Per Salvini, invece, Vannacci è la carta con cui provare a superare Forza Italia, per attestarsi come seconda forza del centrodestra, dietro Fratelli d’Italia. E poi è anche una questione di sopravvivenza: la Lega in Puglia – secondo alcuni sondaggi – viene data sotto il 5%, ma la legge elettorale pone una soglia di sbarramento, per le liste in coalizione, fissata al 4%.
Se i leghisti non riuscissero nemmeno a entrare in Consiglio regionale, sarebbe un problema non da poco.
Ancora una volta, dunque, come alle ultime Europee, le difficoltà elettorali della Lega si trasformano per Vannacci in un’occasione.
Nella “sua” Toscana, invece – dove si voterà il 12 e 13 ottobre – è stato incaricato da Salvini di gestire tutta la campagna elettorale del partito.
Per trovare gente fidata da inserire nelle liste, Vannacci ha dato il via libera la scorsa primavera alla nascita di comitati paralleli a quelli leghisti e che si riuniscono sotto il nome “Team Vannacci”. Ad oggi sono 150. E spuntano anche al Nord.
È l’incubo prospettato dai leghisti della vecchia guardia, che non volevano aprire le porte del partito al generale. E che ora si trovano costretti a combattere per non essere colonizzati.
(da la Stampa)
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