Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
LA PRIMA RIGUARDA L’ASTA DELL’ANNO SCORSO CON CUI IL MEF MISE SUL MERCATO IL 15% DELLE AZIONI DEL “MONTE”: IL DG DEL TESORO, FRANCESCO SORO, NEGÒ CONTATTI CON GLI INVESTITORI CHE POI ACQUISTARONO QUELLE QUOTE. UNA VERSIONE SBUGIARDATA DALLO STESSO CALTAGIRONE IN AUDIZIONE ALLA CONSOB – A PROPOSITO DI QUELL’ASTA, GIORGETTI HA SEMPRE DIFESO L’AFFIDAMENTO A BANCA AKROS GIUSTIFICANDOLO CON IL “PREZZO PIÙ CONVENIENTE”. MA NON È VERO: ALTRI ISTITUTI AVEVANO INIZIALMENTE OFFERTO LO STESSO SCONTO SUL PREZZO DI BASE (LO 0,2%). INFINE, LE DIMISSIONI DEI CONSIGLIERI “INDIPENDENTI” DI MPS: IL MINISTERO HA SEMPRE SOSTENUTO DI NON AVERLI CONTATTATI. E INVECE, LE DIMISSIONI “FURONO CHIESTE O IMPOSTE DAL DEPUTATO DELLA LEGA, ALBERTO BAGNAI, CHE DISSE DI ESPRIMERSI PER CONTO DEL MINISTERO”
Tre dichiarazioni ufficiali inveritiere del ministero dell’Economia e delle Finanze, e altri due episodi di «supporto governativo» quali un sms del ministro Giorgetti e un intervento del deputato leghista Bagnai, nella ricostruzione della Procura di Milano hanno storicamente costellato la scalata di Mps Monte
dei Paschi di Siena a Mediobanca, per la quale i pm sul versante giudiziario indagano l’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone e il presidente Francesco Milleri della holding Delfin della famiglia Del Vecchio, in concorso con l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, per le ipotesi di reato di aggiotaggio e di ostacolo alle Autorità di vigilanza Consob, Banca centrale europea e Ivass nel concerto non dichiarato al mercato.
Il costruttore e Delfin: noi invitati dal Tesoro
La prima cosa non vera dichiarata dal Ministero riguarda l’operazione con la quale il 13 novembre 2024 il governo Meloni mise sul mercato il 15% delle azioni del Mps Montepaschi di Siena di cui era principale azionista.
Il 29 luglio 2025, infatti, il direttore generale del dicastero guidato da Giancarlo Giorgetti, Francesco Soro, ha negato contatti o interlocuzioni con gli investitori (come appunto Caltagirone e Delfin) che poi ebbero ad acquisire quelle quote (al pari dei loro simpatizzanti Banco Bpm e Anima Holding) al termine di una controversa procedura accelerata di cessione, le cui tante «opacità e anomalie» per i pm ora non integrano il reato di turbativa d’asta in una gara pubblica soltanto perché la […] normativa non rende possibile qualificarle come gare pubbliche.
Scrive Soro alla Consob: «Con riferimento alla richiesta di chiarire se codesto Ministero abbia avuto […] interlocuzioni in relazione alla vendita delle azioni Mps con gli azionisti che
hanno poi acquisito una partecipazione rilevante in Mps (Delfin, Caltagirone, Anima, Bpm) e/o con altri potenziali investitori e/o con la medesima banca, si precisa che non vi è stata alcuna interlocuzione, contatto o scambio».
Peccato che proprio il costruttore-finanziere-editore Francesco Gaetano Caltagirone abbia candidamente risposto alla Consob l’esatto contrario del Ministero, e lo stesso abbia fatto pure l’amministratore di Delfin, Romolo Bardin.
«Caltagirone – traggono infatti i pm da atti acquisiti in Consob – ha dichiarato di essere stato interpellato nel mese di ottobre 2024 dal Ministero» (a ridosso della pubblicazione della procedura di vendita delle azioni Mps del governo) perché il Ministero era «interessato a creare un nucleo di investitori italiani per Mps», e «di aver rappresentato la propria disponibilità ad investire anche a ragione della buona conoscenza della banca di cui in precedenza era stato azionista rilevante e vicepresidente».
Caltagirone ha aggiunto che, «successivamente, dal Ministero gli era stata data sommaria indicazione degli altri soggetti che sarebbero stati invitati alla procedura» di cessione delle azioni Mps del governo. Riconvocato da Consob su questo punto lasciato a mezz’aria, Caltagirone ha specificato che «tra i soggetti interessati di cui il Ministero del Tesoro gli aveva fatto menzione c’erano proprio Delfin, Bpm e Anima».
E alla Consob anche l’amministratore di Delfin, Romolo Bardin, ha «confermato i contatti di Milleri» (n.1 di Delfin) «co
Caltagirone ed altri esponenti istituzionali », e ha aggiunto che «in tali circostanze Milleri aveva racc’interesse del Ministero per la creazione di un nucleo di investitori italiani in Mps».
Di «supporto governativo» e «ruolo facilitatorio» del Ministero parla chiaramente lo stesso banchiere Mps Lovaglio secondo un indiretto documento che i pm collocano pochi giorni dopo la cruciale assemblea Mps in cui il 17 aprile 2025 passa l’approvazione dell’aumento di capitale finalizzato alla scalata di Mediobanca: il 29 aprile «Lovaglio incontra il presidente dell’Ivass (Autorità di vigilanza sulle assicurazioni, ndr) insieme al suo capo segreteria, il quale […] riporta come l’amministratore delegato di Mps Lovaglio abbia fatto notare che “l’intenzione di dare corso all’Offerta su Mediobanca è risalente, e che la presenza di ‘alcuni soci e il supporto governativo’ hanno avuto in questo momento un ‘ruolo facilitatorio'”».
Del resto per gli scalatori si sarebbe speso pochi giorni prima direttamente il ministro Giorgetti, inviando un messaggio di sollecitazione all’amministratore delegato («Ceo» in inglese) del fondo americano Blackrock (detentore del 2% di Mps) per cercare di influire sul voto del fondo in assemblea Mps, infine rimasto invece contrario all’aumento di capitale Mps: questo, almeno, stando a quanto si raccontano proprio Lovaglio e Caltagirone in una conversazione intercettata dalla GdF all’indomani dell’assemblea Mps, il 18 aprile 2025
Usando con Caltagirone il plurale («Qualcuno ci ha fatto il bidone») per commentare questo mancato allineamento di Blackrock, Lovaglio racconta a Caltagirone una circostanza riguardante Giorgetti e Marcello Sala, allora direttore generale del Ministero prima di Soro: «Io avrei giurato (di arrivare, ndr) all’83%, poi le spiego perché qualcuno ci ha fatto il bidone, perché Blackrock è un 2% (…) Io ho scritto al Ceo (di Blackrock, ndr), e so che il ministro ha scritto un sms perché io gli ho detto “Oh, guarda che non ha votato!”, quindi gli ho detto a Sala hanno scritto un sms, nonostante questo…non è andata bene».
Non si sarebbe quindi mai spezzato il fil rouge governativo palesatosi sin dall’inizio, in quella procedura di vendita delle azioni Mps «organizzata il 13 novembre 2024 in modo da apparire come una gara competitiva e trasparente, viceversa caratterizzata da opacità e anomalie, e costruita in modo tale che risultassero acquirenti i soggetti che avevano condiviso e che avrebbero beneficiato del progetto di controllo di Mediobanca”
E tra queste numerose anomalie indicate dai pm c’è appunto un’altra cosa non vera dichiarata dal governo alla Consob.
Il Ministero affidò il ruolo di raccogliere gli ordini di acquisto delle azioni governative Mps per determinarne il prezzo […] ad un intermediario insolito quale Banca Akros, talmente piccolo […] da dover farsi prestare una garanzia di 600 milioni dalla propria controllante Bpm, poi acquirente proprio del 5% delle azioni governative Mps, accanto al 3% di Anima Holding in quel
momento sotto Opa di Bpm.
Questa scelta, ad avviso della Procura, «non è spiegabile, se non nel senso di voler pilotare l’attività di dismissione». Il Ministero di Giorgetti replica che la scelta di Akros fu giustificata dal fatto che Akros avesse offerto il più conveniente sconto sul prezzo di base, lo 0,05%. Ma i pm rimarcano che Akros inizialmente offrì lo 0,2%, proprio come i colossi Bank of America e Jefferies, solo che poi fu «l’unica a ricevere dal Ministero la richiesta di un rilancio: nella nota del 29 luglio 2025 alla Consob, il Ministero afferma che scelse Akros in virtù dell’offerta migliore, senza però specificare che solo a questa banca venne richiesto il cosiddetto “second round”, ossia un invito a migliorare l’offerta».
Le dimissioni spinte dal deputato Bagnai
Il supporto del governo e di parlamentari della maggioranza si sarebbe espresso anche al momento in cui il 27 dicembre 2024, meno di un mese prima del lancio della scalata di Mps su Mediobanca, Caltagirone e Delfin poterono entrare nella cabina di regia di Mps attraverso propri consiglieri, subentrati nel cda Mps ai dimessisi cinque consiglieri «indipendenti» che erano stati eletti nella lista del Ministero
In una società i consiglieri «indipendenti» sono quelli la cui autonomia di giudizio non deve essere influenzabile da rapporti economici, professionali o personali con chi controlla la società. E anche qui il Ministero avrebbe dichiarato una cosa non vera,
«attestando di non aver contattato i consiglieri uscenti, e tantomeno di averne sollecitato le dimissioni». Invece, «[…] le dimissioni furono richieste o imposte dal Ministero, o in un caso dal deputato della Lega Alberto Bagnai, che aveva detto di esprimersi per conto del Ministero».
(da Corriere della Sera)
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Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
PER LA PROCURA, L’ASTENSIONE È “POCO PIÙ DI UN ESPEDIENTE PER MASCHERARE IL CONCERTO”. IL MEF AVEVA GIÀ “DISAPPROVATO” LA MOSSA DI MEDIOBANCA, COME RIPORTA UNA CONVERSAZIONE TRA STEFANO DI STEFANO, DG PARTECIPAZIONI E CONSIGLIERE MPS, E ALESSANDRO TONETTI, VICE DG DI CDP. A DOMANDA SE LA CASSA ABBIA IN ESSERE CONTRATTI CON MEDIOBANCA, DI STEFANO COMMENTA: “DOBBIAMO TENERNE CONTO PERCHÉ È UN APPROCCIO MOLTO ANTIGOVERNATIVO”
Presunti patti occulti, acquisti concertati e passaggi assembleari da sminare: c’è la
riscrittura di un anno di scalate bancarie nelle prime carte dell’inchiesta della procura di Milano che indaga Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio per le ipotesi di manipolazione del mercato e ostacolo alla vigilanza di Consob, Bce e Ivass.
Cuore dell’inchiesta sono le operazioni che hanno fatto entrare l’ingegnere romano e il presidente di Delfin (la holding della famiglia Del Vecchio) e ceo di EssilorLuxottica nel novembre
2024 nel capitale della banca senese e poi portato quest’ultima a lanciarsi con un’ops alla conquista di Mediobanca. Tutti e tre gli indagati, come era scontato, hanno rivendicato la totale correttezza dei loro comportamenti.
Nel decreto di perquisizione i pm Luca Gaglio e Giovanni Polizzi coordinati dal procuratore aggiunto Roberto Pellicano, svelano molti retroscena
Il 13 novembre 2024 inizia «la fase terminale del progetto»: è il giorno della privatizzazione del 15% di Mps da parte del Tesoro. Caltagirone e Delfin prendono il 3,5% a testa pagando le azioni non a sconto, come di solito avviene in operazioni di questo tipo, ma a premio del 6,96%. A comprare il pacchetto furono anche Banco Bpm (5%) e Anima (3%).
La cessione avvenne con quello che in gergo si chiama «accelerated book building» (Abb). Ma quella su Mps appare alla magistratura essere una procedura di vendita «organizzata in modo da apparire come una gara competitiva e trasparente, viceversa caratterizzata da opacità e anomalie e comunque costruita in modo tale che risultassero acquirenti» appunto Caltagirone e Delfin, è scritto nel decreto di perquisizione.
A rivelare alcuni retroscena è lo stesso Caltagirone. Sentito dalla Consob, ha dichiarato di essere stato interpellato nell’ottobre 2024 dal Mef, che era interessato a creare un nucleo di investitori italiani per Montepaschi, dando la sua disponibilità a partecipare alla cordata.
Dal Mef gli sarebbe stata data – parole di Caltagirone – «sommaria informazione degli altri soggetti che sarebbero stati invitati alla procedura di Abb» curata da Banca Akros, del gruppo Banco Bpm (mentre i precedenti collocamenti erano stati affidati a Bofa, Ubs, Jefferies, Mediobanca).
I nomi che il Mef gli avrebbe fatto? Bpm, Anima e Delfin. Ma con l’authority presieduta da Paolo Savona, l’ingegnere romano è stato categorico: «Con i soci rilevanti o con la banca non vi sono stati né vi sono accordi o patti di alcun genere».
Anche Romolo Bardin, ceo di Delfin e braccio destro di Milleri, ha sostenuto alla Consob di contatti di Milleri con Caltagirone ed altri esponenti istituzionali sul collocamento. «In tali circostanze – ricostruiscono i pm – Milleri aveva raccolto l’interesse del Mef per la creazione di un nucleo di investitori italiani».
Ma il Mef ha negato queste ricostruzioni. In una lettera del 29 luglio alla Consob, il direttore generale Francesco Soro ha sostenuto che «non vi è stata alcuna interlocuzione, contatto o scambio tra i competenti uffici del Mef e gli azionisti» che hanno comprato le azioni in Abb, «e/o con altri potenziali investitori».
A far crescere le «perplessità» dei pm sulla correttezza dell’Abb è stato anche l’amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, sentito il 9 aprile. La sua banca avrebbe voluto partecipare alla gara perché «si stava profilando, per quanto a nostra conoscenza, la possibilità di un’operazione strategica tra Bpm e Mps che avrebbe mutato il panorama del settore» (tanto è vero
che Orcel lancerà poco dopo un’offerta pubblica proprio su Banco Bpm).
Così incarica di partecipare all’Abb il top manager Giacomo Marino che si presenta alla gara attraverso l’intermediario Jefferies, per non far sapere ad Akros il nome del vero acquirente. «Ma poco dopo Marco Staccoli (di Jefferies, ndr) – ha ricostruito lo stesso Marino ai pm – «mi contattò per comunicarmi che Banca Akros gli aveva riferito che il book era stato già chiuso e che l’operazione era stata già conclusa». In pochi minuti, per di più dopo aver alzato dal 7% al 15% il quantitativo di Mps offerto.
Il Mef pare aver scelto Akros perché avrebbe chiesto le fees più basse; ma secondo quanto ricostruito dalla Gdf, questo è verificato solo in una fase di rilancio, alla quale però venne invitata solo la controllata di Banco Bpm e non anche le altre banche che si erano candidate per l’incarico.
Scrivono i pm: «Non è spiegabile, se non nel senso di voler pilotare l’attività di dismissione» l’incarico dell’Abb alla sola Akros, che per di più, durante lo svolgimento del collocamento, non avrebbe dato informazione al mercato sull’orientamento del prezzo delle offerte e avrebbe «precluso la partecipazione» di altri investitori come BlackRock o i fondi Millennium, Norges e Pt2. Insomma, secondo i pm, la procedura «non è stata competitiva». Se si fosse trattato di una gara pubblica, «certamente» si sarebbe configurato il reato di turbativa d’asta
E sarebbe «ingenuo» ritenere una coincidenza che Caltagirone e Delfin abbiano acquistato la stessa quota di azioni, il 3,5%, per di più offrendo un identico premio del 6,96%.
L’effetto dell’arrivo di Caltagirone e Delfin nel capitale di Mps risultò evidente con l’ingresso di nuovi cinque consiglieri, tra i quali il figlio dell’ingegnere, Alessandro, nel board della banca senese al posto di altrettanti consiglieri dimissionari. Tre di questi, Annapaola Negri-Clementi, Paolo Fabris De Fabris e Lucia Foti Belligambi, hanno dichiarato alla Consob che le loro dimissioni «sono state richieste o imposte dal Mef o in un caso dal deputato della Lega Bagnai che aveva detto di esprimersi per conto del Mef», è scritto nel decreto.
Circostanza negata da Soro alla Consob: «Non vi è stata alcuna interlocuzione tra i Mef e i detti consiglieri dimissionari» per spingerli a lasciare il board. «Il vero ingegnere è stato lei»
Il 17 aprile i soci Mps votano in assemblea l’aumento di capitale al servizio dell’ops su Mediobanca. La maggioranza non era scontata. L’indomani la Gdf intercetta Lovaglio al telefono con Caltagirone: «Le faccio i complimenti perché è stato molto bravo», dice l’ingegnere al banchiere. «Il vero ingegnere è stato lei, io ho solo eseguito l’incarico… comunque godiamoci questa cosa, è stata… ha ingegnato una cosa perfetta, quindi complimenti a lei per l’idea, esatto». «Perfetto, bene. È andata come doveva, grazie». «Come meritavamo», chiosa Lovaglio.
Nagel non sta a guardare e il 28 aprile reagisce con una mossa
difensiva: un’offerta su Banca Generali, da pagare anche con le azioni di Assicurazioni Generali. Ma il 22 agosto l’operazione viene respinta in assemblea con il voto contrario di Caltagirone e di alcuni soci astenuti, come Delfin e le casse Enasarco, Enpam e Cassa Forense
Per i pm, l’astensione della holding guidata da Milleri è stata «poco più di un espediente per mascherare il concerto». E per di più, per i pm, anche il Mef – sottolineano i pm – aveva «disapprovato» la mossa di Mediobanca.
Lo si evince da una conversazione intercettata in cui il 17 giugno Stefano Di Stefano, dg Partecipazioni e consigliere Mps, chiede ad Alessandro Tonetti, vice dg di Cdp, se la Cassa abbia in essere contratti con Mediobanca, come advisor o come finanziamenti. Di Stefano commenta la linea di Mediobanca: «Dobbiamo tenerne conto perché è un approccio molto antigovernativo».
(da Milano Finanza)
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Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
NON CI VUOLE MOLTO A CAPIRE CHI SIA IL DEMENTE AUTORE DELLA SCRITTA
«Sono tra i nomi che figurano in quella lista, ci aspettiamo che il colpevole venga identificato». A dirlo è una studentessa del liceo classico Giulio Cesare di Roma dove giovedì scorso è apparso un elenco di nomi di ragazze e un ragazzo sul muro del bagno, e accanto la scritta: «Lista stupri». «Quando ne sono venuta a
conoscenza, ero arrabbiata, confusa, non capivo – prosegue la liceale, intervistata da TgCom24 -. Magari è stato un gesto politico, visto che i nomi sono tutti di ragazze candidate».
Anche S. è un’altra studentessa dell’Istituto, sempre in vetta alle classifiche Eduscopio sulle migliori scuole.
Al Corriere della Sera racconta di aver scoperto la lista giovedì scorso, dopo la ricreazione. «Un mio compagno l’ha vista entrando in bagno, l’ha fotografata e poi ce l’ha mostrata». L’elenco, fa sapere la giovane, è stato cancellato dallo stesso studente che l’aveva notato, «schifato da quello che aveva appena visto – spiega -. Ha fatto la foto col cellulare per documentarla, ma ha voluto cancellarla subito».
Chi c’è sulla lista: «otto ragazze e un ragazzo»
I nomi comparsi sul muro del bagno maschile sono di «otto ragazze e un ragazzo», dichiara ancora S. Si tratta di persone «molto attive nei collettivi e nel mondo della rappresentanza studentesca, come me – prosegue -: anche io sono in un collettivo, da sempre mi batto su vari temi, recentemente quello della violenza contro le donne». Anche per lei, potrebbe esserci un «motivo politico» dietro al gesto: «Non lo escludo». Ma ciò che «sconcerta» per la studentessa è anche la tempistica.
«Il fatto che la lista sia stata scritta proprio due giorni dopo la Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne lo vivo come un ulteriore affronto, che sa anche di scherno», sottolinea.
Le ipotesi sull’autore
Nonostante le ipotesi che circolano sul possibile autore, al momento le studentesse non hanno prove certe. «Mi sono fatta l’idea di uno che scrive, e di un gruppo attorno che incita – afferma S. -. Mi fa paura il potere che questa persona ha creduto di avere e di poter esercitare».
Nel frattempo, il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha condannato l’accaduto e chiesto al liceo di sanzionare gli autori del gesto. Tuttavia, per la studentessa, la reazione del ministro arriva troppo tardi: «È ipocrita fingere che questi fatti siano una novità. Le scuole sono da tempo intrise di episodi di violenza», ha affermato, sottolineando la necessità di un cambiamento culturale. Secondo la giovane, infatti, corsi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole sono essenziali «per contrastare la diffusione di una cultura patriarcale ancora radicata nella nostra società, che porta anche i giovani a manifestare comportamenti violenti, convinti che le donne siano figure sottomesse».
(da Open)
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Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
UNA SCELTA CHE FA DISCUTERE PERCHÉ ARRIVA DA UN GOVERNO DI “PATRIOTI” CHE A PAROLE DIFENDE LA RETE DEL PICCOLO COMMERCIO E I NEGOZI TRADIZIONALI CONTRO LE GRANDI PIATTAFORME COME AMAZON
La presidenza del Consiglio di Giorgia Meloni ha deciso per la prima volta di autorizzare
acquisti di beni utili a Palazzo Chigi sulla piattaforma Amazon business invece che sui tradizionali portali della pubblica amministrazione.
La scelta è destinata a fare discutere perfino nella maggioranza di governo, dove non sono stati pochi in questi anni (soprattutto
la Lega) a difendere la rete del piccolo commercio e i negozi tradizionali messi a rischio dall’assalto di multinazionali come quella fondata da Jeff Bezos.
La svolta è firmata da Gabriella Salone, che dall’aprile scorso è coordinatrice dell’ufficio gare e contratti all’interno del dipartimento servizi strumentali della presidenza del Consiglio, anche se al momento è limitata negli importi: 90 mila euro massimo spendibili più Iva su Amazon nel prossimo biennio, con possibilità di aggiungere un terzo anno con altri 45 mila euro da spendere oltre Iva.
Con Amazon business Palazzo Chigi ha firmato un vero e proprio contratto a scalare secondo il consumo con il quale assai diversamente dal solito ha dovuto accettare tutte le clausole contrattuali imposte dalla società di Bezos.
Palazzo Chigi ha fatto anche un’altra eccezione: «considerato il valore dell’appalto, la natura delle prestazioni e la verificata solidità della Società, stante la remota possibilità che un inadempimento che possa verificarsi in sede di esecuzione contrattuale ed arrecare significative ripercussioni alla stazione appaltante, si ritiene di non richiedere all’Operatore economico la produzione della cauzione definitiva, ai sensi di quanto previsto agli artt. 53, comma 4 del d.lgs. n. 36/2023».
Con quei 135 mila euro più Iva nel prossimo triennio i collaboratori della Meloni (e anche quelli di chi guiderà il governo dopo di lei) potranno acquistare un paniere di beni di
consumo già determinati e puntualmente elencati nella delibera.
«È autorizzata l’adesione», si spiega infatti, «alla Piattaforma Amazon al fine di procedere all’acquisto di prodotti rientranti nelle seguenti aree merceologiche come meglio dettagliate nelle premesse: fotografia, ottica, audio e video, libri e pubblicazioni, ferramenta, consumabili da copia/stampa, carta, piccoli e grandi elettrodomestici, arredi per ufficio e complementi di arredi, prodotti informatici, periferiche e accessori, necessari per le esigenze funzionali della Presidenza del Consiglio dei ministri»
(da Open)
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Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
LA GIUNTA SALIS HA SCOPERTO IL DISASTRO EREDITATO ED EVITATO IL FALLIMENTO
E’ durato circa 40 minuti l’incontro tra il vicesindaco di Genova con delega alle società partecipate Alessandro Terrile, il segretario generale del Comune di Genova Pasquale Criscuolo e il procuratore capo Nicola Piacente. Dei contenuti dell’incontro, per evidenti esigenze investigative, trapela poco o niente. Certamente il Comune di Genova è intenzionato fornire la massima collaborazione a tutte le istituzioni e agli organi giudiziari che stanno cercando di far luce sulla grave situazione finanziaria in cui versa l’azienda partecipata e sulle eventuali responsabilità (anche penali e contabili) di una gestione che l’ha portata a un debito patrimoniale netto di 90 milioni.
Ed è per questo che a chiedere l’incontro con il procuratore è stato proprio palazzo Tursi. Se la sindaca Silvia Salis ieri era a Roma per la delicata vertenza Ilva di Cornigliano, a informare il procuratore su quanto in questi mesi la nuova giunta ha scoperchiato tra i vari uffici, ha inviato le persone più competenti
in materia. A loro il procuratore avrebbe fatto anche domande specifiche, circa il ritardo – per esempio – con cui dagli stessi revisori di Amt è stato dato l’allarme sui conti in rosso. Non è dato sapere – ma non è affatto escluso – che oltre alle informazioni richieste il Comune di Genova non abbia portato al procuratore qualcos’altro, per esempio un esposto o una denuncia formulando accuse specifiche o si siano riservati di farlo a stretto giro.
In ogni caso il fascicolo è già aperto anche se ufficialmente ancora a modello 45 e la guardia di finanza un po’ di carte dell’azienda le ha già acquisite vista l’inchiesta in corso – le indagini in questo caso si sono chiuse pochi mesi fa – per la fusione Amt-Atp.
anche su questo aspetto il Comune ha offerto alla procura la massima collaborazione e ha garantito anche un aggiornamento periodico sulla situazione dell’azienda. E’ possibile che nei prossimi giorni le fiamme gialle facciano acquisizioni anche negli uffici comunali.
Sempre ieri si è tenuta davanti al tribunale civile di Genova l’udienza per la composizione negoziata della crisi dove l’azienda chiede in pratica al giudice di poter restare riparo dei creditori a fronte di un piano di risanamento credibile e della garanzia dei pagamenti futuri. L’esito dell’udienza sembra positivo, al netto di alcuni dettagli da mettere nero su bianco per liberare rapidamente alcune risorse per i creditori.
E anche grazie all’intervento della Regione Liguria con 14 milioni di euro per pagare stipendi e tredicesime, lo scenario peggiore è al momento stato scongiurato. Ma l’azienda di trasporto pubblico metropolitano è stata a un passo dal default.
Come si è mossa la Procura di Genova, così ha fatto la procura generale della Corte dei conti, che ha aperto un fascicolo d’inchiesta contabile per far luce a 360 gradi sulla gestione della società, in primis sulla scorta degli articoli di stampa che hanno riguardato la sospensione prima e il licenziamento poi dell’ex direttrice generale, e in precedenza presidente, della stessa Amt Ilaria Gavuglio. Anche in questo caso, l’indagine è alle fasi preliminari e quindi ancora non è stato contestato ad alcun soggetto preciso un eventuale danno erariale. Ma l’apertura di un’inchiesta da parte della magistratura contabile rappresenta un ennesimo fronte critico per Amt
Non si tratta formalmente del primo contatto tra palazzo Tursi e la Corte dei conti, Il 22 ottobre scorso, infatti, la sindaca Silvia Salis e il vice sindaco Alessandro Terrile avevano chiesto e ottenuto di essere ricevuti dai magistrati della sezione Controllo, per esporre il quadro economico in cui versa l’azienda ereditato al momento del loro insediamento a Palazzo Tursi, dopo le elezioni di maggio. Cosa diversa invece è l’attività della Procura regionale, guidata da Roberto Leoni, che è scattata d’iniziativa. E vedrà i pm contabili disporre anche in questo caso accertamenti e acquisizioni di documentazione.
(da Genova24)
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Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
IL SISTEMA DI APPALTI E CONSULENZE DESTINATE DALL’ISTITUTO SAN MICHELE A PERSONE VICINE ALLA CORRENTE POLITICA DEL DEPUTATO DI FRATELLI D’ITALIA
Nell’ultima inchiesta di Fanpage.it abbiamo raccontato la rete di incarichi e appalti
affidati dall’Istituto Romano San Michele – guidato dal presidente Giovanni Libanori, in quota Fratelli
d’Italia – a persone della corrente ‘democristiana’ del partito di Giorgia Meloni. Il San Michele è certamente l’Azienda pubblica di servizi alla persona, dove più spesso ricorrono nomi vicini al gruppo politico, capeggiato dal deputato di Fdi Luciano Ciocchetti. Ma non è l’unica. Tracce dello stesso sistema si trovano anche in altre Asp del Lazio.
È il caso ad esempio dell’Asilo di Savoia, ente pubblico presieduto da 2014 è Massimiliano Monnanni. Una personalità esperta in politiche sociali – dal 2024 è anche segretario del Cnel -, il cui curriculum va detto subito è quello di un tecnico, senza particolari caratterizzazioni politiche, né tantomeno legami diretti con il partito della premier Meloni. E tuttavia, anche all’Asilo di Savoia ormai da un anno e mezzo è arrivato a ricoprire uno dei ruoli chiave un uomo vicinissimo all’onorevole meloniano Luciano Ciocchetti.
Il segretario di Ciocchetti e Maselli diventato dirigente della Asp
Si tratta di Massimo Matteucci, già responsabile della segreteria di Ciocchetti tra il 2010 e il 2012, quando quest’ultimo era assessore all’urbanistica e vicepresidente della Regione Lazio. In precedenza aveva collaborato con l’Udc laziale, nel periodo in cui l’attuale deputato di Fdi era il segretario regionale dello scudo crociato. Insieme al “amico” (ipse dixit) Matteucci, Ciocchetti ha fondato nel 2005 anche la onlus Alma Aurea e dato vita all’iniziativa “Il Natale di Solidarietà”, che i due portano avanti ancora oggi. Nel 2018, la onlus finì sotto il faro della
magistratura per un contributo ottenuto dall’immobiliarista Sergio Scarpellini, ma le accuse di illecito furono presto archiviate.
Dopo aver lavorato con Ciocchetti, Matteucci ha proseguito la sua carriera, come funzionario nel Consiglio Regionale del Lazio. Fino al 2023, quando è tornato a svolgere il ruolo di capo segreteria, stavolta per l’assessore per i Servizi alla Persona Massimiliano Maselli, l’altro uomo forte del gruppo degli ex democristiani di Fratelli d’Italia. Una posizione ricoperta per poco più di un anno, fino al 1 luglio 2024: data in cui è stato assunto a tempo determinato – dopo un interpello pubblico -, come dirigente dalla Asp Asilo di Savoia.
Da controllore a controllato, in 24 ore
In pratica, da un giorno all’altro, Matteucci è passato dagli uffici dell’assessorato che ha il compito di vigilanza e controllo sulle Asp a quelli di una delle aziende pubbliche, poste sotto il controllo dell’assessore Maselli. Da controllore a controllato, nel giro di 24 0re. All’Asilo di Savoia, l’ex collaboratore di Ciocchetti è stato messo a capo di un’unità appena costituita, dedicata al “Dopo di Noi”. Si tratta del progetto di housing sociale per persone con gravi disabilità e senza supporto familiare finanziato dalla Regione Lazio, di cui la Asp è soggetto attuatore.
Grazie al salto da funzionario regionale (ruolo da cui è attualmente in aspettativa) a dirigente, Matteucci ha ottenuto nel
primo anno una retribuzione di 74813 euro lordi. L’incarico è stato poi più volte prorogato e attualmente è in scadenza il 31 dicembre, ma è probabile che venga ulteriormente prolungato
Nei corridoi della Pisana, qualcuno fa notare che in questo modo, l’uomo di fiducia del gruppo Ciocchetti potrebbe arrivare fino all’età della pensione con la qualifica di dirigente, una condizione che potrebbe comportare dei vantaggi anche per il futuro trattamento pensionistico. Intanto perché ovviamente negli ultimi anni di carriera avrà versato contributi più alti, di quelli da funzionario. E poi perché potrebbe ottenere un calcolo più ricco del trattamento di fine servizio.
Anche in questa occasione non c’è nulla di illecito, come per le decine di incarichi e consulenze distribuiti dal San Michele a persone del giro di Luciano Ciocchetti. Ma certo, questo nuovo caso sembra confermare la commistione di ruoli pubblici e privati, amicizie personali e fedeltà politiche, che hanno caratterizzato la ‘conquista’ del mondo delle Asp laziali, da parte di Fratelli d’Italia e dagli ex Dc che hanno trovato nuova vita nel partito di Giorgia Meloni.
(da Fanpage)
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Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
SENZA LA MAREA DI MILIARDI EUROPEI OGGI L’ITALIA SAREBBE IN RECESSIONE, IL GOVERNO NON HA SAPUTO AFFRONTARE I PROBLEMI STRUTTURALI DELL’ECONOMIA ITALIANA
C’è un mistero, nei conti italiani. Il mistero si chiama Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Dal mitico Pnrr, che dal 2021 al giugno 2026 avrebbe dovuto inondare la nostra economia con più di 194 miliardi, ci si aspettava legittimamente uno spintone alla crescita. Che però prima è diventato una spintarella e poi si è esaurito, praticamente del tutto.
Basta dire che nel secondo trimestre del 2025, dice l’Istat, il prodotto interno lordo è perfino diminuito. Una flessione contenuta, quantificata nello 0,1% rispetto al trimestre precedente. Ma che ha ridimensionato allo 0,4% la crescita su base annua.
I numeri sono avvilenti. Dal 2001 al 2026, secondo i dati facilmente reperibili nella banca dati del Fondo Monetario Internazionale, il prodotto interno lordo pro capite a prezzi
costanti sarebbe aumentato in Italia del 4,98% contro il 18,51% in Francia, il 2,28% in Spagna, il 23,35% in Germania, il 25,7% nei Paesi Bassi.
La crescita più bassa dell’area euro dunque, addirittura un quarto della Grecia (+20,21%) e la metà del Lussemburgo (+9,88%).
Il numero dei posti di lavoro è salito in Italia nello stesso periodo a un ritmo pari alla metà di quello dell’intera area euro: 9,7% contro 18,8%. Per non parlare di quanto invece accadeva nei periodo precedenti.
È come se nel 2001 ci fossimo di colpo arenati, senza più riuscire a tirarci fuori dalle secche. Nei vent’anni precedenti, dal 1980 alla fine dello scorso secolo, il pil pro capite reale degli italiani è cresciuto del 54,76%, dieci punti in più di Francia (44,99%) e Germania (44,42%).
Il rallentamento, del resto, è progressivo e inarrestabile anche a dispetto dei tanti soldi in circolazione. Il pil italiano è salito in termini reali appena dell’1% nel 2023, per cadere allo 0,7% nel 2024 e atterrare su qualche «zerovirgola» quest’anno.
Guardate invece la Spagna, che di problemi con il suo Pnrr da 70 miliardi ne ha forse più dell’Italia. Nel 2023 l’economia spagnola ha evidenziato un progresso del 3% e per quest’anno la crescita economica è proiettata al 2,6%.
L’indice della produzione industriale italiana è crollato di quasi dieci punti dal 2021, anno di uscita dalla pandemia del Covid-19, registrando due anni e mezzo di cali mensili consecutivi.
riprova del fatto che nel Paese è in atto una desertificazione industriale strisciante.
C’è chi tira in ballo la faccenda dei dazi commerciali imposti fra tanti ondeggiamenti dal presidente statunitense Donald Trump. Ma la presidente del consiglio Giorgia Meloni li aveva considerati sopportabili e il suo vice Matteo Salvini si era spinto a giudicarli addirittura «un’occasione».
In ogni caso la decelerazione dell’economia era già iniziata. A conferma del fatto che qualcosa decisamente non va.
I dati pubblicati sul sito Italia Domani sostengono che l’impatto economico del Pnrr in rapporto alla dotazione finanziaria, pur essendo in Italia un po’ inferiore a quello medio dell’Unione Europea, e molto inferiore rispetto a Francia e Germania, risulterebbe comunque superiore alla Spagna e ad altri Paesi. E siccome, sempre da quei dati, si ricava che l’impatto sarebbe positivo, si può dedurre che sono i fondamentali della nostra economia a fare cilecca.
Con il risultato che la robusta iniezione di denaro dall’Europa servirebbe a poco; senza quella, per giunta, l’Italia sarebbe negli ultimi anni in perenne recessione. Diversamente non si comprende come sia possibile che la frenata più consistente si manifesti, guarda caso, proprio mentre il flusso di soldi europei sta aumentando.
Il sito internet Italia Domani, aggiornato a metà ottobre scorso, ci rappresenta con dovizia di particolari che i pagamenti per i
progetti del piano, la cui fine inderogabile è prevista per giugno 2026, sono arrivati a 77 miliardi di euro, cifra che rappresenta appena il 47,3% del totale stanziato
La fetta maggiore dei finanziamenti dovrebbe essere utilizzata quindi nei prossimi mesi. Ma già ora il ritmo della spesa effettiva supera i 2 miliardi al mese (esattamente 2 miliardi e 58 milioni) ed è triplicato rispetto a un anno fa, quando però l’incremento del prodotto interno lordo italiano era superiore a quello attuale. Più soldi, meno crescita: Il mistero italiano si fa ancora più fitto
(da “MilanoFinanza”)
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Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
IL CDR VERGA UN COMUNICATO DI FUOCO: “LA REDAZIONE SI RAMMARICA CHE L’AZIENDA ABBIA SCELTO DI PUBBLICARE COMUNQUE LE PAGINE CHE VEDETE OGGI. UN GIORNALE PRODOTTO COSÌ NON GARANTISCE NÉ PLURALISMO NÉ QUALITÀ DELL’INFORMAZIONE” … LUNEDÌ ARRIVA IL NUOVO DIRETTORE, TOMMASO CERNO, AL POSTO DI ALESSANDRO SALLUSTI
“Cari lettori, il Giornale che trovate oggi in edicola è stato realizzato senza il contributo
della quasi totalità dei redattori, che ieri hanno aderito allo sciopero nazionale dei giornalisti. La nostra redazione, forte di una lunga tradizione liberale, non ha mai scioperato a cuor leggero. Neppure questa volta.
La protesta non aveva alcuna motivazione politica né alcun riferimento critico al governo: è nata esclusivamente dal mancato rinnovo del nostro contratto di lavoro, fermo da oltre dieci anni. In questo decennio il numero dei giornalisti dipendenti si è ridotto, mentre è cresciuto in modo drammatico lo sfruttamento di collaboratori e precari: giovani colleghi pagati pochi euro a notizia, senza tutele e senza prospettive. È anche per loro che abbiamo scioperato.
La redazione si rammarica che l’azienda abbia scelto di pubblicare comunque le pagine che vedete oggi, realizzate senza l’apporto della quasi totalità dei redattori. Un giornale prodotto così può reggere solo per pochissimo tempo e non garantisce né pluralismo né qualità dell’informazione.
Proprio queste sono le situazioni che, nell’interesse dei lettori, vogliamo evitare chiedendo il rinnovo del contratto.
Da domani torniamo in edicola e al servizio di chi ci legge, convinti che la tutela della professionalità giornalistica – di tutti, dai più anziani ai più giovani – sia la condizione essenziale per un’informazione libera, autorevole e responsabile.
Il Comitato di redazione
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Novembre 29th, 2025 Riccardo Fucile
IL CEO DEL “MONTE”, LUIGI LOVAGLIO, PARLANDO CON FRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE, TIRA IN BALLO IL TESORO: IL 18 APRILE, PARLANDO DEL NO DI BLACKROCK ALL’AUMENTO DI CAPITALE DI MPS, LOVAGLIO DICE: “QUALCUNO CI HA FATTO IL BIDONE, BLACKROCK (…) PERCHÉ IO HO SCRITTO AL CEO E SO CHE IL MINISTRO HA SCRITTO UN SMS”. ..È LA PROVA, SECONDO I PM CHE INDAGANO SUL “CONCERTO” TRA “CALTA”, MILLERI E MPS, CHE IL MINISTERO SI È MOSSO PER INFLUENZARE LA PARTITA … NON SOLO: IL GOVERNO SAREBBE INTERVENUTO ANCHE IMPONENDO LE DIMISSIONI AD ALCUNI CONSIGLIERI DI MPS: “SONO STATE RICHIESTE O IMPOSTE DAL MEF O IN UN CASO DAL DEPUTATO DELLA LEGA, ALBERTO BAGNAI” … L’ASTA COSTRUITA AD HOC PER FAVORIRE LA CORDATA DI “CALTA”
«Qualcuno ci ha fatto il bidone», dice l’amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, Luigi Lovaglio al costruttore ed editore romano Francesco Gaetano Caltagirone.
L’ad della banca senese si riferisce al voto contrario del fondo americano Blackrock nel corso dell’assemblea che ha dato via libera all’aumento di capitale per finanziare la scalata a Mediobanca.
Una giornata decisiva per la grande partita bancaria che cambierà gli assetti di potere nella finanza italiana. Una partita che la procura di Milano sospetta sia stata giocata violando la legge. Per questo Lovaglio, Caltagirone e il loro alleato Francesco Milleri, a capo del gruppo Del Vecchio, sono indagati per aggiotaggio e ostacolo alle autorità di vigilanza.
Quel 18 aprile il banchiere e l’editore commentano l’esito dell’assemblea di Mps mentre sono intercettati dalla Guardia di Finanza. E alludono «a una sollecitazione di voto da parte del Mef sul ceo del fondo americano».
Insomma, secondo questa ricostruzione fondata sulle parole di Lovaglio e Caltagirone, il Tesoro si sarebbe mosso per
influenzare l’esito della partita. Un comportamento che andrebbe a cozzare con la dichiarata neutralità del governo nella scalata di Mps, di cui il Mef è azionista all’11 per cento.
«Poi le spiego – ribadisce Lovaglio a Caltagirone – perché qualcuno ci ha fatto il bidone, Blackrock (…) Perché io ho scritto al ceo e so che il ministro (Giancarlo Giorgetti, ndr) ha scritto un sms (…) perché io gli ho detto “Oh, guarda che non ha votato!
Quindi gli ho detto a Sala (Marcello Sala, all’epoca direttore generale del Mef, ndr) hanno scritto un sms… nonostante questo non è andata bene».
Tradotto: il fondo statunitense, pur avendo ricevuto – come spiega l’ad – un messaggio di presunto incoraggiamento da parte del numero uno del ministero dell’Economia […], ha votato in modo contrario rispetto ai “suggerimenti” […] impartiti da Roma.
Questo non ha tuttavia rappresentato un ostacolo a che il «progetto volto in modo eclatante alla conquista di Mediobanca» andasse in porto. Un progetto forse condiviso, sembrano dire le intercettazioni contenute nelle carte giudiziarie, pure dai vertici dello stesso ministero, che non risultano indagati.
Nella ricostruzione dei magistrati il concerto tra i grandi azionisti protagonisti della scalata risulta evidente sin dall’asta bandita dal Tesoro a novembre dell’anno scorso per la vendita di un pacchetto del 15 per cento della sua quota in Mps pari
all’epoca al 26 per cento circa. Un’operazione che si è svolta con la procedura dell’accelerated book building (Abb) e scrivono i pm, è stata caratterizzata «da diverse e vistose anomalie».
In sostanza l’Abb sarebbe stato gestito in modo da «destinare una parte cospicua di azioni di Mps di proprietà del Mef a soggetti predeterminati». E cioè il gruppo Caltagirone, la Delfin della famiglia Del Vecchio e il gruppo bancario BancoBpm, anche con la controllata Anima.
La procedura accelerata con cui il Mef aveva incaricato Banca Akros di vendere il 15 per cento di azioni Mps non può però essere ritenuta gara pubblica in base a un decreto ministeriale del 2020. Un “cavillo” senza il quale, secondo chi indaga, ci sarebbero stati «gli elementi di fraudolenza per integrare il reato di turbativa d’asta».
Lo stesso Caltagirone avrebbe confermato alla Consob che come soggetti interessati a creare un “nocciolo duro” di azionisti del Monte c’erano Bpm, Anima e Delfin, cioè la famiglia Del Vecchio
E di questo interesse, scrivono i magistrati , gli era stata data una «sommaria indicazione» proprio da parte del Mef. Circostanza confermata anche dal Romolo Bardin, amministratore di Delfin, che ha parlato a Consob di contatti tra Milleri, Caltagirone e «altri esponenti istituzionali».
Quindi, anche in questo caso sono gli stessi protagonisti dell’operazione finita sotto inchiesta penale a chiamare in causa
il Mef come regista. Ruolo smentito dal ministero, che […] in una relazione inviata alla Consob e firmata dal direttore generale del Mef, Francesco Soro, ha negato «contatti e interlocuzioni con gli investitori che hanno poi acquisito partecipazioni (in Mps, ndr)» nell’asta di novembre 2024
«Facciamo fase due?», continua Lovaglio, registrato dagli investigatori mentre parla con Caltagirone. Per i pm della procura guidata da Marcello Viola il riferimento degli indagati alla «fase due» confermerebbe «l’ipotesi che l’Ops su Mediobanca costituisca soltanto la prima fase di un più ampio piano comune, riguardante Assicurazioni Generali».
È al controllo di Generali, in altre parole, che l’ad della banca toscana e l’editore de Il Messaggero tenderebbero, insieme al terzo indagato dell’inchiesta e cioè Francesco Milleri.
Gli atti della procura svelano ulteriori particolari che riguardano il governo. I pm partono dai fatti che conducono «Delfin e Caltagirone nella cabina di regia della banca senese» e, dunque, a capo di tutta l’operazione. Per gli inquirenti tutto ciò sarebbe stato possibile grazie alle dimissioni di alcuni consiglieri indipendenti di Mps.
«Secondo le dichiarazioni rilasciate alla Consob dai cinque amministratori dimissionari, per tre di loro (Annapaola Lucia Negri Clementi, Paolo Fabris De Fabris e Foti Belligambi), le dimissioni sono state richieste o imposte dal Mef o in un caso dal deputato della Lega, Alberto Bagnai – scrivono i magistrati – Gli
ex consiglieri Visconti e Martiniello hanno riferito, invece, poco credibilmente di aver maturato autonomamente l’intenzione di dimettersi.
Il Mef – continuano i pm – ha viceversa attestato a Consob di non aver contattato i consiglieri uscenti, né tantomeno aver sollecitato le dimissioni».
Fatto sta che il 27 dicembre «in loro sostituzione il Cda ha cooptato, su indicazione di Caltagirone e Delfin» ulteriori soggetti. Per chi indaga questo sarebbe il «collegamento finalistico con quanto di lì a poco sarebbe accaduto: il lancio di Ops volontaria su Mediobanca».
I magistrati sottolineano anche «l’atteggiamento reverenziale e imbarazzato» di alcuni consiglieri di Mediobanca verso Caltagirone. «I consiglieri espressione di Delfin […] rispondono della propria attività in Mediobanca non solo a Delfin, del quale sono emanazione, ma prima ancora a Caltagirone».
Un «quadro indiziario grave» secondo i pubblici ministeri. Tanto più «a ragione della natura dei soggetti coinvolti: intermediari bancari e imprenditori, con partecipazioni rilevanti e incrociate in società quotate che operano in mercati sottoposti a vigilanza pubblica, in misura tale da poterne influenzare gli indirizzi di politica economica».
Un «quadro indiziario grave», si legge ancora nelle carte, dove si rileva anche un certo «conflitto di interesse» del governo che, al contempo, è «azionista rilevante di Montepaschi» e «titolare del cosiddetto Golden Power», lo strumento che permette di bloccare tutte quelle operazioni che potrebbero essere realizzate nell’interesse dei privati e non in quello nazionale.
(da editorialedomani.it)
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