Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
“C’È IL PENSIERO CHE SALVINI CON VANNACCI STIA GIOCANDO PER RIDIMENSIONARLA. PER MELONI VANNACCI È UN PROBLEMA COME LO E’ TRUMP”
Sono nazi, sono marci e chi li insegue si crede Don Sturzo. E’ il teatro La Scala degli
scimuniti, la parodia della tragedia nazifascista e della Resistenza. Un orrore. Urla, turpiloquio: “Che cazzo mi deve insegnare il coraggio. Ah, bello!”. Il leghista Furgiuele, in gessato e cravatta Saint Laurent, invita alla Camera tre strafatti di celtiche ed Evola.
Sono teste di nazo e gridano con la vena gonfia: “L’antifascismo è mafia, una malattia mentale”. Nicola Fratoianni canta “Bella Ciao” e “Fischia il vento”. Vannacci, dalla sua camera da letto, incita: “Sto con Furgiuele!”. E’ lui il direttore occulto. Ne esce a pezzi la Lega di Salvini, la Niscemi di governo, la frana di Meloni.
Ne esce a pezzi la Camera e il presidente Fontana che per regolamento non può vietare conferenze e che si salva al novantesimo minuto. E’ un orrore la parola remigrazione, è un orrore questa Sala stampa della Camera ridotta a pitale, una sala che da inizio legislatura ha ospitato 2.100 conferenze di ciabattoni, pornodive, rifattoni, cuochi, galleristi, poetastri, tassinari, odontoiatri, terroristi. Invitare cinque nazisti è meno peggio di accogliere un muezzin della morte come Hannoun, il predicatore che spediva bustoni di denaro ad Hamas?
La conferenza si chiama Remigrazione, un altro marchio di Vannacci (forse avrà depositato anche questo) e la sponsorizza Furgiuele, l’onorevole che colleziona abiti di sartoria e che rilancia: “Ho invitato nazisti condannati? Guagliò, come ha già detto al Foglio, che volete che sia una condanna di primo grado? Se sei condannato in primo grado per me sei un fratello e il magistrato è il mio rivale. Se sei condannato in secondo grado, sei ancora mio fratello e il magistrato mio rivale. In terzo grado non sei più mio fratello e il magistrato allora diventa amico mio”.
Alle 10 e mezza si presenta alla Camera ma si trova ad attenderlo Boldrini, con la stampella, Orfini, Bonelli, Fratoianni, Scotto, Ricciardi, Baldino, Stumpo, Sarracino, Richetti, Bonelli, Sensi, Cuperlo. Dalla Commissione corrono a fare resistenza Chiara Gribaudo e Andrea Casu. E’ la nuova brigata Giustizia e Libertà, solo che al posto della casa in collina c’è il caffè Giolitti a pochi metri.
E’ Vannacci il regista di tutta questa schiuma e lo conferma Furgiuele: “Vannacci mi ha chiamato e detto: vai avanti, sono con te”. Gli domandano: e Salvini, l’ha chiamata? E Furgiuele: “Salvini non mi ha chiamato”, poi: “Ma io ogni giorno mi sento con Salvini”. Si finisce in strada e si offre il microfono a questi svalvolati nazi, questo Sogari che straparla: “Noi siamo fatti di acciaio vivente. Potevamo portare centomila persone” e l’altro compare, tal Jacopo Massetti, continua con: “Ci vogliono con le ciabatte pachistane”. Ha il ghigno quando prosegue: “Questi pagliacci, che ci hanno impedito di entrare, ci hanno fatto un regalo”.
A quel punto si apre il secondo atto dell’opera Scimuniti a Montecitorio. Furgiuele si imbuca dall’ingresso laterale e prova a fare entrare le sue teste di nazo come ospiti. Corrono Fratoianni, Ricciardi a montare la guardia. Interviene la vicesegretaria della Camera che comunica: “Annullate tutte le visite”. E’ una farsa.
C’è una telefonata Fontana-Salvini: mediano la decisione del divieto, solo che Salvini negli stessi minuti spedisce la nota: “La sinistra non può limitare la libertà di parola”. Ci riproveranno. Furgiuele lo annuncia, subito, gli altri due vannacciani, Ziello e Sasso, fanno sapere che prenoteranno, ancora, la Sala, e già da lunedì potranno invitare tutta la Casa Pound che desiderano.
Meloni tace perché “è un problema in casa d’altri”, della Lega, e Fontana, pensa FdI, “non poteva fare altro”. Lo hanno trovato. La sinistra ha trovato il federatore. E’ Vannacci che può incollarli e Meloni ha capito. E’ angosciata perché Salvini non governa casa sua, una Lega divisa in tribù e c’è il pensiero, brutto, che Salvini con Vannacci stia giocando per ridimensionare Meloni.
Se i tre vannacciani escono dalla Lega possono fare una componente nel gruppo Misto alla Camera ed esibire quell’ignobile logo Futuro nazionale. Se Vannacci resta, logorerà la destra, Meloni, farà male a FdI convinta: “Vannacci è un problema come lo è Trump”. Vannacci e Salvini sono i due Scilla e Cariddi di Meloni.
(da “Il Foglio”)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
RONCONE: “QUESTA OSCENITÀ POLITICA NON È PIÙ SOLO UN PROBLEMA PRIVATO DI SALVINI, MA UNA GRANA CON POTENZIALI RIFLESSI ELETTORALI PER TUTTA LA COALIZIONE DI GOVERNO”
Se si escludono i tremendi giorni del Papeete Beach, questa è certamente la stagione peggiore che Matteo Salvini deve affrontare da quando è alla guida della Lega. Il generale Roberto Vannacci, che con le sue 500 mila preferenze salvò il Carroccio alle ultime Europee, e che Salvini ha poi ricompensato con la carica di vicesegretario, rappresenta ormai un problema enorme, nero, pericoloso e quotidiano anche per l’immagine stessa del governo e della premier Giorgia Meloni.
La sensazione è precisa mentre lo sguardo scorre sul manipolo di fascisti che pretende di entrare a Montecitorio. Hanno appuntamento con il deputato del Carroccio Domenico Furgiuele, che gli ha prenotato la sala stampa dove dovrebbero presentare una proposta di legge sulla remigrazione (in alcuni punti, anche Greg Bovino la giudicherebbe un po’ troppo severa). Sono proprio fascisti. Orgogliosi di esserlo.
Nemmeno coraggioso. Però è nel manipolo arruolato dal generale Vannacci, che — nel solito miscuglio di razzismo, negazionismo e omofobia — dopo aver registrato il marchio Futuro nazionale, ora medita di andarsene e fondare un partito, o partitino (nessuno può prevederlo), tutto suo. Di estrema destra. Ma molto estrema. Il generale ha individuato un’area di consenso. E intende occuparla. Quando? Non si capisce bene se speri di essere cacciato. O se si accinga a sbattere la porta da solo. I suoi piani, ormai, non riesce a decifrarli più nemmeno Salvini. Che non sa cosa fare. È nell’angolo. E solo. Tutto l’establishment del Carroccio (da Zaia a Fedriga) detesta, da sempre, Vannacci.
Il presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana, ha chiesto al suo collega di partito Furgiuele di annullare il bivacco, invitandolo al «rispetto delle istituzioni». Ma quello ha attraversato il Transatlantico ed è andato diritto in sala stampa. Ad aspettare i camerati. Furgiuele prende ordini da Vannacci. Che, a sua volta, non li prende però da Salvini. Così i fascisti stavano per fare irruzione in Parlamento. Appena poche ore dopo la storica dichiarazione rilasciata da Giorgia Meloni nel Giorno della Memoria, in cui ha condannato «la complicità del regime fascista nelle persecuzioni, nelle deportazioni, nei rastrellamenti».
Un’oscenità politica. Che non è più solo un problema privato di Salvini, ma una grana — con potenziali riflessi elettorali — per tutta la coalizione di governo.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
“MI FAREBBE PIACERE UNA VISITA DELLA PREMIER? NON MI INTERESSA, SONO FATTI SUOI”.,,IL PARROCO: “L’ANGELO CON LA FACCIA DELLA MELONI? LE SOMIGLIA MOLTO, SE QUESTA IMMAGINE SUSCITA SCANDALO, LA FAREMO MODIFICARE” … IL VICARIATO ANNUNCIA L’AVVIO DI UNA INDAGINE (“NON NE ERAVAMO A CONOSCENZA”), LA REAZIONE DI MELONI (“NON SOMIGLIO A UN ANGELO”)
“E’ chiaro che c’è stato un intervento dell’artista, noi non conoscevamo
assolutamente tale questione e l’intenzione dell’autore e non ne siamo stati informati. Adesso stiamo cercando di indagare che cosa è avvenuto”. E’ quanto dichiara la diocesi di Roma all’ANSA in merito al restauro nella basilica di San Lorenzo in Lucina con le fattezze della premier Giorgia Meloni.
Stupore ed imbarazzo sono le prime reazioni a caldo che si raccolgono nella diocesi di Roma alla notizia che nella basilica di San Lorenzo in Lucina, in seguito ad un restauro un angelo è stato raffigurato col volto della premier Giorgia Meloni. Si fa notare che non ci sono precedenti simili.
«La somiglianza con Giorgia Meloni? Lo dite voi». Bruno Valentinetti, 83 anni, romano di via Gela, nel quartiere Appio, dribbla le domande sul ritratto della premier inserito tra i cherubini ai lati del busto marmoreo di Umberto II di Savoia nella cappella alla destra dell’altare nella chiesa di San Lorenzo in Lucina.
Single, Valentinetti vive con la pensione sociale, ama definirsi “artigiano” ed è ospitato dal parroco, Daniele Micheletti, che però alla domanda sulla forte similitudine con la presidente del Consiglio non si sottrae: «In effetti le somiglia molto… ma non ci sarebbe nulla di strano. Le cappelle delle chiese di Roma sono piene di ritratti di laici, famiglie nobili non sempre dal profilo irreprensibile… poi, certo, se questa immagine dovesse suscitare scandalo, la faremo modificare».
Valentinetti assicura di essersi attenuto alle immagini preesistenti che risalgono all’ultimo intervento per il Giubileo del Duemila: «Mi sono limitato a ricalcare il profilo che c’era già…». L’artefice dell’intervento di ripristino smentisce anche altre analogie azzardate dai curiosi che hanno preso d’assalto la chiesa nel centro della Capitale. Alcuni hanno visto nell’altro angelo speculare a quello che evoca il ritratto di Meloni il leader M5S Giuseppe Conte o la sorella della premier, Arianna Meloni.
«L’altra donna è una ragazza che, quando l’ho conosciuta, i Cecchi Gori la volevano nei loro film – sostiene Valentinetti lasciando intendere che fosse una sua ex fiamma – ma adesso ha 46 anni e non vive più in Italia». (…)
Ex studente del liceo classico Augusto, Valentinetti è diventato restauratore da autodidatta, senza seguire il classico percorso di apprendistato a bottega. Don Micheletti lo esorta a raccontare i suoi trascorsi gloriosi: «Ha lavorato anche al restauro della Cappella Sistina e alla reggia del sultano di Amman».
Ma la committenza che più spicca nel cursus honorum del restauratore è l’intervento nella villa di Silvio Berlusconi a Macherio: «Una notte mi è apparso in sogno un frate di Velletri – racconta – e mi ha rivelato che avrei lavorato lì. Pochi giorni dopo mi ha contattato una ditta per eseguire i lavori.
La politica – nonostante il dilemma della somiglianza con Meloni sia diventato un caso – preferisce lasciarla fuori: “Da anni non voto, prima ero un simpatizzante della Democrazia cristiana e stimavo molto Giulio Andreotti».
Casualità, ieri mattina in una sala della chiesa si riuniva proprio la direzione nazionale della Dc. Sulla premier si astiene dall’esprimere giudizi, glissando le domande dei cronisti che lo incalzano. E quando gli chiedono se gli farebbe piacere una visita della premier per vedere l’angelo con il volto che sembra la sua fotocopia, si schermisce: «Non mi interessa… sono fatti suoi».
Abile a tergiversare, Valentinetti nega di essersi mai candidato a destra e, da navigato regista del caos qual è, si congeda con una battuta paradossale prendendosi gioco dei cronisti che lo incalzano: «A me piace Pol Pot…».
(da agenzie)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
A COMPIERE IL “LECCA-LECCA RESTYLING” SAREBBE STATO BRUNO VALENTINETTI, SACRESTANO E DECORATORE (UNA RESTAURATRICE DICE DI AVER COLLABORATO CON LUI ALLA “REALIZZAZIONE DI DECORAZIONI PRESSO LA RESIDENZA DI MACHERIO DI SILVIO BERLUSCONI”)… IL PARROCO NON ERA PRESENTE IN BASILICA. MENTRE A SORVEGLIARE IL RESTAURO DI UNA DELLE PIU’ ANTICHE BASILICHE DELLA CRISTIANITA’ DOVEVA ESSERE LA SOPRINTENDENZA
A vegliare sopra il busto in marmo di Umberto II di Savoia, «che cristianamente rassegnato alla divina volontà preferì alla guerra civile l’esilio» come recita l’iscrizione nella basilica di San Lorenzo in Lucina a Roma, ci sono due angeli. Uno ha un volto noto, stupefacentemente contemporaneo.
Lo vediamo tutti i giorni nei tg perché è quello della presidente del consiglio Giorgia Meloni. Guardi meglio, non ci credi, eppure è lei. Prima dei restauri c’era un cherubino generico. Oggi, il volto della donna più potente del Paese. Alata, che regge un cartiglio con disegnato lo Stivale.
A compiere il sorprendente restyling non sono stati ovviamente i restauratori professionali che si occupano di riportare a lustro varie altre parti della chiesa. Possiamo dirlo perché, in un altro cartiglio, è ben chiara la rivendicazione: Instauratum et exornatum, Bruno Valentinetti AD MMXXV. Valentinetti, a quanto pare, si presenta come sacrestano, ma anche decoratore. Una donna di chiesa, prima di chiuderci la porta in faccia, lo definisce «volontario che è tutte le mattine in chiesa dalle 8 alle 12».
Un talento artistico, il suo, che avrebbe già messo a frutto su altre importanti opere ecclesiali. In rete si trova che la decorazione di quella stessa cappella l’avrebbe fatta
lui nel 2002. Altrove una restauratrice dice di aver collaborato con lui alla «realizzazione di decorazioni presso la residenza di Macherio di Silvio Berlusconi». Il sacro e il profano. Risulta anche un Bruno Valentinetti candidato nelle file de La Destra – Fiamma Tricolore nel primo municipio di Roma. Poche tracce, tutte coerentemente a destra.
Un gentile omaggio, questo dell’effigie di Meloni, che avrebbe dovuto essere intercettato da un certo numero di occhi. Quello del parroco, per iniziare.
Ma nel pomeriggio di ieri nei suoi appartamenti non c’era. Per arrivarci si passa davanti all’Unione cattolica stampa italiana (Ucsi) i cui membri devono essersi persi il tributo.
Ma gli sguardi più distratti sembrano quelli della sovrintendenza che ha il compito di sorvegliare sul restauro. Difficile immaginare che non abbiano colto la somiglianza. Impossibile però anche solo ipotizzare che, una volta vista, non siano intervenuti per censurarla. Mistero.
Chissà come reagirà la premier apprendendolo. Di recente ha indetto un’asta con i regali di capi di Stato il cui ricavato devolverà in beneficenza. Però stavolta non se la potrà cavare con una romanella, come si dice nella Capitale di quelle imbiancate veloci, senza spendere troppo, perché si tratta di una delle più antiche basiliche della cristianità
(da La Repubblica)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
GLI INTERVENTI DEI MAGISTRATI CRITICI CON IL MINISTRO NORDIO
«Il ruolo delle corti e dei giudici è più che mai centrale e determinante, e tuttavia mai
come oggi le corti appaiono fragili e vulnerabili, esposte alle censure di un senso comune che le descrive come una minaccia e una trappola per l’esercizio dei pubblici poteri, invece che come un insostituibile regolatore della complessità sociale». Sono le parole contenute nelle conclusioni della relazione del presidente della Corte d’Appello di Roma, Giuseppe Meliadò, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario Inaugurazione dell’anno giudiziario nelle Corti d’appello. I nervi sono tesi, soprattutto dopo che ieri c’è stato un duro faccia a faccia tra governo e magistratura nell’aula magna della Cassazione. Alle critiche delle toghe, infatti, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio ha replicato senza mezzi toni: «Ritengo blasfemo sostenere che questa riforma tenda a minare l’indipendenza della magistratura».
Gratteri: «Nordio parla di blasfemia? Inappropriato»
La cerimonia potrebbe essere l’ultima inaugurazione celebrata dalla magistratura nel suo attuale assetto unitario. La nuova riforma costituzionale targata Meloni-Nordio separa, infatti, le carriere e gli organi di autogoverno di giudici e pubblici ministeri, modificando profondamente l’organizzazione interna del sistema giudiziario. In risposta alla «blasfemia» citata da Nordio, il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, afferma: «È un termine inappropriato. Il ministro Nordio è una persona colta, conosce molto bene la lingua italiana, ma questa volta ha usato un termine inappropriato».
«Riforma disfunzionale ai reali bisogni della giustizia»Non perdono l’occasione i magistrati per far valere la propria posizione sulla riforma. «Non è accettabile sostenere che i giudici non sono sufficientemente terzi e imparziali perché sarebbero appiattiti sulle richieste del collega pubblico ministero. Se fosse vero, vi sarebbe una grave emergenza per lo Stato di diritto, ma non risulta rilevato da alcun organismo internazionale. La realtà è che la magistratura italiana è un ordine dello Stato sano», dichiara il presidente della Corte d’Appello di Milano Giuseppe Ondei nel suo discorso alla presenza, tra gli altri, proprio del ministro Nordio. Nel suo intervento ci tiene a sottolineare che «questa riforma non inciderà in alcun modo sui tempi della giustizia, che nel nostro distretto per fortuna sono sopportabili, ma che, a livello nazionale, sono insopportabilmente lunghi». Sulla stessa lunghezza d’onda il discorso della presidente della Corte d’appello di Brescia Giovanna Di Rosa, nel corso dell’inaugurazione, secondo la quale la riforma è «disfunzionale ai reali bisogni della giustizia».
(da agenzie)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
IL MUSICISTA SI E’ ESIBITO A UN EVENTO DI RACCOLTA FONDI PER LE FAMIGLIE DI RENEE GOOD E ALEX PRETTI, MIGLIAIA DI MANIFESTANTI IN PIAZZA
Bruce Springsteen è a Minneapolis per protestare contro le azioni dell’Ice. Il leggendario musicista è salito sul palco di un evento di raccolta fondi per Renee Good e Alex Pretti nello storico locale First Avenue nel centro di Minneapolis.
Le voci su una sua possibile apparizione erano circolate tra il pubblico, e l’energia in sala è cresciuta già prima del suo arrivo. Springsteen, con le parole Arrest The President sulla chitarra, ha cantato il nuovo brano “Streets of Minneapolis”.
Il concerto era stato organizzato da Tom Morello di Rage Against The Machine e Springsteen ha rubato la scena. Qualche giorno fa il cantante di “Born in The Usa”
aveva pubblicato Streets of Minneapolis in omaggio a Good e a Pretti, i due cittadini americani uccisi da agenti dell’Ice mentre protestavano contro la stretta anti-migranti.
Morello aveva aperto il concerto con l’iconico inno di protesta dei Rage Against the Machine, “Killing in the Name” e il pubblico del First Avenue aveva scandito in coro: “Fottiti, non farò quello che mi dici”.
Alla fine dello show Springsteen e Morello hanno annunciato che avrebbero guidato il pubblico fuori dal locale e per le strade, mentre dalle casse risuonava “Let’s Go Crazy” di Prince.
“Grazie per averci dato il benvenuto alla Battaglia di Minneapolis”, ha detto Morello: “Amici, se sembra fascismo, suona come fascismo, agisce come fascismo, si veste come fascismo, parla come fascismo, uccide come fascismo e mente come fascismo. Fratelli e sorelle, è fascismo”.
Intanto a Minneapolis migliaia di manifestanti sono scesi in piazza per esprimere la loro rabbia per la repressione dell’immigrazione portata avanti dall’amministrazione Trump. L’affluenza è arrivata in risposta all’appello per una giornata di mobilitazione, soprannominata “shutdown nazionale”, in diverse città degli Stati Uniti.
(da Repubblica)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
LE COMPARSE DI CINECITTA’ SARANNO SICURAMENTE INTERESSATE, HANNO GIA’ IL COSTUME DI SCENA
«Meloni era fantastica, ora è diventata una globalista», dice Steve Bannon, l’omone
bianco e cattivo che presiede, meritatamente, l’internazionale dei bianchi cattivi. Non è una buona notizia per la presidente del Consiglio: «globalista», in quei paraggi, è il peggiore degli insulti, forse peggio di lesbica, gay, comunista, negro. Equivale a una scomunica. A una fatwa per alto tradimento. L’internazionale nera ha stracciato la tessera di iscrizione di Meloni.
L’intervista di Paolo Mastrolilli a Bannon va letta da cima a fondo, per capire che il suprematismo bianco (del quale il fascismo è solo uno degli utensili accessori, forse il più arrugginito) ha le idee chiare. Bannon considera debole Trump, che a Minneapolis avrebbe dovuto mandare l’esercito.
Parla degli italiani come debosciati imbelli che dovrebbero ringraziare gli Usa per
l’invio dell’Ice alle Olimpiadi — ignora che l’antiterrorismo italiano è un bel po’ più efficiente ed evoluto di quello americano, che arresta i bambini e non ha idea di come fermare le stragi a mano armata nelle scuole.
Bannon parla come se la guerra civile americana fosse già in atto, e tutto ciò che è non-destra e non bianco sia una forma di vita inferiore da cancellare. Quello per altro è il suo verbo (apparentabile a quello del filosofo russo Dugin, progettista del “tradizionalismo integrale”, deve essere la versione 4×4): o si è di destra, bianchi, cristiani e maschi, o si può solo sperare nella clemenza di chi è di destra, bianco, cristiano e maschio.
Poi, come spesso capita ai cattivi, Bannon inciampa sulla propria vanità, ed eccolo, di colpo, più ridicolo che malvagio: è quando conferma il suo progetto di fondare in Italia, nella Certosa di Trisulti, la sua Accademia dei Gladiatori. Le comparse di Cinecittà, ricordando gli anni d’oro di Ben Hur, saranno senz’altro interessate. Hanno già il costume di scena.
(da repubblica.it)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
“ERO FAVOREVOLE AL SORTEGGIO, MA QUESTO E’ TRUCCATO”
La riforma Nordio “non rende la giustizia più veloce” e il referendum sulla separazione delle carriere è costruito su slogan e forzature. Nicola Gratteri, ospite di Piazzapulita su La7, interviene nel dibattito sul voto del 22 e 23 marzo 2026, smontando due argomenti chiave del fronte del Sì: l’idea di una giustizia più rapida e l’accusa di incoerenza rivolta allo stesso procuratore capo di Napoli sul tema del sorteggio nel Csm.
A partire da uno slogan sulle “toghe rosse” e su una maggiore rapidità dei processi con la riforma Nordio, Gratteri contesta il legame tra separazione delle carriere e tempi dei processi: “E la velocità della giustizia dove sarebbe? Che c’entra con la separazione delle carriere, se questi ogni 60 giorni fanno un decreto dove introducono cinque o sei reati nuovi? La velocità di cosa?”. E liquida l’argomento come propaganda: “Sono solo slogan. Di queste sciocchezze ne ho lette tante”.
Il magistrato respinge quindi l’accusa di aver cambiato posizione sul sorteggio. “È gente in malafede, l’ho detto almeno dieci volte, lo ripeto l’undicesima. Anni fa, forse alla festa del Fatto Quotidiano, ho detto che ero favorevole al sorteggio. Punto”.
Ma, chiarisce, “quello di oggi però è un sorteggio truccato”. All’epoca, spiega, parlava di un solo Csm, mentre la riforma prevede due Consigli, uno per i giudici e uno per i pm, più un’Alta Corte disciplinare. “Il Csm oggi costa 50 milioni di euro l’anno. Con due Csm e l’Alta Corte il costo sale a 150 milioni di euro l’anno: sono tutte tasse dei cittadini”.
Gratteri ricorda che ogni Csm sarà costituito per 2/3 da componenti (togati) estratti a sorte tra i magistrati della rispettiva categoria (giudici per il Csm giudicante, pm per quello requirente) e per 1/3 da componenti (laici) estratti a sorte da un elenco di professori universitari e avvocati compilato dal Parlamento in seduta comune.
Ed è proprio su questo meccanismo che si consuma l’inganno. “La riforma Nordio – spiega Gratteri – stabilisce che i magistrati vengano sorteggiati tra tutti i magistrati d’Italia in servizio. Il sorteggio relativo ai laici, invece, lo chiamano ‘temperato’. E qui c’è il trucco”.
Il magistrato entra nel dettaglio: “In un’urna metto cinquanta nomi scelti dalla politica, poi sorteggio dieci di questi nomi. Ma non è un sorteggio, perché sono dieci dei cinquanta che io già ho scelto. Chiunque esca è sempre un mio fedele e risponde ai miei desiderata. E quindi dov’è il sorteggio? Io posso essere d’accordo su una cosa del genere?”.
La conseguenza è una disparità che Gratteri definisce inaccettabile: “Perché i magistrati sono sottoposti a un sorteggio secco mentre i politici si scelgono tra professori universitari e avvocati che rispondono sempre alla loro fede politica e poi piazzano dieci per il Csm dei giudici e dieci per quello dei pm?”.
Alla fine, quando Formigli chiama in causa il ministro della Giustizia, la chiusura è affidata all’ironia: “Sì, il ministro della Giustizia ci viene in aiuto sempre”.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
TRE MILIONI DI NUOVE CARTE, TRUMP CITATO 3.200 VOLTE… SPUNTA UNA DENUNCIA PER STUPRO, POI RITIRATA
Il nome di Donald Trump appare più di 3200 volte nei 3 milioni di file sul caso
Epstein rilasciati dal dipartimento di Giustizia. E alcune testimonianze, non verificate, pubblicate dal governo, cancellate (per l’amministrazione a causa di un boom di clic) e poi rimesse in rete, gettano ombre inquietanti sul passato del presidente degli Stati Uniti e segnano uno dei punti bassi della storia recente americana.
Nella nuova infornata di file sulla rete di pedofili messa in piedi da Jeffrey Epstein, morto in carcere nel 2019, ci sono anche 2.000 video e 180 mila immagini, di cui molte pornografiche e oscurate per rispetto delle vittime. Eppure altri tre milioni di documenti potrebbero non vedere la luce. I nuovi file sono stati annunciati a sorpresa non dalla ministra della Giustizia, Pam Bondi, secondo alcuni messa ai margini da Trump per come ha gestito lo scandalo, ma dal vice, Todd Blanche, ex avvocato del presidente. «C’è molta sete di notizie ma non credo sarà soddisfatta dai nuovi documenti», aveva premesso. Nel giro di pochi minuti le redazioni dei grandi giornali americani hanno schierato squadre di reporter alla ricerca di riferimenti a Trump. Non sono state trovate prove documentate, ma testimonianze, non si sa quanto attendibili, rese a Fbi e polizia di New York anni dopo i fatti descritti.
In un file si parla di una ragazzina di 13-14 anni che, 35 anni fa, avrebbe «morso» Trump mentre era stata costretta a fare sesso orale con lui. In un altro, una tredicenne era rimasta incinta e costretta ad abortire. Un terzo file descrive «un’asta di minorenni» a cui aveva partecipato il tycoon.
«Donald Trump, il presidente – si legge – faceva party a Mar-a-Lago chiamati “calendar girls”. Jeffrey Epstein portava le bambine e Trump le metteva all’asta». «Lui – continua – misurava la vulva e la vagina delle bambine infilando un dito e§valutando le bambine in base a quanto le avessero strette. Gli ospiti erano uomini anziani e includevano Elon Musk». «Noi venivamo tenute nelle stanze, forzate a fare sesso orale con Donald Trump, costrette a farci penetrare. Avevo 13 anni quando Donald Trump mi ha stuprata. Era presente anche Ghislaine Maxwell»
Nei file si parla di feste in cui testimoni affermano che il tycoon pagasse per fare sesso. Di orge al Trump Golf di Rancho Palos Verde, California, «in cui alcune ragazze sparivano, qualcuno dice uccise e seppellite».
Nell’87 una ragazza era finita al Trump Plaza perché voleva incontrare il tycoon. Uno sconosciuto si era offerto di presentarla a lui e le aveva dato da bere. La ragazza, secondo il file, si era risvegliata «nuda e indolenzita e con 300 dollari sul letto». «La vittima non ricordava come fosse finita lì, ma aveva avuto un flash con il volto di Trump. Aveva telefonato a qualcuno e raccontato di essere stata stuprata». Infine nelle carte figura un modulo dell’Fbi che «parla della denuncia nel 1994 di una donna che accusa Donald Trump di averla violentata quando era minorenne». La donna – il cui nome non viene pubblicato – «ha poi ritirato l’accusa» nei confronti dell’attuale presidente.
La Casa Bianca ha spiegato che alcuni documenti contengono «accuse false fatte all’Fbi prima delle elezioni del 2020». Tra i documenti c’è anche lo scambio di messaggi tra la futura first lady, Melania Trump, e Maxwell, socia di Epstein. Risale al 2002. Melania si complimentava per il servizio sul finanziere pubblicato da un magazine. «E tu stai alla grande in foto», aveva scritto all’amica, mettendoci un “Love, Melania”.
Non è chiaro quanto le nuove rivelazioni, senza conferme investigative, possano cambiare la traiettoria politica di Trump, che nel 2016 aveva vinto le elezioni nonostante avesse confessato in un nastro di aver afferrato le donne per i genitali. Qui, però, si parla di pedofilia, anche se le denunce non sono poi state dimostrate da indagini di polizia. La storia arriva però pochi giorni dopo l’accusa fatta da Maxwell, condannata a 20 anni di carcere, secondo cui almeno in 25 hanno raggiunto «accordi segreti» con le accusatrici, mentre i nomi di quattro presunti co-cospiratori della rete di pedofili non sono mai usciti. L’accusa è contenuta nella richiesta di annullamento della condanna fatta da Maxwell, e presentata senza i suoi avvocati. È sembrato un avvertimento. Ma a chi? Nei file, intanto, è apparso il
diagramma del cerchio magico di Epstein: oltre a Maxwell, ci sono almeno 5 foto. Sono tutte oscurate.
(da La Repubblica)
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