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“NEL 1991 PAOLO DISSE DI ESSERE ESPLICITAMENTE CONTRO LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE” : SALVATORE BORSELLINO, FRATELLO DEL MAGISTRATO UCCISO ALLA MAFIA, RIFILA UNO SCHIAFFONE AI MAL-DESTRI CHE TIRANO FUORI IL SANTINO DEL GIUDICE A LORO USO E ABUSO

Novembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

“TUTTO FA PARTE DI UNA MANOVRA PER CERCARE DI MINARE IN QUALCHE MANIERA L’INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA. PER QUESTO AL REFERENDUM VOTERÒ SICURAMENTE NO”

La posizione di Paolo Borsellino sulla separazione delle carriere? “Sono stato io che ho trovato in un libro, in cui sono raccolti i suoi scritti, questo suo intervento, se non sbaglio nel 1991 a Bari, in cui Paolo dice esplicitamente di essere contro la separazione delle carriere e parla della politica che vuole intervenire in questo senso”. Lo dice a Rai Radio1, ospite di Un Giorno da Pecora, Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, intervistato da Giorgio Lauro.
“E’ evidente che allora però le condizioni erano diverse, si stava riformando il codice penale ad esempio”, ha proseguito Borsellino a Rai Radio1. Le da’ fastidio che suo fratello venga tirato in ballo nel dibattito sulla riforma della Giustizia?
“E’ una cosa che non piace affatto, non è utile, si deve discutere di adesso, senza tirare fuori le dichiarazioni di mio fratello o di Falcone per cercare di influire su una cosa attuale che ha condizioni ben diverse”. Lei come voterà al referendum sulla riforma? “Assolutamente contro la separazione delle carriere.
Si parla di questa ma il tutto fa parte di una manovra per cercare di minare in qualche maniera l’indipendenza della magistratura. Per questo – ha concluso Paolo Borsellino a Un Giorno da Pecora – votero’ sicuramente no”.

 

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DOVEVANO CONSERVARE LE COSTE SARDE, HANNO CONSERVATO I CAZZI LORO: GIOVANNI PIERO SANNA, EX DIRETTORE DELLA CONSERVATORIA DELLE COSTE DELLA SARDEGNA NOMINATO DAI SOVRANISTI, È STATO ARRESTATO CON LA SORELLA E UN AMICO BRASILIANO

Novembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

I TRE AVREBBERO USATO I FONDI PUBBLICI PER COMPRARE DUE VILLE A CAGLIARI, VIAGGIARE, FARE TRASFERTE INTERNAZIONALI E COMPRARE BENI DI LUSSO, L’AMMANCO TOTALE È DI DUE MILIONI DI EURO: SANNA E COMPAGNIA SONO ACCUSATI DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE, PECULATO, SOSTITUZIONE DI PERSONA, FALSITÀ MATERIALE E AUTORICICLAGGIO

Associazione a delinquere, peculato, sostituzione di persona, falsità materiale e autoriciclaggio. Sono le ipotesi di reato contestate all’ex direttore della Conservatoria delle coste della Sardegna Giovanni Piero Sanna, 64 anni di Sorgono, alla sorella Maria Grazia Sanna Cabras, di 59, e a un amico di Sanna, il brasiliano di 44 anni Tiago Geissler Queiroz.
La Conservatoria, spiega Il Messaggero, ha il compito salvaguardare gli ecosistemi delle coste sarde. È stata istituita con una legge regionale del 2007. Ma la Guardia di Finanza di Cagliari ha scoperto che tra 2020 e 2024 i soldi sono stati usati per viaggi, trasferte internazionali, beni di lusso, l’affitto di una villa a Capri e addirittura l’acquisto di due ville a Cagliari
L’ammanco totale ammonta a due milioni di euro. I tre indagati sono stati arrestati e posti ai domiciliari. Altri due sono i nipoti di Sanna. Che avrebbero fatto da prestanome per alcune delle associazioni no profit fittizie usate per giustificare la fuoriuscita di soldi dalla Conservatoria.
13 in tutto e intestate a prestanome e persone ignare tra cui una donna disabile. La Conservatoria dava contributi alle associazioni no profit per realizzare progetti e conferenze.
Che però non si facevano. Tra queste la Orizzonte Nora, riconducibile a Sanna, che poi ne rientrava in possesso. Tra i progetti una brochure di poche decine di pagine sul ruolo delle piante per la tutela delle coste commissariata a un’associazione pugliese o una serie di seminari organizzati da un’associazione fondata dalla nipote dell’ex presidente.
A denunciare la nuova direttrice della Conservatoria, Maria Elena Dessì, che dopo alcuni accertamenti, si è accorta di alcuni ammanchi non giustificati (soprattutto acquisti di beni e viaggi). Insieme all’inchiesta della testata Indip, che ha portato alla luce le spese non giustificate che hanno portato al sequestro di immobili per tre milioni di euro.
Tra le altre spese 150 mila euro utilizzati per viaggi di lusso a Capri, Napoli, ma anche a Rio de Janeiro. E proprio a Capri la Conservatoria avrebbe gentilmente pagato l’affitto di una grande villa, residenza per i mesi estivi del “principe di Capri”. Ovvero il 44enne brasiliano Tiago Geissler Queiroz, tra gli arrestati di ieri.
Con i soldi dell’agenzia i tre avrebbero comprato due ville con giardino in provincia di Cagliari. Una di queste è diventata la
sede di Orizzonte Nora. Sanna era anche dirigente del Ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. Il dicastero ieri ha comunicato di averlo «sospeso da ogni ruolo» e di essere «estraneo alla vicenda».
(da agenzie)

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TUTTE LE BUGIE DEL GOVERNO SUL CASO ALMASRI VENGONO A GALLA : LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE CONFERMA CHE PALAZZO CHIGI HA MENTITO. L’ESECUTIVO HA PROVATO A SOSTENERE DI AVERLO LIBERATO PERCHÉ A CONOSCENZA DI UNA RICHIESTA DI ESTRADIZIONE LIBICA. MA NON È ANDATA COSÌ

Novembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

LA PROCURA DELL’AIA RICOSTRUISCE LA VICENDA PUNTO SU PUNTO: “LA TRADUZIONE IN ITALIANO DELLA RICHIESTA DI ESTRADIZIONE DA PARTE DI TRIPOLI ERA STATA EFFETTUATA DALL’AMBASCIATA ITALIANA QUANDO ALMASRI ERA GIÀ RIENTRATO IN LIBIA”… ORA L’ASSEMBLEA DELLA CPI DOVRÀ DECIDERE SE SANZIONARE L’ITALIA

«Una richiesta strumentale, una mossa tattica volta a mettere in difficoltà le autorità». La Corte penale internazionale dà un’altra spallata all’Italia sul caso Almasri confermando, in sostanza, che Palazzo Chigi ha mentito. Dopo l’arresto del torturatore libico a Tripoli, il nostro governo ha provato a sostenere di averlo liberato perché esisteva una richiesta di estradizione libica.
Ma così, secondo la procura dell’Aia, non era. E il perché è ricostruito punto su punto. In quello che già il tribunale dei ministri, e gli stessi dirigenti del ministero della Giustizia, avevano evidenziato: e cioè che la scarcerazione era arrivata prima dell’arrivo della documentazione libica.
«Dai documenti acquisiti presso l’Aise», scrive infatti il procuratore Karim Khan, «risulta che la traduzione in italiano della richiesta di estradizione era stata effettuata — dalla stessa Ambasciata italiana a Tripoli — tra le 18:28 e le 20:02 del 21 gennaio 2025.
Poiché a quel punto la persona indicata era già fuori dal territorio nazionale, o meglio, già rientrata in Libia, si erano limitati a protocollare la richiesta e chiudere il procedimento con un non luogo a provvedere, non sussistendo l’obbligo di comunicazione ai sensi dell’articolo 90 dello Statuto, che presuppone la
contemporanea pendenza di richieste concorrenti — circostanza che nel caso di specie non ricorreva».
Dunque, scrive la Cpi: la richiesta ufficiale libica era arrivata, come aveva segnalato il tribunale dei ministri e al contrario di quanto sostenuto nei giorni scorsi da Palazzo Chigi, quando Almasri era già stato liberato.
«In ogni caso – annota inoltre il procuratore – analizzata la richiesta arrivata dalla Libia», gli stessi tecnici italiani «avevano rilevato che si trattava tecnicamente di una richiesta di estradizione strumentale, una mossa tattica volta a mettere in difficoltà le Autorità qualora avessero deciso di darvi seguito.
Tale valutazione era confortata dal fatto che la richiesta era pervenuta sprovvista di atti e documenti ufficiali, senza alcuna indicazione del titolo processuale esecutivo o del mandato di cattura, e senza il cosiddetto “reading the case”, vale a dire l’analisi del caso con il riassunto delle indagini e del procedimento».
Le estradizioni, inoltre, normalmente si basano su mandati di arresto. E invece nel caso di Almasri esisteva soltanto l’indicazione di un’indagine in corso.
Ora l’Assemblea degli Stati dovrà decidere se sanzionare o meno l’Italia. L’ultima bugia, certamente, non aiuterà.
(da agenzie)

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UN MINISTERO DA BARZELLETTA. GLI UFFICI DI SALVINI SONO I PEGGIORI NEMICI DEL MINISTRO AL MIT: DOPO IL CLAMOROSO FLOP DEL PONTE E LE GAFFE SU TAGLI ALLE PROVINCE E AUTOVELOX (PROVVEDIMENTI ANNUNCIATI E POI STOPPATI DAL “CAPITONE)”, ORA SPUNTA IL PASTICCIO DEL PREZZO DELLA TARGA PER I MONOPATTINI

Novembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

PECCATO NON CI SIA LA
PIATTAFORMA TELEMATICA. E A PALAZZO CHIGI SE LA RIDONO

Stabilito il costo del contrassegno (8,66 euro), ma ancora non si può richiedere. Il comandante Luigi Altamura (Anci): «Manca la piattaforma telematica». Solo in primavera scatterà l’obbligo di targa e assicurazione Rc
Il targhino per i monopattini elettrici adesso ha un prezzo. Ma non ha ancora una strada per arrivare nelle mani di chi dovrà usarlo. Il decreto del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 13 novembre, fissa in 8,66 euro il costo del contrassegno che diventerà obbligatorio per tutti i monopattini, privati e in sharing. È una delle novità più rilevanti della riforma del Codice della strada, varata nel dicembre 2024, ma non può ancora essere applicata in concreto.
Il motivo è semplice e scatena polemiche. «Dopo un primo decreto, emanato la scorsa estate, stavano attendendo quello sul costo del contrassegno che entrerà in vigore il 28 novembre — spiega Luigi Altamura, comandante della polizia locale di Verona e componente di Anci in Viabilità Italia — ma ora servirà un terzo decreto, entro fine febbraio, per far partire davvero la piattaforma
E da lì scatteranno altri sessanta giorni. In pratica, la piena
attuazione arriverà solo nella primavera del 2026 per riforme scritte quasi due anni prima». A «costruire» il sistema telematico, necessario per richiedere il contrassegno, dovrà infatti essere un successivo decreto del direttore generale della Motorizzazione. Altamura va oltre. «Non si può continuare a lasciare senza volto chi investe un pedone e scappa. Troppi ancora circolano senza casco, gli organici delle polizie locali sono allo stremo, i controlli difficili. Vedremo come le compagnie predisporranno le assicurazioni, ma senza identificazione non esiste sicurezza stradale».
Dentro gli 8,66 euro c’è anche una quota che vale la pena raccontare: 2,52 euro saranno destinati, tra l’altro, ad alimentare l’educazione stradale nelle scuole, i piani urbani del traffico e perfino forme di assistenza e previdenza per il personale delle forze di polizia
(da agenzie)

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“O RISARCITE- E SUBITO- I DANNI ALLA CITTA’ PROVOCATI DAL PONTE MORANDI, OPPURE DI VEDIAMO IN TRIBUNALE”

Novembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

LA SINDACA DI GENOVA INDOSSA I GUANTONI E SFIDA IL MINISTRO SALVINI A RIPARARE LA FERITA ALLA CITTA’… “STRANAMENTE” IL SINDACO SOVRANISTA PRECEDENTE AVEVA EVITATO DI CHIEDE DANNI AL MINISTERO…. SILVIA A INVIATO LA DIFFIDA A TUTTI I SOGGETTI INTERESSATI: “O PAGATE ENTRO 60 GIORNI O SI PROCEDE PER VIA LEGALE”

La sindaca di Genova Silvia Salis indossa i guantoni e, come primo atto politico della sua amministrazione, sfida il ministro dei Trasporti Matteo Salvini a riparare a suon di milioni la ferita più dolorosa inferta alla Superba dal dopoguerra a oggi.
Un’accelerazione decisa per scongiurare il pericolo che finisca tutto in cavalleria: chi ha sbagliato deve pagare, non può farla franca con la prescrizione. E pure tanto.
Per ragioni strettamente economiche, oltre che etiche: le infrastrutture del capoluogo ligure hanno bisogno di manutenzione continua, alcuni cavalcavia strategici per la circolazione versano in condizioni pessime e il monitoraggio previsto a gennaio potrebbe imporne la chiusura.
Servono soldi, già reclamati al governo, ma finora rifiutati.
E così, il 7 novembre, l’ex lanciatrice di martello ha inviato una diffida ai soggetti a vario titolo coinvolti nel disastro — Autostrade, Spea Engineering, Anas e ministero dei Trasporti — affinché, «entro il termine di sessanta giorni, provvedano al risarcimento di tutti i danni diretti e indiretti, patrimoniali e non patrimoniali, incluso il danno all’immagine» subito dal comune, «nonché di tutti i costi diretti ed indiretti, maggiorati di interessi moratori e compensativi e rivalutazione monetaria» conseguenti al cedimento del viadotto Polcevera. Ingiunzione perentoria. Con riserva di quantificare nel dettaglio l’importo, che verrà comunicato a breve.
Una mossa necessaria, anche per ovviare all’inerzia del suo predecessore. Il quale nel 2021 — anno dell’inizio del processo penale — si era sì costituito parte civile, interrompendo il decorso della prescrizione dell’azione risarcitoria; ma quando nel settembre 2022 il tribunale aveva escluso dal dibattimento la città di Genova, l’allora sindaco Marco Bucci non ritenne di dover firmare alcun atto ulteriore per impedire la decadenza di ogni pretesa di indennizzo, dovuta al superamento dei termini previsti dalla legge.
(da agenzie)

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“TROVO DANNOSO CHE PERSONE CHE NON HANNO RESPONSABILITÀ POLITICHE SI METTANO A DARE DIRETTIVE”: ALLA PRESENTAZIONE DELLA SUA RIVISTA “ITALIANIEUROPEI”, MASSIMO D’ALEMA SI RITROVA FIANCO A FIANCO A ELLY SCHLEIN

Novembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

ELOGIA MAMDANI E FA MEA CULPA SUL LAVORO (“SULLA FLESSIBILITA’ QUALCOSA SBAGLIAMMO”)

Delle vecchie glorie del Pd, mancava la sua voce. Romano Prodi ha detto cosa pensa del partito e della possibile alternativa alla destra – «scarsa e senza visione» –, Paolo Gentiloni pure e non è
stato molto più tenero («se qualcuno pensa che l’alternativa già c’è, good luck»): Massimo D’Alema, invece, per la prima volta dopo molto tempo nelle stanze dei dem, gomito a gomito con la segretaria Elly Schlein, è meno severo
La invita a intrecciare un rapporto col mondo della cultura – «c’è chi vorrebbe dare un contributo e andrebbe chiamato più spesso a dialogare» –, la incoraggia implicitamente sulla strada del campo largo – «si vince e si perde insieme: l’egemonia del partito dentro una logica di coalizione ha un valore relativo» –, cita l’Ulivo come «patrimonio storico» che riuscì a ridurre le diseguaglianze mantenendo un rigore nella finanza pubblica.
Il tutto in un breve intervento e, giura, senza voler indicare modelli da seguire: «L’esperienza mi dice di stare fuori da questo tipo di dibattito. Trovo dannoso che persone che non hanno responsabilità politiche si mettano a dare direttive». Capito Prodi e Gentiloni?
Sono consigli sornioni, proposti in punta di piedi, diciamo, che alla segretaria però saranno arrivati forti e chiari. L’occasione è la presentazione dell’ultimo numero della rivista Italianieuropei, incentrata sul lavoro al giorno d’oggi, vasto programma affrontato da un parterre di teste canute ad eccezione di Schlein: il segretario della Cgil Maurizio Landini, l’ex commissario europeo al Lavoro Nicolas Schmit, l’ex sottosegretaria Cecilia Guerra.
Si parla di questione salariale, di precarietà dilagante (Landini racconta di quando a fine anni’70 ha iniziato a lavorare, e non ha fatto un giorno da precario: Schlein, classe 1985, lo guarda come
un marziano), di «ascensore sociale che si è rotto e dentro si soffoca» (lo dice la segretaria dem), inevitabilmente anche di una manovra che non convince nessuno, su questo palco: «Facciamo uno sciopero di venerdì, eh sì, perché la finanziaria ci porta a sbattere. Il ministro Giorgetti ce lo ha detto: il loro obiettivo è il 3 per cento, per avere più flessibilità l’anno prossimo quando dovranno fare la manovra delle elezioni», denuncia Landini.
Elly Schlein, in ritardo di un’ora, al centro del tavolo; Landini alla sua destra, D’Alema alla sua sinistra. Un’immagine che farà venire l’itterizia a chi nel partito non fa che dirle che deve spostarsi un po’ più in là, meno sinistra e più centro. Macché, per accogliere il ritorno nelle stanze del gruppo del Pd di Montecitorio del segretario Cgil e dell’ex premier, fuori dal Parlamento dal 2013, c’è anche una sfilza di fedelissimi: Peppe Provenzano, Igor Taruffi, Marta Bonafoni.
La nuova generazione dem che non è così lontana da come la vede D’Alema, almeno quando dice che nella sfida del centrosinistra «sarà fondamentale tornare a parlare con quella parte più debole della popolazione» che non vede più nella democrazia un’opportunità di cambiamento, e ha smesso di votare («per il 65-70 per cento è tra le fasce sociali più basse: siamo a un modello di partecipazione censitaria»)
Lo ascoltano con attenzione quando elogia il neosindaco di New York Mamdani per «la capacità di portare al voto la parte più marginale della popolazione», o quando definisce la destra «la forza del declino italiano perché non regge la sfida
demografica».
Infila un consiglio tra le righe della cronaca, quando cita la sua recensione a un libro di Emanuele Felice intitolato Manifesto per un’altra economia e un’altra politica: «Un manifesto-programma fondamentale dell’opposizione secondo me è una questione molto interessante». Pure qui sfonda una porta aperta: riunirsi per stilare un programma comune con gli alleati è la proposta fatta da Schlein per il dopo Regionali.
D’accordo anche sul lavoro, anche se Landini guarda i suoi vicini di banco e dice: «Dobbiamo essere sinceri: le leggi balorde per mettere in discussione i diritti e ampliare la precarietà non le ha fatte solo la destra». Sottinteso: pure voi che state a questo tavolo. Difficile riferirsi a Schlein, che non ha mai governato un giorno; D’Alema incassa e alla fine ammette, in un inciso mentre elogia l’Ulivo, che «sulla flessibilità però qualcosa sbagliammo». Fine del pomeriggio: l’ex premier sfila tra i giornalisti consigliando di leggere libri, «questa vecchia abitudine», sospira. Dribbla la domanda sulla barca di Fico («c’è un limite alla miseria umana, intellettuale e morale, fortunatamente non sono più tenuto a partecipare a questo tipo di roba»)
(da agenzie)

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ROMANO PRODI: “IL MODELLO CHE SERVE ALL’ITALIA NON È MAMDANI MA UN RIFORMISMO CORAGGIOSO E CONCRETO”

Novembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

“DOBBIAMO PARLARE DI ARGOMENTI VERI COME TASSE, IMMIGRAZIONE, SANITÀ, SCUOLA SENZA UN RADICALISMO CHE SPAVENTA GLI ELETTORI”… “LA PATRIMONIALE? PARLARNE OGGI VERREBBE INTERPRETATO COME L’INIZIO DI UN’OPPRESSIONE FISCALE”… ”MELONI NON HA REALIZZATO NULLA: È DURATA PER MANCANZA DI ALTERNATIVA”

Professor Prodi, la sinistra in Italia loda e acclama il neosindaco di New York Zohran Mamdani. È il nuovo modello da seguire?
«Mamdani ha fatto cose interessanti: ha risvegliato la partecipazione, ha attratto i giovani, è stato capace di mettere in campo una campagna elettorale con pochi fondi. Ciò detto, la sua non mi pare esattamente la cifra del rivoluzionario: è il figlio di un professore della Columbia University e di una nota intellettuale.
Se proprio debbo fare il nome di un affermato sindaco rivoluzionario di New York preferisco citare Fiorello La Guardia. Né so come Mamdani, sotto un profilo economico, potrà realizzare le sue promesse. Ma il fatto nuovo, importante, che arriva dagli Stati Uniti è un altro».
Quale?
«La vittoria delle due governatrici democratiche, in Virginia e New Jersey».
Decisamente più moderate rispetto a Mamdani.
«È quello che serve a noi: un riformismo coraggioso, ma concreto, che punti al cambiamento».
In passato la sinistra italiana è rimasta già affascinata da altri leader «radicali», come Jeremy Corbyn o Bernie Sanders.
«Perché la giustizia sociale è nel cuore della gente. Mentre il livello di concentrazione delle ricchezze oggi è impressionante: la buonuscita di Musk dimostra che siamo ben oltre il livello di guardia».
Ma?
«Ma occorre prima chiedersi quali sono gli strumenti giusti per affrontare il problema. Per cominciare bisogna governare e per farlo serve il consenso della maggioranza della popolazione. […] Dobbiamo poter parlare di argomenti veri come tasse, immigrazione, sanità, scuola con le parole giuste, senza un radicalismo che spaventa gli elettori e che nella nostra storia non ha mai pagato.
Dicendo già adesso, con onestà, che cosa si vuole realizzare, ma anche cosa si può fare e che cosa no, con quali risorse, attingendole dove e a scapito di cosa, visto che non si può finanziare ogni progetto con le tasse. Senza slogan facili, ma con un riformismo concreto che impasti insieme realismo e
coraggio».
Da Elly Schlein a Giuseppe Conte, l’opposizione ha almeno un leader credibile?
«I leader possono nascere. O farsi».
A proposito di idee, lei è a favore della patrimoniale?
«Parlarne oggi verrebbe interpretato come l’inizio di un’oppressione fiscale. La magia dei grandi ricchi è quella di aver fatto credere che il loro destino è il destino di tutti».
Gli sgravi fiscali previsti nella manovra aiutano i ricchi?
«Sì, ma non lo dico solo io. Lo sostiene il Financial Times , oltre che qualunque studio serio in circolazione. Si è fatto credere che i benefici riguardano persone che guadagnano 2 mila euro o poco più, ossia salari non certo alti, mentre il vero vantaggio è per redditi ben superiori».
Dopo le sue prime dure critiche al «centrosinistra che ha voltato le spalle all’Italia», c’è stata anche una telefonata di chiarimento con la segretaria del Pd?
«Sì, Schlein mi ha chiamato. Ci siamo sentiti spesso nelle ultime settimane».
E che cosa vi siete detti?
«Posso dire ciò che le ho detto io. Ho ribadito quanto sostenuto in pubblico. La mia preoccupazione è che una parte dell’elettorato si allontani dal centrosinistra perché ritiene che dall’opposizione arrivi una lettura troppo ristretta della società, non sufficiente per un’alternativa concreta di governo. Ed è già tardi perché siamo oltre metà legislatura. Le ho anche spiegato che a me non interessano i partiti, ma le coalizioni di governo
C’è tanto da cambiare, ma a dire il vero molti anche nel Pd vogliono semplicemente conservare il proprio ruolo».
Intanto la premier Giorgia Meloni veleggia verso la fine della legislatura e con un consenso alto.
«Meloni non ha realizzato nulla: la crescita stenta a livelli molto preoccupanti, la produzione industriale ha problemi serissimi. L’unica sua forza è la durata, per mancanza di alternativa».
E se anche il centrosinistra vincesse, poi l’amalgama Pd- M5S-Avs potrebbe funzionare? O finirà come è accaduto a lei con Rifondazione comunista?
«Questo è un rischio che corre anche Meloni con la Lega. Ma Salvini finora ha capito che è meglio succhiare un osso che un bastone. Ossia che è meglio accontentarsi di un accordo con le altre forze di governo piuttosto che finire all’opposizione. Nella mente di Conte, invece, non è ancora definito quello che lui pensa sia il suo ruolo.
Se il centrosinistra uscirà vincitore dalle Politiche auguriamoci che non gli prenda la bertinottite. Alla fine uno dei due leader, tra Schlein e Conte, dovrà riconoscere che l’altro ha vinto.
Ma prima, ben prima, occorre un modello di coalizione ampia, con un programma capace di intercettare una platea che vada oltre gli attuali confini».
È un riferimento implicito anche al progetto politico dell’ex direttore delle Entrate Ernesto Maria Ruffini?
«Ruffini lo conosco da molti anni, lo stimo e non posso che parlarne bene. Seguo lui come ho seguito con interesse ciò che è accaduto a Milano qualche settimana fa nel Pd (la convention dei
riformisti ndr )».
Lei è un attento osservatore della Cina e conosce bene Massimo D’Alema. Che effetto le ha fatto vederlo a Pechino con Vladimir Putin, Kim Jong-Un e altri svariati autocrati?
«Ho insegnato in Cina nell’ultimo semestre all’Università di Pechino, ho un rapporto non ostile con quel Paese eppure non mi hanno invitato. Il buon senso del governo cinese è molto forte».
La preoccupa più Trump o Xi?
«Mi preoccupa il fatto che viviamo in un mondo in cui per andare negli Stati Uniti serve il visto con annessi e accurati controlli ai propri commenti social. Mentre per andare in Cina basta il passaporto».
Lei ha corretto chi sosteneva che la democrazia in Italia è a rischio. E quella Usa?
«Trump suscita un allarme democratico. E mi stupisce che Meloni preferisca lui all’Europa. E ancor più mi angoscia che la nostra premier non voglia abolire il meccanismo dell’unanimità nella Ue, il vero freno che ingabbia l’Europa e che la rende impotente sia di fronte agli Usa sia alla Cina».
È giusto continuare ad armare Kiev?
«Non c’è un’alternativa se si vuole arrivare a un compromesso e non a una resa incondizionata a Putin. E bisogna farlo presto perché si deve tener conto della stanchezza dell’opinione pubblica ormai disposta ad accettare ogni tipo di accordo per la pace
(da Corriere della Sera)

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COP30, INTERVISTA A TELMO PIEVANI: “I POVERI PAGANO IL 90% DELLA CRISI CLIMATICA. L’ITALIA? NON HA UN PIANO”

Novembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

“PAESE SENZA STRATEGIA CHE RINCORRE I DISASTRI”

Chi pagherà i costi della crisi climatica? E quale sarà in futuro il ruolo delle due principali potenze del pianeta, USA e Cina? Sono le domande centrali alle quali le delegazioni che stanno partecipando alla COP30 in Brasile devono cercare di dare una risposta nei prossimi giorni. I Paesi più poveri chiedono risorse e risarcimenti per danni che subiscono, ma che non hanno causato, mentre gli stati più ricchi giocano una partita tutta geopolitica che rischia di lasciare indietro proprio chi oggi subisce gli impatti più duri. E l’Italia? È tra i Paesi più esposti d’Europa, ma continua a rinviare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, a investire solo dopo le emergenze e a trattare la prevenzione come un costo politicamente poco redditizio, anziché come l’unico modo per evitare grandi tragedie.
Per capire cosa stia accadendo a livello globale e quali ricadute avranno queste scelte – o indecisioni – sul futuro del pianeta, abbiamo parlato con Telmo Pievani, evoluzionista e filosofo della scienza. Con lui analizziamo il vuoto lasciato dagli USA, l’ascesa della Cina, la debolezza europea e soprattutto l’enorme questione economica e politica che la COP30 mette davanti a tutti: chi deve pagare per una crisi che i più poveri stanno già scontando?
Professor Pievani, quattro giorni fa sono iniziati in Brasile i lavori della COP30. La sensazione però è che il cambiamento climatico sia ormai stato scavalcato da altri temi e priorità. È così?
Sì, decisamente. Basta guardare anche alla copertura mediatica della conferenza, che è bassissima, ancora più delle ultime edizioni. Lunedì, quando la COP30 è iniziata, non figurava nemmeno negli highlight dei telegiornali. Siamo entrati in una fase di stanchezza, rigetto e direi anche autoinganno. Ma le leggi della fisica non aspettano i nostri umori: il riscaldamento globale va avanti comunque, anche se fingiamo di non vederlo.
Insomma, anziché rallentare la “sesta estinzione di massa” la stiamo accelerando…
Bisogna distinguere, anche se tutto è collegato. La COP30 si occupa di clima, poi ci sarà quella sulla biodiversità, ma i temi sono intrecciati e ovviamente interconnessi. Quando parliamo di “sesta estinzione” non stiamo dicendo che l’umanità scomparirà: è una metafora adottata dagli scienziati che indica che il tasso di perdita di biodiversità oggi è paragonabile a quello delle grandi
estinzioni del passato.
Anche un personaggio come Bill Gates, un tempo molto impegnato a denunciare i rischi collegati al cambiamento climatico, ha assunto posizioni più “morbide” e di recente ha pubblicato sul proprio sito un lungo testo nel quale rivede parte del proprio approccio sul tema, invitando ad abbandonare una “prospettiva apocalittica”.
Il caso del documento di Bill Gates è emblematico: fa finta di dire alcune “dure verità”, ma in realtà sono consolazioni travestite da realismo. E infatti piacciono moltissimo. Gates sostiene che il cambiamento climatico non causerà la fine della civiltà. Vero, ma nessuno scienziato serio ha mai sostenuto il contrario. Il problema non è l’estinzione umana: è chi pagherà i costi della transizione, chi soffrirà di più, quanta sofferenza sarà necessaria. È un tema etico, sociale, economico. Infatti mentre Gates usciva con il suo documento l’uragano Melissa, il più forte mai registrato, devastava la Giamaica. Un tempismo perfetto, diciamo così.
A proposito di chi paga: quanto influiscono sulla lotta al cambiamento climatico le posizioni degli Stati Uniti e la debolezza europea?
La COP30 è storica proprio per un cambiamento geopolitico enorme: gli Stati Uniti sono usciti dall’Accordo di Parigi e Trump ha già annunciato che a gennaio uscirà anche dalla Convenzione ONU del 1992 sul clima. Significa che dalla prossima COP gli USA non parteciperanno neanche come osservatori minimi. È uno scossone tremendo: gli USA erano il
principale finanziatore delle COP. Il principale azionista si è alzato e se n’è andato. E quando in politica rimane un vuoto, qualcuno lo riempie: quel qualcuno è la Cina, che oggi è il più grande emettitore di gas climalteranti al mondo. Pechino ha però un piano molto chiaro e realistico: raggiungere il picco delle emissioni intorno al 2030, poi ridurre fino allo zero netto nel 2060. Dal punto di vista strategico la posizione cinese è formidabile: sono già leader nelle tecnologie della transizione, e ci aspettano al varco. L’Europa, invece, è debolissima.
(da Fanpage)

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I GIOVANI ITALIANI CHIEDONO AIUTO ALL’IA, UNO SU DIECI PRENDE PSICOFARMACI SENZA RICETTA

Novembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO ALLARMANTE DI SAVE THE CHILDREN

Più di quattro adolescenti su dieci (il 41,8%) hanno chiesto aiuto all’intelligenza artificiale quando si sentivano tristi, soli o ansiosi. E la stessa percentuale si è rivolta sempre ai chatbot per chiedere consigli quando si è ritrovata a dover compiere scelte importanti di vita. È quanto emerge dall’Atlante dell’Infanzia a rischio di Save The Children. Secondo i dati raccolti dall’associazione sugli adolescenti italiani, la quasi totalità dei 15-19enni (il 92%) usa strumenti di intelligenza artificiale, contro il 46,7% tra gli adulti. Soltanto la metà ha visitato mostre o musei nell’ultimo anno, con percentuali più basse nel Mezzogiorno, e quasi uno su cinque non fa alcuna attività fisica. Quasi un adolescente su due (il 46%) non legge libri, al 9% è capitato di isolarsi volontariamente per problemi di natura psicologica, mentre il 12% ha usato psicofarmaci senza prescrizione.
Il rapporto tra gli adolescenti e l’IA
Quando si parla del rapporto con l’intelligenza artificiale, la caratteristica dei chatbot più apprezzata dagli adolescenti è il fatto che «è sempre disponibile» (28,8%), ma anche che «mi capisce e mi tratta bene» (14,5%) e «che non mi giudica» (12,4%). Dal sondaggio di Save the Children emerge poi come il
58,1% degli utilizzatori dell’IA ha chiesto consigli su qualcosa di serio o importante per la propria vita (il 14,3% spesso, il 43,8% qualche volta), mentre quasi due adolescenti su tre (il 63,5%) hanno trovato più soddisfacente confrontarsi con uno strumento dell’IA che con una persona reale (il 20,8% spesso, il 42,7% qualche volta).
L’uso del telefono, il cyberbullismo e i siti porno
Rispetto all’uso del cellulare, il 38% dei 15-19enni afferma di guardarlo spesso in presenza di amici o parenti, un fenomeno che prende il nome di «phubbing», e il 27% si sente nervoso quando non lo ha con sé. Più di un adolescente su otto è iperconnesso, cioè risponde agli indicatori che rilevano un profilo di uso problematico di internet (13%). Il 47,1% dice di essere stato vittima di cyberbullismo, un dato in aumento dal 2018, quando le vittime erano sensibilmente di meno: il 31,1%. Il 30% ha fatto ghosting, bloccando una persona improvvisamente senza fornire spiegazioni. Il 37% dei 15-19enni trascorre tempo sui siti porno per adulti, con differenze notevole tra maschi e femmine: 54,5 % tra i primi, 19,1% tra le seconde.
La salute mentale dei giovani italiani
Per quanto riguarda l’accettazione personale, il 60% degli adolescenti si ritiene soddisfatto o molto soddisfatto di sé, con percentuali più elevate tra i ragazzi (71%) rispetto alle ragazze (50%). I campanelli d’allarme sul benessere mentale, però, non mancano. Poco più di una ragazza su tre mostra di avere un buon equilibrio psicologico (34%), contro il 66% dei ragazzi, la più ampia differenza di genere rilevata tra tutti i Paesi europei (oltre
30 punti percentuali). Complessivamente, rivela sempre il sondaggio di Save the Children, meno della metà dei ragazzi e delle ragazze (49,6%) mostra un buon livello di benessere psicologico.
(da agenzie)

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