Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DI REPORT E LE PAROLE DEL PRESIDENTE DI UNA ASSOCIAZONE DEL SETTORE: “CIO’ CHE E’ STATO RACCOLTO NEI BALCANI E NELL’EUROPA DELL’EST DIVENTA TARTUFO BIANCO DI ALBA”
Un’inchiesta di Report sul tartufo di Alba sparge dubbi sulla provenienza del tuber magnatum pico. Il tubero vede una condizione particolare: per i cambiamenti climatici la domanda aumenta e l’offerta diminuisce sempre di più. E allora c’è chi si arrangia: «Ho un’azienda agricola che affitta delle tartufaie e si autofattura il prodotto che prende» svela davanti alle telecamere un operatore anonimo. Così, tutto il tartufo che arriva da fuori può diventare prodotto da quella tartufaia.
Il tartufo di Alba
E il tartufo di Alba allora? «Alla Fiera di Alba si comprano i tartufi migliori, perché sono meticolosamente selezionati e garantiti da una commissione di giudici di analisi sensoriale», dice a La Stampa Mauro Carbone, direttore del Centro Nazionale Studi Tartufo che ha sede proprio nella capitale delle Langhe. «Sono più di vent’anni che nessuno qui fa promozione sostenendo che il tartufo bianco d’Alba è stato raccolto proprio ad Alba». Più della provenienza, spiega, «contano la qualità e la soddisfazione del consumatore».
La tracciabilità
Il presidente del Centro Studi, Antonio Degiacomi aggiunge: «Se si rispetta la legge, c’è una tracciabilità fiscale: il raccoglitore deve rilasciare ricevuta e così il tartuficoltore e il commerciante. Ma è evidente che la stretta correlazione tra tartufaia e prodotto è complicata, in quanto si tratta di un prodotto naturale spontaneo soggetto a molteplici variabili e alla libera raccolta. Ma questo avviene anche per molti altri prodotti, a partire dal pesce pescato».
Da dove arriva il tartufo
«Come succede da anni, sono arrivati da dove ne avevano in abbondanza: Abruzzo, Basilicata, ma soprattutto Slovenia, Serbia, Romania, Turchia. Dove il freddo arriva prima. Se vuoi avere quintali di tartufo in autunno, in Piemonte, non hai altra scelta: farlo arrivare da fuori», dice invece il presidente di un’associazione di cavatori piemontesi.
«I tartufi fino a qualche anno fa si andavano a prendere direttamente all’estero. Si facevano anche due o tre viaggi. Poi le legislazioni si sono fatte stringenti, alle dogane hanno cominciato a controllare sistematicamente. Chi ha regolare fattura paga e passa, il guaio è che quando arriva in Italia ha tanto di documentazione da non poter far passare per nostro un prodotto che arriva dalla Romania o dalla Slovenia. Gli altri finiscono male: multe pesantissime e sequestro dei mezzi. So di colleghi che non hanno ancora recuperato i loro furgoni», conclude.
Il 70%
Adesso i tartufi arrivano direttamente in Italia: attraversano la frontiera, dove evidentemente nessuno controlla, e una volta in territorio italiano passano da un furgone all’altro. «A questo punto sono in Italia, chi li ha acquistati può dichiarare quel che vuole». Così, ciò che è stato raccolto nei Balcani o nell’Est Europa diventa – in questo caso – tartufo bianco di Alba. I volumi, la richiesta del mercato, sono tali che il fenomeno – stando a chi lo vive in prima persona – è tutt’altro che marginale. «Non credo di sbagliare se dico che il 70% dei tartufi che circola in Piemonte durante le fiere proviene da altre Regioni o dall’estero».
(da agenzie)
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Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SALVINI MASTICA AMARO: “PENSAVAMO CHE LEALTÀ AVESSE SIGNIFICATO PER CHI HA INDOSSATO DIVISA. ARRABBIATO? NO. DELUSO E AMAREGGIATO” – IL LEGHISTA ZAIA MARAMALDEGGIA: “VANNACCI ERA UN CORPO ESTRANEO, NON CI STRACCIAMO LE VESTI”
“Arrabbiato? No. Deluso e amareggiato. La Lega aveva accolto nella propria grande famiglia
Vannacci quando aveva tutti contro ed era rimasto da solo: grandi giornali, opinionisti, politici, sinistra e benpensanti. Abbiamo spalancato le porte di tutte le nostre sedi e di Pontida, tanto a lui quanto ai suoi collaboratori più stretti.
Gli abbiamo offerto l’opportunità di essere candidato con noi in ogni collegio alle elezioni europee, io come tanti altri leghisti l’ho votato e fatto votare, lo abbiamo proposto come vicepresidente del gruppo dei Patrioti in Europa, lo abbiamo
nominato vicesegretario del nostro partito”. Lo scrive il leader della Lega Matteo Salvini in un lungo post sui social dopo l’addio di Vannacci al partito.
“Volevamo fare un lungo cammino insieme, condividere battaglie, costruire. Da parte mia e di tanti, sempre massima disponibilità. Purtroppo, però, far parte di un partito, di una comunità, di una famiglia non significa solo ricevere, essere al centro di tutto, ottenere posti e candidature: è soprattutto lavoro, costruzione, sacrificio e, prima di tutto, lealtà.
In questi mesi, invece, abbiamo vissuto polemiche, problemi, tensioni, simboli di possibili nuovi partiti e associazioni, attacchi a chi la Lega la vive e la ama da anni. Siamo abituati a pensare che parole come onore, disciplina e lealtà abbiano un significato preciso, specie per chi ha indossato una divisa”. Lo scrive il leader della Lega Matteo Salvini in un lungo post dopo l’addio di Vannacci al partito.
VANNACCI, PROSEGUO LA MIA STRADA DA SOLO, FUTURO NAZIONALE È REALTÀ
“Inseguo un sogno, e vado lontano. Futuro nazionale. Il mio impegno, da sempre, è quello di cambiare l’Italia”. Lo scrive sui suoi social Roberto Vannacci pubblicando il simbolo di Futuro nazionale. “Farla tornare – prosegue – un Paese sovrano, sicuro, libero, sviluppato, prospero ed esclusivo. Amo la mia Patria e voglio continuare a combattere per lei stando lontano da impicci, compromessi di convenienza e inciuci. Proseguo per la mia strada da solo, con tutti quelli che inseguono il sogno di lasciare ai propri figli un Paese migliore di quello che loro stessi hanno ricevuto dai propri genitori. Da oggi Futuro Nazionale è una realtà”.
CASAPOUND, NON FAREMO PARTE DI FUTURO NAZIONALE DI VANNACCI
“Come ribadito in più occasioni, e nonostante alcune ricostruzioni mediatiche continuino a suggerire il contrario, CasaPound non è interessata alle dinamiche interne del centrodestra e non farà parte del nuovo partito Futuro Nazionale”. È quanto si legge in una nota del movimento.
LEGA: ZAIA, VANNACCI CORPO ESTRANEO, NON CI STRACCIAMO VESTI
“Non sono sorpreso vista la lunga carriera che ha avuto in lega ovvero neanche un anno, che è la conferma che ha preso atto di essere un corpo estraneo. Probabilmente aveva altro progetto, non ha trovato il giusto substrato per farlo crescere in Lega e oggi decide di camminare con le sue gambe. Vedremo anche quale sarà il potenziale di questa marcia che farà in solitaria.
Ho visto situazioni migliori, ne ho vissute di peggiori in Lega per cui di certo non stiamo qui a stracciarci le vesti perché Vannacci se ne va via, ne prendiamo atto e noi andiamo avanti per la nostra strada”. Così l’ex governatore del Veneto Luca Zaia, a margine del Consiglio Regionale Veneto.
(da agenzie)
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Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
FRANCO GABRIELLI, EX CAPO DELLA POLIZIA, BOCCIA IL POPULISMO PENALE
Il fermo preventivo di polizia «non servirà perché difficilmente produrrà degli effetti significativi nella gestione dell’ordine pubblico. In compenso, rischierà di radicalizzare ulteriormente lo scontro, di irrigidire ancora di più i rapporti già tesi nelle piazze, di comprimere in modo significativo altri spazi di libertà. È fumo negli occhi, è propaganda securitaria a finanza zero, come si dice. Propaganda utile a non affrontare il vero nodo che le violenze di Torino tornano a proporre». Lo dice in una intervista a La Repubblica l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli.
Gabrielli e il fermo preventivo di polizia
«La gestione dell’ordine pubblico non è una formula da talk show. Né il bar sport. E’ un lavoro delicatissimo, fatto di continue valutazioni, aggiustamenti repentini o impercettibili in ragione del contesto. E’ sapere professionale che si costruisce con pazienza e addestramento attingendo a equilibrio e responsabilita’ democratica. Moltiplicare ogni volta le figure di reato serve solo a eludere le domande chiave. Ovvero come si governa davvero l’ordine pubblico? E che ordine pubblico merita un Paese democratico? Come si evita di esporre i reparti in servizio di ordine pubblico in modo prolungato e logorante al rischio? Qualcuno si è chiesto su chi si scarica il costo di un’assenza di strategia chiara e di una reale capacità di leggere i contesti? Ve lo dico io: sui singoli poliziotti e su tutti coloro che in piazza vanno pacificamente per esercitare un diritto costituzionalmente protetto», sottolinea Gabrielli.
Lo scudo penale
Discorso simile per lo scudo penale: «Lo si vende come garanzia dei poliziotti dal rischio, mentre, paradossalmente, quel rischio lo aumenta. Immaginare un’immunità di fatto e di diritto presunta per ogni agente di polizia potrebbe allungare i tempi degli accertamenti sui fatti che lo richiedono e che vedono un agente protagonista. Rendere più complessa a posteriori e a distanza di tempo la ricostruzione di ciò che è accaduto, per altro lasciando comunque gli operatori esposti a un controllo di legalità. E magari senza più le adeguate garanzie processuali che ogni cittadino ha nelle fasi preliminari di un’indagine», afferma.
L’ordine pubblico
Infine: «Invece dei proclami, sarebbe il caso di prendere sul serio la complessita’ dell’ordine pubblico e le responsabilita’ che vi si intrecciano. Sarebbe il caso di riconoscere che troppo spesso ai singoli operatori di polizia in piazza vengono chieste prestazioni totali, salvo poi lasciarli soli quando si tratta di affrontare le conseguenze. Perche’, se davvero si vuole stare dalla parte degli uomini e delle donne in divisa, come sento ripetere, lo si dimostra con fatti concreti», conclude.
(da agenzie)
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Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
PER ORA IN ITALIA I CAPI DI IMPUTAZIONE LI DECIDE IL MAGISTRATO
Non manca giorno che il governo, autore della riforma che demolisce il Consiglio superiore
della magistratura, non fornisca un valido motivo per affossarla al referendum di marzo. Ricordate quando Nordio, estensore della novella, gridò alle fake news contro il manifesto dell’Anm (dall’eloquente slogan: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica? Al referendum vota No”)?
Non ha avuto da ridire stavolta sul volantino, circolato sul web, del comitato Sì Riforma, che associava “i delinquenti che hanno aggredito in branco un poliziotto a Torino, prendendolo a martellate, pugni e calci in testa” ai sostenitori del No. Una becera strumentalizzazione che – fermo restando la condanna di ogni atto di violenza, in qualunque contesto e a prescindere dalla matrice – nulla toglie ovviamente alle ragioni che animano la battaglia referendaria contro i rischi della
riforma Nordio. A cominciare da quello indicato proprio nel manifesto dell’Anm che ha fatto tanto arrabbiare il ministro ma che, proprio lo stesso Guardasigilli ha di fatto suggerito al comitato per il No.
Con quella che il procuratore di Napoli, Gratteri, ha definito una vera e propria confessione: “Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”, aveva candidamente ammesso parlando di possibili “invasioni di campo” della magistratura nella politica. E se due indizi fanno una prova, a chiarire ulteriormente dove si andrebbe a parare se vincessero i Sì, ci ha pensato il vice premier, nonché leader di Forza Italia, Tajani: “Penso anche ad aprire un dibattito se è giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati. Discutiamone, parliamone”.
Di fatto sottraendo ai magistrati il coordinamento delle indagini per spostarlo sotto l’ala dell’esecutivo. Meloni, intanto, già s’infila la toga. Dopo gli scontri di Torino, utilizzati dal governo come una clava contro i sostenitori del No al referendum e come alibi per la nuova stretta in arrivo contro il dissenso, si è sostituita ai pm formulando il capo di imputazione (tentato omicidio) per gli aggressori del poliziotto. Un assaggio di quello che ci aspetta se malauguratamente dovessero vincere i Sì
(da lanotiziagiornale.it)
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Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
L’IMPEGNO DI EPSTEIN A FINANZARLI
La retorica sovranista italiana ed europea subisce un duro colpo dagli ultimi “file” resi pubblici negli Usa sul caso Jeffrey Epstein, che testimoniano in numerosi passaggi un interessamento attivo del finanziere-pedofilo e del suo corrispondente Steve Bannon al successo dei movimenti nazionalisti e dei loro leader (si fanno i nomi di Viktor Orban, Marine Le Pen e Matteo Salvini). Gran parte delle conversazioni svelate risalgono al 2018, vigilia delle elezioni europee che nella visione di Bannon avrebbero potuto disarticolare l’Unione. In quell’anno il consigliere di Donald Trump fu attivissimo soprattutto nel nostro Paese, che aveva immaginato come base del suo The Movement: la sua “campagna d’Italia” non è certo una novità. Quel che si scopre adesso è che Bannon teneva aggiornato costantemente Epstein, al quale riferiva anche del personale impegno per cercare finanziamenti alla Lega e al Front National francese.
È una triangolazione inaspettata ed enigmatica. Finora tutto faceva pensare che gli interessi di Epstein ruotassero intorno al business e che la compromissione di ministri e funzionari europei fosse finalizzata a facilitare affari, ma l’ultima enorme massa di mail e conversazioni diffusa dal Dipartimento di Giustizia Usa ha avvalorato l’idea che Epstein abbia gestito operazioni per conto dei servizi segreti russi di Vladimir Putin, il cui nome è citato più di mille volte nei “file”. L’attenzione del finanziere alle forze filo-russe in Europa per il tramite di Bannon (il 2018 è l’anno in cui Matteo Salvini invocava la revoca delle sanzioni a Mosca, da ministro dell’Interno del governo gialloverde) apre interrogativi che un Paese serio dovrebbe affrontare e discutere.
La Commissione europea ieri ha specificato che non sono previste task force per analizzare i documenti dell’affaire, una massa di oltre tre milioni di conversazioni costellata di omissis e davvero difficile da decifrare. Ma la catena di dimissioni eccellenti che quei “file” hanno già provocato in Gran Bretagna, Slovacchia, Francia, e le nuove rivelazioni sul ruolo politico del finanziere morto in carcere forse richiederebbero un surplus di iniziativa per inquadrare con precisione l’attività
del club Epstein, e specialmente la natura del suo tifo per le forze anti-europee o comunque euro-scettiche.
Per chi hanno lavorato, per chi lavorano – consapevolmente o no – i movimenti sovranisti, e quanto del loro messaggio in apparenza patriottico va collegato in realtà agli interessi di altre patrie? Bisogna prendere sul serio la domanda, e per primo dovrebbe affrontarla chi si è fidato di Steve Bannon immaginandolo come guru del movimento Maga, senza avere contezza (si spera) delle persone a cui riferiva strategie e passi avanti nell’opera di disgregazione degli equilibri politici del Vecchio Continente. Se in America gli “Epstein file” sono, almeno per ora, uno scandalo di traffici pedofili, abusi su minorenni, aste di ragazze utilizzate per agganciare potenti e farsene sodali per sempre, da noi aprono uno squarcio allarmante sulla fragilità della politica e sulla facilità con cui è risultata (forse risulta ancora) manipolabile e condizionabile da personaggi al di sotto di ogni sospetto.
(da la Stampa.it)
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Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
FDI DIFENDE GLI SPECULATORI INVECE CHE GLI ITALIANI, GUAI A PARLARE DI TASSARE I GRANDI CAPITALI
Scambio di battute preso al volo da un talkshow. L’argomento è se tassare i miliardari, molto
detassati negli ultimi decenni: con una progressione così clamorosa che negli Usa è nato un movimento di miliardari che chiedono di essere tassati, per favore.
Un esponente di Fratelli d’Italia esperto di economia (mi scuso, non mi sono appuntato il nome, ma conta il peccato e non il peccatore), con espressione desolata, come quando si sentono stupidaggini inaudite, dice al conduttore: «Ma che state dicendo? Non si devono punire gli imprenditori. Creano posti di lavoro. Lo volete capire che il socialismo ha fallito?».
Verrebbe da chiedergli: mi scusi, ma che cosa c’entrano gli imprenditori? E soprattutto, che cosa diavolo c’entra il socialismo? Qui si sta parlando di un accumulo di ricchezza finanziaria che ha quasi niente a che vedere con i posti di lavoro (ne crea, in proporzione al capitale accumulato, dieci volte meno del vecchio capitalismo). Di una distribuzione del reddito che tende a cancellare il ceto medio e allargare la distanza tra ricchi e poveri.
Non si sta discutendo del socialismo, ma del capitalismo. Della società di mercato. Ci si sta chiedendo se è ancora possibile progettare una società di mercato che diffonda il benessere, e rimedi ai soprusi, e argini le sperequazioni, e mantenga vivo il welfare. Oppure se ci si deve rassegnare al fatto che l’uno per cento degli esseri umani (dati Oxfam) possieda più dell’ammontare dei beni pubblici del mondo intero.
Ma la destra meloniana non era populista? Non era contro i poteri forti, contro i radical chic, dalla parte del popolo oppresso?
Un piccolo sforzo per capire che tassare patrimoni smisurati sarebbe una maniera diretta per difendere gli interessi della comunità, dunque del popolo, non potrebbe farlo?
(da Repubblica)
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Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LA POLITICA FREQUENTA LE CASE ELEGANTI CHE NON CORRONO IL RISCHIO DI CROLLARE, LA POVERA GENTE STA DA TUTT’ALTRA PARTE
Che il Sud sia preso in ostaggio dalla mania di protagonismo del ministro Salvini è ormai evidente. Il suo è un misto di colonialismo e populismo. Salvini non sa nulla del Sud, se non disprezza i suoi abitanti certamente ne ignora i bisogni, che sono invece sotto gli occhi di tutti. Eccolo il colonialismo: per lui il Sud è solo un terreno da sfruttare ancora una volta per l’arricchimento delle grandi imprese (presumibilmente settentrionali).
Ogni sua parola dedicata ai bisogni dei cittadini meridionali trasuda di paternalismo: di chi non si sporca né si spende per capire cosa serve, ma presume prima ancora di sapere come stiano davvero le cose. Accanto al colonialismo, il Sud paga anche gli effetti politici del populismo. Che ha trasformato definitivamente il lavoro del politico, almeno agli occhi degli stessi politici. Salvini sembra ossessionato dal ponte sullo Stretto. Un’ossessione che non gli permette di vedere nient’altro, di allargare lo sguardo, studiare.
Ma del resto il politico populista non vuole governare le cose degli uomini, vuole passare alla storia mediatica. Non è interessato al mondo così come è, gli interessa soltanto di come lui apparirà. Della sua reputazione, non della vita dei suoi sudditi cittadini.
Politica predatoria
Ma sarei ingeneroso se dicessi che il problema sta tutto nell’atteggiamento di una sola persona. La mania di grandezza di Salvini è un sintomo, non la causa. La causa è una politica incapace di fare altro che non sia accodarsi al capitalismo cannibale e diventare essa stessa predatoria. Da un lato i grandi eventi, le manovre-spot.
Dall’altro il paese reale, composto da persone abbandonate a loro stesse e che non sperano nemmeno più di essere prese in considerazione. Una dissonanza prospettica che la frana di Niscemi restituisce plasticamente ma che non possiamo non riconoscere in tanti piccoli eventi quotidiani.
Chissà perché, ma non riesco a non pensare che il senso di abbandono e di smarrimento provato da coloro che hanno perduto la loro casa per via della frana sia simile a quello provato dal povero bimbo di Belluno, lasciato al gelo fuori dal suo autobus perché il suo biglietto non era aggiornato al tariffario olimpico.
I fondi perduti per Niscemi
Eccola la politica predatoria: che celebra il benessere distribuito a pochi e lascia a piedi e senza casa i molti che non possono permettersi di accedere alle case eleganti e verticali di Milano (che valgono molto più di quelle di Niscemi, come ha sostenuto qualche giornalista che non riesce a celare il proprio odio di classe). È la rivoluzione passiva del nostro tempo: la politica che si affanna a difendere gli interessi di pochi e non coinvolge le masse popolari che vivono della fragilità delle loro case, della precarietà delle loro esistenze. Costretti soltanto a subirne le conseguenze.
Anche i fondi del Pnrr sono stati gestiti secondo un ordine di priorità rovesciato, nonostante gli avvertimenti. Sono stati rifatti i marciapiedi, i grandi gestori delle nostre strade hanno cantierato tutto. Ma le case crollano e nessuno se ne stupisce più; una parte consistente dell’Italia – quella che non è sulla linea dell’alta velocità – è ridotta a viaggi della speranza; le nostre autostrade sono ancora occupate dalle file ininterrotte di Tir perché non abbiamo saputo cambiare i nostri modelli di distribuzione fermi a cinquant’anni fa. Tutti lo sanno, ma tutti si sono ormai stancati di ricordarlo.
Privatizzare il mondo
È curioso che il governo, mentre difende il feticcio del Ponte, avanza come ricetta quella di rendere obbligatoria la polizza anti-calamità per le case a rischio. L’unica prospettiva che la destra sa proporre: la privatizzazione del mondo. Scaricare sui cittadini il prezzo da pagare per restare nelle loro misere case dove hanno trascorso una vita. Aumentare i biglietti degli autobus ai poveri bambini che continuano a vivere una vita normale mentre intorno si sta organizzando un grande evento che interessa i pochi che si potranno permettere di partecipare.
Continuiamo pure così: privatizziamo il mondo, scarichiamo sui cittadini inermi il prezzo dei nostri trionfi e delle nostre manie di protagonismo. Abbiamo un Ponte da costruire, un’Olimpiade da celebrare. Che importa se qualche bimbo resta al gelo, se qualche siciliano rimane senza la sua casa così misera e precaria. La politica frequenta le case eleganti e verticali, che non corrono il rischio di crollare per gli effetti della crisi ecologica (sarà per questo che la destra si affanna così spesso a negarla).
La povera gente sta da tutt’altra parte, dentro case costruite sul vuoto, lasciate a metà in attesa di ciò che viene, di un nuovo condono che prima o poi giungerà. Basta che la pioggia arrivi e tutto crolla, e allora non gli resta che arrangiarsi e cercare un modo per sopravvivere ancora una volta alla propria disperazione.
(da EditorialeDomani)
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Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LA DECISIONE DEL VATICANO MENTRE SI MUOVE ANCHE LA SOPRINTENDENZA
Il Vaticano non vuole il volto di Giorgia Meloni sull’angelo della chiesa di San Lorenzo in
Lucina. E la Santa Sede si è fatta già sentire con monsignor Daniele Micheletti. Oltre che pubblicamente: il cardinale Baldo Reina in una nota ha ribadito «con fermezza che le immagini d’arte sacra e della tradizione cristiana non possono essere oggetto di utilizzi impropri o strumentalizzazioni, essendo destinate esclusivamente a sostenere la vita liturgica». Ma anche la soprintendenza dice che bisogna ripristinare l’originale. I Beni Culturali hanno aperto un’indagine. E se sarà verificato che il “ritocco”, l’immagine dovrà tornare nello stato precedente il restauro.
L’angelo con il volto di Meloni a San Lorenzo in Lucinaeri mattina, fa sapere Repubblica, in una telefonata tra gli uffici tecnici del vicariato e il parroco è stato ribadito che l’affresco deve tornare quello di una volta. Intanto la soprintendenza speciale di Roma, su indicazione del ministro della Cultura Alessandro Giuli, ha attivato le ricerche di archivio per individuare la documentazione, fotografica o
disegni dei progetti, del dipinto originale della cappella del Crocifisso realizzato nel 2000. In un colloquio telefonico monsignor Micheletti e i tecnici del vicariato hanno convenuto sulla necessità «di trovare una via d’uscita, che sarà la modifica del dipinto».
Il parroco
Lo racconta il parroco: «Stiamo cercando una soluzione», dice, «non possiamo rimanere incastrati sul viso di un angelo». Che non teme di essere cacciato: «Non c’è nessuna norma che vieta di mettere il volto di qualcuno su un angelo. E per rimuovermi occorre un processo canonico e anche una giusta causa». Il restauratore Bruno Valentinetti, ospite di Fiorello nella puntata de La Pennicanza racconta ridendo: «Ero posseduto. Dormivo e mi è apparsa la Meloni in sogno, vestita di bianco. Sembrava la Madonna di Fatima! Mi diceva: “Bruno, dipingi l’angelo a mia immagine; mettigli la mia faccia”. La mano andava da sola!». Tra l’altro lo stesso parroco ha fatto sapere che nel caso sarà Valentinetti a rimettere mano all’affresco.
La soprintendenza§Nei giorni scorsi la soprintendente Daniela Porro aveva ricostruito i fatti, spiegando al Messaggero: «Siamo di fronte ad una decorazione che risale al 2000, e che non è considerabile come un bene culturale antico. E ci tengo a precisare che si tratta di un ripristino e non di restauro vero e proprio: l’intervento era stato richiesto a causa di infiltrazioni che avevano causato un ammaloramento della superficie dell’opera. Per questo, l’artista Valentinetti è intervenuto su richiesta del rettore della chiesa monsignor Daniele Micheletti. Quello che posso dire è che nel 2023 veniva comunicato al Ministero, al Fec e al Vicariato, che ci sarebbe stato un ripristino dell’opera nelle forme esatte della prima opera. Ora faremo una indagine interna per vedere se c’è stata una trasformazione dell’angelo».
Di chi è San Lorenzo in Lucina
La chiesa è di proprietà del Fondo Edifici di Culto che rientra sotto l’egida del Ministero dell’Interno. Come bene vincolato, resta sotto la responsabilità della Soprintendenza. Ed essendo una chiesa liturgica, fa capo comunque al Vicariato, che ci tiene a ribadire di essere «al corrente dal 2023 di un’azione di restauro senza nulla modificare o aggiungere sull’affresco del 2000. Pertanto la modifica del volto
del cherubino è stata un’iniziativa del decoratore non comunicata agli organismi competenti».
(da agenzie)
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Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
NEI GIORNI SCORSI IL DEPOSITO DEL SIMBOLO DEL SUO NUOVO PARTITO, SPERIAMO CHE ALMENO SALDI GLI ARRETRATI
Roberto Vannacci è pronto a uscire dalla Lega «nelle prossime ore». Lo scrive Repubblica, che cita fonti anonime vicine all’ex generale. L’eurodeputato del Carroccio, eletto alle Europee del 2024, avrebbe incontrato Matteo Salvini nella serata di lunedì. Dopo un confronto franco, avrebbe confermato l’intenzione di lasciare la Lega. Nei giorni scorsi, Vannacci ha depositato un suo simbolo, «Futuro
Nazionale», che secondo molti potrebbe indicare la volontà di far nascere un nuovo partito più a destra della Lega e di Fratelli d’Italia.
Cosa succede ora
La decisione, che sembra essere stata ormai presa, sarà discussa oggi alle 16 al consiglio federale della Lega, convocato da Matteo Salvini a via Bellerio, rendendo quindi ufficiale la dipartita di Vannacci, che a questo punto potrà liberamente lanciare il suo partito, Futuro Nazionale, con il logo già pronto. A questo punto bisognerà quindi riassegnare il posto di vicesegretario (in tutto sono 5). Inizialmente convocato per discutere della crociata sulla sicurezza di Salvini, del decreto Ponte atteso nel Cdm di giovedì e della manifestazione dei Patrioti il 18 aprile a Milano, il Federale avrà così un nuovo ordine del giorno.
(da agenzie)
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