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SCONTRI DI TORINO, IL GENERALE UMBERTO RAPETTO: “DALLA POLIZIA PIU’ MUSCOLI CHE CERVELLO. SCUDO PENALE INACCETTABILE”

Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

LE CRITICHE ALLA CONDOTTA DELLA POLIZIA TRA MANCATO COORDINAMENTO, SCARSO ADDESTRAMENTO ED EPISODI DI VIOLENZA GRATUITA… SULLO SCUDO PENALE AGLI AGENTI: “NEI TRIBUNALI C’E’ SCRITTO CHE LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI”

Torino, sabato scorso, non è stata solo il teatro di scontri violenti durante il corteo in solidarietà con il centro sociale Askatasuna. È stata anche la rappresentazione plastica di una gestione dell’ordine pubblico che, a giudicare dalle immagini e dai video circolati negli ultimi giorni, ha mostrato falle evidenti nella catena di comando e nell’addestramento operativo.
Un agente isolato e circondato, cariche indiscriminate, lacrimogeni ad altezza d’uomo, manifestanti pacifici manganellati senza alcuna ragione: elementi che sollevano interrogativi seri sulle scelte fatte sul campo e che diventano ancora più rilevanti mentre il governo spinge sull’inasprimento normativo del nuovo pacchetto Sicurezza, presentato proprio come risposta a episodi come quelli di Torino. Di questo, e di molto altro, Fanpage.it ha parlato con il generale Umberto Rapetto, ufficiale della Guardia di Finanza con una lunga esperienza come docente nelle Accademie e nelle scuole di qualificazione delle forze armate e di polizia. L’esperto ha condotto un’analisi tecnica, senza sconti, su cosa non ha funzionato a Torino e su cosa sta cambiando – in peggio – nella gestione dell’ordine pubblico in Italia.
Generale Rapetto, partiamo dai fatti di Torino. Sabato scorso la città è stata teatro di scontri durissimi durante il corteo in solidarietà con Askatasuna. Dalle immagini che abbiamo visto, qualcosa nella catena di comando sembra non aver funzionato. Qual è la sua analisi tecnica sulla gestione dell’ordine pubblico?
Guardi, sarò diretto: la gestione di sabato non ha brillato né per efficienza né per efficacia. Quando si parla di ordine pubblico in manifestazioni di questa portata, il coordinamento è tutto. Il fatto stesso che un operatore di polizia si sia ritrovato isolato e in balia della folla è la dimostrazione plastica di un fallimento. È la prova di un mancato coordinamento o, peggio, di un ridotto addestramento.
In scenari del genere, se qualcuno avesse effettivamente preventivato il verificarsi di eventi di quella natura, un isolamento simile non sarebbe mai dovuto accadere. È normale che in un confronto di piazza, nel momento in cui un componente di uno schieramento – sia esso dei “buoni” o dei “cattivi” – si ritrova da solo, diventi un bersaglio vulnerabile. Quello che è successo all’agente Alessandro Calista rappresenta l’epilogo peggiore di un confronto. Non sarebbe mai dovuto accadere. In termini tecnici, non si deve permettere che un singolo si trovi in una situazione di difficoltà tale da non poter essere soccorso immediatamente dai colleghi.
Proprio su questo punto, testimonianze e video mostrano l’agente che si stacca autonomamente dal gruppo per inseguire o affrontare qualcuno, finendo poi per essere circondato e colpito. Tecnicamente, quel movimento individuale è corretto o è un errore del singolo?
Si è trattato di un errore tecnico grossolano. Quell’uscita autonoma è la dimostrazione dell’impreparazione che regna in certi contesti. Qui ci sono due ingredienti che rendono possibile un disastro: l’impreparazione di chi governa lo schieramento e l’impreparazione del singolo operatore. Quando il singolo sbaglia – e può succedere sotto stress – deve intervenire la capacità di guida della compagine. Chi ha la responsabilità del reparto deve avere il controllo totale sui movimenti dei propri uomini. Gli agenti avrebbero dovuto adottare formazioni che sono vecchie come la storia militare. Gli schieramenti a “testuggine” o simili non prevedono che qualcuno vada per conto suo a fare l’eroe o a sfogare la propria tensione. Se verifichiamo la dinamica, l’errore del singolo è evidente, ma la colpa grave è la mancanza di contromisure immediate per recuperare chi si era distaccato senza autorizzazione. Un reparto ben addestrato non lascia un uomo indietro, nemmeno se quell’uomo ha disobbedito agli ordini.
Al di là dell’episodio dell’agente isolato, abbiamo visto cariche della polizia molto pesanti, una violenza gratuita in moltissimi frangenti. Secondo lei, la gestione complessiva del corteo è stata corretta o abbiamo assistito a una prova di forza non necessaria?
Purtroppo, e lo dico con dolore, gli interventi di ordine pubblico in Italia stanno evolvendo verso una sorta di continua esibizione dei muscoli. Si sta dimenticando
che l’obiettivo primario non è “vincere” uno scontro fisico, ma circoscrivere la massa d’urto ed evitare guai per dei cittadini che stanno manifestando legittimamente. Sabato c’erano decine di migliaia di persone in piazza in maniera ordinata, stavano esprimendo un’opinione del tutto lecita. Perché sono state coinvolte in una guerriglia urbana di quelle dimensioni?
Cosa si sarebbe potuto fare?
La prima cosa da fare era individuare la formazione dei nuclei violenti. Soggetti che iniziano a trasfigurarsi, indossando caschi e passamontagna, vanno bloccati all’inizio: non c’è bisogno di aspettare che abbiano assunto l’assetto di guerra. L’intervento doveva isolare questi soggetti, proteggendo la popolazione inerme che costituiva la vera massa dell’evento. Invece si finisce spesso per colpire nel mucchio, alimentando una spirale di odio che non serve a nessuno.
C’è un caso che sta facendo discutere: quello del ragazzo arrivato da Grosseto e poi arrestato, vestito con una giacca rossa accesa, diventato il volto dei “rivoltosi” sui social.
È un caso emblematico. Mi fa quasi sorridere che in mezzo a gente che sa come muoversi, vestita di nero per rendersi indistinguibile nei filmati, l’unico che acchiappano è un ragazzetto che parte da una frazione di Arcidosso, in provincia di Grosseto, e si presenta con una giacca rossa. È la dimostrazione che non stiamo parlando di un professionista del terrore, ma di quello che io definirei un povero imbecille. Piuttosto, andrebbe aperto un capitolo a parte sugli infiltrati.
Prego.
Potrebbero esserci stati e non sono convinto che siano “compagni” di quelli che stavano manifestando. Per esempio, tra i follower di quel ragazzo di Grosseto c’è gente più vicina a Vannacci e alla Lega che all’Askatasuna. Insomma, questo ragazzo è andato lì a rischiare di farsi massacrare perché probabilmente qualcuno gli ha fatto credere che fosse “figo” farsi notare. È uno “Spartaco” improvvisato, che probabilmente non sa nemmeno piantare un chiodo in casa, figuriamoci gestire un martello in una sommossa. Ma questo ci dice che l’attività preventiva è carente: se sai chi sono i soggetti pericolosi, li vai a prendere prima. Se invece ti riduci a inseguire quello vestito di “rosso” tra i “neri”, stai solo facendo scena.
Lei parla di attività preventiva. Oggi il governo punta molto sul fermo preventivo e sull’inasprimento delle pene. È questa la strada giusta?
Si sta fantasticando sulla possibilità di immobilizzare le persone a casa loro, quando non si riesce nemmeno a immobilizzarle quando le hai di fronte in piazza. La prima cosa da ricordare è che non sono pericolose le manifestazioni in sé, ma gli infiltrati.
L’attività preventiva non si limita a fermare qualcuno per 12 ore, come previsto da certe proposte di legge. Serve acquisizione informativa vera. Bisogna calibrare le aliquote destinate alla sicurezza non per fare una generica repressione, ma per bloccare vandalismi e aggressioni prima che partano. E soprattutto, bisogna evitare di picchiare se non ce n’è bisogno. Ormai ci siamo abituati a vedere manganelli e scudi usati per pestare lo studente che manifesta per la Palestina. Ma lo scudo nasce per difendersi, non per offendere. Invece oggi sembra che la legge non sia uguale per tutti, come è scritto nei Tribunali, e lo scudo diventi un’arma di offesa protetta da un altro scudo, quello penale.
Molti analisti leggono negli episodi di Torino il pretesto perfetto per accelerare sul nuovo pacchetto Sicurezza. Lei, da uomo delle istituzioni, come vede questo inasprimento normativo?
Le sanzioni per le condotte illegali esistono già e sono pesanti. Pensare che se aumenti la reclusione di un anno chi ha cattive intenzioni si spaventi è un errore totale. Chi delinque non va a leggersi la Gazzetta Ufficiale prima di scendere in strada. Un black bloc non si preoccupa del decreto sicurezza, non gliene importa niente se aumenti la pena di un anno. La sicurezza non si fa dicendo “saremo più severi”. La sicurezza percepita oggi è bassissima perché la gente sa che lo Stato non arriva dove serve, come a Ostia dove di notte c’è una sola pattuglia dei carabinieri per territori enormi. Usare episodi come quelli di Torino per giustificare giri di vite sui diritti è una vergogna. Serve addestramento, serve testa, non muscoli e scudi penali. Bisogna avere il coraggio di distinguere chi sogna un mondo più giusto, anche se magari si illude, da chi va in piazza solo per distruggere. Bastonare un ragazzo perché si illude che il mondo possa cambiare mi sembra, onestamente, eccessivo. Un tempo le stesse organizzazioni che indicevano le proteste si assicuravano che non si inserissero estranei. I famosi servizi d’ordine del PCI o della Cgil… Oggi, se chi indossa l’uniforme manganella indiscriminatamente, diventa impossibile anche per gli organizzatori mantenere l’ordine interno. C’è una totale mancanza di dialogo e una gestione troppo basata sulla fisicità.
A proposito: c’è un problema di cultura interna alle forze dell’ordine?
È un tema delicatissimo. C’è indiscutibilmente chi ha più il “culto del bilanciere” in palestra che del Codice Penale. Esistono reparti che, per la natura dei compiti di grande fisicità che svolgono, alimentano una sottocultura lontana dai valori costituzionali. Quando l’attività principale diventa “ti faccio vedere io chi sono”, abbiamo perso in partenza. Nel tempo, anche la cultura popolare ha alimentato questo bisogno di dimostrazione di forza. Stamattina ho visto un servizio in Rai che parlava di gente “contro la divisa”. Ma io dico: se qualcuno scrive ACAB sui muri, anziché gridare allo scandalo, non dovremmo chiederci se per caso qualche comportamento “bastardo” non ci sia stato davvero? La stragrande maggioranza delle forze dell’ordine è fatta di gente perbene, che guadagna 1.600 euro al mese e cerca di fare il proprio dovere con dignità. Ma la paura è che qualcuno, protetto dall’uniforme, voglia travalicare e metterci del suo. Un agente che insegue qualcuno in un vicolo da solo non sta obbedendo a un ordine, sta seguendo un istinto pericoloso che mette a rischio sé stesso e la credibilità di tutto il corpo.

(da Fanpage)

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NEL MANIERO DI CASTELLAR PONZANO, IL QUARTIER GENERALE DI VANNACCI: “SAREMO LA SUA PONTIDA”

Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

SI TROVA A TORTONA ED E’ DI PROPRIETA’ DI UN IMPRENDITORE PAVESE: “QUI LA SEDE DEL CENTRO STUDI”

È diventato la «casa piemontese» di Vannacci il Castello Sforzini di Castellar Ponzano di proprietà dell’imprenditore pavese Luca Sforzini. Un maniero medievale dell’anno Mille che sorge sul sito di un antico acquedotto romano e oggi è la sede del Centro studi Rinascimento Nazionale, con il compito istitutivo di elaborare la piattaforma politica di supporto al pensiero del generale Roberto Vannacci, attualmente europarlamentare della Lega.
L’ambizione da “nuova Pontida”
«In quanto sede del Centro studi e per l’eco mediatica nazionale che ha avuto – dice Sforzini –, il castello sta assumendo un ruolo di rilevanza nazionale sullo scenario politico. È diventato come Pontida e ciò è motivo di orgoglio per il territorio, a prescindere da come la si pensi politicamente». E annuncia un’iniziativa di diplomazia culturale: l’invito ufficiale all’ambasciatore della Federazione Russa in Italia Georgij Paramonov al castello. «Non l’ho invitato in qualità di presidente e padrone di casa del Centro studi Rinascimento Nazionale – spiega Sforzini –. Sarebbe troppo impegnativo politicamente in un momento di tensioni nazionali. L’ho fatto in ricordo della vittoria del generale Aleksandr Suvorov a Novi Ligure, in memoria dei rapporti di amicizia che hanno legato il popolo italiano e russo di cui non bisogna dimenticarsi culturalmente in un momento in cui, invece, ci sono divergenze politiche. Cultura e sport non devono mai essere coinvolti in divergenze su interessi nazionali».
La battaglia del 1799
Il Castello Sforzini si trova di fronte all’area del campo di battaglia di Novi Ligure dove il 15 agosto 1799 le truppe russe guidate dal generale Suvorov combatterono sul suolo italiano. Un episodio che testimonia come i rapporti tra Italia e Russia affondino le proprie radici in una storia condivisa di alleanze e sostegno reciproco.
Quanto al Centro studi la sua attività sarebbe dovuta partire in questi giorni, ma le vicende politiche delle ultime ore ne hanno rinviato l’avvio. «Quello che si vede al momento è la cima della montagna – continua il proprietario –. L’impatto del generale Vannacci, non solo sulla Lega ma sull’intero centrodestra italiano, è fondamentale perché stimola porzioni di popolo che si era allontanato dalla politica e negli ultimi tempi non è più andato a votare. Il generale in questa fase ha una funzione di risorsa non solo per la Lega ma per l’intero centrodestra e per la nazione intera, perché l’astensionismo è un problema del sistema politico nel suo complesso».
Laboratorio politico
Compito del Centro studi sarà approfondire la piattaforma politica di supporto al pensiero di Vannacci. «Ciò che viene veicolato attraverso ragionamenti semplificati per ragioni di comunicazione politica spicciola – aggiunge Sforzini – ha alla base un’elaborazione programmatica: molti docenti universitari sono pronti a iniziare i lavori del Centro studi. Quando? Dipende dallo scenario politico complessivo, ma quando si partirà verranno ufficializzati incontri e approfondimenti e si aprirà anche a nuove adesioni e autocandidature, già numerose. Le modalità operative saranno occasione di ulteriore allargamento degli orizzonti».
È tutto pronto, quindi: piattaforma programmatica, docenti, cronoprogramma e linee di studio. Alcuni eventi saranno al castello e altre attività invece saranno itineranti nelle principali città italiane. «Il castello resta il luogo ospite e simbolico di riferimento in quanto luogo storico identitario che rappresenta anche un simbolo di per sé – dice Sforzini –. Sarà un luogo di sede e origine dei lavori che si svilupperanno anche in altre città italiane».
(da La Stampa)

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SALVINI CITATO NEGLI EPSTEIN FILES, LE OPPOSIZIONI: “DOVE SONO FINITI I SOLDI DI BANNON ALLA LEGA?”

Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

SUI PRESUNTI FINANZIAMENTI ALLA LEGA CITATI NEI FILES PD.M5S E AVS CHIEDONO INFORMATIVA URGENTE

È destinata a far discutere la presenza del nome di Salvini in decine di conversazioni contenute all’interno degli Epstein Files. Nessuna di queste riguarda il coinvolgimento del leader della Lega nei traffici sessuali del finanziere, morto suicida in carcere nel 2019, ma non è chiaro se ci fosse un rapporto tra i due ed eventualmente, di che tipo. Quel che è certo è che nel periodo a cui risalgono i messaggi diffusi dal Dipartimento di Giustizia statunitense, cioè tra il 2018 e il 2019, Salvini fosse molto legato a Steve Bannon, protagonista delle mail scambiate con Epstein. Il consigliere di Trump era particolarmente interessato all’ascesa delle
destre in Europa, al punto da “raccogliere soldi” – così scriveva – per la campagna elettorale di Salvini e Le Pen in occasione delle europee del 2019.
Un’informazione bocciata come “millanteria” dal Carroccio, che ha negato di aver ricevuto alcun tipo di finanziamento. Quella tornata segnò il trionfo della Lega in Italia, primo partito con il 34% dei voti. Alla luce di quanto emerso dagli Esptein files ora le opposizioni chiedono chiarimenti a Salvini.
Avs, Pd e M5s chiedono informativa a Salvini sugli Epstein files
Avs, Pd e M5s hanno chiesto un’informativa urgente al ministro dei Trasporti per fare chiarezza sugli Epstein files. “Il nome di Matteo Salvini ricorre per ben 96 volte negli Epstein files. Questi messaggi si concentrano nel periodo in cui la Lega, non a caso, raggiunge il suo massimo storico di consenso elettorale anche grazie alla cosiddetta ‘Bestia’, un sistema pervasivo e altamente efficace di comunicazione sui social network”, ha affermato Elisabetta Piccolotti intervenendo nell’Aula di Montecitorio.
“Chiediamo dunque – ha prosegueto la deputata rossoverde – che il Ministro Salvini venga a spiegare in Parlamento se abbia mai avuto Steve Bannon come consulente politico; se risponde al vero che Bannon abbia svolto attività di fundraising e ricerca di finanziatori, diretti o indiretti, anche sotto forma di servizi digitali, a favore della Lega; se sia mai venuto a conoscenza di iniziative promosse da Bannon per condizionare l’opinione pubblica italiana o europea anche dopo l’esplosione dello scandalo di Cambridge Analytica; se gli incontri citati nelle mail si siano realmente svolti e se Matteo Salvini fosse a conoscenza dei legami tra Steve Bannon e Jeffrey Epstein”. “Queste domande non sono un attacco personale. Riguardano la sovranita’ democratica, la trasparenza del finanziamento della politica e il rischio di interferenze occulte nei processi elettorali nazionali ed europei. Questioni cruciali – ha concluso Piccolotti – per la qualita’ della nostra democrazia”.
Stessa richiesta anche dal M5s. Il deputato Alfonso Colucci è intervenuto, parlando di una “strategia per compattare l’ultradestra” in Europa. “A quale interesse risponde il patriottismo di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni? È bene che venga chiarito qui in quest’aula da Matteo Salvini”. A seguire il deputato Pd Andrea Casu, che ha chiesto di “estendere l’informativa al governo”.
Il leader di Alleanza Verdi-Sinistra, Nicola Fratoianni ha affermato che i messaggi tra lo stratega trumpiano e il finanziere condannato per abusi sessuali e traffico internazionale di minori “dicono in maniera chiara che Bannon nel 2019 era occupato a cercare finanziamenti per la Lega di Salvini e per il partito di Marine Le Pen. Ricordo che quelle elezioni europee videro la Lega superare il 30%. Si avvantaggiarono forse di soldi o servizi di una rete internazionale di estremisti, alcuni dei quali facevano traffico internazionale di minorenni per i propri piaceri sessuali?”, ha domandato
E ancora: “Da quel che si legge, questi signori avevano creato una rete di complici con l’obiettivo di far saltare l’Europa e di realizzare leggi a tutela dei banchieri e dei più ricchi, come nel caso di Peter Mandelson in Inghilterra, che si è dimesso per la vergogna. Sembra un film dell’orrore”, ha commentato. “A questo punto bisogna andare a fondo di questa vicenda: su cosa si sono basati gli incontri tra Salvini e l’emissario del finanziere pedofilo arrestato? All’epoca Salvini era vicepremier come lo è oggi”, prosegue il leader di SI. “Si sono stati scambi di informazioni che possono mettere in discussione l’autonomia politica e quindi la sicurezza dello Stato italiano? I finanziamenti di cui parla Bannon nelle sue comunicazioni dove sono finiti? E possono aver condizionato le valutazioni politiche della Lega su Trump e sugli USA? Sono domande fondamentali cui devono dare risposte urgenti e convincenti, visto che Trump ha scatenato una guerra commerciale contro l’Europa e contro l’italia e la reazione del governo italiano e della Lega è stata fin troppo morbida con Trump. La Lega è realmente libera di fare scelte politiche nell’interesse dell’Italia?”, ha concluso.
Anche Riccardo Magi pretende chiarimenti sui presunti finanziamenti economici di Bannon al Carroccio. “Quanto emerso desta preoccupazione relativamente a possibili influenze esterne che investono il secondo partito della attuale maggioranza. Risorse e sostegno di cui Bannon si vantava con Epstein di aver elargito a vari partiti sovranisti europei, dicendo addirittura di essere “advisor” della Lega, del Front National, di AFd, di Farage”, ha dichiarato. “In pratica: si scrive sovranisti, si legge forze al servizio di strategie concepite in altri Paesi e contrarie all’interesse dell’Italia e dell’Europa. Salvini, vicepremier e ministro del governo Meloni, se non ha nulla da nascondere, dovrebbe affrettarsi a chiarire se ha avuto un supporto da Bannon e di che tipo”, ha concluso il segretario di +Europa.

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IL RISULTATO DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA NON È SCONTATO PER NIENTE, NELLE ULTIME SETTIMANE SI STA ASSOTTIGLIANDO IL MARGINE DI VANTAGGIO DEL SÌ (E CRESCE LA PAURA NEL GOVERNO)

Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

GLI ULTIMI SONDAGGI MOSTRANO UN TESTA A TESTA: IXE’ DA’ IL SÌ AL 50,1% E IL NO A 49,9%. STESSA TENDENZA REGISTRATA DA “EUMETRA”… LORENZO PREGLIASCO DI “YOUTREND”: “IL VANTAGGIO DEL SÌ NEI SONDAGGI DI QUESTE SETTIMANE È FRAGILE. LA PARTITA LA DECIDE L’AFFLUENZA, SE IL CENTRODESTRA VUOLE PORTARE A CASA IL RISULTATO DEVE PORTARE ALLE URNE ALMENO 8-10 MILIONI DI PERSONE”

Nei sondaggi cresce il fronte del no alla riforma della giustizia e così Carlo Nordio alza i toni e non fa retromarcia: «Confermo che è blasfemia sostenere che la legge costituzionale voglia mettere la magistratura sotto il potere esecutivo. Perché blasfemo? Perché in corretto italiano blasfemia significa un oltraggio a un’istituzione sacra», come lo è il Parlamento.
Intervistato da 24 Mattino su Radio 24, il ministro sostiene che la riforma «è chiarissima nel definire la magistratura autonoma e indipendente». Il Guardasigilli poi insiste che quello del 22 e 23 marzo «non è un referendum politico» e anche se il sì dovesse perdere «non sarà cambiata la maggioranza né ce ne andremo dal governo».
Dal canto suo, con un occhio rivolto ai recenti sondaggi, il centrosinistra è convinto che «il vento stia cambiando».
Secondo l’Istituto Ixè il risultato del referendum sarebbe infatti in bilico. Il fronte del sì, a gennaio 2026, si attesterebbe intorno al 50,1% (contro il 53% di novembre) mentre quello del no sarebbe al 49,9% (47% a novembre). Per quanto riguarda l’affluenza, il 61,5% degli italiani dovrebbero partecipare alla consultazione. Il presidente di Ixè, Roberto Weber, parla di «relatività del risultato».
E spiega: «Significa che i due campi sono molto vicini. C’è stato un avvicinamento con il passare del tempo». Il sondaggista mette anche l’accento su un aspetto, ovvero che – secondo le loro ricerche – «con l’abbassarsi dell’età aumenta la contrarietà alla riforma costituzionale. Se questa tendenza fosse vera aumenterebbe il fronte del no. È una tendenza potente che non è facile da invertire».
Ipsos e Eumetra di Renato Mannheimer hanno registrato la stessa tendenza di Ixè. Il secondo istituto, in particolare, stima il sì al 52% contro il 48%. Un mese e mezzo fa il sì era al 55 mentre il no al 45. E la forbice si assottiglia anche nell’ultimo sondaggio Youtrend per SkyTg24, del 22 gennaio: il sì è al 55% e il no al 45%, con un’affluenza stimata al 62%.
Tra gli elettori di centrodestra il sì è al 96% (no al 4%) e tra quelli di opposizione il no è all’88% (sì al 12%).
«Indipendentemente dalle intenzioni della maggioranza, il referendum sulla giustizia si politicizzerà e finirà per diventare anche un voto sul governo», sostiene il direttore Lorenzo Pregliasco: «Per questo il vantaggio del sì nei sondaggi di queste settimane è fragile. Alla fine la partita la decide l’affluenza, se il centrodestra vuole portare a casa il risultato deve mobilitare e portare alle urne almeno 8-10 milioni di persone».
(da agenzie)

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L’ULTIMO CAPOLAVORO DI ADOLFO URSO: CONTINUA A VERSARE MILIONI DI EURO AD ARCELOR MITTAL, LA SOCIETÀ INDIANA A CUI HA CHIESTO UN RISARCIMENTO DA 5 A 7 MILIARDI DI EURO PER L’ILVA

Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

FRA IL PRIMO LUGLIO E IL 24 DICEMBRE DEL 2025 LA GESTIONE COMMISSARIALE DELL’ACCIAIERIA HA BONIFICATO A PIÙ RIPRESE AD ARCELOR UN TOTALE DI 49 MILIONI PER “ATTIVITÀ DI DECONTAMINAZIONE”

Il ministero delle Imprese e del made in Italy guidato da Adolfo Urso continua a pagare per Ilva quella stessa ArcelorMittal contro cui ha chiesto un risarcimento da 5 a 7 miliardi di euro.
La sorpresa viene da un documento appena inviato in parlamento, la «Relazione concernente il conto di contabilità speciale n. 6055», relativa al secondo semestre del 2025
Il titolo è in puro burocratese e sembra fatto apposta per fare capire poco o nulla. I tre commissari straordinari di Ilva spa, il professore Alessandro Danovi, il professore Francesco Di Ciommo e la dottoressa Daniela Savi, nominati da Urso alla fine del mese di febbraio 2024, firmano la relazione
Il documento è composto di quattro pagine che contengono l’estratto conto dei pagamenti della gestione commissariale per rimborsare l’attività di decontaminazione dei siti industriali dell’Ilva.
Fra il primo luglio del 2025 e il 24 dicembre scorso la gestione commissariale dell’Ilva spa ha bonificato a più riprese ad ArcelorMittal un totale di 49.174.987 euro «per attività di decontaminazione come da procedura ex art. 20.4 del contratto di affitto».
Il colosso dell’acciaio mondiale posseduto dalla famiglia indiana Mittal ha gestito in Italia negli ultimi anni gli impianti dell’Ilva dati in affitto in una nuova società, Acciaierie d’Italia spa. Gli indiani avevano il 62% del capitale e l’amministratrice delegata, l’italiana Lucia Morselli.
Nel capitale era entrata con il 38% anche la finanziaria pubblica Invitalia, che aveva indicato Franco Bernabè per la presidenza della società. I rapporti fra ArcelorMittal e lo Stato italiano ben presto si sono guastati, e fra fine febbraio e inizio marzo 2024 il ministero delle Imprese ha ammesso Acciaierie d’Italia di amministrazione straordinaria. Urso ha nominato commissari straordinari l’ingegnere Giancarlo Quaranta, il professore Giovanni Fiori e il professore Davide Tabarelli.
Ad ottobre 2025 Urso aveva risposto a una interrogazione in Senato sulla situazione di Acciaierie d’Italia accusando ArcelorMittal di avere provocato danni con la sua gestione quantificati in almeno 4 miliardi di euro. Il ministro delle Imprese aveva anche preannunciato una azione di responsabilità nei confronti degli ex amministratori dei soci indiani.
A metà gennaio i legali della gestione commissariale di Acciaierie d’Italia hanno depositato al tribunale di Milano una richiesta di risarcimento al gruppo indiano fino a 7 miliardi di euro. Anche Ilva spa in amministrazione straordinaria, che resta proprietaria degli impianti affittati, ha chiesto un risarcimento di 947,4 milioni di euro. ArcelorMittal invece ha avviato nel giugno 2025 un arbitrato internazionale contro la Repubblica italiana chiedendo un risarcimento di 1,8 miliardi di euro per il presunto esproprio del loro investimento nella ex Ilva
Nessuno però ha sospeso la procedura di rimborsi per decontaminazione che continuano ogni mese ad essere bonificati al gruppo indiano. Il ministro Urso ha autorizzato sia il maxi risarcimento danni da parte di una gestione commissariale che i regolari pagamenti ad ArcelorMittal effettuati da un’altra gestione commissariale per la decontaminazione dei siti industriali ex Ilva, che è fra i tanti elementi contestati nella causa. Al ministero evidentemente vale la regola evangelica: «Non sappia la tua sinistra quello che fa la destra» (Vangelo secondo Matteo, 6:3-4)
(da Domani)

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I SERVER ITALIANI SONO UN COLABRODO: I SISTEMI INFORMATICI DELL’UNIVERSITÀ “LA SAPIENZA” DI ROMA, LA PIÙ GRANDE D’ITALIA, SONO BLOCCATI DOPO UN ATTACCO DEGLI HACKER FILO-RUSSI

Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

I PIRATI INFORMATICI SI SONO INTRODOTTI CON UN VIRUS RANSOMWARE E CHIEDONO UN RISCATTO MILIONARIO ENTRO SETTANTADUE ORE. ALTRIMENTI TUTTI I DATI PERSONALI DI DOCENTI, STUDENTI E COLLABORATORI DELL’ATENEO POTREBBERO ESSERE DISTRUTTI

Settantadue ore per pagare il riscatto ed evitare che milioni di dati rimangano criptati, insieme con il blocco totale del sistema informatico della più grande università d’Italia, fra le migliori al mondo.
La Sapienza nel mirino degli hacker, non si esclude appartenenti a una crew filo-russa, in azione forse dopo essersi introdotti da tempo e aver colpito con decisione nelle ultime ore.
La scoperta è stata fatta ieri mattina con i tecnici dell’ateneo che si sono rivolti agli specialisti dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e quindi anche alla polizia postale.
Gli incursori informatici hanno utilizzato un virus ransomware per prendere possesso di tutte le attività dell’ateneo – non gli esami ma sì le prenotazioni su Infostud – che di fatto è risultato irraggiungibile dalla Rete fin dalle prime ore della mattinata.
Tutto fermo, con il rischio di una fuga di dati personali di docenti, studenti, personale amministrativo e collaboratori della Sapienza. Un danno ingente che ricorda quello provocato alla Regione Lazio sempre con lo stesso sistema dagli hacker nell’estate del 2021.
In questo caso oltretutto gli autori dell’irruzione informatica hanno inviato un link alla Sapienza contenente la richiesta di riscatto del ransomware – di solito milioni di euro in criptovalute – per sbloccare il tesoro di dati criptati e quindi bloccati. In caso contrario potrebbero essere cancellati e persi per sempre.
Solo che per aprire quel link bisogna utilizzare un tor, un software di navigazione anonima che si utilizza sul dark web per non lasciare tracce: il conto alla rovescia
delle 72 ore, l’ultimatum degli hacker, dovrebbe scattare proprio all’apertura di quel link.
Quindi uno scenario inquietante e complicato sul quale sono in corso peraltro indagini della Postale che già in altre occasioni con l’Acn è stata in prima linea in questo genere di situazioni.
Il sospetto è che gli hacker possano aver approfittato, come accaduto in passato su altri obiettivi, di una falla di un amministratore di sistema, forse anche solo un indirizzo mail. Da qui si sono introdotti nella rete dell’università infiltrandosi ovunque. L’ultimatum ha poi alzato il livello della tensione. In via precauzionale, e per garantire l’integrità e la sicurezza dei dati – è stato spiegato dalla Sapienza -, è stato disposto l’immediato blocco dei sistemi di rete.
(da Corriere dela Sera)

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LA SICUREZZA NON E’ QUELLA DI MELONI E SALVINI, MA PASSA DA SALARI, CLIMA E MIGRANTI

Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

TOGLIERE DIRITTI NON AUMENTA SICUREZZA

La parola sicurezza negli ultimi dieci anni è stata ridotta a sinonimo di repressione. Non è una tendenza nata oggi e con questo governo: il punto di svolta è stato il governo Gentiloni con Minniti al Viminale: il primo decreto sicurezza, i daspo urbani e l’attacco alle ONG, un governo di centrosinistra ha iniziato una guerra contro la solidarietà e il dissenso. Il divieto di manifestare a Macerata dopo l’attentato di Traini, le parole dette a posteriori proprio da Minniti “ho temuto per la tenuta democratica del Paese” e le sue politiche migratorie hanno spianato la strada alla Lega, portando poi Salvini al Viminale insieme a Piantedosi, all’epoca come capo di gabinetto. Da lì in poi, la linea è rimasta la stessa: divieti di picchetto, sequestri di navi e repressione delle proteste.
Sicurezza è territorio, non polizia
Ma torno alla domanda iniziale: cosa significa sicurezza?Penso a Niscemi e alla prevenzione del dissesto idrogeologico dove per decenni non si è fatto nulla per mettere in sicurezza gli abitanti nonostante i pericoli fossero noti. Significa affrontare la crisi climatica che mette a rischio la vita delle persone molto più di una manifestazione. Nel 2025 in Europa sono morte 16.000 persone a causa del cambiamento climatico, questa è la stima dell’Imperial College di Londra, di queste 4.597 in Italia, il Paese con il maggior numero di morti, soprattutto per il caldo.
La vera sicurezza è quella che garantisce un futuro su un pianeta che cambia.
Migrazioni: canali legali contro trafficanti
Se parliamo di sicurezza è automatico pensare ai flussi migratori, per i quali si continua a parlare di emergenza, anche se il fenomeno è strutturale da quindici anni.
Esiste un modello che funziona: i corridoi umanitari. Fanno viaggiare le persone in aereo, quindi sicurezza per chi parte, e si basano sui visti concessi dai Paesi di destinazione, quindi sicurezza per chi accoglie. Scegliere di non gestire i flussi significa regalare il business ai trafficanti, finanziandoli indirettamente. Gestire i flussi legalmente renderebbe tutto più sicuro; continuare a pagare dittatori sulla sponda Sud del Mediterraneo ci rende insicuri
La sicurezza economica negata
Per non parlare di economia, il governo inventa nemici: i rave, i “maranza”, i poveri di Caivano o del Quarticciolo. Si dichiara guerra ai margini della società per evitare il tema dei salari. L’Italia è l’ultimo Paese per politiche salariali; negli ultimi trent’anni gli stipendi sono calati e il potere d’acquisto è ai minimi. Le famiglie non sono al sicuro dalla crisi economica, nonostante le promesse elettorali di chi diceva di volerle difendere.
Meno diritti, meno sicurezza
Il nuovo decreto sicurezza colpirà ancora le libertà individuali, con l’ipotesi del fermo preventivo di 12 ore per chi manifesta. Si attacca il dissenso organizzato, convinti che togliere diritti aumenti la protezione. Ma è un errore: la sicurezza non è avere meno diritti o più polizia. Si è sicuri davvero solo quando si ha un lavoro dignitoso, una casa che non frana e la libertà di protestare.

(da Fanpage)

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DONALD TRUMP HA PAURA DELLE MIDTERM: “DOBBIAMO PRENDERE IL CONTROLLO DEL VOTO”

Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

I SONDAGGI SONO IMPIETOSI E IL MALATO DI MENTE SI PREPARA A TAROCCARE IL VOTO

Donald Trump ha paura delle elezioni midterm. Quelle che si tengono, come dice il termine, a metà del mandato presidenziale e rinnovano tutta la Camera e un terzo del Senato. Quest’anno si voterà il 3 novembre. E già oggi i sondaggi sono impietosi con una presidenza in crisi di popolarità. E dopo le vittorie inattese dei Dem. Come l’ultima di sabato 31 gennaio addirittura in Texas. Il presidente ha così tanta paura da auspicare che i Repubblicani debbano “nazionalizzare” e “prendere il controllo” del voto in almeno 15 luoghi non specificati. Ribadendo le sue false affermazioni secondo cui le elezioni statunitensi sono viziate da brogli diffusi.
Proprio per questo, spiega oggi il Corriere della Sera, c’è una paura che serpeggia tra i Dem: quello di una vittoria negata dall’attuale governo. Che non accetterebbe di prendere in considerazione la possibilità di perdere. E potrebbe condizionare il voto. La presidenza si è già portata avanti con il lavoro: una serie di ordini esecutivi d Trump hanno modificato alcune regole del voto. Per impedire o limitare il voto postale. E con il tentativo di ridisegno dei collegi elettorali. Di solito vengono fatte ogni dieci anni. Ma stavolta Trump ha imposto una revisione supplementare fuori dalle scadenze. Da segnalare anche il tentativo di chiedere liste degli elettori e dati personali in Minnesota e il sequestro di tutti gli atti del voto del 2020 in Georgia. Alla presenza di Tulsi Gabbard, oggi alla guida dei servizi segreti Usa
«Cose bruttissime»
TheDonald ha già pronosticato che in caso di sconfitta dei repubblicani alle Midterm «accadranno cose bruttissime». E ha provato a dire che le elezioni di Midterm sono inutili perché i suoi straordinari successi sono la garanzia di una vittoria alle urne. Intanto gli amministratori locali democratici hanno cominciato a pianificare contromisure in caso di interferenze al voto. Come la possibilità che agenti armati dell’Ice vengano mandati in prossimità dei seggi per intimidire elettori ispanici e neri. Spinti così a restarsene a casa senza votare. A Las Vegas si reclutano scrutatori per aprire molti seggi.
(da agenzie)

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LE 89 CITAZIONI DI SALVINI NEGLI EPSTEIN FILES: “E’ SEDUTO SULLE MIE GINOCCHIA MA NON LO SA”

Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

BANNON PARLA DI FINANZIAMENTI ALLA LEGA… IL MILIARDARIO PEDOFILO: “IL LEADER DELLA LEGA NON PARLA INGLESE£… E GLI SFOTTO’ A GIORGIA MELONI

89 citazioni. C’è un italiano che compare spesso negli Epstein Files che gli Usa hanno desecretato. Si chiama Matteo Salvini e nelle carte che emergono dal dipartimento di Giustizia il nome del leader della Lega compare nel biennio 2018-2019. All’epoca, mentre Donald Trump era al suo primo mandato da presidente degli Stati Uniti, il Carroccio varava e faceva cadere il governo con il Movimento 5 Stelle. Con il suo leader che a petto nudo dal Papeete voleva i «pieni poteri».
Quelli, ricorda oggi La Stampa, sono anche i mesi dell’inchiesta sul Metropol, poi archiviata. E dei presunti finanziamenti al partito raccolti da Steve Bannon.
Epstein è morto in carcere il 10 agosto 2019. Proprio nelle ore in cui nasceva il secondo governo di Giuseppe Conte e la Lega andava all’opposizione. Oggi il Carroccio avverte che il segretario «si difenderà in ogni sede in caso di insinuazioni o accostamenti con personaggi disgustosi». Perché gli accostamenti tra Epstein e Salvini sono «gravi millanterie, un’operazione che ricorda tristemente la campagna di fango sui presunti sostegni economici russi (mai chiesti e mai ricevuti)». Con il quotidiano la difesa è ancora più esplicita: «Si tratta di messaggi ridicoli che ricordano un’altra vicenda infondata come i rubli del Metropol».
Le mail
Eppure nelle mail tra Bannon ed Epstein i due parlano anche di affiliazioni finanziarie russe considerate da anni fonti di denaro per diverse formazioni politiche europee. Il 5 marzo 2019, parlando di Miroslav Lajcak, consigliere dimissionario del premier slovacco Robert Fico, il miliardario pedofilo scrive: «Era qui, era sorpreso del fatto che il Parlamento europeo sembra essere scomparso dal tuo radar». Bannon risponde: «Non è così, sono solo concentrato a raccogliere fondi per Le Pen e Salvini così possono candidarsi con liste complete». Soldi che, precisa la Lega, non sono mai esistiti.
L’incontro
Nel settembre 2018 Bannon a Roma incontra proprio Salvini. Sta costruendo The Movement, una rete internazionale di partiti populisti che dovrebbero scuotere l’Europa nelle sue fondamenta. Nel dicembre 2018 Bannon ipotizza una crisi di governo scatenata da Salvini per andare al voto anticipato e capitalizzare il consenso in crescita. Epstein è entusiasta e Bannon rivendica la sua regia da remoto: «Possiamo gestire noi le cose da qui». Ma il piano finisce male. E Salvini si ritrova all’opposizione. Prima, l’8 marzo 2018, Bannon scriveva: «Sto andando a Milano proprio ora per una riunione con Salvini. Sembra che stasera Grillo e domani Roma e Berlusconi e 5 stelle».
L’advisor
Nellle mail Bannon rivendica anche di aver proposto per primo un’alleanza tra Lega e M5s. Poi scrive: «Sono advisor per il Front (National, ndr); Salvini/la Lega; AfD; Orban, Farage». L’occhio è all’europarlamento: «Possiamo andare da 92 seggi
a 200 — fermare qualunque legislazione sulle criptovalute o qualunque altra cosa vogliamo». Poi Salvini e Bannon si vedono a Roma il 7 settembre. Ed Epstein scrive: «Speriamo che tu sia seduto sulle ginocchia di Salvini». «Al contrario», replica Bannon. «Lol. Ma lui non se ne accorge» conclude il finanziere che in una mail del marzo 2019 appunta: «Salving (errore perché intende Salvini, ndr), non parla inglese».
Bannon e Meloni
Invece Giorgia Meloni chiama Bannon a partecipare ad Atreju, festa del suo partito, e prova a entrare in The Movement. Oggi invece proprio Bannon di lei dice: «Guarda, lei era fantastica, ma ormai è diventata una globalista totale. Ha giocato il gioco della Ue perché le servivano i soldi, e quello della Nato. Parla tanto dell’Ucraina, ma quando si tratta di mandare finanziamenti e truppe cambia canzone. Francamente, credo che nulla di quanto dice sia rilevante, perché non ha risorse economiche e militari per sostenerlo. Non la prendo più seriamente e nessuno negli Usa lo fa».
(da agenzie

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