Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
UN CONTINUO FLUSSO DI PAROLE, TWEET, ARTICOLI, COMMENTI CHE FAREBBERO VERGOGNARE QUALSIASI PERSONA NORMALE
E’ stato detto dalle parti della destra e dai suoi megafoni di Stato che Elly Schlein “specula su
Niscemi”. La segretaria del Pd, accorsa sul luogo della frana poche ore dopo l’accaduto, aveva chiesto al governo “di destinare un miliardo di euro che non verrà usato per infrastrutture inutili come il ponte sullo Stretto per dare sostegno alle aree colpite dal maltempo”.
Una constatazione sulle responsabilità abbastanza chiare di chi governa la Sicilia da vent’anni e che ha il dovere verso la popolazione di quella cittadina in bilico sul baratro di far fronte, finalmente, al disastro annunciato e mai affrontato con progetti di recupero e finanziamenti dedicati. Sono parole ovvie e chiare che però si scontrano con un punto di forza della destra di governo: l’assoluta mancanza di scrupoli.
E’ un continuo flusso di parole, tweet, articoli, commenti che farebbero vergognare qualsiasi persona normale, ma che la destra utilizza con maestria e con la destrezza di chi è uso fare politica da sempre in questo modo e con questi “mezzucci infami”. La destra che dichiara su Elly Schlein è la stessa che applaude con foga incontenibile alle speculazioni propagandistiche di Meloni. Dove? A Niscemi? Macchè! A poche ore dai tafferugli durante la manifestazione contro lo sgombero del centro sociale di Askatasuna a Torino, la premier Meloni, alla velocità della
luce, è corsa nel capoluogo piemontese, a dare la mano al poliziotto in ospedale, accusando con parole incandescenti il Pd e i magistrati.
Apriti cielo! Una valanga di veleno ha inondato media, social e ogni sorta di ingiurie ha accompagnato la cronaca dei fatti torinesi. Insieme all’accelerazione sul pacchetto securitario e repressivo, pronto da diversi giorni e utile “alla bisogna” del momento. Meloni plana, come un angelo (quello dell’affresco di San Lorenzo in Lucina a Roma?) del male, su disgrazie e tragedie, adattandole al suo disegno ideologico contro giudici e oppositori e repressivo dei diritti di chi dissente.
E’ un modus operandi della destra da quel dì. Da quando urlava sguaiatamente sui bambini di Bibbiano con tanti di cartelloni, passando per le foto in stivaloni nell’Emilia-Romagna devastata dalle alluvioni, fino alla pandemia. Non c’è stato un solo tragico evento, negli anni prima del suo insediamento a Palazzo Chigi, in cui non l’abbiamo vista correre con cartelloni, megafoni, striscioni e tutto l’armamentario annesso per sfruttare politicamente ogni tragedia del Paese.
Ha alimentato la paura e lucrato su di essa e sulle tragedie adattabili allo scopo, con scientifica perseveranza. E, dalla sua elezione a premier, il modus operandi si è fatto sistema e la propaganda violenta e immorale è diventata la cifra di questo governo. Questa sì una vergognosa, continua speculazione che il referendum potrebbe smascherare! Appuntamento al 22 marzo per dire No e mortificarla nei seggi elettorali!
(da agenzie)
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Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
PER CHI GUARDA I TELEGIORNALI LA VIOLENZA SEMBRA A SENSO UNICO, MA COSI’ NON E’
«Attacco allo Stato» (Il Messaggero); «La guerriglia di Torino» (la Repubblica); «Ferocia Askatasuna» (il Giornale); «Cercano il morto» (Il Tempo); «Ora basta, arrestateli tutti» (Libero). I titoli dei quotidiani all’indomani della manifestazione nazionale in solidarietà ad Askatasuna parlano una sola lingua: un lessico ossessivo e compatto – «guerriglia urbana», «tentato omicidio», «città sotto assedio», «blitz premeditato», «agente massacrato», «martellate a un poliziotto» – che riduce il corteo con 50mila manifestanti agli scontri del tardo pomeriggio.
La cronaca dominante impone un frame univoco: la violenza “rossa” contro lo Stato. La piazza è ridotta a minaccia criminale, l’ordine pubblico a vittima assoluta. Le violenze attribuite agli “antagonisti” saturano lo spazio mediatico; cariche, manganellate, lacrimogeni e idranti scompaiono o vengono derubricati a legittima “reazione” delle forze dell’ordine. In questo articolo, vi proponiamo alcune delle immagini che la politica si è ben guardata dal diffondere e che mostrano l’altra faccia di quanto accaduto al corteo dello scorso 31 gennaio.
Il bilancio ufficiale parla di 103 agenti feriti, di cui circa una trentina ricoverati e poi dimessi domenica; delle decine di manifestanti contusi, nella cronaca mainstream resta appena traccia. Così, la selezione di immagini e parole produce un vuoto informativo: per chi guarda solo i telegiornali, la violenza appare a senso unico. Video e fotografie diffuse da reporter indipendenti e collettivi documentano scontri durissimi e feriti da entrambe le parti, ma le immagini di attivisti spinti e percossi durante le fasi di deflusso, le cariche improvvise e gli scontri generalizzati, i pestaggi a terra rimangono marginali rispetto alla narrazione dominante. I media hanno amplificato il pestaggio di Alessandro Calista, un agente isolato del Reparto Mobile di Padova, trasmesso in loop e qualificato come “tentato omicidio”. Attorno a quell’episodio – innegabile nella sua brutalità – si è costruito un repertorio visivo
selezionato: un blindato incendiato, cassonetti in fiamme, estintori lanciati, petardi, l’aggressione a una troupe televisiva. Come già avvenuto per le manifestazioni a sostegno della Palestina, il contesto è rimasto sullo sfondo: uno sgombero vissuto come atto repressivo, un corteo spezzato da cariche e sbarramenti, una piazza composita che includeva famiglie, studenti, sindacalisti e artisti – da Zerocalcare a Willy Peyote, dai Subsonica a dirigenti della CGIL – scesi in strada contro le politiche del governo Meloni e l’attacco agli spazi sociali.
Un’altra sequenza di fatti circola altrove, lontano dai canali dell’informazione mainstream. Le immagini mostrano un uso della forza che va oltre la gestione dell’ordine pubblico, ma questi episodi trovano spazio quasi esclusivamente su piattaforme digitali e testate indipendenti. Emblematico il caso di un fotografo, picchiato e poi allontanato con forza dagli agenti anche dopo l’identificazione. Il Quotidiano Piemontese ha diffuso un filmato in cui si vede un manifestante a terra colpito ripetutamente a manganellate da un agente.
La stessa scena è stata rilanciata dai vari account, come No Justice No Peace Italy, che documenta anche altre scene di violenze: un uomo ferito lasciato solo e disorientato per terra dalle forze dell’ordine, un altro che non viene soccorso e un gruppo di poliziotti che accerchia violentemente due persone che cercano di scappare dai lacrimogeni. Su X, altri video mostrano cariche con manganelli e spinte durante le fasi di arretramento, con la polizia che alterna ritirate e contrattacchi, ricorrendo anche agli idranti contro gruppi compatti ma non offensivi.
Un altro filmato, diffuso da Local Team, documenta l’uso degli idranti e dei lacrimogeni su manifestanti pacifici. Materiali analoghi sono disponibili anche su Radio Onda d’Urto, tra cui un video in cui un manifestante, già a terra, viene colpito da una quindicina di manganellate da parte di un agente in assetto antisommossa.
La polarizzazione degli eventi non è casuale: serve a legittimare la linea della “tolleranza zero” e a preparare il terreno al nuovo pacchetto sicurezza del governo, in modo da silenziare gli spazi che portano avanti un’opposizione contro il governo. La narrazione binaria – delinquenti contro eroi in divisa – trasforma una protesta sociale in una minaccia allo Stato. Non a caso, la premier Giorgia Meloni ha promesso che il suo governo ripristinerà «le regole in questa Nazione», invitando i magistrati a “non esitare”, il vicepremier Matteo Salvini ha chiesto di accelerare l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, mentre il ministro Guido Crosetto ha parlato di «guerriglieri» e «bande armate» da «combattere come le Brigate Rosse», assimilando gli scontri del 31 gennaio al terrorismo e rendendo accettabile un ulteriore irrigidimento repressivo. Così la “guerriglia” diventa un’etichetta politica utile al potere più che una descrizione fedele di quanto accaduto.
(da lindipendente.online)
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Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
NEI GIORNI SCORSI, PER “SALVARSI” DALLE ACCUSE DI CHI GLI HA RINFRESCATO LA MEMORIA SUL DOCUMENTO DEL 2022 CHE LUI HA FIRMATO E IN CUI SI PARLAVA DI “RISCHIO MOLTO ELEVATO”, HA SCARICATO LA COLPE SUL COMUNE … E IL SINDACO MASSIMILIANO CONTI COSA FA? CERCA ANCHE LUI DI FARE LO SCARICABARILE, MA NON SI DIFENDE DALLE ACCUSE DI MUSUMECI. COME MAI? FACILE: FANNO TUTTI PARTE DELLO STESSO PARTITO
In questi giorni Niscemi è al centro di un disastro che ha travolto un’intera comunità:
quattro chilometri di frana, circa 500 abitazioni evacuate e oltre 1.500 le persone sfollate. C’è chi ha perso tutto all’improvviso: casa, certezze e, in alcuni casi, anche il lavoro. Quando succedono disastri come questo, la colpa — per chi governa — sarebbe sempre di qualcun altro. Nel nuovo servizio di Marco Occhipinti, in onda stasera, in prima serata, su Italia1, Filippo Roma prova a fare luce su quanto stia accadendo nel comune siciliano
A provocare la catastrofe, secondo quanto viene raccontato, sarebbe stato un mix di fattori: piogge eccezionali, un territorio fragile, e perfino scarichi nel torrente. Ma in paese la domanda rimbalza ovunque: se lo sapevano tutti che poteva succedere, dov’era la prevenzione? Ed è qui che scoppia la polemica più dura: lo scaricabarile. Perché mentre chi ha perso casa e lavoro chiede risposte, le istituzioni si rimpallano responsabilità.
Nello Musumeci, oggi ministro per la Protezione civile, per cinque anni dal 2017 al 2022, è stato presidente della Regione Sicilia. Il ministro sostiene che il governo non avrebbe saputo nulla perché il Comune non avrebbe mai segnalato il rischio frana. Lo ripete anche in tv: «Il Comune di Niscemi non ha mai sollevato il problema frana».
Eppure, qualcosa non torna. Mentre il ministro sostiene pubblicamente dinon aver mai ricevuto segnalazioni e di non essere stato a conoscenza del rischio, all’Assemblea Regionale Siciliana emerge un elemento che racconta un’altra versione.
Durante un intervento in Aula, l’onorevole Ismaele La Vardera mostra un documento del 2022 che riporterebbe proprio il nome di Musumeci e che indicherebbe ‘pericolosità elevata e rischio molto elevato’ anche per alcune aree del centro abitato di Niscemi, con cartine che evidenziano le zone rosse. Un passaggio che apre un interrogativo preciso: se quel rischio era già formalizzato in un documento istituzionale, com’è possibile sostenere oggi di non saperne nulla e attribuire tutto alla mancata segnalazione del Comune?
Il sindaco di Niscemi, Massimiliano Conti, replica l’opposto: «Ad ogni anniversario della frana del 1997 ho mandato una lettera al Presidente della Repubblica, al Presidente della Regione, al Presidente del Consiglio». Il classico rimpallo di responsabilità, intanto la magistratura ha avviato un’inchiesta per disastro colposo.
L’inviato ha incontrato proprio il sindaco di Niscemi, di seguito l’intervista.
Filippo Roma: «Sindaco, ma quindi la responsabilità di questa frana è sua?».
Massimiliano Conti: «No, non credo di essere talmente responsabile».
Filippo Roma: «Lo dico, sa perché? Perché a sentire le parole del ministro Musumeci sembrerebbe così».
Massimiliano Conti: «Il presidente Musumeci, oggi ministro, non ricorda, probabilmente ha avuto un vuoto di memoria, ma il presidente ha aiutato tantissimo questa città».
Filippo Roma: «Ma non è che Musumeci sta a fare lo scaricabarile con lei?».
Massimiliano Conti: «Ma questo è un meccanismo di queste ore. Io non voglio far parte, faccio il sindaco, lavoro quotidianamente, quindi non…».
Filippo Roma: «Però sentire un ministro, ex presidente della regione, che dice cose del tipo ‘alla fine se il sindaco mi avesse sollevato il problema forse non ci sarebbe stata la frana’, non le dà un po’ fastidio?».
Massimiliano Conti: «No guardi, perché non è così, quindi no, non mi dà fastidio. Verrà tutto chiarito».
Massimiliano Conti: «Io ogni anniversario della frana ho scritto una puntuale lettera, per sollecitare e ricordare che dal 97 tante cose non erano state fatte, per ogni anniversario».
Filippo Roma: «In queste carte che lei ha inviato alla Regione, a Musumeci?».
Massimiliano Conti: «Io anche al Presidente della Repubblica ho scritto».
Filippo Roma: «Però anche a Musumeci? ».
Massimiliano Conti: «A tutti».
Filippo Roma: «Compreso Musumeci?».
Massimiliano Conti: «A Conte, a Draghi, alla Meloni».
Filippo Roma: «Quindi immagino anche a Musumeci che era Presidente della Regione, giusto?».
Massimiliano Conti: «Si vi accanite contro Musumeci a me non riguarda…».
Filippo Roma: «È Musumeci che si accanisce su di lei…».
Massimiliano Conti: «Io sono sufficientemente coriaceo perché a me interessa lavorare per i miei concittadini».
Filippo Roma: «Musumeci che dice ‘Eh Sindaco, se mi avessi avvertito!’».
Massimiliano Conti: «Eh vabbè..».
Filippo Roma: «Va bene che scarica il barile?
Massimiliano Conti: «Io sono abituato a lavorare. Credo di avere la coscienza a posto, quindi… chiariremo tutto con il confronto»
Si riuscirà ad individuare chi è responsabile della mancata prevenzione o anche questa volta non è colpa di nessuno?
(da Le Iene)
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Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
MA QUESTO LEDE IL PRINCIPIO DI RAPPRESENTANZA E C’E’ L’ALTA PROBABILITA’ CHE LA LEGGE VENGA BOCCIATA DALLA CONSULTA
La legge elettorale è in stallo. Incagliata, riferiscono fonti di massimo livello dell’esecutivo. Peggio: spiaggiata a causa di un nodo che è insieme tecnico e costituzionale. Del problema sono a conoscenza Giorgia Meloni, i vertici di FdI, i tecnici di palazzo Chigi che seguono il dossier, gli uffici che tra Camera e Senato lavorano al testo. Informalmente, la questione è diventata tema di ragionamenti con alcuni uffici della Corte costituzionale, in modo assolutamente ufficioso.
Qual è lo scoglio, dunque? Riassumendo al massimo, si tratta dell’opzione «testa a testa oltre la soglia». Vale a dire del caso, neanche troppo di scuola, in cui le due principali coalizioni riescano entrambe a superare la percentuale di voti necessaria per ottenere il premio di maggioranza. In questo caso, il rischio è che l’assegnazione di un pacchetto di seggi extra a chi ha vinto di un soffio leda il principio di rappresentanza e, forse, di ragionevolezza.
La bozza di riforma studiata dagli sherpa della destra intende affermare innanzitutto un principio: la governabilità sopra ogni cosa. Meloni è disposta a ottenerla anche senza approvare il premierato, dunque limitandosi al solo restyling del sistema di voto. Per raggiungere lo scopo, è prevista l’abolizione dei collegi e l’introduzione di liste proporzionali. La coalizione che ottiene un voto in più, superando una soglia da fissare (si ragiona del 40-42%), ha diritto a un premio di maggioranza nazionale alla Camera e quasi certamente al Senato. E dunque, dove si inceppa il meccanismo?
Per capirlo, occorre fare un passo indietro. Già in passato una legge elettorale, il Porcellum, subì una pesante bocciatura da parte della Corte costituzionale. I giudici contestarono l’assenza di un valore minimo per assegnare il premio. Ne beneficiava infatti la coalizione vincente, senza paletti, producendo un effetto potenzialmente distorsivo e capace di alterare la rappresentatività.
Nel caso della riforma che ha in mente il centrodestra, il problema rischia di riproporsi in forme diverse. La bozza prova a rispondere alla pronuncia della Corte costituzionale fissando una soglia minima, non inferiore al 40%.
I tecnici si sono però scontrati con un ulteriore problema: che succede se le prime due coalizioni superano entrambe l’asticella? Se centrodestra e centrosinistra arrivano appaiate, ipotesi tutt’altro che irrealistica nel quadro attuale? E se una corsa al fotofinish assegna il 45,1% a un’alleanza, il 45% all’altra? In quel caso, dibattuto da settimane dai tecnici, poche migliaia di voti potrebbero garantire ai vincitori una “ricompensa” tra l’8 e il 10% di seggi aggiuntivi (dipende ovviamente dall’entità del premio).
E soprattutto: verrebbe penalizzato chi ha comunque superato una soglia già molto alta. In altri termini: il rischio è che venga leso il principio di rappresentanza (di nuovo) e forse anche quello di ragionevolezza.
Avvertita di questo rischio, Meloni avrebbe chiesto di approfondire, capire, evitare pasticci. La premier, riferiscono, non intende avallare soluzioni che potrebbero
essere smontate dalla Consulta dopo le prossime politiche. Se non addirittura bloccate prima, dal vaglio del Colle.
E dunque, che fare? Un’alternativa, che però non garantirebbe la governabilità, passa da una postilla: se entrambe le coalizioni superano la soglia, vale il proporzionale puro. L’altra opzione è introdurre il doppio turno, che però a destra non piace (oltre a richiedere un adeguamento dell’intera struttura istituzionale). Ecco le ragioni dello stallo. Il tempo stringe. E palazzo Chigi deve scegliere: forzare, rischiando un pasticcio, o virare verso un nuovo sistema.
(da “la Repubblica”)
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Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“I NOSTRI AGENTI HANNO ARCHIVI COLOSSALI DI MANIFESTANTI. SONO IN GRADO DI RICONOSCERLI DA UN TATUAGGIO SUL POLSO, DA UNO ZIGOMO. LA PROSSIMA VOLTA, POTREBBERO FERMARLI PRIMA”
Giorgia Meloni ha ragione. Quelli non sono manifestanti sono criminali, e quella non è una
protesta: si chiama tentato omicidio. La buona notizia è che non ci sarà molto lavoro da fare, per identificarli. Chi siano, i violenti che hanno aggredito l’agente, lo Stato lo sa già.
Lo sa la Digos, lo sanno i servizi, lo sa questura. Lo sanno da prima dell’aggressione e chi dicesse no, assolutamente, lo straordinario spiegamento di forze di polizia chiamato a raccolta a Torino e tutte le nostre intelligence sono state colte di sorpresa da quella banda vestita di nero: beh, non renderebbe onore alle doti professionali di chi è incaricato dallo Stato di mantenere l’ordine e di sorvegliare focolai di insurrezione.
Al contrario, i nostri agenti sono in questo eccellenti. Hanno archivi colossali di manifestanti schedati negli anni e nei decenni. Sono in grado di riconoscerli da un tatuaggio sul polso, da uno zigomo. Sono inoltre in contatto con l’Interpol, scambiano informazioni con le polizie di altri paesi. Anche se sono stranieri, i violenti, le forze dello Stato li conoscono bene: li aspettano, se li aspettano.
Forse per evitare scontri, la prossima volta, potrebbero non lasciarli passare: fermarli prima. Perché, domandiamoci: a chi giova, a chi conviene che un poliziotto sia aggredito? Alla causa dei manifestanti o al governo della destra?
Senza scomodare la Storia grande né fare paragoni, per carità, fra gli anni del terrorismo dei servizi deviati dei rapimenti e delle stragi. Diversissimo tutto, certo.
Ma il principio della strategia della tensione era il medesimo: alzare il livello dello scontro, ad arte, per giustificare la repressione. Dagli Anni Settanta non abbiamo imparato niente o, al contrario, abbiamo imparato benissimo?
Il nuovo inizio fu il G8 di Genova venticinque anni fa, 2001. Sappiamo almeno da allora che l’internazionale nera dei black bloc si autoconvoca senza appuntamento e si smaterializza senza salutare. Molti arrivano dall’estero, moltissimi dall’Italia, quelli coi cappucci neri, passano con le spranghe e coi martelli.
Li vedono tutti, basta affacciarsi alle finestre. A Genova un gruppo aveva messo le tende in un giardinetto: ci furono decine di segnalazioni di persone che chiamavano la polizia per chiedere chi sono, questi vestiti di nero accampati nel giardino. Cosa rispose, la polizia? Non sappiamo. I nerovestiti rimasero lì, poi la tragedia.
A Genova li ho visti. A Torino non c’ero, ma leggo dai resoconti che persino i passanti sapevano indicare chi fin dal mattino girava incappucciato sprangando vetrine e bancomat. Si poteva forse fare un controllo documenti, per esempio del fantomatico gruppo di francesi? Forse.
È finito il tempo di far finta. Che la polizia non sappia, che lo Stato non sappia, che certa sinistra compiacente non sappia. Sono posizioni speculari e simmetriche buone a confermare il pensiero binario, semplicissimo, elementare che aizza gli eserciti di Internet. Con chi stai? Con le guardie fasciste o con la resistenza? Coi cattivi o coi buoni?
La realtà però è più complessa degli hashtag.
Le categorie non dicono mai niente, non spiegano. Ci sono “guardie” più rispettose di certi resistenti e ci sono guardie assassine. Ci sono manifestanti pacifici che a migliaia sono scesi in piazza sabato a Torino e a Milano e ci sono i black bloc che sprangano un uomo a terra inerme, gli si fanno attorno in gruppo.
In cosa la dinamica dell’aggressione di Torino è diversa da quelle di Minneapolis? Lasciate stare ragioni e conseguenze, guardate la dinamica. Sono uguali.
Dieci persone in piedi che si accaniscono con terribile violenza contro una persona a terra. La Gestapo di Trump è il male e gli incappucciati di Torino sono il bene?
È sempre così: c’è questo e c’è quello. C’è la maggioranza dei manifestanti e c’è la minoranza dei violenti. Però basta uno solo episodio come quello dell’aggressione all’agente per oscurare il resto. Ecco, vedete: chi è la vittima, ecco chi sono i violenti. Per l’ultima volta, chiediamoci: a chi fa gioco, questo? A chi conviene?
Lo Stato lo sa, chi sono i violenti, e certa sinistra anche. Il tornaconto del governo è chiaro, quello degli antagonisti molto meno. Difendere l’indifendibile, fare melina è un danno enorme. Non solo per la sinistra che così rafforza la destra, in fondo sarebbe causa del suo mal, ma per l’Italia.
Per tutti i cittadini. Per questa democrazia, come tante, così fragile. Occhio.
Concita De Gregorio
per “la Repubblica
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Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LE DURISSIME PAROLE DEL PROCURATORE DI GELA, SALVATORE VELLA, CHE STA INDAGANDO SULLA FRANA: “NON GUARDEREMO IN FACCIA NESSUNO. AL MOMENTO, NON CI SONO INDAGATI MA ESCLUDO CHE IL FASCICOLO RIMARRÀ A CARICO DI IGNOTI. QUALSIASI SARÀ LA RESPONSABILITÀ APICALE DI CHI NON HA PRESO DECISIONI, LO ACCERTEREMO”
“Al momento, non ci sono indagati ma escludo che il fascicolo rimarrà a carico di ignoti”. Lo detto il procuratore di Gela, Salvatore Vella, sull’inchiesta avviata sulla frana di Niscemi. Vella, affiancato dal dirigente del commissariato di polizia Giovanni Minardi, ha incontrato i giornalisti nel Municipio del paese Nisseno.
“Inizieremo a sentire persone – ha aggiunto il procuratore – non guarderemo in faccia nessuno. Ci stiamo muovendo su una notevole mole di documenti anche immagini fornite dall’agenzia italiana aerospaziale. Valuteremo se ci sono state condotte omissive che hanno contribuito a causare l’evento oppure se qualcuno, agendo, ha contribuito a causarlo”.
“La nostra indagine partirà dalla frana del 1997. Abbiamo già avuto contatti con la procura di Caltagirone che coordinò un’inchiesta in quel periodo. Abbiamo acquisito il Piano per l’assetto idrogeologico e una relazione dell’Ati idrico del 2022”, ha aggiunto Vella durante il punto stampa a Niscemi. Il procuratore ha annunciato che “l’incarico ai tre docenti universitari dell’ateneo di Palermo che si occuperanno degli accertamenti verrà affidato giovedì”. “È inutile nasconderlo valuteremo il carico che è stato esercitato su quel pianoro, da ciò che è stato costruito e anche dall’acqua”, ha proseguito.
“Qualsiasi sarà la responsabilità apicale di chi non ha preso decisioni, lo accerteremo, indipendentemente dal livello dei soggetti coinvolti. Non avremo nessun problema nelle nostre indagini”. Vella ha aperto un’inchiesta per disastro colposo dopo la frana di Niscemi. “Chi vuole parlare di questo evento è invitato a farlo in procura, ma non a chiacchierare”, ha aggiunto.
(da agenzie)
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Febbraio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
FRENATA ANCHE SUL FERMO DI 12 ORE PER I MANIFESTANTI SOSPETTI ,,, NON TUTTI I NODI SUL PACCHETTO SICUREZZA SONO STATI SCIOLTI NELLA RIUNIONE CONVOCATA A PALAZZO CHIGI. MELONI FA UN APPELLO ALLE OPPOSIZIONI PER “UNA STRETTA COLLABORAZIONE ISTITUZIONALE” IN TEMA DI SICUREZZA
Stretta sui coltelli ai minori nel decreto Sicurezza (e non più nel disegno di legge). Probabile
che finisca nel dl anche lo scudo penale per gli agenti. Approfondimenti sul fermo di 12 ore per i manifestanti sospetti. Frenata di FI sulla cauzione per chi organizza cortei e manifestazioni. Sono i primi esiti del vertice di maggioranza sulla sicurezza convocato da Giorgia Meloni a palazzo Chigi dopo i fatti di Torino.
Non tutti i nodi sono stati sciolti. Anzi. L’esecutivo lavorerà fino a mercoledì, in vista del Cdm che dovrebbe licenziare il pacchetto. Per ora è stato dato mandato agli uffici legislativi di Interno e Giustizia di trovare il modo di rendere digeribile il fermo di prevenzione sul quale ci sono forti dubbi di costituzionalità. Torna l’idea del daspo (ben più morbido) e già ora applicato dalle autorità di pubblica sicurezza, mentre i fermi da codice penale devono sempre passare da un giudice.
Forza Italia intanto frena su una proposta della Lega, la cauzione per chi organizza manifestazioni, per rimborsare gli eventuali danni. “Il tema è controverso, magari la misura è giusta ma è molto complicata da attuare”, spiega il capogruppo azzurro Maurizio Gasparri, presente alla riunione al posto di Antonio Tajani, collegato dalla Sicilia colpita dal maltempo.
Al termine della riunione, Meloni si è rivolta alle minoranze. Con una nota di palazzo Chigi. “In questa delicata fase — anche alla luce delle dichiarazioni della segretaria del Partito democratico, Elly Schlein — il governo intende rivolgere all’opposizione un appello a una stretta collaborazione istituzionale. Per questo, i capigruppo di maggioranza hanno ricevuto mandato di proporre a quelli di opposizione la presentazione di una risoluzione unitaria in tema di sicurezza, che potrebbe essere votata già questa settimana in occasione delle relazioni del ministro Matteo Piantedosi”.
(da agenzie)
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