Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DELLA CAMERA: “ACCUSE INFAMANTI, NULLA DA NASCONDERE”… CAPACI SOLO A VOMITARE FANGO
In una campagna elettorale mesta, con sondaggi elettorali netti, che il centrodestra vorrebbe
però tentare di riequilibrare il più possibile, nella battaglia per le elezioni Regionali in Campania l’affaire del giorno è un natante intestato all’ex presidente della Camera Roberto Fico, candidato del centrosinistra a succedere a Vincenzo De Luca.
Sono almeno ventiquattr’ore che nella bolla (piccola e litigiosa) di centrodestra vs. centrosinistra non si fa che parlare della barca “Paprika”, come si evince dal documento di proprietà, tecnicamente un gozzo Sciallino a motore di 34 piedi con 4 posti letto, costruito nel 2001, di proprietà di Fico, comprato usato, ormeggiato attualmente a Procida, una delle isole del Golfo di Napoli.
Qual è il caso, dunque? Il primo nasce dalla denuncia del centrodestra, in particolare di Fratelli d’Italia, il partito che esprime il principale candidato avversario di Fico, ovvero Edmondo Cirielli. Un senatore napoletano di Fdi, Sergio
Rastrelli, commissario cittadino del partito, ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro della Difesa, Guido Crosetto, chiedendo di verificare una serie di questioni che riguardano questa barca.
L’accusa è questa: “Paprika” sarebbe stata – dice il senatore del partito di Giorgia Meloni – per un tot di tempo ormeggiata nell’area di pertinenza del circolo sportivo dell’Aeronautica militare a Nisida. Si può? Pare di sì: personalità (non solo militari, anche civili) che ricoprono particolari e delicati incarichi istituzionali possono chiederlo per motivi di sicurezza.
§Sul tema Fico si dice tranquillo e senza niente da nascondere: «La destra fa una campagna elettorale su un gozzo, dove chiaramente è tutto perfetto e non c’è niente. Rigetto al mittente tutte le accuse infamanti che fanno, perché fanno illazioni che non stanno né in cielo né in terra».
E veniamo al secondo caso, quello d’ordine politico: Fico è stato uno dei fondatori del Movimento Cinque Stelle – che cozzerebbe, dicono a destra, con la proprietà di un gozzo (senti chi parla…)
Per il senatore di Fdi, Antonio Iannone «uno sciallino 34 piedi costab circa 500 mila euro, ma da usato comunque costerebbe non meno di 150 mila euro. È proprio finita l’epoca dei duri e puri e del moralismo grillino».
Peccato che un modello del 2001 costi 100.000 (e anche meno), un ex presidente della Camera può permettersi la spesa con la sola liquidazione. Se poi qualcuno vuole fare polemica sulle location dei politici basta l’esempio della Meloni che ha potuto comprarsi una villa da 1.3 milioni.
Fico con una sua dichiarazione replica: «Ma dico: com’è possibile fare la campagna elettorale su un gozzo? Significa che non hanno argomenti, significa che hanno paura e cercano, in modo anche maldestro e molto infantile, di trovare un modo per delegittimarmi. Ma il modo non c’è,
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Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
PER IL 72% DEI RAGAZZI LA GUIDA DI ESPERTI QUALIFICATI SUL TEMA E’ RITENUTA FONDAMENTALE
8 genitori su 10 vorrebbero l’educazione sessuale nella scuola dei figli. Un dato che si avvicina molto a quello degli stessi studenti, il cui 90% vorrebbe l’introduzione di percorsi dedicati. È quanto emerge da un sondaggio dell’osservatorio Giovani e Sessualità di Durex, condotto in collaborazione con Skuola.net su 15.000 ragazzi tra 11 e 24 anni. Per il 72% dei ragazzi, la guida di medici, psicologi ed esperti qualificati è fondamentale per un’informazione seria e corretta, lontana da contenuti approssimativi o pericolosi reperibili online.
Le paure dei genitori
Se il dato degli studenti è stato più volte rilevato. Lo stesso non vale per i genitori, che in questa indagine si dichiarano in larga parte favorevoli: circa 8 su 10 sostengono programmi strutturati di educazione affettiva e sessuale, e quasi la metà ritiene che dovrebbero partire già dalle scuole medie. La spinta nasce da
preoccupazioni concrete: oltre al rischio di relazioni tossiche e violenze sessuali, molti genitori temono la diffusione di comportamenti a rischio legati a rapporti sessuali precoci o almancato uso di contraccettivi. I dati del sondaggio confermano in parte queste preoccupazioni: il 23,6% dei giovani ha avuto il primo rapporto tra gli 11 e i 14 anni, quasi la metà ha ricevuto contenuti sessuali non richiesti e uno su due si informa online su sessualità e contraccezione, spesso con informazioni imprecise o incomplete.
Il dibattito politico
Il tema è al centro del dibattito pubblico e pubblico. Ora anche nelle scuole medie sarà possibile affrontare temi legati all’educazione sessuale, a condizione che i genitori abbiano firmato un consenso informato dopo essere stati adeguatamente informati sui contenuti e sul materiale didattico previsto. È quanto deciso ieri dopo diverse riunioni della Commissione Cultura-Istruzione sul ddl Valditara, inizialmente volto a vietare l’insegnamento di educazione sessuale nelle medie. La maggioranza, infatti, ha modificato il testo con un nuovo emendamento della Lega, eliminando il divieto – che era stato introdotto sempre dal partito di Salvini – per le scuole medie ma mantenendolo per infanzia ed elementari.
(da agenzie)
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Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
IL TRIBUNALE DEL LUSSEMBURGO RESPINGE IL RICORSO DELLA DANIMARCA CONTRO IL PROVVEDIMENTO
La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha confermato la validità di «gran parte»
delladirettiva relativa ai salari minimi nei Paesi Ue. Il tribunale con sede a Lussemburgo ha bocciato l’esposto presentato dal governo della Danimarca, secondo cui l’Ue avrebbe abusato dei propri poteri legiferando su questioni relative al lavoro e alle retribuzioni. Questa “invasione di campo” è stata riconosciuta dai giudici soltanto per due disposizioni della direttiva. La prima è quella che «elenca i criteri che gli Stati membri, dove sono previsti salari minimi legali, devono obbligatoriamente prendere in considerazione al momento della determinazione e dell’aggiornamento di tali salari». La seconda è la norma che «ne impedisce la riduzione quando tali salari sono soggetti a indicizzazione automatica».
Cosa prevede la direttiva Ue sul salario minimo
Nel ricorso presentato alla Corte di Giustizia Ue, la Danimarca chiedeva l’annullamento integrale della direttiva relativa a salari minimi adeguati. Secondo il governo di Copenaghen, il provvedimento comporterebbe un’ingerenza diretta nella determinazione delle retribuzioni all’interno dell’Unione e nel diritto di associazione, che — secondo i Trattati — sono di competenza nazionale. La Corte ha respinto in gran parte il ricorso, confermando la validità della maggior parte della direttiva in questione. Già, ma cosa prevede esattamente il
provvedimento? Adottata nel 2022, la direttiva in questione non impone agli Stati membri un salario minimo unico e uniforme, ma istituisce un quadro normativo per garantire salari minimi adeguati negli Stati membri in cui essi sono previsti per legge. Per i cinque Paesi Ue che ancora non hanno fissato una soglia minima prevista per legge (Italia, Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia) il provvedimento punta a promuovere una contrattazione collettiva più forte per alzare i salari.
Festeggia la sinistra europea
A giubilare per prima per la sentenza della Corte Ue è Ursula von der Leyen, che parla di «pietra miliare» per i cittadini europei. «Ogni lavoratore in Europa dovrebbe potersi guadagnare da vivere. La direttiva sarà attuata nel pieno rispetto delle tradizioni nazionali, dell’autonomia delle parti sociali e dell’importanza della contrattazione collettiva. Il nostro impegno è che il lavoro sia davvero remunerativo», scrive in una nota la presidente della Commissione Ue. Ma a sorridere sono anche e soprattutto i politici di sinistra e centrosinistra, che più hanno spinto negli scorsi anni per l’approvazione della direttiva. Il gruppo dei Socialisti e Democratici europei parla di «giorno positivo per l’Europa sociale e per i diritti dei lavoratori» e un forte segnale di speranza e giustizia sociale. Mentre Li Andersson, europarlamentare finlandese della Sinistra Ue e presidente della commissione Lavoro al Parlamento europeo, considera la sentenza «una vittoria dei diritti fondamentali».
(da agenzie)
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Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
IL CASO PIÙ CLAMOROSO È QUELLO DELLA “WORLD LIBERTY FINANCIAL COMPANY”, CHE VALE 4 MILIARDI DI DOLLARI: TRA I FINANZIATORI CI SONO GLI EMIRATI ARABI UNITI, CHE HANNO VERSATO 2 MILIARDI … PAESI INTERESSATI A INFLUENZARE LA POLITICA AMERICANA COMPRANO LA BENEVOLENZA DEL PRESIDENTE INVESTENDO SOMME COLOSSALI
Scommettere sulle scommesse, pagando in criptovalute. È la nuova frontiera della speculazione finanziaria, una ruota della fortuna di ultima generazione che a Wall Street va di gran moda. A tal punto che anche la famiglia Trump ha deciso di investire nei prediction market, piattaforme che consentono di puntare sui risultati dei più diversi eventi, da quelli politici, a cominciare dalle elezioni, fino a quelli sportivi.
In sostanza si compra un “titolo”, in formato digitale, che rappresenta la probabilità che la competizione abbia un determinato esito. A tenere il banco sono i proprietari di questa sorta di roulette, che finiscono per incassare laute commissioni.
L’affare ha fatto gola a Eric e Donald Trump junior, i figli del presidente Usa, che da quando il padre ha conquistato la Casa
Bianca sono impegnati in una frenetica attività affaristica.
Per i soldi non c’è problema. Ricchi finanziatori fanno la fila per dare una mano alla coppia di rampolli del tycoon, il quale, a sua volta, ha solo formalmente messo in pausa l’attività di businessman.
I suoi investimenti sono custoditi da un trust amministrato dal figlio Don junior e non da un cosiddetto blind trust affidato a un amministratore terzo e indipendente rispetto alla famiglia, com’è sempre successo per tutti i precedenti presidenti
Il presidente va di fretta: a 79 anni, giunto al suo secondo e ultimo mandato (a meno di ribaltoni costituzionali), deve spingere la giostra degli affari alla massima velocità. Si spiega anche in questo modo la scelta di puntare sul mondo delle criptovalute, dove le regole sono ancora poche e, volendo, relativamente facili da aggirare.Nei mesi scorsi, su esplicita richiesta della Casa Bianca, il congresso Usa ha varato nuove norme per spianare la strada agli investimenti in questo settore in rapidissima espansione. Tutto questo mentre Trump padre si vanta di essere il primo “cripto presidente” della storia.
Secondo una ricostruzione pubblicata di recente dal Financial Times, le società variamente riconducibili alla famiglia del tycoon avrebbero già guadagnato circa un miliardo di dollari grazie agli investimenti nelle più svariate criptoattività.
L’ultima operazione di una lunga serie, come detto, è lo sbarco nei prediction market, annunciato a fine ottobre con il marchio Truth Predict. In sostanza, secondo quanto comunicato nei giorni
scorsi, gli utenti del social trumpiano Truth avranno la possibilità di scommettere sui risultati degli eventi utilizzando la moneta digitale sviluppata dalla piattaforma Crypto.com.
Quest’ultima, ad agosto, ha annunciato un accordo con il Trump Media & Technology Group (Tmtg) per creare una società comune, denominata Cro, da riempire con valuta digitale, i cosiddetti token, per un valore di 6,5 miliardi di dollari. Questa somma colossale dovrebbe essere raccolta sul mercato finanziario anche grazie a una semisconosciuta (finora) banca d’affari, la Yorkville corp.
Del resto, il mandato chiaro affidato a Paul Atkins, il nuovo presidente della Sec, l’organo di vigilanza sui mercati finanziari, è proprio quello di assecondare la crescita degli investimenti nelle criptoattività, smantellando l’impalcatura dei controlli, soprattutto in chiave antiriciclaggio, creata dal suo predecessore Gary Gensler.
Non è una sorpresa, allora, se nei mesi scorsi operatori grandi e piccoli di Wall Street, dai semplici investitori fino alle più paludate istituzioni bancarie, si sono buttati a capofitto in un settore fino a poco tempo fa guardato con un certo distacco, se non con sospetto.
La quotazione del bitcoin, termometro di questo particolare mercato, ha fatto segnare un rialzo del 30 per cento nell’arco di dodici mesi, dopo la vittoria elettorale di Trump, e solo nelle ultime settimane i timori di una bolla speculativa hanno un po’ sgonfiato il prezzo.
Nel frattempo, i rampolli del presidente hanno seguito l’onda investendo anche in una società che si dedica al cosiddetto mining di criptovalute, cioè alla loro produzione e convalida attraverso una complessa procedura gestita da una rete di computer
American Bitcoin, questo il nome dell’azienda, è quotata in Borsa al Nasdaq, dove vale oltre 4 miliardi di dollari, ed è controllata da Eric e Donald jr. Un’altra società di famiglia, la World Liberty Financial Company (Wlfi), ha lanciato un proprio token, una sorta di titolo digitale, e una stablecoin, cioè una criptovaluta ancorata al valore del dollaro.
Il collocamento di queste attività ha fruttato centinaia di milioni di dollari, anche se non è chiaro chi siano gli investitori che hanno aperto il portafoglio per finanziare una società che ha come principali soci la famiglia Trump, con una quota del 38 per cento, e quella di Steve Witkoff, il costruttore amico del presidente che lo ha nominato proprio inviato personale in Medio Oriente e anche in Ucraina.
Il nome di qualche finanziatore è filtrato nelle settimane scorse. Si è così scoperto che un fiume di soldi è arrivato dai paesi del Golfo. Da Abu Dhabi 2 miliardi di dollari investiti sulla stablecoin di WLFI, e altri 100 milioni per il token.
Il conflitto d’interessi è evidente. Paesi interessati a influenzare la politica americana nei loro confronti di fatto comprano la benevolenza del presidente investendo somme colossali in una sua società di famiglia. Tra i soci di World Liberty Financial
comparso anche il nome del finanziere Justin Sun, che ha sottoscritto azioni per 75 milioni di dollari.
In sospetta coincidenza con questo investimento, la Sec ha messo in pausa l’indagine sull’uomo d’affari di origine cinese, sotto inchiesta per manipolazione dei mercati finanziari.
Il caso di Sun non è isolato. Fin dai primi giorni della presidenza Trump, decine di donatori hanno comprato l’accesso alla Casa Bianca pagando in criptovalute.
Tra aprile e maggio, una sorta di concorso riservato ai sottoscrittori del meme coin $Trump, una criptoattività collocata nelle settimane precedenti, ha messo in palio la partecipazione a una cena gala nel golf club del presidente nei dintorni di Washington. Il contest ha fruttato circa 147 milioni di dollari versati da 220 partecipanti.
Conflitto d’interessi? Finanziamenti anonimi e sospetti? A ogni richiesta di informazioni la Casa Bianca ha replicato che tutto è stato fatto nell’interesse del popolo americano. Parola di Trump, il primo criptopresidente della storia.
(da Domani)
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Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
LABATE GALLEGGIA INTORNO AL 3%, MA NON VA MEGLIO A DEL DEBBIO, PORRO E GIORDANO. SI SALVA SOLO NUZZI
Potremmo definirla la crisi di Rete 4, del ‘retequattrismo’ o del genere talk, che ingolfa e
occupa militarmente la terza rete di Mediaset. il canale soffre e l’andamento di questo avvio di stagione appare, di fatto, come il più difficile e complicato degli ultimi anni.
I numeri parlano chiaro. Rete 4 fatica il lunedì con Porro, il martedì con la Berlinguer, terribilmente il mercoledì col neo-arrivato Labate, il giovedì con l’appannato Del Debbio e la domenica con lo sfrattato Giordano, l’unico a poter mostrare al ‘professore’ il foglio con la giustificazione. A sorridere è solamente Nuzzi, che con suo “Quarto Grado” rappresenta in tutti i sensi l’eccezione alla regola, visto che è l’unico programma a non occuparsi di politica.
Se da una parte il governo Meloni risulta più saldo che mai, con il partito della premier comodamente in cima alla classifica di gradimento, dall’altra c’è una televisione che ha bisogno di una determinata narrazione, possibilmente di “opposizione”.
Del resto, se in Parlamento il nemico risulta innocuo e privo di armi, questo ha necessità di sfogarsi fuori, magari in arene che facciano le pulci al potere, che lo incastrino, che lo demonizzino e che lo mettano sotto ‘processo’.
E’ sempre andata così, fin dai tempi di Michele Santoro, che macinava ascolti impallinando Silvio Berlusconi, proprio mentre Berlusconi dominava nei sondaggi. Un controsenso? No. Semplicemente la voglia del contraddittorio.
In tal senso, il volto più in difficoltà è Del Debbio, reduce dall’ultimo mese in totale affanno in confronto ad un redivivo Corrado Formigli che, con “Piazzapulita”, ha saputo intercettare la questione Gaza dal caso Flotilla in poi.
Scenario internazionale che “Dritto e rovescio” affronta, ma in maniera annoiata e ‘passiva’, sentimento che si identifica perfettamente col suo padrone di casa, che subisce la discussione più che indirizzarla.
Sono pertanto lontani i tempi delle borseggiatrici rom che rubano in metro, sostituite di recente con la denuncia dell’insicurezza nelle grandi città, guarda caso tutte amministrate dal centrosinistra e senza che venga mai interpellato il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi.
“Fuori dal coro”, non si discosta molto da un simile indirizzo, nonostante sul fronte dei ‘ladri di case’ si sia spesso (e a sorpresa) espresso contro la Meloni. La sua trasmissione ha il merito di essersi trasformata rispetto a quella degli albori, rinunciando al pubblico in studio e ai siparietti coi politici di destra (ricordate Salvini che mangiava i pop-corn?), a vantaggio di inchieste e segnalazioni di ingiustizie da parte dei cittadini.
“Quarta Repubblica”, su tutti, è il contesto più imparziale. Certo, l’impostazione ideologica è chiara, tuttavia è l’unico luogo in cui l’ospite può davvero discutere e misurarsi con l’avversario, tra l’altro senza applausi e interruzioni di sorta.
Porro deve però fare i conti con un’impostazione ‘ibrida’ che soccombe dinanzi al taglio ‘aggressivo’ de “Lo Stato delle Cose”, con Giletti che riesce a creare l’evento pure se gli
ingredienti tra le mani sono nulli o di scarsa qualità.
Meritano un discorso a parte Bianca Berlinguer e Tommaso Labate. Per loro la tesi del ‘retequattrismo’ non vale, in quanto figure riconducibili alla sinistra. Per quel che concerne “E’ sempre Cartabianca”, qualcuno pensava di spostare automaticamente gli spettatori di Rai 3 (che già non erano tantissimi) su Rete 4, puntando tutto sulla presa del conduttore. Una certezza scalfita dal principio identitario e dalla difficoltà di
traslare un certo elettorato sull’ex rete di Emilio Fede.
Gli spettatori di centrodestra non si riconoscono nel programma e nel giornalista al timone, quelli di centrosinistra non si riconoscono nel brand.
In tutto questo andrebbe infine analizzato l’effetto “Ruota”. Se per secoli l’access di Canale 5 aveva navigato tra il 12-14% di share, oggi si è chiamati a fare i conti con un ascolto raddoppiato che penalizza inevitabilmente i ‘pesci piccoli’.
Un’insofferenza testimoniata dal proliferare di “anteprime”, utili a isolare i segmenti che si sovrappongono al game di Gerry Scotti. Un alibi, non la spiegazione di una seria e prolungata battuta d’arresto.
(da Today)
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Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
“IL COLLEGIO NON SI DIMETTE, AGIAMO IN PIENA AUTONOMIA ANCHE QUANDO PRENDIAMO UNA DECISIONE SCOMODA. LA NARRAZIONE DEL GARANTE COME SUBALTERNO ALLA MAGGIORANZA DI GOVERNO E’ UNA MISTIFICAZIONE” … COME NO, CI CREDIAMO TUTTI
“Il collegio non si dimette”. Così, nei titoli del Tg1, è stata anticipata un’intervista al presidente del Garante per la Privacy Pasquale Stanzione.
“Nessuna dimissione. Noi agiamo in piena autonomia anche quando prendiamo una decisione scomoda”. Lo ha detto in un’intervista al Tg1 il presidente dell’autorita’ Garante della Privacy, Pasquale Stanzione, che dopo le polemiche di questi giorni sottolinea: “Nessuna dimissione. Le accuse sollevate sono infondate, infatti non vi e’ mai stata una decisione del Garante assunta per ragioni diverse dall’applicazione della legge, in piena indipendenza di giudizio”.
Secondo Stanzione “la narrazione del Garante come subalterno alla maggioranza di governo e’ una mistificazione che mira a delegittimarne l’azione, soprattutto quando le decisioni sono sgradite.
(da agenzie)
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Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
L’UOMO AVEVA VENDUTO FARMACI PER I RENI PROVENIENTI DALLA CINA, NON APPROVATI DALL’AGENZIA STATUNITENSE DEL FARMACO – L’ATTO DI CLEMENZA, CHE NON È STATO ANNUNCIATO PUBBLICAMENTE DALLA CASA BIANCA, È SOLO L’ULTIMO DECISO DAL TYCOON A FAVORE DI AMICI, SODALI O ALLEATI POLITICI
Donald Trump ha graziato silenziosamente la scorsa settimana il marito della
deputatarepubblicana Diana Harshbarger, in mezzo a una serie di atti di clemenza a suoi alleati. Lo scrive il New York Times.
Nel 2013, Robert Harshbarger Jr., all’epoca farmacista autorizzato, si è dichiarato colpevole di frode sanitaria e di distribuzione di un farmaco con etichetta errata, in questo caso farmaci per i reni, alcuni dei quali provenienti dalla Cina, non approvati dalla Food and Drug Administration.
La moglie, anch’essa farmacista, era dirigente e agente aziendale di American Inhalation Medication Specialists, la società – sciolta nel 2018 – attraverso la quale suo marito vendeva i farmaci. Tuttavia, durante la prima campagna elettorale che l’ha portata al Congresso nel 2020, ha negato ai media locali di avere alcun coinvolgimento con l’azienda, dopo che alcuni annunci pubblicitari l’avevano collegata alla condanna del marito.
La donna era stata sostenuta da Trump nel 2020 e in tutte le sue candidature per la rielezione. Il tycoon l’ha elogiata come una “repubblicana conservatrice e senza mezzi termini di Trump” nel 2021 e, in un post sui social la scorsa settimana, l’ha definita “una farmacista e imprenditrice di grande successo”.
La grazia, che non è stata annunciata pubblicamente dalla Casa Bianca, è stata pubblicata sul sito web dell’ufficio del procuratore per la grazia del Dipartimento di Giustizia.
Nella lista anche Troy Lake, un meccanico che si era dichiarato colpevole di aver disattivato i controlli delle emissioni destinati a regolare lo scarico di inquinanti nocivi; Michael McMahon, un agente di polizia in pensione di New York condannato per aver partecipato a un complotto del governo cinese volto a localizzare, sorvegliare e intimidire una famiglia nella periferia del New Jersey;
Darryl Strawberry, il battitore di baseball condannato per evasione fiscale negli anni ’90; e due repubblicani del Tennessee – l’ex presidente della Camera e un ex assistente di alto livello – condannati settimane prima per corruzione pubblica e che avrebbero dovuto presentarsi in carcere entro la fine del mese.
(da agenzie)
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Novembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
LA MUSICISTA, ACCUSATA DI “PICCOLO TEPPISMO” E “DISCREDITO DELL’ESERCITO”, DOVEVA TORNARE LIBERA OGGI, MA INVECE È STATA INVECE PORTATA IN UNA STAZIONE DI POLIZIA NEL CENTRO DI SAN PIETROBURGO
Appena uscita dal carcere, la polizia di San Pietroburgo ha arrestato nuovamente Diana Loginova, in arte ‘Naoko’, musicista di strada di 18 anni già incarcerata due volte per brevi periodi dopo essersi esibita in canzoni anti-Cremlino. Lo riporta Reuters sul suo sito web.
Loginova, cantante del gruppo Stoptime, è stata arrestata per la prima volta insieme ad altri membri della sua band il mese scorso e condannata a 13 giorni di carcere per reati contro l’ordine pubblico, dopo che la sua esecuzione di un brano vietato, ‘Swan Lake Cooperative’ del rapper russo anti-Cremlino in esilio Noize MC, è diventata virale sui social media.
Il brano ‘Swan Lake’ l’ha messa nei guai perché il famoso balletto di Piotr Cajkovskij è visto come un simbolo di cambiamento politico da alcuni in Russia, che ricordano che fu trasmesso dalla tv di Stato dopo la morte dei leader sovietici e durante il colpo di Stato del 1991 contro Mikhail Gorbaciov, l’ultimo presidente sovietico.
La sua interpretazione di un altro brano sgradito alle autorità – ‘You Are a Soldier’ della cantante Monetochka, che come Noize MC ha lasciato il Paese ed è stata designata come “agente straniero” – le ha causato ulteriori problemi e le è stata inflitta una multa di 30.000 rubli (circa 320 euro) per aver screditato l’esercito. Un tribunale le ha poi inflitto un’altra condanna a 13 giorni di carcere per “piccolo teppismo” correlato alla sua esibizione vicino a una stazione della metropolitana nel centro di San Pietroburgo il mese scorso.
Loginova avrebbe dovuto essere rilasciata oggi, ma invece è stata invece portata in una stazione di polizia nel centro di San Pietroburgo, dove secondo l’agenzia di stampa statale Ria Novosti – che cita una fonte delle forze dell’ordine – avrebbe dovuto essere accusata di un altro reato contro l’ordine pubblico, che potrebbe comportare un’altra breve pena detentiva. Separatamente, i verbali del tribunale mostrano che Loginova deve affrontare ulteriori accuse per aver screditato l’esercito.
A maggio, un tribunale ha vietato il brano “Swan Lake Cooperative” stabilendo che conteneva dichiarazioni che potevano essere viste come “promozioni di cambiamenti violenti ai fondamenti dell’ordine costituzionale”.
(da agenzie)
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